Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Pegida. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pegida. Mostra tutti i post

07/09/2018

L’attuale corso politico tedesco, le elezioni a venire e l’incognita “Aufstehen”

Domenica 26 agosto, Angela Merkel, nella sua “tradizionale” intervista televisiva di rientro dalle vacanze estive per il canale RDA, aveva tenuto un profilo piuttosto basso sulle questioni legate alla sicurezza e all’immigrazione, sulle quali si trova in disaccordo con una parte della propria famiglia politica – tra cui il ministro degli Interni bavarese della CSU Horst Seehofer – preferendo spaziare su altri temi della destra tedesca su cui c’è maggiore convergenza tra i conservatori, come la riforma delle pensioni o l’avvenire dell’Unione Europea.

Ha modificato radicalmente il quadro l’irrompere sulla scena per due giorni consecutivi delle violente manifestazioni dell’estrema destra (AFD e Pegida), che hanno tra l’altro colto impreparato il dispositivo di sicurezza della polizia, a Chemniz, la terza città più popolosa in Sassonia, nell’ex Germania Est, convocate in seguito all’accoltellamento mortale di un 35enne nella notte tra sabato 25 agosto e domenica 26 agosto, in margine ai festeggiamenti per il 875esimo anniversario di fondazione della città, che ha visto l’arresto lunedì di un giovane siriano e di un iracheno.

Circa seimila persone hanno manifestato il primo giorno – mentre la polizia ne prevedeva qualche centinaio – rispondendo all’appello delle forza di estrema destra AFD e Pegida, che ad ogni omicidio o violenza commessa da un “immigrato” chiamano alla mobilitazione, facendo divenire le città teatro di queste aggressioni il simbolo dell’opposizione alla politica governativa riguardo all’immigrazione; proponendo così l’equazione immigrazione=insicurezza e facendola diventare il tema centrale della propria agenda, in grado di orientare l’opinione pubblica e di influenzare pesantemente anche le dinamiche della CDU-CSU.

Così dopo Kandel, il dicembre scorso, Cottbus, e Wisbaden, anche la città sassone è diventata l’ennesimo terreno di mobilitazione contro “la politica migratoria criminale” della Merkel.

Gli avvenimenti di Chemnitz sono stati un ennesimo campanello d’allarme ed uno smacco per Michael Kretschmer, presidente del governo regionale e uomo della destra della CDU.

In Sassonia, l’AFD è arrivato in testa alle ultime legislative del 2017 ed è accreditata al 25% per le elezioni regionali che si svolgeranno il prossimo anno.

I prossimi appuntamenti elettorali saranno così un banco di prova importante per le formazioni che compongono l’attuale maggioranza governativa: il 14 ottobre in Baviera, il 28 a Hesse, e tra un anno in differenti Land dell’Est come Sassonia, Brandeburgo e Turingia, dove l’AFD mira a oltrepassare il 20% dei consensi.

Mentre l’attenzione politica era focalizzata sugli avvenimento sassoni, martedì 27 agosto il quotidiano Bild pubblicava un sondaggio elettorale dell’Istituto Insa per certi versi travolgente sulle intenzioni di voto in Baviera.

La CSU, che nel 2013 aveva ottenuto il 47,7% dei consensi, era accreditata al 36%, contro il 15% dei Verdi e dell’AFD.

La strategia di “fuga a destra” inaugurata dalla CSU sembra così essersi risolta in un boomerang, non in grado di fermare l’ascesa dell’AFD e l’emorragia di voti verso questa formazione, e ha visto dirottare ipoteticamente la parte più moderata del proprio elettorato verso i Verdi.

Questi risultati sorprendenti hanno indotto il Ministro-Presidente Markus Söder, che si ricandida in una regione in cui da cinquanta anni a questa parte la CSU non ha mai perso la maggioranza assoluta, ad essere più discreto sulle questioni identitarie.

*****

In questo clima di polarizzazione politica, che ha visto contrapporsi le manifestazioni dell’estrema destra a quelle antifasciste in risposta a ciò che è successo nei giorni precedenti, si è svolto il lancio ufficiale del movimento Aufstehen a Berlino.

Annunciato da una intervista al sito d’informazione indipendente Mediapart da parte di una delle sue più rilevanti promotrici, Sahra Wagenknecht, e lanciato sul web il 4 agosto, il 4 settembre una conferenza stampa lo ha presentato ufficialmente in un luogo simbolo della sinistra tedesca.

Il suo lancio ha ricevuto l’attenzione dei media europei, tra cui quegli italiani, e il Corriere della Sera ha intervistato proprio la Wagenknecht.

Ci sarà modo di proporre ampi stralci del punto di vista della co-presidente del gruppo parlamentare di Die Linke in un contributo successivo, per fare una doverosa opera di fact checking sulle narrazioni diffuse da parte della stampa sulle sue posizioni sull’immigrazione, questione spinosa che nel corso della conferenza stampa è passata in secondo piano.

Basterebbe una minima conoscenza del percorso politico di questa leader storica della Piattaforma Comunista di Die Linke per contestualizzare le sue affermazioni, che tendono a mettere in evidenza e in discussione innanzitutto “le cause” dell’immigrazione, dovute alla politica bellicista della NATO e della UE, di cui è una fiera oppositrice, e l’antifascismo intransigente di cui è storicamente portatrice, per screditare qualsiasi ipotesi interpretativa che pretende di scoprire delle “affinità” con l’estrema destra riguardo all’immigrazione, nel cui merito difende invece il diritto d’asilo.

Il movimento, che conta circa 100.000 adesioni “virtuali”, il coinvolgimento di importanti pezzi della sinistra social-democratica e storiche figure dei Verdi, ha differenti obiettivi.

Aufstehen vuole porsi come pivot per un “bilanciamento a sinistra” della politica dei partiti storici di questo ambito, recuperare consenso in quella fetta di elettorato persa durante le ultime legislative – circa 400.000 ex-votanti della Linke sono andati all’AFD – ridiventare un punto di riferimento politico del blocco sociale, rimettendo al centro dell’agenda politica “la questione sociale” e quindi contendendo alla destra l’egemonia di quei settori popolari che hanno visto un deterioramento delle proprie condizioni di vita negli ultimi anni; settori che costituiscono ormai quasi la metà della popolazione “tedesca”, secondo una ricerca citata durante la conferenza stampa.

La crisi democratica che affronta la Germania attualmente è attribuita dalla Wagenknecht alla fine della coesione sociale, su cui l’estrema destra – in mancanza di un piano politico declinato secondo le esigenze delle fasce popolari – penetra nel tessuto sociale come una lama nel burro.

Anche se la questione europea, sia rispetto alle posizioni politiche – decisamente critiche – espresse in precedenza, sia per ciò che concerne le elezioni europee del maggio prossimo, è rimasta sullo sfondo durante la conferenza stampa, è chiaro che il forte sentimento anti-UE dei settori popolari, specialmente ad Est, è stato fino ad ora incanalato dall’opposizione di estrema destra, ed è stato caratterizzato da una marcata ostilità di fronte all’immigrazione; associato ad una critica alle élites di governo, che è andato a sommarsi ad un senso di abbandono che caratterizza le popolazioni dell’ex Germania dell’Est fin dal processo di “riunificazione/annessione”.

Tre dati sono solitamente sottovalutati nell’analisi attuali sulla Germania: da un lato le conseguenze di questo processo, che ha portato ad una “integrazione mancata” delle due Germanie che si riverbera anche oggi sul piano sia sociale che politico; dall’altra la “demonizzazione” del patrimonio di conquiste della DDR nella politica mainstream, nonostante l’“Ostalgie” provata dai suoi abitanti in seguito alla “riunificazione”; e infine la differenza tra il processo di “de-nazificazione”, portato avanti radicalmente ad Est ma non a Ovest, con l’assoluta continuità del personale politico-economico dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Sia detto per inciso: l’anticomunismo della Repubblca Federale Tedesca (detta anche Germania Ovest) storicamente è stato tra i più feroci nell’Europa Occidentale ed ha reso possibile quel brodo di cultura che ha fatto risorgere l’estrema destra dopo il 1989.

Tornando alla presentazione di Aufstehen, non possiamo che concordare con il giudizio espresso da Thomas Schnee in un recente articolo apparso su Mediapart, che si interroga sulla natura del movimento: “Se si crede ai suoi promotori, Aufstehen è chiamato a divenire una sorta di grosso think tank aperto a tutti e destinato, attraverso una piattaforma internet partecipativa a cui è stato dato il nome di Po.Lis., a elaborare una sorta di programma comune della sinistra, allo stesso tempo fonte di ispirazione e strumento di pressione sui partiti”.

I mesi a seguire saranno fondamentali per capirne la capacità di incidere “a sinistra”, gli sviluppi organizzativi futuri e il reale protagonismo nelle dinamiche politiche di Aufstehen.

Intanto un interessante sondaggio condotto da Kantar Emnid, per Focus, realizzato ad inizio agosto, qualche giorno dopo il lancio del sito d’internet per presentare gli obbiettivi del futuro movimento, e pubblicato da Le Monde il 4 settembre, indica che il 34% degli elettori tedeschi sarebbe pronta a votare per tale partito, che sarebbe sostenuto per l’87% degli elettori della Die Linke, 53% dei Verdi e 37% di quelli dell’SPD.

Un sondaggio che, come tale, è da prendere “con le pinze” ma che deve comunque avere creato non poche preoccupazioni a chi, dentro gli organi dirigenti di quelle formazioni, dimostra indifferenza od ostilità al progetto, e deve creare una certa preoccupazione anche nelle alte sfere del governo tedesco.

*****

È indubbio che alle europee del maggio prossimo si giochi un'importante partita per le forze che sono state fin qui perno del progetto dell’Unione Europea, ora in gravi difficoltà più o meno in tutto il Continente, a cominciare dal “cuore” dell’Unione: Germania e Francia. Forze che ora temono che le urne si risolvano in un gigantesco “referendum” contro l’Unione Europea e la sua rappresentanza politica. Questo timore, più che ai competitor alla propria destra, è rivolto soprattutto a quelle forze continentali che potrebbero incanalare una ipotesi alternativa reale al sistema politico attuale.

È notizia recente la candidatura del tedesco Manfred Weber come capolista del Partito popolare europeo, con l’obiettivo di diventare il prossimo presidente della Commissione Europea.

46 anni, capogruppo del PPE a Strasburgo dal 2014, membro dell’ala più moderata e filo-europea dei cristiano-sociali bavaresi (CSU), Weber è sostenuto dalla Merkel.

La sua candidatura sarà ufficialmente messa al voto il 7-8 novembre a Helsinki, nella conferenza del PPE.

Sull’importanza di questo appuntamento elettorale, il politico bavarese non sembra nutrire dubbi, come riportato da IlSole24Ore di giovedì 6 settembre:

“Siamo ad un bivio. Nel 2019, le elezioni europee decideranno il futuro dell’Unione. Minacciata dall’esterno e al proprio interno, l’Unione deve affermarsi e difendere i propri valori (...) Contribuirò a rendere ai popoli europei la loro Europa e a ristabilire i legami tra i cittadini e la stessa Unione Europea”.

Lo iato creatosi tra l’UE e i suoi sudditi – pardon, “cittadini” – è ormai un dato acquisito per le élites ordo-liberiste europee, così come la paura di “perderne” il controllo alimenta i loro incubi peggiori: la posta in gioco anche in Germania è quindi alta e l’appuntamento è tutto tranne che rituale. Ormai è strategico.

Fonte

23/01/2015

Pegida: radiografia di un movimento di estrema destra “per bene”



Sappiamo, per esperienza, che quando qualcuno si propone nell’agone politico all’insegna dello slogan “né di destra né di sinistra” nove volte su dieci nasconde – per vergogna o convenienza – un’identità di estrema destra, quando non apertamente fascista e nazista.

E’ il caso del movimento tedesco Pegida – Patrioti europei contro l'islamizzazione dell'occidente – che dallo scorso autunno imperversa nelle città tedesche, spacciandosi per una piattaforma civica e ben educata, dietro i quali si nascondono pezzi consistenti di quelle organizzazioni neonaziste e xenofobe che altrimenti non troverebbero cittadinanza. E così dietro alcune migliaia di ‘onesti cittadini’, bandiere tedesche e slogan contro l’invadenza dell’Islam, l’infrastruttura del movimento cresciuto in poche settimane di intensità è assicurata dalle sigle più feroci della galassia neonazi, “naziskin” compresi.

Ma chi sono quelle decine di migliaia di persone che per la prima volta scendono in piazza ogni settimana senza timore di essere associate a un’opzione politica finora non particolarmente rispettata e rispettabile? Un paio di studi realizzati negli ultimi tempi contribuiscono almeno parzialmente alla comprensione di un fenomeno nuovo e preoccupante. Contrariamente a quanto potremmo credere il partecipante tipico alle marce di Pegida non è un lavoratore precario o un disoccupato – esistono anche in Germania, e non sono pochi – che sfoga la sua frustrazione accomunando nella protesta governo, oligarchia e immigrati. Un’analisi dell’Università Tecnica di Dresda fornisce un altro identikit: uomo, età media 48 anni, appartenente alla classe media, non particolarmente religioso, con un discreto o alto livello di formazione e con un reddito superiore alla media. Un identikit del supporter del movimento islamofobico che corrisponde quasi del tutto a quello realizzato da un gruppo di sociologi del Centro di Berlino per l’Inchiesta Sociale (WZB), secondo i quali tra i manifestanti di Pegida il tasso di persone laureate è superiore a quello medio della popolazione tedesca. Le due ricerche mettono l’accento su un altro elemento interessante: l’elemento unificante delle proteste, oltre naturalmente alla xenofobia e all’avversione per quella che viene percepita e descritta come “invasione islamica”, è rappresentato da un disprezzo viscerale nei confronti dell’establishment tedesco, non solo politico ma anche imprenditoriale e giornalistico. Una avversione nei confronti della “casta” in versione tedesca, all’interno di una visione comune ad altri paesi in cui un pezzo della classe media con un alto livello di formazione rivendica a sé la guida di una società percepita come minacciata dalle bugie e dalle manipolazioni dei media al servizio di un potere corrotto e inefficiente e dalle pretese dei rifugiati politici e immigrati stranieri.

Per quanto riguarda le preferenze politiche dei “Pegida boys” la maggior parte sembrano inclini a optare per il partito di destra ed euroscettico “Alternativa per la Germania” (AfD), la cui dirigenza ha nei giorni scorsi esplicitamente invitato il movimento islamofobico a convergere per creare una sorta di polo politico nazionalista, anche se nella cupola del partito nato da una scissione dei democristiani di Angela Merkel alcuni vorrebbero evitare una simile alleanza. Secondo l’Università Tecnica di Dresda comunque la maggioranza degli intervistati – il 62% – rifiuta di identificarsi in un qualsiasi partito, anche se è risaputo che a destra dello spettro politico difficilmente gli intervistati dichiarano la propria preferenza politica.

I dati ottenuti dalle inchieste, avvertono i due team di ricercatori di Dresda e Berlino, vanno per ora presi con il beneficio d’inventario, perché spesso i partecipanti alle iniziative di Pegida si rifiutano di rispondere alle domande e di compilare i test loro sottoposti, in nome di un’avversione all’establishment che comprende anche le istituzioni universitarie. Ma basta guardare velocemente un qualsiasi video delle marce di Lipsia, o di Dresda per rendersi conto che quella fin qui descritta è la composizione prevalente di quelle manifestazioni, che ne spiega anche il carattere “ben educato” e per ora ordinato.

Non è detto però che il carattere della mobilitazione di Pegida rimanga lo stesso con l’evolvere della situazione. Pochi giorni fa il fondatore e capo del movimento, Lutz Bachmann, si è fatto un selfie mascherato da Adolf Hitler con tanto di parrucca e baffetto, mentre in un commento postato sui social network apostrofava come “bestiame” o “immondizia” i rifugiati politici. “Nessun rifugiato scappa veramente dalla guerra. E’ evidente che chi si è potuto permettere di finanziare la sua fuga in Europa non è minacciato in alcun modo” aveva scritto inoltre.

Quando il tabloid Bild ha pubblicato la sua foto in prima pagina un’ondata di critiche hanno sommerso il 41enne e quello che Bachmann ha definito un ingenuo scherzo gli è costato caro. Qualche ora dopo l’esplosione dello scandalo l’uomo, condannato per furto, aggressione e traffico di droga ha chiesto scusa e si è convinto a dimettersi dalla carica di leader supremo dell’organizzazione, lasciando il posto alla portavoce Kathrin Oertel.

Il colpo per Pegida, che iniziava a diventare “simpatica” o almeno digeribile per alcuni media e per una parte – la più reazionaria e conservatrice – dello spettro politico costituzionale, è stato duro. Lo stesso giorno in cui il suo leader si dimetteva a causa della sua incauta impersonificazione di Adolf Hitler, la marcia convocata a Lipsia da “Legida” è stata un mezzo flop. In piazza mercoledì sono scesi comunque 15 mila persone, che non sono certo poche, ma assai meno rispetto ai 25 mila che avevano marciato a Dresda una settimana prima e rispetto ai 60 mila che i “patrioti” avevano annunciato. Meno numerosi anche rispetto ai circa 25 mila manifestanti scesi in piazza sempre a Lipsia in contemporanea proprio per contestare gli slogan xenofobi dei fan di Bachmann.

Fonte

16/01/2015

Germania: assassinato un rifugiato, sotto accusa i razzisti di Pegida

Quelli che fa non sono cortei, ma “passeggiate”. Quelle che porta in piazza non sono le classiche bandiere neonaziste, ma solo i vessilli della Germania. Quelli che si gridano non solo slogan razzisti, ma “contro l’invasione dell’Islam”, in versione politicamente corretta.

Ma il movimento tedesco noto come Pegida – sigla dell’assai meno rassicurante “Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente” – fondato nell’ottobre scorso da Lutz Bachmann, reduce da numerose condanne per reati comuni, è finito ora sul banco degli imputati per la morte nei giorni scorsi di un giovane immigrato africano.

Martedì mattina il cadavere di Khaled Bahray Idris, un rifugiato politico eritreo di soli 20 anni, è stato ritrovato poco lontano dalla residenza che condivideva con altri sette rifugiati, in un quartiere a sud di Dresda. Di lui si erano perse le tracce lunedì sera quando era uscito a fare due passi; a casa non era più tornato. Il suo corpo è stato ritrovato in una pozza di sangue, nel cortile interno del suo palazzo, con evidenti segni di coltellate al petto e alla gola. La polizia della Sassonia inizialmente non ha compiuto grandi sforzi per investigare su una eventuale aggressione, arrivando addirittura ad affermare che lo squarcio alla gola se lo era procurato cadendo.

Secondo una denuncia realizzata dalla parlamentare verde tedesca Volker Beck la scientifica avrebbe tardato addirittura 30 ore prima di effettuare i rilievi sul luogo dove il giovane era stato ritrovato senza vita, incolpando poi i coinquilini della vittima che sono stati perquisiti e ai quali è stato prelevato il Dna.

Ora sono in molti – attivisti antirazzisti, esponenti politici di sinistra, associazioni e media indipendenti – a far notare che l’omicidio sarebbe avvenuto in concomitanza con lo scioglimento, lunedì sera, della cosiddetta “passeggiata” convocata da Pegida alla quale avevano partecipato circa 25 mila persone, compresi migliaia di estremisti di destra e supporter delle tifoserie razziste delle locali squadre di calcio. Compresi quelli della Dinamo Dresda, i cui tifosi si scambiavano in rete descrizioni dettagliate – troppo dettagliate – delle circostanze dell’omicidio assai sospette. Alla quale poi è seguita una specie di rivendicazione delirante: “via i rifugiati; vi verremo a prendere; è stato il primo, non sarà l'ultimo”.

Del resto, due giorni prima dell’omicidio qualcuno aveva disegnato una grossa svastica sulla porta dell’appartamento dove vivono i rifugiati, accompagnandola con lo slogan “Vi prenderemo tutti”.
Parlando davanti alla sede centrale della Polizia di Dresda il capo di Pegida, Lutz Bachmann, ha detto che la morte dell’immigrato è il risultato di un regolamento di conti ‘interno’ anche se qualcuno vorrebbe addossarne la responsabilità al suo movimento.

Nelle ultime settimane in diverse città della Germania si sono svolti presidi e cortei di protesta contro le manifestazioni, sempre più partecipate, del movimento islamofobo e xenofobo Pegida, e i sospetti che ci possano essere delle frange vicine o addirittura interne alla creatura di Bachmann dietro l’assassinio del giovane eritreo naturalmente ha convinto altre realtà a mobilitarsi. Domenica un corteo è già stato convocato ad Amburgo e un altro a Berlino, mentre lunedì altre numerose iniziative sono state indette con l’obiettivo esplicito di impedire i cortei razzisti.

Fonte

05/01/2015

Germania. Islamofobia, xenofobia ed euroscetticismo: verso un polo di estrema destra?


Nei giorni scorsi la cancelliera tedesca Angela Merkel è intervenuta personalmente per stigmatizzare le sempre più partecipate e frequenti manifestazioni organizzate nelle città del paese dal neonato movimento Pegida che a partire dall’inizio dell’autunno ha portato in piazza decine di migliaia di dimostranti contro la pretesa islamizzazione della Germania. "Oggi alcuni sono tornati a gridare ‘Noi siamo il popolo’ ma ciò che realmente pensano è: ‘Voi non appartenete a questo popolo a causa del vostro colore della pelle e della vostra religione” ha detto Angela Merkel durante il discorso di fine anno, aggiungendo: “Per questo vi chiedo di non seguire coloro che convocano queste manifestazioni giacché nei loro cuori albergano pregiudizi e odio”.

Molte le cronache che hanno fatto notare come dietro gli slogan compassati e le fiaccolate attentamente depurate dai tradizionali simboli neonazisti si nascondono personaggi e sigle dell’estrema destra più o meno radicale. E a gestire il servizio d'ordine della 'maggioranza silenziosa' in versione germanica sono spesso teste rasate e militanti dei gruppi nazi.

Il fondatore e leader del movimento si chiama Lutz Bachmann, ha 41 anni, possiede un’agenzia fotografica e di pubbliche relazioni e ha confessato sul suo profilo Facebook che alle spalle ha una condanna a tre anni e mezzo di carcere. Da quello che se ne sa, ha abbandonato gli studi intrapresi per diventare cuoco per dedicarsi ad aggredire i clienti delle prostitute, per poi fuggire in Sudafrica; dopo tre anni vissuti nel paese sotto falso nome venne scoperto ed espulso in Germania, dove ha dovuto scontare la pena per poi essere liberato dopo due anni di reclusione. Ma poi fu arrestato di nuovo mentre spacciava cocaina e condannato ad altri due anni di libertà condizionata. Nel suo curriculum non certo invidiabile anche una denuncia per guida in stato d’ebbrezza, rapine e aggressioni.

L’autoproclamato “salvatore dell’Occidente” non sembra proprio uno stinco di santo. Eppure in pochi mesi la sua creatura – che prende di petto soprattutto i rifugiati, che in Sassonia rappresentano appena lo 0,1% della popolazione – è diventato un fenomeno politico di massa. “Non sono razzista” ha spiegato nel corso di un’intervista al Bild – “Non siamo contro il diritto d’asilo ma combattiamo i rifugiati economici”, chiarendo che il problema per Pegida in realtà non è tanto la religione prevalente degli immigrati che arrivano in Germania – l’Islam – quanto l’immigrazione in sé, e gli immigrati poveri in particolare.

Ed ora le forze mobilitate da Pegida – che sta per Patrioti Europei contro l’islamizzazione dell’Occidente – potrebbero saldarsi con il partito della borghesia nazionalista ed euroscettica tedesca, quell’Alternativa per la Germania che, nato nel febbraio del 2013 da una scissione di destra dei democristiani, ha già ottenuto ottimi risultati elettorali in varie consultazioni. La notizia di queste ore – quella che forse ha convinto Frau Merkel a intervenire di persona – è che Afd e Pegida inizieranno nei prossimi giorni un giro di riunioni dirette a sondare la possibilità di formare un’alleanza politica di destra, nazionalista e xenofoba che concentri i propri sforzi contro l’immigrazione, la libertà di movimento all’interno dell’area Schengen e l’accoglienza dei rifugiati politici. Se i colloqui dovessero procedere positivamente ne potrebbe nascere un vero e proprio Fronte Nazionale capace di superare tranquillamente il 10% dei voti.

Da notare che a compiere il primo passo è stata la dirigente della Sassonia di Alternative für Deutschland, Frauke Petry, forte di ben 13 deputati regionali nel suo Land, che ha invitato formalmente il movimento xenofobo e islamofobo a intavolare un giro di negoziati politici con gli euroscettici. A sdoganare quelli di Pegida in vista di una possibile convergenza ci ha pensato il segretario di Alternativa per la Germania, Bernd Lucke, che commentando il messaggio di fine d'anno del primo ministro ha detto: "La signora Merkel classifica la gente come xenofoba, invece di ascoltarla e l’obbligo del cancelliere è ascoltare la gente”. A difendere gli islamofobi anche un membro del governo federale, il socialcristiano Michael Müller, titolare del dicastero per la Cooperazione e lo Sviluppo, secondo il quale “la gran maggioranza della gente che partecipa alle manifestazioni di Pegida non è razzista (…) I tedeschi con redditi bassi hanno la sensazione che a causa dei rifugiati loro vengano penalizzati. I rifugiati, così come i migranti, vengono considerati da questa gente come competitori”. Una presa di posizione che ha portato Katja Kipping, presidente del partito di sinistra Die Linke, a definire la Unione Social Cristiana (CSU) della Baviera il “braccio parlamentare” di Pegida.

A parte il battibecco politico, la questione è seria. Secondo un sondaggio pubblicato dalla rivista Stern, un terzo della popolazione tedesca mostra comprensione per le manifestazioni xenofobe mascherate da antislamiche, e ammette senza pudori che l’Islam ha troppa influenza nella vita quotidiana del paese. Il sondaggio mostra anche che il 71% degli elettori di AfD appoggia esplicitamente Pegida.

Il movimento di estrema destra, che ha portato in piazza 17 mila persone lo scorso 22 dicembre, ha già annunciato per oggi nuove manifestazioni a Dresda e a Colonia. Contro di loro le autorità ecclesiastiche che in entrambe le città hanno annunciato che spegneranno i riflettori che illuminano di notte le rispettive cattedrali in segno di protesta contro gli xenofobi.

Fonte

Ma tu guarda, anche nella pacifica e funzionante Germania la crisi e la competizione tra morti di fame riporta a galla la peggio merda del razzismo nazista.