Contrordine, liberisti! Il debito pubblico non è più un problema, anzi è l’unica cosa che ci può salvare...
Fossimo noi a dirlo, qui nell’italietta stremata da austerità e pandemia, verremmo tacciati di pazzia. A sostenerlo, invece, sono due dei massimi campioni del neoliberismo statunitense: il meno noto Jason Furnam e la star Lawrence Summers.
Quest’ultimo non è soltanto un economista influente (è stato tra l’altro rettore dell’università di Harvard). È stato anche segretario al Tesoro durante la presidenza di Bill Clinton e, in quella carica, la sua decisione definita giustamente “storica” fu quella di abolire il Glass-Steagall Act, nel 1999.
Ossia la legge con cui gli Stati Uniti reagirono, nel 1933, alla crisi del 1929, istituendo la Federal Deposit Insurance Corporation a garanzia dei conti correnti e soprattutto il divieto per una banca di svolgere contemporaneamente il classico ruolo commerciale (raccolta di risparmi ed erogazione di prestiti a persone ed imprese) e quello di investimento.
Un modo per separare nettamente la funzione di supporto all’economia e la speculazione finanziaria. Il cui collasso, nell’annus horribilis 1929, aveva travolto insieme alle banche l’intero circuito dell’economia, producendo fallimenti, crollo del Pil, esplosione della disoccupazione, tensioni sociali di grandi dimensioni.
Abolire il Glass-Stegall Act riapriva le danze della speculazione senza limiti e della possibilità di trasferire le catastrofi che normalmente avvengono nella finanza direttamente all’economia reale. Cosa puntualmente avvenuta con la crisi del 2007-2008, prima con i mutui subprime (concessi ai clienti cosiddetti ninja – not income, not job, not asset – nullatenenti, insomma) e poi con il crollo di Lehmann Bothers, che paralizzò il mondo per alcune settimane, costringendo tutte le banche centrali del pianeta a “stampare” moneta a volontà per impedire il collasso generale.
Summers è insomma un autentico criminale del neoliberismo, non un’anima candida preoccupata dei poveri.
Che sia uno come lui a dire “indebitarsi fa solo bene” dovrebbe far schizzare tutto l’establishment occidentale sulla poltrona. Come sta effettivamente avvenendo negli Usa, ormai pronti a sostituire Trump con il più navigato Biden.
Ma non in Europa, dove il “pensiero unico” ordo-liberista incardinato nei trattati dell’Unione Europea non lascia margini di contestazione. Qui Summers non è stato notato da nessuno, ad eccezione del sempre attento Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza.
Il perché è abbastanza evidente: lo studio pubblicato dai due “luminari” statunitensi smonta totalmente le credenze in vigore fin dai tempi di Reagan e della Thatcher. Ossia gli ultimi 40 anni di sviluppo-crisi del capitalismo occidentale. Credenze magiche che hanno però imposto conseguenze pratiche come la riduzione del ruolo economico dello Stato, lo smantellamento del welfare, il taglio dei salari reali, l’incremento della disoccupazione di massa (malamente mascherata dal trucco statistico degli “inattivi” separati dai “disoccupati”).
Andiamo dunque con ordine, perché la materia è complessa e investe i “massimi sistemi”.
Si parte da una constatazione ormai inevitabile, dopo oltre 13 anni di crisi affrontata con i soli strumenti della politica monetaria “accomodante”: la politica monetaria non riesce più a stimolare la crescita. Era il pilastro del monetarismo, di Milton Friedman e dei “Chicago boys”, quelli secondo cui la politica economica deve essere “basata sull’offerta piuttosto che sulla domanda”, e quindi “lo stimolo fiscale va attuato riducendo le imposte anziché aumentando la spesa pubblica”.
Sono le frasi che sentite o leggete ogni giorno sui media, luoghi comuni di cui nessuno più si chiede il significato: “vanno ridotte le tasse”, in primo luogo “alle imprese”, “va tagliata la spesa pubblica per ridurre il debito e aumentare la competitività”. Generazioni intere sono ormai cresciute abbeverandosi a questa “normalità”, tanto da non riuscire più a immaginare altro modo che questo per affrontare i problemi economici.
Summers, da “pragmatico” americano qual’è, dice ora “non funziona più”, va cambiato tutto. “Conclusivamente, il sostegno pubblico alle pensioni, alla tutele della salute, all’istruzione superiore e alle altre grandi, disgraziate e talora incerte necessità, riduce la necessità del risparmio collegato al ciclo della vita o di tipo precauzionale, aumentando così la domanda per i consumi”.
Avete presente quelli che ci ammorbano con il “debito che lasciamo ai nostri figli”? Beh, potete sbeffeggiarli come volete: sparano scemenze, perché l’economia non funziona come il bilancio familiare. Summers e Furnam, che hanno letto qualcosa di più dei Giannini di turno, citano infatti studi scientifici che dimostrano il contrario.
Per esempio (importante, in un paese che è andato distruggendo la scuola e l’università pubbliche a forza di tagli imposti dall’austerità): “Dickens, Sawhill e Tebbs (2006) hanno fornito un’analisi a lungo termine degli investimenti nell’istruzione precoce e hanno scoperto che essi si ripagano da soli su un orizzonte temporale di 75 anni”. Non troppo strano, in fondo: se tiri su generazioni più colte e preparate, avrai una crescita economica più ampia...
Il debito pubblico non è in questo momento il problema principale, per il buon motivo che “Nessun debito pubblico è sostenibile se l’economia cede”. Nemmeno se è al 5% del Pil...
In questo momento, riassume Salerno Aletta, “la tendenza dei tassi di interesse a rimanere estremamente bassi non è stata modificata neppure dall’aumento enorme dei debiti pubblici determinatosi in questi mesi per via degli interventi volti a contrastare gli effetti negativi dell’epidemia”.
Secondo le vestali dell’austerità i tassi d'interesse avrebbero dovuto schizzare in cielo. Ma gli operatori economici reali ragionano in altro modo... lo si vede dal rapporto debito/Pil degli Stati Uniti:
Nel 2000, con un debito pressoché inesistente, anche nelle previsioni da lì a dieci anni, il tasso di interesse da pagare era un’enormità rispetto all’ultimo decennio (4,3%), mentre ora dopo oltre un decennio di “iniezioni di liquidità” e aumento continuo della spesa pubblica – quando, insomma, secondo i parametri europei dovrebbe essere giudicato “eccessivo” – quei tassi sono addirittura negativi.
In pratica, chi compra titoli di stato Usa accetta una piccola perdita pur di avere un titolo “affidabile” (come accade peraltro con quelli tedeschi).
Con i tassi a zero, “per sfuggire all’inedia derivante dall’inoperoso ristagno del risparmio tenuto liquido e soprattutto alla mancata offerta di safe asset pubblici che deriva dalle politiche di bilancio restrittive, il mercato si è orientato verso investimenti finanziari ad alto rischio, con un sovraindebitamento degli operatori economici inefficienti. Al minimo aumento dei tassi di interesse, alla minima recessione, fallirebbero”.
Insomma: il pericolo viene dal tracollo economico, non dal debito pubblico. E nemmeno dallo “stampare denaro”. Lo hanno fatto tutte le banche centrali, e l’inflazione è rimasta a zero.
Che fine fanno, in questo quadro, i “parametri” su cui è stata fondata l’architettura dei trattati europei? “Il rapporto debito/Pil – quello che dovrebbe restare sempre sotto il 60% – è irragionevole in quanto giustappone uno stock a un flusso annuo”. Ossia qualcosa che è stato accumulato in un arco di decenni con qualcosa che viene misurata su base annua.
Secondo Summers, “Noi sosteniamo che i rapporti debito/PIL sono una metrica fuorviante della sostenibilità fiscale, che non riflette il fatto che sia il valore attuale del PIL è aumentato, sia i costi del servizio del debito sono diminuiti con la diminuzione dei tassi d’interesse. Proponiamo invece che sia più appropriato confrontare le scorte di debito con il valore attuale del PIL o dei flussi di tassi di interesse con i flussi del PIL”.
Sintetizza Salerno Aletta: “Occorre comparare flussi con flussi e stock con stock, si devono parametrare gli interessi pagati annualmente sul debito pubblico al complesso delle entrate fiscali, ovvero al Pil”.
In questo modo il “mostruoso” debito pubblico statunitense (superiore ormai al 100%) – ma il discorso vale per tutti, anche per l’Italia – assume tutt’altro aspetto. E diventa “un rapporto che rimane sostanzialmente stabile, oscillando tra un minimo dello 0,45% nel 2008 e un massimo dello 0,70% del biennio del 2012-2014, per tornare allo 0,45% nel 2020 e risalire allo 0,55% nel 2022”.
Sarebbe interessante fare i calcoli anche sul debito e deficit italiano, visto che stiamo stabilmente in “avanzo primario” da oltre 20 anni... Probabilmente nessuno potrebbe più fare la faccia feroce e indicare quali spese sociali tagliare.
Lo spiega ancora Summers: “l’uso attivo della politica fiscale è essenziale al fine di massimizzare l’occupazione e mantenere la stabilità finanziaria nell’attuale contesto mondiale di bassi tassi di interesse”.
Come proviamo a spiegare ogni giorno, quel mondo che abbiamo alle spalle – il neoliberismo occidentale – è finito e fallito. Quella guerra mondiale contro il salario e i lavoratori ha prodotto il disastro, anche se una fetta ristrettissima si è enormemente arricchita.
Detta con le parole di Summers: “Questo studio sostiene che mentre il futuro è inconoscibile e le ragioni precise del calo dei tassi di interesse reali non sono del tutto chiare, il calo dei tassi reali riflette i cambiamenti strutturali dell’economia che richiedono cambiamenti nella politica fiscale e più in generale nella politica macroeconomica che sono profondi come quelli che si sono verificati sulla scia dell’inflazione degli anni ‘70. Nei termini della dicotomia posta da Blanchard e Summers (2019) riteniamo che l’evidenza punti sempre più verso la rivoluzione piuttosto che verso l’evoluzione.”
Rivoluzione indica rottura, rivolgimento, cambio di paradigma e di rapporti di forza tra aree. Quello che era al centro del sistema perde forza di attrazione, i movimenti centrifughi prendono il sopravvento e altre direzioni. Il paragone con gli anni ’70 e la “rivoluzione reaganiana” è in questo senso chiarissimo: i cambiamenti da fare – attenzione: nella politica economica Usa, l’unica che interessi a Summers! – hanno quelle dimensioni e quella radicalità.
È una guerra che è stata persa, ha creato concorrenti più efficienti (la Cina, in primo luogo) e ora forse è tardi per cambiare marcia.
E come in tutte le guerre perdute, cominciano a venir fuori i “pentiti” che si reinventano keynesiani. Come Summers...
Non stupisce che “i giapponesi” del neoliberismo, ai piani alti dell’Unione Europea e dei media mainstream, non vogliano sentire quel che esce da quelle “confessioni”.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Larry Summers. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Larry Summers. Mostra tutti i post
09/01/2019
“Dobbiamo prepararci ora alla possibilità di una recessione”
L’austerità è un’idiozia, e sarebbe ora di spiegarlo ai vertici dell’Unione Europea. Se hanno a cuore le sorti del capitalismo, mica quella dei poveri e dei lavoratori...
In tempi di apparenti paradossi ad ogni angolo di strada, abbiamo l’ex ministro del tesoro statunitense nei governi di Bill Clinton, poi per qualche tempo in corsa per la presidenza della Federal Reserve (la banca centrale Usa) e attualmente in cattedra ad Harvard, che è costretto a chiedere l’esatto opposto di quel che ha praticato fin qui (come decisore, è stato il folle che ha abolito il Glass-Steagall Act, che vietava alle banche d’affari di agire da raccolta risparmi e prestiti, e viceversa): investimenti pubblici, salari più elevati, stimoli fiscali diffusi... tutto, pur di sostenere una “crescita” che non decolla mai. Da almeno 10 anni. O, almeno, non assume mai un ritmo che faccia immaginare un mondo migliore.
La Cina lo sta già facendo, e con cifre che fanno spavento. Gli Stati Uniti ancora no, ma anche lì i salari stanno aumentando (ancora poco, non tanto da far crescere l’inflazione vicino al 2%, ma un po’ salgono...).
Nell’Unione Europea, invece, siamo completamente fermi al ricatto del debito pubblico, con placida dimenticanza di quelli privati (assai più alti). Cosicché nel Vecchio Continente l’ordine è stringere la cinghia quando si sta entrando di nuovo in recessione (su qualsiasi manuale di macroeconomia liberale consigliano il contrario, perché è una misura “pro-ciclica”, ovvero che aggrava una tendenza pericolosa già in atto).
Summers è uomo intelligente; carogna, ma intelligente. Vede la recessione montare dalle economie occidentali, svuotate di energia da tre decenni di delocalizzazioni e finanziarizzazione, e prova a far capire – agli Stati Uniti, non a un paesello qualsiasi – la dimensione del problema. Che è poi, “semplicemente”, la fine di un modello che è diventato ideologia, “pensiero unico”, pratiche manageriali e commerciali: quello della cosiddetta “globalizzazione”. Quando si potevano fare i soldi, nell’economia reale, deprimendo i salari al di sotto del livello della sopravvivenza; e soprattutto si potevano fare nella moltiplicazione dei prodotti finanziari “creati” da matematici, neanche più da economisti.
Tutto questo è roba del passato, ed anche i suoi consigli attuali – ne sembra consapevole – servono soltanto a rinviare i problemi, ad allontanare l’esplosione.
E gli viene quasi da ridere – pensando probabilmente a gente come Jens Weidmann o Mario Draghi – quando scrive “È l’ironia del nostro momento, che la prudenza richiede il rifiuto dell’austerità”.
Vaglielo a spiegare a un tedesco che, anche linguisticamente (schuld), confonde ancora il debito con la colpa.
Quando le persone sono fondamentalmente in buona salute, non sanno ancora quale sarà la causa della loro morte. Una ripresa economica è “in salute” se non è chiaro quale sarà la causa della prossima recessione. Per questo principio, la ripresa dalla crisi finanziaria del 2008, sebbene deludentemente lenta, è stata positiva per gran parte dell’ultima decade.
Ora, questo è in forte dubbio. La battuta di Paul Samuelson secondo cui il mercato azionario ha predetto nove delle ultime cinque recessioni, mette in guardia contro i recenti sbalzi in borsa. Ma l’espansione del credito si è allargata considerevolmente, i prezzi delle materie prime si sono attenuati e gli investitori hanno cominciato a richiedere rendimenti più alti per le obbligazioni statunitensi a breve termine rispetto a quelle con scadenza più lunga. A differenza dei mercati azionari, la “inversioni della curva dei rendimenti” storicamente non tende a produrre false previsioni di recessione. Il giudizio complessivo dei mercati finanziari è che la recessione è decisamente più probabile nei prossimi due anni.
Anche gli indicatori economici reali per le due più grandi economie del mondo, Cina e Stati Uniti, comportano un considerevole motivo di preoccupazione. Negli ultimi mesi, quasi ogni indicatore cinese è arrivato al di sotto delle aspettative. Le autorità di Pechino ora, se devono riportare in modo credibile il raggiungimento degli obiettivi di crescita, vedono il bisogno di misure di incentivazione. Le revisioni delle previsioni economiche tendono a correre nella stessa direzione per lunghi periodi se i previsori si adeguano alla realtà emergente. Questa tendenza è particolarmente evidente in Cina, data l’estrema sensibilità politica delle statistiche economiche.
Negli Stati Uniti, l’inflazione è di nuovo inferiore all’obiettivo del 2% della Fed, e il confronto con i rendimenti sulle obbligazioni ordinarie al netto dell’inflazione, suggerisce che gli investitori si aspettano che questo continui per il prossimo decennio. Mentre la crescita occupazionale rimane consistente, l’occupazione è di solito una statistica in ritardo. Gli indicatori lungimiranti circa la fiducia delle imprese e dei consumatori, suggeriscono che la crescita è in presumibile rallentamento.
Forse l’economia americana godrà di un atterraggio morbido: la crescita occupazionale rallenterebbe, sul lungo periodo, a un livello sostenibile, e l’aumento della produttività accelererebbe abbastanza da permettere una crescita del Pil del 2% e un incremento salariale senza che questo spinga l’inflazione. Ma ciò richiederebbe sia capacità politiche, sia una buona dose di fortuna. Considerando che la situazione attuale registra un alto livello di indebitamento e una bassa disoccupazione, una recessione è il risultato più probabile.
È pressoché inconcepibile che l’economia globale rimanga in salute di fronte ai seri problemi economici della Cina e degli Stati Uniti, anche lasciando da parte i loro conflitti sul commercio e sulla tecnologia. L’Europa manca di forza economica e le incertezze circa la Brexit, le proteste francesi, la transizione politica tedesca e il populismo italiano significano che il continente è più probabile che sia una fonte a problemi più che a soluzioni.
Come i generali che combattano l’ultima guerra, troppi politici sono concentrati sui problemi di ieri. È molto più probabile che l’economia globale soffra di una recessione piuttosto che di un surriscaldamento nei prossimi due anni. È più probabile che il flusso di credito sia troppo esiguo che il suo contrario; è più probabile la deflazione dei prezzi delle attività che una bolla, e l’austerità in eccesso è un rischio maggiore dello sperpero.
La sfida cruciale per la politica monetaria e fiscale sarà quella di mantenere una domanda sufficiente tra l’immensa incertezza geopolitica, l’aumento del protezionismo, l’alto livello del debito accumulato e fattori strutturali e demografici che portano ad un aumento del risparmio privato e alla riduzione degli investimenti privati.
La Fed dovrebbe comunicare che è determinata a evitare una flessione che assicurerebbe un altro decennio al di sotto del target dell’inflazione. La Banca popolare cinese e altre banche centrali dovrebbero anche chiarire che riconoscono che evitare un’altra recessione è la cosa più importante con cui possono contribuire alla stabilità finanziaria.
I responsabili delle politiche fiscali dovrebbero rendersi conto che il rendimento reale molto basso dei titoli di stato è indice del fatto che più debito può essere assorbito. Non è troppo presto per iniziare i piani di rilancio dei progetti infrastrutturali su larga scala in caso di crisi. Le maggiori economie dovrebbero cercare di limitare le frizioni commerciali e segnalare che sono impegnate a cooperare per sostenere la crescita globale, garantendo flussi di capitale adeguati ai mercati emergenti ed evitando un ciclo protezionistico.
Anche se i miei timori di recessione sono eccessivi, uno spostamento verso l’accentuazione della crescita contribuirà a portare l’inflazione su livelli prefissati, e può essere invertita. Se ho ragione, i costi di un ritardo nella risposta politica potrebbero essere catastrofici. È l’ironia del nostro momento che la prudenza richiede il rifiuto dell’austerità.
Lawrence Summers è professore di economia a Harvard ed ex ministro del tesoro degli Stati uniti – qui l’articolo originale
Fonte
In tempi di apparenti paradossi ad ogni angolo di strada, abbiamo l’ex ministro del tesoro statunitense nei governi di Bill Clinton, poi per qualche tempo in corsa per la presidenza della Federal Reserve (la banca centrale Usa) e attualmente in cattedra ad Harvard, che è costretto a chiedere l’esatto opposto di quel che ha praticato fin qui (come decisore, è stato il folle che ha abolito il Glass-Steagall Act, che vietava alle banche d’affari di agire da raccolta risparmi e prestiti, e viceversa): investimenti pubblici, salari più elevati, stimoli fiscali diffusi... tutto, pur di sostenere una “crescita” che non decolla mai. Da almeno 10 anni. O, almeno, non assume mai un ritmo che faccia immaginare un mondo migliore.
La Cina lo sta già facendo, e con cifre che fanno spavento. Gli Stati Uniti ancora no, ma anche lì i salari stanno aumentando (ancora poco, non tanto da far crescere l’inflazione vicino al 2%, ma un po’ salgono...).
Nell’Unione Europea, invece, siamo completamente fermi al ricatto del debito pubblico, con placida dimenticanza di quelli privati (assai più alti). Cosicché nel Vecchio Continente l’ordine è stringere la cinghia quando si sta entrando di nuovo in recessione (su qualsiasi manuale di macroeconomia liberale consigliano il contrario, perché è una misura “pro-ciclica”, ovvero che aggrava una tendenza pericolosa già in atto).
Summers è uomo intelligente; carogna, ma intelligente. Vede la recessione montare dalle economie occidentali, svuotate di energia da tre decenni di delocalizzazioni e finanziarizzazione, e prova a far capire – agli Stati Uniti, non a un paesello qualsiasi – la dimensione del problema. Che è poi, “semplicemente”, la fine di un modello che è diventato ideologia, “pensiero unico”, pratiche manageriali e commerciali: quello della cosiddetta “globalizzazione”. Quando si potevano fare i soldi, nell’economia reale, deprimendo i salari al di sotto del livello della sopravvivenza; e soprattutto si potevano fare nella moltiplicazione dei prodotti finanziari “creati” da matematici, neanche più da economisti.
Tutto questo è roba del passato, ed anche i suoi consigli attuali – ne sembra consapevole – servono soltanto a rinviare i problemi, ad allontanare l’esplosione.
E gli viene quasi da ridere – pensando probabilmente a gente come Jens Weidmann o Mario Draghi – quando scrive “È l’ironia del nostro momento, che la prudenza richiede il rifiuto dell’austerità”.
Vaglielo a spiegare a un tedesco che, anche linguisticamente (schuld), confonde ancora il debito con la colpa.
*****
Quando le persone sono fondamentalmente in buona salute, non sanno ancora quale sarà la causa della loro morte. Una ripresa economica è “in salute” se non è chiaro quale sarà la causa della prossima recessione. Per questo principio, la ripresa dalla crisi finanziaria del 2008, sebbene deludentemente lenta, è stata positiva per gran parte dell’ultima decade.
Ora, questo è in forte dubbio. La battuta di Paul Samuelson secondo cui il mercato azionario ha predetto nove delle ultime cinque recessioni, mette in guardia contro i recenti sbalzi in borsa. Ma l’espansione del credito si è allargata considerevolmente, i prezzi delle materie prime si sono attenuati e gli investitori hanno cominciato a richiedere rendimenti più alti per le obbligazioni statunitensi a breve termine rispetto a quelle con scadenza più lunga. A differenza dei mercati azionari, la “inversioni della curva dei rendimenti” storicamente non tende a produrre false previsioni di recessione. Il giudizio complessivo dei mercati finanziari è che la recessione è decisamente più probabile nei prossimi due anni.
Anche gli indicatori economici reali per le due più grandi economie del mondo, Cina e Stati Uniti, comportano un considerevole motivo di preoccupazione. Negli ultimi mesi, quasi ogni indicatore cinese è arrivato al di sotto delle aspettative. Le autorità di Pechino ora, se devono riportare in modo credibile il raggiungimento degli obiettivi di crescita, vedono il bisogno di misure di incentivazione. Le revisioni delle previsioni economiche tendono a correre nella stessa direzione per lunghi periodi se i previsori si adeguano alla realtà emergente. Questa tendenza è particolarmente evidente in Cina, data l’estrema sensibilità politica delle statistiche economiche.
Negli Stati Uniti, l’inflazione è di nuovo inferiore all’obiettivo del 2% della Fed, e il confronto con i rendimenti sulle obbligazioni ordinarie al netto dell’inflazione, suggerisce che gli investitori si aspettano che questo continui per il prossimo decennio. Mentre la crescita occupazionale rimane consistente, l’occupazione è di solito una statistica in ritardo. Gli indicatori lungimiranti circa la fiducia delle imprese e dei consumatori, suggeriscono che la crescita è in presumibile rallentamento.
Forse l’economia americana godrà di un atterraggio morbido: la crescita occupazionale rallenterebbe, sul lungo periodo, a un livello sostenibile, e l’aumento della produttività accelererebbe abbastanza da permettere una crescita del Pil del 2% e un incremento salariale senza che questo spinga l’inflazione. Ma ciò richiederebbe sia capacità politiche, sia una buona dose di fortuna. Considerando che la situazione attuale registra un alto livello di indebitamento e una bassa disoccupazione, una recessione è il risultato più probabile.
È pressoché inconcepibile che l’economia globale rimanga in salute di fronte ai seri problemi economici della Cina e degli Stati Uniti, anche lasciando da parte i loro conflitti sul commercio e sulla tecnologia. L’Europa manca di forza economica e le incertezze circa la Brexit, le proteste francesi, la transizione politica tedesca e il populismo italiano significano che il continente è più probabile che sia una fonte a problemi più che a soluzioni.
Come i generali che combattano l’ultima guerra, troppi politici sono concentrati sui problemi di ieri. È molto più probabile che l’economia globale soffra di una recessione piuttosto che di un surriscaldamento nei prossimi due anni. È più probabile che il flusso di credito sia troppo esiguo che il suo contrario; è più probabile la deflazione dei prezzi delle attività che una bolla, e l’austerità in eccesso è un rischio maggiore dello sperpero.
La sfida cruciale per la politica monetaria e fiscale sarà quella di mantenere una domanda sufficiente tra l’immensa incertezza geopolitica, l’aumento del protezionismo, l’alto livello del debito accumulato e fattori strutturali e demografici che portano ad un aumento del risparmio privato e alla riduzione degli investimenti privati.
La Fed dovrebbe comunicare che è determinata a evitare una flessione che assicurerebbe un altro decennio al di sotto del target dell’inflazione. La Banca popolare cinese e altre banche centrali dovrebbero anche chiarire che riconoscono che evitare un’altra recessione è la cosa più importante con cui possono contribuire alla stabilità finanziaria.
I responsabili delle politiche fiscali dovrebbero rendersi conto che il rendimento reale molto basso dei titoli di stato è indice del fatto che più debito può essere assorbito. Non è troppo presto per iniziare i piani di rilancio dei progetti infrastrutturali su larga scala in caso di crisi. Le maggiori economie dovrebbero cercare di limitare le frizioni commerciali e segnalare che sono impegnate a cooperare per sostenere la crescita globale, garantendo flussi di capitale adeguati ai mercati emergenti ed evitando un ciclo protezionistico.
Anche se i miei timori di recessione sono eccessivi, uno spostamento verso l’accentuazione della crescita contribuirà a portare l’inflazione su livelli prefissati, e può essere invertita. Se ho ragione, i costi di un ritardo nella risposta politica potrebbero essere catastrofici. È l’ironia del nostro momento che la prudenza richiede il rifiuto dell’austerità.
Lawrence Summers è professore di economia a Harvard ed ex ministro del tesoro degli Stati uniti – qui l’articolo originale
Fonte
24/09/2015
La crisi cinese e la "stagnazione secolare". Intervista a J. Halevi
Guardare le cose dalla ristretta visuale europea, o peggio ancora italiana, impedisce di cogliere le dinamiche globali, nascondendo molto di quel che avviene - di vitale - sul piano macro.
Questa intervista con Joseph Halevi, docente di economia all'università di Sidney fin dal 1978, consente invece di guardare al mondo da un angolo visuale diametralmente opposto. Spiazzando molte delle visioni consolatorie che girano nel dibattito pubblico, italiano e non. Una visione marxista nei fondamenti teorici, ma soprattutto una "analisi concreta della situazione concreta" che non concede nulla alla falsa coscienza.
Buona lettura.
Proviamo a ragionare sulla partita crescita dopo che per sette anni si era retta – a livello globale – soltanto sulla Cina e i paesi emergenti. E invece esplode il caso cinese...
La crescita cinese e quella dei paesi emergenti non sono compatibili, nel senso che era la Cina a trainare la loro crescita. Io non vedrei la Cina come un paese “emergente”. E' un paese con un processo di accumulazione di tipo capitalistico-statalista, con le multinazionali, ecc. Se prendiamo ad esempio l'Argentina, non è mica detto che dopo la crisi del 2001 potesse recuperare davvero. Certo, riducendo o non pagando il debito, ha ammorbidito o attenuato di molto gli effetti sociali. Poi è iniziata una crescita stimolata un po' dall'interno, con maggiore spesa, ecc. Ma la vera dinamica argentina si è collegata allora all'enorme crescita delle esportazioni verso la Cina, che era cominciata a diventare una grande consumatrice di prodotti agricoli come la soia – quindi anche argentini o del Brasile. E' vero anche per l'Australia, che vende alla Cina carbone e minerali di ferro; ed ora sempre più anche prodotti agricoli. Ma carbone e ferro erano e restano la cosa più importante. Quindi la crescita cinese, l'uso che fanno di queste materie prime, ha trainato Argentina, Australia, parte degli stessi Stati Uniti. Durante il grande boom delle materie prime, prima della grande crisi del 2007-08, intere zone minerarie degli Usa, cadute in disuso perché l'estrazione dei minerali era diventata troppo costosa, soprattutto in zone montuose, sono state rimesse in attività perché il prezzo era cresciuto enormemente.
Questo è l'effetto dell'economia cinese sugli emergenti, ma la Cina non è un paese emergente. Ora li sta involontariamente affondando. Quindi non sono “compatibili”, non sono simili quanto a dinamica economica. Il meccanismo di rallentamento della crescita cinese è interno alla Cina, ossia nei rapporti tra l'accumulazione interna e con l'economia mondiale.
Si è detto per anni che il modello cinese era orientato alle esportazioni. È vero o no?
Secondo me si è esagerato. C'è stato un periodo in cui questo era vero. Nel senso che per un periodo la Cina ha cercato, attraverso i rapporti con le multinazionali – non avevano quasi nulla di esportazioni proprie, come oggi con Huawei e simili – ovvero attraverso delocalizzazioni, outsourcing, e poi via, verso i paesi dove le multinazionali vendevano quanto prodotto in Cina. Questo è stato importante, oltre che quantitativamente, perché permetteva di importare tecnologie. Allo scoppio della crisi, erano arrivati a circa il 10-12% di esportazioni nette sul Pil, un numero incredibili. Quindi, sì, erano trainati in parte dalle esportazioni. Quando poi la crisi esplode, l'atteggiamento economico della dirigenza cinese fu quello di emettere una quantità enorme di liquidità e rilanciare completamente la crescita del mercato interno e dunque delle importazioni, più che delle esportazioni. Cominciarono a importare massicciamente, per ulteriori sviluppi tecnologici. Soprattutto dall'Europa, dalla Germania, ma anche dalla Corea e altri paesi vicini. La Germania ha avuto un vero boom di esportazioni pesanti, centrali intere, ecc, non solo o non tanto modelli di Mercedes. Roba Siemens, roba grossa in beni capitale. Anche l''Italia – direttamente o tramite imprese legate alla filiera tedesca – ha avuto un grande balzo delle esportazioni verso la Cina. In genere il surplus cinese cala moltissimo, c'è la rivalutazione del renminbi, e si attesta intorno al 2%.
La Cina meno della Germania?
Anche in assoluto la Germania realizza un surplus maggiore della Cina, basta leggersi la tabellina dell'Economist che dà le posizioni di conto corrente. Con il rilancio del '99-2005 la Cina diventa una forte importatrice e le esportazioni non sono state più il volano della crescita cinese. Ovviamente sono importanti, per loro, nel senso che è il meccanismo che garantisce loro l'arrivo di tecnologie, per esempio in campo automobilistico, dove sono ancora in una posizione arretrata, perché ammettono normative che non permettono esportazione verso altri paesi. C'è una forte produzione – oltre venti milioni di auto l'anno – ma non c'è quasi esportazione di marchi cinesi. Forse qualcosa in paesi come la Turchia, ora.
Loro hanno ora un grande problema con la crescita, che è diventata destabilizzante: l'uso delle risorse. Ad esempio con l'acqua e complessivamente con l'ambiente. Non in senso semplicemente “ambientalista”, ma come riproduzione materiale, fisica. La situazione ambientale influisce sulle condizioni di riproduzione economica. Quando sparisce, più volte, l'acqua in un fiume di 5.000 chilometri come il Fiume Giallo, è una cosa molto grossa. Lì arrivano navi oceaniche, in porti fluviali gradi come quelli marittimi. Perché accade? Perché la parte orientale della Cina è in realtà un grande delta, col Fiume Giallo e lo Yangze, che vanno verso il mar della Cina; è una zona molto mobile, anche come movimento dei terreni. Lì c'è un grandissimo uso del suolo per motivi agricoli, industriali e urbanistici. Il fabbisogno di acqua è altissimo, hanno creato canali che spostano l'acqua da una parte all'altra. Ma hanno anche cominciato a usare i pozzi artesiani, sfruttando le falde acquifere. Ma, come raccontano i miei studenti cinesi a Sidney che studiavano soil science, in questo modo l'acqua scende al di sotto di un certo livello dove si trova la roccia granitica, impermeabile. Le piogge, a quel punto, non riescono più ad arricchire le falde finite sotto quel livello e fluisce direttamente verso il mare. Costruiscono altri canali per intercettarla, ma il risultato non è particolarmente efficiente, né sufficiente. La situazione, con gli ultimi progetti, è tale che pensano di fare mega-canali per portare al nord l'acqua che scende dall'Himalaya, a migliaia di chilometri di distanza. Hanno veramente grosse difficoltà. C'è un conflitto tra condizioni fisiche e necessità di riproduzione dell'accumulazione. Non possono mollare sulla crescita, altrimenti gli saltano gli equilibri sociali, in modo anche grave, perché debbono espandere la middle class e, con una crescita del 5%, non gli può riuscire.
Quanto pesano i problemi di crescita cinese sull'economia globale?
Globalmente, pesano innanzitutto le aspettative – “ce la faranno, non ce la faranno, ecc”. Quello che pesa più di tutto è il sistema finanziario internazionale, non tanto quello interno; ovvero i prodotti derivati, strutturati, collegati in qualche modo con le passività cinesi... A quel punto scattano tutti gli effetti negativi.
Quali sono questi prodotti derivati?
Quelli legati alle materie prime; carbone e ferro, in primo luogo. Sul petrolio ci sono anche altri problemi, come la battaglia tra Arabia Saudita, Russia e Stati Uniti, sul fracking e dintorni. Ovviamente c'entra anche la Cina, ma è una dinamica differente. Siccome il valore dei prodotti derivati sono gonfiati dal valore di altri, collegati, si mette in moto una dinamica accelerata. È una tipica situazione di non linearità. Basta un calo dello 0,5%, subito qualcuno grida “ah, sta calando” e scatta un meccanismo di leva finanziaria al contrario. L'effetto finanziario sui mercati è molto superiore all'effetto reale. Così sta succedendo ora. L'effetto sull'economia reale in Cina non è drammatico, ma la volatilità è altissima. Tutto si collega alla percezione della situazione finanziaria cinese. In fondo, non c'era motivo per scatenare tutto quel panico sulla caduta della borsa di Shangai. Transazioni internazionali, in Cina, non ce ne sono. Il mercato finanziario non entra nella struttura di portafoglio delle imprese cinesi. Il mercato di Shangai è un po' surrettizio, come un grande casinò... Perché il governo cinese ha permesso ad operatori di Hong Kong di investire su Shangai in quelle dimensioni (prima era molto più limitato)? Certo, c'è stato un effetto “bolla”, con una crescita del 150%, causata dai grandi afflussi di capitali. Poi è ovviamente esplosa, anche se il livello attuale è ancora superiore a quello precedente questo afflusso. Però, quando tutto funziona in negativo, si ripercuote globalmente, anche se quei mercati lì non hanno un grande influenza. Secondo me una parte di questa crisi finanziaria è voluta dal governo cinese, anche se non so dire da quale fazione del governo, non faccio il sinologo...
La dirigenza cinese vuole razionalizzare molto, creare società finanziarie, non vuole il mercato delle tre carte, il casinò... Società che crescono, magari crollano, ma poi c'è il consolidamento. È anche un ragionamento un po' marxista, da questo punto di vista: favorisco la concentrazione del capitale, anche nei settori produttivi – come l'auto, dove hanno più di cento produttori. Insomma creare delle società multinazionali proprie, che ancora non hanno, a parte Heawei e qualcos'altro – e fare un consolidamento finanziario, con grandi società in grado di agire internazionalmente, ma con la potenza economica della Cina dietro. Su questo piano sono oggi ancora più deboli di Singapore o Hong Kong.
Secondo me questo è uno dei loro obiettivi. E quindi anche “il crollo” seleziona e consolida. Hanno anche detto che tutte queste operazioni, come sui tassi di cambio, ecc, sono procedure per aumentare la flessibilità dei mercati. E non avevano torto. Solo che poi devono intervenire perché le turbolenze e il panico rischiano di uscir fuori di controllo.
Quanto pesa nelle decisioni cinesi il fatto che gli Stati Uniti stanno per rialzare i tassi di interesse?
C'è un aspetto positivo che consiste nel rilancio delle esportazioni. Loro vogliono rilanciarle, anche se continueranno a passare attraverso le multinazionali altrui, perché un modello fondato soprattutto sulle importazioni alla lunga non regge. Quattro o cinque anni fa, ad esempio con Airbus, stipularono un grande contratto, con cui acquistavano circa 500 aerei civili, ma 300 li avrebbero fabbricati in Cina, con una società statale cinese in società con Airbus. L'aumento dei tassi di interesse e una rivalutazione del dollaro possono certamente far ripartire le esportazioni...
Ma fa anche ripartire capitali verso gli Stati Uniti...
Esatto. E loro non vorrebbero vederlo accadere. Ma questa è la loro problematica, oltre quella ambientale. Comunque, al di là dei problemi ambientali, che pure costituiscono un problema strutturale, loro debbono rilanciare la crescita. È anche la tesi di Michael Pettis, abbastanza simile a quella di Minsky, sul cosiddetto inverted balance... Quando l'economia cresce, le passività diminuiscono e si abbassa il debito. Nei paesi in via di sviluppo, l'aumento rapido del tasso di crescita riduce il debito. Se il debito iniziale è grande, con la crescita si riduce, è vero; però partono da un debito grande, quindi c’è sempre il problema di che cosa succede se il tasso di crescita non…
Non è abbastanza alto...
Allora c’è il l'inverted balance; insomma, a quel punto va un po’ tutto indietro, un po’ come nei mercati finanziari, e ci si trova in una situazione in cui il debito cresce. Pettis sostiene che la Cina è in questa situazione. Il debito interno cinese è esplosivo perché le liabilities – le passività – diventano determinanti e vincolano le scelte. Pettis sostiene che non ci sono stati casi dove si sia potuto riformare un sistema con grandi passività. Non c’è una strada di riforme possibili; non puoi trovare una strada efficiente di riforme quando hai tutte queste passività addosso. Se ne può uscire se fai bancarotta, non paghi…
Se ristrutturi il debito...
Esatto. Se no non ce la fai ad uscire.
E’ una Grecia un bel po’ più grande...
Beh, solo sul piano interno, però. Pettis dice che a questo punto le operazioni della banca centrale per finanziare le attività diventano spuntate. Le iniezioni di liquidità non bastano, si limitano a dare soldi a entità finanziarie che sono già oberate da debiti. Questo non ti risolve il problema, non ti rilancia la crescita.
Ma permette almeno di assestare i conti dei soggetti finanziari?
No, Pettis dice di no, perché c’è sempre il l'inverted balance che va giù e ricomincia da capo... Se questo è vero, la situazione cinese va vista molto negativamente...
Però non ci sono altri motori manifatturieri in giro per il mondo...
No.
Gli americani avevano cominciato timidamente a fare un po’ di reinternalizzazione...
Sì, ma poca roba...
Poca roba, ma quella più legata ai settori strategici...
Sì, appunto. E questo va collegato anche alla bassa crescita extracinese, che non permette alla Cina di avere una dinamica export sostenuta. Perché l’economia mondiale non tira...
Infatti sia Larry Summers, qualche tempo fa, sia il Centro studi di Confindustria nei giorni scorsi, hanno tirato fuori il termine stagnazione secolare...
Larry Summers ne parla da parecchio tempo, Confindustria ci ha messo almeno due anni ad accorgersene...
Il concetto sembra: se si ferma la Cina, nessuno può sostituirla su quel piano?
No, la Cina non è sostituibile.
La dinamica finanziaria sembra molto indipendente dall'andamento dell'economia reale; la quale, a questo punto, mostra una dinamica decrescente. Quanto diventa concreto il concetto di stagnazione secolare?
Se la Cina si ferma, significa che all’interno della Cina ci dovranno essere delle grosse ristrutturazioni, quindi anche disoccupazione... Socialmente è un bel casino... Diventerà un po’ come la Germania, che non è che cresca poi tanto, sul lungo periodo. Secondo me in Cina può succedere questo: ho notato di recente, quando si è parlato di ripresa indiana, circa il 7%, si è detto anche che sta crescendo più della Cina, ecc. Ma se uno ha una visione un po’ fisica dell’economia, ovvero non si ferma solo ai numeri del pil, ma guarda a quanto acciaio produce, quante macchine, automobili, cose fisiche, beh... l’India è infinitamente indietro rispetto alla Cina, sul piano quantitativo.
Può crescere anche a tassi alti ma parte da livelli tali che sono fisicamente poca cosa?
Ma sì... La produzione di automobili in India sarà sui 2-3 milioni, in Cina sta a 20 milioni. Un’altra cosa. La produzione di acciaio cinese sta arrivando a 800 milioni di tonnellate, forse anche di più, tra 800 e 900 milioni. La produzione di acciaio indiana è 150...
Arcelor-Mittal, questi qui?
Mittal è un grosso produttore perché non ha tanto spazio di sviluppo in Cina. Però possiede molta liquidità, è una conglomerata oligo-monopolistica; quindi fa soldi, accumula rendite... Ma non in Cina, in India, e poi investe fuori. I miei calcoli sulle produzioni fisiche mi dicono che, bene che vada, l'India non arriva neanche al 20% della produzione cinese, sta più vicina al 15... Quindi se la Cina cresce del 7%, l’India fisicamente cresce del 5. In assoluto la Cina continua a crescere di più. L’India non può rimpiazzare la Cina. E non può farlo nessun altro paese... L'Indonesia e altri hanno sviluppato molte manifatture, molte industrie, ma non hanno la base, la potenza espansiva verso l’estero, l'integrazione internazionale, le produzioni e le esportazioni che ci sono in Cina. La base manifatturiera mondiale è la Cina.
Ma si crea un problema, a questo punto. Un sistema che o cresce o crepa può affrontare una stagnazione secolare? Ormai siamo all'ottavo anno di crisi globale…
E infatti la tesi di Larry Summers è: siamo in una stagnazione secolare come linea di tendenza, quindi dobbiamo sviluppare le bolle finanziarie. Questa è la sua tesi. È l’unica soluzione alla stagnazione che riesce a vedere. Se continuiamo così noi piombiamo nella stagnazione secolare e non se ne esce, quindi noi (le banche centrali di tutto il mondo, a partire dalla Fed, ndr) dobbiamo cercare di creare altre bolle. Che poi esplodono, però...
Va bene, però questa non è una crescita...
No, non è una crescita. Però l’idea è questa: le bolle americane sono finanziarie, certo, ma anche reali; nel senso che comunque qualcuno si indebita di più per produrre.
Per esempio, finanzi il fracking...
Sì. Però adesso il fracking sta calando rapidamente, perché a questi prezzi si vende sottocosto. Ci sono molte piccole società che si sono molto indebitate per fare fracking. E adesso il debito è diventato molto vincolante... perché il prezzo del petrolio non giustifica il fracking. Questi ora devono pagare.
E anche gli interessi, devono pagare...
Sì. Poi ci sono alcuni aspetti difficilmente comprensibili. Gli Stati Uniti non stanno litigando con l’Arabia Saudita. Del resto l’Arabia Saudita non ha autonomia rispetto agli Stati Uniti, però sta conducendo la battaglia contro il fracking...
Siamo sicuri che l’Arabia Saudita non abbia qualche autonomia rispetto agli Usa?
Tutto il sistema finanziario dell’Arabia Saudita è americano, è petrodollari, è in America. Quello che non capisco è perché l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti non frenino la caduta dei prezzi. Gli Stati Uniti saranno anche interessati al crollo del prezzo del petrolio per colpire la Russia, ma queste sono cose contingenti, non strutturali.
Di sicuro le hanno fatto male; la Russia avrà quest’anno tra il 4 e il 4,5 in meno di Pil a causa del crollo del prezzo del petrolio.
Però le società del fracking sono società americane, che agiscono quasi soltanto in territorio statunitense. C’è stato un po’ di fracking in Australia, però non ha funzionato. Ci sono state delle rivolte perché si sono visti l’acqua di casa che prendeva fuoco (per le infiltrazioni di gas nelle falde, ndr). Fra l’altro in zone rurali abitate dal ceto medio, gente che si era fatta la casa e in zone che eleggono conservatori. Quindi il fracking in Australia si è bloccato. In America no, perché l’hanno messo in Pennysilvania, in posti abitati da popolazioni di cui non tengono per nulla conto.
Però, così, non si vedono prospettive di grande ripresa globale...
No, l’unica ripresa è questo meccanismo americano. Aumenteranno i tassi di interesse, ricomincerà l’indebitamento... L'America cresce forse del 2%, però bisogna considerare che negli Usa cresce anche la popolazione, dell’1% e spiccioli; quindi la crescita pro-capite americana non è affatto alta.
Mi sembra anche che i posti di lavoro creati non siano particolarmente qualificati.
No. Però almeno c’è un briciolo crescita. Mentre il Giappone è rientrato in recessione e l’Europa è completamente ferma. E la felicità inglese è completamente collegata alla City. No, ripresa vera non ne vedo. Nell’ambito dell’economia e anche della politica mondiale, c’è una zona che gli americani si sono lasciati scappare: le ex zone sovietiche dell’Asia centrale. Per esempio, il Kazakistan è un grosso produttore di gas, petrolio, ecc. Su quell'area c’era inizialmente una idea russo-tedesco-cinese. Quella di costruire un grande asse Germania-Russia-Kazakistan e Cina. Qualche mese fa c’è stato il primo treno merci partito dalla Cina e arrivato a Duisburg…
Passando per la Russia...
Ed anche per l’Ucraina. Questa idea costituiva la nuova frontiera dell’industria meccanica pesante tedesca, perché per realizzarla bisogna ristrutturare gran parte dell’industria russa, ristrutturare il sistema ferroviario del Kazakistan, ecc. E c’è in effetti una società legata alle ferrovie tedesche che si occupa delle ferrovie kazake. E poi bisogna costruire un collegamento Kazakistan-Cina, cioè fare degli assi strutturati lungo i quali ci sono città, ecc. Non è solo un asse di trasporto. È un po’ come lo sviluppo delle ferrovie da costa a costa negli Stati uniti, alla fine dell'800: lungo le ferrovie si creavano delle città, alcune morivano, altre no.
Questo si incontra con la strategia cinese, le nuove vie della seta…
Questo era il grande progetto. Non so se avevano fatto i conti in termini di bilanci e di pagamenti, però c’è il surplus cinese, ancora; è ridotto ma c’è.
C'è anche un forte surplus tedesco...
C’è il surplus cinese, il surplus tedesco, c’è il surplus russo e c’è anche il surplus kazako. Quindi tutti questi surplus potevano mettere insieme dei capitali, usarli per fare queste cose e dare impulso alle esportazioni tedesche. L’idea era della Germania... Però secondo me è saltata con l’Ucraina. Ed è stata una scelta americana. Che ha detto alla Germania: io ad est non ti ci faccio andare...
Comunque impediscono una saldatura, la costituzione di quell’asse, che è tedesco ma anche cinese e russo...
Gli americani non sono più in Kirghizistan e in altre zone dove ci sono giacimenti di gas. Strano, perché erano in Afghanistan, quindi... Gran parte delle loro operazioni in Afghanistan erano gestite su basi russe che stavano in Kirghizistan. Ora invece non ci sono proprio, non hanno alcun impatto geopolitico, geoeconomico, su quell'area. Però con l’Ucraina sono riusciti a bloccare tutto, a mettere in crisi la Germania. Qui c’è la vera debolezza della Germania. Quando scoppiò la crisi ucraina il quotidiano economico tedesco Handelsblattera era contro il conflitto con la Russia. Però una parte del governo tedesco, come “la baronessa”, la ministra della difesa tedesca Ursula Von der Leyen, era completamente a favore di un “ruolo dinamico della Germania nei confronti dell’Ucraina”, cioè di appoggio all’Ucraina. E anche Schaeuble era favorevole a dare alla Germania una funzione di punta nella situazione Ucraina.
Due idee diverse che si scontrano in Germania, allora. Tra una espansione di tipo classico, un'area di influenza che si allarga, e un’altra che dice: usiamo il surplus per costruire un legame solido e costante di relativa indipendenza…
La via di Von der Layen e Schaeuble è conflittuale con gli stessi interessi tedeschi. Un economista conservatore come Hans Werner Sinn, l’anno scorso, l'ha detto papale papale: “noi non dobbiamo scontrarci con i russi”.
E lo stesso che diceva: facciamo l’Euro del nord?
Sì. Sulla vicenda dell’Ucraina, secondo me, dietro c'è anche la Francia, che ha interesse a mettere i bastoni tra le ruote alla Germania.
Però aveva anche interesse ad avere un asse a est...
Sì, però loro hanno appoggiato molto l’Ucraina, nei fatti. L’articolazione era Stati Uniti-Nato-Polonia. In quella partita la Polonia ha giocato un ruolo molto importante, perché praticamente ha trasformato la parte non orientale dell’Ucraina in un protettorato polacco. E dietro c’era la Francia che ha appoggiato, mentre la Germania è entrata in difficoltà. Ma questo ti fa saltare una grande strategia…
Ed anche un asse di sviluppo possibile, perché quel disegno lì danneggia la Cina, danneggia la Germania e la Russia… Però era anche l’unica idea dinamica di uscita dalla crisi…
Sì. Oltre al collegamento con la Cina attraverso Ucraina, Russia e Kazakistan, avevano in progetto anche un asse meridionale con Turchia e Iran.
A quanto pare non sono rimaste né zone, né idee, né progetti...
No, niente.
Fonte
Questa intervista con Joseph Halevi, docente di economia all'università di Sidney fin dal 1978, consente invece di guardare al mondo da un angolo visuale diametralmente opposto. Spiazzando molte delle visioni consolatorie che girano nel dibattito pubblico, italiano e non. Una visione marxista nei fondamenti teorici, ma soprattutto una "analisi concreta della situazione concreta" che non concede nulla alla falsa coscienza.
Buona lettura.
*****
Proviamo a ragionare sulla partita crescita dopo che per sette anni si era retta – a livello globale – soltanto sulla Cina e i paesi emergenti. E invece esplode il caso cinese...
La crescita cinese e quella dei paesi emergenti non sono compatibili, nel senso che era la Cina a trainare la loro crescita. Io non vedrei la Cina come un paese “emergente”. E' un paese con un processo di accumulazione di tipo capitalistico-statalista, con le multinazionali, ecc. Se prendiamo ad esempio l'Argentina, non è mica detto che dopo la crisi del 2001 potesse recuperare davvero. Certo, riducendo o non pagando il debito, ha ammorbidito o attenuato di molto gli effetti sociali. Poi è iniziata una crescita stimolata un po' dall'interno, con maggiore spesa, ecc. Ma la vera dinamica argentina si è collegata allora all'enorme crescita delle esportazioni verso la Cina, che era cominciata a diventare una grande consumatrice di prodotti agricoli come la soia – quindi anche argentini o del Brasile. E' vero anche per l'Australia, che vende alla Cina carbone e minerali di ferro; ed ora sempre più anche prodotti agricoli. Ma carbone e ferro erano e restano la cosa più importante. Quindi la crescita cinese, l'uso che fanno di queste materie prime, ha trainato Argentina, Australia, parte degli stessi Stati Uniti. Durante il grande boom delle materie prime, prima della grande crisi del 2007-08, intere zone minerarie degli Usa, cadute in disuso perché l'estrazione dei minerali era diventata troppo costosa, soprattutto in zone montuose, sono state rimesse in attività perché il prezzo era cresciuto enormemente.
Questo è l'effetto dell'economia cinese sugli emergenti, ma la Cina non è un paese emergente. Ora li sta involontariamente affondando. Quindi non sono “compatibili”, non sono simili quanto a dinamica economica. Il meccanismo di rallentamento della crescita cinese è interno alla Cina, ossia nei rapporti tra l'accumulazione interna e con l'economia mondiale.
Si è detto per anni che il modello cinese era orientato alle esportazioni. È vero o no?
Secondo me si è esagerato. C'è stato un periodo in cui questo era vero. Nel senso che per un periodo la Cina ha cercato, attraverso i rapporti con le multinazionali – non avevano quasi nulla di esportazioni proprie, come oggi con Huawei e simili – ovvero attraverso delocalizzazioni, outsourcing, e poi via, verso i paesi dove le multinazionali vendevano quanto prodotto in Cina. Questo è stato importante, oltre che quantitativamente, perché permetteva di importare tecnologie. Allo scoppio della crisi, erano arrivati a circa il 10-12% di esportazioni nette sul Pil, un numero incredibili. Quindi, sì, erano trainati in parte dalle esportazioni. Quando poi la crisi esplode, l'atteggiamento economico della dirigenza cinese fu quello di emettere una quantità enorme di liquidità e rilanciare completamente la crescita del mercato interno e dunque delle importazioni, più che delle esportazioni. Cominciarono a importare massicciamente, per ulteriori sviluppi tecnologici. Soprattutto dall'Europa, dalla Germania, ma anche dalla Corea e altri paesi vicini. La Germania ha avuto un vero boom di esportazioni pesanti, centrali intere, ecc, non solo o non tanto modelli di Mercedes. Roba Siemens, roba grossa in beni capitale. Anche l''Italia – direttamente o tramite imprese legate alla filiera tedesca – ha avuto un grande balzo delle esportazioni verso la Cina. In genere il surplus cinese cala moltissimo, c'è la rivalutazione del renminbi, e si attesta intorno al 2%.
La Cina meno della Germania?
Anche in assoluto la Germania realizza un surplus maggiore della Cina, basta leggersi la tabellina dell'Economist che dà le posizioni di conto corrente. Con il rilancio del '99-2005 la Cina diventa una forte importatrice e le esportazioni non sono state più il volano della crescita cinese. Ovviamente sono importanti, per loro, nel senso che è il meccanismo che garantisce loro l'arrivo di tecnologie, per esempio in campo automobilistico, dove sono ancora in una posizione arretrata, perché ammettono normative che non permettono esportazione verso altri paesi. C'è una forte produzione – oltre venti milioni di auto l'anno – ma non c'è quasi esportazione di marchi cinesi. Forse qualcosa in paesi come la Turchia, ora.
Loro hanno ora un grande problema con la crescita, che è diventata destabilizzante: l'uso delle risorse. Ad esempio con l'acqua e complessivamente con l'ambiente. Non in senso semplicemente “ambientalista”, ma come riproduzione materiale, fisica. La situazione ambientale influisce sulle condizioni di riproduzione economica. Quando sparisce, più volte, l'acqua in un fiume di 5.000 chilometri come il Fiume Giallo, è una cosa molto grossa. Lì arrivano navi oceaniche, in porti fluviali gradi come quelli marittimi. Perché accade? Perché la parte orientale della Cina è in realtà un grande delta, col Fiume Giallo e lo Yangze, che vanno verso il mar della Cina; è una zona molto mobile, anche come movimento dei terreni. Lì c'è un grandissimo uso del suolo per motivi agricoli, industriali e urbanistici. Il fabbisogno di acqua è altissimo, hanno creato canali che spostano l'acqua da una parte all'altra. Ma hanno anche cominciato a usare i pozzi artesiani, sfruttando le falde acquifere. Ma, come raccontano i miei studenti cinesi a Sidney che studiavano soil science, in questo modo l'acqua scende al di sotto di un certo livello dove si trova la roccia granitica, impermeabile. Le piogge, a quel punto, non riescono più ad arricchire le falde finite sotto quel livello e fluisce direttamente verso il mare. Costruiscono altri canali per intercettarla, ma il risultato non è particolarmente efficiente, né sufficiente. La situazione, con gli ultimi progetti, è tale che pensano di fare mega-canali per portare al nord l'acqua che scende dall'Himalaya, a migliaia di chilometri di distanza. Hanno veramente grosse difficoltà. C'è un conflitto tra condizioni fisiche e necessità di riproduzione dell'accumulazione. Non possono mollare sulla crescita, altrimenti gli saltano gli equilibri sociali, in modo anche grave, perché debbono espandere la middle class e, con una crescita del 5%, non gli può riuscire.
Quanto pesano i problemi di crescita cinese sull'economia globale?
Globalmente, pesano innanzitutto le aspettative – “ce la faranno, non ce la faranno, ecc”. Quello che pesa più di tutto è il sistema finanziario internazionale, non tanto quello interno; ovvero i prodotti derivati, strutturati, collegati in qualche modo con le passività cinesi... A quel punto scattano tutti gli effetti negativi.
Quali sono questi prodotti derivati?
Quelli legati alle materie prime; carbone e ferro, in primo luogo. Sul petrolio ci sono anche altri problemi, come la battaglia tra Arabia Saudita, Russia e Stati Uniti, sul fracking e dintorni. Ovviamente c'entra anche la Cina, ma è una dinamica differente. Siccome il valore dei prodotti derivati sono gonfiati dal valore di altri, collegati, si mette in moto una dinamica accelerata. È una tipica situazione di non linearità. Basta un calo dello 0,5%, subito qualcuno grida “ah, sta calando” e scatta un meccanismo di leva finanziaria al contrario. L'effetto finanziario sui mercati è molto superiore all'effetto reale. Così sta succedendo ora. L'effetto sull'economia reale in Cina non è drammatico, ma la volatilità è altissima. Tutto si collega alla percezione della situazione finanziaria cinese. In fondo, non c'era motivo per scatenare tutto quel panico sulla caduta della borsa di Shangai. Transazioni internazionali, in Cina, non ce ne sono. Il mercato finanziario non entra nella struttura di portafoglio delle imprese cinesi. Il mercato di Shangai è un po' surrettizio, come un grande casinò... Perché il governo cinese ha permesso ad operatori di Hong Kong di investire su Shangai in quelle dimensioni (prima era molto più limitato)? Certo, c'è stato un effetto “bolla”, con una crescita del 150%, causata dai grandi afflussi di capitali. Poi è ovviamente esplosa, anche se il livello attuale è ancora superiore a quello precedente questo afflusso. Però, quando tutto funziona in negativo, si ripercuote globalmente, anche se quei mercati lì non hanno un grande influenza. Secondo me una parte di questa crisi finanziaria è voluta dal governo cinese, anche se non so dire da quale fazione del governo, non faccio il sinologo...
La dirigenza cinese vuole razionalizzare molto, creare società finanziarie, non vuole il mercato delle tre carte, il casinò... Società che crescono, magari crollano, ma poi c'è il consolidamento. È anche un ragionamento un po' marxista, da questo punto di vista: favorisco la concentrazione del capitale, anche nei settori produttivi – come l'auto, dove hanno più di cento produttori. Insomma creare delle società multinazionali proprie, che ancora non hanno, a parte Heawei e qualcos'altro – e fare un consolidamento finanziario, con grandi società in grado di agire internazionalmente, ma con la potenza economica della Cina dietro. Su questo piano sono oggi ancora più deboli di Singapore o Hong Kong.
Secondo me questo è uno dei loro obiettivi. E quindi anche “il crollo” seleziona e consolida. Hanno anche detto che tutte queste operazioni, come sui tassi di cambio, ecc, sono procedure per aumentare la flessibilità dei mercati. E non avevano torto. Solo che poi devono intervenire perché le turbolenze e il panico rischiano di uscir fuori di controllo.
Quanto pesa nelle decisioni cinesi il fatto che gli Stati Uniti stanno per rialzare i tassi di interesse?
C'è un aspetto positivo che consiste nel rilancio delle esportazioni. Loro vogliono rilanciarle, anche se continueranno a passare attraverso le multinazionali altrui, perché un modello fondato soprattutto sulle importazioni alla lunga non regge. Quattro o cinque anni fa, ad esempio con Airbus, stipularono un grande contratto, con cui acquistavano circa 500 aerei civili, ma 300 li avrebbero fabbricati in Cina, con una società statale cinese in società con Airbus. L'aumento dei tassi di interesse e una rivalutazione del dollaro possono certamente far ripartire le esportazioni...
Ma fa anche ripartire capitali verso gli Stati Uniti...
Esatto. E loro non vorrebbero vederlo accadere. Ma questa è la loro problematica, oltre quella ambientale. Comunque, al di là dei problemi ambientali, che pure costituiscono un problema strutturale, loro debbono rilanciare la crescita. È anche la tesi di Michael Pettis, abbastanza simile a quella di Minsky, sul cosiddetto inverted balance... Quando l'economia cresce, le passività diminuiscono e si abbassa il debito. Nei paesi in via di sviluppo, l'aumento rapido del tasso di crescita riduce il debito. Se il debito iniziale è grande, con la crescita si riduce, è vero; però partono da un debito grande, quindi c’è sempre il problema di che cosa succede se il tasso di crescita non…
Non è abbastanza alto...
Allora c’è il l'inverted balance; insomma, a quel punto va un po’ tutto indietro, un po’ come nei mercati finanziari, e ci si trova in una situazione in cui il debito cresce. Pettis sostiene che la Cina è in questa situazione. Il debito interno cinese è esplosivo perché le liabilities – le passività – diventano determinanti e vincolano le scelte. Pettis sostiene che non ci sono stati casi dove si sia potuto riformare un sistema con grandi passività. Non c’è una strada di riforme possibili; non puoi trovare una strada efficiente di riforme quando hai tutte queste passività addosso. Se ne può uscire se fai bancarotta, non paghi…
Se ristrutturi il debito...
Esatto. Se no non ce la fai ad uscire.
E’ una Grecia un bel po’ più grande...
Beh, solo sul piano interno, però. Pettis dice che a questo punto le operazioni della banca centrale per finanziare le attività diventano spuntate. Le iniezioni di liquidità non bastano, si limitano a dare soldi a entità finanziarie che sono già oberate da debiti. Questo non ti risolve il problema, non ti rilancia la crescita.
Ma permette almeno di assestare i conti dei soggetti finanziari?
No, Pettis dice di no, perché c’è sempre il l'inverted balance che va giù e ricomincia da capo... Se questo è vero, la situazione cinese va vista molto negativamente...
Però non ci sono altri motori manifatturieri in giro per il mondo...
No.
Gli americani avevano cominciato timidamente a fare un po’ di reinternalizzazione...
Sì, ma poca roba...
Poca roba, ma quella più legata ai settori strategici...
Sì, appunto. E questo va collegato anche alla bassa crescita extracinese, che non permette alla Cina di avere una dinamica export sostenuta. Perché l’economia mondiale non tira...
Infatti sia Larry Summers, qualche tempo fa, sia il Centro studi di Confindustria nei giorni scorsi, hanno tirato fuori il termine stagnazione secolare...
Larry Summers ne parla da parecchio tempo, Confindustria ci ha messo almeno due anni ad accorgersene...
Il concetto sembra: se si ferma la Cina, nessuno può sostituirla su quel piano?
No, la Cina non è sostituibile.
La dinamica finanziaria sembra molto indipendente dall'andamento dell'economia reale; la quale, a questo punto, mostra una dinamica decrescente. Quanto diventa concreto il concetto di stagnazione secolare?
Se la Cina si ferma, significa che all’interno della Cina ci dovranno essere delle grosse ristrutturazioni, quindi anche disoccupazione... Socialmente è un bel casino... Diventerà un po’ come la Germania, che non è che cresca poi tanto, sul lungo periodo. Secondo me in Cina può succedere questo: ho notato di recente, quando si è parlato di ripresa indiana, circa il 7%, si è detto anche che sta crescendo più della Cina, ecc. Ma se uno ha una visione un po’ fisica dell’economia, ovvero non si ferma solo ai numeri del pil, ma guarda a quanto acciaio produce, quante macchine, automobili, cose fisiche, beh... l’India è infinitamente indietro rispetto alla Cina, sul piano quantitativo.
Può crescere anche a tassi alti ma parte da livelli tali che sono fisicamente poca cosa?
Ma sì... La produzione di automobili in India sarà sui 2-3 milioni, in Cina sta a 20 milioni. Un’altra cosa. La produzione di acciaio cinese sta arrivando a 800 milioni di tonnellate, forse anche di più, tra 800 e 900 milioni. La produzione di acciaio indiana è 150...
Arcelor-Mittal, questi qui?
Mittal è un grosso produttore perché non ha tanto spazio di sviluppo in Cina. Però possiede molta liquidità, è una conglomerata oligo-monopolistica; quindi fa soldi, accumula rendite... Ma non in Cina, in India, e poi investe fuori. I miei calcoli sulle produzioni fisiche mi dicono che, bene che vada, l'India non arriva neanche al 20% della produzione cinese, sta più vicina al 15... Quindi se la Cina cresce del 7%, l’India fisicamente cresce del 5. In assoluto la Cina continua a crescere di più. L’India non può rimpiazzare la Cina. E non può farlo nessun altro paese... L'Indonesia e altri hanno sviluppato molte manifatture, molte industrie, ma non hanno la base, la potenza espansiva verso l’estero, l'integrazione internazionale, le produzioni e le esportazioni che ci sono in Cina. La base manifatturiera mondiale è la Cina.
Ma si crea un problema, a questo punto. Un sistema che o cresce o crepa può affrontare una stagnazione secolare? Ormai siamo all'ottavo anno di crisi globale…
E infatti la tesi di Larry Summers è: siamo in una stagnazione secolare come linea di tendenza, quindi dobbiamo sviluppare le bolle finanziarie. Questa è la sua tesi. È l’unica soluzione alla stagnazione che riesce a vedere. Se continuiamo così noi piombiamo nella stagnazione secolare e non se ne esce, quindi noi (le banche centrali di tutto il mondo, a partire dalla Fed, ndr) dobbiamo cercare di creare altre bolle. Che poi esplodono, però...
Va bene, però questa non è una crescita...
No, non è una crescita. Però l’idea è questa: le bolle americane sono finanziarie, certo, ma anche reali; nel senso che comunque qualcuno si indebita di più per produrre.
Per esempio, finanzi il fracking...
Sì. Però adesso il fracking sta calando rapidamente, perché a questi prezzi si vende sottocosto. Ci sono molte piccole società che si sono molto indebitate per fare fracking. E adesso il debito è diventato molto vincolante... perché il prezzo del petrolio non giustifica il fracking. Questi ora devono pagare.
E anche gli interessi, devono pagare...
Sì. Poi ci sono alcuni aspetti difficilmente comprensibili. Gli Stati Uniti non stanno litigando con l’Arabia Saudita. Del resto l’Arabia Saudita non ha autonomia rispetto agli Stati Uniti, però sta conducendo la battaglia contro il fracking...
Siamo sicuri che l’Arabia Saudita non abbia qualche autonomia rispetto agli Usa?
Tutto il sistema finanziario dell’Arabia Saudita è americano, è petrodollari, è in America. Quello che non capisco è perché l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti non frenino la caduta dei prezzi. Gli Stati Uniti saranno anche interessati al crollo del prezzo del petrolio per colpire la Russia, ma queste sono cose contingenti, non strutturali.
Di sicuro le hanno fatto male; la Russia avrà quest’anno tra il 4 e il 4,5 in meno di Pil a causa del crollo del prezzo del petrolio.
Però le società del fracking sono società americane, che agiscono quasi soltanto in territorio statunitense. C’è stato un po’ di fracking in Australia, però non ha funzionato. Ci sono state delle rivolte perché si sono visti l’acqua di casa che prendeva fuoco (per le infiltrazioni di gas nelle falde, ndr). Fra l’altro in zone rurali abitate dal ceto medio, gente che si era fatta la casa e in zone che eleggono conservatori. Quindi il fracking in Australia si è bloccato. In America no, perché l’hanno messo in Pennysilvania, in posti abitati da popolazioni di cui non tengono per nulla conto.
Però, così, non si vedono prospettive di grande ripresa globale...
No, l’unica ripresa è questo meccanismo americano. Aumenteranno i tassi di interesse, ricomincerà l’indebitamento... L'America cresce forse del 2%, però bisogna considerare che negli Usa cresce anche la popolazione, dell’1% e spiccioli; quindi la crescita pro-capite americana non è affatto alta.
Mi sembra anche che i posti di lavoro creati non siano particolarmente qualificati.
No. Però almeno c’è un briciolo crescita. Mentre il Giappone è rientrato in recessione e l’Europa è completamente ferma. E la felicità inglese è completamente collegata alla City. No, ripresa vera non ne vedo. Nell’ambito dell’economia e anche della politica mondiale, c’è una zona che gli americani si sono lasciati scappare: le ex zone sovietiche dell’Asia centrale. Per esempio, il Kazakistan è un grosso produttore di gas, petrolio, ecc. Su quell'area c’era inizialmente una idea russo-tedesco-cinese. Quella di costruire un grande asse Germania-Russia-Kazakistan e Cina. Qualche mese fa c’è stato il primo treno merci partito dalla Cina e arrivato a Duisburg…
Passando per la Russia...
Ed anche per l’Ucraina. Questa idea costituiva la nuova frontiera dell’industria meccanica pesante tedesca, perché per realizzarla bisogna ristrutturare gran parte dell’industria russa, ristrutturare il sistema ferroviario del Kazakistan, ecc. E c’è in effetti una società legata alle ferrovie tedesche che si occupa delle ferrovie kazake. E poi bisogna costruire un collegamento Kazakistan-Cina, cioè fare degli assi strutturati lungo i quali ci sono città, ecc. Non è solo un asse di trasporto. È un po’ come lo sviluppo delle ferrovie da costa a costa negli Stati uniti, alla fine dell'800: lungo le ferrovie si creavano delle città, alcune morivano, altre no.
Questo si incontra con la strategia cinese, le nuove vie della seta…
Questo era il grande progetto. Non so se avevano fatto i conti in termini di bilanci e di pagamenti, però c’è il surplus cinese, ancora; è ridotto ma c’è.
C'è anche un forte surplus tedesco...
C’è il surplus cinese, il surplus tedesco, c’è il surplus russo e c’è anche il surplus kazako. Quindi tutti questi surplus potevano mettere insieme dei capitali, usarli per fare queste cose e dare impulso alle esportazioni tedesche. L’idea era della Germania... Però secondo me è saltata con l’Ucraina. Ed è stata una scelta americana. Che ha detto alla Germania: io ad est non ti ci faccio andare...
Comunque impediscono una saldatura, la costituzione di quell’asse, che è tedesco ma anche cinese e russo...
Gli americani non sono più in Kirghizistan e in altre zone dove ci sono giacimenti di gas. Strano, perché erano in Afghanistan, quindi... Gran parte delle loro operazioni in Afghanistan erano gestite su basi russe che stavano in Kirghizistan. Ora invece non ci sono proprio, non hanno alcun impatto geopolitico, geoeconomico, su quell'area. Però con l’Ucraina sono riusciti a bloccare tutto, a mettere in crisi la Germania. Qui c’è la vera debolezza della Germania. Quando scoppiò la crisi ucraina il quotidiano economico tedesco Handelsblattera era contro il conflitto con la Russia. Però una parte del governo tedesco, come “la baronessa”, la ministra della difesa tedesca Ursula Von der Leyen, era completamente a favore di un “ruolo dinamico della Germania nei confronti dell’Ucraina”, cioè di appoggio all’Ucraina. E anche Schaeuble era favorevole a dare alla Germania una funzione di punta nella situazione Ucraina.
Due idee diverse che si scontrano in Germania, allora. Tra una espansione di tipo classico, un'area di influenza che si allarga, e un’altra che dice: usiamo il surplus per costruire un legame solido e costante di relativa indipendenza…
La via di Von der Layen e Schaeuble è conflittuale con gli stessi interessi tedeschi. Un economista conservatore come Hans Werner Sinn, l’anno scorso, l'ha detto papale papale: “noi non dobbiamo scontrarci con i russi”.
E lo stesso che diceva: facciamo l’Euro del nord?
Sì. Sulla vicenda dell’Ucraina, secondo me, dietro c'è anche la Francia, che ha interesse a mettere i bastoni tra le ruote alla Germania.
Però aveva anche interesse ad avere un asse a est...
Sì, però loro hanno appoggiato molto l’Ucraina, nei fatti. L’articolazione era Stati Uniti-Nato-Polonia. In quella partita la Polonia ha giocato un ruolo molto importante, perché praticamente ha trasformato la parte non orientale dell’Ucraina in un protettorato polacco. E dietro c’era la Francia che ha appoggiato, mentre la Germania è entrata in difficoltà. Ma questo ti fa saltare una grande strategia…
Ed anche un asse di sviluppo possibile, perché quel disegno lì danneggia la Cina, danneggia la Germania e la Russia… Però era anche l’unica idea dinamica di uscita dalla crisi…
Sì. Oltre al collegamento con la Cina attraverso Ucraina, Russia e Kazakistan, avevano in progetto anche un asse meridionale con Turchia e Iran.
A quanto pare non sono rimaste né zone, né idee, né progetti...
No, niente.
Fonte
Etichette:
Arabia Saudita,
Capitalismo,
Cina,
Crisi,
Economia,
Esportazioni,
Fracking,
Francesco Piccioni,
Geopolitica,
Germania,
Globalizzazione,
Internazionale,
Joseph Halevi,
Kazakistan,
Larry Summers,
Petrolio,
Russia,
USA
17/09/2013
FED, Obama batte in ritirata
di Mario Lombardo
Dopo essere scampato ad un’umiliante sconfitta al Congresso sulla richiesta di autorizzazione all’uso della forza in Siria, nel fine settimana appena trascorso il presidente Obama si è nuovamente sottratto ad un confronto con i detentori del potere legislativo negli Stati Uniti, accettando il ritiro della candidatura a presidente della Federal Reserve del suo ex consigliere economico, Larry Summers.
Il nome del Segretario al Tesoro durante la presidenza Clinton, aveva scatenato una vera e propria bufera fin dallo scorso mese di giugno, quando Obama aveva annunciato il ritiro nel prossimo mese di gennaio, dopo due mandati , dell’attuale numero uno della Banca centrale americana, Ben Bernanke.
Anche se l’inquilino della Casa Bianca né in quell’occasione né successivamente ha discusso pubblicamente dei possibili successori, la stampa d’oltreoceano aveva subito indicato in Summers la scelta più probabile o, per lo meno, quella più gradita al presidente democratico.
Essendo una figura estremamente discussa, nonché correttamente considerato da molti come uno dei principali responsabili del processo di deregulation del sistema finanziario, Summers è prevedibilmente finito da subito sotto il fuoco incrociato delle polemiche. Dopo attacchi e critiche subite da più parti, a segnare la fine delle sue aspirazioni a presidente della Fed è stata nei giorni scorsi l’insolita presa di posizione di alcuni senatori Democratici, in particolare di tre membri della commissione per i servizi bancari, i quali si sono opposti apertamente alla candidatura promossa da Obama.
Come era già accaduto sulla Siria, perciò, di fronte alla prospettiva di vedere bocciato il proprio candidato alla Fed non solo nel voto di conferma previsto in aula ma addirittura in commissione, la Casa Bianca ha con ogni probabilità esortato Summers a ritirarsi “spontaneamente” dalla corsa alla successione a Bernanke.
Nella consueta nota ufficiale consegnata alla stampa, Obama ha affermato di avere accettato in maniera “riluttante” una decisione altrettanto “riluttante” presa da Summers, per poi lasciarsi andare a elogi quanto meno fuori luogo per un uomo che avrebbe messo a disposizione la sua “esperienza, la sua saggezza e le sue doti di leadership” nel pieno della peggiore crisi economica dai tempi della Grande Depressione. Ovviamente taciute nella dichiarazione di Obama sono state invece le sue responsabilità nell’avere gettato le basi di questa stessa rovinosa crisi.
Come ha spiegato qualche giorno fa sul New York Times
l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz, “durante l’amministrazione
Clinton, Summers ha appoggiato le politiche di deregulation bancaria,
tra cui la soppressione del Glass-Steagall Act [la legge degli anni
Trenta che, tra l’altro, stabiliva la separazione tra le attività
bancarie tradizionali e quelle speculative e di investimento], che
sarebbero state decisive nell’esplosione della crisi finanziaria”.
Il “risultato” più significativo ottenuto da Summers in veste di segretario al Tesoro tra il 1999 e il 2001, secondo Stiglitz, “è stata l’approvazione della legge che ha fatto in modo che i derivati non fossero sottoposti a regolamentazioni, una decisione che avrebbe fatto esplodere i mercati finanziari”. Come se non bastasse, a metà degli anni Novanta, Summers aveva poi incoraggiato i governi dei paesi del sud-est asiatico a liberalizzare rapidamente i propri mercati, contribuendo alla crisi finanziaria che sarebbe esplosa di lì a poco in quell’area del globo.
Il ritiro di Summers, in ogni caso, oltre a rappresentare un grave colpo all’ego di uno degli economisti americani più ambiziosi e influenti degli ultimi decenni, ha lasciato commentatori e analisti senza la possibilità di indicare alternative credibili alla presidenza della Fed oltre all’attuale vice di Bernanke, Janet Yellen.
Se quest’ultima appare ora come la scelta più ovvia, vari giornali hanno descritto lunedì tutte le perplessità di Obama nei confronti di un’economista indubbiamente qualificata ma con poche frequentazioni alla Casa Bianca e, pur essendo Democratica, ritenuta in parte colpevole del naufragio della candidatura di Summers. L’altro possibile candidato gradito dal presidente, il suo ex segretario al Tesoro Tim Geithner, si è invece finora mostrato disinteressato alla carica di capo della Fed, mentre il predecessore della Yellen, Donald Kohn, pur essendo stato preso in considerazione sembra non avere il profilo necessario per ricoprire una carica così importante.
Se i media americani hanno collegato la rinuncia di Summers alle difficoltà di Obama nel trovare consensi per le proprie iniziative al Congresso oppure alle sue passate dichiarazioni che lo hanno esposto all’accusa di misoginia o, ancora, alla freddezza di svariati senatori democratici verso un uomo profondamente compromesso con la soppressione delle regolamentazioni del sistema finanziario negli ultimi due decenni, la vera battaglia attorno alla fallita nomination dell’attuale presidente dell’università di Harvard e al successore di Bernanke sembra giocarsi sulle cosiddette politiche di “stimolo” all’economia che la Federal Reserve sta mettendo in atto.
Queste misure, che vanno sotto il nome di “Quantitative Easing”, consistono sostanzialmente nell’immissione di liquidità nei mercati finanziari per oltre 80 miliardi di dollari al mese attraverso l’acquisto di bond da parte della Fed dagli investitori istituzionali. In aggiunta a tutto questo, la Fed sotto la guida di Bernanke conduce fin dal 2008 anche delle “aste speciali”, nelle quali offre alle banche prestiti che ammontano ormai ad un totale di alcune migliaia di miliardi di dollari ad interessi irrisori se non addirittura inesistenti.
Secondo la versione ufficiale, simili iniziative dovrebbero stimolare l’economia e ridurre il tasso di disoccupazione, anche se esse rappresentano piuttosto un regalo colossale elargito alla speculazione finanziaria e sono servite a gonfiare artificialmente i mercati con il rischio di creare una nuova pericolosa bolla pronta ad esplodere.
Il “Quantitative Easing”, perciò, appare oggi come una sorta di droga per i mercati finanziari e la sola ipotesi che una Fed guidata da Larry Summers - come era trapelato nelle scorse settimane - avesse potuto interrompere o ridurre drasticamente l’infusione di denaro garantita da Bernanke ha creato non pochi timori nell’industria finanziaria americana. Ciò, con ogni probabilità, ha messo in moto potenti forze nella politica e nella società civile che hanno orchestrato una efficace campagna contro Summers sfruttando i non pochi aspetti controversi del suo passato da politico ed economista.
A
conferma della sensibilità dei mercati di fronte a qualsiasi ipotetica
minaccia all’inversione di rotta della Fed nel prossimo futuro, la Borsa
statunitense ha fatto segnare consistenti rialzi all’apertura di lunedì
in seguito alla notizia del ritiro di Summers. Il balzo degli indici è
stato favorito anche dall’avanzata della candidatura di Janet Yellen,
considerata da molti ormai come una scelta inevitabile per la
successione a Bernanke nonostante le perplessità della Casa Bianca.
L’entusiasmo per la Yellen è determinato dal fatto che quest’ultima viene considerata, assieme allo stesso Bernanke, l’artefice principale del “Quantitative Easing” e una sua presidenza della Fed da gennaio sarebbe segnata da un probabile proseguimento delle politiche di “stimolo” o da un rallentamento graduale e all’insegna della prudenza.
L’intera vicenda della candidatura di Summers, in ogni caso, testimonia della situazione in cui versa l’industria finanziaria americana. Sostenere, infatti, che un uomo che negli ultimi vent’anni ha ricoperto un ruolo di primo piano nel garantire la massima libertà d’azione alle banche di Wall Street - e che da esse ha ricavato guadagni milionari - rappresenti per esse una qualsiasi minaccia sfida ogni logica.
Le ansie per la sua candidatura confermano perciò la precarietà delle fondamenta su cui si basa la presunta ripresa economica in corso negli Stati Uniti, dove anche la sola ipotesi di una futura riduzione della liquidità immessa sui mercati ha scatenato il panico, fino a costringere al ritiro il candidato scelto personalmente dal presidente per guidare la Fed nel dopo Bernanke.
Fonte
Dopo essere scampato ad un’umiliante sconfitta al Congresso sulla richiesta di autorizzazione all’uso della forza in Siria, nel fine settimana appena trascorso il presidente Obama si è nuovamente sottratto ad un confronto con i detentori del potere legislativo negli Stati Uniti, accettando il ritiro della candidatura a presidente della Federal Reserve del suo ex consigliere economico, Larry Summers.
Il nome del Segretario al Tesoro durante la presidenza Clinton, aveva scatenato una vera e propria bufera fin dallo scorso mese di giugno, quando Obama aveva annunciato il ritiro nel prossimo mese di gennaio, dopo due mandati , dell’attuale numero uno della Banca centrale americana, Ben Bernanke.
Anche se l’inquilino della Casa Bianca né in quell’occasione né successivamente ha discusso pubblicamente dei possibili successori, la stampa d’oltreoceano aveva subito indicato in Summers la scelta più probabile o, per lo meno, quella più gradita al presidente democratico.
Essendo una figura estremamente discussa, nonché correttamente considerato da molti come uno dei principali responsabili del processo di deregulation del sistema finanziario, Summers è prevedibilmente finito da subito sotto il fuoco incrociato delle polemiche. Dopo attacchi e critiche subite da più parti, a segnare la fine delle sue aspirazioni a presidente della Fed è stata nei giorni scorsi l’insolita presa di posizione di alcuni senatori Democratici, in particolare di tre membri della commissione per i servizi bancari, i quali si sono opposti apertamente alla candidatura promossa da Obama.
Come era già accaduto sulla Siria, perciò, di fronte alla prospettiva di vedere bocciato il proprio candidato alla Fed non solo nel voto di conferma previsto in aula ma addirittura in commissione, la Casa Bianca ha con ogni probabilità esortato Summers a ritirarsi “spontaneamente” dalla corsa alla successione a Bernanke.
Nella consueta nota ufficiale consegnata alla stampa, Obama ha affermato di avere accettato in maniera “riluttante” una decisione altrettanto “riluttante” presa da Summers, per poi lasciarsi andare a elogi quanto meno fuori luogo per un uomo che avrebbe messo a disposizione la sua “esperienza, la sua saggezza e le sue doti di leadership” nel pieno della peggiore crisi economica dai tempi della Grande Depressione. Ovviamente taciute nella dichiarazione di Obama sono state invece le sue responsabilità nell’avere gettato le basi di questa stessa rovinosa crisi.
Il “risultato” più significativo ottenuto da Summers in veste di segretario al Tesoro tra il 1999 e il 2001, secondo Stiglitz, “è stata l’approvazione della legge che ha fatto in modo che i derivati non fossero sottoposti a regolamentazioni, una decisione che avrebbe fatto esplodere i mercati finanziari”. Come se non bastasse, a metà degli anni Novanta, Summers aveva poi incoraggiato i governi dei paesi del sud-est asiatico a liberalizzare rapidamente i propri mercati, contribuendo alla crisi finanziaria che sarebbe esplosa di lì a poco in quell’area del globo.
Il ritiro di Summers, in ogni caso, oltre a rappresentare un grave colpo all’ego di uno degli economisti americani più ambiziosi e influenti degli ultimi decenni, ha lasciato commentatori e analisti senza la possibilità di indicare alternative credibili alla presidenza della Fed oltre all’attuale vice di Bernanke, Janet Yellen.
Se quest’ultima appare ora come la scelta più ovvia, vari giornali hanno descritto lunedì tutte le perplessità di Obama nei confronti di un’economista indubbiamente qualificata ma con poche frequentazioni alla Casa Bianca e, pur essendo Democratica, ritenuta in parte colpevole del naufragio della candidatura di Summers. L’altro possibile candidato gradito dal presidente, il suo ex segretario al Tesoro Tim Geithner, si è invece finora mostrato disinteressato alla carica di capo della Fed, mentre il predecessore della Yellen, Donald Kohn, pur essendo stato preso in considerazione sembra non avere il profilo necessario per ricoprire una carica così importante.
Se i media americani hanno collegato la rinuncia di Summers alle difficoltà di Obama nel trovare consensi per le proprie iniziative al Congresso oppure alle sue passate dichiarazioni che lo hanno esposto all’accusa di misoginia o, ancora, alla freddezza di svariati senatori democratici verso un uomo profondamente compromesso con la soppressione delle regolamentazioni del sistema finanziario negli ultimi due decenni, la vera battaglia attorno alla fallita nomination dell’attuale presidente dell’università di Harvard e al successore di Bernanke sembra giocarsi sulle cosiddette politiche di “stimolo” all’economia che la Federal Reserve sta mettendo in atto.
Queste misure, che vanno sotto il nome di “Quantitative Easing”, consistono sostanzialmente nell’immissione di liquidità nei mercati finanziari per oltre 80 miliardi di dollari al mese attraverso l’acquisto di bond da parte della Fed dagli investitori istituzionali. In aggiunta a tutto questo, la Fed sotto la guida di Bernanke conduce fin dal 2008 anche delle “aste speciali”, nelle quali offre alle banche prestiti che ammontano ormai ad un totale di alcune migliaia di miliardi di dollari ad interessi irrisori se non addirittura inesistenti.
Secondo la versione ufficiale, simili iniziative dovrebbero stimolare l’economia e ridurre il tasso di disoccupazione, anche se esse rappresentano piuttosto un regalo colossale elargito alla speculazione finanziaria e sono servite a gonfiare artificialmente i mercati con il rischio di creare una nuova pericolosa bolla pronta ad esplodere.
Il “Quantitative Easing”, perciò, appare oggi come una sorta di droga per i mercati finanziari e la sola ipotesi che una Fed guidata da Larry Summers - come era trapelato nelle scorse settimane - avesse potuto interrompere o ridurre drasticamente l’infusione di denaro garantita da Bernanke ha creato non pochi timori nell’industria finanziaria americana. Ciò, con ogni probabilità, ha messo in moto potenti forze nella politica e nella società civile che hanno orchestrato una efficace campagna contro Summers sfruttando i non pochi aspetti controversi del suo passato da politico ed economista.
L’entusiasmo per la Yellen è determinato dal fatto che quest’ultima viene considerata, assieme allo stesso Bernanke, l’artefice principale del “Quantitative Easing” e una sua presidenza della Fed da gennaio sarebbe segnata da un probabile proseguimento delle politiche di “stimolo” o da un rallentamento graduale e all’insegna della prudenza.
L’intera vicenda della candidatura di Summers, in ogni caso, testimonia della situazione in cui versa l’industria finanziaria americana. Sostenere, infatti, che un uomo che negli ultimi vent’anni ha ricoperto un ruolo di primo piano nel garantire la massima libertà d’azione alle banche di Wall Street - e che da esse ha ricavato guadagni milionari - rappresenti per esse una qualsiasi minaccia sfida ogni logica.
Le ansie per la sua candidatura confermano perciò la precarietà delle fondamenta su cui si basa la presunta ripresa economica in corso negli Stati Uniti, dove anche la sola ipotesi di una futura riduzione della liquidità immessa sui mercati ha scatenato il panico, fino a costringere al ritiro il candidato scelto personalmente dal presidente per guidare la Fed nel dopo Bernanke.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)
