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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/08/2026

Staycation, ovvero: l'estetizzazione della povertà

Staycation. È questo il nome che hanno dato al fatto di restare a casa per le vacanze, cosa che accadrà a 1 italiano su 2, prevalentemente per ragioni economiche. L’espressione in inglese serve a produrre una distanza semantica e a trasformare la rinuncia in una tendenza. Se ci pensate, non è la prima volta: spesso lo si fa con lavori particolarmente pesanti (rider, ad esempio, suona più contemporaneo di fattorino) oppure – ne abbiamo parlato tante volte – con la dimensione abitativa; abitare in pochi metri quadri è “micro-living”, e l’inglese viene utilizzato come vernice narrativa per rendere immediatamente più moderne o desiderabili condizioni che in italiano apparirebbero più dure. Questa volta tocca alle vacanze.

Pensate che questa espressione, Staycation, risale alla Seconda Guerra Mondiale: negli Stati Uniti, benzina e pneumatici venivano razionati e gli spostamenti non necessari erano fortemente limitati; la Gran Bretagna, invece, invitò la popolazione a trascorrere le ferie vicino casa per non gravare sui trasporti, necessari allo sforzo bellico. Parliamo in ogni caso di contesti anglofoni, in cui il neologismo era semplicemente una crasi (in italiano potrebbe essere vacasa) e non rispondeva al bisogno di mistificare o glamourizzare una condizione dichiarata ed emergenziale di scarsità.

Oggi quella scarsità non solo non è più emergenziale, ma è così strutturale che sentiamo il bisogno di trasformarla in scelta, tendenza, lifestyle. Non potendo intervenire materialmente sulla scarsità, decidiamo di agire sulla narrazione che ne facciamo. Così, trovare il lato positivo suona come una totale depoliticizzazione della faccenda, che spazza via qualsiasi domanda o rivendicazione sulla povertà e neutralizza il conflitto. Il problema sociale viene trasformato in capacità individuale di adattamento e raccontato come una scelta, per di più virtuosa.

Tanti sono gli articoli, più o meno critici, che sono stati scritti a partire dall’agenzia ANSA che diffondeva i dati della ricerca (realizzata da Tecnè per Federalberghi) sugli italiani che non possono permettersi di partire. Nessuno questionava la parola scelta come snervante tentativo di romanticizzazione. Ma quello scritto da Vogue Italia sembra accogliere con favore ed entusiasmo questa voglia di estetizzare la povertà. Perché non si limita a descrivere il fenomeno ma inserisce nel titolo “che fa bene alla salute mentale” e si spinge a trovare 5 benefici del restare a casa per le vacanze. Con un risultato tragicomico e grottesco.

1. “è una vacanza economica”. E tanto per cominciare, inverte il nesso causa effetto. Il fatto di non partire (conseguenza) perché non si hanno i soldi (causa) diventa: grazie al fatto che non parto (causa) non spendo soldi (conseguenza) che – spoiler – non ho. Quindi non sto risparmiando perché scelgo di farlo, ma semplicemente non ho i soldi che occorrono ad allontanarmi da casa per le ferie.

È snervante ma provoca un riso amaro perché sembra assecondare il tono di voce di chi, in un mondo classista, cerca di raccontare a se stesso e agli altri le cose che non può permettersi come una scelta libera: sarebbe da sfigati dire “non posso”, in un mondo in cui sembra che tutti possano. Abbiamo assorbito la iper-responsabilizzazione individuale circa le nostre condizioni: non è colpa dell’inflazione, dei salari fermi a trent’anni fa, o dei lavori sottopagati. Questa scelta narrativa produce competizione e frammentazione: anziché parlarci con franchezza delle nostre condizioni materiali, e trasformare così quella condizione individuale in una rivendicazione collettiva, siamo portati a mistificare la realtà pur di non percepirci/essere percepiti come poveri. La reinterpretazione della scelta obbligata come scelta libera agisce sul racconto senza mettere in discussione la materialità

2. “È una scelta sostenibile”. Ci dicono che non partire è una scelta eco-friendly perché, con qualsiasi mezzo viaggiamo, comunque produciamo emissioni. E non per benaltrismo, ma francamente puntare sul senso di colpa per le emissioni che anche un viaggio in treno produce (“meno emissioni di carbonio: macchina, treni o aerei poco importa”) significa chiedere un sacrificio alle persone sbagliate. Un weekend in treno (500 km all’andata + 500 al ritorno) produce circa 23 kg di CO₂ per passeggero; un’ora di volo su un jet privato, invece, può produrre circa 2.000 kg di CO₂.

Oggi Vogue Italia ci fa la morale anche sui piccoli spostamenti in treno (poco importa!) ma nel 2020 era tipo “Vacanze in jet privato: 3 destinazioni per l’estate” o, più di recente, a maggio 2026, ci raccontava le vacanze di Bella Hadid a Saint-Tropez “a bordo di uno yacht di lusso”. Senza minimamente problematizzare l’impatto ambientale. Lo scorso 23 giugno ci proponeva “Ville da sogno da affittare in Italia”, con charter in elicottero... e potremmo continuare in eterno, mostrando come proprio dal mondo della moda sia a lungo stato costruito un immaginario inarrivabile fatto di lusso e celebrazione acritica del privilegio. E in questo punto ci mettono anche un po’ di “sano patriottismo”: se resti vicino casa puoi acquistare un souvernir da un artigiano della zona, supportare l’economia locale e mantenere intatte le magiche tradizioni local. Non solo ci chiedono di fare i turisti a casa nostra, ma addirittura ci invitano ad acquistare un souvenir. Siamo alla frutta. Ma il punto numero 3 è più esilarante...

3. “Non richiede organizzazione”. E certo che non richiede organizzazione, se non parti. Ma che vantaggio è? Arriveremo a dire che se non mangi non devi fare la spesa o lavare i piatti? Magari saremo chiamati a compiacerci di quanto sia eco-friendly questa scelta della fame, nella misura in cui non accendi i fornelli e non sprechi acqua? La domanda non sembra essere se ci arriveremo, ma quando. Secondo me manca poco.

E continua: niente ansia da prenotazione e, soprattutto, tante volte le foto dei posti che prenoti per il pernottamento si rivelano ingannevoli. Quindi, sai che c’è? Niente vacanza, niente fregatura. Non fa una piega.

4. “è una vacanza no stress”. Cioè, nel pezzo di cui sopra “Vacanze in jet privato: 3 destinazioni per l’estate” ci dicevano che viaggiare ed esplorare un nuovo posto – rigorosamente in jet privato – ‘può fare miracoli per la salute mentale ed emotiva: è un ottimo antistress, ci aiuta ad aumentare la nostra creatività e resilienza e ci dà una bella spinta per tornare carichi al lavoro.’ Adesso improvvisamente non fare un viaggio è la vacanza ideale perché riduce lo stress da viaggio.

Last but not least

5. “è educativa”. “La vacanza vicino casa riaccende la curiosità rispetto alla nostra identità, bene sempre più prezioso in un mondo sempre più omologato da luoghi senza personalità”. Mi avete convinto. Potrei fare un safari in Africa, visitare le capitale europee, andare a vedere l’aurora boreale, la fioritura dei ciliegi in Giappone, esplorare la Cina imperiale o recarmi in India. E invece, sapete che c’è? Rimango nella mia città: la visito con occhi diversi, cerco di dissociarmi e vestire i panni del turista, così da assaporare appieno il gusto della povertà. E della frustrazione di non potersi allontanare neppure per sbaglio, ostaggio del posto in cui “vivo” e lavoro.

Insomma, va bene trovare il lato positivo. Ma articoli come questo sono davvero un insulto alla nostra intelligenza. E sembrano prendersi gioco della condizione materiale (oltre che psicologica) di chi legge.

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