Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

05/01/2026

In Italia fare figli costa. Le “intenzioni di fecondità” dell’Istat palesano gli ostacoli economici

Abbiamo più volte trattato il tema della natalità, soprattutto da quando al governo è andata la “madre, cristiana, italiana” Giorgia Meloni, e la destra che fa della nascita di una moltitudine di “italiani” (per sangue, secondo loro) un punto centrale delle proprie rivendicazioni. E lo fa tanto più ora che deve trovare il materiale umano che serve alla propaganda continua di guerra.

Poco prima di Natale, però, l’Istat ha pubblicato l’ennesimo rapporto che mostra dove sia innanzitutto il problema della natalità italiana: è nei portafogli, e nei servizi garantiti dallo stato. I dati delle “Intenzioni di fecondità” raccolti per il 2024 delineano un quadro impietoso: solo il 21,2% delle persone tra i 18 e i 49 anni intende avere un figlio nei prossimi tre anni.

Si tratta di un calo significativo rispetto al 25% registrato nel 2003. Oggi, sono oltre 10,5 milioni i cittadini che dichiarano apertamente di non volere figli, o di non volerne altri. Di questi, “il 62,2% dichiara di avere rinunciato per le difficoltà incontrate nel perseguire le proprie intenzioni riproduttive, il 32,0% ha già raggiunto il numero di figli che desiderava […] e il 5,5% dice che avere figli non fa parte del proprio progetto di vita”.

Se quindi un ruolo di certo significativo va affidato alle scelte personali, che possono essere fatte risalire anche al cambio di un modello culturale, a farla da padrone tra le motivazioni ci sono le ristrettezze economiche: “dei 6,6 milioni di persone che hanno riferito di avere avuto difficoltà nel realizzare i propri desiderata, un terzo dichiara motivi economici, meno di un quinto motivi legati all’età, l’11,5% si deve occupare dei genitori anziani, il 9,4% non ritiene di avere condizioni lavorative adeguate”.

Basta fare una veloce somma per capire che oltre la metà degli intervistati rinuncia ad avere figli per problemi economici, o per sopperire alla mancanza di altri servizi fondamentali, come quelli per la vecchiaia. Inoltre, la metà delle donne italiane è convinta che l’arrivo di un bambino peggiorerebbe le proprie opportunità professionali.

Una paura che diventa certezza tra le giovanissime (18-24 anni), dove la percentuale arriva al 65%. Non è difficile immaginare da cosa derivi questa preoccupazione: dalla realtà di un mercato del lavoro che ha sempre penalizzato le donne incinte. La pratica delle dimissioni in bianco fatte firmare preventivamente è stata per lungo tempo al centro delle critiche, e non è stata ancora debellata.

Se si guarda ai più giovani, emerge una contraddizione dolorosa. Quasi il 90% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni non ha intenzione di procreare entro il prossimo triennio, dando priorità, e in maniera pienamente legittima, alla formazione e agli studi. Tuttavia, l’81,8% di loro esprime il desiderio di diventare genitore “un giorno”.

Il rischio concreto è che questo giorno non arrivi mai. I dati storici sono severi: meno della metà delle donne che nel 2016 desideravano un figlio è riuscita ad averlo nei tre anni successivi. Il rinvio, dunque, si trasforma spesso in rinuncia forzata. E così l’indice di fecondità del 2024 è sceso a 1,18 figli per donna, contro l’1,29 di vent’anni fa.

Per invertire la rotta, le priorità indicate dai cittadini sono chiare. Al primo posto figurano le misure di sostegno economico (28,5%), seguite a stretto giro dal potenziamento dei servizi per l’infanzia (26,1%), come gli asili nido, e dalle agevolazioni abitative (23,1%) per favorire l’autonomia dei giovani nuclei familiari.

È proprio di questa spesa pubblica che la classe dirigente non vuole sentir parlare, mentre vuole farci credere che i bambini nascono nei carri armati.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento