Le sabbie bituminose sono
sostanzialmente il risultato dell’affioramento al livello del suolo di
petrolio che successivamente si degrada attraverso l’azione di batteri
ed agenti atmosferici. Questo fenomeno non è rarissimo, ed è presente
anche in Italia, sulla costa orientale della Sicilia. Il maggior
deposito mondiale di sabbie bituminose si trova però in Canada, nello
stato dell’Alberta: con circa 600.000 Km2, una superficie quasi doppia
rispetto all’Italia, l’Alberta è una delle poche aree del mondo dove sia
possibile la produzione industriale di sabbie bituminose su larga
scala. Il giro d’affari generato dalle sabbie bituminose è
enorme: nel solo 2012 lo stato dell’Alberta ha esportato oltre 55
miliardi di dollari di petrolio ed ha una produzione giornaliera
complessiva di circa 2 milioni di barili al giorno. Questo giro d’affari
è inoltre in rapida crescita, facilitato dall’aumento del prezzo del
petrolio (almeno fino a poco tempo fa) e della relativa scarsità di
greggio convenzionale. Lo stato dell’Alberta ha visto quindi esplodere
l’industria estrattiva: soltanto 10 anni fa si estraeva la metà di
adesso e vi sono ampi margini di miglioramento. Secondo David Biello,
autore di un interessante articolo su Scientific American (vedi Le
Scienze n° 541, settembre 2013) sarebbero recuperabili circa 170
miliardi di barili con l’attuale tecnologia, mentre altri 1630 sono
quelli stimati come esistenti e che aspettano uno sviluppo delle
capacità estrattive.
Questo sviluppo implicherebbe però un
aumento molto significativo dei gas serra emessi dall’estrazione e dalla
raffinazione di quella che attualmente è una delle fonti di petrolio
più inquinanti in assoluto, seconda probabilmente soltanto
all’estrazione di greggio pesante in California. Un tipico
blocco di minerale grezzo è costituito dal 73% di sabbie, 10% argille,
5% acqua e per il restante 12% da bitume: il solo fatto che la
percentuale di prodotto utilizzabile alla fine del processo di
separazione sia così basso implica un immenso dispendio di energia e
grandissime quantità di scarti sotto forma di laghi di rifiuti tossici,
le cui dimensioni sono tali da essere visibili dallo spazio. Tutto
questo processo avviene attraverso il normale lavoro di scavo in
superficie, effettuato da escavatori che dopo aver eliminato la foresta
ed il terreno paludoso sottostante espongono le sabbie al processo di
estrazione.
C’è però anche un’altra tecnica
con cui viene prodotto il bitume: grandissime quantità di acqua portata
a 350° C vengono iniettate nel sottosuolo per liquefare la parte
bituminosa delle sabbie ed attraverso un condotto il bitume viene
convogliato per poi andare incontro alla raffinazione. Questa
seconda tecnologia estrattiva comporta una quantità di emissioni di gas
serra pari a circa il 250% in più rispetto alle già nocive attività di
superficie e purtroppo è questa seconda tecnica che si sta
sviluppando sempre più velocemente, dato che le attività di superficie
non possono scavare strati di sabbie bituminose al di sotto degli 80
metri di profondità.
Per calcolare esattamente quale sia il
limite alle emissioni si può usare il cosidetto carbon budget, elaborato
dal gruppo di scienziati guidato dal fisico Myles Allen,
dell’Università di Oxford, ovverosia l’esatta definizione quantitativa
dell’ammontare di CO2 che è possibile liberare in atmosfera prima che
sia raggiunta la soglia critica dei 2°C in più rispetto all’era
pre-industriale. Secondo lo staff di Myles Allen la stima di questa
quantità si aggira intorno ai 1000 miliardi di tonnellate di emissioni
entro il 2050: questo può sembrare un numero enorme, quasi inarrivabile,
ma purtroppo non lo è affatto. Attualmente infatti l’umanità produce
circa 35 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno, mentre la produzione
globale dal 2000 al 2013 è stata di ben 250 miliardi di tonnellate:
questo implica che non siamo molto lontani dalla soglia critica,
che in assenza di politiche radicali, dovrebbe essere collocata
all’incirca nell’estate del 2041. La International Energy
Agency (IEA) nel 2010 ha analizzato il profilo di rischio costituito
dalle sabbie bituminose al fine di contenere le emissioni al di sotto
dei 2° C ed ha suggerito di assestare la produzione ad un livello
massimo di 3,3 milioni di barili al giorno al 2035.
E’ davvero difficoltoso immaginare come
sia possibile aumentare la produzione di sabbie bituminose e
contemporaneamente rispettare i limiti imposti dal carbon budget:
è stato calcolato che uno sfruttamento completo dei giacimenti
dell’Alberta comporterebbe un aumento del riscaldamento terrestre di 0,4
gradi, circa la metà dell’effetto serra ad oggi misurato rispetto al
periodo pre-industriale (stima di John P. Abraham, St. Thomas University, Minnesota) con un’emissione complessiva di ben 250 miliardi di tonnellate di CO2.
Una soluzione ci sarebbe ed è
della massima semplicità: fare pace con la natura, lasciando
sottoterra le sabbie bituminose dell’Alberta, e puntando finalmente
con convinzione sulle energie rinnovabili.
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