Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Radio Alice. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Radio Alice. Mostra tutti i post
11/03/2017
11 marzo 77. ”Hanno ucciso Francesco”, e a Bologna fu l’inferno
Molto è già stato detto, in 40 anni, del '77 e dintorni a Bologna e altrove.
Cronologie ingiallite, forzature ideologiche, approssimazioni di circostanza. Vale la pena riscriverne solo se si possiede una prospettiva altra da quelle ufficiali, una delle tante, peraltro, di coloro che c’erano dentro.
Non perché la memoria dei testimoni debba per forza essere affidabile, quando le tracce del ricordo sbiadiscono nel corso del tempo. Ma perché quello fu un movimento di cui, come non mai, rintracciare una visione obbiettiva risulta vano, tante furono le fattezze di coloro che vi confluirono e le loro motivazioni, personali e di piccoli e grandi gruppi, particolari e universali, che andavano dai bisogni materiali al desiderio di protagonismo, dalla creatività alle strategie di scontro sul terreno militare. Come se il volere tutto significasse, in fin dei conti, desiderare più di una vita, e in esse assumere identità multiple.
Fino alla scoperta che la freccia del tempo sibila in una direzione sola e non consente la marcia indietro e il ripartire da capo.
In quei giorni ci fu chi suonò Chopin mentre era sulle barricate, per morire poco tempo dopo nel più banale degli incidenti stradali.
L’11 marzo e qualcuno dei giorni e dei mesi seguenti rappresentano il crocevia in cui quelle persone si fecero politica, per riprendere, di lì a non molto, una propria strada differente, dove anche il morire avrebbe fatto parte del vivere, sia pure nei percorsi estremi della lotta armata o dell’autodissoluzione.
La prospettiva di chi scrive fu quella di un lavoratore dell’Università con in tasca una tessera sindacale, ma che, come tanti altri, non riteneva di dovere sottostare a una disciplina politica.
Quel lavoratore, la mattina dell’11 marzo, uscì dall’Istituto in cui lavorava un’ora prima del solito e non notò nulla di strano. Prese la macchina parcheggiata in via Belle Arti, poi giù da via Mascarella e arrivò in via Irnerio, a sinistra, verso piazza 8 agosto.
Di lì 2km e per mezzogiorno fui a casa.
Pochi minuti.
Una telefonata e appresi che è già successo di tutto.
Un’assemblea di Cl contestata a Fisica; una telefonata in Rettorato in cui i ciellini sostengono che li “stanno massacrando”, il Senato accademico che chiama le forze dell’ordine; il loro arrivo in via Irnerio. Tutto finito senza spargimento di sangue? Il rituale, in genere, è qualche sampietrino contro qualche lacrimogeno, ma sono giorni in cui il livello dello scontro si può alzare. Il Ministro degli Interni è Cossiga e anche in futuro rivendicherà codici che danno pochi spazi alla mediazione. Le forze dell’ordine sparano, un compagno, Francesco Lorusso, cade, morto ammazzato.
Assemblea in Piazza Verdi, nel cuore della città universitaria, si dice di procedere nel corteo vicino a gente che si conosce, noi ”i docenti”, due o tre file di persone in un mare di rabbia, fino alle due torri e oltre.
Fine dell’innocenza: una Volvo bruciata dalle molotov è il segnale che indietro non si torna. Le vetrine di via Rizzoli in frantumi. Qualche giorno prima si rideva gridando ”Un paio di ciabatte, 200mila lire, è questo il terrorismo da colpire”; adesso qualcuno colpisce.
Mi diranno che un’ora prima il sindaco Zangheri avrebbe rilasciato un comunicato in cui criticava i carabinieri e il Rettore che li aveva chiamati, ma di quel comunicato, nel tempo, si è persa la traccia. Invece il Pci è schierato in Piazza Maggiore, davanti alle foto dei partigiani uccisi... a ”difenderle”... difenderle da chi?
D’ora in poi si sentirà dire che chi ha sparato a Francesco era in guerra e non lo si può criticare.
La polizia fa muro davanti alla sede della Democrazia cristiana. Il corteo marcia in direzione stazione ad occupare i binari.
Arrivano camionette della polizia: botti ma senza fiamme. Non sono molotov, sono spari, a orecchio non da una parte sola.
E così via tra un’assemblea e riunioni varie.
Il 12 marzo si prosegue. Stavolta sento la cronaca da casa da Radio Alice, radio del movimento: sconsigliano di uscire di casa, se non si hanno punti di riferimento sicuri.
In serata, in diretta, dalla radio “Siamo qui con le mani alzate”, qualche accidente e la polizia che fa irruzione e stacca i fili.
Nei giorni seguenti andrò a lavorare, ma non in macchina, parcheggiare è difficile. Gli spazi sono occupati dai carri armati dell’esercito e mi vengono chiesti i documenti per recarmi al lavoro. Chi ha parcheggiato lì mi chiede i documenti, dopo essere sceso dal carro armato.
Seguono giorni e giorni.
Quell’onda d’urto si sfrangia in mille rivoli. I murales e l’ecologia; il femminismo e le lotte per la casa; il lavoro e il suo rifiuto; il farsi i cazzi propri e i progetti di lotta armata.
Una battuta di Giorgio Gaber, “da Lenin all’Oriente”; ma è ancora troppo poco, per dare un’idea del tutto.
Zangheri è un sindaco di notevole intelligenza politica. Sarà lui, contro il quale si scatenano gli slogan dell’ala creativa del movimento, a concedere, in settembre, gli spazi per un mega convegno nel quale si possa discutere di quel tutto senza confini.
La mediazione riesce. A settembre la percezione è quella di un polarizzarsi delle posizioni. La componente creativa è diffusa in ogni luogo di discussione, ma la prospettiva di una lotta armata prende forma su di una scala non ridotta. In un’assemblea, al Palasport, volano le seggiole tra le diverse visioni del mondo.
E’ la fine di un inizio.
Ma per qualcuno è anche l’inizio della fine.
Fonte
L’odore acido di quei giorni
“...voglio che tu mi dica che la mia storia,
che è diventata anche la tua,
per cui la nostra storia, è la storia di questo paese...”
Paolo Grugni
Il Movimento contestatario del '77 compie quarant'anni. È tempo di bilanci, riflessioni e nuove consapevolezze. Ripensarlo partendo dall'oggi e dai temi che lo attraversarono offre una lettura della contemporaneità non banale. È un viaggio di andata e ritorno tra quel passato così vicino eppure drammaticamente rimosso e criminalizzato, e un presente attraversato da molte istanze simili a quelle dell'epoca.
Per questo, non c'era momento migliore per la nuova edizione del romanzo di Paolo Grugni, “L'odore acido di quei giorni” (Laurana Editore).
Romanzo noir, nato dalla maestria di uno degli scrittori più interessanti del genere, narra la caccia ad un terrorista del gruppo fascista di Ordine Nuovo; caccia cui suo malgrado, viene coinvolto il protagonista del romanzo, Alessandro Bellezza, che per lavoro raccoglie animali feriti di notte sulla via Persicetana, la strada che collega Bologna a una parte della sua provincia.
Alessandro, pur avendo simpatie per la sinistra extra-parlamentare, si è ritirato dalla lotta politica attiva ma vi rimane coinvolto per una serie di fatti, magistralmente orchestrati dall'autore.
La storia romanzesca ci porta nel cuore della società italiana, attraversata da istanze concrete che reclamavano un cambiamento: il femminismo e il diritto all'utodeterminazione, le istanze dei lavoratori, la richiesta di un' istruzione davvero democratica. Il protagonista ci trascina letteralmente con sé, nei momenti salienti della protesta del '77, quando gli studenti cacciarono dall'Università Luciano Lama e la sua Cgil e per strada e nei luoghi di lavoro si contestava la politica di austerità del PCI, che preferì schierarsi con la Democrazia cristiana piuttosto che ascoltare le esigenze di cambiamento dal basso.
Paolo Grugni ci porta per le strade di Bologna e d'Italia, attraverso la voce di Radio Alice che percorre tutto il romanzo e che tesse e ritesse la trama e funge da collante storico oltre che letterario.
Il romanzo è una sorta di cannocchiale spazio-temporale: i fatti della provincia emiliana ci catapultano in quegli anni bellissimi e terribili, in cui lo Stato nei suoi apparati palesi e occulti, fece di tutto per bloccare ogni energia volta al cambiamento. Anni di attentati neo-fascisti, di bombe, di logge massoniche, di strategia della tensione. Il Movimento del '77 era una minaccia per questo quadro di poteri perché, come sostiene Roberto Pedretti nella sua analisi finale che chiude l'edizione del romanzo, esso squadernava i temi della trasformazione capitalistica e proponeva nuove modalità di fare politica.
Il 12 marzo 1977 Radio Alice, grancassa del Movimento, subisce l'irruzione della polizia e i suoi microfoni vengono spenti per sempre. Il giorno prima, per le strade di Bologna, lo studente Francesco Lorusso era stato ammazzato da un carabiniere durante una manifestazione. La città verrà militarizzata e occupata dai carri armati mandati dalla DC con l'assenso del Partito Comunista.
Dopo niente sarà più come prima e quella straordinaria energia fu dispersa a colpi di rivoltella d'ordinanza. Alessandro, il protagonista, partecipa e assiste impotente a questi fatti, guarda Francesco accasciarsi sotto il portico di via Mascarella e “legge” i segni di ciò che sarebbe avvenuto nel futuro politico e sociale del nostro Paese.
L'intreccio giallo prende per mano il lettore e lo porta con il fiato sospeso fino all'ultima pagina, lasciandogli però l'amaro in bocca, o come suggerisce il titolo, l'odore acido dei lacrimogeni nelle narici; un odore che traspare da ogni pagina. Pochi scrittori riescono a riannodare i fili e a darci un'opera che pur essendo in forma di romanzo, ci offre una lettura dinamica dei fatti.
Certamente oggi, non esiste un Movimento così forte e coeso; eppure quando gli studenti tentano di riappropriarsi degli spazi, fanno paura e trovano gli stessi ostacoli, sbattono contro gli stessi mandanti e i medesimi manganelli. Si susseguono le generazioni ma lo Stato non modifica i propri metodi repressivi.
“Disoccupate le strade dai sogni” cantava Claudio Lolli, che ha ispirato anche il titolo del romanzo; era impossibile per il Movimento lottare contro tanti a tali nemici e molte energie vennero disperse o presero strade diverse.
Ma l'11 marzo di ogni anno, le idee di Francesco tornano per le strade, corrono su altre bocche, attraversano altre generazioni; sono passati quarant'anni, eppure non sembrano invecchiate.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)