Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Teoria del valore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Teoria del valore. Mostra tutti i post

18/10/2025

Le frontiere del valore

di Michael Roberts

Güney Işıkara e Patrick Mokre hanno pubblicato un libro approfondito che espone come la teoria del valore di Marx funzioni per spiegare le tendenze e le fluttuazioni nelle moderne economie capitalistiche. Il titolo, Marx’s Theory of Value at the Frontiers – Classical Political Economics, Imperialism and Ecological Breakdown [La teoria del valore di Marx alle frontiere – Economia politica classica, imperialismo e collasso ecologico], indica al lettore che il libro tratta della legge del valore di Marx applicata a quelle che gli autori definiscono le sue “frontiere”, ovvero i mercati e il commercio, l'imperialismo e la crisi ambientale globale.

Si tratta di un progetto ambizioso, ma gli autori riescono con grande chiarezza a spiegare come il valore (creato dalla forza lavoro umana al massimo livello di astrazione) sia modificato e mediato dalla concorrenza tra capitalisti in quelli che Marx chiamava “prezzi di produzione” (dove i tassi di profitto dei singoli capitali si stabilizzano) e dai prezzi di mercato (dove i profitti in eccesso spingono i capitalisti a una concorrenza incessante).

Gli autori, ex studenti di Anwar Shaikh, adottano la sua teoria della “concorrenza reale” in contrapposizione alla tradizionale “concorrenza perfetta”. Quest'ultima si basa su una visione della produzione capitalistica fondata su armonia ed equilibrio, mentre la concorrenza reale è [caratterizzata da] una turbolenza incessante. Questa è la concorrenza reale in azione: «antagonista per natura e turbolenta nel suo funzionamento» (Shaikh). Gli autori sostengono che questa concorrenza reale sia il principio regolatore centrale del capitalismo, ma che «qualsiasi teoria della concorrenza, inclusa la concorrenza reale, deve essere supportata da una teoria del valore. Altrimenti, la fonte dei ricavi che spettano alle diverse classi sociali (tra le altre cose) rimarrà indeterminata».

Işıkara e Mokre si sono prefissati di dimostrare la connessione logica (e storica) tra il valore creato dalla forza lavoro e i prezzi di mercato. Fanno l'importante distinzione tra concorrenza «tra settori» e «all'interno di un settore».
All'interno di un settore, le imprese competono per quote dello stesso mercato; quindi i prezzi tendono a livellarsi all'interno di un dato mercato. L'impresa che domina quel mercato tenderà a fissare il prezzo, il «capitale regolatore».
Tra settori, i capitalisti spostano gli investimenti verso i settori con i tassi di profitto più elevati e quindi c'è una tendenza dei tassi di profitto a livellarsi tra i settori. Di conseguenza, il valore incorporato nelle singole merci viene modificato in «prezzi di produzione» basati sui costi, più un tasso medio generale di profitto. I prezzi di mercato pagati da consumatori e imprese si muovono attorno a questi prezzi di produzione; che, in ultima analisi, sono a loro volta regolati dai «prezzi diretti» delle merci, ovvero dal valore del lavoro in esse contenuto.
Quindi, le differenze tra prezzi diretti e prezzi di produzione, da un lato, e tra prezzi di produzione e prezzi di mercato, dall'altro, derivano da variazioni di valore.

In questi primi capitoli teorici, Işıkara e Mokre affrontano con decisione le critiche mainstream ed eterodosse alla teoria del valore di Marx, pur tralasciando saggiamente l'interminabile dibattito sul cosiddetto problema della trasformazione dei valori in prezzi, risolto altrove. E nella loro analisi empirica, gli autori forniscono prove ancora più convincenti della relazione fortemente positiva tra valori e prezzi, utilizzando un nuovo e ampio database input-output.

Işıkara e Mokre riscontrano che gli scostamenti tra i prezzi di mercato e i prezzi diretti (in percentuale sui prezzi di mercato) si attestano tra il 10 e il 20% in quasi tutti i paesi del campione, mentre gli scostamenti tra i prezzi di mercato e i prezzi di produzione sono leggermente inferiori (di circa 1-2 punti percentuali) per quasi tutti i Paesi. Gli scostamenti tra i prezzi diretti e i prezzi di produzione sono inferiori al 5% in tutti i Paesi. «Ciò supporta la visione di Ricardo secondo cui le complicazioni causate dall'accumulazione di capitale (differenze nei rapporti capitale-lavoro, tempi di rotazione, durabilità dei beni capitali e così via) portano a scostamenti dei prezzi naturali relativi (nel nostro caso, prezzi di produzione relativi) dalle grandezze sottostanti del lavoro incorporato (nel nostro caso, prezzi diretti), ma si prevede che questi scostamenti siano inferiori al 7%». Gli autori concludono che «i nostri risultati confermano che i prezzi diretti costituiscono un potente indicatore dei prezzi di produzione e di mercato e, analogamente, che i prezzi di produzione sono un potente indicatore dei prezzi di mercato». La teoria del valore di Marx ha un forte supporto empirico.

Gli autori spostano poi il valore su un'altra frontiera: il trasferimento di valore attraverso il commercio internazionale. Iniziano criticando la teoria della dipendenza: «L'indagine di Marx si concentra sulla concorrenza tra capitali, all'interno e all'esterno dei confini, in contrasto con Emmanuel, che vedeva la questione come sfruttamento di una nazione da parte di un'altra». Essi concludono: «Sarebbe corretto affermare che i capitalisti dei paesi avanzati traggono vantaggio dall'opportunità di sfruttare non solo i lavoratori domestici, ma anche quelli che vivono in altri paesi. Sono in grado di ottenere profitti superiori alla norma dal surplus sociale grazie alla concorrenza a livello internazionale. Tuttavia, un trasferimento di plusvalore dalle tasche dei capitalisti di un paese alle tasche dei capitalisti di un altro paese non può essere definito come sfruttamento del primo paese da parte del secondo. Allo stesso modo, non si può dire che le industrie si sfruttino a vicenda solo perché c'è un trasferimento di valore da un'industria all'altra».

D'altra parte, Işıkara e Mokre non seguono la linea di David Harvey nel respingere lo scambio ineguale di valore nel commercio internazionale come rilevante per l'imperialismo moderno. «L'argomentazione di Harvey è a favore dell'abbandono del concetto di imperialismo e della sua sostituzione con una nozione più fluida di egemonie mutevoli all'interno del capitalismo globale». Gli autori respingono la conclusione di Harvey sia dal punto di vista teorico che empirico. Utilizzando il loro database, hanno scoperto che «i trasferimenti internazionali di valore sono sostanziali, corrispondenti al 5,9% della produzione globale annuale nelle industrie manifatturiere nel periodo 1990-2020, con una cifra cumulativa sbalorditiva di 70.000 miliardi di dollari». Messico, Indonesia, Russia, Corea del Sud e Brasile sono i maggiori fornitori di valore, mentre Stati Uniti, Giappone e Cina sono tra i maggiori beneficiari dei trasferimenti di valore nel commercio internazionale.
I cosiddetti BRICS, in quanto maggiori rappresentanti della periferia del capitalismo mondiale, sono i maggiori perdenti, ad eccezione della Cina. In merito alla Cina, i due autori concludono che «è qualitativamente diversa dalla posizione consolidata nella letteratura, secondo cui la Cina è tra i paesi dominati, o risente di una perdita di valore nel commercio internazionale». Ma essi aggiungono anche alcune precisazioni. In primo luogo, la Cina è diventata un vincitore netto solo negli ultimi dieci anni, dopo la Grande Recessione del 2008, in seguito alla quale la crescita del commercio globale si è indebolita. Inoltre, lo studio «riguarda solo i trasferimenti di valore nelle industrie manifatturiere (tralasciando altri aspetti economici dell'imperialismo) e, di conseguenza, non è di per sé una prova che la Cina sia ora una potenza imperialista».
È importante sottolineare che la ricerca di Işıkara e Mokre analizza il trasferimento di valore scomponendolo in due elementi: l'aumento della composizione del valore del capitale [OCC - Organic Composition of Capital], che indica una maggiore superiorità tecnologica, e l'aumento del tasso di plusvalore [ROE - Rate of Exploitation], che indica un tasso di sfruttamento del lavoro più elevato. I risultati mostrano che entrambi i fattori contribuiscono al trasferimento di valore in misura pressoché uguale.
In merito alla ricerca della composizione del capitale e del tasso di sfruttamento, questo risultato è molto simile a quello ottenuto da Guglielmo Carchedi ed io nel nostro studio sullo scambio ineguale del commercio tra il nucleo imperialista e le economie periferiche. È degno di nota il fatto che, secondo i risultati di Işıkara e Mokre, i guadagni netti derivanti dal commercio cinese siano quasi interamente dovuti alla sua superiorità tecnologica rispetto ad altri paesi, mentre per gli Stati Uniti e il Regno Unito siano dovuti principalmente a tassi di sfruttamento più elevati degli altri paesi.

Tuttavia, questi risultati si basano solo sulle industrie produttive (manifatturiere); non viene preso in considerazione il flusso di valore attraverso le industrie non produttive (nonproduction) – come le attività finanziarie e assicurative – nel trasferimento del plusvalore da un paese all'altro sotto forma di profitti, commissioni e interessi. Gli autori tentano una stima della “cattura di valore non produttivo” e rilevano che il trasferimento di valore in questo settore è piuttosto modesto rispetto al trasferimento di valore nei settori manifatturieri delle economie. Tuttavia, riconoscono che nelle loro tabelle input-output, la cattura di valore non produttivo è probabilmente sottostimata.
Infatti, un altro studio di Thomas Rotta su questo argomento, che include i settori produttivi e non produttivi, rileva che la Cina è il maggiore donatore di valore, mentre gli Stati Uniti sono il maggiore catturatore di valore dell'economia mondiale. La quota statunitense di “valore catturato” per dipendente continua ad aumentare, a scapito dei paesi periferici come l'India e la Cina, anche se, come nell'analisi di Işıkara e Mokre, Rotta rileva che dalla Grande Recessione del 2008 la perdita annuale della Cina si è ridotta in modo significativo.

Esistono altri modi per analizzare il trasferimento di reddito dai paesi periferici al nucleo imperialista utilizzando i trasferimenti netti di reddito primario e il “rendimento in eccesso” sugli investimenti esteri. Quando si tratta di flussi netti di redditi transnazionali derivanti dal commercio e dagli investimenti, il nucleo imperialista guadagna visibilmente, mentre i paesi BRICS, compresa la Cina, sono dei perdenti.
Fonte: FMI

Piketty et al. hanno inoltre scoperto che, quando si calcolano i rendimenti netti delle attività estere, anche in questo caso il nucleo imperialista registra guadagni positivi, mentre i paesi BRICS (compresa la Cina) sono negativi.
Nei capitoli finali, Işıkara e Mokre spingono la teoria del valore di Marx alle frontiere della natura, ovvero la terra e l'ecologia del pianeta. Essi sostengono che la rendita, in quanto categoria generale, modifica la legge del valore, ma non la elimina. La proprietà terriera non abolisce il funzionamento della legge del valore. «La tendenziale stabilizzazione dei tassi di profitto è ancora il cuore pulsante della concorrenza capitalistica, che abbraccia tutti i settori, compresi quelli in cui la rendita deve essere pagata ai proprietari monopolistici di risorse cospicue. Nessun capitalista investirebbe in queste ultime se non potesse aspettarsi profitti normali dopo aver pagato la rendita».

Tuttavia, essi offrono l'interessante osservazione che il “capitale fittizio” aumenta effettivamente i ricavi correnti «tramite la cartolarizzazione dei ricavi e dei lavori futuri e attraverso la trasformazione di settori precedentemente pubblici (privatizzazione dei diritti pensionistici e previdenziali, degli alloggi, degli spazi urbani; appropriazione di terreni)». La finanziarizzazione è quindi una forma moderna di accumulazione di valore. Aggiungerei che il plusvalore che viene estratto dall'acquisto e dalla vendita di attività finanziarie, proviene in ultima analisi dal valore delle attività produttive: la finanza non crea nuovo valore, ma si limita a ridistribuirlo.

Işıkara e Mokre criticano l'opinione sempre più diffusa secondo cui la natura crea valore e che lo scambio ineguale di materie prime (energia, terra, ecc.) nei flussi commerciali globali, non è preso in considerazione dalla teoria del valore. Il punto qui è che «le teorie dello scambio ecologicamente ineguale si occupano principalmente dei risultati nel campo dei valori d'uso». Il pericolo è che «non riuscendo a cogliere la distinzione tra il lavoro utile e la forma sociale specificamente capitalistica di creazione di valore, si finisce per pensare che il lavoro non umano (ad esempio, quello svolto dai cavalli, dalle api, dai combustibili fossili e così via) sia altrettanto costitutivo di valore quanto il lavoro umano». Aggiungerei che il “lavoro della natura o di altre specie” viene trasformato in valore nel capitalismo solo dalla forza lavoro umana (raccolta del miele per la vendita; estrazione di petrolio e gas; lavoro dei cavalli e dei buoi, ecc.

Nel loro libro, Işıkara e Mokre dimostrano come la teoria del valore di Marx sia essenziale per comprendere le questioni principali che il mondo deve affrontare nel XXI secolo. Essi sostengono con forza che le differenze tra i prezzi di mercato, i prezzi di produzione e i valori del lavoro, sono fondamentali per comprendere i trasferimenti internazionali di valore dovuti alle diverse composizioni del capitale e ai diversi tassi di sfruttamento, nonché per spiegare il ruolo centrale della rendita e dell'accumulazione nella crisi ecologica indotta dal capitalismo. In quanto tale, il libro è «un manuale per i praticanti marxisti».

Fonte

16/09/2023

Quello che anche un bambino dovrebbe sapere sulla teoria del valore di Marx

di Michael A. Lebowitz

La legge del valore funziona in modi misteriosi. Per alcuni marxisti, essa è alla base di tutto ciò che dobbiamo sapere sul capitalismo.[1] Ma, così come Karl Marx affermava di non essere marxista, allo stesso modo avrebbe potuto dire: «Questa non è la mia legge del valore».

È tutta una questione di allocazione* del lavoro
«Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa. E ogni bambino sa pure che le quantità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono quantità diverse, e quantitativamente definite, del lavoro sociale complessivo». Karl Marx [2]
Ogni bambino ai tempi di Marx potrebbe aver sentito parlare di Robinson Crusoe. Quel bambino potrebbe aver sentito dire che sulla sua isola Robinson doveva lavorare per non morire, che aveva «bisogni [di vario genere] da soddisfare». A tal fine, Robinson doveva «compiere lavori utili di vario genere»: costruiva mezzi di produzione (utensili), cacciava e pescava per il consumo immediato. Si trattava di funzioni diverse, ma tutte erano soltanto «modi differenti di lavoro umano», il suo lavoro. Dall'esperienza, sviluppò la Regola di Robinson: «Proprio la necessità lo costringe a dividere esattamente il proprio tempo fra le sue differenti funzioni». In questo modo, imparò che la quantità di tempo dedicata a ciascuna attività dipendeva dalla sua difficoltà, cioè dalla quantità di lavoro necessaria per ottenere l'effetto desiderato. Date le sue esigenze, imparò come allocare il suo lavoro per sopravvivere.[3]

Come per Crusoe, così per la società. Ogni società deve allocare il proprio lavoro aggregato in modo da ottenere le quantità di prodotti corrispondenti alle diverse quantità di bisogni. Come commentava Marx, «in quanto la società vuole che i suoi bisogni siano soddisfatti ed a tal fine richiede la produzione di un determinato articolo, essa necessariamente deve pagarlo... [lo] compera mediante una quantità determinata di tempo di lavoro, di cui essa può disporre».[4] Deve allocare quantità di lavoro «diverse e quantitativamente determinate» alla produzione di beni e servizi per il consumo diretto (II Sfera) e una quantità di lavoro altrettanto determinata per la produzione e la riproduzione dei mezzi di produzione (I Sfera).

Per garantire la riproduzione di una determinata società, deve essere disponibile una quantità di lavoro sufficiente per la riproduzione dei produttori – sia direttamente che indirettamente (ad esempio, rispettivamente nelle Sfere II e I) – in base al livello esistente di bisogni e alla produttività del lavoro. Ciò include non solo il lavoro nei luoghi di lavoro organizzati, che producono particolari prodotti e servizi materiali, ma anche il lavoro necessario assegnato alla casa e alla comunità e ai luoghi in cui vengono curate l'istruzione e la salute dei lavoratori. Ogni società, inoltre, deve allocare il lavoro a quello che possiamo chiamare III Sfera, un settore che produce strumenti di regolazione e che può contenere istituzioni come la polizia, l'autorità legale, l'apparato ideologico e culturale, e così via.

Oltre al lavoro necessario per mantenere i produttori, in ogni società di classe una quantità di lavoro sociale è necessaria per riprodurre coloro che governano. Pertanto, il processo di riproduzione richiede l'allocazione del lavoro non solo per la produzione di articoli di consumo, mezzi di produzione e mezzi particolari di regolazione, ma, in ultima analisi, per la produzione e la riproduzione dei rapporti di produzione stessi.

Riproduzione di una società socialista

Consideriamo una società socialista: «un'associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale».[5] Avendo identificato le diverse quantità di bisogni che desidera soddisfare, questa società di produttori associati alloca il proprio lavoro, diverso e quantitativamente determinato, attraverso un processo consapevole di pianificazione. A questo proposito, segue la Regola di Robinson: ripartisce il suo lavoro aggregato «secondo un piano [che] regola l’esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni» sociali.[6]

La premessa di questo processo di pianificazione è un particolare insieme di relazioni in cui i produttori associati riconoscono la loro interdipendenza e su questa base si impegnano nell'attività produttiva. «Come base della produzione si presuppone una produzione comunitaria, la comunanza della produzione». La trasparenza e la solidarietà tra i produttori, in breve, sono alla base dell'«organizzazione del lavoro» nella società socialista, con il risultato che le attività produttive sono consapevolmente «determinate da bisogni e da scopi comuni».[7] La riproduzione della società, in questo caso, «diventa produzione da parte di [produttori] liberamente associati e si trova sotto il loro controllo consapevole e pianificato».[8]

Per identificare i loro bisogni e la loro capacità di soddisfarli, i produttori cominciano dalle istituzioni più vicine a loro: i consigli comunali, che identificano i cambiamenti nei bisogni espressi dagli individui e dalle comunità, e i consigli dei lavoratori, dove i lavoratori esplorano il potenziale per soddisfare i bisogni locali. Questi bisogni e capacità vengono trasmessi a organismi più grandi e infine consolidati a livello di società nel suo complesso, dove è necessario operare scelte a livello sociale. Sulla base di queste decisioni (che vengono discusse dai produttori associati a tutti i livelli della società), la società socialista alloca direttamente il proprio lavoro in base ai propri bisogni, sia per la soddisfazione immediata che per quella futura.

Alla base di questo processo c'è «il bisogno di sviluppo dell'operaio stesso», «l'assoluto sfruttamento delle sue potenzialità creative», «lo sviluppo completo dell'individuo» – lo sviluppo di ciò che Marx chiamava esseri umani «ricchi».[9] Questo obiettivo è inteso come indivisibile: non è compatibile con disparità significative tra i membri della società. Nelle parole del Manifesto del Partito comunista, «il libero sviluppo di ciascuno è condizione per il libero sviluppo di tutti».[10] Di conseguenza, data la premessa della comunanza e della solidarietà, questa società socialista alloca il proprio lavoro per eliminare i deficit ereditati dalle formazioni sociali precedenti. La società socialista, in breve, è «fondata sullo sviluppo universale degli individui e sulla subordinazione della loro produttività collettiva, sociale, quale loro patrimonio sociale».[11]

La pianificazione consapevole – una mano visibile, una mano collettiva – è la condizione per costruire una società socialista. Questo processo, tuttavia, non si limita a produrre il cosiddetto piano giusto. È importante che produca e riproduca anche i produttori stessi e le relazioni tra di loro. Ciò che Marx chiamava «pratica rivoluzionaria» («il cambiamento simultaneo delle circostanze e dell'attività umana o l'autocambiamento») è centrale. Ogni attività umana produce due prodotti: il cambiamento delle circostanze e il cambiamento degli attori stessi. Nel caso particolare delle istituzioni socialiste, il tempo di lavoro speso in riunioni per sviluppare decisioni collettive non solo produce soluzioni che attingono alle conoscenze di tutti gli interessati, ma è anche un investimento che sviluppa le capacità di tutti coloro che prendono tali decisioni. Costruisce solidarietà a livello locale, nazionale e internazionale. Queste istituzioni e pratiche, in breve, sono al centro della regolamentazione dei produttori stessi (attività della III Sfera). Sono essenziali per la riproduzione della società socialista.[12]

Riproduzione di una società caratterizzata dalla produzione di merci

Ma che dire di una società non caratterizzata dalla comunanza, una società segnata invece da attori separati e autonomi? La premessa essenziale di una società di questo tipo è la separazione dei produttori indipendenti.[13] Piuttosto che una comunità di produttori, c'è un insieme di proprietari autonomi che dipendono, per la soddisfazione dei loro bisogni, dall'attività produttiva di altri proprietari. La «dipendenza reciproca dei produttori» esiste, ma si tratta di una «connessione di individui reciprocamente indifferenti». Infatti, «la [loro] unità e integrazione reciproca esiste, per così dire, come un rapporto naturale esterno agli individui, indipendentemente da loro». Tuttavia, se questi «individui indifferenti tra loro» non comprendono la loro connessione, come fa questa società ad allocare le sue «diverse e quantitativamente determinate quantità di lavoro aggregato della società» per soddisfare le sue «diverse quantità di bisogni»?[14]

Ovviamente, una società di questo tipo non utilizza la Regola di Robinson: non può allocare direttamente il suo lavoro aggregato in accordo con la distribuzione dei suoi bisogni. «È solo quando la società controlla efficacemente la produzione, regolandola in anticipo,», sottolinea Marx, «che essa crea il legame fra la misura del tempo di lavoro sociale dedicato alla produzione di un articolo determinato e l’estensione del bisogno sociale che tale articolo deve soddisfare».[15] Sebbene l'applicazione della Regola di Robinson non sia possibile, la sua funzione rimane. Come commenta Marx, in quelle relazioni semplici e trasparenti delineate per Robinson Crusoe «vi sono contenute tutte le determinanti essenziali del valore».[16] In particolare, rimane la «necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni specifiche».

La legge necessaria dell'allocazione proporzionale del lavoro aggregato, insisteva Marx, «non è certo abolita dalla forma specifica della produzione sociale». Cambia solo la forma di questa legge. Come scrisse Marx a Ludwig Kugelmann, «ciò che può mutare in condizioni storiche diverse non è che la forma con cui quelle leggi si impongono». Nella società produttrice di merci, la forma assunta da questa legge necessaria è la legge del valore. «La forma in cui questa distribuzione proporzionale del lavoro si afferma, in una data situazione sociale nella quale la connessione del lavoro sociale si fa valere come scambio privato dei prodotti individuali del lavoro, è appunto il valore di scambio di questi prodotti».[17]

Poiché l'allocazione del lavoro sociale incorporato nelle merci è «mediata attraverso l'acquisto e la vendita dei prodotti dei diversi rami dell'industria» (piuttosto che attraverso un «controllo genuino e preventivo» da parte della società), l'effetto immediato del mercato è un «modello disordinato di distribuzione dei produttori e dei loro mezzi di produzione».[18] Tuttavia, questo apparente caos mette in moto un processo attraverso il quale la necessaria allocazione del lavoro tenderà a emergere. Nella semplice produzione di beni, alcuni produttori riceveranno un reddito ben superiore al costo di produzione, mentre altri riceveranno un reddito ben inferiore. Supponendo che sia possibile, i produttori sposteranno la loro attività, cioè mostreranno una tendenza all'entrata e all'uscita. Di conseguenza, tenderebbe ad emergere un equilibrio in cui non c'è più motivo di muoversi per i singoli produttori di beni. Attraverso tali movimenti, i vari tipi di lavoro «vengono continuamente ridotti alle proporzioni quantitative in cui la società li richiede».

In breve, sebbene «il gioco del capriccio e del caso» significhi che l'allocazione del lavoro non corrisponde immediatamente alla distribuzione dei bisogni espressa dagli acquisti di merci, «le differenti sfere della produzione cercano costantemente di mettersi in equilibrio».[19] Attraverso la legge del valore, il lavoro viene allocato nelle proporzioni necessarie nella società produttrice di merci. «Così come p. es. trionfa con la forza, la legge della gravità», vediamo che «nei rapporti di scambio dei loro prodotti, casuali e sempre oscillanti, trionfa con la forza, come legge naturale regolatrice, il tempo di lavoro socialmente necessario per la loro produzione».[20] C'è una «tendenza costante da parte delle varie sfere di produzione verso l'equilibrio» proprio perché «la legge del valore delle merci determina in ultima istanza quanta parte del suo tempo di lavoro disponibile la società può impiegare per ogni tipo di merce».[21]

È possibile raggiungere nella realtà l'equilibrio in cui il lavoro viene allocato per soddisfare i bisogni della società? Se pensiamo a una società caratterizzata dalla semplice produzione di merci, l'equilibrio si verifica quando tutti i produttori di merci ricevono l'equivalente del lavoro contenuto nelle loro merci. In realtà, tuttavia, esistono notevoli barriere all'uscita e all'entrata: le particolari competenze e capacità possedute dai singoli produttori non saranno facilmente trasferite alla produzione di merci diverse. In effetti, questo processo potrebbe richiedere una generazione, nel qual caso i produttori di alcuni settori appariranno privilegiati per lunghi periodi.

Nel caso della produzione capitalistica di merci – oggetto del Capitale – il singolo capitalista «obbedisce alla legge immanente, e quindi all'imperativo morale, del capitale di produrre quanto più plusvalore possibile».[22] Di conseguenza, si verifica una «distribuzione proporzionale del capitale sociale totale, in continuo cambiamento, reso possibile dalla immigrazione o dalla emigrazione di capitale rispetto alle particolari sfere di produzione».[23] L'equilibrio si verifica quando tutti i produttori ottengono un uguale tasso di profitto sul loro capitale avanzato per i mezzi di produzione e la forza lavoro. Questa tendenza «ha l'effetto di distribuire la massa totale del tempo di lavoro sociale tra le varie sfere di produzione secondo il bisogno sociale».[24] Tuttavia, anche in questo caso c'è un ostacolo alla realizzazione dell'equilibrio: l'esistenza di un capitale fisso incorporato in particolari sfere non consente una facile uscita ed entrata.

Tuttavia, per Marx, la legge del valore (il processo attraverso il quale il lavoro viene allocato nelle proporzioni necessarie nel capitalismo) funziona in modo più fluido man mano che il capitalismo si sviluppa. Il «libero movimento del capitale tra queste diverse sfere di produzione come tanti campi di investimento disponibili» ha come condizione lo sviluppo del sistema creditizio e bancario. Solo come capitale monetario il capitale «possiede la forma in cui viene distribuito come elemento comune tra queste diverse sfere, tra la classe capitalista, a prescindere dalla sua applicazione particolare, in base alle esigenze di produzione di ciascuna sfera particolare».[25] Nella sua forma monetaria, il capitale è astratto da impieghi particolari. Solo nel capitale monetario, nel mercato monetario, scompaiono tutte le distinzioni relative alla qualità del capitale: «Tutte le forme particolari del capitale, derivanti dal suo investimento in particolari sfere di produzione o di circolazione, sono qui cancellate. Esso esiste qui nella forma indifferenziata, autoidentica, di valore indipendente, del denaro».[26]

L'equiparazione dei tassi di profitto «presuppone lo sviluppo del sistema creditizio, che concentra insieme la massa inorganica del capitale sociale disponibile nei confronti del singolo capitalista».[27] Cioè, presuppone il dominio del capitale finanziario: i banchieri «diventano i gestori generali del capitale monetario», che ora appare come «una massa concentrata e organizzata, posta sotto il controllo dei banchieri in quanto rappresentanti del capitale sociale in modo del tutto diverso dalla produzione reale».[28]

L'autocritica di Marx

Non c'è modo migliore per comprendere la teoria del valore di Marx che vedere come egli rispose ai critici del Capitale. Rispetto a una particolare recensione, Marx commentò a Kugelmann nel luglio 1868 che la necessità di dimostrare la legge del valore rivela la «più completa ignoranza, sia della cosa di cui si tratta, sia del metodo della scienza». Ogni bambino, continuava Marx, sa che «le quantità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono quantità diverse, e quantitativamente definite, del lavoro sociale complessivo». Come può il critico non vedere che «questa necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite, non è affatto annullata dalla forma definita della produzione sociale, [ma solo può cambiare il suo modo di apparire], è SELF-EVIDENT!»[29] Analogamente, rispondendo all'obiezione di Eugen Dühring alla sua discussione sul valore, Marx scrisse a Friedrich Engels nel gennaio del 1868 che «in realtà, nessuna forma di società può impedire che il tempo di lavoro a disposizione della società regoli la produzione in UN MODO O IN UN ALTRO».[30] Questo era il punto: in una società produttrice di merci, in quale altro modo il lavoro potrebbe essere allocato – se non dal mercato!

Sebbene su tale punto Marx fosse più chiaro in queste lettere che nel Capitale, nella sua critica all'economia politica classica si espresse in modo trasparente sul valore e sul denaro. A differenza degli economisti volgari, che non andavano al di sotto della superficie, gli economisti classici (a loro merito) avevano cercato di «cogliere la connessione interna in contrasto con la molteplicità delle forme esteriori».[31] Gli economisti classici cominciarono spiegando il valore relativo con la quantità di tempo-lavoro, ma «non si posero mai una volta la domanda perché questo contenuto abbia assunto quella particolare forma, cioè perché il lavoro sia espresso in valore e perché la misura del lavoro in base alla sua durata sia espressa nel valore del prodotto».[32] La loro analisi, in breve, partiva dal centro.

Questo approccio classico caratterizzava il pensiero iniziale di Marx. È importante riconoscere che la critica di Marx era un'autocritica, una critica di opinioni che lui stesso aveva accettato in precedenza. Nel 1847, Marx dichiarò che «la teoria dei valori di David Ricardo è l'interpretazione scientifica della vita economica reale».[33] Nei Principi di economia politica e dell’imposta, Ricardo aveva sostenuto che «il valore di una merce... dipende dalla quantità relativa di lavoro necessaria per la sua produzione». Con ciò intendeva «non solo il lavoro applicato immediatamente alle merci», ma anche il lavoro «impiegato per gli attrezzi, gli strumenti e gli edifici con cui tale lavoro è svolto». Di conseguenza, i valori relativi delle diverse merci erano determinati dalla «quantità totale di lavoro necessaria per produrle e metterle sul mercato». Questa era «la regola che determina le rispettive quantità di merci che devono essere date in cambio l'una dell'altra».[34]

Nei suoi primi lavori, Marx seguì Ricardo. «Le oscillazioni della domanda e della disponibilità», scrive Marx in Lavoro salariato e capitale, «riconducono sempre il prezzo di una merce ai costi di produzione» (cioè al suo «prezzo naturale»). Questa era la teoria del valore di Ricardo: «La determinazione del prezzo secondo i costi di produzione è uguale alla determinazione del prezzo sulla base della durata del lavoro che si richiede per la produzione di una merce». Inoltre, questa regola si applicava anche alla determinazione dei salari, che erano «determinati dai costi di produzione, dal tempo di lavoro che si richiede per produrre questa merce, il lavoro».[35] Lo stesso punto fu espresso nel Manifesto del Partito comunista del 1848: «il prezzo di una merce, quindi anche quello del lavoro, è uguale ai suoi costi di produzione».[36]

Negli anni ‘50 del XIX secolo, tuttavia, Marx iniziò a sviluppare una nuova concezione. Nei quaderni scritti nel 1857-58, che costituiscono i Grundrisse, inizia la sua critica dell'economia politica classica. Marx concluse i Grundrisse annunciando che il punto di partenza dell'analisi non doveva essere il valore (come aveva fatto Ricardo), ma la merce, che «appare come unità di due determinazioni» – il valore d'uso e il valore di scambio.[37] La merce e, in particolare, il suo carattere bifronte è il punto di partenza della sua critica e il modo in cui inizia sia Per la critica dell'economia politica (1859) sia Il Capitale.[38]

I migliori punti del Capitale

La legge del valore come «legge regolatrice della natura» non era uno dei punti migliori del Capitale, né uno degli «elementi fondamentalmente nuovi del libro». Dopotutto, se la legge del valore è la tendenza dei prezzi di mercato ad avvicinarsi all’equilibrio, allo stesso modo in cui «si afferma la legge di gravità», allora questa «legge regolatrice della natura» era già presente in Ricardo.

Piuttosto, ciò che Marx sosteneva nel Capitale è che l’economia politica classica non comprendeva il valore. «Per quanto riguarda il valore in generale, l’economia politica classica non distingue esplicitamente in nessun luogo, in modo esplicito e chiaramente consapevole, tra il lavoro che appare nel valore di un prodotto, e lo stesso lavoro che appare nel valore d’uso del prodotto».[39] Ma questa distinzione, dichiarò Marx a Engels nell’agosto 1867, è «fondamentale per ogni comprensione dei FATTI!» Questo «duplice carattere del lavoro», egli indicava, è uno dei «punti migliori del mio libro» (e, in effetti, è il punto migliore del primo volume del Capitale).[40]

Marx ha espresso lo stesso concetto nella prima edizione del primo volume del Capitale a proposito del duplice carattere del lavoro nelle merci: «questo aspetto, che per primo ho sviluppato in modo critico, è il punto di partenza da cui dipende la comprensione dell’economia politica».[41] Scrivendo nuovamente a Engels nel gennaio 1868, Marx descrive la sua analisi del duplice carattere del lavoro rappresentato nelle merci come uno dei «tre elementi fondamentalmente nuovi del libro». Tutti gli economisti precedenti, non avendolo compreso, furono «destinati a scontrarsi ovunque con l’inspiegabile. Questo è di fatto l’intero segreto della concezione critica».[42]

Il segreto della concezione critica, il punto di partenza per la comprensione dell'economia politica, la base per ogni comprensione dei fatti: che cosa ha reso così importante la rivelazione del duplice carattere del lavoro nelle merci? Molto semplicemente, è il riconoscimento che il lavoro effettivo, specifico, concreto, tutte quelle ore di lavoro reale impiegate per produrre una determinata merce, di per sé non hanno nulla a che fare con il suo valore. Non si possono sommare le ore di lavoro del falegname al lavoro contenuto nei mezzi di produzione consumati per ricavare il valore della merce del falegname. Quel lavoro specifico, piuttosto, è stato impiegato nella produzione di una cosa da usare, nota anche come valore d'uso. Inoltre, non si possono spiegare i valori relativi attraverso il conteggio della quantità di lavoro specifico contenuta in valori d’uso separati. Se non si distingue chiaramente tra i duplici aspetti del lavoro nella merce, non si è compresa la critica di Marx all'economia politica classica.

Il lavoro di Marx sulla teoria del denaro

«Qui si tratta di compiere un’impresa», annunciò Marx, «che non è neppure stata tentata dall’economia politica borghese».[43] Questo compito consisteva nello sviluppare la sua teoria del denaro – in particolare, di rivelare che il denaro è il rappresentante sociale del lavoro aggregato nelle merci. Per questo Marx ha dimostrato che (1) il concetto di denaro è latente nel concetto di merce e (2) che il denaro rappresenta il lavoro astratto in una merce e che la manifestazione di quest'ultimo, la sua unica manifestazione, è il prezzo della merce.

Se sommare le ore di lavoro concreto necessarie per produrre una merce non ne rivela il valore, che cosa lo rivela? Niente, se stiamo considerando una singola merce. «Potremo voltare e rivoltare una singola merce quanto vorremo, ma come cosa di valore rimarrà inafferrabile».[44] Possiamo avvicinarci alla comprensione del valore di una merce solo considerandola in una relazione. La forma più semplice (ma non sviluppata) di questa relazione è quella di valore di scambio: il valore della merce A è uguale a x unità della merce B, dove B è un valore d'uso. Abbiamo sempre conosciuto A come valore d'uso, ma ora conosciamo il valore di A dal suo equivalente in B. (Se invertiamo questo, diremmo che il valore di B è uguale a 1/x unità di A, e qui A è l'equivalente). La seconda merce, l'equivalente, è uno specchio del valore della prima merce. È attraverso questa relazione sociale che possiamo cogliere la merce come qualcosa che possiede valore.

Avendo stabilito che il valore di una merce si rivela attraverso il suo equivalente, Marx procede logicamente, passo dopo passo, a definire l'esistenza di una merce che funge da equivalente per tutte le merci, che cioè è la forma generale del valore. Da qui a rivelare la forma monetaria del valore il passo è breve: il denaro come equivalente universale, il denaro come rappresentante del valore.[45] In breve, una volta che iniziamo ad analizzare una società che scambia merci, siamo condotti al concetto di denaro. Questo è ciò che Marx identifica come suo compito: «Dobbiamo dimostrare la genesi di questa forma di denaro, dunque di perseguire lo svolgimento dell’espressione di valore contenuta nel rapporto di valore delle merci, dalla sua figura più semplice e inappariscente, fino all’abbagliante forma di denaro. Con ciò scomparirà anche l’enigma del denaro».[46] Ma questo era un libro chiuso per gli economisti classici; «Ricardo», commentò Marx anni dopo, «in realtà si occupava solo del lavoro come misura della grandezza del valore e quindi non trovava alcun collegamento tra la sua teoria del valore e l’essenza del denaro».[47]

Ma cos'è il denaro? Per capire il denaro dobbiamo tornare al duplice carattere del lavoro nelle merci, quel punto da cui dipende la comprensione dell’economia politica. Sappiamo che il lavoro concreto e specifico produce valori d'uso specifici. Poiché il lavoro è concreto, non possiamo confrontare merci contenenti diverse qualità di lavoro. Ma possiamo confrontarle se le astraiamo dalle loro specificità, cioè se le consideriamo come contenenti lavoro in generale, lavoro astratto, «uguale lavoro umano, il dispendio di identica forza-lavoro umana».[48] Il lavoro complessivo della società è un composto di molti «diversi modi di lavoro umano»: «la forma compiuta o totale di apparenza del lavoro umano è costituita dalla totalità delle sue forme particolari di apparenza».[49] «L’unica massa omogenea della forza-lavoro umana», quel lavoro universale, uniforme, astratto, sociale in generale, il «lavoro umano puro e semplice», entra in ogni merce.[50]

Pensate al lavoro aggregato nelle merci come ad una gelatina, composta da una serie di unità identiche e omogenee. Una certa quantità di questa gelatina entra in ogni merce. Il valore di una merce è determinato dalla quantità che questa gelatina – quanto lavoro omogeneo, universale, astratto, quella comune “sostanza sociale” – contiene. Ovviamente non possiamo sommare la gelatina in modo semplice, come potremmo fare con il lavoro concreto. Come possiamo allora vedere il valore di una merce? Abbiamo già risposto a questa domanda. Il valore di una merce (cioè il lavoro omogeneo, generale, astratto contenuto nella merce) è rappresentato dalla quantità di denaro, che è il suo equivalente. Infatti l’unica forma in cui il valore delle merci può manifestarsi è la forma denaro.

Ogni società ottiene le quantità di prodotti corrispondenti alle diverse quantità dei suoi bisogni dedicando alla loro produzione una parte del tempo di lavoro disponibile. Come già detto, «se la società vuole soddisfare i propri bisogni e far produrre un articolo a questo scopo, deve pagarlo…[e] lo compra con una certa quantità di tempo-lavoro che ha a disposizione.»[51] Come soddisfiamo i nostri bisogni nel capitalismo? Li acquistiamo con il rappresentante del lavoro sociale totale delle merci: il denaro.

Ignoranza sia del tema in discussione che del metodo scientifico

Come scrive Michael Heinrich, «molti marxisti hanno difficoltà a comprendere l’analisi di Marx», come gli economisti borghesi, «tentano di sviluppare una teoria del valore senza riferimento al denaro».[52] Tuttavia è un po' difficile capire il perché, viste le critiche di Marx all'economia politica classica proprio su questo punto. Ricardo, commentava Marx, non aveva compreso «e nemmeno sollevato come problema» la «connessione tra il valore, la sua misura immanente – cioè il tempo-lavoro – e la necessità di una misura esterna dei valori delle merci». Ricardo non ha esaminato il lavoro astratto, il lavoro che «si manifesta nei valori di scambio – la natura di questo lavoro. Quindi non coglie la connessione di questo lavoro con il denaro o il fatto che debba assumere la forma di denaro».[53]

Per questo Marx si è impegnato a «mostrare l’origine di questa forma di denaro” e di risolvere “il mistero del denaro”, un compito «che non è neppure stato tentato dall’economia politica borghese». Dobbiamo comprendere la natura del denaro e come si passa direttamente dal valore al denaro. Come ha spiegato nel capitolo 10 del terzo volume del Capitale:
occupandoci del denaro, si è presupposto che le merci fossero vendute al loro valore, non essendovi alcun motivo per esaminare il caso di uno scarto fra prezzo e valore, trattandosi unicamente dei mutamenti di forma che la merce subisce nella sua trasformazione in denaro e nella sua ritrasformazione da denaro in merce. Non appena la merce è stata venduta e una nuova merce è stata acquistata con tale denaro, abbiamo davanti a noi la metamorfosi completa e da questo punto di vista è indifferente che il prezzo della merce sia superiore o inferiore al suo valore. Il valore della merce rimane importante come fondamento, poiché è solo in base ad esso che è possibile sviluppare il concetto del denaro e del prezzo, che, secondo il suo concetto generale è da principio nient'altro che la forma monetaria del valore.[54]
Per capire perché Marx riteneva essenziale risolvere il mistero del denaro, è utile comprendere il suo metodo di derivazione dialettica. Come G.W.F. Hegel, esaminando determinati concetti, scoprì che essi contenevano implicitamente un secondo termine; procedette quindi a considerare l'unità dei due concetti, trascendendo così l'unilateralità di ciascuno di essi e passando a concetti più ricchi. In questo modo, Marx analizzò la merce e scoprì che conteneva, latente al suo interno, il concetto di denaro, la forma indipendente del valore, e che la merce si differenziava in merce e denaro. Inoltre, considerando la relazione tra merce e denaro da tutti i lati, Marx ha scoperto il concetto di capitale.[55]

Il concetto di capitale, insomma, non cade dal cielo. È contrassegnato dalle categorie precedenti. Poiché il denaro è il rappresentante del lavoro astratto, dell’omogeneo lavoro complessivo della società, il capitale deve essere inteso come accumulazione di omogeneo lavoro astratto. Intendendo il denaro come latente nelle merci, rifiutiamo l’immagine del denaro giustapposto esternamente alle merci come nell’economia politica classica e riconosciamo, quindi, che il lavoro astratto è sempre presente nel concetto di capitale.

Tuttavia, non tutte le accumulazioni di lavoro astratto sono capitale. Affinché corrispondano al concetto di capitale, devono essere spinte dall'impulso alla crescita e avere un valore che si espande da solo (cioè M-C-M´). Tuttavia, come è possibile questo, presupponendo lo scambio di equivalenti? Da dove viene il valore aggiunto, il plusvalore? Le due domande esprimono la stessa cosa: in un caso, sotto forma di lavoro oggettivato; nell'altro, sotto forma di lavoro vivo, fluido.[56]

La risposta ad entrambe è che, con la disponibilità di forza-lavoro come merce, il capitale può ora assicurarsi ulteriore lavoro (astratto). Ciò non è dovuto a qualche qualità occulta della forza-lavoro, ma al fatto che, acquistando forza-lavoro, il capitale si trova ora in una relazione di «supremazia e subordinazione» rispetto ai lavoratori, una relazione che porta con sé la «costrizione a svolgere pluslavoro».[57] Questa costrizione, insita nei rapporti di produzione capitalistici, è la fonte della crescita del capitale.

Consideriamo il plusvalore assoluto concentrandoci sul “lavoro vivo, fluido”. Il valore della forza-lavoro, o lavoro necessario, in un dato momento rappresenta la quota di lavoro sociale aggregato che va ai lavoratori. La restante quota di lavoro sociale viene catturata dai capitalisti. Quando il capitale usa il suo potere per aumentare la durata o l’intensità della giornata lavorativa, il lavoro sociale totale aumenta; supponendo che il lavoro necessario rimanga costante, il capitale è l’unico beneficiario. Il rapporto tra pluslavoro e lavoro necessario – il tasso di sfruttamento – aumenta.

In alternativa, aumentiamo la produttività del lavoro. Per produrre la stessa quantità di valori d’uso è necessario meno lavoro totale. Di conseguenza, l’aumento della produttività porta con sé la possibilità di ridurre la giornata lavorativa (una possibilità non realizzata nel capitalismo). Se, al contrario, il lavoro sociale aggregato rimanesse costante, chi sarebbe il beneficiario di un tale aumento di produttività? Supponendo che la classe operaia sia atomizzata e che il capitale sia in grado di dividere sufficientemente i lavoratori, il capitale ottiene un plusvalore relativo perché il lavoro necessario diminuisce. In alternativa, nella misura in cui i lavoratori saranno sufficientemente organizzati come classe, beneficeranno degli aumenti di produttività con un aumento dei salari reali, in quanto i valori delle merci diminuiranno. Nel Capitale, questa seconda opzione è sostanzialmente preclusa perché, seguendo gli economisti classici, Marx presupponeva che il criterio di necessità fosse dato e fissato.[58]

In breve, dobbiamo comprendere il denaro se vogliamo comprendere il capitale, e per questo dobbiamo cogliere il duplice carattere del lavoro che entra in una merce. Sfortunatamente, molti marxisti non riescono a cogliere la distinzione «tra il lavoro come appare nel valore di un prodotto, e lo stesso lavoro come appare nel valore d’uso del prodotto» – distinzione che Marx considerava «fondamentale per ogni comprensione dei FATTI». Di conseguenza, essi offrono una «teoria del valore senza riferimento al denaro», ciò che Heinrich chiama teorie «pre-monetarie del valore», che io considero teorie pre-marxiane del valore o teorie ricardiane del valore.[59]

I marxisti ricardiani non colgono la logica di Marx, o il modo in cui Marx passa logicamente dall'astratto al concreto. Il problema è particolarmente evidente quando si tratta del cosiddetto problema della trasformazione. Ciò che non riescono a capire coloro che tentano di calcolare la trasformazione dai valori ai prezzi di produzione è che, piuttosto che trasformare i valori realmente esistenti, i prezzi di produzione sono semplicemente un ulteriore sviluppo logico del valore.[60] Il reale movimento va dai prezzi di mercato ai prezzi di equilibrio, cioè ai prezzi di produzione. Come abbiamo visto, è così che la legge del valore alloca il lavoro aggregato nelle merci, in modo simile alla legge di gravità. L’incapacità di questi marxisti di distinguere tra il logico e il reale dimostra la loro «completa ignoranza sia del tema in discussione che del metodo scientifico».

Note

* N.d.T. Abbiamo tradotto l'inglese allocation, con allocazione. In questo articolo, allocazione ha come sinonimi, in relazione al contesto in cui viene adottato, termini come: ripartizione, distribuzione, divisione, destinazione. Nel linguaggio marxiano viene adottato, più comunemente, il termine "divisione del lavoro", ma abbiamo deciso di seguire l'indicazione dell'autore in quanto egli stesso utilizza il termine inglese "allocation of labour" invece di "division of labour".

[1] Nella sua bella introduzione e interpretazione del Capitale, Michael Heinrich critica il marxismo tradizionale e la visione del mondo, An introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, New York, Monthly Review Press, 2012. Heinrich approfondisce ulteriormente le prime sezioni del primo volume del Capitale, in Michael Heinrich, How to Read Marx’s Capital, New York, Monthly Review Press, 2021.

[2] Karl Marx, Lettera a Ludwig Kugelmann. Londra 11 luglio 1868, in Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, XLIII, Roma, 1975, pp. 597-598.

[3] Karl Marx, Capital, vol. 1, London, Penguin, 1977, pag. 169–70.

[4] Karl Marx, Capital, vol. 3, London, Penguin, 1981, p. 288.

[5] Marx, Capital, vol. 1, p. 171.

[6] Marx, Capital, vol. 1, p. 172.

[7] Karl Marx, Grundrisse, London, Penguin, 1973, pag. 171–72.

[8] Marx, Capital, vol. 1, p. 173.

[9] Marx, Capital, vol. 1, p. 772; Marx, Grundrisse, pag. 488, 541, 708; Karl Marx, Critique of the Gotha Programme in Marx and Engels, Selected Works, vol. 2, Moscow, Foreign Languages Press, 1962, p. 24.

[10] Marx and Engels, Collected Works, vol. 6, 506.

[11] Marx, Grundrisse, pag. 158–59.

[12] Su questa visione della società socialista, vedi Michael A. Lebowitz, The Socialist Alternative: Real Human Development, New York, Monthly Review Press, 2010, e Michael A. Lebowitz, Between Capitalism and Community, New York, Monthly Review Press, 2020.

[13] La discussione sul singolo produttore di merci si applica anche ai produttori di merci collettivi o di gruppo (come nel caso delle cooperative).

[14] Marx, Grundrisse, pag. 156–58.

[15] Marx, Capital, vol. 3, pag. 288–89.

[16] Marx, Capital, vol. 1, p. 170.

[17] Marx e Engels, Collected Works, vol. 43, p. 68.

[18] Marx, Capital, vol. 1, 476. È importante tenere presente la distinzione tra lavoro aggregato nelle merci e lavoro aggregato nella società nel suo insieme.

[19] Marx, Capital, vol. 1, p. 476.

[20] Marx, Capital, vol. 1, p. 168.

[21] Marx, Capital, vol. 1, p. 476.

[22] M arx, Capital, vol. 1, p. 1051.

[23] Marx, Capital, vol. 3, p. 895.

[24] Karl Marx, Theories of Surplus Value, Part II, Moscow, Progress Publishers, 1968, p. 209.

[25] Marx, Capital, vol. 3, p. 491.

[26] Marx, Capital, vol. 3, p. 490. Stiamo qui descrivendo il cosiddetto jelly capital, [capitale gelatina].

[27] Marx, Capital, vol. 3, p. 298.

[28] Marx, Capital, vol. 3,pag. 528, 491.

[29] Marx e Engels, Collected Works, vol. 43, p. 68.

[30] Marx e Engels, Collected Works, vol. 42, p. 515.

[31] Karl Marx, Theories of Surplus Value, Part III, Moscow, Progress Publishers, 1971, p. 500.

[32] Marx, Capital, vol. 1, pag. 173–74.

[33] Marx e Engels, Collected Works, vol. 6, pag. 121, 123–24.

[34] David Ricardo, The Principles of Political Economy and Taxation, Homewood, Richard D. Irwin, Inc., 1963, pag. 5–6, 12–13, 42.

[35] Karl Marx, Wage Labour and Capital in Marx and Engels, Collected Works, vol. 9, p. 208–9.

[36] Marx e Engels, Collected Works, vol. 6, p. 491. In questo caso Marx accetta la simmetria di Ricardo nella produzione di cappelli e uomini, e continua a mantenere questa posizione nel Capitale. Per una critica, vedi Lebowitz, “The Burden of Classical Political Economy” in Lebowitz, Between Capitalism and Community, chapter 6.

[37] Marx, Grundrisse, p. 881.

[38] Tuttavia, al momento della stesura del Capitale, Marx era passato a identificare la duplice natura della merce come valore d'uso e valore, e dichiarava che il valore di scambio è solo la forma necessaria che assume il valore.

[39] Marx, Capital, vol. 1, p. 173 n.

[40] Marx e Engels, Collected Works, vol. 42, p. 407.

[41] Albert Dragstedt, Value: Studies by Karl Marx, London, New Park Publications, 1976, p. 11.

[42] Marx e Engels, Collected Works, vol. 42, p. 514.

[43] Marx, Capital, vol. 1, p. 139.

[44] Marx, Capital, vol. 1, p. 138.

[45] Nell'economia politica classica ed ai tempi di Marx, l'oro era la merce-denaro; tuttavia, la teoria del denaro di Marx richiede soltanto l'accettazione sociale come equivalente universale.

[46] Marx, Capital, vol. 1, p. 139.

[47] Karl Marx, “Marginal Notes on Adolph Wagner’s Lehrbuch der Politschen Oekonomie” in Dragstedt, Value, p. 204.

[48] Marx, Capital, vol. 1, p. 129.

[49] Marx, Capital, vol. 1, p. 157.

[50] Marx, Capital, vol. 1, p. 129.

[51] Marx, Capital, vol. 1, p. 288.

[52] Heinrich, An Introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, p. 57, 63–64.

[53] Marx, Theories of Surplus Value, Part II, pag. 164, 202.

[54] Marx, Capital, vol. 3,pag. 294–95.

[55] Vedi la discussione sulla derivazione del capitale, in Michael A. Lebowitz, Beyond Capital: Marx’s Political Economy of the Working Class, New York, Palgrave Macmillan, 2003, pag. 55–60.

[56] «Il tasso di plusvalore è quindi un'esatta espressione del grado di sfruttamento della forza lavoro da parte del capitale, o del lavoratore da parte del capitalista». Marx, Capital, vol. 1, p. 326.

[57] Marx, Capital, vol. 1, pag. 1026–27.

[58] Vedi Lebowitz, Between Capitalism and Community, chapter 7.

[59] Heinrich, An Introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, pag. 57, 63–64.

[60] Come specifica Heinrich, la trasformazione dei valori «rappresenta un avanzamento concettuale della determinazione della forma della merce». Heinrich, An Introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, pag. 148–49.

Fonte

10/10/2022

La nebbia del salario minimo

Nel 2014, il dottorando A. Aniasi della Luiss Guido Carli, nell’esaminare la relazione tra salario minimo e disoccupazione, seguendo il sofisticato e suggestivo filone dei modelli matematici applicati all’economia (Econometria), è arrivato alla conclusione che «un provvedimento che aumenti di un dollaro (all’ora) il salario minimo causerebbe mediamente la perdita di 66.614 posti di lavoro». (1)

Una precisione che spacca il capello! Nel ripercorrere i principali studi e la letteratura in tema di rapporto tra disoccupazione e salario minimo, non si può ignorare la ricerca di Alan Krueger e David Card, del 1994, Minimum Wages and Employement: a Case Study of the Fast Food Industry in New Jersey and Pennsylvania.

La pubblicazione di tale articolo su The American Economic Review suscitò scalpore negli ambienti accademici, poiché i due autori, utilizzando il linguaggio matematico e statistico, pervennero a conclusioni opposte.

Il modello matematico elaborato, anche se il loro approccio rimase all’interno degli studi empirici, fece sorgere dei dubbi al pensiero dogmatico della corrente economica tradizionale.

I due economisti analizzarono l’implementazione del salario minimo nel New Jersey (da 4.25 a 5.05 dollari all’ora), utilizzando come base campionaria i dipendenti di alcune delle maggiori “catene” di fast-food americane: Burger King, KFC, Roy Rogers e Wendy’s.

I dati sono stati raccolti tramite interviste telefoniche e dalla loro analisi emerse “l’evidenza empirica” che dimostrava che l’aumento del salario minimo non generava un aumento della disoccupazione, ma una leggera diminuzione.

A dire il vero, la legge sul salario minimo vede la luce già nel lontano 1894, in Nuova Zelanda e nel 1896 trova applicazione anche in Australia; l’approdo negli Stati Uniti risale al 1912, in Massachusetts, anche se a livello federale inizia a diffondersi solo ai tempi di F. D.Roosevelt, quando in un suo mitico discorso dice: «nobody is going to starve in this country».

Ovviamente, dietro le trame legislative che ricongiungono i membri del Commonwealth c’è la regia di Sidney and Beatrice Webb, social reformers, active members of the Fabian Society, and cofounders of the London School of Economics. (2)

Tutto ciò per dire che la via anglicana del minum wage precede le cervellotiche elucubrazioni delle facoltà di economia come la Luiss di Roma. E, nel contempo, ammettere che l’inversione di tendenza che delineò il modello di Krueger e Card diede nuova linfa alla politica di Tony Blair, il quale trionfò nelle elezioni del 1997, grazie anche e soprattutto alla campagna sul salario minimo.

Da qui all’Europa continentale il passo è stato breve, tant’è vero che nell’Ue la suddetta misura legislativa è stata introdotta in 21 dei 27 Stati membri: rimangono fuori quei paesi, come l’Italia, dove i minimi tabellari vengono definiti dalla Contrattazione Collettiva.

Fin qui il discorso sembra tutto lineare, non è proprio così: fatta la legge, si scopre l’inganno!

Quando si parla si salario non si può prescindere, a mio avviso, dagli approfondimenti di Marx, con le sue opere, in un’epoca dove gli economisti classici discettano di salario naturale o salario d’equilibrio, ossia quello dato dall’incontro della domanda e offerta di lavoro sul mercato.

L’introduzione di una legge che modifichi tali condizioni d’equilibrio, determinerebbe un aumento artificiale del livello dei salari e di conseguenza anche dei prezzi delle altre merci.

Per Marx il salario non è determinato solo dalle forze di mercato. L’esito del prezzo della forza lavoro subisce l’influenza delle negoziazioni collettive e del progresso tecnico; Marx non lega il salario di mercato a una “legge naturale”, una volontà immutabile che non può essere modificata, esce dal campo della volontà e parla di un salario di mercato che oscilla intorno al salario “normale”.

In Salario, prezzo e profitto, al signor Weston che si oppone agli alti salari, Marx chiede: cosa sono gli alti salari, e che cosa sono i bassi salari? Perché un salario di 4 euro all’ora è basso e uno di 20 euro all’ora è alto?

Nel rispondere a queste domande, egli asserisce che l’errore del suo interlocutore consiste nel considerare le espressioni di alto e basso come fisse, e di non percepire che «i salari possono dirsi alti o bassi soltanto in rapporto a una misura sulla base della quale viene calcolata la loro grandezza».

Tuttavia, in questa breve riflessione, non mi preme tanto sottolineare che il signor Weston ignori che «il valore del lavoro è la misura generale del valore», quanto osservare che egli utilizzi la questione degli aumenti salariali in modo strumentale, in quanto sostiene che i prezzi delle merci salgono, ogni qual volta incrementano i salari, ma poi aggiunge che a questo valore ipotetico debba essere inserito quello del profitto e della rendita.

In altri termini, in lui, come negli altri sostenitori dell’economia borghese, rimane viva questa visione perniciosa dei “salari alti”, mentre profitti e rendite vengono considerati in via surrogata, sono considerati delle semplici aggiunte percentuali, dato che sono i salari a regolare i prezzi.

In fondo è questo il pensiero dogmatico: essi devono rimanere bassi, altrimenti i prezzi aumentano!

Nel modo di produzione capitalistico, scrive Marx, Il processo di produzione ha inizio con l’acquisto della forza-lavoro per un tempo determinato (3), ma l’operaio viene pagato soltanto dopo che la sua forza-lavoro ha operato e ha realizzato in merci tanto il proprio valore che il plusvalore.

Il salario, ossia il compenso che ricevono i lavoratori e le lavoratrici, per la riproduzione delle loro condizioni di esistenza, in un determinato periodo e che può variare in base alla situazione economica (prosperità, stagnazione, crisi), non è immediatamente reddito, esso è capitale variabile; lo diventa solo dopo lo scambio, vale a dire quando si chiude il cerchio: la vendita dei prodotti che diventano merci.

Dunque, riposizionando il concetto di salario minimo all’interno della teoria del valore e del plusvalore, emerge un aspetto sorprendente, che schiarisce o dirada la nebbia che avvolge le menti dei fautori di questa corrente di pensiero, la quale include, tra l’altro, anche molti soggetti che continuano a far riferimento al marxismo.

Per semplificare il discorso, io non prenderei in considerazione la complicazione del concetto di reddito svincolato dalla produzione di valore; quindi evidenzierei che Marx, nello specifico, non tratta del salario minimo, inteso come minimo tabellare che il proprietario dei mezzi di produzione deve erogare ai suoi dipendenti, bensì del salario sociale globale della forza lavoro, che corrisponde al capitale variabile nell’ambito del processo di autovalorizzazione del capitale anticipato.

Ebbene, in tale processo, il salario dell’intera classe lavoratrice, entro i limiti delle sue oscillazioni, intorno al salario “normale”, è uguale già al minimo, in quanto una parte dei prodotti che si trasformano in merci finisce per alimentare i profitti.

Per di più, a determinare il livello dei salari (minimi) sono i disoccupati, nei Manoscritti sul salario, pubblicati postumi nel 1925, Marx esprime il suo pensiero in modo perentorio: se ci sono 1000 operai con la stessa qualifica e 50 di loro sono ridondanti, il livello dei salari è determinato da questi ultimi, non dai 950 che lavorano.

Eh già! Eppur si muove! Nostro malgrado, ci sono anche i disoccupati.

Note

1) A. Aniasi, La relazione tra salari minimi e la disoccupazione, 2014, https://tesi.luiss.it

2) Matsaganis, M. (2020) History and politics of the minimum wage, in DAStU Working Paper Series, n. 02/2020 (LPS.09), http://www.lps.polimi.it

3) K. Marx, Il capitale, libro I, capitolo 21.

Fonte

08/10/2017

Lo sfruttamento capitalista in Internet. Note sul testo di Gugliemo Carchedi

Nei giorni scorsi una fotografa naturalista negli Stati Uniti ha fotografato un enorme pesce spiaggiato su un litorale. Si trattava di una grossa anguilla marina che vive nelle profondità dell’Oceano Atlantico. Comprensibilmente incuriosita dalle dimensioni dell’animale, la fotografa non ha consultato nessuna enciclopedia o atlante naturalistico (ve ne sono anche online fruibili gratuitamente). Ha semplicemente postato la foto su un social network chiedendo agli amici di rispondere al quesito su che tipo di animale fosse. Dopo poco rispondeva un biologo marino del Smithsonian Institute degli USA svelando l’arcano. Questa notizia, curiosa ma decisamente minore, ha fatto però il giro delle agenzie internazionali e ha campeggiato a lungo sulla home page del principale quotidiano online italiano. Ovviamente, era ben specificato il nome del social network in questione. Che otteneva quindi un bel po’ di pubblicità.

Lo stesso social network è poco sviluppato in Italia, battuto da un suo concorrente con molti più utenti. Nonostante questo, la maggior parte dei politici, dei giornalisti e degli opinion maker ci scrive sopra. Questo fa sì che, negli articoli di informazione, il nome del social network continui a essere presente. Eppure, la logica imporrebbe di far circolare il più possibile le proprie opinioni e quindi sarebbe apparentemente più logico utilizzare altre piattaforme.

Evidentemente è in atto una forte campagna pubblicitaria per sostenere una certa piattaforma, campagna supportata dai principali mezzi di informazione, campagna che usa dei promoter a cui si chiede una sorta di esclusiva nell’uso.

È altresì evidente che una tale campagna non sarà gratuita, ma i costi dovranno essere ottenuti da un aumento del guadagno dovuto all’aumento del numero dei contatti o degli affiliati.

Il meccanismo con il quale i social network e le varie piattaforme online guadagnano cifre spaventose è oramai noto al pubblico più attento. La consapevolezza di massa di questo fenomeno però è tutta da verificare, in quanto il singolo utente fatica a rendersi conto del meccanismo che sta dietro a queste grandi imprese multinazionali. In effetti, sembra tutto gratis: l’iscrizione non si paga, le tariffe telefoniche sono costruite promettendo tempi di navigazione gratuiti, la corrente elettrica necessaria per ricaricare le batterie dei vari hardware (PC, smartphone, tablet) non è elevatissima. Effettivamente paghiamo pochissimo ma, d’altronde, per vestirci spendiamo denaro e consumiamo stoffe, per mangiare consumiamo i soldi per i cibi ma anche acqua e gas, se camminiamo consumiamo le suole delle scarpe e si potrebbe continuare all’infinito indicando i consumi evidenti e nascosti nella nostra vita quotidiana. Il problema nasce quindi da un’altra parte: se consumiamo la suola delle scarpe (perché camminiamo troppo, ad esempio), dobbiamo poi comprarne di nuove e quindi diamo i soldi a un negoziante che fa da tramite verso un produttore dove lavorano gli addetti che vengono pagati (in base ai contratti di lavoro più o meno sensati). Si tratta di una transazione a cui non pensiamo troppo, ma che è nota perché caratteristica di un sistema economico che possiamo definire classico. D’altronde le scarpe sono un oggetto fisico reale e tangibile, sono un prodotto fisico di cui controlliamo i materiali, le cuciture e le rifiniture. Siamo quindi sicuri che il marchio stampato sulla suola corrisponde a una fabbrica dove arrivano i materiali, ci sono i lavoratori che li tagliano e cuciono, ci sono i disegnatori che tracciano lo stile, ci sono i trasportatori che fanno arrivare la merce al negozio.

Per tutto il Novecento, pur non avendo necessariamente una determinata coscienza politica o sociale, un lavoratore di una catena di montaggio di automobili sapeva benissimo che un padrone lo assumeva per fare un oggetto (magari in cooperazione con altri e attraverso l’uso di macchinari), che poi sarebbe stato rivenduto ottenendo un guadagno superiore al costo delle materie prime, dei macchinari e del salario che gli veniva fornito. Il meccanismo era ben noto a tutti, il lavoratore in base a questo poteva sentirsi uno sfruttato oppure no, ma sapeva, almeno a grandi linee, come funzionava il ciclo della merce. Eppure, molto probabilmente non aveva avuto voglia o possibilità di leggere il Capitale di Karl Marx che spiegava molto bene questi meccanismi.

Il meccanismo con il quale le grandi multinazionali dell’informatica fanno profitti è invece decisamente meno chiaro e, forse, vale la pena di approfondirlo.

Big Data

La mutazione di paradigma dell’alfabeto del capitalismo estrattivo è impressionante. Se dieci anni fa le Big Tech erano Exxon Mobil, General Electric, Microsoft, CityGroup, BP e Shell, oggi Alphabet, Amazon, Apple, Facebook e Microsoft  dominano il mondo. Valgono da sole più del Pil della Gran Bretagna.

È in atto una nuova rivoluzione industriale che ci sta riportando indietro, dall’età della borghesia al sistema feudale. La mutazione di paradigma dell’alfabeto del capitalismo estrattivo è impressionante. Quella che per Lacan era la struttura dell’inconscio, unità di produzione del desiderio, è oggi trasformata in valore dalle Big Tech, che prosperano monetizzando l’inconscio e i suoi desideri. Il dominio nella raccolta pubblicitaria – Facebook 9,3 miliardi di dollari nel primo trimestre 2017, +45% sullo scorso anno, Alphabet 26 miliardi, + 21% – è solo la cornice di quest’opera seriale alla Damien Hirst. (1)

All’interno dei paradigmi legati all’uso della tecnologia qualcosa di abbastanza semplice da capire c’è. Se apriamo un social network, oltre alle produzioni varie dei nostri contatti troviamo numerosi messaggi pubblicitari. Se apriamo un sito, magari perché vogliamo controllare gli ingredienti di una ricetta per la cena, siamo bombardati da banner pubblicitari. Magari cerchiamo di non aprirli, ma sicuramente li vediamo e ne siamo influenzati. In questo caso è facile comprendere come molti degli introiti legati alla rete web sono dovuti alla presenza di banner pubblicitari e aziende che pagano per il servizio. Ma questo è semplice. Leggermente più complicato è capire per quale motivo, dopo aver aperto per tre volte un sito che riporta succulente ricette vegetariane, aprendo un social network vedo comparire nella fascia laterale pubblicità di merendine biologiche o bannerini che mi invitano a sostenere una lista alle elezioni che difende i diritti degli animali. Evidentemente qualcuno ha notato il mio interesse per i cibi vegetariani e mi ha inserito in un gruppo potenzialmente interessato a spendere molto denaro per cibi di altissima qualità o a sostenere un gruppo animalista con il mio voto. Così come è evidente che, se vado a cercare i video di qualche gruppo punk, dopo un po’ qualcuno mi consiglierà l’acquisto di un bomber, di anfibi o di giacche di pelle. Qualcuno, cioè, ha acquistato i miei dati e li ha rivenduti a chi ne può far uso. Tutto questo viene svolto da operatori che usano algoritmi sempre più sofisticati (in realtà non così tanto sofisticati per il momento: è facilissimo infatti che consultando il sito di vari gruppi di sinistra, compaiano poi bannerini che invitano a votare per gruppi liberali o di estrema destra).

In gergo tecnico economico si tratta dei Big Data, ovvero della acquisizione e vendita di dati personali a uso di aziende o di enti interessati (tra cui, vi sono sicuramente i servizi di intelligence e le polizie, ma questo è un discorso diverso).

Il giro d’affari intorno al fenomeno della raccolta dati è gigantesco. Questo fa sì che le aziende Big Tech siano oggi le più grandi multinazionali del pianeta con un potere immenso. Aziende che impiegano manodopera con diversi inquadramenti, ma anche con fenomeni enormi di sfruttamento. I lavoratori che forniscono la loro opera sono chiamati da Carchedi “lavoratori mentali” e tutto l’opuscolo prodotto serve a inquadrare la loro opera all’interno delle nostre economie.

La società della conoscenza

Nel mondo ci sono circa due miliardi di lavoratori salariati, disseminati nelle varie zone del globo in una concentrazione variabile legata all’attuale sistema di dislocazione della produzione. La maggior parte della nostra classe è impegnata in lavori di tipo manuale, è impiegata in fabbriche enormi dove svolge lavori a contatto con catene di montaggio e altri strumenti non dissimili da quelli classici del Novecento. All’interno della suddivisione mondiale della forza lavoro molti svolgono un lavoro classicamente definito come produttivo (sono impegnati direttamente nella produzione di merci che verranno vendute sul mercato), altri svolgono lavori classicamente definiti improduttivi (commercio, formazione, raccolta dati, servizi alle imprese, welfare). Tutti i mezzi di produzione, sia quelli attualmente in uso, sia quelli classici del regime di accumulazione novecentesco sono il risultato delle conoscenze tecniche applicate ai metodi di produzione. Era così ai tempi delle enormi catene di montaggio nei capannoni della Fiat di Torino, è così oggi dove il capitale organico (macchinari di produzione) è enormemente sviluppato a causa dell’incessante miglioramento tecnologico. In un recente saggio, Gigi Roggero(2) sosteneva che i facchini e gli addetti al trasporto merci nei grandi magazzini della logistica possono a buon diritto essere considerati “lavoratori cognitivi”. La provocazione di Roggero va, a nostro parere, assunta in quanto tale: se, da un lato, è curioso definire come cognitivo un lavoratore addetto al trasporto quotidiano e ripetuto di pesi e oggetti ingombranti, dall’altro lato è sicuramente vero che il loro lavoro è immerso in una linea logistica determinata attraverso l’uso di tecnologie molto sofisticate e ad alto livello di conoscenza applicata. All’interno delle nostre società, comunque, prende sempre di più spazio una economia legata al cosiddetto sistema dei servizi. L’economia reale nei nostri luoghi è quindi sempre di più legata ad attività legate all’intelletto. È determinante quindi una analisi del “lavoro mentale”, cioè del lavoro che prevede la trasformazione non più di un materiale ma di una conoscenza. Il lavoro di Carchedi parte quindi da qua: è lecito applicare la teoria del valore del Capitale di Marx alla produzione di conoscenze? È lecito effettuare una netta separazione tra “lavoratore mentale e manuale”? Una conoscenza è un valore oggettivo, soggettivo o possiede entrambe le valenze?

Rispondere a queste domande significa fornire uno strumento fondamentale in termini di analisi di classe della società e utilizzarlo come una teoria viva per la trasformazione sociale.

Lavoro e trasformazione

Nella categoria di lavoratore mentale ci sono parecchie incongruenze. Non solo perché, come sostiene l’autore, il lavoro mentale è anche un lavoro fisico stancante e crea variazioni fisiche non solo nelle sinapsi dell’intelletto. Il lavoratore mentale infatti è colui che produce una conoscenza: occorre capire bene se questa conoscenza rimanga puramente soggettiva (cioè di chi la produce) o sia anche oggettiva (e come tali si incarni in un oggetto fisico o possa venir utilizzata da altri soggetti). In realtà la conoscenza ha sempre una duplice natura e in questo si distingue da una merce reale che è semplicemente oggettiva e viene totalmente espropriata dal capitalista.

Una conoscenza infatti può essere direttamente materializzata in un oggetto fisico la cui vendita può essere quantificata (ad esempio un libro, un manuale, un cd, un software scaricabile dopo l’acquisto di una licenza): in tal caso la conoscenza è sicuramente una merce, anche se permane la sua natura soggettiva che non può essere totalmente alienata dal datore di lavoro e rimane come patrimonio del lavoratore. La differenza quindi tra lavoratore manuale e mentale è reale ma i due lavori presentano molti punti in comune. Per distinguere meglio, viene usata la differenza tra trasformazioni mentali e materiali. In queste ultime la forza lavoro con il contributo della macchina trasforma una merce in una diversa. Nelle trasformazioni mentali, la forza lavoro parte da due conoscenze (soggettiva personale e oggettiva presente in letteratura) per ottenerne altre due (una soggettiva che rimane parte del proprio patrimonio, una oggettiva che può essere incarnata in un oggetto reale o divenire input di una ulteriore trasformazione, ad esempio attraverso un brevetto).

L’elemento importante è qui ben evidenziato e sta nella duplice natura soggettiva e oggettiva di una conoscenza: se il lavoratore è stipendiato per la sua attività mentale la conoscenza diventa una merce monetizzabile dal capitalista. Non ne viene però totalmente espropriato e la conoscenza rimane un suo patrimonio soggettivo che può anche essere riutilizzato in modo diverso.

Rimane il fatto che la produzione di conoscenze può essere affidata a un lavoratore salariato (dal progettatore di videogiochi, software, piattaforme fino al raccoglitore di dati in un call center) oppure a un volontario più o meno consapevole chiamato “agente mentale”. Quest’ultimo è una figura chiave nell’economia della rete e può essere semplificato come un utente dei social network o della rete nel proprio tempo libero, figura che si presta a differenti interpretazioni che esamineremo successivamente. Restiamo per il momento sulla duplice natura della conoscenza e vediamo i meccanismi con i quali può essere sfruttata.

Lo sfruttamento delle conoscenze in una società capitalista

Una conoscenza, e in particolare il suo lato soggettivo che rimane proprietà del suo produttore reale, può diventare oggetto per una trasformazione non capitalista? I lavoratori mentali sono inquadrati in un’ottica totalmente al servizio di un committente capitalista. Il singolo lavoratore poi può essere idealmente scisso verso due differenti tendenze. Da un lato può pensare che la sua conoscenza sarà utilizzata dal capitale stesso per un fine comunque socialmente desiderabile, dall’altro può anche essere permeato da una idealità anticapitalista e lavorare affinché il frutto del suo lavoro venga messo a frutto anche contro il proprio committente. Ciò è esattamente quello che accade quando vengono sviluppati, ad esempio, software open source che costituiscono la base per il mondo di Linux o similari. In generale una conoscenza non è però mai totalmente personale ma è sempre una conoscenza sociale. Cioè è il risultato di una trasformazione mentale che non può fare a meno delle conoscenze pregresse del suo ideatore. Ogni conoscenza, poi, diventa collettiva trasformandosi nell’unione con altre conoscenze. Il ruolo fondamentale in tale processo è quello dell’intellettuale organico che può lavorare per il capitale (i tecnici e gli scienziati che lavorano per le multinazionali) o contro il capitale (magari all’interno di Partiti Comunisti o associazioni anticapitaliste). In entrambi i casi l’intellettuale organico è quello che spinge la conoscenza verso il suo uso fondamentale. In una società divisa in classi come quella in cui viviamo, ogni conoscenza di per sé non sarà mai neutra: da un lato perché deriverà da conoscenze pregresse legate al sistema in cui esse si sono formate, dall’altro perché il loro uso avrà una funzione come punto di partenza per altre scoperte.

In generale lo strapotere del capitale che caratterizza la nostra epoca rende le conoscenze al servizio quasi esclusivo dello sviluppo del capitale e quindi usabili per lo sfruttamento dei lavoratori. Nei film americani siamo abituati alla messa in scena di questi meccanismi. Ad esempio capiterà di vedere filmati un gruppo di scienziati intenti a lavorare per mettere a punto un nuovo medicinale. Nella finzione gli scienziati lavoreranno pensando ai poveri malati, magari concentrati in qualche paese africano, che muoiono per mancanza di cure. Alla fine riusciranno nell’impresa e il medicinale verrà brevettato. Nella cultura dominante, quella dell’impresa, la multinazionale che brevetta il farmaco guadagnerà ciò che deriva dal suo investimento e gli scienziati lo accetteranno in buona fede sicuri che comunque servirà a salvare le vite dei poveri abitanti del pianeta. Nella vita reale è però molto probabile che chi avrà bisogno di quelle medicine non potrà permettersele e il governo di quel paese povero non riuscirà a pagare l'uso del brevetto.

Un lavoratore mentale è quindi al servizio assoluto del capitale che si appropria del valore insito nella sua conoscenza. Ciò che rimane di soggettivo può essere usato anche per altri scopi, ovviamente. Ad esempio un programmatore di software per una multinazionale può essere a conoscenza dell’intero processo di produzione; a quel punto lo può mettere in rete (magari usando una identità fittizia) e questo può diventare la base per un software ugualmente funzionante ma gratuito (utilizzabile ad esempio nelle scuole di un paese socialista o nelle aule di una scuola popolare gratuita).

Oppure, sempre per rimanere negli esempi proposti, uno scienziato può essere a conoscenza dell’intero progetto di brevetto per un farmaco e può passare la procedura al Governo di un paese povero intenzionato a produrre quel farmaco a basso costo per la propria popolazione.

Il lavoratore mentale, nella sua nuova funzione sociale, non è più un lavoratore al servizio del capitale, ma diventa un attivista e la sua nuova funzione è quella di “agente mentale”. Questa figura è al centro del dibattito sull’uso delle nuove tecnologie informatiche e quindi merita un discorso a parte.

Gli “agenti mentali” e la categoria del produttore-consumatore (prosumer)

L’agente mentale è l’utente della rete. Colui che la usa durante il tempo libero o le pause del lavoro. I motivi sono molteplici: svago, attivismo sociale, egocentrismo, ricerca di amicizie o di avventure, voglia di informarsi. Comunque non è pagato per farlo, usa la rete in modo gratuito (in realtà non è esattamente così, come abbiamo spiegato precedentemente). Spesso è costretto a usarla per svariati motivi (ad esempio la televisione, altro svago per eccellenza del tempo libero, probabilmente tenderà sempre di più a trasferirsi in rete e i programmi saranno accessibili solo da una connessione internet). È una figura che richiede ulteriori precisazioni. Infatti non è da confondersi con il lavoratore mentale che è costretto a lavorare anche fuori dall’orario di lavoro, magari per rispondere alle mail o semplicemente perché deve chiudere un progetto in tempi stabiliti. In questo caso, infatti, si tratta sempre di un lavoratore che allunga il proprio orario di lavoro aumentando il numero di ore impiegate e quindi il proprio sfruttamento.

L’agente mentale vero e proprio è quindi colui che non viene pagato per ciò che sta facendo e la sua produzione è a disposizione di tutti coloro che hanno accesso alla rete. Può fare varie cose: può produrre cultura, materiali politici, svaghi ecc.

Il suo attivismo viene innanzitutto sfruttato dai lavoratori mentali che ne classificano i dati, spesso attraverso il funzionamento degli algoritmi. Secondo la teoria classica marxista è un lavoratore improduttivo, ma a differenza del classico lavoratore improduttivo non viene pagato.

Infatti il lavoratore improduttivo, storicamente, viene pagato ma non produce. È, per esempio, un medico, un docente, un lavoratore dei servizi commerciali. La classificazione dei lavoratori in produttivi e improduttivi è una categoria fondamentale nell’analisi marxista, ma va usata con cautela. Ad esempio un medico di famiglia non produce nulla, ma il suo lavoro fa sì che dei medicinali vengano prescritti, venduti e quindi debbano necessariamente essere prodotti. Sempre un dottore può decidere che un lavoratore produttivo può tornare a lavorare, magari all’interno di una azienda manifatturiera. Oppure un docente che spiega il fenomeno della combustione agli studenti di un istituto tecnico non produce nulla ma prepara futuri lavoratori i quali costruiranno su quelle conoscenze un motore che potrà finire su automobili prodotte e vendute in serie. Questi due esempi banali ci fanno capire come sia sottile la differenza tra lavoro produttivo e improduttivo. Tra l’altro, per certi versi il medico, ma soprattutto il docente, sono dei classici lavoratori mentali che producono e rielaborano conoscenze.

L’agente mentale, invece, non è un lavoratore, ma produce comunque conoscenze che qualcuno trasforma in valore. Su questo fenomeno è stata elaborata la teoria della moltitudine. Banalizzandola, questa teoria sostiene che la distanza tra produzione e riproduzione (le esigenze della vita quotidiana) si sia sostanzialmente annullata. La moltitudine, nel nostro caso specifico, è un contenitore in cui stanno dentro i lavoratori mentali (che lavorano in orario stabilito ma spesso anche fuori) e gli agenti mentali che invece lavorerebbero gratis (e quindi secondo la teoria del valore il loro sfruttamento sarebbe infinito; ciò è la base teorica della richiesta di un salario di esistenza o cittadinanza).

Secondo noi il problema non è contestare il concetto stesso di moltitudine, il problema è se possa essere confusa e riunita in un’unica classe la funzione di un lavoratore salariato a quella di un cittadino. Mentre il primo lavora per il capitale ed è soggetto a regole e contratti precisi, il secondo sta totalmente al di fuori di queste regole. Il primo ha strumenti di lotta, il secondo non ne possiede, o comunque non ha le stesse possibilità.

L’agente mentale può anche essere confuso o definito direttamente “prosumer” (termine che nel libro di Carchedi viene italianizzato in “prosumatore” cioè colui che contemporaneamente produce e consuma). In realtà occorre sempre fare distinzione tra consumi produttivi e improduttivi, così come tra lavori produttivi e improduttivi. Se un cittadino lancia una idea sul web che potrebbe portare a un oggetto vendibile è semplicemente un produttore di conoscenze che diventano tali se uno o più lavoratori mentali se ne appropriano per farne uso. L’agente mentale che ha lanciato l’idea può poi successivamente diventare un consumatore di quella merce. Ad esempio chiunque di noi può registrare musica amatorialmente, metterla in rete e poi scoprire che il ritornello è finito in un disco che poi viene acquistato da consumatori. Difficilmente un cittadino che produce l’idea contemporaneamente la consuma, e se lo fa ciò avviene dopo un certo lasso di tempo ed è un consumo improduttivo. Un lavoratore mentale invece può produrre una idea e questo può portare attraverso mezzi di produzione a ottenere una merce da cui verrà ricavato un profitto.

Anche qui, sotto molti punti di vista emerge la distanza reale tra agenti mentali e lavoratori mentali.

Conclusioni

“I filosofi hanno [finora] solo interpretato diversamente il mondo; ma si tratta di trasformarlo.”
Karl Marx, “Tesi su Feuerbach”

La citazione che apre questo paragrafo finale è tratta dalle tesi su Feuerbach di Karl Marx. E’ una frase famosissima il cui significato, secondo noi, va colto per intero: significa che lo studio della società è una operazione che ha bisogno di scientificità e quindi di suddivisione e di schemi adatti a coglierne tutte le sfumature. Questi schemi sono utili per aumentare la comprensione delle cose ma hanno un senso solo se la loro funzione è rivoluzionaria. Non ha senso una classificazione solo per l’analisi ma ha senso se è utile per una teoria della trasformazione.

Negli studi marxisti successivi al Capitale di Karl Marx (di cui ricorrono i 150 anni dalla pubblicazione) le suddivisioni tra lavoro produttivo e improduttivo, tra lavoro di produzione e di riproduzione, tra merce reale e conoscenza corrispondono esattamente alle esigenze sopra descritte. In più sono ovviamente concetti in relazione dialettica, che si influenzano a vicenda e variano nel corso del tempo.

Che vi sia una relazione fortissima, tra concetti che classificano momenti e oggetti differenti non è una novità comparsa all’improvviso sul palcoscenico delle relazioni sociali. Il lavoro di riproduzione in una società ha sempre influenzato il lavoro produttivo ad esempio attraverso il consumo delle merci. Produrre un manufatto è sempre stato legato alla produzione di una conoscenza (che storicamente si è incarnata nei mezzi di produzione più o meno sofisticati o nelle procedure lavorative). I lavoratori produttivi hanno sempre beneficiato dell’opera dei lavoratori improduttivi e viceversa.

La suddivisione scientifica in categorie separate per Marx e per chi lo ha seguito rispondeva quindi a una necessità analitica, ma anche a stabilire come intervenire nella società e come i diversi segmenti potevano intervenire per cambiarla attraverso la lotta di classe.

Il lavoro di Guglielmo Carchedi “Lavoro Mentale e Classe Operaia”, da cui abbiamo preso le mosse per queste note, non fa che ribadire questi concetti premurandosi di analizzare queste categorie all’interno delle variazioni economiche e sociali intervenute nella società con l’avvento delle tecnologie di rete.

Ovviamente non è auspicabile cadere nella trappola di considerare come immutabili le categorie che si utilizzano o pensare che i confini di separazione non possano essere mobili. Nella storia dello sviluppo del modo di produzione capitalista del Novecento si sprecano le rivoluzioni tecnologiche. Il termine rivoluzione è stato applicato tranquillamente al fordismo ma anche al toyotismo con lo sviluppo del cosiddetto just in time. Si può discutere sull’uso del termine rivoluzione, ma è indubbio che il modo di produzione non è rimasto immutabile e che le variazioni abbiano avuto e debbano avere una forte influenza sulla teoria anticapitalista. La “rivoluzione informatica dell’ultimo periodo” non fa ovviamente eccezione. Lo sviluppo delle tecnologie di rete ha impattato pesantemente sul capitale organico con ricadute fortissime sui lavoratori. A differenza di altre rivoluzioni precedenti, quella che stiamo vivendo ha avuto anche un effetto che prima era più sfumato. L’aver reso più veloce e immediato lo scambio di conoscenze ha velocizzato tantissimo l’innovazione. Il risultato è la difficoltà di analizzare un sistema che non fa in tempo a stabilizzarsi che è già trasformato in un qualcosa di diverso.

Ciò che prova a fare Carchedi è un lavoro analitico atto a mettere in evidenza la validità della teoria del valore sul lavoro mentale e il permanente valore delle categorie analitiche sopra descritte. Siamo ovviamente, chi è arrivato in fondo a questo testo lo avrà capito, d’accordo con questa tesi e crediamo che i concetti che vengono espressi in questo lavoro debbano essere diffusi il più possibile.

Siamo consci del fatto che un testo del genere si presti a essere utilizzato come una polemica ideologica contro il post operaismo e i teorici della moltitudine. Segnalare divergenze di analisi non è un giochino intellettuale, perché ha delle evidenti ricadute sull’azione politica che intendiamo mettere in campo.

Se il confine tra produzione e riproduzione è ancora reale, allora ha senso analizzare separatamente lo sfruttamento dei lavoratori mentali ben distinguendolo da quello degli agenti. Occorre considerare le condizioni di sfruttamento a cui sono sottoposti questi lavoratori e fornire delle risposte. Se lavoratori e agenti vengono riuniti in un concetto come quello di moltitudine, che passa da concetto sociologico a concetto che individua una nuova classe rivoluzionaria, allora si rischia di agire politicamente in maniera distorta.

I lavoratori produttivi hanno la capacità e la necessità di lavorare per diminuire le loro condizioni di sfruttamento e andare verso l’abolizione delle stesse. Se la tendenza è l’allungamento della vita al lavoro e il depauperamento salariale allora ha senso dire “lavorare meno, lavorare tutti”. Se la produzione reale è ancora al centro del discorso rivoluzionario, ha ancora senso chiedersi come e cosa produrre (il necessario, ovviamente). Se il problema è la disparità tra il guadagno dei padroni e dei manager nei confronti dei lavoratori salariati allora ha senso operare per redistribuire tutto.

Questa complessità è compatibile con una moltitudine il cui lavoro sarebbe a sfruttamento infinito indipendentemente dal ruolo nei processi produttivi e che quindi ha bisogno di reddito di esistenza?

Ha senso pensare che nelle società moderne i lavoratori non debbano occuparsi di cosa, chi e come si produce? Sono domande ineludibili non solo per i filosofi, ma anche per chi lavora la fine di cambiare la società. Magari verso il socialismo.

Note:

1) https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/10570-i-diavoli-big-data-l-alfabeto-del-capitalismo.html

2) Gigi Roggero, “Elogio della Militanza”, Derive Approdi 2016

Fonte