Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/03/2023

Alle radici di un nuovo immaginario

di Paolo Lago e Gioacchino Toni

[In occasione dell’uscita del volume di Paolo Lago e Gioacchino Toni, Alle radici di un nuovo immaginario. Alien, Blade Runner, La Cosa, Videodrome. Prefazione di Sandro Moiso (Rogas 2023), si riporta un breve stralcio dell’Introduzione ringraziando l’editore per la gentile concessione]

Consapevoli che lo sguardo sull’alterità è inevitabilmente anche uno sguardo su sé stessi, sulla propria identità, alcune opere cinematografiche uscite a ridosso dei primi anni Ottanta del Novecento – Alien (1979) e Blade Runner (1982), entrambe di Ridley Scott, La Cosa (The Thing, 1982) di John Carpenter e Videodrome (1983) di David Cronenberg – hanno affrontato in maniera del tutto nuova le montanti paure identitarie del periodo costringendole al confronto con alterità sempre più spaventose. […]

Nelle opere qui selezionate come apertura degli anni Ottanta il futuro si mostra tutt’altro che rassicurante; la tecnologia si svela ben poco affascinante e desiderabile e le corporation che governano i diversi contesti si rivelano interessate esclusivamente al profitto, tanto da mettere in gioco senza alcuna remora il futuro stesso dell’umanità o quel che ne resta.

Ad essere ricorrente in queste opere cinematografiche è anche il timore della perdita del controllo sulle tecnologie; si tratta di una paura ricorrente nel mondo tecnologico e più quest’ultimo è complesso, dunque meno di esso è dato di comprendere, maggiormente si risvegliano inquietudini profonde.

I film presi in esame prospettano una visione distopica del futuro, lontanissima da quei radiosi scenari futuristici che facevano da sfondo anche alle avventure più spaventose messe in scena dalla cinematografia precedente: l’astronave di Alien o la metropoli di Blade Runner si mostrano spazi pericolosi che si reggono su un equilibrio precario che potrebbe implodere da un momento all’altro, la distesa di neve in cui è ambientata La Cosa non esercita alcun fascino e la tele-visione che plasma la mente e il corpo degli individui in Videodrome si prospetta come anticipazione di uno spazio disumanizzato ove l’individuo, sedotto e abbandonato dalle immagini, è condannato a vivere da sfruttato in uno stato di perenne allucinazione a cui paradossalmente fornisce volontariamente il suo contributo1.

Spetta a film come questi disturbare il mito del successo individuale, con la sua pretesa di fare a meno di ogni residuo di socialità, che inizia a diffondersi, come un virus, sin dai primi anni Ottanta. […]

Gianni Canova ricorda come negli anni Cinquanta, nell’indagare la figura dell’alieno nella fantascienza, già Roland Barthes2 avesse sottolineato la sostanziale incapacità nella cultura occidentale di immaginare l’Altro, tanto da risolvere il “controllo sociale dell’alterità” «attraverso un atto di appropriazione e di ridefinizione morfologica che lo rendeva in tutto e per tutto omologo all’Identico»3. Ebbene, già sul finire degli anni Settanta, con il graduale eclissarsi della figura del “nemico esterno”, l’immaginario occidentale si è trovato a fare i conti con “il ritorno del rimosso” e, non avendo più a disposizione un oggetto esterno su cui addossare le proprie paure, ha finito per proiettarle su di un «mostruoso “fantasma circolante, senza forma o confini”, a cui dà tout court il nome archetipo di Alien»4.

Dalle pellicole qui prese in esame sembrano insomma emergere quelle inquietudini identitarie che attraversano gli Stati Uniti a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta destinate a proiettarsi, ben oltre i confini americani, fino ai nostri giorni. L’incontro con l’alterità diviene pertanto l’occasione per fare i conti con sé stessi alle prese con un inquietante mutamento identitario in atto. […]

Alien, Blade Runner, La Cosa e Videodrome si prestano anche ad essere analizzati dal punto di vista dello spazio. In essi, infatti, si alternano diverse tipologie di spazi che possono essere affrontate per mezzo degli strumenti critici offerti da studiosi come Gilles Deleuze, Félix Guattari e Michel Foucault. Ai primi si devono i concetti di “spazio liscio” e “spazio striato”, esposti in Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia, uno studio uscito proprio agli inizi degli anni Ottanta, come i film presi in esame. Lo “spazio liscio” è quello del deserto, legato alla “macchina da guerra nomade”, lo “spazio striato”, invece, è proprio dell’organizzazione del potere della città e dell’apparato di Stato5. Michel Foucault, invece, in una conferenza tenuta nel 1967 e pubblicata postuma nel 1984 col titolo Des espaces autres, a fianco di “utopia” introduce il termine di “eterotopia”6. Quest’ultima, nell’ottica dello studioso, si configura come un luogo separato dal normale contesto quotidiano, “una specie di contestazione al contempo mitica e reale dello spazio in cui viviamo”7. […]

[In] tutti e quattro i film la minaccia proviene sempre da una spazialità “liscia”: in Alien e Blade Runner la creatura aliena ed i replicanti giungono dallo spazio, in La Cosa il mostro mutante giunge anch’esso dallo spazio galattico ma anche dal deserto di ghiaccio dell’Antartide, dove viene rinvenuto. In Videodrome, infine, la minaccia proviene dallo schermo e dall’etere delle stazioni televisive, da luoghi inconsistenti e spettrali, onnipervasivi quasi quanto la rete Internet di oggi.

In ognuno di questi film occorrerà prestare anche una particolare attenzione allo spazio come ambiente, come sfondo dell’azione scenica perché i personaggi interagiscono sempre con un ambiente. Quest’ultimo può assumere diverse sembianze e valenze, può essere esterno o interno e, alcune volte, può assumere le caratteristiche delle eterotopie foucaultiane, di spazi cioè completamente “altri”, separati da tutti i normali ambienti della quotidianità.

[Le] pellicole qua affrontate si mostrano del tutto prive di intenzioni rassicuranti; si tratta di opere nate sulle inquietudini per dispensare dubbi. Nel bene e nel male, i primi anni Ottanta del secolo scorso hanno davvero rappresentato un importante spartiacque politico, culturale ed estetico e i film di Ridley Scott, John Carpenter e David Cronenberg hanno sapientemente dato immagine a un nascente nuovo immaginario che, a ben guardare, si è riverberato fino ai nostri giorni. […]

A ridosso dei primi anni Ottanta, Alien, Blade Runner, La Cosa e Videodrome forniscono le prime avvisaglie di alcune questioni su cui, come ha efficacemente illustrato Gianni Canova,8 insisterà, con maggiore evidenza e consapevolezza, il cinema del decennio successivo:

la crisi dell’egemonia dello sguardo nella società contemporanea, la perdita del legame ontologico fra immagine e realtà, l’avvento di un paradigma tecnologico e culturale in cui l’immagine filmica reagisce alla consapevolezza del proprio definitivo ingresso in un regime di simulazione lasciando emergere la crisi delle sue forme tradizionali e dei suoi più collaudati dispositivi di rappresentazione del visibile9.

La progressiva caduta dei sogni di onnipotenza dello sguardo e della fiducia concessa dal cinema all’illusione riproduttiva/sostitutiva del reale, ha indotto diversi film a prospettare una sorta di rinuncia a vedere. […]

Già i quattro film su cui si concentra la disamina si fanno carico di segnalare come l’atto del vedere non sia più sufficiente per comprendere e capire, palesando così l’entrata in crisi di una convenzione su cui reggevano il cinema e tutto l’immaginario dell’era del visibile. […]

Alien e Blade Runner di Ridley Scott, La Cosa di John Carpenter e Videodrome di David Cronenberg hanno saputo aggiornare lo sguardo, dando immagine a quelle inquietudini identitarie e a quelle mostruosità che hanno fatto capolino insieme al neoliberismo in apertura degli anni Ottanta e che, in fin dei conti, non sono che le premesse alla nostra contemporaneità, le radici di un nuovo immaginario.

Note

  1. Cfr. Gioacchino Toni, Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, Il Galeone, Roma 2022. 

  2. Cfr. Roland Barthes, Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1974. L’edizione originale in lingua francese è del 1957. 

  3. Gianni Canova, L’Alieno e il pipistrello. La crisi della forma nel cinema contemporaneo, Bompiani, Milano 2022, p. 128. La prima edizione del saggio è del 2000; in questo testo viene fatto riferimento all’edizione 2022. 

  4. Ivi, p. 129. 

  5. Cfr. Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi, Roma 2010, pp. 451-458. 

  6. Cfr. Michel Foucault, Spazi altri. I luoghi delle eterotopie, a cura di a cura di Salvo Vaccaro, Mimesis, Milano-Udine 2002, pp. 19-32. 

  7. Ivi, p. 25. 

  8. Cfr. Gianni Canova, L’Alieno e il pipistrello. La crisi della forma nel cinema contemporaneo, op. cit. 

  9. Ivi, p. 12.

Fonte

05/04/2020

Come lacrime nella pioggia...

Vi ricordate Blade Runner, quel bellissimo film di fantascienza del 1982, diretto da Ridley Scott e ambientato nel 2019 a Los Angeles, dove replicanti dalle stesse sembianze dell’uomo vengono fabbricati e utilizzati come forza lavoro nelle colonie extra-terrestri?

Nel film, la tecnologia aveva permesso la creazione di esseri sintetici del tutto simili agli umani, detti “replicanti”, utilizzati come schiavi, dotati di capacità intellettuali e forza fisica estremamente superiori agli uomini, ma con una longevità limitata a 4 anni.

I replicanti che si davano alla fuga o tornavano illegalmente sulla Terra venivano cacciati e “ritirati dal servizio”, cioè eliminati fisicamente, da agenti speciali chiamati “blade runner”.

La trama ruotava attorno a un gruppo di androidi evasi e nascostisi a Los Angeles, e al poliziotto Rick Deckard, ormai fuori servizio, ma che accetta un’ultima missione per dare loro la caccia.

E questo futuro anti-utopico rappresentato nel film, non vi ricorda un po’ il nostro presente, questa nostra Italia del 2020 così “stranamente umana”, dove si stendono indolenti lenzuola arcobaleno ad asciugare al sole, mentre nell’ombra, agenti speciali con mandato dello Stato si muovono a caccia di replicanti da ritirare o rispedire ai bagni penali?

Forse il paragone è un po’ forzato, ma del resto, in questo tempo distopico e dispotico, anche il lavoro in fabbriche per nulla essenziali alla sopravvivenza lo è, e non poco.

È indesiderato e spaventoso, infatti, come dietro una retorica positiva che recita “andrà tutto bene” si stia realizzando progressivamente un’utopia negativa, in cui condizioni opprimenti e pericolose stanno raggiungendo la loro massima espressione nel ricatto sempre più diffuso “o salute o lavoro”.

Chi saranno dunque i prossimi “umani alla pari” da eliminare, o da trattare come macchine a scadenza nelle colonie infra-terrestri del nostro sistema?

E quante cose dovranno vedere questi “replicanti”, prima di andarsene “perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia”?

È questa la normalità che invochiamo, il futuro o il passato verso cui vogliamo andare o tornare?

Una società fittizia nella quale tendenze politiche e sociali già esistenti sono portate a estremi altamente negativi e mortiferi?

“È tempo di morire” – dice alla fine del film Roy Batty, dopo aver salvato la vita a Deckard, rimasto aggrappato a una trave, sospeso nel vuoto. Come dimenticare quella scena...

“Non è tempo di morire” – dobbiamo dirci oggi per reagire al pericolo imminente di una società del tutto disumana, fatta di macchine a scadenza programmata.

Non è tempo di morire ma di perseguire un sogno, quell’utopia realizzabile e positiva che mette la vita davanti al profitto, la salute prima del lavoro.

È tempo di un “ordine nuovo”, del tutto umano, un futuro popolato da persone in carne e ossa da proteggere e tutelare, e non di replicanti da demolire dopo l’uso.

Fonte

21/05/2017

“Pecoroni elettrici”. La visione anticipatrice di Philip K. Dick


A noi sognatori pessimisti la notizia della prossima uscita del sequel di Blade Runner è giunta inaspettata ma gaudiosa. Senza Ridley Scott e 35 anni dopo. Il mondo nel frattempo è cambiato. Il film ce lo godremo di sicuro. Quasi sicuramente più del nuovo film di Veltroni. Il pensiero corre invece ad altro.

Sognando già pecore elettriche non ci rimane che combattere da noi i moderni androidi.

Eh già perché i paramondi distopici immaginati da Dick sembrano nel nostro tempo non solo attuali ma persino migliori.

Oggi la realtà supera spesso, e di gran lunga, ogni negativa costruzione vagheggiata dallo scrittore di Chicago.

Il grigiore avvolgente ed uggioso nel quale si muove Harrison Ford, ricorda le nostre moderne metropoli o la ricaduta delle ceneri di una qualsiasi Eco-X.

Anche la guerra, sempre presente nei suoi onirici ritratti, rimane elemento fondante, ed è sempre la stessa, contro di noi, contro il popolo. Ed è ogni volta e comunque espediente del mantenimento del potere economico e politico. Potere economico e politico che si fonde nell’unica vera fake news, il nuovo, che è ancora ed eternamente il vecchio. E così si apre a nuovi slogan e scenari ripetendosi addirittura in franchising. En marche, in cammino verso lo stesso irragionevole ed immutabile dominio.

Nella “Svastica sul sole” Dick immagina un mondo dove i nazisti hanno vinto la II° guerra mondiale. A distanza di 72 anni dalla fine di quella guerra e di 55 dalla pubblicazione del libro, le ombre deliranti di questo assunto sembrano oggi forti e concrete come mai. Il Mediterraneo prosciugato per creare energia è certamente più che una metafora, così come l’Italia sottomessa per punizione (nel libro per la condotta della guerra, nella realtà, per la più grave ai tempi moderni, condotta economica) alla Germania, oggi anche chiamata Europa.

Il popolo rimane sempre nell’ombra, silente e sottomesso. Sfumato nello smog delle città dormitorio.

In tutti i suoi libri poi la costante dello stato di polizia e di leggi repressive vanno a nozze coi nostri sfortunati anni. L’unico neo è non esser riuscito ad immaginare figure tragi-comiche come i nostri Minniti od Alfano. Personaggi di carattere minore ma necessari alla narrazione distopica.

Ora appare ovvio che in tutti questi anni il buio potere che governa i processi mondiali (politici ed economici) i libri di Dick deve averli letti tutti. E devono anche essere piaciuti molto, come a noi d’altronde. Ma l’attuazione e la realizzazione dell’incubo dickiano piace ovviamente solo a loro. Un oscuro scrutare nel torbido presente della demagogia finanziaria.

Tutto questo potrebbe sembrare un esagerazione ma poi ci si rende conto che si è arrivati a dover scegliere e votare tra un Macron e una Le Pen... Non è questa forse la peggiore delle realtà possibili? E dunque siamo forse noi diventati dei pecoroni elettrici?

Visti dunque gli attuali rapporti di forza non ci rimane che sperare che un giorno risvegliandoci dal torpore di un abuso di qualche droga, per dirla col “mito” (inventato) di Dick, troveremmo che è stato solo un grande brutto incubo.

Nel frattempo, non fidandoci troppo, anzi per niente, continueremo a lottare nel caso fosse reale...

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21/05/2013

Un film "No Tav", per Salvatores e Ridley Scott

La notizia è a dir poco clamorosa e l’annuncio è arrivato come un fulmine a ciel sereno durante il Valsusa Film Festival: il premio Oscar Gabriele Salvatores girerà un film sulla resistenza civile della Valle di Susa contro il progetto della Tav Torino-Lione e lo farà per Life in a day, la piattaforma di social movie coordinata da Ridley Scott, celebre regista de Il Gladiatore, Prometheus e di capolavori unanimemente riconosciuti come I duellanti e Blade Runner.
Scott ha chiesto a Salvatores di “scegliere una situazione in grado di rappresentare l’Italia” di oggi e il regista milanese ha scelto la lotta valligiana di cui i contorni continuano a rimanere sfocati a causa dei forti interessi in gioco. Salvatores non è certo il primo regista a occuparsi della vicenda, numerosi film maker in passato hanno raccontato l’ormai ventennale vicenda della Valle, Indiani di valle, per esempio, di Adonella Marena. Anche il regista torinese Daniele Gaglianone, documentarista eccellente, già David di Donatello per Rata nece biti è in fase di post produzione con un’opera prodotta da Baby Doc che dovrebbe essere presentato fra l’estate e l’autunno, magari già al Festival di Venezia. Anche il regista genovese Carlo Bachschmidt sta lavorando a un documentario sulla Valle. Insomma all’assenza delle televisioni e alla posizione palesemente schierata di giornali come Repubblica e La Stampa, si oppone il cinema: quello indipendente fatto con poche risorse ma passione per la documentazione, quello di oltreconfine che può finalmente raccontare una storia dal valore universale volutamente relegata in ambito locale.
Seguivo da tempo la vicenda della Valle di Susa ma solo venendo sul posto, tra la gente della valle, mi sono reso conto della straordinaria umanità che anima questo territorio
ha dichiarato il regista di Mediterraneo.

Dunque in valle irrompe Hollywood. Salvatores avrà carta bianca per raccontare la Valle Susa e la sua lotta. Ridley Scott sarà il produttore esecutivo nell’ambito del progetto Life in a day che il 24 luglio 2010 ha coinvolto un’ampia community di film maker attraverso Youtube. E anche in questo caso Salvatores collaborerà con le risorse locali. Sarà interessante vedere quale sarà la reazione di alcuni politici locali che reclamano visibilità internazionale per le produzioni cinematografiche realizzate sul suolo piemontese, gli stessi, peraltro, che quest’inverno hanno incassato da Salvatores un secco no all’offerta di assumere la direzione del Torino film Festival.

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