di Tonino Perna
Novant’anni fa veniva pubblicata la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” di John Maynard Keynes. Un’opera fondamentale nella storia del pensiero economico, nota come “la rivoluzione keynesiana”.
La definizione è corretta se viene letta alla luce di quello che ci ha insegnato Thomas Kuhn nel suo “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” (1962), vale a dire: la sostituzione di un paradigma con un altro. Infatti, il mainstream della teoria economica fino agli anni Trenta del secolo scorso si basava su un assioma: il mercato capitalistico si autoregola ottimizzando tutte le risorse disponibili.
Bastava che lo Stato lasciasse operare liberamente le forze della domanda e dell’offerta che tutti i fattori della produzione trovavano la loro massima utilizzazione possibile. Dal 1870, anno in cui Walras-Menger-Jevons pubblicarono le loro opere, questa visione ha avuto anche un battesimo scientifico con un largo uso di equazioni matematiche che ne consacravano la validità. Questa teoria economica divenne egemone sia a livello accademico sia a livello politico. Il ruolo dello Stato è ridotto al minimo, essenzialmente l’amministrazione dell’ordine pubblico e le infrastrutture, la spesa pubblica vincolata al pareggio di bilancio.
Negli anni Trenta, dopo il crollo di Wall Street, i Paesi occidentali entrarono in un tunnel recessivo con un crescente numero di disoccupati. Il meccanismo di autoregolazione del mercato apparve con evidenza non funzionare. I governi dei Paesi industrializzati rimasero inerti di fronte a un impoverimento allarmante della popolazione, le proteste sociali montarono in tutti gli Stati occidentali, ma la politica aspettò che l’economia si riprendesse e guardò incredula alla spirale recessiva: le imprese fallivano licenziando milioni di operai che a loro volta non consumavano più provocando un’ulteriore caduta della domanda e quindi altre chiusure di aziende e nuovi licenziamenti.
È in questo clima depressivo che irrompe la “Teoria generale” con un’altra visione del rapporto economia-società-istituzioni a diversi livelli. La prima cosa che Keynes mette in discussione è la capacità del sistema economico capitalistico di ritrovare la strada per la piena occupazione dei fattori della produzione. Certo, sosteneva Keynes, l’equilibrio tra domanda e offerta si trova sempre a un certo punto, ma è un equilibrio di sottoccupazione. Non c’è nessun automatismo che possa riportare il sistema a una ripresa economica che porti alla piena occupazione.
Da questa analisi ne deriva la netta indicazione keynesiana che infrangeva un tabù consolidato nei secoli: il pareggio di bilancio dello Stato. In una situazione di recessione come quella che viveva l’Occidente negli anni Trenta del secolo scorso, Keynes propose di usare il deficit di bilancio dello Stato per finanziare opere pubbliche che non facessero concorrenza alle imprese private già in gravi difficoltà (da qui le famose “buche keynesiane” che erano solo un esempio e non una indicazione di politica economica).
L’assunto keynesiano non veniva fuori da un’ideologia, bensì dall’analisi della curva del reddito rispetto a quella dei consumi. In breve, Keynes aveva osservato che man mano che aumentava il reddito pro-capite nel Regno Unito la domanda di beni di consumo non cresceva allo stesso modo, con lo stesso passo, producendo di fatto un incremento del risparmio. La scienza economica fino a quel momento aveva sostenuto che il risparmio che si formava nei Paesi industrializzati andava ad alimentare gli investimenti che, a loro volta, avrebbero aumentato l’occupazione e la ricchezza di un determinato Paese. Ed è su questo aspetto, dato per scontato, che Keynes introduce per la prima volta la complessità della psicologia umana nella teoria economica.
I “classici” avevano fondato il comportamento dei risparmiatori e degli imprenditori su una base razionale che si basava su una piena conoscenza delle componenti del mercato, della formazione dei prezzi, una libera concorrenza e una totale trasparenza. Viceversa, Keynes introduce la categoria delle aspettative in un clima di incertezza, che è congenito allo sviluppo capitalistico, che determinano tanto il comportamento dei consumatori quanto gli investimenti degli imprenditori. Sul lato della domanda il comportamento dei cittadini in quanto consumatori-risparmiatori risente dell’incertezza del futuro nel decidere quanto risparmiare e dove collocare il risparmio. Oggi, per esempio, vivendo in un momento di grandi incertezze molti risparmiatori preferiscono la liquidità non cedendo alle lusinghe dei promotori finanziari, con il risultato che nella UE il denaro sui conti correnti è arrivato a circa 12mila miliardi di euro.
Mentre i classici dell’economia, da Ricardo a Marshall, teorizzavano investimenti legati a un calcolo razionale, per Keynes gli “animal spirits” del capitalismo agiscono in base a una componente emotiva e intuitiva, basata spesso sul “contesto” del tempo in cui vivono. Per questo scrisse la famosa frase “non c’è cosa più difficile che alzare il morale degli operatori di Borsa quando è depresso”.
L’attuale ed ennesima crisi del petrolio ci mostra chiaramente il ruolo della speculazione finanziaria nel determinare le altre macrovariabili: reddito, occupazione, inflazione, bilancia commerciale, etc.. Oggi è evidente più che in passato che il sistema capitalistico avanzato è alla ricerca degli “extra-profitti” come motore degli investimenti, che in gran parte sono legati a situazioni di oligopolio e/o speculativi.
Ancora più evidente rispetto al secolo scorso è il ruolo che rivestono i leader politici nell’influenzare gli investimenti speculativi a breve termine nelle Borse (ne abbiamo avuto un’inconfutabile dimostrazione con l’attuale presidente Usa).
In breve, l’aver introdotto il ruolo determinante della psicologia nei comportamenti degli imprenditori quanto dei consumatori ha aperto la strada a studi sempre più approfonditi di quella che è stata chiamata la scuola post-keynesiana.
Se Keynes è considerato il più importante economista del XX secolo per la sua “Teoria generale”, non molti conoscono le altre opere e il suo impegno politico, nonché la sua ricerca e visione di un’altra economia.
Fra i tanti impegni politici il più rilevante fu la sua partecipazione agli accordi di Bretton Woods del 1944 dove si decisero le sorti del nuovo sistema monetario internazionale. Il presidente degli Stati Uniti, in qualità di superpotenza occidentale vincitrice dalla Seconda guerra mondiale, impose il dollaro come moneta di riserva internazionale con un cambio fisso con l’oro, malgrado le proteste di Keynes che si batté perché venisse istituito il “bancor” una unità di conto a cui sarebbe stato assegnato un valore ottenuto dalla media delle principale valute di allora. A distanza di oltre ottant’anni è quanto oggi propongono i Brics (l’alleanza di “economie emergenti” guidata da Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e non solo) per mettere in soffitta la “signoria del dollaro” e creare un nuovo ordine monetario multipolare.
Una visione nettamente controcorrente è quella rispetto al rapporto tra progresso tecnologico e orario di lavoro. In “Prospettive per i nostri nipoti” del 1930, Keynes proponeva per le future generazioni una netta riduzione dell’orario settimanale di lavoro data la continua crescita della produttività del lavoro dovuta all’automazione: “Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. Purtroppo, siamo ancora rimasti alle otto ore che furono ottenute dal movimento sindacale un secolo fa.
E sempre guardando al futuro Keynes credeva che avremmo dovuto avere il coraggio di assegnare al denaro il suo vero valore. Si domandava, come spesso facciamo ancora oggi, che senso ha per un miliardario continuare ad accumulare denaro, che cosa gli cambia nella vita? “L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro per godere dei piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà tra il criminale e il patologico che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali”.
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16/09/2023
Quello che anche un bambino dovrebbe sapere sulla teoria del valore di Marx
di Michael A. Lebowitz
La legge del valore funziona in modi misteriosi. Per alcuni marxisti, essa è alla base di tutto ciò che dobbiamo sapere sul capitalismo.[1] Ma, così come Karl Marx affermava di non essere marxista, allo stesso modo avrebbe potuto dire: «Questa non è la mia legge del valore».
È tutta una questione di allocazione* del lavoro
Come per Crusoe, così per la società. Ogni società deve allocare il proprio lavoro aggregato in modo da ottenere le quantità di prodotti corrispondenti alle diverse quantità di bisogni. Come commentava Marx, «in quanto la società vuole che i suoi bisogni siano soddisfatti ed a tal fine richiede la produzione di un determinato articolo, essa necessariamente deve pagarlo... [lo] compera mediante una quantità determinata di tempo di lavoro, di cui essa può disporre».[4] Deve allocare quantità di lavoro «diverse e quantitativamente determinate» alla produzione di beni e servizi per il consumo diretto (II Sfera) e una quantità di lavoro altrettanto determinata per la produzione e la riproduzione dei mezzi di produzione (I Sfera).
Per garantire la riproduzione di una determinata società, deve essere disponibile una quantità di lavoro sufficiente per la riproduzione dei produttori – sia direttamente che indirettamente (ad esempio, rispettivamente nelle Sfere II e I) – in base al livello esistente di bisogni e alla produttività del lavoro. Ciò include non solo il lavoro nei luoghi di lavoro organizzati, che producono particolari prodotti e servizi materiali, ma anche il lavoro necessario assegnato alla casa e alla comunità e ai luoghi in cui vengono curate l'istruzione e la salute dei lavoratori. Ogni società, inoltre, deve allocare il lavoro a quello che possiamo chiamare III Sfera, un settore che produce strumenti di regolazione e che può contenere istituzioni come la polizia, l'autorità legale, l'apparato ideologico e culturale, e così via.
Oltre al lavoro necessario per mantenere i produttori, in ogni società di classe una quantità di lavoro sociale è necessaria per riprodurre coloro che governano. Pertanto, il processo di riproduzione richiede l'allocazione del lavoro non solo per la produzione di articoli di consumo, mezzi di produzione e mezzi particolari di regolazione, ma, in ultima analisi, per la produzione e la riproduzione dei rapporti di produzione stessi.
Riproduzione di una società socialista
Consideriamo una società socialista: «un'associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale».[5] Avendo identificato le diverse quantità di bisogni che desidera soddisfare, questa società di produttori associati alloca il proprio lavoro, diverso e quantitativamente determinato, attraverso un processo consapevole di pianificazione. A questo proposito, segue la Regola di Robinson: ripartisce il suo lavoro aggregato «secondo un piano [che] regola l’esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni» sociali.[6]
La premessa di questo processo di pianificazione è un particolare insieme di relazioni in cui i produttori associati riconoscono la loro interdipendenza e su questa base si impegnano nell'attività produttiva. «Come base della produzione si presuppone una produzione comunitaria, la comunanza della produzione». La trasparenza e la solidarietà tra i produttori, in breve, sono alla base dell'«organizzazione del lavoro» nella società socialista, con il risultato che le attività produttive sono consapevolmente «determinate da bisogni e da scopi comuni».[7] La riproduzione della società, in questo caso, «diventa produzione da parte di [produttori] liberamente associati e si trova sotto il loro controllo consapevole e pianificato».[8]
Per identificare i loro bisogni e la loro capacità di soddisfarli, i produttori cominciano dalle istituzioni più vicine a loro: i consigli comunali, che identificano i cambiamenti nei bisogni espressi dagli individui e dalle comunità, e i consigli dei lavoratori, dove i lavoratori esplorano il potenziale per soddisfare i bisogni locali. Questi bisogni e capacità vengono trasmessi a organismi più grandi e infine consolidati a livello di società nel suo complesso, dove è necessario operare scelte a livello sociale. Sulla base di queste decisioni (che vengono discusse dai produttori associati a tutti i livelli della società), la società socialista alloca direttamente il proprio lavoro in base ai propri bisogni, sia per la soddisfazione immediata che per quella futura.
Alla base di questo processo c'è «il bisogno di sviluppo dell'operaio stesso», «l'assoluto sfruttamento delle sue potenzialità creative», «lo sviluppo completo dell'individuo» – lo sviluppo di ciò che Marx chiamava esseri umani «ricchi».[9] Questo obiettivo è inteso come indivisibile: non è compatibile con disparità significative tra i membri della società. Nelle parole del Manifesto del Partito comunista, «il libero sviluppo di ciascuno è condizione per il libero sviluppo di tutti».[10] Di conseguenza, data la premessa della comunanza e della solidarietà, questa società socialista alloca il proprio lavoro per eliminare i deficit ereditati dalle formazioni sociali precedenti. La società socialista, in breve, è «fondata sullo sviluppo universale degli individui e sulla subordinazione della loro produttività collettiva, sociale, quale loro patrimonio sociale».[11]
La pianificazione consapevole – una mano visibile, una mano collettiva – è la condizione per costruire una società socialista. Questo processo, tuttavia, non si limita a produrre il cosiddetto piano giusto. È importante che produca e riproduca anche i produttori stessi e le relazioni tra di loro. Ciò che Marx chiamava «pratica rivoluzionaria» («il cambiamento simultaneo delle circostanze e dell'attività umana o l'autocambiamento») è centrale. Ogni attività umana produce due prodotti: il cambiamento delle circostanze e il cambiamento degli attori stessi. Nel caso particolare delle istituzioni socialiste, il tempo di lavoro speso in riunioni per sviluppare decisioni collettive non solo produce soluzioni che attingono alle conoscenze di tutti gli interessati, ma è anche un investimento che sviluppa le capacità di tutti coloro che prendono tali decisioni. Costruisce solidarietà a livello locale, nazionale e internazionale. Queste istituzioni e pratiche, in breve, sono al centro della regolamentazione dei produttori stessi (attività della III Sfera). Sono essenziali per la riproduzione della società socialista.[12]
Riproduzione di una società caratterizzata dalla produzione di merci
Ma che dire di una società non caratterizzata dalla comunanza, una società segnata invece da attori separati e autonomi? La premessa essenziale di una società di questo tipo è la separazione dei produttori indipendenti.[13] Piuttosto che una comunità di produttori, c'è un insieme di proprietari autonomi che dipendono, per la soddisfazione dei loro bisogni, dall'attività produttiva di altri proprietari. La «dipendenza reciproca dei produttori» esiste, ma si tratta di una «connessione di individui reciprocamente indifferenti». Infatti, «la [loro] unità e integrazione reciproca esiste, per così dire, come un rapporto naturale esterno agli individui, indipendentemente da loro». Tuttavia, se questi «individui indifferenti tra loro» non comprendono la loro connessione, come fa questa società ad allocare le sue «diverse e quantitativamente determinate quantità di lavoro aggregato della società» per soddisfare le sue «diverse quantità di bisogni»?[14]
Ovviamente, una società di questo tipo non utilizza la Regola di Robinson: non può allocare direttamente il suo lavoro aggregato in accordo con la distribuzione dei suoi bisogni. «È solo quando la società controlla efficacemente la produzione, regolandola in anticipo,», sottolinea Marx, «che essa crea il legame fra la misura del tempo di lavoro sociale dedicato alla produzione di un articolo determinato e l’estensione del bisogno sociale che tale articolo deve soddisfare».[15] Sebbene l'applicazione della Regola di Robinson non sia possibile, la sua funzione rimane. Come commenta Marx, in quelle relazioni semplici e trasparenti delineate per Robinson Crusoe «vi sono contenute tutte le determinanti essenziali del valore».[16] In particolare, rimane la «necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni specifiche».
La legge necessaria dell'allocazione proporzionale del lavoro aggregato, insisteva Marx, «non è certo abolita dalla forma specifica della produzione sociale». Cambia solo la forma di questa legge. Come scrisse Marx a Ludwig Kugelmann, «ciò che può mutare in condizioni storiche diverse non è che la forma con cui quelle leggi si impongono». Nella società produttrice di merci, la forma assunta da questa legge necessaria è la legge del valore. «La forma in cui questa distribuzione proporzionale del lavoro si afferma, in una data situazione sociale nella quale la connessione del lavoro sociale si fa valere come scambio privato dei prodotti individuali del lavoro, è appunto il valore di scambio di questi prodotti».[17]
Poiché l'allocazione del lavoro sociale incorporato nelle merci è «mediata attraverso l'acquisto e la vendita dei prodotti dei diversi rami dell'industria» (piuttosto che attraverso un «controllo genuino e preventivo» da parte della società), l'effetto immediato del mercato è un «modello disordinato di distribuzione dei produttori e dei loro mezzi di produzione».[18] Tuttavia, questo apparente caos mette in moto un processo attraverso il quale la necessaria allocazione del lavoro tenderà a emergere. Nella semplice produzione di beni, alcuni produttori riceveranno un reddito ben superiore al costo di produzione, mentre altri riceveranno un reddito ben inferiore. Supponendo che sia possibile, i produttori sposteranno la loro attività, cioè mostreranno una tendenza all'entrata e all'uscita. Di conseguenza, tenderebbe ad emergere un equilibrio in cui non c'è più motivo di muoversi per i singoli produttori di beni. Attraverso tali movimenti, i vari tipi di lavoro «vengono continuamente ridotti alle proporzioni quantitative in cui la società li richiede».
In breve, sebbene «il gioco del capriccio e del caso» significhi che l'allocazione del lavoro non corrisponde immediatamente alla distribuzione dei bisogni espressa dagli acquisti di merci, «le differenti sfere della produzione cercano costantemente di mettersi in equilibrio».[19] Attraverso la legge del valore, il lavoro viene allocato nelle proporzioni necessarie nella società produttrice di merci. «Così come p. es. trionfa con la forza, la legge della gravità», vediamo che «nei rapporti di scambio dei loro prodotti, casuali e sempre oscillanti, trionfa con la forza, come legge naturale regolatrice, il tempo di lavoro socialmente necessario per la loro produzione».[20] C'è una «tendenza costante da parte delle varie sfere di produzione verso l'equilibrio» proprio perché «la legge del valore delle merci determina in ultima istanza quanta parte del suo tempo di lavoro disponibile la società può impiegare per ogni tipo di merce».[21]
È possibile raggiungere nella realtà l'equilibrio in cui il lavoro viene allocato per soddisfare i bisogni della società? Se pensiamo a una società caratterizzata dalla semplice produzione di merci, l'equilibrio si verifica quando tutti i produttori di merci ricevono l'equivalente del lavoro contenuto nelle loro merci. In realtà, tuttavia, esistono notevoli barriere all'uscita e all'entrata: le particolari competenze e capacità possedute dai singoli produttori non saranno facilmente trasferite alla produzione di merci diverse. In effetti, questo processo potrebbe richiedere una generazione, nel qual caso i produttori di alcuni settori appariranno privilegiati per lunghi periodi.
Nel caso della produzione capitalistica di merci – oggetto del Capitale – il singolo capitalista «obbedisce alla legge immanente, e quindi all'imperativo morale, del capitale di produrre quanto più plusvalore possibile».[22] Di conseguenza, si verifica una «distribuzione proporzionale del capitale sociale totale, in continuo cambiamento, reso possibile dalla immigrazione o dalla emigrazione di capitale rispetto alle particolari sfere di produzione».[23] L'equilibrio si verifica quando tutti i produttori ottengono un uguale tasso di profitto sul loro capitale avanzato per i mezzi di produzione e la forza lavoro. Questa tendenza «ha l'effetto di distribuire la massa totale del tempo di lavoro sociale tra le varie sfere di produzione secondo il bisogno sociale».[24] Tuttavia, anche in questo caso c'è un ostacolo alla realizzazione dell'equilibrio: l'esistenza di un capitale fisso incorporato in particolari sfere non consente una facile uscita ed entrata.
Tuttavia, per Marx, la legge del valore (il processo attraverso il quale il lavoro viene allocato nelle proporzioni necessarie nel capitalismo) funziona in modo più fluido man mano che il capitalismo si sviluppa. Il «libero movimento del capitale tra queste diverse sfere di produzione come tanti campi di investimento disponibili» ha come condizione lo sviluppo del sistema creditizio e bancario. Solo come capitale monetario il capitale «possiede la forma in cui viene distribuito come elemento comune tra queste diverse sfere, tra la classe capitalista, a prescindere dalla sua applicazione particolare, in base alle esigenze di produzione di ciascuna sfera particolare».[25] Nella sua forma monetaria, il capitale è astratto da impieghi particolari. Solo nel capitale monetario, nel mercato monetario, scompaiono tutte le distinzioni relative alla qualità del capitale: «Tutte le forme particolari del capitale, derivanti dal suo investimento in particolari sfere di produzione o di circolazione, sono qui cancellate. Esso esiste qui nella forma indifferenziata, autoidentica, di valore indipendente, del denaro».[26]
L'equiparazione dei tassi di profitto «presuppone lo sviluppo del sistema creditizio, che concentra insieme la massa inorganica del capitale sociale disponibile nei confronti del singolo capitalista».[27] Cioè, presuppone il dominio del capitale finanziario: i banchieri «diventano i gestori generali del capitale monetario», che ora appare come «una massa concentrata e organizzata, posta sotto il controllo dei banchieri in quanto rappresentanti del capitale sociale in modo del tutto diverso dalla produzione reale».[28]
L'autocritica di Marx
Non c'è modo migliore per comprendere la teoria del valore di Marx che vedere come egli rispose ai critici del Capitale. Rispetto a una particolare recensione, Marx commentò a Kugelmann nel luglio 1868 che la necessità di dimostrare la legge del valore rivela la «più completa ignoranza, sia della cosa di cui si tratta, sia del metodo della scienza». Ogni bambino, continuava Marx, sa che «le quantità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono quantità diverse, e quantitativamente definite, del lavoro sociale complessivo». Come può il critico non vedere che «questa necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite, non è affatto annullata dalla forma definita della produzione sociale, [ma solo può cambiare il suo modo di apparire], è SELF-EVIDENT!»[29] Analogamente, rispondendo all'obiezione di Eugen Dühring alla sua discussione sul valore, Marx scrisse a Friedrich Engels nel gennaio del 1868 che «in realtà, nessuna forma di società può impedire che il tempo di lavoro a disposizione della società regoli la produzione in UN MODO O IN UN ALTRO».[30] Questo era il punto: in una società produttrice di merci, in quale altro modo il lavoro potrebbe essere allocato – se non dal mercato!
Sebbene su tale punto Marx fosse più chiaro in queste lettere che nel Capitale, nella sua critica all'economia politica classica si espresse in modo trasparente sul valore e sul denaro. A differenza degli economisti volgari, che non andavano al di sotto della superficie, gli economisti classici (a loro merito) avevano cercato di «cogliere la connessione interna in contrasto con la molteplicità delle forme esteriori».[31] Gli economisti classici cominciarono spiegando il valore relativo con la quantità di tempo-lavoro, ma «non si posero mai una volta la domanda perché questo contenuto abbia assunto quella particolare forma, cioè perché il lavoro sia espresso in valore e perché la misura del lavoro in base alla sua durata sia espressa nel valore del prodotto».[32] La loro analisi, in breve, partiva dal centro.
Questo approccio classico caratterizzava il pensiero iniziale di Marx. È importante riconoscere che la critica di Marx era un'autocritica, una critica di opinioni che lui stesso aveva accettato in precedenza. Nel 1847, Marx dichiarò che «la teoria dei valori di David Ricardo è l'interpretazione scientifica della vita economica reale».[33] Nei Principi di economia politica e dell’imposta, Ricardo aveva sostenuto che «il valore di una merce... dipende dalla quantità relativa di lavoro necessaria per la sua produzione». Con ciò intendeva «non solo il lavoro applicato immediatamente alle merci», ma anche il lavoro «impiegato per gli attrezzi, gli strumenti e gli edifici con cui tale lavoro è svolto». Di conseguenza, i valori relativi delle diverse merci erano determinati dalla «quantità totale di lavoro necessaria per produrle e metterle sul mercato». Questa era «la regola che determina le rispettive quantità di merci che devono essere date in cambio l'una dell'altra».[34]
Nei suoi primi lavori, Marx seguì Ricardo. «Le oscillazioni della domanda e della disponibilità», scrive Marx in Lavoro salariato e capitale, «riconducono sempre il prezzo di una merce ai costi di produzione» (cioè al suo «prezzo naturale»). Questa era la teoria del valore di Ricardo: «La determinazione del prezzo secondo i costi di produzione è uguale alla determinazione del prezzo sulla base della durata del lavoro che si richiede per la produzione di una merce». Inoltre, questa regola si applicava anche alla determinazione dei salari, che erano «determinati dai costi di produzione, dal tempo di lavoro che si richiede per produrre questa merce, il lavoro».[35] Lo stesso punto fu espresso nel Manifesto del Partito comunista del 1848: «il prezzo di una merce, quindi anche quello del lavoro, è uguale ai suoi costi di produzione».[36]
Negli anni ‘50 del XIX secolo, tuttavia, Marx iniziò a sviluppare una nuova concezione. Nei quaderni scritti nel 1857-58, che costituiscono i Grundrisse, inizia la sua critica dell'economia politica classica. Marx concluse i Grundrisse annunciando che il punto di partenza dell'analisi non doveva essere il valore (come aveva fatto Ricardo), ma la merce, che «appare come unità di due determinazioni» – il valore d'uso e il valore di scambio.[37] La merce e, in particolare, il suo carattere bifronte è il punto di partenza della sua critica e il modo in cui inizia sia Per la critica dell'economia politica (1859) sia Il Capitale.[38]
I migliori punti del Capitale
La legge del valore come «legge regolatrice della natura» non era uno dei punti migliori del Capitale, né uno degli «elementi fondamentalmente nuovi del libro». Dopotutto, se la legge del valore è la tendenza dei prezzi di mercato ad avvicinarsi all’equilibrio, allo stesso modo in cui «si afferma la legge di gravità», allora questa «legge regolatrice della natura» era già presente in Ricardo.
Piuttosto, ciò che Marx sosteneva nel Capitale è che l’economia politica classica non comprendeva il valore. «Per quanto riguarda il valore in generale, l’economia politica classica non distingue esplicitamente in nessun luogo, in modo esplicito e chiaramente consapevole, tra il lavoro che appare nel valore di un prodotto, e lo stesso lavoro che appare nel valore d’uso del prodotto».[39] Ma questa distinzione, dichiarò Marx a Engels nell’agosto 1867, è «fondamentale per ogni comprensione dei FATTI!» Questo «duplice carattere del lavoro», egli indicava, è uno dei «punti migliori del mio libro» (e, in effetti, è il punto migliore del primo volume del Capitale).[40]
Marx ha espresso lo stesso concetto nella prima edizione del primo volume del Capitale a proposito del duplice carattere del lavoro nelle merci: «questo aspetto, che per primo ho sviluppato in modo critico, è il punto di partenza da cui dipende la comprensione dell’economia politica».[41] Scrivendo nuovamente a Engels nel gennaio 1868, Marx descrive la sua analisi del duplice carattere del lavoro rappresentato nelle merci come uno dei «tre elementi fondamentalmente nuovi del libro». Tutti gli economisti precedenti, non avendolo compreso, furono «destinati a scontrarsi ovunque con l’inspiegabile. Questo è di fatto l’intero segreto della concezione critica».[42]
Il segreto della concezione critica, il punto di partenza per la comprensione dell'economia politica, la base per ogni comprensione dei fatti: che cosa ha reso così importante la rivelazione del duplice carattere del lavoro nelle merci? Molto semplicemente, è il riconoscimento che il lavoro effettivo, specifico, concreto, tutte quelle ore di lavoro reale impiegate per produrre una determinata merce, di per sé non hanno nulla a che fare con il suo valore. Non si possono sommare le ore di lavoro del falegname al lavoro contenuto nei mezzi di produzione consumati per ricavare il valore della merce del falegname. Quel lavoro specifico, piuttosto, è stato impiegato nella produzione di una cosa da usare, nota anche come valore d'uso. Inoltre, non si possono spiegare i valori relativi attraverso il conteggio della quantità di lavoro specifico contenuta in valori d’uso separati. Se non si distingue chiaramente tra i duplici aspetti del lavoro nella merce, non si è compresa la critica di Marx all'economia politica classica.
Il lavoro di Marx sulla teoria del denaro
«Qui si tratta di compiere un’impresa», annunciò Marx, «che non è neppure stata tentata dall’economia politica borghese».[43] Questo compito consisteva nello sviluppare la sua teoria del denaro – in particolare, di rivelare che il denaro è il rappresentante sociale del lavoro aggregato nelle merci. Per questo Marx ha dimostrato che (1) il concetto di denaro è latente nel concetto di merce e (2) che il denaro rappresenta il lavoro astratto in una merce e che la manifestazione di quest'ultimo, la sua unica manifestazione, è il prezzo della merce.
Se sommare le ore di lavoro concreto necessarie per produrre una merce non ne rivela il valore, che cosa lo rivela? Niente, se stiamo considerando una singola merce. «Potremo voltare e rivoltare una singola merce quanto vorremo, ma come cosa di valore rimarrà inafferrabile».[44] Possiamo avvicinarci alla comprensione del valore di una merce solo considerandola in una relazione. La forma più semplice (ma non sviluppata) di questa relazione è quella di valore di scambio: il valore della merce A è uguale a x unità della merce B, dove B è un valore d'uso. Abbiamo sempre conosciuto A come valore d'uso, ma ora conosciamo il valore di A dal suo equivalente in B. (Se invertiamo questo, diremmo che il valore di B è uguale a 1/x unità di A, e qui A è l'equivalente). La seconda merce, l'equivalente, è uno specchio del valore della prima merce. È attraverso questa relazione sociale che possiamo cogliere la merce come qualcosa che possiede valore.
Avendo stabilito che il valore di una merce si rivela attraverso il suo equivalente, Marx procede logicamente, passo dopo passo, a definire l'esistenza di una merce che funge da equivalente per tutte le merci, che cioè è la forma generale del valore. Da qui a rivelare la forma monetaria del valore il passo è breve: il denaro come equivalente universale, il denaro come rappresentante del valore.[45] In breve, una volta che iniziamo ad analizzare una società che scambia merci, siamo condotti al concetto di denaro. Questo è ciò che Marx identifica come suo compito: «Dobbiamo dimostrare la genesi di questa forma di denaro, dunque di perseguire lo svolgimento dell’espressione di valore contenuta nel rapporto di valore delle merci, dalla sua figura più semplice e inappariscente, fino all’abbagliante forma di denaro. Con ciò scomparirà anche l’enigma del denaro».[46] Ma questo era un libro chiuso per gli economisti classici; «Ricardo», commentò Marx anni dopo, «in realtà si occupava solo del lavoro come misura della grandezza del valore e quindi non trovava alcun collegamento tra la sua teoria del valore e l’essenza del denaro».[47]
Ma cos'è il denaro? Per capire il denaro dobbiamo tornare al duplice carattere del lavoro nelle merci, quel punto da cui dipende la comprensione dell’economia politica. Sappiamo che il lavoro concreto e specifico produce valori d'uso specifici. Poiché il lavoro è concreto, non possiamo confrontare merci contenenti diverse qualità di lavoro. Ma possiamo confrontarle se le astraiamo dalle loro specificità, cioè se le consideriamo come contenenti lavoro in generale, lavoro astratto, «uguale lavoro umano, il dispendio di identica forza-lavoro umana».[48] Il lavoro complessivo della società è un composto di molti «diversi modi di lavoro umano»: «la forma compiuta o totale di apparenza del lavoro umano è costituita dalla totalità delle sue forme particolari di apparenza».[49] «L’unica massa omogenea della forza-lavoro umana», quel lavoro universale, uniforme, astratto, sociale in generale, il «lavoro umano puro e semplice», entra in ogni merce.[50]
Pensate al lavoro aggregato nelle merci come ad una gelatina, composta da una serie di unità identiche e omogenee. Una certa quantità di questa gelatina entra in ogni merce. Il valore di una merce è determinato dalla quantità che questa gelatina – quanto lavoro omogeneo, universale, astratto, quella comune “sostanza sociale” – contiene. Ovviamente non possiamo sommare la gelatina in modo semplice, come potremmo fare con il lavoro concreto. Come possiamo allora vedere il valore di una merce? Abbiamo già risposto a questa domanda. Il valore di una merce (cioè il lavoro omogeneo, generale, astratto contenuto nella merce) è rappresentato dalla quantità di denaro, che è il suo equivalente. Infatti l’unica forma in cui il valore delle merci può manifestarsi è la forma denaro.
Ogni società ottiene le quantità di prodotti corrispondenti alle diverse quantità dei suoi bisogni dedicando alla loro produzione una parte del tempo di lavoro disponibile. Come già detto, «se la società vuole soddisfare i propri bisogni e far produrre un articolo a questo scopo, deve pagarlo…[e] lo compra con una certa quantità di tempo-lavoro che ha a disposizione.»[51] Come soddisfiamo i nostri bisogni nel capitalismo? Li acquistiamo con il rappresentante del lavoro sociale totale delle merci: il denaro.
Ignoranza sia del tema in discussione che del metodo scientifico
Come scrive Michael Heinrich, «molti marxisti hanno difficoltà a comprendere l’analisi di Marx», come gli economisti borghesi, «tentano di sviluppare una teoria del valore senza riferimento al denaro».[52] Tuttavia è un po' difficile capire il perché, viste le critiche di Marx all'economia politica classica proprio su questo punto. Ricardo, commentava Marx, non aveva compreso «e nemmeno sollevato come problema» la «connessione tra il valore, la sua misura immanente – cioè il tempo-lavoro – e la necessità di una misura esterna dei valori delle merci». Ricardo non ha esaminato il lavoro astratto, il lavoro che «si manifesta nei valori di scambio – la natura di questo lavoro. Quindi non coglie la connessione di questo lavoro con il denaro o il fatto che debba assumere la forma di denaro».[53]
Per questo Marx si è impegnato a «mostrare l’origine di questa forma di denaro” e di risolvere “il mistero del denaro”, un compito «che non è neppure stato tentato dall’economia politica borghese». Dobbiamo comprendere la natura del denaro e come si passa direttamente dal valore al denaro. Come ha spiegato nel capitolo 10 del terzo volume del Capitale:
Il concetto di capitale, insomma, non cade dal cielo. È contrassegnato dalle categorie precedenti. Poiché il denaro è il rappresentante del lavoro astratto, dell’omogeneo lavoro complessivo della società, il capitale deve essere inteso come accumulazione di omogeneo lavoro astratto. Intendendo il denaro come latente nelle merci, rifiutiamo l’immagine del denaro giustapposto esternamente alle merci come nell’economia politica classica e riconosciamo, quindi, che il lavoro astratto è sempre presente nel concetto di capitale.
Tuttavia, non tutte le accumulazioni di lavoro astratto sono capitale. Affinché corrispondano al concetto di capitale, devono essere spinte dall'impulso alla crescita e avere un valore che si espande da solo (cioè M-C-M´). Tuttavia, come è possibile questo, presupponendo lo scambio di equivalenti? Da dove viene il valore aggiunto, il plusvalore? Le due domande esprimono la stessa cosa: in un caso, sotto forma di lavoro oggettivato; nell'altro, sotto forma di lavoro vivo, fluido.[56]
La risposta ad entrambe è che, con la disponibilità di forza-lavoro come merce, il capitale può ora assicurarsi ulteriore lavoro (astratto). Ciò non è dovuto a qualche qualità occulta della forza-lavoro, ma al fatto che, acquistando forza-lavoro, il capitale si trova ora in una relazione di «supremazia e subordinazione» rispetto ai lavoratori, una relazione che porta con sé la «costrizione a svolgere pluslavoro».[57] Questa costrizione, insita nei rapporti di produzione capitalistici, è la fonte della crescita del capitale.
Consideriamo il plusvalore assoluto concentrandoci sul “lavoro vivo, fluido”. Il valore della forza-lavoro, o lavoro necessario, in un dato momento rappresenta la quota di lavoro sociale aggregato che va ai lavoratori. La restante quota di lavoro sociale viene catturata dai capitalisti. Quando il capitale usa il suo potere per aumentare la durata o l’intensità della giornata lavorativa, il lavoro sociale totale aumenta; supponendo che il lavoro necessario rimanga costante, il capitale è l’unico beneficiario. Il rapporto tra pluslavoro e lavoro necessario – il tasso di sfruttamento – aumenta.
In alternativa, aumentiamo la produttività del lavoro. Per produrre la stessa quantità di valori d’uso è necessario meno lavoro totale. Di conseguenza, l’aumento della produttività porta con sé la possibilità di ridurre la giornata lavorativa (una possibilità non realizzata nel capitalismo). Se, al contrario, il lavoro sociale aggregato rimanesse costante, chi sarebbe il beneficiario di un tale aumento di produttività? Supponendo che la classe operaia sia atomizzata e che il capitale sia in grado di dividere sufficientemente i lavoratori, il capitale ottiene un plusvalore relativo perché il lavoro necessario diminuisce. In alternativa, nella misura in cui i lavoratori saranno sufficientemente organizzati come classe, beneficeranno degli aumenti di produttività con un aumento dei salari reali, in quanto i valori delle merci diminuiranno. Nel Capitale, questa seconda opzione è sostanzialmente preclusa perché, seguendo gli economisti classici, Marx presupponeva che il criterio di necessità fosse dato e fissato.[58]
In breve, dobbiamo comprendere il denaro se vogliamo comprendere il capitale, e per questo dobbiamo cogliere il duplice carattere del lavoro che entra in una merce. Sfortunatamente, molti marxisti non riescono a cogliere la distinzione «tra il lavoro come appare nel valore di un prodotto, e lo stesso lavoro come appare nel valore d’uso del prodotto» – distinzione che Marx considerava «fondamentale per ogni comprensione dei FATTI». Di conseguenza, essi offrono una «teoria del valore senza riferimento al denaro», ciò che Heinrich chiama teorie «pre-monetarie del valore», che io considero teorie pre-marxiane del valore o teorie ricardiane del valore.[59]
I marxisti ricardiani non colgono la logica di Marx, o il modo in cui Marx passa logicamente dall'astratto al concreto. Il problema è particolarmente evidente quando si tratta del cosiddetto problema della trasformazione. Ciò che non riescono a capire coloro che tentano di calcolare la trasformazione dai valori ai prezzi di produzione è che, piuttosto che trasformare i valori realmente esistenti, i prezzi di produzione sono semplicemente un ulteriore sviluppo logico del valore.[60] Il reale movimento va dai prezzi di mercato ai prezzi di equilibrio, cioè ai prezzi di produzione. Come abbiamo visto, è così che la legge del valore alloca il lavoro aggregato nelle merci, in modo simile alla legge di gravità. L’incapacità di questi marxisti di distinguere tra il logico e il reale dimostra la loro «completa ignoranza sia del tema in discussione che del metodo scientifico».
Note
* N.d.T. Abbiamo tradotto l'inglese allocation, con allocazione. In questo articolo, allocazione ha come sinonimi, in relazione al contesto in cui viene adottato, termini come: ripartizione, distribuzione, divisione, destinazione. Nel linguaggio marxiano viene adottato, più comunemente, il termine "divisione del lavoro", ma abbiamo deciso di seguire l'indicazione dell'autore in quanto egli stesso utilizza il termine inglese "allocation of labour" invece di "division of labour".
[1] Nella sua bella introduzione e interpretazione del Capitale, Michael Heinrich critica il marxismo tradizionale e la visione del mondo, An introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, New York, Monthly Review Press, 2012. Heinrich approfondisce ulteriormente le prime sezioni del primo volume del Capitale, in Michael Heinrich, How to Read Marx’s Capital, New York, Monthly Review Press, 2021.
[2] Karl Marx, Lettera a Ludwig Kugelmann. Londra 11 luglio 1868, in Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, XLIII, Roma, 1975, pp. 597-598.
[3] Karl Marx, Capital, vol. 1, London, Penguin, 1977, pag. 169–70.
[4] Karl Marx, Capital, vol. 3, London, Penguin, 1981, p. 288.
[5] Marx, Capital, vol. 1, p. 171.
[6] Marx, Capital, vol. 1, p. 172.
[7] Karl Marx, Grundrisse, London, Penguin, 1973, pag. 171–72.
[8] Marx, Capital, vol. 1, p. 173.
[9] Marx, Capital, vol. 1, p. 772; Marx, Grundrisse, pag. 488, 541, 708; Karl Marx, Critique of the Gotha Programme in Marx and Engels, Selected Works, vol. 2, Moscow, Foreign Languages Press, 1962, p. 24.
[10] Marx and Engels, Collected Works, vol. 6, 506.
[11] Marx, Grundrisse, pag. 158–59.
[12] Su questa visione della società socialista, vedi Michael A. Lebowitz, The Socialist Alternative: Real Human Development, New York, Monthly Review Press, 2010, e Michael A. Lebowitz, Between Capitalism and Community, New York, Monthly Review Press, 2020.
[13] La discussione sul singolo produttore di merci si applica anche ai produttori di merci collettivi o di gruppo (come nel caso delle cooperative).
[14] Marx, Grundrisse, pag. 156–58.
[15] Marx, Capital, vol. 3, pag. 288–89.
[16] Marx, Capital, vol. 1, p. 170.
[17] Marx e Engels, Collected Works, vol. 43, p. 68.
[18] Marx, Capital, vol. 1, 476. È importante tenere presente la distinzione tra lavoro aggregato nelle merci e lavoro aggregato nella società nel suo insieme.
[19] Marx, Capital, vol. 1, p. 476.
[20] Marx, Capital, vol. 1, p. 168.
[21] Marx, Capital, vol. 1, p. 476.
[22] M arx, Capital, vol. 1, p. 1051.
[23] Marx, Capital, vol. 3, p. 895.
[24] Karl Marx, Theories of Surplus Value, Part II, Moscow, Progress Publishers, 1968, p. 209.
[25] Marx, Capital, vol. 3, p. 491.
[26] Marx, Capital, vol. 3, p. 490. Stiamo qui descrivendo il cosiddetto jelly capital, [capitale gelatina].
[27] Marx, Capital, vol. 3, p. 298.
[28] Marx, Capital, vol. 3,pag. 528, 491.
[29] Marx e Engels, Collected Works, vol. 43, p. 68.
[30] Marx e Engels, Collected Works, vol. 42, p. 515.
[31] Karl Marx, Theories of Surplus Value, Part III, Moscow, Progress Publishers, 1971, p. 500.
[32] Marx, Capital, vol. 1, pag. 173–74.
[33] Marx e Engels, Collected Works, vol. 6, pag. 121, 123–24.
[34] David Ricardo, The Principles of Political Economy and Taxation, Homewood, Richard D. Irwin, Inc., 1963, pag. 5–6, 12–13, 42.
[35] Karl Marx, Wage Labour and Capital in Marx and Engels, Collected Works, vol. 9, p. 208–9.
[36] Marx e Engels, Collected Works, vol. 6, p. 491. In questo caso Marx accetta la simmetria di Ricardo nella produzione di cappelli e uomini, e continua a mantenere questa posizione nel Capitale. Per una critica, vedi Lebowitz, “The Burden of Classical Political Economy” in Lebowitz, Between Capitalism and Community, chapter 6.
[37] Marx, Grundrisse, p. 881.
[38] Tuttavia, al momento della stesura del Capitale, Marx era passato a identificare la duplice natura della merce come valore d'uso e valore, e dichiarava che il valore di scambio è solo la forma necessaria che assume il valore.
[39] Marx, Capital, vol. 1, p. 173 n.
[40] Marx e Engels, Collected Works, vol. 42, p. 407.
[41] Albert Dragstedt, Value: Studies by Karl Marx, London, New Park Publications, 1976, p. 11.
[42] Marx e Engels, Collected Works, vol. 42, p. 514.
[43] Marx, Capital, vol. 1, p. 139.
[44] Marx, Capital, vol. 1, p. 138.
[45] Nell'economia politica classica ed ai tempi di Marx, l'oro era la merce-denaro; tuttavia, la teoria del denaro di Marx richiede soltanto l'accettazione sociale come equivalente universale.
[46] Marx, Capital, vol. 1, p. 139.
[47] Karl Marx, “Marginal Notes on Adolph Wagner’s Lehrbuch der Politschen Oekonomie” in Dragstedt, Value, p. 204.
[48] Marx, Capital, vol. 1, p. 129.
[49] Marx, Capital, vol. 1, p. 157.
[50] Marx, Capital, vol. 1, p. 129.
[51] Marx, Capital, vol. 1, p. 288.
[52] Heinrich, An Introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, p. 57, 63–64.
[53] Marx, Theories of Surplus Value, Part II, pag. 164, 202.
[54] Marx, Capital, vol. 3,pag. 294–95.
[55] Vedi la discussione sulla derivazione del capitale, in Michael A. Lebowitz, Beyond Capital: Marx’s Political Economy of the Working Class, New York, Palgrave Macmillan, 2003, pag. 55–60.
[56] «Il tasso di plusvalore è quindi un'esatta espressione del grado di sfruttamento della forza lavoro da parte del capitale, o del lavoratore da parte del capitalista». Marx, Capital, vol. 1, p. 326.
[57] Marx, Capital, vol. 1, pag. 1026–27.
[58] Vedi Lebowitz, Between Capitalism and Community, chapter 7.
[59] Heinrich, An Introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, pag. 57, 63–64.
[60] Come specifica Heinrich, la trasformazione dei valori «rappresenta un avanzamento concettuale della determinazione della forma della merce». Heinrich, An Introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, pag. 148–49.
Fonte
La legge del valore funziona in modi misteriosi. Per alcuni marxisti, essa è alla base di tutto ciò che dobbiamo sapere sul capitalismo.[1] Ma, così come Karl Marx affermava di non essere marxista, allo stesso modo avrebbe potuto dire: «Questa non è la mia legge del valore».
È tutta una questione di allocazione* del lavoro
«Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa. E ogni bambino sa pure che le quantità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono quantità diverse, e quantitativamente definite, del lavoro sociale complessivo». Karl Marx [2]Ogni bambino ai tempi di Marx potrebbe aver sentito parlare di Robinson Crusoe. Quel bambino potrebbe aver sentito dire che sulla sua isola Robinson doveva lavorare per non morire, che aveva «bisogni [di vario genere] da soddisfare». A tal fine, Robinson doveva «compiere lavori utili di vario genere»: costruiva mezzi di produzione (utensili), cacciava e pescava per il consumo immediato. Si trattava di funzioni diverse, ma tutte erano soltanto «modi differenti di lavoro umano», il suo lavoro. Dall'esperienza, sviluppò la Regola di Robinson: «Proprio la necessità lo costringe a dividere esattamente il proprio tempo fra le sue differenti funzioni». In questo modo, imparò che la quantità di tempo dedicata a ciascuna attività dipendeva dalla sua difficoltà, cioè dalla quantità di lavoro necessaria per ottenere l'effetto desiderato. Date le sue esigenze, imparò come allocare il suo lavoro per sopravvivere.[3]
Come per Crusoe, così per la società. Ogni società deve allocare il proprio lavoro aggregato in modo da ottenere le quantità di prodotti corrispondenti alle diverse quantità di bisogni. Come commentava Marx, «in quanto la società vuole che i suoi bisogni siano soddisfatti ed a tal fine richiede la produzione di un determinato articolo, essa necessariamente deve pagarlo... [lo] compera mediante una quantità determinata di tempo di lavoro, di cui essa può disporre».[4] Deve allocare quantità di lavoro «diverse e quantitativamente determinate» alla produzione di beni e servizi per il consumo diretto (II Sfera) e una quantità di lavoro altrettanto determinata per la produzione e la riproduzione dei mezzi di produzione (I Sfera).
Per garantire la riproduzione di una determinata società, deve essere disponibile una quantità di lavoro sufficiente per la riproduzione dei produttori – sia direttamente che indirettamente (ad esempio, rispettivamente nelle Sfere II e I) – in base al livello esistente di bisogni e alla produttività del lavoro. Ciò include non solo il lavoro nei luoghi di lavoro organizzati, che producono particolari prodotti e servizi materiali, ma anche il lavoro necessario assegnato alla casa e alla comunità e ai luoghi in cui vengono curate l'istruzione e la salute dei lavoratori. Ogni società, inoltre, deve allocare il lavoro a quello che possiamo chiamare III Sfera, un settore che produce strumenti di regolazione e che può contenere istituzioni come la polizia, l'autorità legale, l'apparato ideologico e culturale, e così via.
Oltre al lavoro necessario per mantenere i produttori, in ogni società di classe una quantità di lavoro sociale è necessaria per riprodurre coloro che governano. Pertanto, il processo di riproduzione richiede l'allocazione del lavoro non solo per la produzione di articoli di consumo, mezzi di produzione e mezzi particolari di regolazione, ma, in ultima analisi, per la produzione e la riproduzione dei rapporti di produzione stessi.
Riproduzione di una società socialista
Consideriamo una società socialista: «un'associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale».[5] Avendo identificato le diverse quantità di bisogni che desidera soddisfare, questa società di produttori associati alloca il proprio lavoro, diverso e quantitativamente determinato, attraverso un processo consapevole di pianificazione. A questo proposito, segue la Regola di Robinson: ripartisce il suo lavoro aggregato «secondo un piano [che] regola l’esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni» sociali.[6]
La premessa di questo processo di pianificazione è un particolare insieme di relazioni in cui i produttori associati riconoscono la loro interdipendenza e su questa base si impegnano nell'attività produttiva. «Come base della produzione si presuppone una produzione comunitaria, la comunanza della produzione». La trasparenza e la solidarietà tra i produttori, in breve, sono alla base dell'«organizzazione del lavoro» nella società socialista, con il risultato che le attività produttive sono consapevolmente «determinate da bisogni e da scopi comuni».[7] La riproduzione della società, in questo caso, «diventa produzione da parte di [produttori] liberamente associati e si trova sotto il loro controllo consapevole e pianificato».[8]
Per identificare i loro bisogni e la loro capacità di soddisfarli, i produttori cominciano dalle istituzioni più vicine a loro: i consigli comunali, che identificano i cambiamenti nei bisogni espressi dagli individui e dalle comunità, e i consigli dei lavoratori, dove i lavoratori esplorano il potenziale per soddisfare i bisogni locali. Questi bisogni e capacità vengono trasmessi a organismi più grandi e infine consolidati a livello di società nel suo complesso, dove è necessario operare scelte a livello sociale. Sulla base di queste decisioni (che vengono discusse dai produttori associati a tutti i livelli della società), la società socialista alloca direttamente il proprio lavoro in base ai propri bisogni, sia per la soddisfazione immediata che per quella futura.
Alla base di questo processo c'è «il bisogno di sviluppo dell'operaio stesso», «l'assoluto sfruttamento delle sue potenzialità creative», «lo sviluppo completo dell'individuo» – lo sviluppo di ciò che Marx chiamava esseri umani «ricchi».[9] Questo obiettivo è inteso come indivisibile: non è compatibile con disparità significative tra i membri della società. Nelle parole del Manifesto del Partito comunista, «il libero sviluppo di ciascuno è condizione per il libero sviluppo di tutti».[10] Di conseguenza, data la premessa della comunanza e della solidarietà, questa società socialista alloca il proprio lavoro per eliminare i deficit ereditati dalle formazioni sociali precedenti. La società socialista, in breve, è «fondata sullo sviluppo universale degli individui e sulla subordinazione della loro produttività collettiva, sociale, quale loro patrimonio sociale».[11]
La pianificazione consapevole – una mano visibile, una mano collettiva – è la condizione per costruire una società socialista. Questo processo, tuttavia, non si limita a produrre il cosiddetto piano giusto. È importante che produca e riproduca anche i produttori stessi e le relazioni tra di loro. Ciò che Marx chiamava «pratica rivoluzionaria» («il cambiamento simultaneo delle circostanze e dell'attività umana o l'autocambiamento») è centrale. Ogni attività umana produce due prodotti: il cambiamento delle circostanze e il cambiamento degli attori stessi. Nel caso particolare delle istituzioni socialiste, il tempo di lavoro speso in riunioni per sviluppare decisioni collettive non solo produce soluzioni che attingono alle conoscenze di tutti gli interessati, ma è anche un investimento che sviluppa le capacità di tutti coloro che prendono tali decisioni. Costruisce solidarietà a livello locale, nazionale e internazionale. Queste istituzioni e pratiche, in breve, sono al centro della regolamentazione dei produttori stessi (attività della III Sfera). Sono essenziali per la riproduzione della società socialista.[12]
Riproduzione di una società caratterizzata dalla produzione di merci
Ma che dire di una società non caratterizzata dalla comunanza, una società segnata invece da attori separati e autonomi? La premessa essenziale di una società di questo tipo è la separazione dei produttori indipendenti.[13] Piuttosto che una comunità di produttori, c'è un insieme di proprietari autonomi che dipendono, per la soddisfazione dei loro bisogni, dall'attività produttiva di altri proprietari. La «dipendenza reciproca dei produttori» esiste, ma si tratta di una «connessione di individui reciprocamente indifferenti». Infatti, «la [loro] unità e integrazione reciproca esiste, per così dire, come un rapporto naturale esterno agli individui, indipendentemente da loro». Tuttavia, se questi «individui indifferenti tra loro» non comprendono la loro connessione, come fa questa società ad allocare le sue «diverse e quantitativamente determinate quantità di lavoro aggregato della società» per soddisfare le sue «diverse quantità di bisogni»?[14]
Ovviamente, una società di questo tipo non utilizza la Regola di Robinson: non può allocare direttamente il suo lavoro aggregato in accordo con la distribuzione dei suoi bisogni. «È solo quando la società controlla efficacemente la produzione, regolandola in anticipo,», sottolinea Marx, «che essa crea il legame fra la misura del tempo di lavoro sociale dedicato alla produzione di un articolo determinato e l’estensione del bisogno sociale che tale articolo deve soddisfare».[15] Sebbene l'applicazione della Regola di Robinson non sia possibile, la sua funzione rimane. Come commenta Marx, in quelle relazioni semplici e trasparenti delineate per Robinson Crusoe «vi sono contenute tutte le determinanti essenziali del valore».[16] In particolare, rimane la «necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni specifiche».
La legge necessaria dell'allocazione proporzionale del lavoro aggregato, insisteva Marx, «non è certo abolita dalla forma specifica della produzione sociale». Cambia solo la forma di questa legge. Come scrisse Marx a Ludwig Kugelmann, «ciò che può mutare in condizioni storiche diverse non è che la forma con cui quelle leggi si impongono». Nella società produttrice di merci, la forma assunta da questa legge necessaria è la legge del valore. «La forma in cui questa distribuzione proporzionale del lavoro si afferma, in una data situazione sociale nella quale la connessione del lavoro sociale si fa valere come scambio privato dei prodotti individuali del lavoro, è appunto il valore di scambio di questi prodotti».[17]
Poiché l'allocazione del lavoro sociale incorporato nelle merci è «mediata attraverso l'acquisto e la vendita dei prodotti dei diversi rami dell'industria» (piuttosto che attraverso un «controllo genuino e preventivo» da parte della società), l'effetto immediato del mercato è un «modello disordinato di distribuzione dei produttori e dei loro mezzi di produzione».[18] Tuttavia, questo apparente caos mette in moto un processo attraverso il quale la necessaria allocazione del lavoro tenderà a emergere. Nella semplice produzione di beni, alcuni produttori riceveranno un reddito ben superiore al costo di produzione, mentre altri riceveranno un reddito ben inferiore. Supponendo che sia possibile, i produttori sposteranno la loro attività, cioè mostreranno una tendenza all'entrata e all'uscita. Di conseguenza, tenderebbe ad emergere un equilibrio in cui non c'è più motivo di muoversi per i singoli produttori di beni. Attraverso tali movimenti, i vari tipi di lavoro «vengono continuamente ridotti alle proporzioni quantitative in cui la società li richiede».
In breve, sebbene «il gioco del capriccio e del caso» significhi che l'allocazione del lavoro non corrisponde immediatamente alla distribuzione dei bisogni espressa dagli acquisti di merci, «le differenti sfere della produzione cercano costantemente di mettersi in equilibrio».[19] Attraverso la legge del valore, il lavoro viene allocato nelle proporzioni necessarie nella società produttrice di merci. «Così come p. es. trionfa con la forza, la legge della gravità», vediamo che «nei rapporti di scambio dei loro prodotti, casuali e sempre oscillanti, trionfa con la forza, come legge naturale regolatrice, il tempo di lavoro socialmente necessario per la loro produzione».[20] C'è una «tendenza costante da parte delle varie sfere di produzione verso l'equilibrio» proprio perché «la legge del valore delle merci determina in ultima istanza quanta parte del suo tempo di lavoro disponibile la società può impiegare per ogni tipo di merce».[21]
È possibile raggiungere nella realtà l'equilibrio in cui il lavoro viene allocato per soddisfare i bisogni della società? Se pensiamo a una società caratterizzata dalla semplice produzione di merci, l'equilibrio si verifica quando tutti i produttori di merci ricevono l'equivalente del lavoro contenuto nelle loro merci. In realtà, tuttavia, esistono notevoli barriere all'uscita e all'entrata: le particolari competenze e capacità possedute dai singoli produttori non saranno facilmente trasferite alla produzione di merci diverse. In effetti, questo processo potrebbe richiedere una generazione, nel qual caso i produttori di alcuni settori appariranno privilegiati per lunghi periodi.
Nel caso della produzione capitalistica di merci – oggetto del Capitale – il singolo capitalista «obbedisce alla legge immanente, e quindi all'imperativo morale, del capitale di produrre quanto più plusvalore possibile».[22] Di conseguenza, si verifica una «distribuzione proporzionale del capitale sociale totale, in continuo cambiamento, reso possibile dalla immigrazione o dalla emigrazione di capitale rispetto alle particolari sfere di produzione».[23] L'equilibrio si verifica quando tutti i produttori ottengono un uguale tasso di profitto sul loro capitale avanzato per i mezzi di produzione e la forza lavoro. Questa tendenza «ha l'effetto di distribuire la massa totale del tempo di lavoro sociale tra le varie sfere di produzione secondo il bisogno sociale».[24] Tuttavia, anche in questo caso c'è un ostacolo alla realizzazione dell'equilibrio: l'esistenza di un capitale fisso incorporato in particolari sfere non consente una facile uscita ed entrata.
Tuttavia, per Marx, la legge del valore (il processo attraverso il quale il lavoro viene allocato nelle proporzioni necessarie nel capitalismo) funziona in modo più fluido man mano che il capitalismo si sviluppa. Il «libero movimento del capitale tra queste diverse sfere di produzione come tanti campi di investimento disponibili» ha come condizione lo sviluppo del sistema creditizio e bancario. Solo come capitale monetario il capitale «possiede la forma in cui viene distribuito come elemento comune tra queste diverse sfere, tra la classe capitalista, a prescindere dalla sua applicazione particolare, in base alle esigenze di produzione di ciascuna sfera particolare».[25] Nella sua forma monetaria, il capitale è astratto da impieghi particolari. Solo nel capitale monetario, nel mercato monetario, scompaiono tutte le distinzioni relative alla qualità del capitale: «Tutte le forme particolari del capitale, derivanti dal suo investimento in particolari sfere di produzione o di circolazione, sono qui cancellate. Esso esiste qui nella forma indifferenziata, autoidentica, di valore indipendente, del denaro».[26]
L'equiparazione dei tassi di profitto «presuppone lo sviluppo del sistema creditizio, che concentra insieme la massa inorganica del capitale sociale disponibile nei confronti del singolo capitalista».[27] Cioè, presuppone il dominio del capitale finanziario: i banchieri «diventano i gestori generali del capitale monetario», che ora appare come «una massa concentrata e organizzata, posta sotto il controllo dei banchieri in quanto rappresentanti del capitale sociale in modo del tutto diverso dalla produzione reale».[28]
L'autocritica di Marx
Non c'è modo migliore per comprendere la teoria del valore di Marx che vedere come egli rispose ai critici del Capitale. Rispetto a una particolare recensione, Marx commentò a Kugelmann nel luglio 1868 che la necessità di dimostrare la legge del valore rivela la «più completa ignoranza, sia della cosa di cui si tratta, sia del metodo della scienza». Ogni bambino, continuava Marx, sa che «le quantità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono quantità diverse, e quantitativamente definite, del lavoro sociale complessivo». Come può il critico non vedere che «questa necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite, non è affatto annullata dalla forma definita della produzione sociale, [ma solo può cambiare il suo modo di apparire], è SELF-EVIDENT!»[29] Analogamente, rispondendo all'obiezione di Eugen Dühring alla sua discussione sul valore, Marx scrisse a Friedrich Engels nel gennaio del 1868 che «in realtà, nessuna forma di società può impedire che il tempo di lavoro a disposizione della società regoli la produzione in UN MODO O IN UN ALTRO».[30] Questo era il punto: in una società produttrice di merci, in quale altro modo il lavoro potrebbe essere allocato – se non dal mercato!
Sebbene su tale punto Marx fosse più chiaro in queste lettere che nel Capitale, nella sua critica all'economia politica classica si espresse in modo trasparente sul valore e sul denaro. A differenza degli economisti volgari, che non andavano al di sotto della superficie, gli economisti classici (a loro merito) avevano cercato di «cogliere la connessione interna in contrasto con la molteplicità delle forme esteriori».[31] Gli economisti classici cominciarono spiegando il valore relativo con la quantità di tempo-lavoro, ma «non si posero mai una volta la domanda perché questo contenuto abbia assunto quella particolare forma, cioè perché il lavoro sia espresso in valore e perché la misura del lavoro in base alla sua durata sia espressa nel valore del prodotto».[32] La loro analisi, in breve, partiva dal centro.
Questo approccio classico caratterizzava il pensiero iniziale di Marx. È importante riconoscere che la critica di Marx era un'autocritica, una critica di opinioni che lui stesso aveva accettato in precedenza. Nel 1847, Marx dichiarò che «la teoria dei valori di David Ricardo è l'interpretazione scientifica della vita economica reale».[33] Nei Principi di economia politica e dell’imposta, Ricardo aveva sostenuto che «il valore di una merce... dipende dalla quantità relativa di lavoro necessaria per la sua produzione». Con ciò intendeva «non solo il lavoro applicato immediatamente alle merci», ma anche il lavoro «impiegato per gli attrezzi, gli strumenti e gli edifici con cui tale lavoro è svolto». Di conseguenza, i valori relativi delle diverse merci erano determinati dalla «quantità totale di lavoro necessaria per produrle e metterle sul mercato». Questa era «la regola che determina le rispettive quantità di merci che devono essere date in cambio l'una dell'altra».[34]
Nei suoi primi lavori, Marx seguì Ricardo. «Le oscillazioni della domanda e della disponibilità», scrive Marx in Lavoro salariato e capitale, «riconducono sempre il prezzo di una merce ai costi di produzione» (cioè al suo «prezzo naturale»). Questa era la teoria del valore di Ricardo: «La determinazione del prezzo secondo i costi di produzione è uguale alla determinazione del prezzo sulla base della durata del lavoro che si richiede per la produzione di una merce». Inoltre, questa regola si applicava anche alla determinazione dei salari, che erano «determinati dai costi di produzione, dal tempo di lavoro che si richiede per produrre questa merce, il lavoro».[35] Lo stesso punto fu espresso nel Manifesto del Partito comunista del 1848: «il prezzo di una merce, quindi anche quello del lavoro, è uguale ai suoi costi di produzione».[36]
Negli anni ‘50 del XIX secolo, tuttavia, Marx iniziò a sviluppare una nuova concezione. Nei quaderni scritti nel 1857-58, che costituiscono i Grundrisse, inizia la sua critica dell'economia politica classica. Marx concluse i Grundrisse annunciando che il punto di partenza dell'analisi non doveva essere il valore (come aveva fatto Ricardo), ma la merce, che «appare come unità di due determinazioni» – il valore d'uso e il valore di scambio.[37] La merce e, in particolare, il suo carattere bifronte è il punto di partenza della sua critica e il modo in cui inizia sia Per la critica dell'economia politica (1859) sia Il Capitale.[38]
I migliori punti del Capitale
La legge del valore come «legge regolatrice della natura» non era uno dei punti migliori del Capitale, né uno degli «elementi fondamentalmente nuovi del libro». Dopotutto, se la legge del valore è la tendenza dei prezzi di mercato ad avvicinarsi all’equilibrio, allo stesso modo in cui «si afferma la legge di gravità», allora questa «legge regolatrice della natura» era già presente in Ricardo.
Piuttosto, ciò che Marx sosteneva nel Capitale è che l’economia politica classica non comprendeva il valore. «Per quanto riguarda il valore in generale, l’economia politica classica non distingue esplicitamente in nessun luogo, in modo esplicito e chiaramente consapevole, tra il lavoro che appare nel valore di un prodotto, e lo stesso lavoro che appare nel valore d’uso del prodotto».[39] Ma questa distinzione, dichiarò Marx a Engels nell’agosto 1867, è «fondamentale per ogni comprensione dei FATTI!» Questo «duplice carattere del lavoro», egli indicava, è uno dei «punti migliori del mio libro» (e, in effetti, è il punto migliore del primo volume del Capitale).[40]
Marx ha espresso lo stesso concetto nella prima edizione del primo volume del Capitale a proposito del duplice carattere del lavoro nelle merci: «questo aspetto, che per primo ho sviluppato in modo critico, è il punto di partenza da cui dipende la comprensione dell’economia politica».[41] Scrivendo nuovamente a Engels nel gennaio 1868, Marx descrive la sua analisi del duplice carattere del lavoro rappresentato nelle merci come uno dei «tre elementi fondamentalmente nuovi del libro». Tutti gli economisti precedenti, non avendolo compreso, furono «destinati a scontrarsi ovunque con l’inspiegabile. Questo è di fatto l’intero segreto della concezione critica».[42]
Il segreto della concezione critica, il punto di partenza per la comprensione dell'economia politica, la base per ogni comprensione dei fatti: che cosa ha reso così importante la rivelazione del duplice carattere del lavoro nelle merci? Molto semplicemente, è il riconoscimento che il lavoro effettivo, specifico, concreto, tutte quelle ore di lavoro reale impiegate per produrre una determinata merce, di per sé non hanno nulla a che fare con il suo valore. Non si possono sommare le ore di lavoro del falegname al lavoro contenuto nei mezzi di produzione consumati per ricavare il valore della merce del falegname. Quel lavoro specifico, piuttosto, è stato impiegato nella produzione di una cosa da usare, nota anche come valore d'uso. Inoltre, non si possono spiegare i valori relativi attraverso il conteggio della quantità di lavoro specifico contenuta in valori d’uso separati. Se non si distingue chiaramente tra i duplici aspetti del lavoro nella merce, non si è compresa la critica di Marx all'economia politica classica.
Il lavoro di Marx sulla teoria del denaro
«Qui si tratta di compiere un’impresa», annunciò Marx, «che non è neppure stata tentata dall’economia politica borghese».[43] Questo compito consisteva nello sviluppare la sua teoria del denaro – in particolare, di rivelare che il denaro è il rappresentante sociale del lavoro aggregato nelle merci. Per questo Marx ha dimostrato che (1) il concetto di denaro è latente nel concetto di merce e (2) che il denaro rappresenta il lavoro astratto in una merce e che la manifestazione di quest'ultimo, la sua unica manifestazione, è il prezzo della merce.
Se sommare le ore di lavoro concreto necessarie per produrre una merce non ne rivela il valore, che cosa lo rivela? Niente, se stiamo considerando una singola merce. «Potremo voltare e rivoltare una singola merce quanto vorremo, ma come cosa di valore rimarrà inafferrabile».[44] Possiamo avvicinarci alla comprensione del valore di una merce solo considerandola in una relazione. La forma più semplice (ma non sviluppata) di questa relazione è quella di valore di scambio: il valore della merce A è uguale a x unità della merce B, dove B è un valore d'uso. Abbiamo sempre conosciuto A come valore d'uso, ma ora conosciamo il valore di A dal suo equivalente in B. (Se invertiamo questo, diremmo che il valore di B è uguale a 1/x unità di A, e qui A è l'equivalente). La seconda merce, l'equivalente, è uno specchio del valore della prima merce. È attraverso questa relazione sociale che possiamo cogliere la merce come qualcosa che possiede valore.
Avendo stabilito che il valore di una merce si rivela attraverso il suo equivalente, Marx procede logicamente, passo dopo passo, a definire l'esistenza di una merce che funge da equivalente per tutte le merci, che cioè è la forma generale del valore. Da qui a rivelare la forma monetaria del valore il passo è breve: il denaro come equivalente universale, il denaro come rappresentante del valore.[45] In breve, una volta che iniziamo ad analizzare una società che scambia merci, siamo condotti al concetto di denaro. Questo è ciò che Marx identifica come suo compito: «Dobbiamo dimostrare la genesi di questa forma di denaro, dunque di perseguire lo svolgimento dell’espressione di valore contenuta nel rapporto di valore delle merci, dalla sua figura più semplice e inappariscente, fino all’abbagliante forma di denaro. Con ciò scomparirà anche l’enigma del denaro».[46] Ma questo era un libro chiuso per gli economisti classici; «Ricardo», commentò Marx anni dopo, «in realtà si occupava solo del lavoro come misura della grandezza del valore e quindi non trovava alcun collegamento tra la sua teoria del valore e l’essenza del denaro».[47]
Ma cos'è il denaro? Per capire il denaro dobbiamo tornare al duplice carattere del lavoro nelle merci, quel punto da cui dipende la comprensione dell’economia politica. Sappiamo che il lavoro concreto e specifico produce valori d'uso specifici. Poiché il lavoro è concreto, non possiamo confrontare merci contenenti diverse qualità di lavoro. Ma possiamo confrontarle se le astraiamo dalle loro specificità, cioè se le consideriamo come contenenti lavoro in generale, lavoro astratto, «uguale lavoro umano, il dispendio di identica forza-lavoro umana».[48] Il lavoro complessivo della società è un composto di molti «diversi modi di lavoro umano»: «la forma compiuta o totale di apparenza del lavoro umano è costituita dalla totalità delle sue forme particolari di apparenza».[49] «L’unica massa omogenea della forza-lavoro umana», quel lavoro universale, uniforme, astratto, sociale in generale, il «lavoro umano puro e semplice», entra in ogni merce.[50]
Pensate al lavoro aggregato nelle merci come ad una gelatina, composta da una serie di unità identiche e omogenee. Una certa quantità di questa gelatina entra in ogni merce. Il valore di una merce è determinato dalla quantità che questa gelatina – quanto lavoro omogeneo, universale, astratto, quella comune “sostanza sociale” – contiene. Ovviamente non possiamo sommare la gelatina in modo semplice, come potremmo fare con il lavoro concreto. Come possiamo allora vedere il valore di una merce? Abbiamo già risposto a questa domanda. Il valore di una merce (cioè il lavoro omogeneo, generale, astratto contenuto nella merce) è rappresentato dalla quantità di denaro, che è il suo equivalente. Infatti l’unica forma in cui il valore delle merci può manifestarsi è la forma denaro.
Ogni società ottiene le quantità di prodotti corrispondenti alle diverse quantità dei suoi bisogni dedicando alla loro produzione una parte del tempo di lavoro disponibile. Come già detto, «se la società vuole soddisfare i propri bisogni e far produrre un articolo a questo scopo, deve pagarlo…[e] lo compra con una certa quantità di tempo-lavoro che ha a disposizione.»[51] Come soddisfiamo i nostri bisogni nel capitalismo? Li acquistiamo con il rappresentante del lavoro sociale totale delle merci: il denaro.
Ignoranza sia del tema in discussione che del metodo scientifico
Come scrive Michael Heinrich, «molti marxisti hanno difficoltà a comprendere l’analisi di Marx», come gli economisti borghesi, «tentano di sviluppare una teoria del valore senza riferimento al denaro».[52] Tuttavia è un po' difficile capire il perché, viste le critiche di Marx all'economia politica classica proprio su questo punto. Ricardo, commentava Marx, non aveva compreso «e nemmeno sollevato come problema» la «connessione tra il valore, la sua misura immanente – cioè il tempo-lavoro – e la necessità di una misura esterna dei valori delle merci». Ricardo non ha esaminato il lavoro astratto, il lavoro che «si manifesta nei valori di scambio – la natura di questo lavoro. Quindi non coglie la connessione di questo lavoro con il denaro o il fatto che debba assumere la forma di denaro».[53]
Per questo Marx si è impegnato a «mostrare l’origine di questa forma di denaro” e di risolvere “il mistero del denaro”, un compito «che non è neppure stato tentato dall’economia politica borghese». Dobbiamo comprendere la natura del denaro e come si passa direttamente dal valore al denaro. Come ha spiegato nel capitolo 10 del terzo volume del Capitale:
occupandoci del denaro, si è presupposto che le merci fossero vendute al loro valore, non essendovi alcun motivo per esaminare il caso di uno scarto fra prezzo e valore, trattandosi unicamente dei mutamenti di forma che la merce subisce nella sua trasformazione in denaro e nella sua ritrasformazione da denaro in merce. Non appena la merce è stata venduta e una nuova merce è stata acquistata con tale denaro, abbiamo davanti a noi la metamorfosi completa e da questo punto di vista è indifferente che il prezzo della merce sia superiore o inferiore al suo valore. Il valore della merce rimane importante come fondamento, poiché è solo in base ad esso che è possibile sviluppare il concetto del denaro e del prezzo, che, secondo il suo concetto generale è da principio nient'altro che la forma monetaria del valore.[54]Per capire perché Marx riteneva essenziale risolvere il mistero del denaro, è utile comprendere il suo metodo di derivazione dialettica. Come G.W.F. Hegel, esaminando determinati concetti, scoprì che essi contenevano implicitamente un secondo termine; procedette quindi a considerare l'unità dei due concetti, trascendendo così l'unilateralità di ciascuno di essi e passando a concetti più ricchi. In questo modo, Marx analizzò la merce e scoprì che conteneva, latente al suo interno, il concetto di denaro, la forma indipendente del valore, e che la merce si differenziava in merce e denaro. Inoltre, considerando la relazione tra merce e denaro da tutti i lati, Marx ha scoperto il concetto di capitale.[55]
Il concetto di capitale, insomma, non cade dal cielo. È contrassegnato dalle categorie precedenti. Poiché il denaro è il rappresentante del lavoro astratto, dell’omogeneo lavoro complessivo della società, il capitale deve essere inteso come accumulazione di omogeneo lavoro astratto. Intendendo il denaro come latente nelle merci, rifiutiamo l’immagine del denaro giustapposto esternamente alle merci come nell’economia politica classica e riconosciamo, quindi, che il lavoro astratto è sempre presente nel concetto di capitale.
Tuttavia, non tutte le accumulazioni di lavoro astratto sono capitale. Affinché corrispondano al concetto di capitale, devono essere spinte dall'impulso alla crescita e avere un valore che si espande da solo (cioè M-C-M´). Tuttavia, come è possibile questo, presupponendo lo scambio di equivalenti? Da dove viene il valore aggiunto, il plusvalore? Le due domande esprimono la stessa cosa: in un caso, sotto forma di lavoro oggettivato; nell'altro, sotto forma di lavoro vivo, fluido.[56]
La risposta ad entrambe è che, con la disponibilità di forza-lavoro come merce, il capitale può ora assicurarsi ulteriore lavoro (astratto). Ciò non è dovuto a qualche qualità occulta della forza-lavoro, ma al fatto che, acquistando forza-lavoro, il capitale si trova ora in una relazione di «supremazia e subordinazione» rispetto ai lavoratori, una relazione che porta con sé la «costrizione a svolgere pluslavoro».[57] Questa costrizione, insita nei rapporti di produzione capitalistici, è la fonte della crescita del capitale.
Consideriamo il plusvalore assoluto concentrandoci sul “lavoro vivo, fluido”. Il valore della forza-lavoro, o lavoro necessario, in un dato momento rappresenta la quota di lavoro sociale aggregato che va ai lavoratori. La restante quota di lavoro sociale viene catturata dai capitalisti. Quando il capitale usa il suo potere per aumentare la durata o l’intensità della giornata lavorativa, il lavoro sociale totale aumenta; supponendo che il lavoro necessario rimanga costante, il capitale è l’unico beneficiario. Il rapporto tra pluslavoro e lavoro necessario – il tasso di sfruttamento – aumenta.
In alternativa, aumentiamo la produttività del lavoro. Per produrre la stessa quantità di valori d’uso è necessario meno lavoro totale. Di conseguenza, l’aumento della produttività porta con sé la possibilità di ridurre la giornata lavorativa (una possibilità non realizzata nel capitalismo). Se, al contrario, il lavoro sociale aggregato rimanesse costante, chi sarebbe il beneficiario di un tale aumento di produttività? Supponendo che la classe operaia sia atomizzata e che il capitale sia in grado di dividere sufficientemente i lavoratori, il capitale ottiene un plusvalore relativo perché il lavoro necessario diminuisce. In alternativa, nella misura in cui i lavoratori saranno sufficientemente organizzati come classe, beneficeranno degli aumenti di produttività con un aumento dei salari reali, in quanto i valori delle merci diminuiranno. Nel Capitale, questa seconda opzione è sostanzialmente preclusa perché, seguendo gli economisti classici, Marx presupponeva che il criterio di necessità fosse dato e fissato.[58]
In breve, dobbiamo comprendere il denaro se vogliamo comprendere il capitale, e per questo dobbiamo cogliere il duplice carattere del lavoro che entra in una merce. Sfortunatamente, molti marxisti non riescono a cogliere la distinzione «tra il lavoro come appare nel valore di un prodotto, e lo stesso lavoro come appare nel valore d’uso del prodotto» – distinzione che Marx considerava «fondamentale per ogni comprensione dei FATTI». Di conseguenza, essi offrono una «teoria del valore senza riferimento al denaro», ciò che Heinrich chiama teorie «pre-monetarie del valore», che io considero teorie pre-marxiane del valore o teorie ricardiane del valore.[59]
I marxisti ricardiani non colgono la logica di Marx, o il modo in cui Marx passa logicamente dall'astratto al concreto. Il problema è particolarmente evidente quando si tratta del cosiddetto problema della trasformazione. Ciò che non riescono a capire coloro che tentano di calcolare la trasformazione dai valori ai prezzi di produzione è che, piuttosto che trasformare i valori realmente esistenti, i prezzi di produzione sono semplicemente un ulteriore sviluppo logico del valore.[60] Il reale movimento va dai prezzi di mercato ai prezzi di equilibrio, cioè ai prezzi di produzione. Come abbiamo visto, è così che la legge del valore alloca il lavoro aggregato nelle merci, in modo simile alla legge di gravità. L’incapacità di questi marxisti di distinguere tra il logico e il reale dimostra la loro «completa ignoranza sia del tema in discussione che del metodo scientifico».
Note
* N.d.T. Abbiamo tradotto l'inglese allocation, con allocazione. In questo articolo, allocazione ha come sinonimi, in relazione al contesto in cui viene adottato, termini come: ripartizione, distribuzione, divisione, destinazione. Nel linguaggio marxiano viene adottato, più comunemente, il termine "divisione del lavoro", ma abbiamo deciso di seguire l'indicazione dell'autore in quanto egli stesso utilizza il termine inglese "allocation of labour" invece di "division of labour".
[1] Nella sua bella introduzione e interpretazione del Capitale, Michael Heinrich critica il marxismo tradizionale e la visione del mondo, An introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, New York, Monthly Review Press, 2012. Heinrich approfondisce ulteriormente le prime sezioni del primo volume del Capitale, in Michael Heinrich, How to Read Marx’s Capital, New York, Monthly Review Press, 2021.
[2] Karl Marx, Lettera a Ludwig Kugelmann. Londra 11 luglio 1868, in Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, XLIII, Roma, 1975, pp. 597-598.
[3] Karl Marx, Capital, vol. 1, London, Penguin, 1977, pag. 169–70.
[4] Karl Marx, Capital, vol. 3, London, Penguin, 1981, p. 288.
[5] Marx, Capital, vol. 1, p. 171.
[6] Marx, Capital, vol. 1, p. 172.
[7] Karl Marx, Grundrisse, London, Penguin, 1973, pag. 171–72.
[8] Marx, Capital, vol. 1, p. 173.
[9] Marx, Capital, vol. 1, p. 772; Marx, Grundrisse, pag. 488, 541, 708; Karl Marx, Critique of the Gotha Programme in Marx and Engels, Selected Works, vol. 2, Moscow, Foreign Languages Press, 1962, p. 24.
[10] Marx and Engels, Collected Works, vol. 6, 506.
[11] Marx, Grundrisse, pag. 158–59.
[12] Su questa visione della società socialista, vedi Michael A. Lebowitz, The Socialist Alternative: Real Human Development, New York, Monthly Review Press, 2010, e Michael A. Lebowitz, Between Capitalism and Community, New York, Monthly Review Press, 2020.
[13] La discussione sul singolo produttore di merci si applica anche ai produttori di merci collettivi o di gruppo (come nel caso delle cooperative).
[14] Marx, Grundrisse, pag. 156–58.
[15] Marx, Capital, vol. 3, pag. 288–89.
[16] Marx, Capital, vol. 1, p. 170.
[17] Marx e Engels, Collected Works, vol. 43, p. 68.
[18] Marx, Capital, vol. 1, 476. È importante tenere presente la distinzione tra lavoro aggregato nelle merci e lavoro aggregato nella società nel suo insieme.
[19] Marx, Capital, vol. 1, p. 476.
[20] Marx, Capital, vol. 1, p. 168.
[21] Marx, Capital, vol. 1, p. 476.
[22] M arx, Capital, vol. 1, p. 1051.
[23] Marx, Capital, vol. 3, p. 895.
[24] Karl Marx, Theories of Surplus Value, Part II, Moscow, Progress Publishers, 1968, p. 209.
[25] Marx, Capital, vol. 3, p. 491.
[26] Marx, Capital, vol. 3, p. 490. Stiamo qui descrivendo il cosiddetto jelly capital, [capitale gelatina].
[27] Marx, Capital, vol. 3, p. 298.
[28] Marx, Capital, vol. 3,pag. 528, 491.
[29] Marx e Engels, Collected Works, vol. 43, p. 68.
[30] Marx e Engels, Collected Works, vol. 42, p. 515.
[31] Karl Marx, Theories of Surplus Value, Part III, Moscow, Progress Publishers, 1971, p. 500.
[32] Marx, Capital, vol. 1, pag. 173–74.
[33] Marx e Engels, Collected Works, vol. 6, pag. 121, 123–24.
[34] David Ricardo, The Principles of Political Economy and Taxation, Homewood, Richard D. Irwin, Inc., 1963, pag. 5–6, 12–13, 42.
[35] Karl Marx, Wage Labour and Capital in Marx and Engels, Collected Works, vol. 9, p. 208–9.
[36] Marx e Engels, Collected Works, vol. 6, p. 491. In questo caso Marx accetta la simmetria di Ricardo nella produzione di cappelli e uomini, e continua a mantenere questa posizione nel Capitale. Per una critica, vedi Lebowitz, “The Burden of Classical Political Economy” in Lebowitz, Between Capitalism and Community, chapter 6.
[37] Marx, Grundrisse, p. 881.
[38] Tuttavia, al momento della stesura del Capitale, Marx era passato a identificare la duplice natura della merce come valore d'uso e valore, e dichiarava che il valore di scambio è solo la forma necessaria che assume il valore.
[39] Marx, Capital, vol. 1, p. 173 n.
[40] Marx e Engels, Collected Works, vol. 42, p. 407.
[41] Albert Dragstedt, Value: Studies by Karl Marx, London, New Park Publications, 1976, p. 11.
[42] Marx e Engels, Collected Works, vol. 42, p. 514.
[43] Marx, Capital, vol. 1, p. 139.
[44] Marx, Capital, vol. 1, p. 138.
[45] Nell'economia politica classica ed ai tempi di Marx, l'oro era la merce-denaro; tuttavia, la teoria del denaro di Marx richiede soltanto l'accettazione sociale come equivalente universale.
[46] Marx, Capital, vol. 1, p. 139.
[47] Karl Marx, “Marginal Notes on Adolph Wagner’s Lehrbuch der Politschen Oekonomie” in Dragstedt, Value, p. 204.
[48] Marx, Capital, vol. 1, p. 129.
[49] Marx, Capital, vol. 1, p. 157.
[50] Marx, Capital, vol. 1, p. 129.
[51] Marx, Capital, vol. 1, p. 288.
[52] Heinrich, An Introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, p. 57, 63–64.
[53] Marx, Theories of Surplus Value, Part II, pag. 164, 202.
[54] Marx, Capital, vol. 3,pag. 294–95.
[55] Vedi la discussione sulla derivazione del capitale, in Michael A. Lebowitz, Beyond Capital: Marx’s Political Economy of the Working Class, New York, Palgrave Macmillan, 2003, pag. 55–60.
[56] «Il tasso di plusvalore è quindi un'esatta espressione del grado di sfruttamento della forza lavoro da parte del capitale, o del lavoratore da parte del capitalista». Marx, Capital, vol. 1, p. 326.
[57] Marx, Capital, vol. 1, pag. 1026–27.
[58] Vedi Lebowitz, Between Capitalism and Community, chapter 7.
[59] Heinrich, An Introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, pag. 57, 63–64.
[60] Come specifica Heinrich, la trasformazione dei valori «rappresenta un avanzamento concettuale della determinazione della forma della merce». Heinrich, An Introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, pag. 148–49.
Fonte
30/08/2020
Il debito pubblico italiano è uno Schema Ponzi
Italia, terra di santi, di poeti e navigatori, ma soprattutto di ragionieri.
Da quando i dati sono largamente accessibili nella loro presunta forma grezza (o neutra) tutti ci siamo riscoperti analisti economici.
Basta accedere a una della banche dati disponibili – Eurostat, Banca mondiale, Ocse, Banca d'Italia.
per dotarsi di una razione ragionevole di dati per dimostrare qualsiasi teoria.
L’impresa sulla quale si stanno misurando in molti in questi giorni su Facebook è la dimostrazione, dati alla mano, della teoria che assimila il debito pubblico italiano a uno schema Ponzi.
Nello Schema Ponzi (wikipedia) a una persona che ha una certa quantità di denaro liquido viene proposto un investimento dal quale ricaverà un guadagno facile e veloce e superiore ai tassi di mercato. Dopo poco tempo, all'invertitore viene pagata una discreta somma, facendogli credere che il sistema funzioni. Si sparge la voce, altre persone aderiscono al Sistema Ponzi e investono i loro risparmi. Con una parte dei soldi via via incassati dai nuovi aderenti si pagano gli interessi ai vecchi aderenti. Tutto funziona finché le richieste di rimborso del capitale versato non superano i nuovi investimenti.
E possibile – questa è l’ipotesi che ho letto su un profilo Facebook (Luca Foresti) – che il debito pubblico italiano funzioni come uno schema Ponzi?
Vediamo la dimostrazione (dati alla mano).
«Il PIL italiano del 2019 è stato di 1787 Mld€. Il calo del 2020 sarà circa del 11,2%, ovvero -200Mld€. Il deficit previsto sarà dell’11,1% del PIL, ovvero 198Mld. Le entrate di cassa nel 2021 e 2022 dal Recovery-Fund saranno di 209Mld, con un aumento di debito di 161Mld, ovvero l’equivalente di un altro +9% di rapporto debito/PIL. Il debito pubblico Italiano arriverà al 159% del PIL a fine anno, con un tasso di interesse medio dell’1,5% circa. Molto probabilmente anche nel 2021 il deficit sarà superiore al 5%. O questo paese fa riforme strutturali potenti che ci mandano su crescite elevate (almeno il 3%) per molti anni, oppure – conclude l’utente Facebook – questo è uno schema Ponzi»
Lo Stato italiano chiede in prestito soldi agli investitori, gli investitori – poveri caproni! – non sanno che stanno prestando soldi a Mister Ponzi, anche perché il Signor Ponzi li gratifica con un interesse superiore a quello che pagano Francia, Germania e Olanda. Sono contenti quando intascano gli interessi, ma non sanno che, quando si presenteranno per chiedere l'incasso del capitale versato, lo Stato italiano butterà giù la maschera, e dirà loro la verità sui conti, ovvero che la cassa è vuota, che i soldi avuti in prestito sono finiti nel pagamento di interessi, e che il tutto era una truffa, e via discorrendo.
Questa dimostrazione non fa una piega. I dati prodotti confermano ogni punto della teoria. Senonché non siamo in presenza di un’analisi economica, siamo in presenza di un mero calcolo aritmetico, degno di un modesto ragioniere. Si potrebbero avanzare svariate obiezioni a questa dimostrazione, ma la migliore è la più semplice. Ma gli investitori – assicurazioni, banche ordinarie e banche centrali, fondi pensione, fondi sovrani – sono davvero così ingenui?
Prendiamo il caso della banca centrale. Cosa fa la banca centrale quando compra titoli del debito italiano? Stampa un po’ di soldi e li dà allo Stato italiano. Con questi soldi lo Stato paga stipendi e pensioni (e interessi). La banca incassa gli interessi, e si cura del capitale solo nella misura in cui esso svaluta proporzionalmente i crediti e i contanti in circolazione. Che cos’è per la banca il capitale investito? È fiat money – moneta creata dal nulla.
Dire che è moneta interamente creata dal nulla è una esagerazione, visto che parte della ricchezza dirottata verso pensioni e stipendi proviene da una erosione delle posizioni attive (e negative) pregresse. Quando la banca centrale compra titoli, tira un bel pacco – subito, senza aspettare il signor Ponzi – a tutti quelli che hanno un saldo positivo o vantano un credito.
Come è possibile tutto ciò?
Dal punto di vista del ragioniere una cosa del genere è totalmente incomprensibile.
Il ragioniere usa la moneta come il sarto usa il metro. Se ho registrato sul libro mastro un credito verso Tizio di mille euro, alla scadenza, pensa il ragioniere, Tizio mi pagherà niente più e niente meno che mille euro.
E così sarà. Potete crederci. I numeri sono numeri!
Una volta incassata la sommetta il ragioniere corre al negozio per comprare la bicicletta che tanto desiderava, ma mille euro non sono più sufficienti, il prezzo della bici è aumentato, e sarebbe aumentato ancora di più se, nello stesso lasso di tempo, i soldi di Tizio avessero fatto qualche altro acquisto prima di arrivare al ragioniere, o se fossero serviti come base per l’emissione di nuovi crediti-debiti.
La moneta di conto è anche denaro. Il ragioniere misura con moneta, e può star certo di misurare con precisione matematica. Ma quando passa all’incasso non riceve moneta, riceve denaro. E il denaro, a differenza della moneta, è determinato, finito, spicciolo. La banconota, il soldo di argento, la cripto-valuta, sono denaro spicciolo, determinato, finito.
Cosa vuol dire determinato?
Spinoza diceva che «omnis determinatio est negatio», e con ciò voleva dire che il valore di questo denaro «qui» varia col variare delle condizioni che gli si oppongono, e siccome le condizioni sono sempre diverse, il valore del denaro non è stabile.
Hayek, come tutti gli economisti austriaci – Menger, Mises, Böhm-Bawerk, che sprezzava ogni tentativo di introdurre concetti metafisici in economia – si atteneva alla realtà effettiva. Conosceva i capricci e l’inaffidabilità del denaro, sapeva benissimo che il metro si accorcia e si allunga in continuazione. Perciò, nel suo arcinoto studio sulla denazionalizzazione della moneta, suggeriva di tenere sotto controllo i movimenti con cervelloni elettronici e display interattivi installati in ogni negozio, su ogni scaffale, su ogni prodotto, più o meno quello che vorrebbe fare Facebook con Libra, la sua moneta elettronica denazionalizzata.
Per arrestare il movimento del mondo ci vuole più di uno stupido cervellone elettronico, o di un numero sterminato di minicomputer messi nelle mani dei consumatori. Ci vuole la capa tosta di un umile ragioniere che dà fiducia ai numeri, ovvero alla metafisica, alla sostanza. E quando dice che i conti non tornano, che si tratta di uno schema Ponzi o di cose di questo tipo, non bisogna affrettarsi a dargli torto.
Dopodiché – dopodiché, sono molte le obiezioni che gli si potrebbero fare. Come per esempio quella cara ai circuitisti.
Da dove arriva il capitale iniziale? Da dove arriva la moneta del primo acquisto? Se «il primo acquisto» si ripete in ogni acquisto – come è sfuggito di chiarire ad Augusto Graziani – le cose si complicano ancora di più, e usare il denaro come il sarto usa il suo metro diventa un'impresa che solo l’ingenuità di un ragioniere può permettere di affrontare con successo – più o meno.
Dopo aver vagato a destra e a manca non resta che chiudere con un keynesiano – Federico Caffè – il quale nel 1979 [L’economia contemporanea], riproponendo un passo di Kindleberger, diceva che i monetaristi moderni si trovano in difficoltà nel decidere se debbono definire la moneta con M1, contanti e depositi a vista; M2 costituita da M1 con l’aggiunta dei depositi vincolati; M3, formata da M2 con l’aggiunta di titoli statali con elevata liquidità; o qualche altra designazione. Mi si dice che alcuni studiosi sono giunti sino a M7. Ma il mio punto di vista, dice, è che il processo è senza fine: si fissi un qualsiasi M1, e il mercato creerà nuove forme di moneta in periodi di boom per aggirare il limite e creare la necessità di fissare una nuova variabile Mj.
Poi qualcuno dice in giro che lo Stato si comporta come un Mister Ponzi qualsiasi.
Fonte
Da quando i dati sono largamente accessibili nella loro presunta forma grezza (o neutra) tutti ci siamo riscoperti analisti economici.
Basta accedere a una della banche dati disponibili – Eurostat, Banca mondiale, Ocse, Banca d'Italia.
per dotarsi di una razione ragionevole di dati per dimostrare qualsiasi teoria.
L’impresa sulla quale si stanno misurando in molti in questi giorni su Facebook è la dimostrazione, dati alla mano, della teoria che assimila il debito pubblico italiano a uno schema Ponzi.
Nello Schema Ponzi (wikipedia) a una persona che ha una certa quantità di denaro liquido viene proposto un investimento dal quale ricaverà un guadagno facile e veloce e superiore ai tassi di mercato. Dopo poco tempo, all'invertitore viene pagata una discreta somma, facendogli credere che il sistema funzioni. Si sparge la voce, altre persone aderiscono al Sistema Ponzi e investono i loro risparmi. Con una parte dei soldi via via incassati dai nuovi aderenti si pagano gli interessi ai vecchi aderenti. Tutto funziona finché le richieste di rimborso del capitale versato non superano i nuovi investimenti.
E possibile – questa è l’ipotesi che ho letto su un profilo Facebook (Luca Foresti) – che il debito pubblico italiano funzioni come uno schema Ponzi?
Vediamo la dimostrazione (dati alla mano).
«Il PIL italiano del 2019 è stato di 1787 Mld€. Il calo del 2020 sarà circa del 11,2%, ovvero -200Mld€. Il deficit previsto sarà dell’11,1% del PIL, ovvero 198Mld. Le entrate di cassa nel 2021 e 2022 dal Recovery-Fund saranno di 209Mld, con un aumento di debito di 161Mld, ovvero l’equivalente di un altro +9% di rapporto debito/PIL. Il debito pubblico Italiano arriverà al 159% del PIL a fine anno, con un tasso di interesse medio dell’1,5% circa. Molto probabilmente anche nel 2021 il deficit sarà superiore al 5%. O questo paese fa riforme strutturali potenti che ci mandano su crescite elevate (almeno il 3%) per molti anni, oppure – conclude l’utente Facebook – questo è uno schema Ponzi»
Lo Stato italiano chiede in prestito soldi agli investitori, gli investitori – poveri caproni! – non sanno che stanno prestando soldi a Mister Ponzi, anche perché il Signor Ponzi li gratifica con un interesse superiore a quello che pagano Francia, Germania e Olanda. Sono contenti quando intascano gli interessi, ma non sanno che, quando si presenteranno per chiedere l'incasso del capitale versato, lo Stato italiano butterà giù la maschera, e dirà loro la verità sui conti, ovvero che la cassa è vuota, che i soldi avuti in prestito sono finiti nel pagamento di interessi, e che il tutto era una truffa, e via discorrendo.
Questa dimostrazione non fa una piega. I dati prodotti confermano ogni punto della teoria. Senonché non siamo in presenza di un’analisi economica, siamo in presenza di un mero calcolo aritmetico, degno di un modesto ragioniere. Si potrebbero avanzare svariate obiezioni a questa dimostrazione, ma la migliore è la più semplice. Ma gli investitori – assicurazioni, banche ordinarie e banche centrali, fondi pensione, fondi sovrani – sono davvero così ingenui?
Prendiamo il caso della banca centrale. Cosa fa la banca centrale quando compra titoli del debito italiano? Stampa un po’ di soldi e li dà allo Stato italiano. Con questi soldi lo Stato paga stipendi e pensioni (e interessi). La banca incassa gli interessi, e si cura del capitale solo nella misura in cui esso svaluta proporzionalmente i crediti e i contanti in circolazione. Che cos’è per la banca il capitale investito? È fiat money – moneta creata dal nulla.
Dire che è moneta interamente creata dal nulla è una esagerazione, visto che parte della ricchezza dirottata verso pensioni e stipendi proviene da una erosione delle posizioni attive (e negative) pregresse. Quando la banca centrale compra titoli, tira un bel pacco – subito, senza aspettare il signor Ponzi – a tutti quelli che hanno un saldo positivo o vantano un credito.
Come è possibile tutto ciò?
Dal punto di vista del ragioniere una cosa del genere è totalmente incomprensibile.
Il ragioniere usa la moneta come il sarto usa il metro. Se ho registrato sul libro mastro un credito verso Tizio di mille euro, alla scadenza, pensa il ragioniere, Tizio mi pagherà niente più e niente meno che mille euro.
E così sarà. Potete crederci. I numeri sono numeri!
Una volta incassata la sommetta il ragioniere corre al negozio per comprare la bicicletta che tanto desiderava, ma mille euro non sono più sufficienti, il prezzo della bici è aumentato, e sarebbe aumentato ancora di più se, nello stesso lasso di tempo, i soldi di Tizio avessero fatto qualche altro acquisto prima di arrivare al ragioniere, o se fossero serviti come base per l’emissione di nuovi crediti-debiti.
La moneta di conto è anche denaro. Il ragioniere misura con moneta, e può star certo di misurare con precisione matematica. Ma quando passa all’incasso non riceve moneta, riceve denaro. E il denaro, a differenza della moneta, è determinato, finito, spicciolo. La banconota, il soldo di argento, la cripto-valuta, sono denaro spicciolo, determinato, finito.
Cosa vuol dire determinato?
Spinoza diceva che «omnis determinatio est negatio», e con ciò voleva dire che il valore di questo denaro «qui» varia col variare delle condizioni che gli si oppongono, e siccome le condizioni sono sempre diverse, il valore del denaro non è stabile.
Hayek, come tutti gli economisti austriaci – Menger, Mises, Böhm-Bawerk, che sprezzava ogni tentativo di introdurre concetti metafisici in economia – si atteneva alla realtà effettiva. Conosceva i capricci e l’inaffidabilità del denaro, sapeva benissimo che il metro si accorcia e si allunga in continuazione. Perciò, nel suo arcinoto studio sulla denazionalizzazione della moneta, suggeriva di tenere sotto controllo i movimenti con cervelloni elettronici e display interattivi installati in ogni negozio, su ogni scaffale, su ogni prodotto, più o meno quello che vorrebbe fare Facebook con Libra, la sua moneta elettronica denazionalizzata.
Per arrestare il movimento del mondo ci vuole più di uno stupido cervellone elettronico, o di un numero sterminato di minicomputer messi nelle mani dei consumatori. Ci vuole la capa tosta di un umile ragioniere che dà fiducia ai numeri, ovvero alla metafisica, alla sostanza. E quando dice che i conti non tornano, che si tratta di uno schema Ponzi o di cose di questo tipo, non bisogna affrettarsi a dargli torto.
Dopodiché – dopodiché, sono molte le obiezioni che gli si potrebbero fare. Come per esempio quella cara ai circuitisti.
Da dove arriva il capitale iniziale? Da dove arriva la moneta del primo acquisto? Se «il primo acquisto» si ripete in ogni acquisto – come è sfuggito di chiarire ad Augusto Graziani – le cose si complicano ancora di più, e usare il denaro come il sarto usa il suo metro diventa un'impresa che solo l’ingenuità di un ragioniere può permettere di affrontare con successo – più o meno.
Dopo aver vagato a destra e a manca non resta che chiudere con un keynesiano – Federico Caffè – il quale nel 1979 [L’economia contemporanea], riproponendo un passo di Kindleberger, diceva che i monetaristi moderni si trovano in difficoltà nel decidere se debbono definire la moneta con M1, contanti e depositi a vista; M2 costituita da M1 con l’aggiunta dei depositi vincolati; M3, formata da M2 con l’aggiunta di titoli statali con elevata liquidità; o qualche altra designazione. Mi si dice che alcuni studiosi sono giunti sino a M7. Ma il mio punto di vista, dice, è che il processo è senza fine: si fissi un qualsiasi M1, e il mercato creerà nuove forme di moneta in periodi di boom per aggirare il limite e creare la necessità di fissare una nuova variabile Mj.
Poi qualcuno dice in giro che lo Stato si comporta come un Mister Ponzi qualsiasi.
Fonte
05/08/2019
Il dio invisibile dell’Occidente
In God we trust è stampato sul retro dei biglietti verdi chiamati dollari. Ci fidiamo di dio, crediamo in dio, ci rimettiamo a dio. Il dio invisibile dell’Occidente appare per poi scomparire nell’invisibilità del sistema. Comanda, esige, detta comportamenti e opzioni di vita. La moneta lo materializza per poi diluirlo in una parodia di religione che tutto pervade e organizza.
Un dio senza faccia e senza nome che prende in prestito tutto quanto gli serve per portare a compimento il suo piano di conquista imperiale. Un dio che fa dell’assenza e del vuoto l’orizzonte verso il quale andare che, come tutti gli orizzonti, si sposta più in là, avvicinandosi.
Chi ritorna da lontano, dopo una parvenza di allontanamento dall’Occidente, lo nota come fosse una maschera che tutto ricopre e imprigiona. Il dio invisibile possiede piani e strategie di occupazione di ambiti, territori, usi e costumi. È invasivo e pervasivo come solo chi tutto manipola può osare compiere.
Il suo primo ambito di svuotamento avviene nelle parole che, colonizzate e poi espropriate del loro senso e vocazione, si trasformano in temibili veicoli di menzogna. Detta operazione, facilitata dagli attuali mezzi di comunicazione, costituisce il primo e decisivo passo della falsificazione della realtà che del dio invisibile è la condizione fondamentale. Il delitto semantico, che consiste a sopprimere il significato proprio delle parole, è all’origine dei crimini che sono poi perpetrati in suo nome. Il delitto di solidarietà ne costituisce un esempio che, seppur parziale, bene ne esprime la deriva.
In God we trust è stampato, come marchio registrato, sulla cancellazione della memoria di tutto quanto può far ricordare che prima c’era un’altra realtà. Esattamente come quanto accade in Palestina nel momento in cui l’esercito e lo stato di Israele distruggono le case di quanti hanno osato ribellarsi alla violenza del sistema.
C’erano fabbriche, luoghi di vita e di resistenza, legami di storie e lotte per affermare che la giustizia non si baratta con niente. C’erano casolari, orti, orari per irrigare e alberi da frutto che cambiavano di colore annunciando la primavera o l’inverno. Le ore non erano vuote di senso e persino i temporali erano l’occasione per accendere una candela alla finestra per scongiurarne gli effetti nefasti.
Tutto questo è stato cancellato da palazzi con appartamenti residenziali e supermercati alimentari che trasformano il paesaggio in una grande fiera commerciale. Si abbatte tutto quanto poteva avere e portare il sapore dell’operaio e del contadino nella vita e nei rapporti umani del quotidiano.
Chi arrivasse per la prima volta in quella parte della città non potrebbe mai sospettare che in quel luogo c’erano tute lavorative e operai che fumavano, imprecando contro il padrone epperò pronti a difendere la fabbrica dagli invasori.
In God we trust è stampato sulla mente dei cittadini. Il dio invisibile, che svilisce le parole rubandone il significato autentico, apre la porta alla menzogna sulla realtà, opera una cancellazione sulla memoria e compie l’ultimo e decisivo passo. Tutti consumatori di tutto è il marchio definitivo e il sigillo posto all’impero di questo dio invisibile.
Aree geografiche sempre più aperte ai mercati, la guerra come mezzo per renderli docili e l’allargamento globalizzato del consumo fino all’ultimo centimetro dell’umano. Non ci sono ambiti che possano dichiararsi esenti dal processo di adeguazione al consumo che si trasforma in religione dominante e ultimativa del sistema in questione. Da bambini, dall’utero materno (dei poveri) in affitto, dai primi giorni di vita, dai primi passi, dai primi vagiti, dalle prime attività scolastiche e sportive, dal matrimonio per tutti, al lavoro a tempo indeciso, dagli organi umani mercanzia per i possidenti, tutto è consumato e consumabile.
Dio invisibile ha vinto quello che voleva, il signore del mondo degli anelli che tutto sembrano avvincere e avvolgere come una grande catena della schiavitù delle mercanzie.
In God we trust è stampato sulla sabbia del Sahel e del Niger appena lasciato che oggi festeggia l’indipendenza mai accaduta piantando un albero. Il vento ha cancellato per sempre lo scritto.
Casarza Ligure, 3 agosto 2019
Fonte
Un dio senza faccia e senza nome che prende in prestito tutto quanto gli serve per portare a compimento il suo piano di conquista imperiale. Un dio che fa dell’assenza e del vuoto l’orizzonte verso il quale andare che, come tutti gli orizzonti, si sposta più in là, avvicinandosi.
Chi ritorna da lontano, dopo una parvenza di allontanamento dall’Occidente, lo nota come fosse una maschera che tutto ricopre e imprigiona. Il dio invisibile possiede piani e strategie di occupazione di ambiti, territori, usi e costumi. È invasivo e pervasivo come solo chi tutto manipola può osare compiere.
Il suo primo ambito di svuotamento avviene nelle parole che, colonizzate e poi espropriate del loro senso e vocazione, si trasformano in temibili veicoli di menzogna. Detta operazione, facilitata dagli attuali mezzi di comunicazione, costituisce il primo e decisivo passo della falsificazione della realtà che del dio invisibile è la condizione fondamentale. Il delitto semantico, che consiste a sopprimere il significato proprio delle parole, è all’origine dei crimini che sono poi perpetrati in suo nome. Il delitto di solidarietà ne costituisce un esempio che, seppur parziale, bene ne esprime la deriva.
In God we trust è stampato, come marchio registrato, sulla cancellazione della memoria di tutto quanto può far ricordare che prima c’era un’altra realtà. Esattamente come quanto accade in Palestina nel momento in cui l’esercito e lo stato di Israele distruggono le case di quanti hanno osato ribellarsi alla violenza del sistema.
C’erano fabbriche, luoghi di vita e di resistenza, legami di storie e lotte per affermare che la giustizia non si baratta con niente. C’erano casolari, orti, orari per irrigare e alberi da frutto che cambiavano di colore annunciando la primavera o l’inverno. Le ore non erano vuote di senso e persino i temporali erano l’occasione per accendere una candela alla finestra per scongiurarne gli effetti nefasti.
Tutto questo è stato cancellato da palazzi con appartamenti residenziali e supermercati alimentari che trasformano il paesaggio in una grande fiera commerciale. Si abbatte tutto quanto poteva avere e portare il sapore dell’operaio e del contadino nella vita e nei rapporti umani del quotidiano.
Chi arrivasse per la prima volta in quella parte della città non potrebbe mai sospettare che in quel luogo c’erano tute lavorative e operai che fumavano, imprecando contro il padrone epperò pronti a difendere la fabbrica dagli invasori.
In God we trust è stampato sulla mente dei cittadini. Il dio invisibile, che svilisce le parole rubandone il significato autentico, apre la porta alla menzogna sulla realtà, opera una cancellazione sulla memoria e compie l’ultimo e decisivo passo. Tutti consumatori di tutto è il marchio definitivo e il sigillo posto all’impero di questo dio invisibile.
Aree geografiche sempre più aperte ai mercati, la guerra come mezzo per renderli docili e l’allargamento globalizzato del consumo fino all’ultimo centimetro dell’umano. Non ci sono ambiti che possano dichiararsi esenti dal processo di adeguazione al consumo che si trasforma in religione dominante e ultimativa del sistema in questione. Da bambini, dall’utero materno (dei poveri) in affitto, dai primi giorni di vita, dai primi passi, dai primi vagiti, dalle prime attività scolastiche e sportive, dal matrimonio per tutti, al lavoro a tempo indeciso, dagli organi umani mercanzia per i possidenti, tutto è consumato e consumabile.
Dio invisibile ha vinto quello che voleva, il signore del mondo degli anelli che tutto sembrano avvincere e avvolgere come una grande catena della schiavitù delle mercanzie.
In God we trust è stampato sulla sabbia del Sahel e del Niger appena lasciato che oggi festeggia l’indipendenza mai accaduta piantando un albero. Il vento ha cancellato per sempre lo scritto.
Casarza Ligure, 3 agosto 2019
Fonte
09/07/2019
Balotelli, Catello... e il mare sta sempe llà
È proprio vero che, oramai, i negri pensano di poterla fare da padrone. Non solo ci invadono. Non solo ci tolgono il lavoro. Non solo stanno contaminando la nostra razza. Non solo deturpano il nostro decoro urbano. Non solo inquinano i nostri mari con i loro sbarchi ed annessi annegamenti. Ora, poi, pensano addirittura di poterci comprare, aggiungendo un surplus di inquinamento marittimo, mediante rifiuto speciale. Non bastano, i loro sporchi corpi!
No, qui a Contropiano non ci siamo improvvisamente convertiti al verbo salviniano e fascioleghista. Non abbiamo abbracciato, di punto in bianco, il malthusianesimo, il darwinismo sociale, le teorie sull’eugenitica o il razzismo biologico di matrice nazionalsocialista.
Stiamo solo giocando, sul filo del paradosso a fini sarcastici – teso e aperto sull’abisso del razzismo – per introdurre un ragionamento in merito ad un evento che, in questi giorni, ha tenuto banco sui social e sui media italiani.
Un sarcastico paradosso stimolato dall’episodio della scommessa, avvenuto qualche giorno fa, a Napoli, presso il molo di Mergellina, e che ha visto protagonisti il ricco calciatore di colore, Mario Balotelli, e il certo meno ricco, bianco ma terrone, barista partenopeo, di nome Catello.
E allora, continuando lungo la catena del paradosso, come definire la balotellata se non come il gesto arrogante, e financo sprezzante, di una nuova razza padrona? Anche qui, naturalmente (si faccia attenzione!) estendendo, con intenti stranianti, il valore semantico del concetto di “razza”, divaricandone le possibilità interpretative.
Cerchiamo di capire.
In un video, divenuto immediatamente virale sui social, si vede un dinoccolatissimo Supermario – non nuovo a certe spacconate – con fare da ricco rapper del Bronx e postura da vecchio guappo napoletano, mettere mano alla proverbiale tasca e allungare 2000 euro al già citato Catello – barista del Molosiglio – che le avrebbe potute passare nelle di lui tasche, se solo avesse avuto il coraggio di gettarsi col suo mezzo (motorino in napoletano) nelle acque antistanti il molo.
Scommessa accettata, tra l’ilarità compiaciuta degli astanti e i gridolini da groopies di alcune fanciulle. E vinta, ovviamente. Perché Catello, da buon maschio latino, anzi napoletano, non poteva rifiutare. Non poteva sottrarsi alla sua macha spavalderia.
Ma soprattutto, non poteva rinunciare a 2.000 euro buttati praticamente nel cesso.
Ed è proprio sull’aspetto economico, maschile, ma indissolubilmente legato, secondo noi, anche alla “questione razziale” – nel caso di Balotelli – e ai suoi profondi risvolti psicologici, che la vicenda, nella sua pur totale stupidità, lascia affiorare alcuni interrogativi.
Dicevamo all’inizio, giocando sul paradosso, che “i neri, ormai, ci comprano e si comportano da padroni”.
Cos’altro ha voluto dimostrare, infatti, Balotelli, ragazzo dall’infanzia difficile, nero in un paese attraversato da fortissime pulsioni razziste, devastato da una forbice sociale sempre più ampia tra ricchi e poveri, culturalmente maschilista, se non di essere lui, il ricco, il potente, il maschio dominante?
Lui, che può permettersi di stracciare 2.000 per comprarsi un futile divertimento momentaneo, trattando da servo/clown un bianco, sottoproletario, per giunta terrone?
D’altra parte, quando le polemiche sono cominciate a fioccare, lo stesso Balotelli si è difeso, affermando che quella scommessa doveva essere letta come un gesto di solidarietà verso chi conduce, senz’altro, un’esistenza più misera della sua. Insomma, un Mario Balotelli in veste di benefattore, verso chi è costretto a faticare sotto padrone per campare la vita.
In breve, stando alle parole di Balotelli, questa vicenda andrebbe letta come un apologo. Una sorta di riscatto sociale a doppio senso. Per il nero Supermario – figlio di immigrati ghanesi e, per ragioni economiche, affidato, da loro, ad una bianca famiglia di Brescia – divenuto ricco al punto di comprarsi anche un uomo, per trasformarlo in personale oggetto di svago e divertimento.
E per il buon Catello, povero terrone napoletano, ma furbo al punto di rendersi oggetto di divertimento, per Balotelli e per gli astanti, pur di ritrovarsi, alla fine, con 2.000 euro in saccoccia.
Peccato che in questa che vorrebbe essere una versione riveduta, corretta e aggiornata di Arlecchino servitore di due padroni, i due protagonisti finiscano per apparire, invece, come grottesche maschere cechoviane, immerse in un tempo bloccato e al servizio di un unico padrone. Il Denaro.
Quel Denaro/Capitale che tutto compra, tutto pervade, tutto riduce a merce. Elemento di sopraffazione e discriminazione sociale, ma anche capace, illusoriamente, di livellare i destini. Tiranno di un’epoca il cui unico valore è la sua stessa autovalorizzazione. Costante ontologica in un presente disumanizzato e disumanizzante.
Perciò, nessun riscatto per il ghanese Balotelli e per il napoletano Catello. Schiavi, inconsapevoli o forse coscienti, al soldo e ai capricci del padrone/denaro. E soggiogati dalla peggiore ideologia neoliberista, declinata nei termini del classismo, del razzismo e del machismo più subdoli.
Solo una triste scena di umanità contemporanea. Con le acque del Golfo di Napoli a fare da incolpevoli e ferite spettatrici, di questo difficile rapporto tra Uomo, Capitale e Natura.
Perché, come cantava Pino Daniele: «il mare, il mare, il mare sta sempe llà, tutto spuorco, chino ‘e munnezza e nisciuno ‘o vo’ guardà’».
Fonte
No, qui a Contropiano non ci siamo improvvisamente convertiti al verbo salviniano e fascioleghista. Non abbiamo abbracciato, di punto in bianco, il malthusianesimo, il darwinismo sociale, le teorie sull’eugenitica o il razzismo biologico di matrice nazionalsocialista.
Stiamo solo giocando, sul filo del paradosso a fini sarcastici – teso e aperto sull’abisso del razzismo – per introdurre un ragionamento in merito ad un evento che, in questi giorni, ha tenuto banco sui social e sui media italiani.
Un sarcastico paradosso stimolato dall’episodio della scommessa, avvenuto qualche giorno fa, a Napoli, presso il molo di Mergellina, e che ha visto protagonisti il ricco calciatore di colore, Mario Balotelli, e il certo meno ricco, bianco ma terrone, barista partenopeo, di nome Catello.
E allora, continuando lungo la catena del paradosso, come definire la balotellata se non come il gesto arrogante, e financo sprezzante, di una nuova razza padrona? Anche qui, naturalmente (si faccia attenzione!) estendendo, con intenti stranianti, il valore semantico del concetto di “razza”, divaricandone le possibilità interpretative.
Cerchiamo di capire.
In un video, divenuto immediatamente virale sui social, si vede un dinoccolatissimo Supermario – non nuovo a certe spacconate – con fare da ricco rapper del Bronx e postura da vecchio guappo napoletano, mettere mano alla proverbiale tasca e allungare 2000 euro al già citato Catello – barista del Molosiglio – che le avrebbe potute passare nelle di lui tasche, se solo avesse avuto il coraggio di gettarsi col suo mezzo (motorino in napoletano) nelle acque antistanti il molo.
Scommessa accettata, tra l’ilarità compiaciuta degli astanti e i gridolini da groopies di alcune fanciulle. E vinta, ovviamente. Perché Catello, da buon maschio latino, anzi napoletano, non poteva rifiutare. Non poteva sottrarsi alla sua macha spavalderia.
Ma soprattutto, non poteva rinunciare a 2.000 euro buttati praticamente nel cesso.
Ed è proprio sull’aspetto economico, maschile, ma indissolubilmente legato, secondo noi, anche alla “questione razziale” – nel caso di Balotelli – e ai suoi profondi risvolti psicologici, che la vicenda, nella sua pur totale stupidità, lascia affiorare alcuni interrogativi.
Dicevamo all’inizio, giocando sul paradosso, che “i neri, ormai, ci comprano e si comportano da padroni”.
Cos’altro ha voluto dimostrare, infatti, Balotelli, ragazzo dall’infanzia difficile, nero in un paese attraversato da fortissime pulsioni razziste, devastato da una forbice sociale sempre più ampia tra ricchi e poveri, culturalmente maschilista, se non di essere lui, il ricco, il potente, il maschio dominante?
Lui, che può permettersi di stracciare 2.000 per comprarsi un futile divertimento momentaneo, trattando da servo/clown un bianco, sottoproletario, per giunta terrone?
D’altra parte, quando le polemiche sono cominciate a fioccare, lo stesso Balotelli si è difeso, affermando che quella scommessa doveva essere letta come un gesto di solidarietà verso chi conduce, senz’altro, un’esistenza più misera della sua. Insomma, un Mario Balotelli in veste di benefattore, verso chi è costretto a faticare sotto padrone per campare la vita.
In breve, stando alle parole di Balotelli, questa vicenda andrebbe letta come un apologo. Una sorta di riscatto sociale a doppio senso. Per il nero Supermario – figlio di immigrati ghanesi e, per ragioni economiche, affidato, da loro, ad una bianca famiglia di Brescia – divenuto ricco al punto di comprarsi anche un uomo, per trasformarlo in personale oggetto di svago e divertimento.
E per il buon Catello, povero terrone napoletano, ma furbo al punto di rendersi oggetto di divertimento, per Balotelli e per gli astanti, pur di ritrovarsi, alla fine, con 2.000 euro in saccoccia.
Peccato che in questa che vorrebbe essere una versione riveduta, corretta e aggiornata di Arlecchino servitore di due padroni, i due protagonisti finiscano per apparire, invece, come grottesche maschere cechoviane, immerse in un tempo bloccato e al servizio di un unico padrone. Il Denaro.
Quel Denaro/Capitale che tutto compra, tutto pervade, tutto riduce a merce. Elemento di sopraffazione e discriminazione sociale, ma anche capace, illusoriamente, di livellare i destini. Tiranno di un’epoca il cui unico valore è la sua stessa autovalorizzazione. Costante ontologica in un presente disumanizzato e disumanizzante.
Perciò, nessun riscatto per il ghanese Balotelli e per il napoletano Catello. Schiavi, inconsapevoli o forse coscienti, al soldo e ai capricci del padrone/denaro. E soggiogati dalla peggiore ideologia neoliberista, declinata nei termini del classismo, del razzismo e del machismo più subdoli.
Solo una triste scena di umanità contemporanea. Con le acque del Golfo di Napoli a fare da incolpevoli e ferite spettatrici, di questo difficile rapporto tra Uomo, Capitale e Natura.
Perché, come cantava Pino Daniele: «il mare, il mare, il mare sta sempe llà, tutto spuorco, chino ‘e munnezza e nisciuno ‘o vo’ guardà’».
Fonte
18/06/2018
Il mio straniero è il mio dio. Parola di un nigerino non pentito
Niamey. L’affermava come un’evidenza. La tradizione del suo popolo lo raccomanda senza ambiguità. Mon étranger c’est mon Dieu. Il Dio è uno straniero oppure lo straniero è lui stesso un dio. Non sapevano della via della seta cinese o delle vicende dell’Aquarius sulla via della Spagna. Seduto come un patriarca su una sedia di ferro il vecchio Lawali non aveva dubbi in proposito. Lo straniero, il suo straniero, è il suo dio. Un’ovvietà per la quale non c’è bisogno di spiegazione. Chissà che cosa si nasconde dietro uno straniero. Un messia, un razziatore oppure un campione di calcio. Desta timore e ammirazione, proprio come un dio preso alla sprovvista e senza documenti. Uno straniero divino che potrebbe piantare in asso il cielo da un momento all’altro e poi sparire nel mare o nella sabbia del deserto. Proprio dove il Sahel e il Sahara inventano insieme frontiere mobili che creano un paese chiamato di cognome utopia.
C’è poi una signora di Niamey che lo ricorda con un certo rammarico. Qui nel Niger, mormora con un sospiro, ogni straniero è un re. Si tratta dello stesso concetto elaborato dalla sapienza con altre parole. Sarà anche vero ma intanto Agadez e il nord del Niger sono zone di caccia riservata. In Algeria prima si ruba il lavoro dei migranti, poi i loro averi e infine li si deporta nel deserto più vicino. La solidarietà africana non ha limiti e per questo le stesse frontiere cercano di migrare altrove. Un’analoga storia si sviluppa in Europa, in America, in Asia e persino nell’Oceania, che pure di mare e di isole se ne intende. Guerra dichiarata a chiunque si azzardi a prendere sul serio la propria missione divina. Portare contenitori di speranza senza etichette o data di scadenza. L’altro mondo vuole una migrazione concordata, sicura, ordinata e se possibile scelta. Intanto fomenta un’economia, una politica e una guerra permanente che tutto sono meno che ordinati. Impresa impossibile ordinare quanto prima si distrugge, rapina e sfrutta.
L’unico dio riconosciuto, in quella porzione del mondo, è il ‘signore del denaro’. Per questo in god we trust, sta scritto sui dollari di colore verde che sono come tute mimetiche. In quel dio si confida e allora tutto e tutti diventano funzione del sistema di accumulazione da spogliamento. Le prime a farne le spese, sono non casualmente le donne. Spogliate, violentate e infine rivendute come mercanzia deperibile. Difficile o forse inevitabile perché dalla colonizzazione in su, donna, terra, risorse naturali e presa di possesso sono un tutt’uno. Una parte del mondo assediata e l’altra in vendita, ecco perché si travestono da dei e arrivano come e quando possono per metterlo sottosopra, ossia finalmente ordinarlo. Sono cacciati, sfruttati financo dall’umanitario che di loro prospera, imprigionati e fatti percepire pericolosi. Ogni giovane che viaggia verso il nord del paese è considerato un potenziale migrante, se non terrorista, almeno pericoloso e dunque da imprigionare. Potrete tagliare tutto dell’albero e dei fiori ma non fermerete la primavera.
Anche Euripide ci mette la sua quando nelle ‘Baccanti’ del suo teatro sostiene con Dionisio che ogni straniero è un dio. Siamo dunque rei di deicidio, crimine dalle conseguenze non sempre prevedibili. Nell’eliminazione dello straniero si elimina l’estraneità, la stranezza, la possibilità di orizzonti meno scontati, la scoperta della propria dimensione di straniero a se stesso. Quando, come sembra essere stato affermato ai più alti vertici dello stato, che il viaggio è in realtà una crociera, la perdita irreversibile dell’umano non è lontana. Sulla strade, nella sabbia e nel mare ci sono degli dei sconosciuti che, mandati con una missione da compiere, non saranno fermati da nessuno. Con paziente tenacia continueranno a smontare fili spinati e accordi di riammissione. La speranza che con loro e in loro si nasconde è seminata nel mare. Ogni nome perso tra le onde è quello di un dio sconosciuto.
Mauro Armanino, Niamey, giugno 2018
Fonte
C’è poi una signora di Niamey che lo ricorda con un certo rammarico. Qui nel Niger, mormora con un sospiro, ogni straniero è un re. Si tratta dello stesso concetto elaborato dalla sapienza con altre parole. Sarà anche vero ma intanto Agadez e il nord del Niger sono zone di caccia riservata. In Algeria prima si ruba il lavoro dei migranti, poi i loro averi e infine li si deporta nel deserto più vicino. La solidarietà africana non ha limiti e per questo le stesse frontiere cercano di migrare altrove. Un’analoga storia si sviluppa in Europa, in America, in Asia e persino nell’Oceania, che pure di mare e di isole se ne intende. Guerra dichiarata a chiunque si azzardi a prendere sul serio la propria missione divina. Portare contenitori di speranza senza etichette o data di scadenza. L’altro mondo vuole una migrazione concordata, sicura, ordinata e se possibile scelta. Intanto fomenta un’economia, una politica e una guerra permanente che tutto sono meno che ordinati. Impresa impossibile ordinare quanto prima si distrugge, rapina e sfrutta.
L’unico dio riconosciuto, in quella porzione del mondo, è il ‘signore del denaro’. Per questo in god we trust, sta scritto sui dollari di colore verde che sono come tute mimetiche. In quel dio si confida e allora tutto e tutti diventano funzione del sistema di accumulazione da spogliamento. Le prime a farne le spese, sono non casualmente le donne. Spogliate, violentate e infine rivendute come mercanzia deperibile. Difficile o forse inevitabile perché dalla colonizzazione in su, donna, terra, risorse naturali e presa di possesso sono un tutt’uno. Una parte del mondo assediata e l’altra in vendita, ecco perché si travestono da dei e arrivano come e quando possono per metterlo sottosopra, ossia finalmente ordinarlo. Sono cacciati, sfruttati financo dall’umanitario che di loro prospera, imprigionati e fatti percepire pericolosi. Ogni giovane che viaggia verso il nord del paese è considerato un potenziale migrante, se non terrorista, almeno pericoloso e dunque da imprigionare. Potrete tagliare tutto dell’albero e dei fiori ma non fermerete la primavera.
Anche Euripide ci mette la sua quando nelle ‘Baccanti’ del suo teatro sostiene con Dionisio che ogni straniero è un dio. Siamo dunque rei di deicidio, crimine dalle conseguenze non sempre prevedibili. Nell’eliminazione dello straniero si elimina l’estraneità, la stranezza, la possibilità di orizzonti meno scontati, la scoperta della propria dimensione di straniero a se stesso. Quando, come sembra essere stato affermato ai più alti vertici dello stato, che il viaggio è in realtà una crociera, la perdita irreversibile dell’umano non è lontana. Sulla strade, nella sabbia e nel mare ci sono degli dei sconosciuti che, mandati con una missione da compiere, non saranno fermati da nessuno. Con paziente tenacia continueranno a smontare fili spinati e accordi di riammissione. La speranza che con loro e in loro si nasconde è seminata nel mare. Ogni nome perso tra le onde è quello di un dio sconosciuto.
Mauro Armanino, Niamey, giugno 2018
Fonte
13/11/2016
Per qualche dollaro in più. Nel Niger migranti in cambio di denaro
Il ministro degli esteri Paolo Gentiloni esprime il profondo umanitarismo che anima la diplomazia italiana nel Sahel. Sinceramente dispiaciuto per i morti dei migranti nel Mediterraneo e nel deserto si attiva perché il dramma termini al più presto. Una ‘catastrofe umanitaria’, martella il ministro, che non lascia insensibili coloro che hanno a cuore le sorti dei giovani che tentano ‘irregolarmente’ la strada migratoria.
Si promettono milioni europei (500) e aggiunte italiane (200) che, in un paese come il Niger, in crisi sistemica, ultimo della graduatoria nella classifica dello sviluppo umano, dopo elezioni che hanno raschiato il fondo della pentola, non possono che essere visti come una benedizione.
Ma è l’aspetto ‘umanitario’ che interessa al ministro che purtroppo non completa la frase ripresa da Radio Francia Internazionale (RFI). Infatti, e sono parole sue ‘ridurre il numero dei migranti irregolari che attraversano il Niger non è solo un interesse europeo, ma siamo d’accordo per mettere le nostre risorse economiche a disposizione del Niger per lavorare insieme onde raggiungere questi risultati’. Difficoltà sintattiche, cioè politiche, del ministro Gentiloni. ‘Ridurre il numero dei migranti irregolari che attraversano il Niger non è solo un interesse europeo’.
In Niger, nel Sahel e da molte altre parti del mondo nessun migrante è stato dichiarato ‘irregolare’. Rispetto poi a chi e che cosa, mentre nella zona dell’Africa Occidentale, di cui fa parte il Niger, c’è libertà di circolazione di ‘mezzi persone’. Com’è accaduto che, di colpo, vengano definiti ‘irregolari’ coloro che applicano, da buoni cittadini (consapevolmente o meno), il diritto universale all’emigrazione.
La sintassi vorrebbe che alla prima affermazione, ‘l’interesse a ridurre il numero dei migranti irregolari che non è solo europeo’, fosse completata dalla seconda parte della frase... così non è affatto. La seconda parte della frase suona invece come una compravendita: migranti da fermare in cambio di soldi. Per qualche dollaro in più, appunto, della trilogia del dollaro del compianto Sergio Leone. Il pugno di dollari è ora per qualche dollaro in più. Quanto al buono, il brutto e il cattivo non sono difficili da identificare.
Il buono è la comunità europea, l’Italia e il compact della migrazione che si spacciano per salvatori umanitari. Il brutto è la migrazione irregolare, incerta, imprevedibile, informale o semplicemente umana. Quanto al cattivo non c’è dubbio, sono i passeur, i commercianti umani, gli autisti e gli scafisti. Tutto risulta infine chiaro. Non solo alla testa dell’OIM di Niamey, l’Organizzazione Mondiale delle Migrazioni, c’è un italiano ma la prossima primavera persino l’ambasciata italiana aprirà i battenti in questo paese del Sahel.
Gentiloni ha deplorato che è ‘inaccettabile lasciare la sorte dei candidati all’emigrazione nelle mani di trafficanti umani’. Sono i cattivi della trilogia del dollaro. I belli e i buoni sono dall’altra parte. L'Europa che si barrica, che strozza le economie africane, che riduce al nulla le possibilità di migrare civilmente, che spende miliardi per la propria sicurezza e spinge migliaia di persone a mendicare un futuro. I buoni daranno soldi per rafforzare i controlli di frontiera, per alcuni progetti di sviluppo, per arrivare alle cause profonde dell’emigrazione e soprattutto per fermare i migranti.
Preferiamo stare tra i ‘brutti’, coloro che ritengono che migrare è un diritto che non si svende e che esternalizzare le gendarmerie conduce alla perdita di ciò che costituisce il senso stesso di una civiltà.
Fonte
Si promettono milioni europei (500) e aggiunte italiane (200) che, in un paese come il Niger, in crisi sistemica, ultimo della graduatoria nella classifica dello sviluppo umano, dopo elezioni che hanno raschiato il fondo della pentola, non possono che essere visti come una benedizione.
Ma è l’aspetto ‘umanitario’ che interessa al ministro che purtroppo non completa la frase ripresa da Radio Francia Internazionale (RFI). Infatti, e sono parole sue ‘ridurre il numero dei migranti irregolari che attraversano il Niger non è solo un interesse europeo, ma siamo d’accordo per mettere le nostre risorse economiche a disposizione del Niger per lavorare insieme onde raggiungere questi risultati’. Difficoltà sintattiche, cioè politiche, del ministro Gentiloni. ‘Ridurre il numero dei migranti irregolari che attraversano il Niger non è solo un interesse europeo’.
In Niger, nel Sahel e da molte altre parti del mondo nessun migrante è stato dichiarato ‘irregolare’. Rispetto poi a chi e che cosa, mentre nella zona dell’Africa Occidentale, di cui fa parte il Niger, c’è libertà di circolazione di ‘mezzi persone’. Com’è accaduto che, di colpo, vengano definiti ‘irregolari’ coloro che applicano, da buoni cittadini (consapevolmente o meno), il diritto universale all’emigrazione.
La sintassi vorrebbe che alla prima affermazione, ‘l’interesse a ridurre il numero dei migranti irregolari che non è solo europeo’, fosse completata dalla seconda parte della frase... così non è affatto. La seconda parte della frase suona invece come una compravendita: migranti da fermare in cambio di soldi. Per qualche dollaro in più, appunto, della trilogia del dollaro del compianto Sergio Leone. Il pugno di dollari è ora per qualche dollaro in più. Quanto al buono, il brutto e il cattivo non sono difficili da identificare.
Il buono è la comunità europea, l’Italia e il compact della migrazione che si spacciano per salvatori umanitari. Il brutto è la migrazione irregolare, incerta, imprevedibile, informale o semplicemente umana. Quanto al cattivo non c’è dubbio, sono i passeur, i commercianti umani, gli autisti e gli scafisti. Tutto risulta infine chiaro. Non solo alla testa dell’OIM di Niamey, l’Organizzazione Mondiale delle Migrazioni, c’è un italiano ma la prossima primavera persino l’ambasciata italiana aprirà i battenti in questo paese del Sahel.
Gentiloni ha deplorato che è ‘inaccettabile lasciare la sorte dei candidati all’emigrazione nelle mani di trafficanti umani’. Sono i cattivi della trilogia del dollaro. I belli e i buoni sono dall’altra parte. L'Europa che si barrica, che strozza le economie africane, che riduce al nulla le possibilità di migrare civilmente, che spende miliardi per la propria sicurezza e spinge migliaia di persone a mendicare un futuro. I buoni daranno soldi per rafforzare i controlli di frontiera, per alcuni progetti di sviluppo, per arrivare alle cause profonde dell’emigrazione e soprattutto per fermare i migranti.
Preferiamo stare tra i ‘brutti’, coloro che ritengono che migrare è un diritto che non si svende e che esternalizzare le gendarmerie conduce alla perdita di ciò che costituisce il senso stesso di una civiltà.
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23/10/2015
Bce pronta a tutto, ma serve a qualcosa?
Borse in festa, economia al palo. “Houston, abbiamo un problema”, si dovrebbe dire dai vertici delle istituzioni finanziarie globali. Ma solo la Bce dà corpo, tra le righe ingessate lette da Mario Draghi, a preoccupazioni serie per la tenuta del sistema. E solo qualche analista più attento prova a mettere nero su bianco la domanda delle domande: “perché l'inflazione non riparte nonostante anni di iniezioni straordinarie di liquidità da parte delle principali banche centrali?” I fatti. Ieri la Bce ha confermato a zero (0,05%) il tasso di interesse chiesto per i prestiti alle banche. Non esistevano dubbi che così sarebbe stato, visto che Francoforte è impegnata in uno sforzo straordinario (60 miliardi di euro al mese) di acquisto di titoli (di stato e privati, “roba buona” e “spazzatura derivata”) fino al settembre del 2016 “e anche più in là, se necessario”.
Di più. Il livello di allentamento monetario «dovrà essere riesaminato a dicembre», perché la crescita resta molto più bassa del minimo desiderabile (ovvero meno del 2%, se non altro per tenere il passo con la crescita della popolazione continentale), l'inflazione anche e diversi paesi emergenti mostrano segni di crisi accentuata, a partire dagli esportatori di materie prime.
Parole non equivoche, su questo fronte. «Abbiamo avuto un’ampia discussione sugli strumenti che potremmo usare. Non è stata ancora presa nessuna decisione specifica. La conclusione è che siamo pronti ad agire se necessario e siamo aperti a tutte le opzioni di politica monetaria. In sintesi: non siamo più nell’ottica del “wait and see”, ma del “work and assess” (lavoriamo e valutiamo)».
In pratica Draghi ha annunciato che tra un mese la Bce darà il via a un programma ancora più aggressivo, “stampando” più moneta con metodi ancor meno “convenzionali”, pur di avvicinare i livelli di crescita e inflazione considerati “normali”.
Si fanno ipotesi sugli strumenti utilizzabili, fino ai “tassi negativi”, un vero controsenso in ambiente capitalistico. Equivale infatti al regalare denaro, perché un tasso anche lievemente negativo comporta che la cifra restituita sia sempre inferiore a quella prestata già a livello nominale, a prescindere dunque dalle dinamiche inflazionistiche (comunque vicine allo zero). Va ricordato che oltretutto già ora la Bce remunera negativamente (-0,20%) i depositi delle banche che decidono di lasciare soldi presso di lei, invece di farli circolare.
Una mossa disperata, mai tentata prima, che dà la misura della gravità della situazione agli occhi della Bce (ma non di Bundesbank, che si è lamentata nei giorni scorsi del quantitative easing, colpevole di aver ridotto i profitti delle banche tedesche).
E in effetti se gli acquisti previsti dal programma «procedono senza problemi e hanno un impatto favorevole sulla disponibilità di credito per le famiglie e le imprese», perché l'unico settore economico a trarne vantaggio sono le attività di borsa e non l'economia reale?
«La forza e la persistenza di fattori che stanno oggi rallentando il ritorno dell’inflazione a livelli inferiori ma vicini al 2% nel medio termine richiede un’analisi rigorosa», recita la nota ufficiale dell'istituto di Francoforte, senza però accennare a un'ipotesi di risposta.
E dire che si tratta di un caso da manuale, perché annienta tutta la manualistica su cui vengono formati gli studenti di economia (perlomeno nelle università assoggettate al “pensiero unico” neoliberista, praticamente quasi tutte). Come ricorda Morya Longo, oggi su IlSole24Ore, “o vanno riscritti i libri di economia, oppure c'è qualcosa che sfugge”. Non c'è bisogno di essere marxisti ortodossi per intuire che “qualcosa sfugge” perchè i libri di economia (ossia la teoria economica egemone) impediscono di vederlo.
Longo prende in esame i molti e vari argomenti – congiunturali e strutturali – portati a spiegazione della persistente bassa o nulla inflazione. I “tracolli delle materie prime”, a partire dal petrolio (l'energia entra nella formazione del prezzo di tutte le merci, come il lavoro umano), che abbassano automaticamente i prezzi dei trasporti e anche quelli della produzione. La “congiuntura negativa dei paesi che consumano molta energia”, come la Cina (che comunque viaggia al ritmo del 6,9%). Prende in considerazione anche una sciocchezza sesquipedale buttata lì da un Pier Carlo Padoan in debito di lucidità teorica (“è una questione di aspettative. Non c'è ancora la piena consapevolezza che siamo usciti dalla crisi e, quindi, sotto sotto, nella testa di famiglie e imprese c'è l'idea che il mondo prodotto dalla crisi sia più debole e con una inferiore capacità di crescita”), a metà strada tra la psicologia di massa e la (cattiva) propaganda governativa.
Ma le cause congiunturali non bastano. Appare già più seria – come spiegazione – la “digitalizzazione dell'economia”, che è invece una modificazione strutturale, perché “l'automazione aumenta la produttività e dunque fa calarei costi di produzione; l'e-commerce accresce la concorrenza, dunque abbassa i prezzi; la compuetrizzazione mette a rischio molti lavori”. E qui ci fornisce un quadro di informazioni che accendono la luce su un futuro da paura: “secondo Morgan Stanley, chi lavora nell'ufficio crediti ha il 98% delle probabilità di vedere il suo ruolo sostituito da un computer nei prossimi due decenni, i recepzionisti hanno un rischio del 96%, gli assistenti legali del 94%”.
Un'ecatombe di posti di lavoro “trandy”, a medio-alta professionalità. Cui va aggiunto – e si tratta di una realtà già operante, non una previsione – l'impatto devastante di Wordsmith Beta, una piattaforma di proprietà della Automated Insights, che genera articoli “giornalistici” su molti temi “serializzabili” (in prima fila le notizie di borsa, quelle sugli utili trimestrali delle imprese quotate oppure sugli eventi sportivi relativamente minori). Che lo usi Yahoo! per riempire la sua pagine di news può non spaventare nessuno, che lo faccia anche l'Associated Press, rispettata multinazionale dell'informazione globale, dovrebbe inquietare anche i venditori ambulanti, non solo i giornalisti che resteranno disoccupati per sempre.
Fuochino!, urla il marxista che è in noi. Se molte “professionalità” sono automatizzabili e dunque eseguibili da un robot che esegue routine infomatiche, ne conseguono almeno due tendenze progressivamente dotate di vita propria:
a) i prezzi calano (viene eliminato il lavoro umano e ridotto al minimo quello di energia; restano solo i costi delle materie prime impiegate e l'ammortamento dei macchinari);
b) la disoccupazione tecnologica diventa universale (riguarda classi sociali e le più diverse figure produttive, dal muratore all'analista finanziario).
Preferite la sintesi all'enumerazione delle consuenze? Avete ragione. Eccola: la quantità di merci di qualsiasi tipo (anche “cognitive”, per gli amanti del genere “cazzate”) può aumentare in modo esponenziale, ma la quantità dei clienti solvibili (tradotto: con un reddito mensile sufficiente) diminuisce.
Morya Longo arriva al dunque seguendo un'altra starda ancora, quella delle delocalizzazioni. “Se c'è una ripresa della domanda di un bene in un determinato paese, l'eventuale carenza di offerta domestica viene oggi compensata dall'arrivo di prodotti esteri”. L'economista di IntesaSanPaolo da lui contattato confonde cause ed effetti (la delocalizzazione fa produrre all'estero e reimportare nel paese d'origine una serie di merci per decisione dell'imprenditore che intende risparmiare sul costo del lavoro, non per una “richiesta del mercato”), ma il risultato definitivo appare lo stesso: “Questo crea uno strutturale eccesso di offerta”.
Bingo!, rimbomba sugli altoparlanti marxiani. C'è sovrapproduzione. C'è troppo capitale in giro in cerca di “valorizzazione”, ovvero di profitto corrispondente all'investimento. Troppo capitale, troppi soldi, troppa merce (potenzialmente, se la domanda è ferma le catene di montaggio rallentano o si fermano). Persino troppe persone che hanno bisogno di lavorare per vivere.
Ci vuole una buona “testa teorica” (meglio molte, se possibile), che abbia(no) letto libri diversi da quelli su cui viene fatta studiare l'economia attuale, per vedere il legame fortissimo tra eccesso di produzione potenziale, eccesso di liquidità e “necessità” di quantitativi sempre maggiori di liquidità per non far implodere un sistema ormai bloccato da "eccesso di offerta" da oltre otto anni. E forse molti di più...
Altro che "trappola della liquidità", insomma. Se volete un'immagine, riflettete sull'Uroboro.
Fonte
24/07/2015
Sui romanzi che tutte pensano parlino del grande amore e che invece, fondamentalmente, parlano del vil denaro
di Sara Meddi
Se lo avesse saputo, la signorina Austen, che i suoi romanzi fortemente sociali sarebbero stati trasformati in fari per tutte le donne single a caccia di un fidanzato appena decente, probabilmente se ne sarebbe rimasta buona buona nel suo cottage nell’Hampshire a suonare e ricamare (sì, era brava anche in questo).
E invece Jane Austen scriveva (secondo me, bene come nessun’altra dopo di lei) e scriveva soprattutto della sua società, della rigidità dei rapporti e dell’incomunicabilità.
Questa incomunicabilità, per quanto possa sconvolgere le affezionate lettrici, non era affatto data dall’essere orgogliosi o pieni di pregiudizi, simpatici o antipatici, ma dall’avere o meno soldi.
Ecco, non voglio dire che Jane Austen scrivesse solo del vile denaro, ma in buona parte sì. Parlava proprio di soldi.
Passata l’epoca in cui potevi a malapena ballare con un uomo che aveva una rendita sproporzionata alla tua dote, i romanzi della Austen si sono trasformati in fulgidi esempi di puro romanticismo, dove la fermezza morale, l’intelligenza e il carattere servono solo ad accalappiare l’uomo giusto, vincere il suo orgoglio, i tuoi pregiudizi, e sposartelo velocemente.
Se lo avesse saputo, la signorina Austen, che i suoi libri sarebbero diventati manuali di psicologia per coppie male assortite si sarebbe chiusa nella sua stanza e avrebbe dato fuoco alle carte.
Il culto che si è creato intorno alla Austen, dunque, sembra dimenticare del forte valore sociale dei suoi romanzi per concentrarsi su una sotto-produzione di film e libri che pretendono di spiegarti, molto seriamente, come risolvere la vita ad esempio delle eroine di fine ‘700 (e della scrittrice stessa).
Alcuni esempi:
Come trovare l’uomo giusto secondo Jane Austen di Lauren Henderson: Oltre alla trama avvincente, ai personaggi accattivanti e allo splendido stile, i libri di Jane Austen nascondono anche un segreto manuale per chi vuole trovare un partner duraturo, una persona vera, un compagno in cui aver fiducia, l’uomo giusto insomma. Le eroine di Jane Austen esprimono una saggezza antica che ancor oggi, nonostante i tempi siano cambiati, funziona benissimo. Basta osservare bene come Elizabeth in “Orgoglio e pregiudizio” riesce a conquistare il suo Darcy nonostante il carattere altezzoso e scostante di lui…
Il diario perduto di Jane Austen di James Syries: “Quelli che leggono i miei romanzi potrebbero chiedersi come può una donna, che nella sua vita non è mai stata nemmeno corteggiata e che non ha mai provato la meravigliosa sintonia di anima e corpo che unisce due persone, pretendere di scrivere sull’amore. […] La verità è che ho conosciuto un uomo che mi ha fatto provare realmente le profonde emozioni che descrivevo nei miei libri, che ha risvegliato la mia anima, da lungo tempo ormai sopita.”
In viaggio con Jane Austen di Laurie Rigler: Inghilterra, 1813. Jane Mansfield odia le rigide convenzioni che la sua vita da nobildonna le impone e sogna spesso di fuggire il più lontano possibile da tutto e da tutti. Ma risvegliarsi nella Los Angeles del XXI secolo, dopo una rovinosa caduta da cavallo, non era esattamente nei suoi progetti! All’improvviso, Jane si trova catapultata nel corpo di Courtney, a mettere ordine in un’esistenza a dir poco incasinata, senza avere la minima idea di come ci si comporta al giorno d’oggi. Riuscirà una timida signorina della Reggenza, inguaribile romantica e fervida lettrice di Jane Austen, a sopravvivere in un mondo in cui le regole sociali sono completamente stravolte?
Il film Becoming Jane, con la bella e pure brava Anne Hathaway, che però si dimentica di dirti la cosa fondamentale: Tom non la mollò per l’onore, ma sempre per i pochi soldi di lei (però l’onore al cinema funziona meglio).
Seguono numerosissimi altri titoli, tra cui: La ragazza che voleva essere Jane Austen, Come Jane Austen mi ha rubato il fidanzato, Jane Austen book club, tutta la serie de Le indagini di Jane Austen di Stephanie Barron (questi però sembrano divertenti, con la Austen che si trasforma nella signora Fletcher) e l’immancabile Orgoglio e pregiudizio e zombie (anche questo però sembra divertente, come tutte le cose che si prendono poco sul serio).
Tornando a noi, ecco qualche informazione per le moderne e poco attente lettrici di Jane.
[Sì, nel 2017 la mettono pure sulla banconota da dieci sterline, fate un po’ voi]
Tra i romanzi della Austen quello di maggior successo (complici i molteplici adattamenti cinematografici e televisivi) è sicuramente Orgoglio e pregiudizio.
Elizabeth Bennet è il primo esempio di donna outsider, nume tutelare delle donne che rifiutano proposte di matrimonio e di corteggiamento pur sperando nel lieto fine. Elizabeth Bennet, Lizzy per gli amici, era senza dubbio intelligente, come la sua creatrice, e più di ogni cosa non sopportava i buffoni, le persone snob e stupide, come la sua creatrice. E, sempre come la sua creatrice, era senza un soldo.
Dati alla mano:
Fitzwilliam Darcy godeva “della sua rendita di diecimila sterline l’anno”, che sarebbero tante pure adesso, quindi è meglio non fare i conti. Mentre le sorelle Bennett avevano in dote mille sterline a testa “che non saranno vostre fino alla dipartita di vostra madre”.
Il signor Bingley pure se la cavava bene: “uno scapolo con ampia fortuna, quattro o cinquemila l’anno”.
Superare questa differenza di novemila sterline, come capite, era un problema più grosso del pregiudizio.
Ed è anche lì che si trova il vero coraggio dei personaggi (e della Austen stessa): non rompono delle barriere di incomunicabilità sentimentale ma delle barriere di stratificazione sociale. Peccato che questo venga spesso dimenticato.
Altri dati alla mano:
Le tre sorelle Dashwood se la dovevano cavare con gli interessi di settemila sterline, circa cinquanta sterline l’anno a testa. Se non sbaglio hanno dovuto cambiare casa e fare parecchi tagli sulla servitù.
Il signor Edward Ferras aveva solo “duemila sterline di suo”: si è beccata quasi tutto la sorella Fanny, ben diecimila sterline. Capirete ora l’insistenza per farlo sposare.
Il colonnello Brandon aveva “duemila sterline l’anno senza debiti o altri oneri”. Tutto sommato non male per un colonnello di campagna.
Potremmo continuare per parecchio: non c’è nessuna scrittrice che come la Austen presti attenzione alle proprietà, alle rendite e più in generale alla situazione economica dei suoi personaggi. La scrupolosità nel dare queste informazioni dà la misura di quanto il vile denaro contasse nella vita sociale dell’Hampshire (e non solo) alla fine del ‘700.
Ecco, la capacità della Austen (“la scrittrice più perfetta tra le donne” secondo Virginia Woolf, che pure non scherzava) di indagare nei valori morali e nella complessità interiore degli uomini e delle donne del suo tempo non si ferma certo a un elenco di entrate e uscite; ma la prossima volta che leggete del ballo nel villaggio di Maryton, così atteso per parlare finalmente con qualcuno e magari trovare marito, fateci un pensiero.
Qualche libro che invece vale la pena procurarsi:
La Vita Felice editore propone alcune opere minori di Jane Austen, in una bella edizione con testo inglese a fronte, tra cui: La storia d’Inghilterra e Lesley Castle. Qui tutti i dettagli.
La casa editrice Jo March ha pubblicato questo diario di viaggio d’epoca delle sorelle Hill (1901) sulle tracce della vita di Jane Austen.
Sei romanzi perfetti. Saggio su Jane Austen di Liliano Rampello, Sonzogno.
Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, con ampie considerazioni sulla Austen.
Il lettore comune di Virginia Woolf, sempre con ampie considerazioni sulla Austen.
Fonte
Se lo avesse saputo, la signorina Austen, che i suoi romanzi fortemente sociali sarebbero stati trasformati in fari per tutte le donne single a caccia di un fidanzato appena decente, probabilmente se ne sarebbe rimasta buona buona nel suo cottage nell’Hampshire a suonare e ricamare (sì, era brava anche in questo).
E invece Jane Austen scriveva (secondo me, bene come nessun’altra dopo di lei) e scriveva soprattutto della sua società, della rigidità dei rapporti e dell’incomunicabilità.
Questa incomunicabilità, per quanto possa sconvolgere le affezionate lettrici, non era affatto data dall’essere orgogliosi o pieni di pregiudizi, simpatici o antipatici, ma dall’avere o meno soldi.
Ecco, non voglio dire che Jane Austen scrivesse solo del vile denaro, ma in buona parte sì. Parlava proprio di soldi.
Passata l’epoca in cui potevi a malapena ballare con un uomo che aveva una rendita sproporzionata alla tua dote, i romanzi della Austen si sono trasformati in fulgidi esempi di puro romanticismo, dove la fermezza morale, l’intelligenza e il carattere servono solo ad accalappiare l’uomo giusto, vincere il suo orgoglio, i tuoi pregiudizi, e sposartelo velocemente.
Se lo avesse saputo, la signorina Austen, che i suoi libri sarebbero diventati manuali di psicologia per coppie male assortite si sarebbe chiusa nella sua stanza e avrebbe dato fuoco alle carte.
Il culto che si è creato intorno alla Austen, dunque, sembra dimenticare del forte valore sociale dei suoi romanzi per concentrarsi su una sotto-produzione di film e libri che pretendono di spiegarti, molto seriamente, come risolvere la vita ad esempio delle eroine di fine ‘700 (e della scrittrice stessa).
Alcuni esempi:
Come trovare l’uomo giusto secondo Jane Austen di Lauren Henderson: Oltre alla trama avvincente, ai personaggi accattivanti e allo splendido stile, i libri di Jane Austen nascondono anche un segreto manuale per chi vuole trovare un partner duraturo, una persona vera, un compagno in cui aver fiducia, l’uomo giusto insomma. Le eroine di Jane Austen esprimono una saggezza antica che ancor oggi, nonostante i tempi siano cambiati, funziona benissimo. Basta osservare bene come Elizabeth in “Orgoglio e pregiudizio” riesce a conquistare il suo Darcy nonostante il carattere altezzoso e scostante di lui…
Il diario perduto di Jane Austen di James Syries: “Quelli che leggono i miei romanzi potrebbero chiedersi come può una donna, che nella sua vita non è mai stata nemmeno corteggiata e che non ha mai provato la meravigliosa sintonia di anima e corpo che unisce due persone, pretendere di scrivere sull’amore. […] La verità è che ho conosciuto un uomo che mi ha fatto provare realmente le profonde emozioni che descrivevo nei miei libri, che ha risvegliato la mia anima, da lungo tempo ormai sopita.”
In viaggio con Jane Austen di Laurie Rigler: Inghilterra, 1813. Jane Mansfield odia le rigide convenzioni che la sua vita da nobildonna le impone e sogna spesso di fuggire il più lontano possibile da tutto e da tutti. Ma risvegliarsi nella Los Angeles del XXI secolo, dopo una rovinosa caduta da cavallo, non era esattamente nei suoi progetti! All’improvviso, Jane si trova catapultata nel corpo di Courtney, a mettere ordine in un’esistenza a dir poco incasinata, senza avere la minima idea di come ci si comporta al giorno d’oggi. Riuscirà una timida signorina della Reggenza, inguaribile romantica e fervida lettrice di Jane Austen, a sopravvivere in un mondo in cui le regole sociali sono completamente stravolte?
Il film Becoming Jane, con la bella e pure brava Anne Hathaway, che però si dimentica di dirti la cosa fondamentale: Tom non la mollò per l’onore, ma sempre per i pochi soldi di lei (però l’onore al cinema funziona meglio).
Seguono numerosissimi altri titoli, tra cui: La ragazza che voleva essere Jane Austen, Come Jane Austen mi ha rubato il fidanzato, Jane Austen book club, tutta la serie de Le indagini di Jane Austen di Stephanie Barron (questi però sembrano divertenti, con la Austen che si trasforma nella signora Fletcher) e l’immancabile Orgoglio e pregiudizio e zombie (anche questo però sembra divertente, come tutte le cose che si prendono poco sul serio).
Tornando a noi, ecco qualche informazione per le moderne e poco attente lettrici di Jane.
[Sì, nel 2017 la mettono pure sulla banconota da dieci sterline, fate un po’ voi]
Tra i romanzi della Austen quello di maggior successo (complici i molteplici adattamenti cinematografici e televisivi) è sicuramente Orgoglio e pregiudizio.
Elizabeth Bennet è il primo esempio di donna outsider, nume tutelare delle donne che rifiutano proposte di matrimonio e di corteggiamento pur sperando nel lieto fine. Elizabeth Bennet, Lizzy per gli amici, era senza dubbio intelligente, come la sua creatrice, e più di ogni cosa non sopportava i buffoni, le persone snob e stupide, come la sua creatrice. E, sempre come la sua creatrice, era senza un soldo.
Dati alla mano:
Fitzwilliam Darcy godeva “della sua rendita di diecimila sterline l’anno”, che sarebbero tante pure adesso, quindi è meglio non fare i conti. Mentre le sorelle Bennett avevano in dote mille sterline a testa “che non saranno vostre fino alla dipartita di vostra madre”.
Il signor Bingley pure se la cavava bene: “uno scapolo con ampia fortuna, quattro o cinquemila l’anno”.
Superare questa differenza di novemila sterline, come capite, era un problema più grosso del pregiudizio.
Ed è anche lì che si trova il vero coraggio dei personaggi (e della Austen stessa): non rompono delle barriere di incomunicabilità sentimentale ma delle barriere di stratificazione sociale. Peccato che questo venga spesso dimenticato.
Altri dati alla mano:
Le tre sorelle Dashwood se la dovevano cavare con gli interessi di settemila sterline, circa cinquanta sterline l’anno a testa. Se non sbaglio hanno dovuto cambiare casa e fare parecchi tagli sulla servitù.
Il signor Edward Ferras aveva solo “duemila sterline di suo”: si è beccata quasi tutto la sorella Fanny, ben diecimila sterline. Capirete ora l’insistenza per farlo sposare.
Il colonnello Brandon aveva “duemila sterline l’anno senza debiti o altri oneri”. Tutto sommato non male per un colonnello di campagna.
Potremmo continuare per parecchio: non c’è nessuna scrittrice che come la Austen presti attenzione alle proprietà, alle rendite e più in generale alla situazione economica dei suoi personaggi. La scrupolosità nel dare queste informazioni dà la misura di quanto il vile denaro contasse nella vita sociale dell’Hampshire (e non solo) alla fine del ‘700.
Ecco, la capacità della Austen (“la scrittrice più perfetta tra le donne” secondo Virginia Woolf, che pure non scherzava) di indagare nei valori morali e nella complessità interiore degli uomini e delle donne del suo tempo non si ferma certo a un elenco di entrate e uscite; ma la prossima volta che leggete del ballo nel villaggio di Maryton, così atteso per parlare finalmente con qualcuno e magari trovare marito, fateci un pensiero.
Qualche libro che invece vale la pena procurarsi:
La Vita Felice editore propone alcune opere minori di Jane Austen, in una bella edizione con testo inglese a fronte, tra cui: La storia d’Inghilterra e Lesley Castle. Qui tutti i dettagli.
La casa editrice Jo March ha pubblicato questo diario di viaggio d’epoca delle sorelle Hill (1901) sulle tracce della vita di Jane Austen.
Sei romanzi perfetti. Saggio su Jane Austen di Liliano Rampello, Sonzogno.
Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, con ampie considerazioni sulla Austen.
Il lettore comune di Virginia Woolf, sempre con ampie considerazioni sulla Austen.
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