Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/10/2026

“In Israele si nega il genocidio, la questione palestinese è stata completamente rimossa”

A Modena il 24 ottobre, presso il teatro Tenda, si è tenuto l’ormai consueto appuntamento per la consegna del 17° Premio Internazionale “Stefano Chiarini”.

Quest’anno il premio è stato conferito al giornalista Gideon Levy, editorialista del quotidiano israeliano Haaretz e collaboratore, dal 2010, della rivista Internazionale, da sempre critico nei confronti dei governi di destra israeliani e in generale di quei governi che negano l’esistenza del popolo palestinese e dei suoi diritti.

Levy stesso, intervistato da Flavio Novara dell’Associazione “Per non dimenticare ODV” presso il Teatro delle Passioni, ha raccontato di quando, nel 1982, da giovane inviato di Haaretz, intraprese un viaggio nei Territori Occupati della West Bank, ed è li che si rese conto che “il dramma più grande di Israele è nel suo cortile di casa”.

Il continuo lavaggio del cervello, il continuo lavoro di disinformazione del mainstream e dei social, la predisposizione della società civile a non informarsi, insieme alla voglia degli israeliani di rimanere nella loro bolla sionista, permette, di fatto, ad una destra violenta e suprematista di commettere crimini di ogni sorta contro i palestinesi, la loro vita e le loro proprietà.

Levy continua il suo racconto ed immancabilmente si giunge al 7 ottobre, data fatidica che ormai non si può eludere nei dibattiti sulla questione mediorientale.

Prima di ogni giudizio e/o condanna, racconta il contesto di Gaza degli ultimi venti anni e parla di una vera e propria prigione in cui due milioni di persone vivono in un limbo senza diritti o prospettive future di sviluppo. Definisce “stupidi” tutti quelli che non credevano ad una rivolta della resistenza palestinese, e, pur non giustificando le azioni di Hamas del 7 ottobre, condanna il genocidio in atto a Gaza senza riserve alcune.

Nella sua disamina spiega inoltre che in Israele si è fatta strada la convinzione che Netanyahu e i suoi accoliti possono fare quello che vogliono al di sopra del diritto internazionale, ma quello che fa più spavento è che nella società israeliana ci sia la convinzione che non ci sono palestinesi innocenti.

Questo ha trasformato una guerra senza limiti in un genocidio, ma, attenzione, ribadisce Gideon Levy, il genocidio non sta solo nel tragico numero di morti; è la distruzione di tutta una società, scuole, ospedali, infrastrutture, case, strade, uffici, ambulanze, eliminazione fisica di tutto ciò che può dare un senso civico di comunità, e quindi rappresentanti-chiave della società come medici giornalisti infermieri e personalità istituzionali e politiche.

Gideon Levy torna poi a parlare della situazione interna in Israele, che conosce molto bene, e afferma in modo inequivocabile che la situazione è molto seria e pericolosa.

Gli israeliani nella loro totalità negano il genocidio, preferiscono non vedere e non sapere, e allo stesso tempo le frange più oltranziste rivendicano con fierezza le azioni criminali perpetrate dall’IDF a Gaza ed ora anche in Cisgiordania.

Inoltre, non crede affatto (ed è molto chiaro su questo) che le prossime elezioni cambieranno le carte in tavola; la campagna elettorale si è caratterizzata per la totale assenza di qualsiasi riferimento a Gaza Cisgiordania o Libano del sud, o, in generale, alla questione palestinese: completa rimozione del problema; non si è mai parlato dei progetti futuri su queste aree.

Quello che accomuna le forze politiche di destra è il progetto di pulizia etnica, l’idea che la privazione dei servizi essenziali sia funzionale ad allontanare i palestinesi dalla loro terra, anzi, l’idea che la punizione collettiva dei palestinesi sia perfettamente giustificata; le opposizioni, d’altro canto, si limitano a tacere, facendo trasparire un loro fattivo atteggiamento complice.

Si permette anche una battuta sui giornali che, in Italia, parlano di una “sinistra israeliana”: “dategli il mio telefono”, dice.

Proprio mentre si svolge l’incontro arrivano le notizie della distruzione di interi isolati a Al Khalil (Hebron) come atto di vendetta in seguito alla morte di due militari israeliani dopo uno scontro a fuoco con due palestinesi. Un ennesimo pogrom contro la popolazione palestinese.

Per Gideon Levy al momento non ci sono soluzioni all’orizzonte. Se Netanyahu sarà cacciato (come lui spera ma non garantisce), il nuovo governo opererà per un trasferimento in massa della popolazione di Gaza, ma non in paesi confinanti con Israele, bensì il più lontano possibile.

Se invece Netanyahu dovesse restare al suo posto, riprenderanno i massacri (e anche le aggressioni all’Iran).

Per quanto riguarda l’apartheid si ritorna al primo punto dell’incontro: se un popolo non vuole sapere, non sa, e gli israeliani non vogliono sapere.

È più facile andare avanti, così come detta il progetto sionista della prima ora: un popolo senza terra e una terra senza popolo, e se su quella terra c’è un popolo si passa alla fase due, “o noi o loro”. Questa è semplicemente la negazione dell’altro e succede perché nessuno racconta quello che c’era prima del 1948.

A questo punto le domande si spostano dalla questione palestinese a quella iraniana e anche qui Gideon Levy non fa mancare il suo giudizio imparziale sulla questione.

Parla espressamente di un paese, l’Iran, molto grande, con forti radici culturali nell’area, che merita rispetto, ma che in ogni caso è un forte competitor israelo-statunitense, e questo per le lobby occidentali non è sopportabile.

Netanyahu sogna di eliminare l’Iran degli ayatollah soprattutto perché, se l’Iran si dotasse di bomba atomica, la supremazia sionista nell’area entrerebbe in seria crisi.

Comunque Gideon Levy spera in una soluzione pacifica e osserva che una guerra del genere sarebbe pericolosa per due motivi: primo perché non c’è equilibrio tra le parti, e Israele, anche se non lo ammette, ha la bomba atomica, secondo perché degli USA e in particolare di Trump non ci si può fidare.

L’incontro finisce con molte domande del pubblico rimaste in sospeso e il nostro ospite alla fine ripete quello che già ha detto il giorno prima durante la consegna del premio: la società civile israeliana è ormai succube di un mainstream che non esalta la destra genocidaria sionista ma neanche vi si oppone, e di fatto ne è complice.

Ci ripete che la più grande vittoria della Hasbara in Occidente è stata quella di far credere che antisionismo significhi antisemitismo e che parecchi paesi europei sono “caduti nella trappola” emanando leggi in tal senso, ma questo resta un problema delle democrazie europee che devono decidere definitamente da che parte stare.

Infine, ci chiede di continuare la nostra lotta, perché solo un intervento della Comunità Internazionale può interrompere questo circolo vizioso e salvare i palestinesi dalla totale eliminazione; un intervento deciso della Comunità Internazionale, sanzioni serie contro Israele, potrebbero riportare il paese nel solco delle democrazie occidentali, come successe per il Sudafrica.

Fonte

03/10/2026

Il detonatore francese

Dopo 48 ore di scioperi e scontri persino i media italici, ormai tra i peggiori del mondo, si sono accorti che in Francia c’è una mobilitazione generale contro il governo. Nel nostro piccolo ce n’eravamo accorti subito, ma si sa, siamo “tendenziosi”.

Date a questi poveri servi ancora qualche giorno e si accorgeranno che la destra di Le Pen è completamente fuori da questo circuito di lotte, mentre “il centro” – il presidente uscente Macron, il premier Lecornu, i gollisti, i complici “socialisti” di Glucksmann, frattaglie varie – è ovviamente il bersaglio contro cui il popolo si va muovendo.

Lo si capisce per esclusione: tutti costoro hanno come nemico soltanto Jean-Luc Mélenchon e il suo partito-movimento, La France Insoumise. Il motivo è trasparente: ad aprile si vota per eleggere il nuovo presidente, e – per ora – non sembra poter essere un “centrista”.

Protagonisti delle mobilitazioni sono stati inizialmente i dipendenti pubblici, i cui salari sono fermi da tempo immemorabile. Al loro fianco sono scesi subito gli studenti delle superiori, soprattutto, alle prese con una scuola pubblica ormai fatiscente quasi quanto quella nostrana. Lo si capisce delle rivendicazioni: classi meno affollate, orario scolastico più breve, più risorse anche per l’aria condizionata.

Ma l’obiettivo principale resta il “Parcoursup”, un cervellone elettronico centralizzato che pretende di gestire il passaggio degli studenti dalle superiori all’università. Con un algoritmo sconosciuto che tende – ma guarda un po’ – a perpetuare le disparità sociali costringendo pressoché tutti i giovani “non benestanti” a restare in ambiti professionali di basso livello.

Alle proteste partecipano anche gli insegnanti, devastati da livelli salariali infimi (comunque superiori a quelli italiani…) e da una progressiva svalutazione del loro ruolo sociale.

Il governo ha reagito nel solito modo: scatenando la polizia, col risultato di brutalità contro i manifestanti e scontri durissimi in decine di città e circa 2.000 arresti, quasi tutti minorenni.

Quando qualcosa di simile avviene in Iran o in altri paesi “nemici”, sentiamo un coro unanime contro le “autocrazie che soffocano il desiderio di libertà”. Quando avviene nel “giardino europeo” sono i “nemici della libertà” che guiderebbero le rivolte.

Non vi sembra che sia ora di chiedersi della “libertà di chi” stiamo parlando?

Una mezza risposta arriva proprio dal governo francese, con Lecornu che deve elaborare una manovra finanziaria di fine anno pari a 54 miliardi, tra tagli al welfare e nuove tasse. Per i lavoratori, ovviamente…

Tra i primi obiettivi c’è come al solito il sistema pensionistico, con la previsione di un congelamento dell’indicizzazione al costo della vita. Né più né meno quel che già da molti anni avviene in Italia, ma ora i pensionati (e pensionandi) francesi vedranno dimagrire il portafoglio ad una velocità maggiore, perché il debito pubblico è arrivato al 119% del Pil e i rendimenti dei titoli di stato sono più alti di quelli italiani.

Facile prevedere che al fianco dei giovani e dei dipendenti pubblici vedremo presto in piazza anche gli ultrasessantenni. O, se non dovessero farcela fisicamente, se ne vedrà l’effetto sul voto alle presidenziali.

Un appuntamento che sembrava dall’esito già scritto, con Le Pen o Bardella (dipende dalla revisione o meno di una sentenza contro la “figlia di Vichy”) facilmente vincenti al ballottaggio contro chiunque, o addirittura al primo turno.

Che questo esito fosse comunque gradito all’establishment francese è diventato chiaro negli ultimi giorni, quando, preparando appunto “la legge di stabilità” per il 2027, ben quattro ministri – David Amiel, Roland Lescure, Stéphanie Rist e Jean-Pierre Farandou, e i funzionari al loro servizio – hanno insistito sul fatto che il testo della finanziaria è concepito in modo da poter essere rapidamente annullato o rivisto dopo le elezioni presidenziali.

Ammissione esplicita: “Si tratta di una libertà senza precedenti che desideriamo lasciare in eredità ai nostri successori, chiunque essi siano”, ha sottolineato David Amiel, Ministro dei Conti Pubblici. Strizzando l’occhio al Rassemblement National… Della serie: “potete promettere quel che volete, qualcosa potrete anche fare”. Tutto va bene, insomma, anche scassare ulteriormente i conti pubblici, pur di non mettere il potere politico nelle mani della sinistra insoumise.

Poi sono avvenute due cose impreviste. Della mobilitazione popolare e soprattutto giovanile si è appena detto. Ma altrettanto devastante rischia di essere la divisione dentro l’ultra-destra, innescata dalla pubblicazione – sulla testata Mediapart – di testi e messaggi antisemiti e complottisti prodotti proprio da Jordan Bardella, quando era ancora un giovane fascistello ai piani bassi del partito lepenista.

Le solite cose da fascisti non ancora convertiti al sionismo, come “gli ebrei controllano tutte le banche del pianeta”, oltre ad apprezzamenti per Alain Soral, teorico della “cospirazione” e “influencer” dei bassifondi. Bardella ha provato a smentire tutto, inseguito naturalmente dalle dichiarazioni indignate di quasi tutto il mondo politico francese.

Ma il problema principale viene dall’interno del suo stesso partito, dove gli avversari storici gli chiedono di “chiarire”, mentre monta il sospetto che dietro la “rivelazione” ci sia la stessa Marine Le Pen, che vorrebbe ridimensionare le ambizioni presidenziali di quello che figura come suo “delfino” e prendersi l’Eliseo.

Una spaccatura che, se si approfondirà, metterà in discussione le attese per le prossime elezioni. Una destra divisa, o comunque fortemente scossa nella credibilità “istituzionale” ed estranea ormai alla mobilitazione sociale, potrebbe non raccogliere i risultati sperati. Al tempo stesso, “al centro” ci sono più galli che elettori, tanto che nessuno al momento arriverebbe neanche al ballottaggio.

Sulla riva, o meglio sulla nave che cavalca la tempesta sociale, La France Insoumise (Lfi) va capitalizzando al massimo l’influenza sulla nuove generazioni e gli esordienti alle prossime elezioni. Oltre un terzo dei quali dichiara già apertamente di preferire Mélenchon…

Tra le buone intenzioni della Lfi c’è per esempio un ridimensionamento importante del potere dell’Unione Europea sullo Stato francese (fin qui parte integrante del “motore franco-tedesco”). Una sua vittoria, o un risultato tale da condizionare pesantemente chiunque vinca ad aprile, in quanto rappresentante politico del malessere sociale, sarebbe un detonatore potente contro un assetto antipopolare consolidato in oltre 30 anni (da Maastricht, 1992).

Sarà per questo che una parte consistente dell’establishment “macronista nel programma sociale” non vedrebbe male un’alleanza con la destra del Rassemblement National, deputato dall’”antisemita” Bardella (come se Marine Le Pen non venisse dalla stessa melma “culturale”).

Cento motivi, insomma, per tifare per il vecchio leone marsigliese...

Fonte