Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/10/2024

Fotogrammi di guerra

di Roberta Cospito

Vermiglio è il film presentato all’ultimo festival di Venezia da Maura Delpero, regista non ancora cinquantenne. Durante l’ultimo anno della Seconda guerra mondiale, un disertore – un soldato siciliano – trova rifugio in Trentino, a Vermiglio, un paese montano a pochi chilometri dal confine austriaco, riportando in salvo, a casa, un commilitone ferito, caricandoselo sulle spalle per chilometri.

Mentre sul grande schermo, nel buio della sala del cinema – perché è così che si dovrebbero guardare i film – scorrevano le immagini di una natura innevata, ogni volta che la telecamera si posava su un albero carico di neve o sul vorticare di fiocchi, mi tornavano alla mente altre immagini di una natura invernale, quelle viste nel film di Roberto Minervini, I dannati.

Anche questo è un film recente dall’esile trama, in cui seguiamo le gesta di un manipolo di soldati volontari dell’esercito nordista che, durante la Guerra di secessione americana, nell’inverno del 1862, vaga perlustrando e presidiando le terre di confine non mappate dell’Ovest.

Mi sembrava debole come legame il susseguirsi di scene invernali, ma poi ho capito perché i due film si richiamavano: se Vermiglio è un racconto di guerra dove la guerra, però, non si vede mai, nonostante se ne percepiscano gli effetti – povertà, lontananza da casa, morte, paura e il cambiamento in chi è tornato dal fronte – nel film di Minervini, invece, è il nemico a cui sparano i soldati a esistere senza venir mai mostrato. Anche in questo caso, però, se ne capisce la presenza dagli echi di spari, dai bagliori nella fitta vegetazione e per i cadaveri abbandonati al suolo.

Il film di Minervini, coi suoi pochi dialoghi e i tanti silenzi, punta il dito contro la profonda insensatezza di ogni guerra e sull’impossibilità di trovarne una qualsiasi giustificazione se non quella di imporsi su un nemico costruito a tavolino, così come nel film della Delpero mi pare di leggere una critica al bisogno dell’uomo di affermare la propria potenza che trova terreno fertile nelle guerre.

Ma i legami non si fermano qui: ne I dannati c’è un interessante dialogo tra i soldati nordisti sulla religione come appiglio, come richiesta d’aiuto per giustificare la loro presenza in un luogo assurdo e dimenticato da tutti rischiando quotidianamente la vita, così come una delle protagoniste di Vermiglio cerca di placare le sue pulsioni (omo)sessuali dialogando col Dio impostole dalla società, cercando conforto in questo.

A proposito di guerra e religione, mi vengono in mente due passaggi di Tempo di vivere, tempo di morire di Erich Maria Remarque: “Il culto dei dittatori diventa facilmente religione” e “la Chiesa è l’unica dittatura che abbia vinto i secoli”.

Un altro film dove la guerra c’è ma non si vede è Gli spiriti dell’isola del 2022 per la regia di Martin McDonagh.

Questa volta siamo nel 1923, nell’immaginaria isola irlandese di Inisherin dove, mentre sta volgendo al termine la Guerra civile irlandese, la lunga amicizia tra il violinista Colm e l’umile mandriano Pádraic s’interrompe all’improvviso per volontà del primo, senza un motivo apparente. Il regista fa intravedere in lontananza gli echi della guerra come a sottolineare la vocazione distruttiva della natura umana, il facile deteriorarsi dei rapporti e come si sia spesso dominati da un istinto brutale che trova ampia soddisfazione nel campo di battaglia: anche l’amicizia interrotta sfocerà in un violento scontro fra le due parti.

Tra Vermiglio e quest’ultimo film, trovo un’altra particolare affinità: la donna raccontata nel primo film che uccide “per onore” il marito che l’ha tradita è simile a chi, punto nell’orgoglio, si scaglia violentemente contro l’amico che, semplicemente, non ha più voglia di dedicare parte del suo prezioso tempo libero alle sue facezie, ai suoi discorsi vacui.

Certo, film che parlano di guerra e in cui la guerra è evidentemente la protagonista principale ce ne sono.

Non si può prescindere da un cult come Apocalypse Now di Francis Ford Coppola che ci racconta del Vietnam. Il capitano Willard delle forze speciali, esperto in missioni segrete, viene incaricato di risalire il fiume fino all’interno della Cambogia per trovare il colonello Kurtz, berretto verde, impazzito e impegnato in una guerra personale contro i vietcong senza più controllo; il compito del capitano è eliminarlo in qualsiasi modo, ma questa sua ultima missione lo cambierà per sempre. Il colonnello Kurtz ha combattuto e ucciso centinaia di persone, ma gli stessi capi che prima gli hanno ordinato di uccidere, ora lo condannano per aver dato la morte, senza la loro autorizzazione, a dei singoli individui applicando una diversa moralità per cui un individuo per ragion di stato deve e può eseguire assassinii di massa, però viene condannato se inizia ad attuare assassini singoli – tre uomini e una donna dell’esercito sudvietnamita – senza l’avvallo statale: “Dal mio punto di vista, uccidere in guerra non è affatto meglio che commettere un banale assassinio” – Pensieri di un uomo curioso di Albert Einstein.

Il pregio di Apocalypse Now è che con questo film termina l’era dei war-film che narrano le imprese degli eroi e comincia un’analisi critica della guerra e delle sue conseguenze: la guerra non porta ordine, ma solo caos e genera azioni che si autoalimentano in una spirale inarrestabile di violenza. Scriveva Erich Maria Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale: “Sotto le armi vi è molta impostura, molta ingiustizia, molta cattiveria”.

Mi piace ricordare un film più recente, 1917 di Sam Mendes. La storia, come si evince dal titolo, si svolge durante il primo conflitto mondiale: due soldati inglesi, stanziati nel nord della Francia, devono consegnare a costo della vita un dispaccio che avvisa di ritirarsi prima dell’attacco tedesco e, per salvare più di mille commilitoni, si getteranno tra le fila del nemico.

Anche in questa storia, pur venendo calati direttamente nelle trincee inglesi, assistendo ai roghi dei palazzi, messi di fronte a cadaveri calpestati da soldati in fuga, a ordigni che esplodono, macerie fumanti, non vediamo nessuna rappresentazione di eroi, ma solo un’umanità disperata.

In caso i precedenti film non abbiano illustrato a sufficienza quale orrore sia ogni conflitto scoppiato e che, purtroppo, sicuramente ancora scoppierà, gli sguardi smarriti dei giovani soldati in trincea ritratti in 1917, dovrebbero essere un monito per tutti.

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15/08/2024

Andare a scuola dalle masse

Emilio Quadrelli è morto ieri, 13 agosto 2024. Avevamo in programma questo intervento di Marco Codebò sul suo ultimo geniale libro L’altro bolscevismo. Lenin, l’uomo di Kamo, che era stato già recensito da Sandro Moiso, ma che offre molteplici spunti di riflessione su quell’esperienza rivoluzionaria con cui è impossibile non fare i conti. Ho conosciuto Emilio Quadrelli leggendo il suo nome sui muri di Genova, quando le scritte con lo spray rosso ripetevano “Emilio ed Enza liberi”. Enza era Enza Siccardi.

Quadrelli non era semplicemente stato in carcere, lo aveva vissuto e da quell’esperienza umana e assieme politica e intellettuale ne aveva tratto qualcosa di straordinariamente importante per esistere e per lottare. I suoi libri ora parlano per lui, per il compagno Emilio Quadrelli. [Nico Gallo]

*****

Emilio Quadrelli. L’altro bolscevismo. Lenin, l’uomo di Kamo. Roma: DeriveApprodi, 2024

di Marco Codebò

L’altro bolscevismo. Lenin, l’uomo di Kamo, è lo studio di tre congiunture della Storia – la Russia rivoluzionaria fra il 1905 e il 1917, l’Italia degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, il nostro presente – viste attraverso la lente del rapporto fra la classe da una parte e l’intellettualità rivoluzionaria, organizzata o no in partito, dall’altra. Cosa interessi Quadrelli quando parla di classe lo si comprende già dalla dedica del libro, indirizzata a “Rossano Cochis, un amico e un fratello...”. Cochis, rapinatore seriale, braccio destro di Renato Vallanzasca, autore di oltre quattrocento rapine, è stato un bandito degli anni Settanta. Quel che conta è che per Quadrelli sia un fratello, termine che suggerisce l’esistenza di un rapporto stretto di uguaglianza e solidarietà fra chi lo usa e la persona che ne è destinataria. Rapporto però, non fondato sulla comune condivisione di un’idea politica. Fratelli e non compagni, ad esempio, si chiamano fra di loro gli operai delle ditte di appalto dello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente a Genova, in gran maggioranza stranieri di religione musulmana.

La dedica de L’altro bolscevismo a un elemento di spicco della più famosa banda di fuorilegge “indipendenti”, non affiliati a organizzazioni mafiose o camorriste, della seconda parte del secolo scorso, aiuta a identificare le aree sociali cui si indirizza Quadrelli nella sua ricerca di soggettività potenzialmente rivoluzionarie. Sono i soggetti che il libro identifica con un nome proprio fin dalla seconda parte del titolo, Lenin l’uomo di Kamo. Kamo, al secolo Semion Aršakhovič Ter Petrosian (1882-1922), è stato un bandito georgiano. Collaborava con l’Ufficio Tecnico, l’apparato illegale del partito bolscevico, in particolare nel settore dell’autofinanziamento, al cui servizio poneva la sua notevole esperienza di rapinatore di banche e portavalori.

Il titolo del lavoro di Quadrelli è la citazione invertita di Kamo l’uomo di Lenin, una biografia del bandito tradotta in italiano da Bompiani nel 1974.[1] Il rovesciamento del rapporto di dipendenza tra Kamo e Lenin è l’espressione grammaticale della tesi centrale del libro di Quadrelli, ovvero che la soggettività del partito, Lenin, è al servizio di quella della classe, Kamo. Concetto, questo, che alberga una seconda eresia: la soggettività della classe si esprime con maggiore intensità e chiarezza nella pratica di vita del proletariato illegale, la criminalità indipendente, libera da legami con organizzazioni di tipo mafioso, piuttosto che in quella degli operai di fabbrica. Nel caso della Russia fra il 1905 e il 1917, cuore della classe sono appunto le bande dei fuorilegge come Kamo e non le officine Putilov, roccaforte operaia della Pietrogrado rivoluzionaria.

Nell’analisi di Quadrelli, Lenin guida il partito bolscevico fuori dalla linea della Seconda Internazionale, che fa dipendere il passaggio al socialismo da una tendenza oggettiva della Storia. Lenin abbandona così il positivismo determinista dei partiti operai dell’Europa occidentale per trasformare i bolscevichi nel “partito dell’insurrezione”, una formazione politica che persegue con tutte le sue forze la rottura del corso della Storia e scopre nella soggettività proletaria l’agente di tale frattura.[2] Quadrelli individua la radice della posizione leniniana (l’aggettivo leninista non compare mai nel testo) nel rapporto fra Lenin e i populisti di Narodnaja Volja (Volontà del popolo), a cui apparteneva suo fratello maggiore, Aleksandr, giustiziato nel 1887 per aver partecipato a un complotto contro la vita dello zar Alessandro III. Del populismo Lenin contrasta in ogni modo la tendenza a guardare all’indietro, a sognare un ritorno della Storia al passato, a idealizzare il contadino russo, ma adotta l’idea dell’inimicizia assoluta fra popolo e classi dominanti e soprattutto quella dell’intellettuale attivista, rivoluzionario di professione.

Lenin può concepire la rottura del flusso della Storia, che poi è sempre quella dell’Occidente e del suo inevitabile dominio sul mondo, afferma Quadrelli, perché è un non-europeo, un barbaro che nega l’educazione e la civiltà occidentali (p. 27). Un concetto, questo, della non-occidentalità di Lenin, che ne arricchisce la pratica politica di una componente anti-coloniale. Il Lenin di Quadrelli non agisce così sulla sola Russia, ma sul sistema-mondo; lo fa a partire dal punto di vista degli esclusi, i Kamo, siano essi i marginalizzati delle metropoli o i colonizzati del Sud del mondo. La soggettività dei Kamo irrompe nella storia russa con la rivoluzione del 1905. È allora che gli intellettuali populisti vanno a lezione dal proletariato extralegale. Imparano dalla guerra partigiana che si diffonde in Russia nel 1905 e nel 1906 (pp. 34-41). E vanno a lezione anche dalle “es”, gli espropri, motivati o no politicamente, che nello stesso biennio conoscono una crescita impressionante in tutto il paese. I bolscevichi dimostrano di aver appreso la lezione degli extralegali nel 1907, quando organizzano, sotto la guida di Kamo, una rapina a Tiflis, in Georgia, che trasferisce nelle casse del partito un bottino di 250.000 rubli, pari a circa mezzo milione di euro attuali.

Lenin tiene in alta considerazione la spontaneità, ma si rifiuta al tempo stesso di adorarla. Si tratta piuttosto di trasformarla in un progetto politico coerente: la guerra partigiana, per esempio, va guidata perché, se lasciata a se stessa, può degenerare nel banditismo. Così, fra il 1905 e il 1917, i bolscevichi mettono in pratica la direttiva leniniana di andare a scuola dalle masse per poterne diventare la testa cosciente. Nell’ultimo atto di questo percorso, nell’ottobre del ‘17, il partito fa sue le scelte più avanzate della classe e conquista il potere. Ma per arrivare a questo passaggio, dopo il suo rientro in Russia il 3 aprile di quell’anno, Lenin si trova di frequente a lottare da solo contro il resto della dirigenza del partito bolscevico. È un processo rappresentato con efficacia in October: The Story of the Russian Revolution (2017), una storia del ‘17 scritta con gli strumenti e il talento del romanziere. L’autore, China Miéville, racconta come Lenin si schieri contro la linea della maggioranza del partito fin dal suo arrivo a Pietrogrado, il 3 aprile del 1917. Può agire così perché coglie qualcosa che agli altri dirigenti bolscevichi resta irraggiungibile, il rifiuto della guerra da parte delle masse. Si collega così alla soggettività dei soldati che disertano e abbandonano il fronte, nonché a quella dei proletari urbani e dei contadini poveri che lottano contro i sacrifici, a partire dalla chiamata alle armi, imposti dal regime di guerra. Si tratta di soggettività più avanzate di quella dei bolscevichi, che ancora ad aprile sono contrari al disfattismo anti-Governo provvisorio e vicini alla riunificazione con i menscevichi. I disertori e renitenti alla leva sono i Kamo del ‘17. È da loro che il partito impara a rifiutare in maniera radicale la guerra, quel conflitto che per il Lenin delle Tesi di Aprile non è altro che una forma imperialista di brigantaggio.

Nella seconda parte del suo studio, Quadrelli si accosta all’Italia degli anni fra il 1960 e il 1980. È un “ventennio rosso”, in cui si assiste a un enorme soprassalto di soggettività. Espressione di tale eccesso sono cinque rivolte di strada: Genova 1960; Torino, Piazza Statuto, 1962; Valdagno 1968; Roma, Valle Giulia, 1968; Torino, Corso Traiano, 1969. Quadrelli affida il racconto di quei vent’anni a cinque storie di vita, tutte biografie che si snodano a cavallo fra legalità e illegalità. A parlare, insomma, sono cinque Kamo – M.C., Graziano, Anna, Vittoria e Mauro – le cui esperienze personali si intrecciano con gli avvenimenti della storia grande.

Particolarmente significativa del peculiare rapporto fra legalità e illegalità che informa queste vite è la storia di Vittoria, una compagna del movimento genovese che ne attraversa varie espressioni, Lotta Continua, un Collettivo femminista legato al Manifesto, il comitato di agitazione di Lettere e Filosofia, l’Autonomia, sempre rimanendo se stessa, una soggettività irriducibile sia alla logica del capitale sia a quella della militanza politica totalizzante. Vittoria non è mai stata né una clandestina né una bandita, eppure partecipa a un’operazione illegale di notevole rischio e significato: la tentata liberazione di alcuni prigionieri politici dal carcere di Perugia. Segno che la soggettività delle Kamo degli anni Settanta, come quella del bandito da cui prendono il nome, non si limita ad agire sul terreno della spontaneità ribelle, ma è anche in grado di gestire momenti di confronto con lo Stato che richiedono un notevole livello di organizzazione.

Fra le aree intellettuali e politiche che si confrontano con il popolo ribelle del “ventennio rosso” italiano, va da sé che all’operaismo tocchi il primo posto, posizione che gli spetta a partire dalla pubblicazione della trontiana “Linea di condotta” nel 1966. Quadrelli, tuttavia, legge una debolezza di metodo nell’approccio operaista alle lotte della classe: gli operaisti non sanno andare al di là del tratteggiare un perenne conflitto in fabbrica. Descrivono uno scontro in cui le posizioni degli avversari restano congelate per sempre: da una parte lo stato-piano, dall’altra la sinistra operaia che lotta contro il lavoro. Alla fine, l’operaismo esce dall’impasse scegliendo il primo termine del confronto, ovvero il riformismo.

Al posto della mera teorizzazione del conflitto, quel che è da fare, sostiene Quadrelli, è osservare l’emergere di un soggetto che si incarichi della critica dell’economia politica. Nell’Italia degli anni Settanta, questa soggettività è rappresentata dal colonizzato – l’emigrato dal Sud, un colonizzato interno – che rifiuta il lavoro. Nel ciclo di lotte che questo soggetto ha ispirato, destinato a spegnersi intorno al 1982, il comunismo si afferma come programma immediato della classe. Ci sarebbero quindi state le condizioni per un ritorno a Lenin, mettendo cioè Kamo, il colonizzato ribelle, al centro della linea politica. Ma negli anni Settanta in Italia Lenin è assente, c’è solo Kamo. Gli intellettuali che hanno decodificato la soggettività operaia, quella del rifiuto del lavoro, nel 1973 abbandonano la lotta o si uniscono, in qualche caso, alle Brigate Rosse. Il passaggio al partito non si compie e Kamo rimane solo.

In quegli anni, in parallelo al manifestarsi di una soggettività antagonista in fabbrica, nasce nel sociale una nuova criminalità, la stessa che Quadrelli ha esplorato diverse volte nella sua ricerca, con particolare efficacia nel notevole Andare ai resti (Roma: DeriveApprodi, 2004). È il mondo delle “batterie”, i nuclei informali, basati sull’amicizia, in cui si raccolgono i rapinatori degli anni Settanta. Una volta in carcere, i Kamo italiani combattono l’ordine carcerario imposto dalla malavita tradizionale, in cui i boss malavitosi collaborano con le guardie carcerarie nel controllo della popolazione detenuta. Quelli delle batterie, i “bravi ragazzi”, stabiliscono invece in carcere un ordine basato sulla fratellanza. Durerà fino all’assassinio, nello speciale di Nuoro, di Francis Turatello, gangster milanese che coi bravi ragazzi delle batterie condivideva il rifiuto di qualsiasi accordo o collaborazione con gli apparati statali. L’assassinio di Turatello segna un cambio di paradigma del tutto simile a quel che accade fuori dalle prigioni, con la trasformazione dei soggetti ribelli, legati fra di loro da rapporti di solidarietà sovversiva, in individui privi di vincoli e legami sociali. In questo senso, assolve la stessa funzione, in carcere, che la marcia dei 40.000, nell’ottobre 1980, ha assolto in fabbrica.

Nella terza parte de L’altro bolscevismo, Quadrelli si sofferma sul nostro presente. Lo fa partendo ancora una volta da Lenin, quello che, nella Russia del primo Novecento, fa suo il punto di vista del colonizzato (p. 153). Anche oggi, davanti alla guerra, può agire solo il partito dell’insurrezione, centrato però su una nuova soggettività, diversa da quella, non più utilizzabile, degli anni Sessanta e Settanta. Ci vuole un nuovo popolo, sinteticamente espresso nella formula Lenin più Fanon. Occorre passare dal partito di Mirafiori a quello delle banlieues: la marginalità di oggi, che comprende quote significative di salariati, corrisponde alla condizione operaia di ieri. L’esclusione come dato interno alla condizione lavorativa inizia con la fine dell’Unione Sovietica, nel 1991. È un processo che combina il trasferimento di intere filiere produttive (localizzate nel tessile, nella siderurgia, nell’abbigliamento, nella meccanica) nell’est e nel sud del mondo e la conseguente emarginazione sociale di ampi settori della classe operaia del cosiddetto “primo mondo”. Mentre le masse sono espulse dalla vita pubblica, di fronte alla borghesia, come accade nel modello coloniale di società, restano solo canaglie e anormali. Espressione materiale, visiva, di tale situazione è l’urbanistica delle moderne metropoli. Ma nelle banlieues Kamo continua a lottare. Quel che manca è sempre Lenin.

Quadrelli vede in Kamo una figura politica che, dal 1905 ai giorni nostri, in diverse situazioni, trascende ogni volta i limiti del proprio contesto storico e geografico. Collocare Kamo al centro di più di un secolo di pratiche rivoluzionarie permette a L’altro bolscevismo di raggiungere il suo obiettivo chiave: dimostrare la vitalità di Lenin a più di cent’anni dall’ottobre russo. Se il referente di classe di Lenin fossero stati, ad esempio, gli operai delle Officine Putilov, allora i rapporti fra partito e classe sarebbero, di necessità, cambiati nel tempo. Dopo i processi di ristrutturazione industriale iniziati negli anni Ottanta, che hanno comportato un drastico ridimensionamento della centralità produttiva e politica della classe operaia di fabbrica in tutto l’Occidente, anche il partito leninista avrebbe dovuto affrontare un significativo processo di aggiustamento. Ma se la soggettività rivoluzionaria si (ri)produce sempre all’interno del medesimo strato di esclusi, allora anche lo stesso strumento politico, il partito leninista, mantiene intatta tutta la sua vitalità.

Note

[1] Il libro uscito per Bompiani è la traduzione italiana, ad opera di Luisa Cortese, di Jacques Baynac, Kamo, l’homme de main de Lenine (Paris: Fayard, 1972).

[2] “Partito dell’insurrezione” è una citazione da un verso dell’inno di Potere Operaio, gruppo operaista della sinistra extraparlamentare italiana nei primi anni Settanta: “Stato e padroni fate attenzione nasce il partito dell’insurrezione”. L’inno rimanda a sua volta a una serie ragguardevole di altre canzoni rivoluzionarie, dalla Polonia alla Russia, dall’Inghilterra alla Spagna, per mezzo della comune base musicale, tratta dalla Warszawianka, canto socialista polacco del tardo Ottocento.

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17/08/2019

Agosto 1917: a Torino la rivolta del pane


A Torino, nell’estate del 1917, i problemi economici e le difficili condizioni in cui si trovavano a lavorare la maggior parte dei proletari italiani sfociarono in una serie di rivolte che assumeranno anche un carattere antimilitarista contro la guerra in atto.

Si trattò di un episodio assolutamente da ricordare intendendolo quale espressione di una capacità di mobilitazione contro la guerra che era davvero difficile da esprimere in quel momento da parte del proletariato.

La “rivolta del pane” si può considerare anche quale primo effetto, in Occidente, della rivoluzione in quel momento in corso in Russia.

E’ allora il caso di esaminare, sia pure sommariamente, quell’avvenimento riassumendo il commento possibile nella sola antica frase “Ribellarsi è giusto” che, allora come oggi, non è mai apparsa così calzante rispetto alla situazione sociale e politica.

Che la memoria continui a insegnare!

E’ questo il modesto messaggio che, personalmente, mi piacerebbe poter esprimere ricordando quelle giornate.

A Torino, nell’estate del 1917, i problemi economici e le difficili condizioni in cui si trovavano a lavorare la maggior parte dei proletari italiani sfociarono in una serie di rivolte che assumeranno anche un carattere antimilitarista contro la guerra in atto.

Il mancato rifornimento di farina del 22 agosto 1917 fu il varco attraverso il quale le dimostrazioni per il pane si tramutarono in moti antimilitaristi che durarono circa una settimana.

Il 23 agosto gli scontri si fecero più violenti. In vari punti della città, i rivoltosi si fronteggiarono con le forze di polizia e dell’esercito. I teatri degli scontri più aspri e violenti furono Borgo San Paolo, la Barriera di Nizza e la Barriera di Milano (quartiere in cui vi era una fortissima presenza di anarchici, tra cui Maurizio Garino, Italo Garinei e Pietro Ferrero).

Le rotaie dei tram vennero divelte, furono erette barricate in diversi punti della città e molti negozi vennero saccheggiati. In Barriera di Milano, un gruppo di anarchici costituì un centro organizzativo della sommossa. Alla fine della giornata si contarono 7 dimostranti uccisi dalle forze dell’ordine, 37 feriti e 200 arrestati.

Il giorno seguente, 24 agosto, gli scontri continuarono, ma questa volta l’esercito passò a una ancor più dura controffensiva. Alla fine della giornata si contarono 24 dirigenti del PSI arrestati insieme ad un migliaio di operai e dimostranti vari.

Da martedì 28 agosto furono sedate le rivolte e le autorità poterono annunciare che «l’ordine regnava a Torino».

Il bilancio finale fu di circa cinquanta morti fra i rivoltosi, circa dieci fra le forze dell’ordine e circa duecento feriti; vi furono un migliaio di arrestati; di essi, varie centinaia furono processati per direttissima e condannati alla reclusione in carcere.

Tra il giugno e l’agosto del 1918 ebbe luogo, avanti al Tribunale Militare di Torino, un ulteriore processo che vide imputati dodici dirigenti socialisti e un anarchico. Dalle risultanze processuali emerse che la rivolta era stata spontanea e non era frutto di nessun complotto. Ciononostante, sei degli imputati (fra i quali il leader socialista Giacinto Menotti Serrati, che si era recato a Torino durante la sommossa rimanendovi però un giorno solo) furono ritenuti dal Tribunale “autori morali della sommossa” e perciò condannati a pene detentive varianti fra i tre e i sei anni.

Durante i giorni della rivolta, la folla cantava un ritornello che poi divenne famoso: «Prendi il fucile e gettalo (giù) per terra, vogliam la pace, vogliam la pace, vogliam la pace, mai vogliam la guerra!»


A Torino l’opposizione alla guerra era stata vivissima fino dal 1914 sia per la presenza di un proletario operaio combattivo e radicale (il grande sciopero del maggio 1915 lo aveva dimostrato), sia perché la grande, media e piccola borghesia era stata nella grande maggioranza giolittiana e neutralista. Inoltre a Torino avevano avuto scarsa fortuna i piccoli borghesi dannunziani e nazionalisti.

La “rivolta del pane” fu occasione d’intervento e di riflessione per Antonio Gramsci che scriverà nel 1920: “Invano avevamo sperato nell’appoggio dei soldati; i soldati si lasciarono trarre in inganno che la rivolta fosse stata provocata dai tedeschi…Le donne operaie e gli operai che insorsero nell’agosto a Torino, che presero le armi, combatterono e caddero come eroi, non soltanto erano contro la guerra, ma volevano che la guerra terminasse con la disfatta dell’esercito della borghesia italiana e con una
vittoria di classe del proletariato”.

Nel 1917 Gramsci lavorava come giornalista in un quotidiano socialista di Torino, Il Grido del Popolo, e collaborava con l’edizione piemontese dell’Avanti!

Il 5 agosto 1917 era arrivata a Torino una delegazione dei soviet russi, della quale facevano parte fra gli altri Josif Goldemberg e Aleksandr Smirnov. Il viaggio era stato autorizzato dal governo italiano, che sperava che il nuovo governo russo proseguisse l’impegno bellico contro la Germania. Dopo aver incontrato i delegati russi, i socialisti italiani espressero la propria perplessità rispetto alle idee ancora prevalenti all’interno dei soviet russi.

L’11 agosto il redattore de Il Grido del Popolo s’interrogava: «Quando sentiamo i delegati del Soviet russo parlare di continuare la guerra per la difesa della rivoluzione, ci domandiamo ansiosamente se invece essi non accettino – senza saperlo e senza volerlo – di continuare la guerra per la difesa degli interessi della sopravvenuta borghesia capitalistica Russa, contro l’assalto proletario per l’ennesima vittoria della coalizione capitalistica, contro il pericolo collettivista che si avanza».

Gramsci aveva ben intuito che, scoppiata la “rivoluzione contro il capitale”, soltanto il superamento della condizione di guerra, rispondendo all’aspirazione più profonda del popolo, avrebbe potuto far volgere gli eventi dalla parte dei bolscevichi.

Il Grido del Popolo non venne diffuso durante quelle giornate. Riprese in pieno le sue attività il 1° settembre, adesso sotto la direzione di Gramsci, che sostituì la dirigente socialista Maria Giudice, finita agli arresti. La censura statale non consentiva peraltro di pubblicare alcun riferimento all’insurrezione. Gramsci colse invece l’occasione per fare un breve cenno a Lenin: «forse Kerenski rappresenta la fatalità storica, certo Lenin rappresenta il divenire socialistico; e noi siamo con lui, con tutta l’anima».

Il riferimento è alle giornate di luglio in Russia e alla persecuzione dei bolscevichi che ne seguì, costringendo tra l’altro Lenin a rifugiarsi in Finlandia.

La frazione intransigente rivoluzionaria del partito socialista si organizzò per affrontare la nuova situazione che la rivolta di Torino e le vicende russe avevano creato. A novembre, i dirigenti di questo raggruppamento convocarono un incontro segreto a Firenze per discutere «il futuro orientamento del nostro partito».

Gramsci, che aveva iniziato ad assumere un ruolo importante nella sezione socialista torinese, partecipò alla riunione. In quell’incontro si allineò a chi, come Amadeo Bordiga, riteneva necessaria l’azione militante, laddove Serrati e altri si pronunciavano per il mantenimento della vecchia tattica neutralista.

La riunione si concluse riaffermando i principi dell’internazionalismo rivoluzionario e dell’opposizione alla guerra, ma senza alcuna indicazione pratica sul da farsi.

Dalla rivolta di Torino e dalla sua successiva analisi posta in relazione con gli avvenimenti rivoluzionari in Russia si può dire che nacque – almeno in embrione – il nucleo dirigente e militante che poi avrebbe dato vita alla frazione comunista in seno al PSI e successivamente al PCd’I: una duplice matrice che poi avrebbe pesato nella storia, quella del “fare come in Russia” e quella dell’analisi della situazione italiana in relazione alle condizioni del proletariato.

L’esempio del sacrificio delle proletarie (in primissima fila le donne) e dei proletari torinesi fu quindi alla base dell’avvio di quel decisivo processo politico, inteso quale espressione non astratta di organizzazione della volontà popolare di battersi contro la guerra e le miserevoli condizioni di vita.

Un dato, questo, da sottolineare ancor oggi per la sua importanza.

La situazione italiana stava così scivolando verso Caporetto.

Fonte

09/12/2017

L’etica di Lenin (ed altre note sul ’17)


1914 – 1917

Una inesausta tradizione critica imputa alla Rivoluzione del 1917 l’ingiustificabile, eccessiva violenza che essa avrebbe esercitato contro gli uomini e le cose, ma soprattutto contro le leggi dell’evoluzione economica e della dinamica storica. Lo si chiami blanquismo, lo si imputi a hybris, lo si veda come opera dei demoni dostoevskijani o come applicazione delle aride geometrie sociali di Cernisevskij, l’errore imperdonabile dei bolscevichi sarebbe sempre lo stesso: l’aver agito fuori tempo e fuori luogo, imponendo la rivoluzione ad un paese troppo arretrato e smorzando sul nascere le possibilità di lento ma sicuro progresso della democrazia, e poi del socialismo, aperte dalla fine dello zarismo. Basta però tornare di poco indietro nel tempo e questa critica mostra tutta la propria infondatezza.

Nell’agosto del 1914 la socialdemocrazia tedesca, stupor mundi, vanto del movimento operaio internazionale, immensa e rodata macchina concepita proprio per accompagnare lo sviluppo del dinamico capitalismo germanico verso un esito socialista, vota i crediti di guerra, si allea strettamente con la burocrazia e con l’esercito (iniziando così a legittimare quelle stesse forze che vent’anni dopo avrebbero condotto al nazismo) e contribuisce in maniera decisiva allo scatenamento del primo macello mondiale.

In quel momento, come nota giustamente Luciano Canfora sulla scorta di Fernand Braudel, la storia d’Europa avrebbe potuto prendere un corso completamente diverso, tale da influenzare decisamente anche il nostro presente. Si poteva scegliere fra socialismo e guerra, e la SPD fece la scelta peggiore i. Ecco a cosa portano le intangibili leggi dell’evoluzione economica (capitalistica) se lasciate a sé stesse; ecco dove conduce la storia quando è fatta dalle classi dominanti.

Ed ecco la ragione del ’17: i socialdemocratici tedeschi, accettando l’evoluzione imperialista del “loro” capitalismo, scatenano la guerra; i menscevichi russi, confidando nell’evoluzione futura del capitalismo russo, non sanno o non vogliono fermarla; i bolscevichi invece la fermano, perché non accettano nessuna delle tendenze evolutive del capitalismo mondiale. Così, mentre nel punto più alto dello sviluppo si realizza il punto più basso della dignità umana, nel punto più basso dello sviluppo si accende invece l’unica luce di speranza per milioni di operai e contadini che si ammazzano nel fango per conto di altri.

La rivoluzione dipende certamente da una determinata ed obiettiva congiuntura storica, che deve essere considerata con realismo dai rivoluzionari; ma gli esiti di quella congiuntura possono essere molteplici e non rispondono a nessuna necessità. La Rivoluzione non risponde alle leggi dell’economia né a quelle della storia. Si origina da esse, e con esse deve confrontarsi, ma non segue linearmente il loro corso (altrimenti sarebbe una ripetizione, non una rivoluzione) e avviene dove e quando avviene. E se avviene una volta può avvenire sempre: questo è il lascito antistorico dell’Ottobre (antistorico se la storia è intesa come quel tempo evolutivo, “omogeneo e vuoto” contro il quale scriveva Benjamin ii).

Un lascito che sembra essere del tutto dimenticato, anche dalla residua sinistra “rivoluzionaria”, che ancora attende che siano la globalizzazione e l’Europa a recare con sé, con lo sviluppo delle forze produttive, lo sviluppo del movimento dei lavoratori, della società civile, della moltitudine e perciò (chissà come) del comunismo. Quindi, tutti a soffiare nelle vele già gonfie dell’ideologia imperialista: più globalizzazione, più Europa! Ma l’una e l’altra ci hanno già dato la guerra e ne promettono una peggiore, a meno che qualcuno non rompa questo meccanismo nei suoi punti deboli. Come purtroppo non si è fatto in Grecia. Come non si vorrebbe fare in Italia se mai si presentasse l’occasione.

E perché i menscevichi nostrani aborrono l’idea della rottura nell’”anello debole”? Proprio perché essa ricorda da vicino la rottura bolscevica e la sua pretesa immaturità. Ma il fatto è che, dato un determinato livello di sviluppo delle forze produttive, una rivoluzione socialista è sempre matura e non lo è mai. C’è sempre la possibilità astratta di usare a vantaggio dei molti le forze produttive esistenti, oppure di usare il piano per sviluppare una produzione insufficiente. Ma c’è sempre la necessità concreta i fronteggiare la severa crisi che genera la rivoluzione e che a lei consegue: e una crisi severa pone sempre di fronte ai rivoluzionari, anche nei paesi più sviluppati, gravi problemi di scarsità, dilemmi a volte tragici, nodi apparentemente insolubili, scelte che richiedono il sacrificio di una parte dei propri obiettivi, proprio come se la rivoluzione non fosse ancora matura. Così vanno le cose, con la rivoluzione. E per questo chi è nemico della Rivoluzione russa è nemico di ogni rivoluzione.

Stile ed etica di Lenin

Non dobbiamo mai smettere di riflettere sullo stile politico di Lenin e sulle sue implicazioni teoriche e filosofiche. Uno stile fatto di continui spostamenti tattici in vista di uno scopo immutabile: la conquista del potere politico in funzione della rivoluzione socialista. Quello che Lunacarskij chiama, dando da subito un significato positivo al termine, l’opportunismo di Lenin iii non è frutto dell’assenza di principi ma proprio della presenza di un principio ordinatore. Proprio perché la sua azione non vuole limitarsi alla propaganda, ma vuole avere a che fare sempre con la politica, proprio perché non si limita a declamare un ideale in attesa della pienezza dei tempi, ma vuole agire sugli attuali rapporti di forza, proprio perché ha in testa un preciso obiettivo strategico Lenin deve necessariamente operare tutte le svolte tattiche che la realtà gli impone e gli consente: ed è disposto, per questo, a divenire minoranza nel suo stesso partito.

Chi vuole soltanto riaffermare in faccia al mondo la bontà dei propri valori e la bellezza della propria immacolata immagine non ha bisogno di tattica. L’assenza di svolte, l’assenza di mutamenti, anche sorprendenti, negli obiettivi di fase e nelle alleanze è indice dell’assenza di politica. Ma in tutte le svolte di Lenin permane un elemento costante. Che non è, va ripetuto, semplicemente l’obiettivo del potere politico, ma l’obiettivo del potere politico in funzione degli interessi delle classi subalterne. Questo è il punto veramente incondizionato, e quindi etico, dello stile e dell’opera di Lenin.

Un uomo che usa continuamente parole diverse perché vuole affermare sempre la stessa cosa, che si sposta continuamente da un luogo all’altro perché sta sempre da una parte sola, quella degli sfruttati. E che pertanto dimostra, ai cervelli non offuscati dai comodi cliché, la profonda motivazione morale della sua intera esistenza. Una moralità che oggi non si comprende o non si sopporta, visto che l’etica che ai giorni nostri viene comodamente scialacquata serve per bloccare ogni politica, mentre l’etica di Lenin serve a produrre una politica di emancipazione.

Una moralità ben compresa invece sia da un Deutscher iv che soprattutto da un Lukács v, che invita a considerare la figura di Lenin come realizzazione della posizione etica stoico-epicurea. Accogliendo l’invito possiamo dire che tale posizione consiste nel dare forma alla propria esistenza in modo da poter prendere sempre posizione – anche nei peggiori frangenti – in funzione del proprio progetto razionale, nel discostarsi consapevolmente dalle situazioni che eccitano paure e passioni negative, nell’essere sempre pronti ad agire perché in ogni situazione concreta si gioca il senso di un’intera esistenza.

Si può aggiungere che questo dar forma, questo sapersi discostare, questo saper agire, dal punto di vista strettamente politico si identificano con una tattica che ha tra le sue preoccupazioni quella di impedire che il soggetto si adagi in una posizione che lo allontani dal suo scopo, o che addirittura lo possa trasformare antropologicamente estraniandolo dalla propria classe e dalle proprie migliori motivazioni. Qui la tattica esprime tutta la propria temibile, nascosta importanza: come insieme di obiettivi concreti che il soggetto si pone, come insieme di posizioni concrete che, una volta raggiunte, concorrono a determinare aspettative e comportamenti, la tattica non è un mero strumento di un soggetto politico presupposto, ma è una forma della costituzione del soggetto stesso.

Per questo Lenin si indiavola per gli errori tattici. Un errore estremista può portare ad una prassi estremista e ad un compiaciuto autoisolamento. Un errore opportunista può tradursi in una prassi opportunista e poi in un cedimento morale all’avversario. In entrambi i casi un errore tattico ripetuto conduce ad un allontanamento dalla motivazione fondamentale dell’azione: il rapporto con gli sfruttati.

E’ per evitare questa separazione antropologica dalla “classe dei molti” che Lenin rompe con i menscevichi prima e con la socialdemocrazia dopo. Ed è per questo che avrebbe quasi certamente rotto (come era abituato a fare) col suo stesso partito sulla questione della natura dello Stato che si andava a costruire, e che andava già allontanandosi dalla simbiosi positiva con le masse.

1918 – 1923

Trascorso esattamente un anno dalla rivoluzione russa, l’inizio della rivoluzione tedesca dimostra subito che l’evento di Pietrogrado non è replicabile in forma pura, e che il cammino degli sfruttati è decisamente contorto vi. I soviet che nascono nel novembre 1918 non trovano di meglio che indicare come proprio rappresentante quello stesso Friedrich Ebert che, come leader socialdemocratico, è corresponsabile dell’entrata in guerra ed è avvinto alle gerarchie dello stato. Gerarchie che non a caso lo individuano come premier del governo che dovrà frettolosamente inaugurare la democrazia parlamentare in Germania. Così Ebert si trova, contemporaneamente, alla testa della rivoluzione e della reazione, e la funzione di controllo politico e di polizia che la SPD ha svolto durante tutto il conflitto ne viene premiata ed esaltata.

Fin dall’inizio il soviettismo (tedesco, ndr) si dimostra incapace di darsi una direzione veramente autonoma, e per tutto il corso degli eventi il connubio tra l’SPD e l’esercito nero assicurerà, a fatica, la sopravvivenza delle vecchie classi dominanti. Di fronte a ciò non si erge nessun partito pur lontanamente paragonabile a quello bolscevico, anzi. Il repertorio degli errori che costellano la storia della mancata rivoluzione tedesca è talmente vasto che meriterebbe di essere posto fra i testi obbligatori di un programma di formazione politica. Incomprensione della necessità della costruzione immediata di un partito rivoluzionario autonomo. Incomprensione della necessità di attrezzarsi a continue svolte tattiche. Primitivismo, avventurismo, ma anche attendismo e opportunismo. Leader che per emendare un precedente comportamento ultrasinistro si comportano poi cocciutamente in maniera opposta, e viceversa.

Lo stesso partito bolscevico, e con lui la neonata Internazionale comunista, non brillano sempre per sagacia e soprattutto per conoscenza della situazione e tempestività dei suggerimenti. Ma questi errori (molti dei quali del tutto comprensibili) forse non sarebbero bastati a sconfiggere quello che secondo Franz Borkenau era il più grande movimento di origine proletaria mai conosciuto al mondo vii. E non impedirono, in fin dei conti, la nascita e la crescita di un partito comunista che seppe darsi una dimensione di massa.

Il fatto è, però, che la rivoluzione trovò di fronte a sé, in Germania, almeno due pesanti ostacoli che in Russia non si conobbero. Primo: in Germania la tendenza conciliatrice interna al movimento operaio non è (o non diviene rapidamente) minoritaria come in Russia, ed anzi è largamente maggioritaria, radicata nel proletariato, esperta e dotata di mezzi notevoli. Così viene dimostrata praticamente una verità del tutto inattesa dai rivoluzionari: la maggioranza del proletariato non vuole, o non vuole immediatamente la rivoluzione, ed è disposta a credere più a chi promette soluzioni graduali che a chi predica rotture. Secondo ostacolo: nonostante quanto sopra, la durezza della crisi inflazionistica pilotata dalla borghesia tedesca espone comunque la borghesia stessa al rischio costante di una radicalizzazione del proletariato. A questo punto, quello che non era riuscito militarmente in Russia alla coalizione antibolscevica riesce economicamente in Germania all’imperialismo americano, e dal 1923, conclusosi farsescamente un ultimo conato rivoluzionario che avrebbe forse potuto avere sviluppi diversi, si inaugura l’era degli “investimenti antisocialisti” degli Stati Uniti, forma efficacissima di restaurazione dei rapporti sociali da parte del sistema capitalista mondiale viii.

Gli ostacoli che bloccarono il partito comunista tedesco sono in fondo ancora davanti a noi. Ma se il nesso tra le gerarchie imperialistiche mondiali e la riproduzione dei rapporti sociali su scala locale è stato oggetto di numerose riflessioni ed approfondimenti, la costante egemonia del “movimento operaio-borghese” sul complesso del movimento dei lavoratori non ha ricevuto analoghe attenzioni. Il fatto che i lavoratori organizzati, per la loro conoscenza del processo produttivo e per la loro attitudine alla cooperazione, siano la figura centrale della costruzione del socialismo, fa credere che quindi essi siano anche necessariamente la figura centrale della rottura rivoluzionaria, e che anzi senza di essi o contro una parte rilevante di essi non sia possibile nessun progresso politico.

Ecco che quindi fin dall’inizio i rivoluzionari sono costretti a porsi un problema sorprendente: quello della conquista della maggioranza di quel proletariato che avrebbe dovuto essere naturalmente rivoluzionario. Da qui la tattica del Fronte unito: marciare insieme ai sindacati ed ai partiti “operai-borghesi” per dimostrare alle masse, nel corso della battaglia comune per obiettivi economico-sociali da tutti condivisi, la vera natura delle organizzazioni socialdemocratiche, smascherarle e sostituirsi ad esse nella direzione del movimento. Fatica ardua, costellata di successi parziali ma quasi mai coronata da vittorie strategiche.

Perché se è vero che l’ossessione leniniana per la verità concreta e per l’importanza dell’esperienza diretta delle masse resta una chiave universale dell’agitazione e dell’azione politica, è anche vero che essa non conduce a nulla se non si comprende che il proletariato non è affatto naturalmente rivoluzionario, e che non è quindi sufficiente dimostrare la natura moderata della socialdemocrazia, dato che questa corrisponde alla natura moderata delle masse stesse ix.

Quando si dice “natura” si intende ovviamente l’aspetto normalmente dominante della natura delle masse: anche quando lotta con asprezza il proletariato sa di dipendere dal capitale e sa che uno “sciopero del capitale” può lasciarlo senza mezzi di sussistenza, a meno che non intervenga da subito un nuovo ordine di cui però, all’inizio, non è facile vedere i contorni.

Perché l’aspetto rivoluzionario del proletariato possa emergere sono necessari almeno due fattori: una crisi generale della società, dell’economia e dello stato, ed una mobilitazione che aggiunga alle motivazioni economiche (che da sole potrebbero giustificare anche comportamenti opportunistici) la motivazione della difesa del proprio mondo vitale: della vita contro la guerra, della casa contro la miseria e l’invasione, del lavoro contro lo sfruttatore, della libertà contro l’oppressione. Soltanto le identità vissute come non negoziabili conducono alla rivoluzione, e quindi solo il formarsi progressivo di queste identità (e non la ripetizione di rivendicazioni economiche) prepara le condizioni soggettive di un rivolgimento.

Il nostro problema attuale è quello di capire quali identità possono accompagnarsi agli obiettivi socialisti quando, come oggi, l’identità di classe, l’identità dei lavoratori stabili ed organizzati, è quasi sempre connotata in senso moderato, e la rabbia sociale si diffonde invece nel mondo apparentemente amorfo del quasi-lavoro. Un mondo di cittadini anonimi che oggi in Europa sembrano aver perduto le loro radici di classe e possono ritrovarle solo riaggregandosi appunto come cittadini, titolari di uno spazio politico che renda possibile lavoro e libertà.

1935 – 1949

La linea del Fronte unito, ridotta all’astuzia di allearsi con qualcuno per smascherarlo, non poteva funzionare. Né funzionò la successiva linea che assimilava ormai socialdemocrazia e fascismo. Entrambe non potevano che favorire sia la persistenza dell’egemonia socialdemocratica sia l’ascesa del fascismo vero. Fino a che, nel 1935, il VII congresso dell’Internazionale comunista non varò la linea dei Fronti popolari x, ossia dell’alleanza antifascista non soltanto con la socialdemocrazia, ma anche con la borghesia democratica mostrando come il processo rivoluzionario, che già si era complicato con il Fronte unito, per farsi più efficace debba farsi più spurio.

Qui si apre una questione storiografica e politica di estrema delicatezza e difficoltà. Fu, quella linea, soltanto l’effetto della teoria staliniana del socialismo in un paese solo, e quindi della necessità di difendere l’Urss alleandosi coi governi democratico-borghesi e con quelli delle nazioni anticolonialiste? Fu quella la causa principale della sconfitta del movimento rivoluzionario in occidente (costretto a rinunciare ai suoi obiettivi per quelli genericamente democratico-nazionali), e quindi dell’esplosione della Seconda guerra mondiale? Oppure fu il colpo di genio che rallentò l’affermazione del fascismo, consentì all’Urss di rafforzarsi e poi di vincere, favorì il radicamento di massa dei partiti comunisti nell’occidente postbellico?

Sul punto si potrà discutere all’infinito, ma c’è una considerazione che deve precedere tutto: la scelta del Fronte unito o del Fronte popolare, il rifiuto del velleitarismo rivoluzionario, il bisogno di articolare lotta per il socialismo e lotta nazionale possono essere argomentati realisticamente anche senza dover far ricorso all’influenza dell’Urss e della teoria del socialismo in un paese solo. Influenza che ci fu, spesso fu decisiva e a volte fu nefasta, ma che può essere considerata come causa fondamentale delle difficoltà del movimento comunista soltanto se si presuppone l’esistenza continua di situazioni o di forti potenzialità rivoluzionarie, cosa che non è dato riscontrare in quegli anni e con quella continuità presupposta dai critici del bolscevismo e dello stalinismo xi.

Insomma, non c’era bisogno dell’ascendente dei bolscevichi per capire che il giovane e gracile partito comunista cinese poco avrebbe potuto in uno scontro immediato col Kuomintang, e che in una fase iniziale meglio avrebbe fatto, come fece, a partecipare direttamente a quella formazione democratico-borghese pur mantenendo la propria autonomia organizzativa xii. Né c’era bisogno dell’ascendente di Stalin per capire che di fronte al nazifascismo era necessaria una politica di larghe o larghissime alleanze.

Forse soltanto nel caso della Spagna si può sostenere che un diffuso movimento rivoluzionario sia stato scientemente bloccato dalle imposizioni dell’Urss e si può argomentare che tale blocco abbia reso più difficile proseguire efficacemente la guerra contro Franco xiii. Ma anche in quel caso la necessità di pensare prima alla vittoria contro il fascismo e poi alla rivoluzione faceva parte delle opzioni realistiche (tanto che gli stessi anarchici parteciparono in maniera significativa al governo frontista di Largo Caballero). E la stessa decisione comunista di porre al movimento spagnolo compiti puramente democratici e non socialisti non era soltanto consona all’interesse sovietico per i buoni rapporti con il capitalismo liberale europeo, ma era anche legata al fortissimo rischio di isolamento che avrebbe corso una Madrid rossa di fronte all’inevitabile reazione anglo-americana e alla già dimostrata connivenza francese.

Quanto alla Cina è innegabile che, tra gravi errori e forti contraddizioni, la linea frontista, e la capacità di sospenderla e riprenderla a tempo debito, è stata una delle condizioni della splendida vittoria del ’49, che peraltro si deve in gran parte anche dalla capacità di iniziativa autonoma del PCC sia nelle zone liberate sia nella gestione della guerra antigiapponese xiv.

L’aver scelto, dopo sbandate e tentennamenti, una politica di fronte antifascista e anticoloniale, ha consentito al movimento comunista, e ancor di più all’idea di comunismo, di diffondersi ovunque e di mantenere una significativa presenza anche nell’Europa capitalista: se oggi qualcuno parla ancora di comunismo è anche grazie a quell’esperienza. E se oggi in Europa ancora c’è uno straccio di welfare lo si deve in buona misura al terrore che Lenin e Stalin hanno seminato in tutta la borghesia, e a quelle Costituzioni democratico-sociali che (come ben ha compreso il capitale finanziario che non a caso le detesta) sono il più importante sedimento dell’onda lunga del 1917.

Su questo punto, insomma, le critiche delle diverse varianti del comunismo di sinistra non mi paiono realistiche. Non a caso, in 100 anni, quelle posizioni critiche, anche se hanno influenzato importanti esperienze di movimento e serie riflessioni teoriche, non hanno mai condotto a nessuna vittoria storica significativa. Un esito che consente loro, paradossalmente, di riprodurre la tendenza estremista perché le libera dall’obbligo di rispondere alle inevitabili delusioni a cui è esposta ogni concreta realizzazione storica: chi non vince mai, non deve render conto di nulla.

La dialettica all’opera

Eppure, se è vero che la variegata sinistra comunista non avrebbe saputo assicurare quello sviluppo mondiale del movimento che fu invece assicurato dal frontismo, è anche vero che dialetticamente (e quindi ironicamente) in quella stessa diffusione dei partiti e dell’orientamento comunista c’era il germe del successivo disfacimento.

Un germe che può essere individuato in ciò: non fu la scelta del fronte il vero errore, e nemmeno fu l’eccessiva fiducia riposta in questa o quella borghesia nazionale o la stessa sbagliata concezione dell’inevitabilità dei due tempi (prima la democrazia, poi il socialismo). Fu piuttosto l’idea che il fascismo fosse l’ultima parola del capitalismo, che quest’ultimo avesse davanti a sé soltanto l’opzione reazionaria e stagnazionista, che nel capitalismo postbellico ogni idea di pianificazione fosse pura propaganda ed ogni espansione dei consumi fosse impossibile. E che per questo motivo la strategia comunista si poteva ridurre alla lotta per la democrazia e per lo sviluppo, non soltanto perché questo imponeva l’ordine di Yalta, ma perché in ogni caso democrazia e sviluppo, erano tendenzialmente connotate in senso socialista a causa dell’incapacità del capitalismo di assicurare l’una e l’altro xv.

Inoltre nell’idea di Togliatti, che è indubbiamente colui che più ha affinato la prospettiva frontista, la democrazia, lo sviluppo e la stessa possibile torsione socialista dell’una e dell’altro erano garantite essenzialmente dalla presenza attiva del partito comunista all’interno dello Stato: e questa presenza politica era ritenuta sufficiente a guidare la macchina statale anche se essa restava istituzionalmente identica, o quasi, a quella forgiata dalle classi dominanti. Nessuno spazio, quindi, per forme autonome di democrazia popolare capaci quantomeno di entrare in dialettica con quello Stato. Ma nessuno spazio anche per “eccessivi” interventi pianificatori e redistributivi: tutto doveva essere valutato in funzione della possibilità di restare al governo, o di tornarvi.

La democrazia progressiva come forma intermedia tra capitalismo e socialismo eludeva così, in realtà, ogni prospettiva di transizione. Strategia gravida di conseguenze, inizialmente positive (non cesseremo di studiare la natura e lo sviluppo del PCI come partito di massa), ma alla fine disastrose. L’alterità comunista, fondata non più su una concreta prospettiva socialista, ma sulla presunzione di essere l’unica forza capace di assicurare un qualche progresso, svanirà quando il capitale, smentendo clamorosamente il catastrofismo della III Internazionale, si mostrerà capace di pianificare lo sviluppo in una cornice democratica.

Peggio ancora, la diffusa presenza dei comunisti nelle istituzioni politiche ed economiche date li trasformerà col tempo, privi com’erano di una vera autonomia culturale nelle questioni nodali dell’economia e dello Stato, in agenti di quelle istituzioni stesse, dimostrando così, in negativo, il valore dell’etica di Lenin.

Il crollo dell’Urss e il trionfo della globalizzazione libereranno fino in fondo le pulsioni dirigenziali degli eredi di Togliatti consentendo loro di candidarsi finalmente a compiti di governo. E questa parabola presenterà, in Italia, una caratteristica aggiuntiva: la centralità della presenza istituzionale del partito, unita allo scetticismo sull’utilità del piano all’interno di un economia capitalista, farà sì che fin da subito il Pci sia relativamente indifferente ai contenuti “tecnici” delle scelte di politica economica, a condizione di avere un ruolo decisivo in quelle scelte stesse.

Ciò condurrà ad accettare di fatto l’egemonia culturale dell’antifascismo liberista (che identificava i mali del regime essenzialmente con gli eccessi di statalismo e con la distorsione monopolistica della concorrenza), a perdere ogni ostilità di principio verso le politiche di stabilità monetaria, ad accogliere, pur tra qualche resistenza interna, misure economiche tradizionalissime che ribadivano le gerarchie sociali del paese xvi. Ne deriveranno la politica economica (sostanzialmente liberista) della Ricostruzione, l’atteggiamento verso il centrosinistra (fatto di critiche all’esclusione dei comunisti ma anche di convergenze su una versione soft dell’intervento pubblico) e soprattutto la riscoperta dell’“interesse generale” alla deflazione, riscoperta fatta alla fine degli anni’70 e destinata a lungo successo.

Sia chiaro: alle tante colpe di Stalin non si deve aggiungere quella di aver generato i D’Alema e i Bersani. La trasformazione del Pci in Pds segna comunque una rottura storica. Ma l’identificazione del progresso col mercato, la limitazione dell’azione governativa alla liberazione della concorrenza, la deferenza (peraltro comune a molta sinistra) nei confronti della Banca d’Italia, e quindi l’apprezzamento della sua autonomia, non sono state inventate oggi né si devono alla nefasta influenza di Eugenio Scalfari. Vengono da lontano.

Historia magistra

Tutta questa vicenda è chiaramente ricca di insegnamenti. Oltre a quello, da tempo oggetto di discussione, dell’impossibilità di concepire le alleanze come rinuncia a qualunque iniziativa autonoma da parte dei comunisti, due insegnamenti mi paiono molto importanti per noi, oggi.

Il primo riguarda le forme della politica, prima ancora dei contenuti. Abbiamo imparato che la rivoluzione o è spuria o non è, e che non è possibile evitare di confrontarsi con l’apparato di Stato, di costruire alleanze, di definire obiettivi intermedi. Ma abbiamo imparato anche che se il movimento dei comunisti è gestito da una sola istituzione e se questa istituzione è un partito che vede principalmente nello Stato esistente il suo spazio di realizzazione, l’inevitabile cooptazione del partito nello Stato trascina con sé la metamorfosi negativa di tutto il movimento rivoluzionario. Per ovviare a ciò è necessario un pluralismo istituzionale del movimento. Il “partito” dei comunisti (sia esso composto da una o da diverse organizzazioni) deve essere distinto dal partito democratico di larga coalizione che occupa l’amministrazione, ed entrambi devono essere distinti sia dai sindacati che dalla rete di istituzioni popolari autonome. Ognuno di questi elementi è chiamato a dirigere la danza, se sa farlo. E se uno fallisce o passa dall’altra parte, qualcun altro può subentrare.

L’altro insegnamento riguarda l’internazionalismo. Abbiamo imparato che un associazione internazionale può trasformarsi nello strumento della potenza di una nazione soverchiante. Ma non possiamo dedurne che un processo rivoluzionario debba essere scadenzato fin dall’inizio sui tempi e i modi di un movimento internazionale. La rivoluzione ha inevitabilmente una dimensione locale (perché lo spazio globale è soltanto lo spazio del capitale) che a sua volta è quasi sempre una dimensione nazionale, ed è a partire da questa dimensione che si pongono gli inevitabili e decisivi problemi di collocazione internazionale che ogni rivoluzione deve risolvere. Il rapporto con altri Stati è con altri movimenti è inevitabilmente mediato dalle caratteristiche nazionali e dalle divergenze fra le nazioni (divergenze storico-geografiche, oggi acuite dalle dinamiche dell’accumulazione capitalistica mondiale).

Certo, anche Trotskij sapeva che “la rivoluzione socialista comincia sul terreno nazionale, si sviluppa sull’arena internazionale e si compie sull’arena mondiale” xvii. Ma a mio parere sottovalutava (e di molto) i condizionamenti imposti dall’inevitabile dimensione nazionale dell’inizio della rivoluzione, perché presupponeva un astratto interesse comune del proletariato mondiale alla rivoluzione, mentre questo interesse comune non può essere pensato come un presupposto ma è il risultato di un faticoso lavoro di mediazione tra i diversi interessi immediati dei lavoratori dei diversi paesi.

Di più, nelle condizioni attuali non si può pensare l’internazionalismo come un rapporto che si stabilisca solo tra nazioni orientate al socialismo, ma lo si deve vedere come un rapporto tra nazioni e/o blocchi aventi il comune obiettivo di ridurre la libertà di circolazione del capitale e di gestire politicamente i rapporti fra stati in modo da non costringere nessuno di essi alla subordinazione o alla deflazione competitiva.

Dividere l’uno in due

Era necessario Stalin? Potrei dire che era necessario forzare sia la collettivizzazione che l’industrializzazione, senza le quali la II guerra mondiale sarebbe finita molto diversamente. Potrei aggiungere che era necessaria una soluzione autoritaria al problema del potere in Unione sovietica, per l’ampiezza dell’impero, per la durezza dei conflitti interni ed esterni, per le tradizioni politiche e per le stesse innegabili caratteristiche autoritarie del bolscevismo (autoritarismo che Lenin superò nella pratica, ma non sufficientemente nella teoria). E potrei concludere che non era però necessaria una soluzione autoritaria all’interno del partito, visto che Lenin era riuscito a garantire la più ampia discussione anche in momenti assai più critici di quelli vissuti da Stalin.

Ma riconosco di non poter rispondere seriamente a questa domanda, e penso anche che ad essa, come a tutte quelle che riguardano l’involuzione del “socialismo reale” si potrà iniziare a rispondere seriamente solo quando un nuovo movimento socialista sia cresciuto abbastanza, in intelligenze e risorse, per poter riprendere lo studio sistematico delle esperienze del passato.

Un tale studio dovrebbe essere guidato da un orientamento dialettico. Nella discussione su Stalin, e sul socialismo reale, la fa da padrona la sterile fissità delle opposizioni, mentre dovremmo essere in grado di comprendere che i rapporti più importanti sono vere e proprie contraddizioni, dove un polo può esistere ed essere definito solo nella relazione che lo oppone all’altro, e dove nessuno dei due poli può essere definitivamente assorbito nell’altro. Partito e movimento, democrazia e centralismo, offensiva e difensiva, nazione ed internazionalismo, piano e mercato sono appunto i poli di altrettante ineliminabili contraddizioni. E la soluzione di tali contraddizioni non consiste nella sparizione dell’uno dei termini o nella conciliazione degli opposti, ma nel trovare per ciascuna di esse, nella concretezza della prassi, una forma di svolgimento a noi favorevole.

Ciò vale soprattutto per la contraddizione che, quando si parla di stalinismo, è forse più la più “pesante”, ossia quella fra Stato e società. Anche e soprattutto in questo caso non si può abolire uno dei due termini, e quindi non si può abolire lo Stato. Si può abolirne il carattere di classe, farlo gestire da personale proveniente dai ceti subalterni, rendere obbligatoria per i funzionari la consultazione continua dei gruppi sociali, si può e si deve porre di fronte ad esso il contraltare delle istituzioni popolari autonome. Si può fare tutto ciò, ma non si può eliminare la funzione dello Stato come ente distinto dalla società, agente attraverso norme generali garantite in ultima istanza da un potere coercitivo.

Dobbiamo riconoscerlo con pacatezza: la teoria dell’estinzione dello Stato, nella sua forma più estrema, è sbagliata; e riconoscerlo non significa affatto ammainare la bandiera rossa, anzi: significa lavorare per una più forte democrazia popolare. Infatti, anche se eliminassimo formalmente i centri di potere statale, le esigenze di organizzazione sociale e l’emergere di nuove concentrazioni di potere tecnologico-finanziario sempre possibili anche all’interno del lavoro cooperativo, creerebbero centri di forza tanto più potenti quanto più occulti. Meglio dunque una sovranità palese e contestabile che una occulta e inattingibile.

Si risponde: fondiamo lo stato sui soviet. Ma che succede se il soviet A diviene più ricco o potente del soviet B e lo prevarica? Chi ristabilirà l’eguaglianza se non un ente terzo dotato di potere coercitivo? E soprattutto, cosa che non mi stancherò mai di ripetere, chi svolgerà la funzione essenziale di contestare lo Stato dall’esterno e di preparare eventualmente gruppi alternativi di funzionari, chi lo farà se e quando i soviet saranno divenuti tutt’uno con lo Stato, saranno lo Stato?

Infatti, se dico che lo Stato è inevitabile, dico anche che è inevitabile la tendenza alla degenerazione autoritaria o autoreferenziale dello Stato; e quindi aggiungo immediatamente che nel momento in cui costruiamo un nuovo Stato dobbiamo da subito creare dei contrappesi: le garanzie del diritto, l’attività di organismi sociali autonomi, la separazione del partito dagli apparati di Stato.

Se invece penso che lo Stato o il semi-Stato socialista siano in linea di principio esenti da tare interne in quanto espressione immediata del popolo o della moltitudine, mi consegno disarmato alla riproduzione, su scala pericolosamente allargata, dei poteri indiscutibili ed informali che inevitabilmente lievitano nelle situazioni di formale assenza di potere.

Qui si vede come le posizioni consiliariste, democraticiste, anarchiche possono giungere anch’esse ad esiti del tutto opposti a quelli sbandierati – tragedia che quindi non colpisce soltanto il bolscevismo. E possono giungervi non soltanto perché il disordine sociale generato dall’applicazione integrale delle loro tesi provocherebbe una inevitabile reazione autoritaria. Ma perché esse contengono un forte elemento di autoritarismo implicito in quanto condividono con lo stalinismo una idea monistica del potere. Stalin assorbe la società nel partito-Stato. I suoi avversari fanno l’opposto. Ma in questo come in altri casi bisogna, al contrario, mantenere la tensione fra i due poli. E, come diceva Mao – forse il più importante critico dello stalinismo – dividere l’uno in due.

1960 – 1980

Se la prima ondata causata dal terremoto del ’17 si è infranta sugli scogli dell’Europa centrale, se la seconda (1935-1949) ha rotto quegli argini, guadagnando in ampiezza ma diminuendo in intensità (salvo che in Cina e Jugoslavia), e quindi facendo sedimentare le Costituzioni democratico-sociali europee, la terza ondata, iniziata nella seconda metà degli anni ’60, pur non essendo paragonabile alle prime due quanto a intensità e ferocia delle vittorie e delle sconfitte, e pur rappresentando, a ben vedere, soltanto una mezza rivoluzione, ha dato comunque la stura ad una controrivoluzione in piena regola.

Vien da dire che, anche se solo una parte minoritaria degli operai e degli intellettuali che occupavano fabbriche, scuole, piazze in quegli anni di libertà era consapevole di aver alzato la stessa bandiera del ’17, la totalità della classe opposta avrebbe invece compreso molto in fretta che la posta in gioco del conflitto era in fondo la stessa.

La forza dei movimenti sociali di quegli anni era dovuta agli effetti di quelle Costituzioni che a loro volta erano debitrici di Lenin e di Stalin. L’americanismo fondato su alti salari ed alti consumi era una tendenza interna del capitale, ma la sua diffusione e la coloritura socialista che esso assunse in Europa molto devono alla concreta esistenza di un minaccioso blocco comunista. La piena occupazione consentiva di porre nuovamente non solo il problema del salario, ma anche quello del controllo della produzione. Lo stridore fra le permanenti diseguaglianze e l’aumento della ricchezza materiale, reso più evidente dal contrasto con le promesse costituzionali, allargava il conflitto e faceva convergere strati sociali diversi.

La lotta esplose, e durò a lungo. Ma nonostante ciò non fu una rivoluzione. I suoi punti alti furono i consigli operai ed alcuni momenti di alleanza fra diverse classi popolari (in particolare fra operai e studenti di origine piccolo borghese). Nonché alcune riforme che accentuavano il potere dello stato rispetto a quello della singola impresa privata. Ma non fu una rivoluzione perché mancò l’aspetto della crisi generale del sistema, perché l’intervento pubblico seppe lenire gli effetti della crisi economica, perché partiti e sindacati operai erano già da tempo divenuti parte integrante dell’apparato di stato (intendendo lo stato nel senso ampio, “gramsciano” del termine).

Il problema ben compreso dai capitalisti, però, era che la forza del movimento dei lavoratori non derivava da vicende occasionali ma dalla posizione strutturale del lavoro in un quadro di piena occupazione, dall’ideologia dell’eguaglianza che a questo quadro era connessa, dalla convergenza dell’intellettualità su questa stessa ideologia, e infine dal ruolo diretto assunto nella gestione dell’economia da uno stato che, almeno in linea di principio, avrebbe potuto davvero cadere in mani pericolose.

Ripeto: le lotte di quegli anni erano il risultato della lunga durata della Rivoluzione. Per contrastarle ci volle quindi una controrivoluzione che fu diversa dalle altre solo per il tasso minore di violenza ed il tasso maggiore di ristrutturazione economica ed ideologica. Una ristrutturazione che ha il suo apice nella globalizzazione: incalzato dal lavoro, il capitale si libera dai confini degli stati nazionali e dai pericolosi progetti semisocialisti delle burocrazie ed inizia la fantastica avventura della finanziarizzazione. Disoccupazione e delocalizzazione frammentano la classe operaia, aumentano le divisioni tra skilled e no, i ceti prima attratti dalla classe operaia vengono ora nuovamente sedotti dal capitale, che opera una magistrale sussunzione degli aspetti individualistici e libertari del’68 a scapito di quelli egualitari.

Proprio quando la rivoluzione sembrava essersi impadronita delle dinamiche sociali più profonde ed essere pronta a riemergere direttamente, il neoliberismo e la contemporanea sconfitta del socialismo la rendono remota come non mai. Nulla testimonia di più di questo fatto quanto la spensierata spregiudicatezza con la quale oggi, quando si vuole spacciare una nuova merce, si può parlare di rivoluzione senza temere che la parola assuma altri significati.

2017

E’ finita la Rivoluzione? Apparentemente sì. Apparentemente la globalizzazione ha dissolto tutti gli effetti derivanti dalla lunga durata della rottura bolscevica. E soprattutto ha chiuso lo spazio di ogni rivoluzione, o, meglio, lo ha aperto in modo tale da far divenire inattingibile quel potere che il ’17 aveva spezzato. Gli effetti (e con essi la prospettiva) della rivoluzione sembrano quindi morti.

Ma a ben vedere tutto ciò riguarda l’ideologia e non la realtà della globalizzazione. E non mi riferisco soltanto al fatto, importantissimo, che il sogno unipolare dei Bush e di Toni Negri è da tempo finito, infranto da due paesi che in forza della rivoluzione si sono dati un capitalismo di Stato che collide col capitalismo liberista e che in tal modo può aprire spazi a chi deve allontanarsi dal blocco occidentale. Mi riferisco a qualcosa di ancor più immediato e tangibile. Mi riferisco proprio a noi, perché si sta ricostituendo lo spazio della nostra azione, e perché questa azione deve di nuovo urtare contro lo sviluppo del capitalismo europeo.

La globalizzazione divora sé stessa: i suoi squilibri riproducono l’esigenza di una politica nazionale e con questo riaprono la possibilità di un intervento dei comunisti su un potere localizzato. Già nella semiperiferia latinoamericana si sono da tempo aperte possibilità per importanti esperienze orientate al socialismo. Ma nella stessa Europa avanzata si realizzano inedite situazioni di subordinazione di interi paesi, condannati ad essere strangolati dai meccanismi che rendono permanenti gli squilibri interni all’area e il conseguente indebitamento.

La Grecia, che è la nostra culla, è anche la nostra verità: dimostra che anche una semplice richiesta di redistribuzione del reddito non può essere soddisfatta se non scegliendo una via rivoluzionaria, che è tale perché implica la conquista (e la ricostruzione) delle leve di comando, il mutamento del personale di governo e del suo rapporto con le classi subalterne, il rilancio dello Stato come centro di orientamento dell’economia, la ricollocazione internazionale del paese. Via rivoluzionaria che richiede di trovare ed esplicitare il legame tra autonomia di classe ed indipendenza nazionale, e quindi di ribaltare la strategia di distruzione delle nazioni, tipica dell’attuale forma dell’imperialismo.

Tutto ciò (che per alcuni palati difficili è ancora “troppo poco”, ma per gli imperialisti è comunque inaccettabile) non è altro che il farsi di nuovo tangibile del problema dello Stato. E il ’17 altro non è, in fondo, che la dimostrazione che per le classi subalterne è necessario ed è possibile conquistare e trasformare il potere di Stato in funzione dello sviluppo di un progetto socialista.

Forme, tempi, modi del processo sono indiscutibilmente mutati dal ’17; e la sconfitta finale del socialismo di stato pesa ancora sulle nostre spalle. Ma nessun movimento popolare attende, per svilupparsi, che qualcuno abbia elaborato il lutto di una sconfitta: se deve nascere, nasce comunque. Ed ogni volta che verrà posto concretamente il problema dello Stato, e quindi ogni volta che una rivoluzione anticapitalista cercherà la sua strada, è al ’17 che si dovrà fare riferimento.

Mimmo Porcaro da socialismo2017.it/

Note
i Luciano Canfora, L’uso politico dei paradigmi storici, Laterza, Bari 2010, p. 59.

ii Walter Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi, Torino, 1997, p. 45. Nel volume, ottimamente curato da Gianfranco Bonola e Michele Ranchetti, si trovano, tra l’altro, anche i materiali preparatori delle Tesi, da cui traggo questa limpida osservazione: “Marx dice che le rivoluzioni sono le locomotive della storia universale. Ma forse le cose stanno in modo del tutto diverso. Forse le rivoluzioni sono il ricorso al freno di emergenza da parte del genere umano in viaggio su questo treno.” (p.101).

iii Anatolij Lunacarskij, Profili di rivoluzionari, De Donato, Bari, 1968, pp. 47 e 65.

iv Isaac Deutscher, I dilemmi morali di Lenin, in Ironie della storia, Longanesi, Milano, 1972, pp.133-145.

v György Lukács, Lenin. Teoria e prassi nella personalità di un rivoluzionario, Einaudi, Torino, 1970, p. 127.

vi Pierre Broué, Rivoluzione in Germania 1917-1923, Einaudi, Torino, 1977; F.L. Carsten, La rivoluzione nell’Europa centrale 1918/1919, Feltrinelli, Milano, 1978.

vii Pierre Broué, op.cit., p.101.

viii Ibidem, p. 756. Cfr. anche Enzo Collotti, Socialdemocratici e spartachisti: conquista o rottura dello stato borghese, in AA.VV., Dopo l’ottobre. La questione del governo: il movimento operaio tra riformismo e rivoluzione, Mazzotta, Milano, 1977, p. 40.

ix Un giudizio analogo si trova in Andreina De Clementi, L’Internazionale, il fascismo e Gramsci, in Dopo l’Ottobre, cit., pp. 139-140.

x Per la genesi ed i temi del VII congresso è utile la lettura di Franco De Felice, Fascismo, democrazia, fronte popolare. Il movimento comunista alla svolta del VII Congresso dell’Internazionale, De Donato, Bari, 1973. L’orientamento togliattiano di questo libro può essere bilanciato dai testi di Nicos Poulantzas, Fascismo e dittatura. La terza internazionale di fronte al fascismo, Jaca Book, Milano, 1971 e di Stefano Merli, Fronte antifascista e politica di classe. Socialisti e comunisti in Italia, 1923 – 1939.

xi Questo mi sembra il limite maggiore delle critiche formulate da Arthur Rosenberg, nella sua Storia del bolscevismo, Sansoni, Firenze, 1969, anche se il libro contiene acutissime osservazioni, come quelle relative ai limiti della tattica del fronte unito (p.183). Anche Fernando Claudín, che dello stalinismo è critico in fondo equilibrato, condivide questa sopravvalutazione generale delle potenzialità rivoluzionarie, visto che oltre ad enfatizzare, con molte ragioni, l’esperienza spagnola, vede situazioni analoghe anche nella Francia del governo frontista e nell’Italia resistenziale: si veda il suo La crisi del movimento comunista. Dal Comintern al Cominform, Feltrinelli, Milano, p. 482 e passim. Giudizio senz’altro molto ottimistico nel caso dell’Italia, ma anche nel caso della pur diversissima esperienza francese, come sostenuto da Giorgio Caredda, Il Fronte Popolare in Francia, 1934-1938, Einaudi, Torino, 1977.

xii Jacques Guillermaz, Storia del Partitito comunista cinese 1921/1949, Feltrinelli, Milano, pp. 83 e ss.

xiii PierreBroué, Émile Témine, La rivoluzione e la guerra di Spagna, Mondadori, Milano, 1980.

xiv Jacques Guillermaz, op. cit., pp. 169 e ss.; Enrica Collotti Pischel, Storia della rivoluzione cinese, Editori Riuniti, Roma, 1972.

xv Franco Sbarberi, I comunisti italiani e lo stato, 1929-1956, Feltrinelli, Milano, 1980.

xvi Ibidem, pp. 229 e ss. . Si veda anche Leonardo Paggi e Massimo D’Angelillo, I comunisti italiani e il riformismo. Un confronto con le socialdemocrazie europee, Einaudi, Torino, 1986, nonché, dello stesso Paggi,Strategie politiche e modelli di società nel rapporto Usa-Europa (1930-1950), in Leonardo Paggi, a cura di,Americanismo e riformismo. La socialdemocrazia europea nell’economia mondiale aperta, Einaudi, Torino, 1989.

xvii Lev Trotskij, La rivoluzione permanente, Einaudi, Torino, 1967, p. 127.

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02/09/2017

Torino 1917: la rivolta del pane


E’ trascorso pressoché sotto silenzio il centenario della “rivolta del pane” di Torino svoltasi drammaticamente nei giorni di agosto 1917.

Si trattò, invece, di un episodio assolutamente da ricordare intendendolo quale espressione di una capacità di mobilitazione contro la guerra che era davvero difficile da esprimere in quel momento da parte del proletariato.

La “rivolta del pane” si può considerare anche quale primo effetto, in Occidente, della rivoluzione in quel momento in corso in Russia.

E’ allora il caso di esaminare, sia pure sommariamente, quell’avvenimento riassumendo il commento possibile nella sola antica frase “Ribellarsi è giusto” che, allora come oggi, non è mai apparsa così calzante rispetto alla situazione sociale e politica.

Che la memoria continui a insegnare! E’ questo il modesto messaggio che, personalmente, mi piacerebbe poter esprimere ricordando quelle giornate.

A Torino, nell’estate del 1917, i problemi economici e le difficili condizioni in cui si trovavano a lavorare la maggior parte dei proletari italiani sfociarono in una serie di rivolte che assumeranno anche un carattere antimilitarista contro la guerra in atto.

Il mancato rifornimento di farina del 22 agosto 1917 fu il varco attraverso il quale le dimostrazioni per il pane si tramutarono in moti antimilitaristi che durarono circa una settimana.

Il 23 agosto gli scontri si fecero più violenti. In vari punti della città, i rivoltosi si fronteggiarono con le forze di polizia e dell’esercito. I teatri degli scontri più aspri e violenti furono Borgo San Paolo, la Barriera di Nizza e la Barriera di Milano (quartiere in cui vi era una fortissima presenza di anarchici, tra cui Maurizio Garino, Italo Garinei e Pietro Ferrero).

Le rotaie dei tram vennero divelte, furono erette barricate in diversi punti della città e molti negozi vennero saccheggiati. In Barriera di Milano, un gruppo di anarchici costituì un centro organizzativo della sommossa. Alla fine della giornata si contarono 7 dimostranti uccisi dalle forze dell’ordine, 37 feriti e 200 arrestati.

Il giorno seguente, 24 agosto, gli scontri continuarono, ma questa volta l’esercito passò a una ancor più dura controffensiva. Alla fine della giornata si contarono 24 dirigenti del PSI arrestati insieme ad un migliaio di operai e dimostranti vari.

Da martedì 28 agosto furono sedate le rivolte e le autorità poterono annunciare che «l’ordine regnava a Torino».

Il bilancio finale fu di circa cinquanta morti fra i rivoltosi, circa dieci fra le forze dell’ordine e circa duecento feriti; vi furono un migliaio di arrestati; di essi, varie centinaia furono processati per direttissima e condannati alla reclusione in carcere.

Tra il giugno e l’agosto del 1918 ebbe luogo, avanti al Tribunale Militare di Torino, un ulteriore processo che vide imputati dodici dirigenti socialisti e un anarchico. Dalle risultanze processuali emerse che la rivolta era stata spontanea e non era frutto di nessun complotto. Ciononostante, sei degli imputati (fra i quali il leader socialista Giacinto Menotti Serrati, che si era recato a Torino durante la sommossa rimanendovi però un giorno solo) furono ritenuti dal Tribunale “autori morali della sommossa” e perciò condannati a pene detentive varianti fra i tre e i sei anni.

Durante i giorni della rivolta, la folla cantava un ritornello che poi divenne famoso:

«Prendi il fucile e gettalo (giù) per terra,
vogliam la pace, vogliam la pace, vogliam la pace, mai vogliam la guerra!»
A Torino l’opposizione alla guerra era stata vivissima fino dal 1914 sia per la presenza di un proletario operaio combattivo e radicale (il grande sciopero del maggio 1915 lo aveva dimostrato), sia perché la grande, media e piccola borghesia era stata nella grande maggioranza giolittiana e neutralista. Inoltre a Torino avevano avuto scarsa fortuna i piccoli borghesi dannunziani e nazionalisti.

La “rivolta del pane” fu occasione d’intervento e di riflessione per Antonio Gramsci che scriverà nel 1920:
“Invano avevamo sperato nell’appoggio dei soldati; i soldati si lasciarono trarre in inganno che la rivolta fosse stata provocata dai tedeschi... Le donne operaie e gli operai che insorsero nell’agosto a Torino, che presero le armi, combatterono e caddero come eroi, non soltanto erano contro la guerra, ma volevano che la guerra terminasse con la disfatta dell’esercito della borghesia italiana e con una vittoria di classe del proletariato”
Nel 1917 Gramsci lavorava come giornalista in un quotidiano socialista di Torino, Il Grido del Popolo, e collaborava con l’edizione piemontese dell’Avanti!

Il 5 agosto 1917 era arrivata a Torino una delegazione dei soviet russi, della quale facevano parte fra gli altri Josif Goldemberg e Aleksandr Smirnov. Il viaggio era stato autorizzato dal governo italiano, che sperava che il nuovo governo russo proseguisse l’impegno bellico contro la Germania. Dopo aver incontrato i delegati russi, i socialisti italiani espressero la propria perplessità rispetto alle idee ancora prevalenti all’interno dei soviet russi. L’11 agosto il redattore de Il Grido del Popolo s’interrogava:
«Quando sentiamo i delegati del Soviet russo parlare di continuare la guerra per la difesa della rivoluzione, ci domandiamo ansiosamente se invece essi non accettino – senza saperlo e senza volerlo – di continuare la guerra per la difesa degli interessi della sopravvenuta borghesia capitalistica Russa, contro l’assalto proletario per l’ennesima vittoria della coalizione capitalistica, contro il pericolo collettivista che si avanza».
Gramsci aveva ben intuito che, scoppiata la “rivoluzione contro il capitale”, soltanto il superamento della condizione di guerra, rispondendo all’aspirazione più profonda del popolo, avrebbe potuto far volgere gli eventi dalla parte dei bolscevichi.

Il Grido del Popolo non venne diffuso durante quelle giornate. Riprese in pieno le sue attività il 1° settembre, adesso sotto la direzione di Gramsci, che sostituì la dirigente socialista Maria Giudice, finita agli arresti. La censura statale non consentiva peraltro di pubblicare alcun riferimento all’insurrezione. Gramsci colse invece l’occasione per fare un breve cenno a Lenin: «forse Kerenski rappresenta la fatalità storica, certo Lenin rappresenta il divenire socialistico; e noi siamo con lui, con tutta l’anima». Il riferimento è alle giornate di luglio in Russia e alla persecuzione dei bolscevichi che ne seguì, costringendo tra l’altro Lenin a rifugiarsi in Finlandia.

La frazione intransigente rivoluzionaria del partito socialista si organizzò per affrontare la nuova situazione che la rivolta di Torino e le vicende russe avevano creato. A novembre, i dirigenti di questo raggruppamento convocarono un incontro segreto a Firenze per discutere «il futuro orientamento del nostro partito». Gramsci, che aveva iniziato ad assumere un ruolo importante nella sezione socialista torinese, partecipò alla riunione. In quell’incontro si allineò a chi, come Amadeo Bordiga, riteneva necessaria l’azione militante, laddove Serrati e altri si pronunciavano per il mantenimento della vecchia tattica neutralista. La riunione si concluse riaffermando i principi dell’internazionalismo rivoluzionario e dell’opposizione alla guerra, ma senza alcuna indicazione pratica sul da farsi.

Dalla rivolta di Torino e dalla sua successiva analisi posta in relazione con gli avvenimenti rivoluzionari in Russia si può dire che nacque – almeno in embrione – il nucleo dirigente e militante che poi avrebbe dato vita alla frazione comunista in seno al PSI e successivamente al PCd’I: una duplice matrice che poi avrebbe pesato nella storia, quella del “fare come in Russia” e quella dell’analisi della situazione italiana in relazione alle condizioni del proletariato.

L’esempio del sacrificio delle proletarie (in primissima fila le donne) e dei proletari torinesi fu quindi alla base dell’avvio di quel decisivo processo politico, inteso quale espressione non astratta di organizzazione della volontà popolare di battersi contro la guerra e le miserevoli condizioni di vita.

Un dato, questo, da sottolineare ancor oggi per la sua importanza.

La situazione italiana stava così scivolando verso Caporetto.

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20/03/2017

1917, l’anno della Rivoluzione. Di Angelo D’Orsi

La storia del 1917, l’anno della Rivoluzione, raccontata da Angelo d’Orsi. La storia. Ho appena terminato di leggere la storia del 1917, l’anno della Rivoluzione, un secolo fa. Angelo d’Orsi, l’autore dell’opera, mi ha portato per mano attraverso quell’anno: per una settimana, non ho letto altro.

Che storia. La storia – per lo scrivente, che insegna Storia dell’energia agli studenti del Politecnico – è una scienza. È fatta di fatti, dati, verità, al di là del modo con il quale la si racconta.

Ma questa è solo una verità parziale: la storia è certamente una scienza umana, e per scriverne è bene essere uno storico. Angelo d’Orsi è uno storico. Probabilmente, nelle sue discipline, la storia moderna e contemporanea, è il meglio che abbiamo sottomano. Conosce i fatti, e non li adatta alle sue opinioni: fornisce la sua lettura, che è frutto di decenni di studi e di scholarship rigorosa.

Ma la storia occorre anche saperla raccontare. Non tutti i grandi storici sono anche dei grandi scrittori: molte volte, purtroppo, scrivono opere ineccepibili dal punto di vista del mestiere di storico, ossia dal punto di vista tecnico, diciamo. Ma illeggibili se non da un ristretto gruppo di chierici, di colleghi, di iniziati. Certo, non bisogna esagerare nell’altro senso: Indro Montanelli – per citare uno bravo – era un grande giornalista, un ottimo scrittore, ma non era uno storico.

Angelo d’Orsi è anche uno storico che scrive in maniera chiara e comprensibile, ed il suo ultimo libro – 1917 L'anno della rivoluzione – si legge facilmente. Questo, a volte, non è un buon giudizio da dare, se non si aggiunge: è un libro ben scritto, che si legge come un romanzo, ma non è romanzato. È tecnicamente ineccepibile. È il racconto di un anno che ha cambiato la storia: ed ogni mese, in quel 1917, deve essere sembrato lungo un anno.

Ci sono anni, nella storia, che valgono come decenni: il 1943, il 1848. Per noi storici dell’energia, il 1934, il 1945. Nel 1917 avvennero Fatima e Caporetto, il Palazzo d’Inverno e la Casa Bianca, Lenin e Mata Hari. Nel marzo, una rivoluzione ‘democratica’ costringe lo zar Nicola II ad abdicare. In aprile gli Usa fanno il loro ingresso nel conflitto mondiale, a luglio il capitano inglese Lawrence (detto poi d’Arabia) strappa Aqaba ai turchi e ad agosto Benedetto XV pronuncia le sue parole contro ‘l’inutile strage’, la “Grande Guerra”, che poi chiameremo Prima Guerra Mondiale, dopo aver visto la Seconda.

Nel settembre 1917 si moltiplicano gli ammutinamenti nei vari fronti di guerra, e i tumulti nelle città: contro la guerra, perché l’intera Europa ne è esausta, dopo milioni di morti, per nulla. Ad ottobre a Parigi viene fucilata Mata Hari, e contemporaneamente le truppe italiane vengono travolte a Caporetto. A novembre, mentre i bolscevichi conquistano il Palazzo d’Inverno, la Dichiarazione Balfour apre la strada alla creazione dello Stato di Israele e a una nuova organizzazione del Medio Oriente. A dicembre in Italia il presidente del Consiglio Orlando esorta il paese a «resistere! resistere! resistere!»: il Piave mormorò non passa lo straniero.

Sono stati, un secolo fa, 12 mesi da raccontare. Fra i fatti e le ideologie, il 1917 è l’anno in cui tutto è cambiato, in cui il Novecento si è fatto secolo, in cui sono stati stretti nodi che ancora ci imprigionano. Questo libro è un racconto mosso e dai colori forti e appassionati.

Dodici capitoli – uno per ogni mese, grande idea che lo rende leggibilissimo, il racconto – attraverso i quali l’autore suggerisce accostamenti inediti e riferimenti al presente, che per tanti versi ne ha raccolto l’eredità. Io l’ho letto, e finalmente conosco un po’ meglio questo annus mirabilis et horribilis.

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10/03/2017

Cosa celebreremo nel 2017?


Sono trascorsi dieci anni da quando fui invitato a tenere una lezione pubblica per la celebrazione del novantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Mi chiesero in quel contesto di attualizzare la riflessione, di ragionare sul senso contemporaneo della rivoluzione come risposta politica e sociale alle criticità del nostro tempo. In fondo, occorre dirlo, il significato delle ricorrenze è questo. Inutile la mera ricostruzione. Necessaria l’occasione per ragionare collettivamente sulla contemporaneità del passato.

Quest’anno le celebrazioni a cifre tonde sono due, e sono entrambe importanti. Fioriranno le occasioni di incontro per il centenario dell’epopea bolscevica, ma nello stesso periodo dovremo pur ragionare sui cinquecento anni trascorsi dall’affissione sulla porta della Chiesa di Wittemberg delle 95 tesi di Lutero, che accelerarono la crisi della Chiesa occidentale, e segnarono la nascita della cultura protestante.

Onestamente, entrambi gli avvenimenti si allontanano dalla mia attenzione, e il numero 17, invece, mi trascina per un’attrazione incontrollata, verso gli altri fronti della Grande Guerra, quello occidentale e quello italo-austriaco.

Il 1917, si legge nei manuali di storia, fu l’anno della svolta, quando gli equilibri del conflitto mondiale si invertirono, quando i Russi si sfilarono dall’atroce carneficina, e gli Stati Uniti vi entrarono per raccoglierne una facile vittoria. Ma quell’anno, forse più dei precedenti, condusse ad esasperazione il dolore umano derivato da una nuova forma di violenza; fu l’anno dell’esaurimento nervoso per i vivi, circondati da migliaia di morti.

La guerra è sempre stata spietata, sanguinosa e crudele, inutile nasconderlo. Il valore dei soldati si è affermato per millenni nell’attraversare a lame sguainate i corpi, le gole, le budella dei nemici. Mai è esistita o esisterà una guerra gentile. Ma ciò che vissero i militari, e i civili lestamente vestiti da gente marziale, gettati a manciate sotto le raffiche della mitraglia nel primo conflitto mondiale, o lasciati a marcire per mesi nella trincea, non aveva nulla a che fare con quel che fino poco prima, in ambito bellico, era stato conosciuto.

In un libro che in molti hanno letto, e che tutti dovrebbero leggere, Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Erich Maria Remarque, si rende immediatamente comprensibile – senza mai spiegarlo in modo esplicito – l’inscindibile nesso tra la natura della prima guerra mondiale, e la necessità del pacifismo come categoria politica contemporanea. La storia di un manipolo di ragazzi, esposti al fuoco nemico in ogni singolo istante, paralizzati dal terrore, oltre che dal fuoco nemico, indotti a procurarsi delle lesioni irreversibili agli arti, pur di divenire inabili al conflitto, racconta il volto inedito della guerra.

Se nei decenni precedenti la gioventù fremeva per la morte onorevole, la punta al cuore, il quadro – qui – cambia repentinamente. L’autore racconta come in un drammatico romanzo di formazione, quel che si apprende nel giungere per la prima volta in trincea, se e quando si sopravvive. E sono in pochi a sopravvivere. Sono in tanti i ragazzini lanciati a morte: “Questi giovinetti non sanno quasi nulla di tutto ciò, e vengono falciati... è un’angoscia che prende alla gola, vederli balzar fuori e correre e cadere. Si vorrebbe picchiarli, tanto sono stupidi, e insieme prenderli in braccio e portarli via di qua... Un attacco improvviso, col gas, ne falciò parecchi. Non riuscivano a comprendere ciò che li aspettasse; ma abbiamo trovato un ridottino pieno di morti con la faccia azzurrastra e le labbra nere. In una buca si sono tolte le maschere troppo presto, ignorando che a fior di terra il gas si mantiene più a lungo. Quando hanno visto gli altri, sopra, togliersi le maschere, se la sono strappata anche loro, e hanno ingoiato ancora abbastanza gas per bruciarsi i polmoni”.

La percezione intensa della completa insensatezza di ciò che stavano vivendo esasperava i protagonisti dei combattimenti. L’insensatezza della guerra imperialista ha il volto del riconoscimento del nemico come eguale, simmetrico disperato strumento della volontà altrui: “Fa un effetto strano vedere così da vicino questi nostri nemici. Hanno facce che fanno pensare, buone facce di contadini; larghe fronti, nasi schiacciati, grosse labbra, grosse mani, capelli lanosi. Si dovrebbe utilizzarli per l’aratura e la mietitura e la raccolta delle mele. Hanno l’aspetto anche più mite e buono dei nostri contadini frisoni. Vederli muoversi, mendicare un po’ di cibo è cosa triste”.

Indimenticabile, in tal senso, anche il tenente colonnello italiano di cui raccontava Emilio Lussu nel suo Un anno sull’altipiano, e dell’indispensabile relazione tra liquori e guerra. Nulla da fare: in una guerra insensata pullulano le strategie illogiche e le decisioni irrazionali, utili solo a moltiplicare le vittime. Ed ecco che l’intelligente tenente colonnello, vocato alla carriera letteraria ma costretto dal padre a quella militare, si difende bevendo: “Contro le scelleratezze del mondo, un uomo onesto si difende bevendo. È da oltre un anno che io faccio la guerra, un po’ su tutti i fronti, e finora non ho visto in faccia un solo austriaco. Eppure ci uccidiamo a vicenda, tutti i giorni. Uccidersi senza conoscersi, senza neppure vedersi! È orribile! È per questo che ci ubriachiamo tutti, da una parte e dall’altra. Se tutti, di comune accordo, lealmente, cessassimo di bere, forse la guerra finirebbe”.

Inutile commentare la profonda attualità di questi stralci di memorie. Tuttavia, forse riconquistando il senso del pacifismo implicito dei fronti critici della prima guerra mondiale, saremmo in grado di capire fino in fondo anche la Rivoluzione d’ Ottobre, che fu possibile in prima istanza in virtù della necessità di interrompere la guerra. Non certo per la coscienza marxista tra le genti russe.

Prima la pace, e poi tutto il resto.

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