Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/05/2026

Definitely Maybe – La nascita del mito degli Oasis

Quando “Definitely Maybe” esce nell’agosto del 1994, il baricentro del rock non passa da Londra o da Manchester. Arriva da oltreoceano, da Seattle, dove il grunge ha ridefinito suono e immaginario: un mondo musicale più ruvido, più introverso, lontano anni luce dalla tradizione britannica. In Uk, intanto, la scena si muove in ordine sparso. Ci sono i Blur che raccontano una quotidianità fatta di pendolari, periferie e piccole ossessioni borghesi, con arrangiamenti che guardano al pop inglese anni Sessanta filtrato dall’ironia di Damon Albarn. I Suede puntano a un mix intriso di ambiguità sessuale e romanticismo decadente, costruendo un’identità fortemente estetica già da “Dog Man Star”. I Pulp, invece, lavorano sulla narrativa: storie di quartiere, frustrazione e desiderio, raccontate con una certa precisione quasi sociologica dalla voce di Jarvis Cocker. È un insieme vitale, ma ancora troppo frammentato, dove coesistono visioni anche molto distanti tra loro.

Gli Oasis si collocano in questo spazio senza allinearsi a nessuna di queste prospettive. Il loro approccio è molto più diretto: canzoni costruite su strutture semplici, riconoscibili, pensate per funzionare subito. Canzoni nate per essere ricordate. Le influenze sono evidenti e non vengono nascoste: c’è la linea melodica dei Beatles, l’eredità mancuniana degli Stone Roses e di certi elementi ritmici degli Happy Mondays.

La formazione del gruppo è parte integrante di questa impostazione. A Manchester, nella grigia periferia di Burnage, segnata da poche speranze, la band nasce attorno alla figura di Liam Gallagher con il nome The Rain, insieme a Paul McGuigan, Paul Arthurs e Tony McCarroll. In questa prima fase il gruppo non ha ancora una visione precisa, si muove all’interno della scena locale senza distinguersi in modo netto. L’ingresso di Noel Gallagher cambia in modo sostanziale l’equilibrio interno. Dopo l’esperienza come roadie degli Inspiral Carpets, Noel torna con un repertorio già scritto e con un’idea ben chiara di come il gruppo doveva funzionare. Impone condizioni precise per entrare nella band e, nel giro di poco tempo, ne ridefinisce il ruolo e la direzione da seguire.

Il passaggio da The Rain a Oasis coincide con questa trasformazione. Il nome viene preso da un poster degli Inspiral Carpets appeso nella stanza di Liam, e segna un primo momento di consapevolezza. Da lì in avanti, il gruppo comincia a lavorare su un repertorio più solido, che si forma soprattutto dal vivo. I brani vengono provati, modificati, ripetuti fino a trovare una struttura stabile. È un processo lento, legato più alla dimensione dei concerti che a quella dello studio.

Il passaggio al King Tut’s Wah Wah Hut di Glasgow nel 1993 segna un punto di svolta. Alan McGee assiste a un loro concerto e li mette sotto contratto per la Creation Records.

Le prime registrazioni di “Definitely Maybe”, però, non restituiscono quello che la band è davvero: il suono risulta troppo pulito, troppo distante dall’impatto che il gruppo ha dal vivo. La situazione cambia con il lavoro ai Sawmills Studios e con l’intervento di Owen Morris, che porta il mix verso una maggiore fedeltà. Il risultato è un suono pieno, continuo, che diventa uno degli elementi distintivi del disco.

Anche il titolo riflette questa fase. “Definitely Maybe”è un gioco di parole chetiene insieme due strade opposte, sicurezza e incertezza. È una formula che descrive bene la posizione della band in quel momento: consapevole dei propri mezzi, ma ancora in una fase di definizione, senza una collocazione del tutto stabile all’interno della scena.

A completare il quadro, la copertina. Scattata da Michael Spencer Jones nel salotto di Bonehead a Manchester, è una delle immagini chiave del britpop nascente. Liam Gallagher è disteso sul pavimento davanti alla televisione, gli altri occupano la stanza in maniera casuale, come in una scena colta al volo. Dentro l’inquadratura, però, c’è già tutto il loro mondo: il globo terrestre, la bottiglia di gin, i bicchieri, la foto di Burt Bacharach sullo sfondo. E poi una presenza quasi nascosta ma significativa: sul lato destro compare in una piccola figura Rodney Marsh, ex-giocatore del Manchester City, a rafforzare il legame con la loro città. Dettagli che allargano il perimetro di quel soggiorno e ne fanno già una dichiarazione ufficiale d’intenti, in continuità con il suono del disco.

I singoli accompagnano l’uscita e ne chiariscono subito il profilo. “Supersonic” introduce il linguaggio del gruppo, “Shakermaker” ne consolida la riconoscibilità, “Live Forever” amplia il raggio emotivo. Quando il disco esce, arriva direttamente al primo posto delle classifiche britanniche. Il dato commerciale è solo una parte del quadro: “Definitely Maybe” prende il rock per quello che è, suonandolo con più convinzione di come molti altri stavano facendo in quel momento. Pezzi semplici, costruiti per essere facili da cantare e difficili da dimenticare.

La forma di un’icona

Il disco si apre con “Rock’n’Roll Star”, un’affermazione di identità sparata in faccia al mondo senza filtro alcuno. Liam ha poco più di 20 anni, ma canta convinto di meritarsi tutto ancora prima di ottenerlo. Il testo gira attorno all’idea di uscire dalla normalità e prendersi uno spazio più grande, senza compromessi. Dentro c’è anche una certa rabbia verso chi resta fermo o accetta una vita qualunque. In poche parole, è il manifesto iniziale degli Oasis: voler diventare qualcuno, ad ogni costo.

Il passaggio a “Shakermaker” riporta tutto a un immaginario più concreto che sarà tipico del gruppo. Parte dal riferimento ai tempi duri e puri del Mr. Sifter’s, il negozio di dischi di Manchester dove i ragazzi della band passavano tempo e costruivano il loro gusto musicale. I Gallagher mettono insieme ricordi sparsi di infanzia e adolescenza, tra oggetti, marche e dettagli strani che sembrano usciti da una memoria disordinata. È una sequenza di flash legati a quel mondo. Si sente la crescita nel sobborgo di Burnage, dove anche un posto così diventa centrale. Rimane addosso quella sensazione di quotidianità semplice, fatta di cose piccole che contano davvero. È il lato più leggero e nostalgico del disco, ma anche uno dei più personali.

Con “Live Forever” gli Oasis mettono a fuoco un’idea chiara: non accettare una vita già scritta e provare a lasciare qualcosa che resti al prossimo. Liam Gallagher esprime questo concetto con una convinzione diretta, che gira tutta attorno a “You and I are gonna live forever”, frase semplice ma evocativa. Il senso è voler contare davvero, anche partendo da una realtà normale, senza sentirsi destinati a sparire. Nei primi anni '90, mentre negli Stati Uniti gli altri raccontano disagio e chiusura, arriva uno dei primi pezzi con una spinta diversa, più aperta e resistente. È il bisogno di trovare un posto nel mondo e tenerselo, senza farsi tirare giù. Dentro c’è tutta la fiducia nell’altro, ma anche una testardaggine che lo rende credibile. Alla fine resta davvero un brano iconico, uno di quelli che definiscono un’epoca e che continuano a dire qualcosa anche decenni dopo.

Con “Up In The Sky” ci si muove attorno a un’idea semplice ma tagliente: chi si pone in una posizione di superiorità finisce per perdere contatto con la realtà che dice di osservare. Il testo insiste proprio su questa distanza, su uno sguardo che dall’alto non vede più nulla con chiarezza. Musicalmente, è un brano costruito su un andamento rapido che non si apre in ritornelli “liberatori”, ma continua a spingere in avanti senza pause nette. È uno dei pezzi meno cruciali del disco, ma proprio per questo rafforza la sensazione di continuità interna di “Definitely Maybe”.

Quando arriva “Columbia”, si è davanti al punto in cui l’album cambia passo. Parte su un giro di chitarra ipnotico come un mantra, va avanti dritto, e più insiste più entra nella testa. È un accumulo continuo, senza costruzioni complicate. Liam spara frasi come se fosse al pub più che in studio. Roba da cantare senza pensarci troppo! Così, più che seguire la canzone ascoltandola…la vivi direttamente. Dentro c’è tutta quell’aria di Manchester, ma più sporca, più da strada: bucket hat calato, maglia Adidas e Gazelle ai piedi consumate con una pinta in mano.

Con l’eterna “Supersonic” si capisce il momento zero, l’inizio del tutto, la fase esatta in cui si percepisce subito che direzione prenderà la band inglese nell’universo musicale. Nasce quasi per caso in studio, scritta da Noel Gallagher in poche ore mentre aspetta la fine di un’altra sessione di prove: infatti, si sente tutta la spontaneità del momento. Liam entra con quella sicurezza sfrontata che diventerà il suo biglietto da visita: “I need to be myself, I can’t be no one else” è il manifesto che si porterà dietro per sempre. Il testo è un collage di immagini, personaggi e frasi buttate lì a caso, che però costruiscono un’identità precisa, senza seguire una storia lineare. C’è quel modo tipicamente inglese di mischiare il quotidiano, con la strada e l’immaginazione insieme. È forse il pezzo che più di ogni altro unisce attitudine, scrittura e presenza dei ragazzi di Manchester. E infatti resta uno dei debutti più riconoscibili del rock anni '90, quello da cui tutto è partito davvero.

“Bring It On Down” è uno sfogo diretto. Il pezzo corre veloce e tiene sempre una spinta alta, quasi da live, senza alleggerirsi mai. Il testo è fatto di frasi brevi, tese, che danno l’idea di uno scontro più che di un racconto. Dentro “Definitely Maybe” è il momento più ruvido, quello che riporta tutto a terra e lascia solo l’impatto di una sensazione di sporco e ruvido rock’n’roll.

Uno dei centri del disco è rappresentato da “Cigarettes & Alcohol”, l’attimo in cui tutto si fa immediato e riconoscibile. Il giro portante richiama apertamente “Get It On (Bang A Gong)” dei T. Rex, ripreso e reso più pesante, quasi martellante. Il testo fotografa l’Inghilterra dei primi anni '90: lavori precari, giornate tutte uguali, poche prospettive. “All I need are cigarettes and alcohol” dice tutto in poche parole, perché in quel contesto suona quasi come una risposta inevitabile, ridotta all’essenziale, a una realtà che offre poco altro. Infatti, è uno dei brani che definiscono meglio il legame tra la band e il contesto da cui arriva.

“Digsy’s Dinner” arriva come un qualcosa di più leggero, quasi domestico. Liam Gallagher racconta una scena semplice, tra cibo, casa e quotidianità, con quel tono un po’ storto che la rende subito riconoscibile, fino a quel “lasaaagnaaa” così allungato, che resta nella testa dei “madferit” più incalliti. Il riferimento a Digsy, figura reale del giro di Manchester, dà al pezzo un’aria ancora più concreta. Il testo si muove tra dettagli banali e immagini assurde, senza preoccuparsi troppo di avere un senso preciso. Rimane come uno spaccato di vita, piccolo ma vivido, legato a quel mondo così nostalgicamente “brit”.

“Slide Away”, invece, è semplicemente uno di quei pezzi che i fan più puri tengono sopra quasi tutto il resto. È praticamente il Vangelo del vero fan degli Oasis. È una storia d’amore vissuta fino in fondo, senza distanza, con frasi che suonano come promesse dette sul serio. Il testo gira attorno al bisogno di restare insieme, di non lasciarsi scivolare via, anche quando tutto sembra complicarsi. La costruzione cresce passo dopo passo, allargando sempre di più il respiro del brano. Noel Gallagher accompagna questa salita fino a portarla in alto, senza mai spezzarla. Nel finale le voci dei fratelli si intrecciano, e quel “I don’t know, I don’t care, All I know is you can take me there” diventa un momento indelebile, uno di quelli che nei live si canta a squarciagola. È una delle tracce più amate perché resta addosso, così personale e condivisa allo stesso tempo. Per molti è qui che il disco tocca uno dei suoi punti più alti.

L’album si chiude con “Married With Children”, segnando un tono più intimo e disilluso. Noel canta una relazione logorata, fatta di fastidi quotidiani e parole trattenute male. Il testo è diretto, quasi sarcastico, pieno di dettagli concreti che rendono la scena reale. Rimane una chiusura coerente, molto umana e senza filtri.

Il suono dell’appartenenza

“Definitely Maybe” entra subito in una zona molto precisa della cultura britannica dei primi anni '90. Più che come un semplice esordio, viene percepito come qualcosa che si aggancia a una realtà già esistente e le dà una forma riconoscibile. Le canzoni parlano con una lingua diretta, senza mediazioni, e questo crea un effetto immediato su chi le ascolta. Oggi come allora.

Il punto centrale è il tipo di realtà che il disco mette in primo piano. Periferie, amicizie, lavoro, serate nei pub, litigate, amori interrotti, ambizione personale, frustrazione quotidiana. Tutto viene trattato senza distanza, come materiale vivo. È proprio questa immediatezza a costruire il legame con una parte del pubblico inglese che in quei contenuti si riconosce senza bisogno di traduzioni.

Da questo si sviluppa qualcosa che va oltre la musica. Gli Oasis diventano con “Definitely Maybe” un riferimento anche fuori dal disco. I Gallagher portano all’esterno quello che è già dentro le canzoni: l’atteggiamento, il modo di muoversi, il linguaggio, perfino il modo di presentarsi diventano leggibili e imitabili. Si crea un senso di appartenenza unico, forse mai così sentito, che passa attraverso dettagli concreti, e mai attraverso simboli astratti.

Per la band inglese, questo album è un punto di definizione piena. Le canzoni sono già state testate dal vivo prima di arrivare in studio, e questo si avverte nella loro struttura. Ciò contribuisce alla compattezza della loro opera prima, che mantiene la stessa coerenza dall’inizio alla fine. Il rapporto con il pubblico nasce proprio da questa stabilità. Le canzoni funzionano perché sono vere, perché non richiedono interpretazioni complesse, perché si agganciano direttamente a esperienze riconoscibili di ogni singolo ragazzo inglese di quel tempo. E questo rapporto non si esaurisce nel momento massimo del loro splendore, ma continua nel tempo, attraverso generazioni diverse di ascoltatori. Dentro la storia degli Oasis, questo è il punto in cui tutto si allinea. Scrittura, suono, presenza, rapporto con i fan. Tutto assume una forma precisa e non cambierà mai radicalmente. I dischi successivi allargheranno la dimensione, aumenteranno il peso del suono, porteranno la band su un livello più grande e universale. Ma la struttura resta quella fissata qui, con questo album del lontano 1994.

Il ritorno degli Oasis sul palco nel 2025 ha riportato tutto a una dimensione quasi surreale: quei brani sono tornati a essere cantati davanti a un pubblico nuovo, fatto di giovani ragazzini e di millennial, ma soprattutto da figli di chi quegli anni li ha vissuti in prima persona, quando il disco era appena uscito e faceva parte del presente quotidiano. Un passaggio di voci che non ha mai interrotto quel legame, ma lo ha rinnovato. Ed è in questo equilibrio che “Definitely Maybe” continua a vivere per chi lo ascolta: qualcosa che è rimasto nella pelle, perché in quelle canzoni non c’è mai stata distanza tra quello che raccontavano e quello che, per tanti, hanno significato davvero.

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05/07/2025

Oasis: a Cardiff si consacra la nostalgia

Hanno riaperto il sipario con "Hello", uno dei loro brani-simbolo. Gli Oasis sono tornati, e lo hanno fatto nel modo più clamoroso: Liam e Noel Gallagher di nuovo insieme dopo sedici anni, sul palco del Principality Stadium di Cardiff, davanti a 74.000 fan in delirio. Mano nella mano, hanno dato il via a una serata storica, suggellata da una scaletta piena di classici e dall’avvio di un tour mondiale che toccherà Regno Unito, Irlanda, Stati Uniti, Giappone, Australia e Brasile.

"È bello essere tornati", ha detto Liam tra gli applausi, prima di intonare con Noel "Acquiesce", in cui entrambi cantano e si dichiarano senza giri di parole: "Abbiamo bisogno l’uno dell’altro". Sul palco, una formazione potenziata: oltre a Paul "Bonehead" Arthurs, c’erano anche Gem Archer e Andy Bell, membri storici dal 1999, con l’aggiunta di Joey Waronker (già con R.E.M. e Beck) e Jess Greenfield (già nei The High Flying Birds di Noel).

Il concerto ha ripercorso la parabola della band di Manchester, celebrando i trent’anni di "Definitely Maybe" (1994) e anticipando quelli di "(What's the Story) Morning Glory?" (1995), di cui nei giorni scorsi è stata annunciata la ristampa. In scaletta, hit come "Some Might Say", "Morning Glory", "Cigarettes And Alcohol". "È fatta, non si torna indietro", aveva dichiarato Noel prima del concerto, suggellando una riconciliazione annunciata un anno fa, dopo anni di tensioni culminate nel celebre scioglimento al Rock en Seine nel 2009.

Ecco la scaletta del concerto degli Oasis a Cardiff, prima tappa del loro reunion tour 2025.

  • Hello
  • Acquiesce
  • Morning Glory
  • Some Might Say
  • Bring It On Down
  • Cigarettes & Alcohol
  • Fade Away
  • Supersonic
  • Roll With It
  • Talk Tonight
  • Half the World Away
  • Little by Little
  • D'You Know What I Mean?
  • Stand by Me
  • Cast No Shadow
  • Slide Away
  • Whatever
  • Live Forever (Dedicata a Diogo Jota)
  • Rock 'n' Roll Star
  • The Masterplan
  • Don't Look Back In Anger
  • Wonderwall
  • Champagne Supernova

A scaldare il pubblico prima della performance dei Gallagher, un’altra icona del britpop: Richard Ashcroft. L’ex-leader dei Verve ha infiammato la platea con brani come "Sonnet", "Space And Time", "The Drugs Don't Work", "Bitter Sweet Symphony" (dedicata ai Gallagher) e la sua "Song For Lovers". "Orgoglioso di essere qui con la più grande rock band", ha detto, ricevendo una standing ovation.

Un ritorno agli anni 90 carico di nostalgia e passione, tra magliette mod, cori da stadio e un entusiasmo che attraversa le generazioni.

Mentre infuriano le polemiche per i biglietti venduti a prezzi gonfiati, la Oasis-mania si dimostra più viva che mai. Le prime 17 date britanniche e irlandesi hanno fruttato 400 milioni di sterline (circa 470 milioni di euro), con 1,4 milioni di biglietti venduti. Secondo The Sun, Noel e Liam guadagneranno 6 milioni di sterline a serata, ma riceveranno il cachet solo dopo aver suonato, per evitare sorprese. Il sistema del dynamic pricing ha sollevato polemiche, così come le truffe legate al secondary ticketing, per un valore di oltre 2 milioni di sterline.

Il tour genererà un giro d’affari di oltre 1 miliardo di sterline nel solo Regno Unito, con una spesa media stimata in 900 euro a persona. A Londra e Manchester, le date multiple porteranno un indotto fino a 190 milioni di sterline.

Nel frattempo, la popolarità digitale della band è esplosa: +785% di ricerche su Spotify e oltre 510 mila playlist contenenti “Wonderwall” in una sola settimana. Le ristampe in vinile e le magliette in edizione limitata con Adidas, andate subito esaurite, confermano la portata del fenomeno. Come direbbe Liam Gallagher: “Biblical”.

Fonte

05/09/2024

Oasis - I dischi degli anni Duemila

Come dirla, se non con queste parole? Wipe that tear away now from your eyes. Perché accadrà davvero. Nel 2025, gli Oasis torneranno assieme. Se non sono ancora maturi i tempi di una vera e propria reunion, ciò che è certo è che torneranno a suonare dal vivo in una tournée oltremanica, non solo a Wembley e nella scontata Manchester, ma anche a Cardiff, Dublino e Edimburgo. Per ora queste sono le date ufficiali, previste per la prossima estate. Se la leggenda rivivrà in concerto, ancora non si hanno news su un nuovo album di canzoni – ma in fondo, qualcuno davvero lo vuole? Non ci basta forse l’idea di rivederli lì, Liam e Noel Gallagher, di nuovo insieme sullo stesso palco a cantare i classici che amiamo? L’annuncio arriva a quasi quindici anni esatti dalla rottura, cadendo diabolicamente a un solo giorno di anticipo dall’anniversario: questa volta è il 27 agosto, nel 2009 fu il 28, quando un’aspra lite, l’ennesima, avvenuta tra i due fratelli prima di un concerto a Parigi, pose definitivamente fine all’epopea della band di Manchester.

Con oggi la storia del gruppo conosce invece un nuovo corso, ma il motivo per cui non riesco del tutto a farmi trascinare dall’entusiasmo risiede nella paranoia di un eventuale passaggio in Italia e che si esprime, da un lato, in una non meglio definibile “ansia da prestazione dello spettattore”, per quello che dovrebbe (deve!) essere il concerto della vita, dall’altro nella preoccupazione per i prezzi impossibili di questo possibile evento (sul serio, quello del costo dei biglietti è un problema reale: è un sistema folle, che distruggerà ciò in cui crediamo e l’indulgenza a spendere certe cifre non ha nulla a che fare col nostro amore per la musica).

A pensarci meglio, questa sottile angoscia nasconde forse cause più profonde. Band del cuore o meno, un amore interrotto resta sempre un’esperienza violenta, sanabile ma mai del tutto curabile. E sì, con le debite proporzioni, perdere il gruppo della vita a quattordici anni rientra in questo tipo di esperienze, perciò gli Oasis di domani non sono e mai potranno tornare a essere, per me, ciò che sono stati un tempo. Eppur non riesco proprio a trattenere la gioia, assieme alla meraviglia per come questa riconciliazione dia una forma compiuta ai miei ultimi quindici anni: quindici anni senza Oasis, d’accordo, durante i quali sono però cresciuto e cambiato da ogni prospettiva, cominciati in quella lontana estate del 2009, quella della spaccatura, alla fine delle medie, in un tornado di ormoni, quando le granite erano buone e proprio grazie a quel gruppo maturavo l’idea della musica come una questione identitaria, un’autentica ragione di vita; e che si concludono con la band di nuovo assieme, ora, all’alba dei miei trent’anni.

Scrivo mentre sulla pagina Facebook di questo sito, sotto la news della reunion degli Oasis, un utente commenta tuonante: “I più sopravvalutati della storia, odiosi e banalissimi”, riconoscendo quantomeno ai mancuniani un primato in qualcosa: poteva andar peggio! Posto che la notizia di una band riunita non dovrebbe riguardare nessuno che odi così visceralmente la stessa, prima che la Rete inghiotta e restituisca per sempre queste erudite opinioni al grande nulla da cui provengono, ho voluto chiamare in causa tali commenti poiché colgono due argomenti di interesse reale – la banalità degli Oasis e l’odio verso tale banalità – oltre a farmi da assist per introdurre il vero scopo di questi paragrafi: sprofondare nei meandri degli Oasis più dozzinali, fino a toccare il centro nevralgico della loro proverbiale Banalità. Perché sono tutti buoni a salvare i Gallagher tenendo a mente le melodie indimenticabili di "Definitely Maybe" e "Morning Glory", ma in pochi hanno il coraggio di difendere la loro causa e allo stesso tempo calarsi in fondo a quel pozzo di citazionismo, furbizia e arroganza che risponde al nome di “Oasis dei Duemila”. Ma io sono qua per questo.

Il paradosso è che gli Oasis dei Duemila iniziano nel ’97. Per “Oasis dei Duemila”, a scanso di equivoci, s’intende quella forma ancor più megalomane, coatta, cafona e perculabile del gruppo di sbruffoncelli che metà anni Novanta conquistò il mondo con l’irresistibile richiamo dei suoi inni britpop. Siamo quindi al 1997, 21 agosto, e gli scaffali dei negozi di dischi sono ricolmi delle copie di "Be Here Now", l’attesissimo terzo album per l’iconica band di Manchester, appena uscito dopo mesi e mesi di hype. I primi due lavori sono stati dei classici istantanei, i due concerti-evento di Knebworth 1996 un trionfo e in molti già parlano della più grossa band britannica dai tempi dei Beatles: tutto sembra annunciare un terzo grande successo.

Invece così non è. Non si sa bene cosa si sia rotto nei due anni che li separa, ma tra "(What’s The Story?) Morning Glory" e "Be Here Now" ci passano oceani. Dove uno è un grande album, ispirato e vivace, l’altro ne è una ripresa stanca e sovraccarica. Sebbene le vendite all’uscita furono ottime – figlie soprattutto dall’aspettativa enorme che l’accompagnò – "Be Here Now" fu nettamente un passo falso. E ciò nonostante ancora oggi qualsiasi radio generalista trasmetta “Stand By Me” almeno una volta giorno, che “Don’t Go Away” sia stata a lungo la seconda canzone più suonata nei falò europei dopo “Wonderwall”, “D’You Know What I Mean?” sia un signor pezzo d’apertura e con “I Hope, I Think, I Know” i Gallagher abbiano indovinato il cult per i fan.

Però il disco, che pur non stravolge la formula vincente del gruppo, non è davvero buono. Qualcuno ne dà la colpa alle forti tensioni interne al gruppo, altri al produttore sbagliato (un Owen Morris fuori fuoco), mentre Noel ha sempre parlato della troppa cocaina che girava in studio. Ma ciò che appare lampante è la mancanza di ispirazione: con “All Around The World” (dieci minuti) cercano di incidere la loro “Hey Jude”, senza ricordarsi di averla già trovata con “Champagne Supernova”; in “Fade In-Out” chiamano Johnny Depp per suonare l’elettrica, e a quanto pare non è mai una buona idea coinvolgere Depp in un progetto rock; detta in breve, nessuna delle sopracitate vale quanto il pezzo meno significativo di "Morning Glory" (per molti è “Hey Now!”, io dico “Cast No Shadow”). Il fatto che la canzone più bella di questo periodo sia la gioiosa “Stay Young”, una B-side che potete trovare nella raccolta di rarità “The Masterplan”, spiega tutto sulla casualità e sulla confusione del momento.

Da qui in avanti, fino allo scioglimento del gruppo che avverrà improvvisamente nel 2009, i nuovi successi dei mancuniani non smetteranno di rimandare alle intuizioni che nei primi due album li hanno resi delle eterne icone dei Novanta. Persino il suddetto “The Masterplan”, pubblicato nel 1998, con tutte le sue gemme nascoste tratte da questi primi anni dorati, ha più che altro il sapore agrodolce di un canto del cigno per l’era britpop.

Gli Oasis dei Duemila sono gli Oasis minori: questa è la sintesi dell’opinione popolare sulla questione, nonché, grosso modo, la verità. Eppure, va detto che questi Oasis, da sempre vituperati dalla critica “colta”, sono qualcosa che oggi semplicemente manca. Dove sono finite le melodie di “Little By Little” e “Stop Crying Your Heart Out” nel pop di oggi? Gli scontati, irresistibili riff di “Lyla” e “The Hindu Times”? E ballate come “Songbird” e “Let There Be Love”? Sono svanite, come i sogni che avevamo da bambini.

È abbastanza facile parlare di quanto gli Oasis fossero “simili a”, semplici, prevedibili; lo è di meno cercare la magia al centro di questa semplicità, il battito segreto nel cuore di questa straordinaria pop band. Ciò non cancella che gli Oasis dei Duemila arrivino al 2000 un po’ scarichi di idee – e senza due dei loro componenti storici, Paul “Bonehead” Arthurs e Paul “Guigsy” McGuigan, chitarra e basso, che durante la gestazione del nuovo disco vengono soppiantati dai più bravi ma meno amati Gem Archer e Andy Bell (sì, quello dei Ride).

Esce a febbraio "Standing In The Shoulders Of Giants", che è notoriamente il disco peggiore dei Gallagher. Ma è davvero così?

Difficile dire il contrario, sebbene il sound più ruvido del singolo di lancio “Go Let It Out”, nonché del successivo “Who Feels Love?”, entrambi su misura di un Liam dalla voce sempre più infeltrita da cigarettes & alcohol, lasci presagire una coerente evoluzione per la band. Così come la strumentale “Fuckin' In The Bushes”, la canzone più pesante, in senso hard-rock, che gli Oasis abbiano inciso. Vale la pena dedicarle qualche altra parola: questa è veramente una opening song colossale, con un riff granitico rubacchiato ai Led Zeppelin e una batteria presa pari-pari da Jimi Hendrix (breve parentesi: gli Oasis sono sempre stati molto eleganti nel “citare”, vorrei che gli fosse maggiormente riconosciuto). Non ho mai trovato spiegazione su come Noel abbia composto un pezzo così lontano dalle sue corde, ma non resta che toglier la ragione e sognare in pace.

Nonostante un’apertura ottima e due piacevoli singoli di presentazione, il disco ha tuttavia un problema nelle restanti canzoni – tra cui si può escludere la mesta “Sunday Morning Call”, l’altro singolo cantato da Noel. Tutte le altre sono al loro meglio anonime e “Little James”, la prima canzone di Liam, dedicata al figlio, non è semplicemente degna di una band di questa fama. Nel loro tentativo di ripartire da territori lontani dal britpop, gli Oasis restano prigionieri di quello che sembra un bad trip da droghe tagliate male. Ciò che più appesantisce i brani, oltre a una scrittura più scarsa che al solito, è proprio il modo in cui sono infradiciati di una vaga e confusa idea di psichedelia, una cosa con cui Noel Gallagher ha sempre mostrato scarso feeling – fatto salvo per le sue collaborazioni con i Chemical Brothers, ai quali probabilmente va tutto il merito. Per capirci: qualcuno ha il coraggio di dire che “Gas Panic!” non sia un disastro, e non so davvero come faccia.

Insomma, gli Oasis si presentano al nuovo millennio con un disco oscuro e confusionario, diciamo pure mal riuscito, ed è così che le belle sorprese, ancora una volta, arrivano dai lati B dei loro singoli. In particolare, splendono “Carry Us All” e “Full On”, entrambe B-side di “Sunday Morning Call” e cantate da Noel, due convincenti esempi di Oasis alternativi e pronti a lasciarsi dietro gli anni Novanta. Esce anche un album live del concerto a Wembley, "Familiar To Millions", di cui si ricorda soprattutto una grande “Supersonic”, ma la verità è che il tour è tutt’altro che trionfale. I due fratelli non si sopportano più, fanno a pugni ormai ogni giorno e a un certo punto Noel decide di mollare band e tournée, lasciando Liam come unico frontman e obbligando il pubblico a far da voce nel ritornello di “Acquiesce”. Tornerà a far parte del gruppo a settembre 2000, finito il tour.

Per quanto anch’esso ascrivibile tra i dischi minori degli Oasis, "Heaten Chemistry" del 2002 porta con sé una bella novità: la canzone migliore è scritta da Liam. Vogliamo parlare di quanto è bella “Songbird”? Non solo l’acustica che scintilla, ma la spinta di quell’organo radioso, con battimani e tamburello incalzanti, d’incoraggiamento, quella melodia svelta e indiscutibilmente, incorruttibilmente bella, quel “she’s not anyone” che non vorresti ascoltare altro, e l’armonica giusto di passaggio, un scarabocchio nel vento. Siamo di fronte a un grande esempio di Oasis dei Duemila al loro meglio, e a una perla incompresa del pop inglese, se ce n’è una. Esce come doppio singolo assieme a “She’s Love”, scritta dal fratello, e non c’è davvero paragone.

Per il resto, "Heaten Chemistry" mette in campo il peggio e il meglio del songwriting di Noel. Da un lato abbiamo i singoli, memorabili; dall’altro una sfilza di riempitivi incapaci di restare in testa. Parliamo quindi delle cose buone: “The Hindu Times” ha un riff di chitarra appiccicoso (anche qui, una specie di ripresa di “Even Better Than The Real Thing” degli U2) e un perfetto ritornello nonsense (“‘Cause god give me soul in your rock ’n roll, babe!”), due cose che gridano “Oasis” da ogni poro e che non bastano mai; “Little By Little” è il picco del Noel romantico, amico, fratello; e “Stop Crying Your Heart Out” è aperta e sognante, semplicemente un instant classic.

Delle altre canzoni, non si salva nulla. Nonostante sia trainato dai suoi ottimi singoli, nettamente superiori a quelli del disco precedente, l'album non fa un buon servizio agli Oasis e alla loro fama di pigri citazionisti. Siamo a tre dischi di fila che non solo “non sono ‘Definitely Maybe’”, ma non si spingono molto oltre la mediocrità. Giunti a dieci anni di carriera, dopo le grandi premesse dei primi due album, i Gallagher sembrano ormai solo una band inglese di maniera, come tante – e il paragone con l’evoluzione sperimentale degli ex-rivali Blur si fa sempre più impietoso.

Ma è tempo di un altro cambio tra le fila della band. Via Alan White, batterista dai tempi di "Morning Glory", per lasciar spazio a un figlio d’arte: l’ottimo Zach Starkey, figlio di Ringo Starr. Come complesso di musicisti, gli Oasis non sono mai stati più maturi e coesi di adesso. Si aspetta solo una resurrezione nella scrittura. Arriverà tre anni dopo: 2005, nuovo album. Che inizia senza sorprese: “Turn Up The Sun”, con la sua malinconia circolare e il suo travolgente refrain, continua la tradizione dei bei pezzi d’apertura degli Oasis, mai mancati nemmeno nei loro dischi più brutti. Ma la grande novità è che "Don’t Believe the Truth" è finalmente un bell’album front-to-back, nonché il migliore dai tempi di "Morning Glory". Il singolo di punta “Lyla” o, come la definirà Noel, “la mia canzone più pop dai tempi di 'Roll With It'”, è felice in ogni senso possibile, dall’umore alle intuizioni; nel caso abbiate riserve, osservate la potenza con cui travolge il pubblico di Manchester nel live di quell’anno e la marea di persone che salta galvanizzata. Metà delle canzoni in tracklist sono non-di-Noel, e sono tutte buone: Gem Archer fa il suo in “A Bell Will Ring”, Andy Bell pure (la già citata opener è sua), Liam convince ancora con l’energica “The Meaning Of Soul”.

Ma tutto il resto è puro Noel show: prima con la cavalcata piano-rock “Mucky Fingers”, quindi nell’oscura “Part Of The Queue”, infine nel capolavoro “The Importance Of Being Idle”, la “Don’ Look Back In Anger” per gli Oasis dei Duemila, che vanta uno dei loro solo migliori.

E poi c’è la canzone conclusiva, una ballad. Liam e Noel cantano assieme come non facevano da “Acquiesce” e mentre il tempo sfuma e le parole si trattengono, tutto splende nella sua tenue chiarezza. È tutto nei cinque minuti di “Let There Be Love” l’esatto motivo per cui non ho mai comprato i dischi di Noel Gallagher da solista, per cui non sono mai andato a vedere Liam che canta “Supersonic” agli I-Days, per cui non ho mai dato retta a chi diceva che almeno continuavano da soli, ed erano pur sempre loro. Come si replica una cosa così? Come puoi fingere che sia lo stesso?

Del successivo e ad oggi ultimo "Dig Out Your Soul", targato 2008, non è rimasto poi tanto. Gli Oasis si presentano duri e incazzati, carichi di suono, di psichedelia spalmata come strati di melassa, vedi l’uno-due iniziale con "Bag It Up" e "The Turning", in perfetto accordo con l’energia supersonica del singolo di lancio “The Shock Of The Lightning”. E va bene, Noel rifà il Macca più bucolico in “(Get Off Your) Eye Horse Lady", e con la triste “Falling Down” emoziona a dovere, ma stavolta è di nuovo l’altro fratello a brillare, e la canzone che resta è la sua. Secondo shout-out, allora, per il Liam autore: vogliamo parlare di quanto è bella “I’m Outta Time”? In altre parole: Lennon rivive, e intendo quello solista, delle ballate gravi al pianoforte, tipo “Jealous Guy”. Mal fidenti, vi vedo. Ma questo non è rifare, è far propria una lezione, è capire l’ingranaggio di una pop song come si deve, il malinconico innesco di una ballata in Sol maggiore, il volo di un ritornello sognante: “‘Cause if I have to go/ in my heart you grow/ and that’s where you belong”. Semplicemente magnifica.

Anche a priori, quello dell’album è un corso dal sapore di epilogo, partito con una raccolta di canzoni di rabbia implosa, a tratti tormentate, e proseguito con un tour mondiale che si infrange in quel 28 agosto maledetto, nel backstage del Rock En Seine a Parigi, in cui volano sedie, Noel molla il gruppo e qualcosa si rompe – così credevamo – per sempre. Quindi ognuno per la sua strada, fino ad oggi: Noel ha fatto Noel coi suoi High Flying Birds, di cui ricordiamo soprattutto un bel primo album; Liam ha prima trasformato ciò che rimaneva degli Oasis nei dimenticati Beady Eye, quindi è passato anche lui a un’ordinaria carriera solista, non particolarmente brillante, ridestata a inizio di quest’anno dal buon disco di inediti scritti assieme a John Squire degli Stone Roses.

Ma ora che i fratelli sono di nuovo assieme, è come se da quell’agosto di quindici anni fa non fosse successo nulla e il tempo avesse conservato, intatta, l’aura della band originale.

Cosa sono stati, allora, gli Oasis dei Duemila? Per la prima volta sono stati loro stessi in pieno, coi loro pregi e difetti. Con i primi due album, i Gallagher hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità artistiche, forti di una serie di spinte favorevoli, figlie di quel preciso periodo storico: la forza intrinseca dei primi lavori, con tutte quelle cose da dire quando cominci, la moda britpop, la reazione alle durezze del grunge, la strafottenza dei vent’anni, la rivalità coi Blur, l’impressione di cogliere lo spirito della gioventù britannica di allora come nessuno dopo gli Smiths era più riuscito a fare.

Nel 1994 gli Oasis avevano un mercato discografico apparecchiato per il loro arrivo. Nei Duemila, l’emergere delle nuove culture pop – dall'hip-hop da club al crossover, dall'indie-rock americano alle nuove band britanniche, tutte correnti più legate al mutevole presente di inizio millennio rispetto al pop classico dei Gallagher – ha progressivamente allontanato la band di Manchester dallo spirito del tempo. Ed è lì che qualcosa è morto e qualcosa è nato. Dove è scemata l’onda d’urto, è nato il mestiere, il sesto senso, quell’istinto automatico per la melodia autentica, roba da cantare e da vivere. Non ne sto esaltando il genio, ma l’apertura alare, l’ampiezza del respiro, l’intangibile onestà che è in canzoni come “Litte By Little” e “Stop Crying Your Heart Out” che ancora suonano vere. Quando manca il genio, come nel caso di Noel, ci pensa il talento; ma finito il talento, ciò che resta è solo il cuore, e negli Oasis dei Duemila, in mezzo alle tante canzonacce dozzinali, in quei pochi e ammalianti momenti di luce pulsava un cuore enorme così.

Non vi è mai stata una goccia di umiltà nelle figure dei fratelli Gallagher, ma le loro canzoni parlavano un linguaggio universale che nessuno, mi vien da dire, sa più interpretare. Se mi chiedeste di più, sulla mistica origine di questo incantesimo, be’, di più non so dire... e forse è un bene che il tutto rimanga un po’ così, sospeso nel non detto. Perché un nuovo capitolo di questa storia è appena cominciato e sarà bello viverlo in diretta sotto al palco, lì, tutti assieme. Per tutti quelli che quella cosa, inspiegabile a parole, sanno perfettamente cosa sia.

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12/02/2020

The La's - There She Goes

"There she goes", letteralmente "eccola", è uno dei classici dell’indie-pop britannico. L’alternarsi di una serenità dal retrogusto malinconico e di slanci emotivi intensi la rende uno dei manifesti del genere, anche grazie alla sua perfetta esecuzione e alla resa sonora che ne risaltano il suono limpido e squillante dell’intreccio tra una chitarra acustica e arpeggi elettrici jingle-jangle molto serrati ma al contempo lucenti e ariosi.

Un pezzo semplice e immediato, quindi, ma che grazie a un’interazione eccellente tra liriche e musica e a pochi e semplici accorgimenti è diventata uno degli inni di quell’era di transizione del pop britannico nei primi anni Novanta.Un arpeggio cristallino sulle prime due corde della chitarra disegna una figura circolare che si riavvolge al termine di ogni giro, non appena si conclude, prende forma il corpo della canzone. L’ennesima canzone su una ragazza? Il testo della strofa, accompagnato dalla sua melodia di accordi maggiori e da un clima sereno sembra confermarlo, introducendo come in una ballata classica l’immagine di una ragazza:


There she goes
There she goes again
Racing through my brain

Quell’ultimo verso, intonato in un falsetto delicato, fa però strada alla morbosità del refrain, dove il passaggio a un accordo minore e a un cantato roco e privato di vitalità ribalta la situazione, esplicitando in due soli versi un senso di impotenza.

And I just can't contain
This feeling that remains

Il sentimento sembra avere una connotazione solo negativa. Un amore intenso ma non corrisposto? Il seguito del testo sembra svelare l’arcano:

There she blows
There she blows again
Pulsing through my veins

La she del titolo è una droga quindi, l’eroina per la precisione: "There She Goes" è quindi una drug ballad che sceglie di mascherarsi da un altro pezzo-cliché della musica pop, la canzone d’amore sofferta (molto in voga nei primi anni Novanta, con lo spopolare dello shoegaze e le sue figure femminili intangibili e idealizzate). Nonostante la pesantezza del tema, però, i La’s sembrano danzare tra un accordo e l’altro con una leggerezza invidiabile da tantissimi gruppi – e per forza, con una sezione ritmica così potente e snella! – ma c’è qualcosa di più: a un ascolto attento si ha l’impressione che la musica si faccia più concitata in concomitanza dei punti più oscuri del testo, come se la band riuscisse a dosare il quantitativo di malinconia in ogni passaggio, a seconda di dove vogliano porre l’accento. Il segreto è tutto dovuto al gioco di pause e respiri della chitarra solista: briosa e sgambettante nella prima parte - più vaga e ambigua - martellante in battere su tre note nell’ultimo ritornello, proprio dopo un bridge di pura disperazione. Il risultato è un penultimo ritornello a dir poco opprimente e ansioso, finalmente in linea con il tema della tossicodipendenza.

Ma è un solo attimo, dato che il riff principale (possiamo dirlo, uno dei più belli di sempre) riattacca e rilancia un altro ritornello più arioso, che ci conduce per mano all’atmosfera solare del finale, con la batteria che sottolinea il ripetersi di ogni passaggio.

Una miscela così efficace di suggestioni e tocchi di classe non riuscirà più ai La’s, che pur col buon successo commerciale del loro album omonimo, non hanno mai registrato una canzone altrettanto catchy e memorabile quanto il capolavoro "There She Goes", che infatti resta il loro classico indiscusso.

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25/01/2020

The Verve - Hurban Hymns

No change, I can change
I can change, I can change
But I'm here in my mould
I am here in my mould

Poco importa che nel 1997 il non genere degli anni '90 per eccellenza fosse al suo crepuscolo: se dovessi spiegare a un neofita cos’è il britpop, aprirei il Tubo e cliccherei su quel video là, possibilmente rippato dalla televisione, con il bollo di Mtv in bella vista (tanto per corroborare ulteriormente l’effetto nostalgia, incorniciando quegli anni in un altro glorioso simbolo). Perché il britpop è la traiettoria dritta di Richard Ashcroft che prende a spallate i passanti su Hoxton Street, la sua giacca di pelle e l’espressione corrucciata da figlio di puttana e della working class (padre rinchiuso in un ufficio, madre parrucchiera). Il sample d’archi pagato caro agli Stones, perché se voglio una cosa me la prendo, non importa a che prezzo (in questo caso carissimo, pagato per oltre vent’anni di controversie e royalties). La rotazione imperterrita, quasi ossessiva di “Bitter Sweet Symphony” sulle emittenti musicali in voga quegli anni, i suoi dati di vendita schifosamente esorbitanti (“Urban Hymns” ha superato i dieci milioni di copie nel mondo, mentre in Gran Bretagna è fra i venti dischi più venduti di sempre).

Di “Urban Hymns”, “Bitter Sweet Symphony” è però soltanto l’imponente portone d’ingresso in stile vittoriano. L’elegante, sfarzosa bocca di un buco nero che ingoia decine di sottogeneri e declinazioni del brit-rock, dà loro una riverniciata sgargiante per poi risputare fuori il britpop in una delle sue versioni più spaccone e gagliarde. Non a caso una delle ultime. Ci sono dentro lasciti shoegaze, del quale i Verve prima della tramortente trasformazione erano timidi ma illuminati interpreti, il movimento mod, gli Stones ma soprattutto gli Who, un po’ di Madchester: il risultato è però un blend unico e multiforme, aitante e magnetico, sentimentale e seducente. Non avrebbe fatto proseliti, perché il pop e il rock che contano avrebbero seguito di lì in poi la via tracciata da altri maestri (i Radiohead, ad esempio, che lo stesso anno avrebbero indicato nuove, cibernetiche ed esistenzialiste coordinate), ma sarebbe stato destinato al ricordo imperituro, erto (insieme ad altri tre o quattro dischi) a efficace simbolo di un intero, ricchissimo movimento.

“Urban Hymns” è un disco che, almeno al suo inizio, va al massimo. Così che, subito dopo la grandiosa sinfonia agrodolce troviamo "Sonnet", un’altra hit formidabile che con smargiasseria, tra una smorfia da Dio e l’altra, portò su tutte le stazioni radio di quegli anni sofisticati motivi di soul orchestrale e finiture chitarristiche leggere come rugiada.

Nemmeno il tempo di sintonizzarsi su frequenze pop che il quintetto di Wigan (Greater Manchester), pur non rinunciando a un grammo di coolness, ingarbuglia la faccenda con il primo dei due pezzi più sperimentali del lotto. “The Rolling People”: acido puro, che si diffonde guizzando al ritmo di un basso krauto (Simon Jones ha imparato la lezione dei Can a memoria), sfociando ora in singalong metallici dal sapore Madchester, ora in schitarrate sporcate da scorie alt-blues. Si finisce con Ashcroft in versione sciamano che non riesce più a scandire le parole e si esprime in farfugli e altri vocalizzi lisergici in mezzo a mille deliqui chitarristici.

L’altro viaggio indimenticabile è “Catching The Butterfly”. Sei minuti e mezzo che smaterializzano tutto, privando l’ascoltatore di punti di riferimento. Suoni inafferrabili, in cui i vortici di chitarra di Simon Tong e Nick McCabe, mai domi, rievocano sinistramente il passato shoegaze della band (entrambi i due dischi precedenti dei Verve serbano gemme che rientrerebbero in ogni antologia del genere), esaltandone il lato più distorto e fragoroso oltre che i sentori più deviati e psichedelici.

La grandezza delle parti di chitarra di queste due canzoni risiede proprio nella combinazione degli stili di Tong, più pop e nitido, e McCabe, più strisciante e devoto alla psychedelia. Un’alchimia che quasi quasi ci perdevamo, poiché dopo l’uscita di “A Northern Soul”, McCabe aveva lasciato la band per venire sostituito proprio da Tong (scelto comunque dopo il Suede Bernard Butler, che però durò nella difficile band giusto un paio di giorni). Soltanto l’insistenza di Richard Ashcroft, convinto di non poter realizzare il suono che aveva in mente senza l’apporto di McCabe, portò il chitarrista a riconsiderare la scelta e completare dunque l’impareggiabile formazione a cinque.

“Neon Wilderness” è quasi una coda naturale di “Catching The Butterfly”, con la voce di Ashcroft e le rullate lente di Peter Salisbury che si trascinano impantanate nelle scie lasciate dai chitarristi. È un altro momento rarefatto e sperimentale che rimarca quanto, checché se ne pensi, “Urban Hymns” sia tutt’altro che un semplice disco pop e che il passato alternative della band non fosse sopito.

In mezzo a “The Rolling People” e “Catching The Butterfly”, quasi a stemperarne la furia, troviamo il pezzo più commovente mai scritto da Richard Ashcroft: “The Drugs Don’t Work” (primo numero 1 in classifica dei singoli per la band). Una ballad liquidissima e sconsolata, con un testo bifronte, che mescola e confonde due livelli di lettura. Nel primo troviamo Ashcroft ammettere la dipendenza dalle droghe, nel secondo il cantante confida lo sconforto provato durante la terribile agonia ospedaliera del padre. In entrambi i casi le droghe, le medicine non funzionano. Funzionano invece benissimo la melodia e la malinconia di quella che è una delle ballate più amate e trasmesse del britpop tutto.

Altrettanto celebre, ma diametralmente opposta in termini d’umore è "Lucky Man", che parte come una dimessa piece di folk psichedelico per poi aprirsi come un ventaglio in uno dei ritornelli più abbaglianti della storia del pop made in Uk, oltre che in rigogliose fioriture di violini e chitarre: un’esplosione di sole, una pioggia torrenziale di energie positive, una vivaldiana primavera dell’anima: "Happiness/ Something in my own place/ I'm stood here naked/ Smile and I feel no disgrace/ With who I am".

La delicatezza acustica di questo brano, chiara discendente di Nick Drake, torna in numerosi altri episodi (nella languidissima "One Day" su tutti) che fanno da intervallo ai vari pezzi da novanta. Tra questi è rimasta da citare la robusta - grazie alle chitarre ruvide e alla marcata punteggiatura del pianoforte - “Space And Time”. Una canzone che offre l’ennesima testimonianza dello stato di grazia della scrittura di Ashcroft, capace a quel punto della sua carriera di scrivere grandi ballate come un fornaio sforna rosette di pane al mattino. A confrontare le sue ultime cose con i brani di questo periodo d’oro, si prova sincero imbarazzo.

Il finale affidato a “Come On” torna ad alzare il volume delle chitarre che si producono in wah wah e assoli fulminei durante un trionfo sboccato di fuck you, gridati o biascicati da Ashcroft mentre si contorce e sbatte come un ibrido tarantolato di Mick Jagger e Bobby Gillespie; mentre la hidden track “Deep Freeze” è un fugace ritorno ai cristalli e alle luci fioche della caverna sulla copertina dell’esordio “A Storm In Heaven”.

La forte discontinuità dei toni (oltre che dei generi) delle canzoni di "Urban Hymns", ora magniloquenti e spacconi, ora timidi e introspettivi, lo rende un oggetto musicale oltre che semplicemente grandioso, ambiguo e suadente, capace di pungolare la curiosità dell’ascoltatore e portarlo a ricercare tra le sue trame nuovi livelli di lettura ad ogni ascolto. Un effetto che siamo abituati ad aspettarci da band più sperimentali o da cantautori scafati, non certo dai dominatori delle classifiche di mezzo mondo, perlomeno non negli anni '90. Ecco, ancora una volta, i Verve tornano efficace metafora di un intero filone, in cui spesso pailettes e colori accecanti nascondevano significati e sofferenze più profondi di quelli celati dietro gli strappi dei jeans e le camicie di flanella del grunge.

Già vicini allo scioglimento nel post-“A Northern Soul” (che difatti, sebbene furtivo, ci fu), i Verve si dismisero nel 1998, nel mezzo di un tour trionfale in supporto al disco che aveva permesso loro di conquistare il mondo, avvicinandoli per fama e numeri agli amici Oasis – Ashcroft e i Gallagher si sono dedicati a vicenda dischi (“A Northern Soul”) e canzoni (“Cast No Shadow”).

In seguito a numerose tensioni, dopo una data live a Düsseldorf, Richard e Nick arrivarono alle mani; quest’ultimo rimediò una mano rotta e la ferma volontà di lasciare la band per sempre, non più disposto irrevocabilmente a sopportare le tensioni e le pressioni derivanti da una vita da rockstar. La band provò a terminare il tour scritturando un turnista (B.J. Cole) per suonare le parti di chitarra di McCabe, ma finì col disgregarsi l’agosto di quell’anno dopo un fallace concerto in Irlanda.

'Cause it's a bitter sweet symphony that's life

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