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venerdì 23 gennaio 2015

Pegida: radiografia di un movimento di estrema destra “per bene”



Sappiamo, per esperienza, che quando qualcuno si propone nell’agone politico all’insegna dello slogan “né di destra né di sinistra” nove volte su dieci nasconde – per vergogna o convenienza – un’identità di estrema destra, quando non apertamente fascista e nazista.

E’ il caso del movimento tedesco Pegida – Patrioti europei contro l'islamizzazione dell'occidente – che dallo scorso autunno imperversa nelle città tedesche, spacciandosi per una piattaforma civica e ben educata, dietro i quali si nascondono pezzi consistenti di quelle organizzazioni neonaziste e xenofobe che altrimenti non troverebbero cittadinanza. E così dietro alcune migliaia di ‘onesti cittadini’, bandiere tedesche e slogan contro l’invadenza dell’Islam, l’infrastruttura del movimento cresciuto in poche settimane di intensità è assicurata dalle sigle più feroci della galassia neonazi, “naziskin” compresi.

Ma chi sono quelle decine di migliaia di persone che per la prima volta scendono in piazza ogni settimana senza timore di essere associate a un’opzione politica finora non particolarmente rispettata e rispettabile? Un paio di studi realizzati negli ultimi tempi contribuiscono almeno parzialmente alla comprensione di un fenomeno nuovo e preoccupante. Contrariamente a quanto potremmo credere il partecipante tipico alle marce di Pegida non è un lavoratore precario o un disoccupato – esistono anche in Germania, e non sono pochi – che sfoga la sua frustrazione accomunando nella protesta governo, oligarchia e immigrati. Un’analisi dell’Università Tecnica di Dresda fornisce un altro identikit: uomo, età media 48 anni, appartenente alla classe media, non particolarmente religioso, con un discreto o alto livello di formazione e con un reddito superiore alla media. Un identikit del supporter del movimento islamofobico che corrisponde quasi del tutto a quello realizzato da un gruppo di sociologi del Centro di Berlino per l’Inchiesta Sociale (WZB), secondo i quali tra i manifestanti di Pegida il tasso di persone laureate è superiore a quello medio della popolazione tedesca. Le due ricerche mettono l’accento su un altro elemento interessante: l’elemento unificante delle proteste, oltre naturalmente alla xenofobia e all’avversione per quella che viene percepita e descritta come “invasione islamica”, è rappresentato da un disprezzo viscerale nei confronti dell’establishment tedesco, non solo politico ma anche imprenditoriale e giornalistico. Una avversione nei confronti della “casta” in versione tedesca, all’interno di una visione comune ad altri paesi in cui un pezzo della classe media con un alto livello di formazione rivendica a sé la guida di una società percepita come minacciata dalle bugie e dalle manipolazioni dei media al servizio di un potere corrotto e inefficiente e dalle pretese dei rifugiati politici e immigrati stranieri.

Per quanto riguarda le preferenze politiche dei “Pegida boys” la maggior parte sembrano inclini a optare per il partito di destra ed euroscettico “Alternativa per la Germania” (AfD), la cui dirigenza ha nei giorni scorsi esplicitamente invitato il movimento islamofobico a convergere per creare una sorta di polo politico nazionalista, anche se nella cupola del partito nato da una scissione dei democristiani di Angela Merkel alcuni vorrebbero evitare una simile alleanza. Secondo l’Università Tecnica di Dresda comunque la maggioranza degli intervistati – il 62% – rifiuta di identificarsi in un qualsiasi partito, anche se è risaputo che a destra dello spettro politico difficilmente gli intervistati dichiarano la propria preferenza politica.

I dati ottenuti dalle inchieste, avvertono i due team di ricercatori di Dresda e Berlino, vanno per ora presi con il beneficio d’inventario, perché spesso i partecipanti alle iniziative di Pegida si rifiutano di rispondere alle domande e di compilare i test loro sottoposti, in nome di un’avversione all’establishment che comprende anche le istituzioni universitarie. Ma basta guardare velocemente un qualsiasi video delle marce di Lipsia, o di Dresda per rendersi conto che quella fin qui descritta è la composizione prevalente di quelle manifestazioni, che ne spiega anche il carattere “ben educato” e per ora ordinato.

Non è detto però che il carattere della mobilitazione di Pegida rimanga lo stesso con l’evolvere della situazione. Pochi giorni fa il fondatore e capo del movimento, Lutz Bachmann, si è fatto un selfie mascherato da Adolf Hitler con tanto di parrucca e baffetto, mentre in un commento postato sui social network apostrofava come “bestiame” o “immondizia” i rifugiati politici. “Nessun rifugiato scappa veramente dalla guerra. E’ evidente che chi si è potuto permettere di finanziare la sua fuga in Europa non è minacciato in alcun modo” aveva scritto inoltre.

Quando il tabloid Bild ha pubblicato la sua foto in prima pagina un’ondata di critiche hanno sommerso il 41enne e quello che Bachmann ha definito un ingenuo scherzo gli è costato caro. Qualche ora dopo l’esplosione dello scandalo l’uomo, condannato per furto, aggressione e traffico di droga ha chiesto scusa e si è convinto a dimettersi dalla carica di leader supremo dell’organizzazione, lasciando il posto alla portavoce Kathrin Oertel.

Il colpo per Pegida, che iniziava a diventare “simpatica” o almeno digeribile per alcuni media e per una parte – la più reazionaria e conservatrice – dello spettro politico costituzionale, è stato duro. Lo stesso giorno in cui il suo leader si dimetteva a causa della sua incauta impersonificazione di Adolf Hitler, la marcia convocata a Lipsia da “Legida” è stata un mezzo flop. In piazza mercoledì sono scesi comunque 15 mila persone, che non sono certo poche, ma assai meno rispetto ai 25 mila che avevano marciato a Dresda una settimana prima e rispetto ai 60 mila che i “patrioti” avevano annunciato. Meno numerosi anche rispetto ai circa 25 mila manifestanti scesi in piazza sempre a Lipsia in contemporanea proprio per contestare gli slogan xenofobi dei fan di Bachmann.

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