Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/10/2024

Fotogrammi di guerra

di Roberta Cospito

Vermiglio è il film presentato all’ultimo festival di Venezia da Maura Delpero, regista non ancora cinquantenne. Durante l’ultimo anno della Seconda guerra mondiale, un disertore – un soldato siciliano – trova rifugio in Trentino, a Vermiglio, un paese montano a pochi chilometri dal confine austriaco, riportando in salvo, a casa, un commilitone ferito, caricandoselo sulle spalle per chilometri.

Mentre sul grande schermo, nel buio della sala del cinema – perché è così che si dovrebbero guardare i film – scorrevano le immagini di una natura innevata, ogni volta che la telecamera si posava su un albero carico di neve o sul vorticare di fiocchi, mi tornavano alla mente altre immagini di una natura invernale, quelle viste nel film di Roberto Minervini, I dannati.

Anche questo è un film recente dall’esile trama, in cui seguiamo le gesta di un manipolo di soldati volontari dell’esercito nordista che, durante la Guerra di secessione americana, nell’inverno del 1862, vaga perlustrando e presidiando le terre di confine non mappate dell’Ovest.

Mi sembrava debole come legame il susseguirsi di scene invernali, ma poi ho capito perché i due film si richiamavano: se Vermiglio è un racconto di guerra dove la guerra, però, non si vede mai, nonostante se ne percepiscano gli effetti – povertà, lontananza da casa, morte, paura e il cambiamento in chi è tornato dal fronte – nel film di Minervini, invece, è il nemico a cui sparano i soldati a esistere senza venir mai mostrato. Anche in questo caso, però, se ne capisce la presenza dagli echi di spari, dai bagliori nella fitta vegetazione e per i cadaveri abbandonati al suolo.

Il film di Minervini, coi suoi pochi dialoghi e i tanti silenzi, punta il dito contro la profonda insensatezza di ogni guerra e sull’impossibilità di trovarne una qualsiasi giustificazione se non quella di imporsi su un nemico costruito a tavolino, così come nel film della Delpero mi pare di leggere una critica al bisogno dell’uomo di affermare la propria potenza che trova terreno fertile nelle guerre.

Ma i legami non si fermano qui: ne I dannati c’è un interessante dialogo tra i soldati nordisti sulla religione come appiglio, come richiesta d’aiuto per giustificare la loro presenza in un luogo assurdo e dimenticato da tutti rischiando quotidianamente la vita, così come una delle protagoniste di Vermiglio cerca di placare le sue pulsioni (omo)sessuali dialogando col Dio impostole dalla società, cercando conforto in questo.

A proposito di guerra e religione, mi vengono in mente due passaggi di Tempo di vivere, tempo di morire di Erich Maria Remarque: “Il culto dei dittatori diventa facilmente religione” e “la Chiesa è l’unica dittatura che abbia vinto i secoli”.

Un altro film dove la guerra c’è ma non si vede è Gli spiriti dell’isola del 2022 per la regia di Martin McDonagh.

Questa volta siamo nel 1923, nell’immaginaria isola irlandese di Inisherin dove, mentre sta volgendo al termine la Guerra civile irlandese, la lunga amicizia tra il violinista Colm e l’umile mandriano Pádraic s’interrompe all’improvviso per volontà del primo, senza un motivo apparente. Il regista fa intravedere in lontananza gli echi della guerra come a sottolineare la vocazione distruttiva della natura umana, il facile deteriorarsi dei rapporti e come si sia spesso dominati da un istinto brutale che trova ampia soddisfazione nel campo di battaglia: anche l’amicizia interrotta sfocerà in un violento scontro fra le due parti.

Tra Vermiglio e quest’ultimo film, trovo un’altra particolare affinità: la donna raccontata nel primo film che uccide “per onore” il marito che l’ha tradita è simile a chi, punto nell’orgoglio, si scaglia violentemente contro l’amico che, semplicemente, non ha più voglia di dedicare parte del suo prezioso tempo libero alle sue facezie, ai suoi discorsi vacui.

Certo, film che parlano di guerra e in cui la guerra è evidentemente la protagonista principale ce ne sono.

Non si può prescindere da un cult come Apocalypse Now di Francis Ford Coppola che ci racconta del Vietnam. Il capitano Willard delle forze speciali, esperto in missioni segrete, viene incaricato di risalire il fiume fino all’interno della Cambogia per trovare il colonello Kurtz, berretto verde, impazzito e impegnato in una guerra personale contro i vietcong senza più controllo; il compito del capitano è eliminarlo in qualsiasi modo, ma questa sua ultima missione lo cambierà per sempre. Il colonnello Kurtz ha combattuto e ucciso centinaia di persone, ma gli stessi capi che prima gli hanno ordinato di uccidere, ora lo condannano per aver dato la morte, senza la loro autorizzazione, a dei singoli individui applicando una diversa moralità per cui un individuo per ragion di stato deve e può eseguire assassinii di massa, però viene condannato se inizia ad attuare assassini singoli – tre uomini e una donna dell’esercito sudvietnamita – senza l’avvallo statale: “Dal mio punto di vista, uccidere in guerra non è affatto meglio che commettere un banale assassinio” – Pensieri di un uomo curioso di Albert Einstein.

Il pregio di Apocalypse Now è che con questo film termina l’era dei war-film che narrano le imprese degli eroi e comincia un’analisi critica della guerra e delle sue conseguenze: la guerra non porta ordine, ma solo caos e genera azioni che si autoalimentano in una spirale inarrestabile di violenza. Scriveva Erich Maria Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale: “Sotto le armi vi è molta impostura, molta ingiustizia, molta cattiveria”.

Mi piace ricordare un film più recente, 1917 di Sam Mendes. La storia, come si evince dal titolo, si svolge durante il primo conflitto mondiale: due soldati inglesi, stanziati nel nord della Francia, devono consegnare a costo della vita un dispaccio che avvisa di ritirarsi prima dell’attacco tedesco e, per salvare più di mille commilitoni, si getteranno tra le fila del nemico.

Anche in questa storia, pur venendo calati direttamente nelle trincee inglesi, assistendo ai roghi dei palazzi, messi di fronte a cadaveri calpestati da soldati in fuga, a ordigni che esplodono, macerie fumanti, non vediamo nessuna rappresentazione di eroi, ma solo un’umanità disperata.

In caso i precedenti film non abbiano illustrato a sufficienza quale orrore sia ogni conflitto scoppiato e che, purtroppo, sicuramente ancora scoppierà, gli sguardi smarriti dei giovani soldati in trincea ritratti in 1917, dovrebbero essere un monito per tutti.

Fonte

22/01/2012

Into the Concept: Sodom - "M-16"

Premessa
Penso che concorderete con me che “guerra” ed “heavy metal” sono spesso andati a braccetto fin da quando il nostro genere preferito non era ancora pienamente identificato come tale.
Senza addentrarci in complicati discorsi sociologici/musicali (che lascio volentieri a chi esercita questo mestiere di professione), valga per tutti il calzante paragone fra la potenza sprigionata da una band hard rock o heavy metal a tutto volume con il clangore delle armi in un corpo a corpo o il martellamento del fuoco di sbarramento degli obici.
Ovviamente senza dimenticare i numerosi spunti che la guerra ha fornito, sia nella sua accezione più epica (valga come esempio la suite di “Achilles agony and ecstasy” dei Manowar), sia nel suo completo rifiuto (es.: “War pigs” dei Black Sabbath) alle liriche di innumerevoli gruppi il cui elenco occuperebbe lo spazio di una guida telefonica.
Nelle intenzioni del sottoscritto questo dovrebbe essere il primo articolo di una breve serie in cui verranno trattati quegli album della storia recente del metal estremo che hanno trovato ispirazione dai libri di storia piuttosto che dagli eventi quotidiani o dai fatti di vita vissuta.
Sperando di farvi cosa gradita…buona lettura.

“Mi piace l’odore del napalm al mattino”
Nel 2001 i tedeschi Sodom danno alle stampe il loro nono full-lenght “M-16”, un concept album di quasi cinquanta minuti ispirato dalle vicende avvenute durante la Guerra del Vietnam (1960-1975), conflitto bellico che ha diviso l’opinione pubblica americana a cavallo fra gli anni 60 e gli anni 70 come mai era successo negli interventi militari precedenti. Letteratura e cinema hanno trattato l’argomento molto meglio di quanto possa fare io in poche righe, ed è a loro che vi rimando per gli approfondimenti necessari per sapere di più su un pezzo della storia contemporanea spesso frettolosamente trattato sui libri di testo presenti nella scuola italiana.

“M-16” inizia in maniera dirompente come è lecito aspettarsi dai thrasher tedeschi, a quali si potrà forse rimproverare una certa ripetitività ma sulla cui attitudine si può sempre contare quando si vuole mettere musica veloce e pesante.
“Among the weridcong” ci parla della paura dei soldati americani di trovarsi nel mezzo delle imboscate nemiche, che“come morti che escono dalla loro tombe” seminano il terrore fra le truppe statunitensi, e che l’unico modo per eliminarli è fare affidamento sulla potenza delle mitragliatrici così da “ucciderli metodicamente, sparpagliandone le cervella”.
Si continua con la furiosa “I am the war”, in cui il buon Tom Angelripper ci racconta di come lo stress dei continui conflitti a fuoco possa portare all’alienazione dei militi. “Io sono la guerra/mai disarmato/io sono la guerra dentro al mio cuore” dice il soldato americano della canzone, il quale poi continua esprimendo odio e disprezzo per il nemico. Parole forti che dicono “Sento l’odore della falsità/napalm per la tua nudità/pratico gli insegnamenti del mio dio/la deidratazione del tuo sangue” e che ci insegnano che la pietà è un sentimento che in guerra non può esistere.
La voce di Marlon Brando in Apocalypse Now ci accompagna alla terza traccia del cd.
“Napalm in the morning” è forse la citazione più celebre del film di Coppola e non poteva mancare in un album dedicato alla Guerra del Vietnam.
Brano cadenzato che ci racconta di come “il fuoco come pioggia cade dal cielo infinito/puoi sentire il ruggito del tuono definitivo/napalm al mattino”.
Gli effetti delle bombe incendiarie si fanno sentire: “il fisico stravolto dall’odore della benzina/vedi i volti vuoti che bruciano” e fanno sentire gli americani come dèi purificatori “schiacciali a terra senza pietà/l’inferno è arrivato per voi”.
La quarta canzone del cd è decisamente un up-tempo veloce, “Minejumper” ci racconta del pericolo, ancora oggi presente, delle mine nascoste nella vegetazione tropicale del Vietnam: “non posso trovare rifugio/il tuo regno può ora iniziare/ignorando il tuo trionfo/evoca i morti/il tormento degli incubi/rivela la mia paura più buia”.
Tutto finito? Assolutamente no. Il titolo di “Genocide” ci dice esplicitamente quello che avviene durante gli anni di guerra”questa è la parte oscura dell’umanità che libera la follia traditrice/non puoi ignorare la verità nascosta/che ci seguirà fino alla fine dei tempi”. Toni apocalittici che terminano con un “non esiste Dio” che ben fotografa la macelleria che è il campo di battaglia.
La sesta canzone parla invece di come la guerra può cambiare la personalità di chi vi partecipa. “Little boy” ci racconta di come un “piccolo di mamma lentigginoso/l’orgoglio di papà/coccolato e amato/raggio di sole delle loro vite” subisca l’impatto con gli orrori della guerra. Il “little boy” vedrà scorrere via la vita e che “morto significa quando tocchi il terreno” e che “nessun dio pregherà per il mondo che lasci” e che a nessuno importa “dell’innocenza che perderai”.
La titletrack “M-16” (il modello di fucile mitragliatore in uso all’epoca del conflitto) ci narra del rapporto di amore fra il soldato e la sua arma. “Li abbattiamo/liberiamo la zona con l’M-16/la vendetta ci brucia dentro/spazziamo via le loro vite/la pietà portata al punto più freddo” dice il soldato dipinto dalla canzone. Un tono quasi “gioioso” di chi veste i panni dell’angelo della morte impugnando un fucile al posto della falce.
La parte finale del concept prosegue con “Lead injection”, ed anche qui si può affermare che il titolo ci dice tutto. L’iniezione di piombo è quella che i soldati, sempre più alienati dal conflitto, eseguono sui civili e vietcong durante i tristemente famosi raid nei villaggi vietnamiti, in cui non si faceva distinzione fra uomini, donne e bambini. “Perché piangi mentre ti contorci e strisci?/preghiere patetiche da parte tua/poste sotto la mia voglia di sangue/iniezione di piombo”.
Parole forti quelle usate dal gruppo tedesco, ma che rendono bene i massacri perpetrati dai soldati statunitensi sul suolo vietnamita.
L’ottava traccia è “Cannon fodder”, ovvero la carne di cannone come in gergo militare viene chiamata la fanteria “sacrificabile” per il raggiungimento degli obiettivi strategici: se avete avuto l’occasione di vedere “Hamburger Hill” – giusto per rimanere in tema Vietnam - capirete alla perfezione cosa intendo.
“Tutti i miei eroi/legioni di combattenti/crocefissi in fiamme/carne da cannone/fiumi rossi/roulette russa/il gioco d’azzardo degli ipocriti/carne da cannone”.
L’ultima traccia è dedicata al corpo dei “Marines”, i quali usano “l’odio come strumento per controllare gli aggressori/nel profondo della giungla/nelle tempeste del deserto/presi fra le legioni dell’odio/sotto lo sguardo di un occhio malefico”
Non manca pure il classico punto di vista americano sull’argomento quando i Sodom affermano che “siete i prescelti per garantire la sicurezza del mondo/soldati universali fino all’osso/e per i miei fratelli meriterai/di essere abbattuto sulla sanguinosa strada della guerra”.
Perché i “marines stanno combattendo per te/i marines stanno morendo per te”.

“M-16” termina con una gustosa bonus track, la cover di “Surfin’ bird” dei The Trashmen che i più forse conoscono per la versione eseguita dai Ramones.
Pezzo furioso e pazzo che ricollega idealmente “M-16” al conflitto di quegli anni e che chiude in maniera splendida un album fresco e possente anche dieci anni dopo la sua pubblicazione.

Alla prossima!

Fonte.

Questa è un'iniziativa editoriale che mi garba!
Peccato per la poderosa svista circa l'intro di Napalm in the morning che è confezionata da Robert Duvall e non da Marlon Brando (in uno dei momenti più alti raggiunti dal cinema americano - che ahimè nessuno ha capito, almeno stando ai commenti che sì leggono su YouTube -) e per non aver supposto che forse, la cover di Surfin' bird può essere interpretata come un'altra citazione cinematografica di classe da parte dei Sodom (altro che le cazzate epiche dei Manowar...).