Come è già accaduto per l’elezione di Trump a presidente degli USA, anche il viaggio spaziale di Branson pare sia stato anticipato in una puntata dei Simpsons del 2014.
Il magnate inglese nell’orbita c’è andato davvero e, forse, Groening&co. hanno intuito che con la sua compagnia, dopo aver finanziato e inaugurato nell’ottobre del 2011 il primo aeroporto spaziale nel New Mexico, il viaggio iniziale lo avrebbe voluto fare direttamente lui.
La compagnia è la Virgin Galactic ed è stata creata proprio per aprire il nuovo mercato dei voli spaziali, per ora solo suborbitali.
Nel 2014, all’interno del programma Tier One, coperto da fondi solo privati, fu fatto il primo tentativo che, però, ebbe un epilogo tragico: l’esplosione in volo del motore a razzo ibrido dell’aeronave SpaceShipTwo provocò la morte del copilota e il grave ferimento del pilota.
Nel 2018, la Virgin Galactic sigla un accordo con un importante società italiana, la SITAEL di Mola di Bari, il cui amministratore delegato è Nicola Zaccheo, che ha lo stesso ruolo in altre aziende private del settore aerospaziale, tra cui ALTA spa, Aurelia Microelettrica e Caen Aurelia Space, ma anche in enti pubblici: da ottobre del 2020 è presidente dell’ART, autorità di regolazione dei trasporti, dopo essere stato fino ad allora a capo dell’ENAC.
L’accordo tra Virgin galactic e SITAEL prevede anche la costruzione di un nuovo veicolo spaziale con la tecnologia fornita dalla società pugliese. Il biglietto pagato per salire sulla navicella di Branson è stato di circa 250 mila euro per i 3 fortunati pretendenti.
Al magnate inglese ha prontamente risposto Jeff Bezos, celebre capo di Amazon, a bordo della New Shepard della compagnia Blue Origin, sempre di sua proprietà, stavolta dal Texas, ricevendo anche le congratulazioni da parte della NASA. Agli americani stanno più simpatici i cowboy.
Un razzo pulito, come dicono: produce bassissime emissioni di fuliggini e ossido di alluminio, tra le altre sostanze, che, comunque, anche in piccole particelle possono provocare un impatto ambientale sproporzionato, come afferma Darin Toohey, dell’Università del Colorado.
I passeggeri erano amici e parenti e non pare ci sia stato un biglietto: Bezos ha dato loro un passaggio nell’orbita, insomma. D’altronde, ha un patrimonio stimato molto più alto del rivale.
Alla mera cronaca, con il suo portato di enfasi e critica, segue sempre la ricaduta politica. Al netto dei costi economici e ambientali, cosa comunicano questi due viaggi nello spazio, a distanza di così poco tempo l’uno dall’altro?
Innanzitutto, che c’è uno ‘spazio di mercato’ finora inimmaginabile fuori dal mercato terrestre: il fiorente turismo spaziale è solo uno di questi, il più evidente; che nell’idea di ‘sana competizione’, due imponenti compagnie, promanazioni di società quotate, si stanno già contendendo; che lo spazio sarà un lusso per pochi.
Ma, soprattutto, che il paradigma liberista ha portato a un’intollerabile polarizzazione delle ricchezze, dunque dei capitali, e che il ruolo degli Stati è decisamente deprimente, quanto inerte.
Al di là del grado di secolarizzazione, ogni religione ha bisogno del suo simbolismo rituale per continuare a sostenersi e, nel caso del capitalismo, per divorare e distruggere. L’occupazione dello spazio ha, per l’appunto, una portata simbolica spietata: ci comunica che la ‘mano invisibile’ arriva prima di tutti, senza avversari, fisici e ideali, anche nell’efferata corsa verso nuovi spazi fuori dell’emisfero terrestre.
È da decenni che assistiamo a spedizioni e, in qualche modo, il modello capitalistico aveva già creato una specie di mercato, quello satellitare. Ma è stato sempre realizzato dallo sforzo dei governi, sebbene rappresentanti smaccati del paradigma liberista.
La “graziosa e dolce” Luna del pastore errante leopardiano è stata la prima ad essere occupata: l’ingegno di Astolfo è stato sostituito con Armstrong, la forza fantasiosa dell’ippogrifo con l’Apollo 11.
In quel caso, oltre alla risposta tecnologica e politica, la NASA ribatteva simbolicamente al sorriso positivo e pacifico di Gagarin e al primato di Valentina Tereskova, che ormai da oltre 10 anni monopolizzava l’Universo: di tutti e raggiungibile da tutti.
Ora, sono state aperte le finestre al privato, sia fisico, sia concettuale. E il privato vende, ieraticamente vende un sogno: “accumula che, forse, ti paghi un viaggio nello spazio!”.
Un nuovo prototipo di self-made man che ha come scopo la realizzazione della futura salvezza della propria genìa: non proprio in cielo, ma ci andiamo vicino. E ti comunica, pure, che le regole le detta il capitale che ci porteremo e ci porterà fino alla fine. Un mercato a cui può accedere solo un’élite di aristoi, ultraricchi chiaramente.
Sfruttare ancora: lo spazio come terreno di conquista e produzione. Immaginate l’universo infinito diviso in tanti pezzi di proprietà privata finita e l’astronave come nuovo treno a vapore.
‘Se per caso cadesse il mondo’, loro si sono portati avanti nella redenzione di classe.
Speriamo sia solo astratta distopia. L’universo, d’altronde, è un mercato da conquistare: senza popolazioni viventi da sfruttare, ma qualora dovessimo tentare una colonizzazione aliena, almeno nelle pause, consentite loro l’utilizzo della toilette.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/03/2019
Venezuela - La frontiera
Reportage dal Venezuela. Ci sono frontiere che vedi da lontano. Quelle presidiate dai soldati, con le dogane ben visibili, demarcate perfino con la pittura sul terreno. Tra la Colombia e il Venezuela ci sono tre ponti, tre passaggi ufficiali.
E poi uniformi di un colore da una parte; uniformi di un altro colore dall’altra. Gli Stati Uniti l’hanno segnalata come luogo chiave per capire quello che succede in Venezuela. E, soprattutto, quello che succederà.
I media hanno fatto il resto. Hanno costruito lo spettacolo, montato lo show. Giornali e TV da tutto il mondo, con la statunitense CNN a trasmettere in diretta ogni ora, con corrispondenti dai tanti paesi latinoamericani.
Per qualche settimana Cúcuta, da sconosciuta che era, è diventata un nome sulla bocca di milioni di persone in tutto il mondo. Branson, il miliardario Branson, ha deciso che quello sarebbe stato il teatro perfetto per il concerto dell’anno. Live Aid, le star mondiali della canzone in lingua spagnola, le parole gridate contro la “dittatura” e il miliardario Branson che ci mostra che lui ai poveri vuole bene. Purché siano venezuelani, però. Perché se sono i colombiani che fanno letteralmente la fame a Cúcuta e dintorni, beh, quelli cerchino altri salvatori, ché Mr. Branson ha altre cause da sposare.
La frontiera tra Colombia e Venezuela, dicevamo. Coi suoi ponti Ureña, Simón Bólivar, Tienditas. Con i camion degli “aiuti umanitari”, bruciati lì sul posto dagli stessi “guarimberos”, i violenti al soldo e al servizio di Trump e dell’opposizione venezuelana. Quella sì che è una frontiera visibile. E “visibilizzata”.
Ma ce ne sono altre di frontiere. Non sono segnate sul terreno, non ci sono barriere all’accesso. Ma non per questo la demarcazione è meno forte. Provate a percorrere Caracas da ovest a est e guardatevi intorno. Il paesaggio urbano non cambia in maniera graduale. A un certo punto è come una botta. O, se volete, come se si entrasse in un’altra dimensione, in un altro continente.
D’improvviso ti appare un mondo in cui tutto sembra più “bello” e, soprattutto, più ricco. Cambia l’architettura – sembra Miami, spuntano i centri commerciali. Cambiano anche i colori. A prevalere, ora, è il bianco. Non quello delle pareti, ma quello della pelle delle persone che passeggiano per strada. Bianche. Se cammini qui e ti distrai un attimo ti può sembrare di aver ripercorso l’Atlantico, esser tornato in una città italiana. Giacca Adidas, Vans ai piedi, jeans all’ultima moda. Così vestono i giovani. I locali sono pieni, la gente spende, sembra spensierata.
Siamo al Chacao, poi ad Altamira. Siamo nei bastioni dell’opposizione antichavista. Le strade ora percorse da questi cittadini apparentemente innocui, si sono trasformate in trincee e barricate per lunghi mesi del 2017 e, già prima, nel 2014. Molotov, violenza, bombe. E decine di uomini bruciati vivi. Letteralmente. Come Orlando Figuera, la cui unica colpa era quella di essere nero e di avere una maglietta rossa. Due segni inequivocabili per chi gli ha prima cosparso il corpo di benzina, nel mentre lo accoltellava, e poi gli ha dato fuoco: nero significa povero, povero significa chavista; rosso è il colore dei “castro-comunisti”, quindi, anche qui, chavista. Orlando però non era chavista e chissà perché quella dannata mattina aveva deciso di indossare una maglietta rossa. Un capo innocuo nella gran parte del pianeta, ma non nel Venezuela dell’opposizione “pacifica” e “democratica”, tanto da meritarsi un premio che va agli “straordinari difensori dei diritti umani”, il premio Sacharov, da parte dell’Unione Europea.
Orlando è morto bruciato vivo da questi stessi “straordinari difensori dei diritti umani”, dopo aver trascorso settimane di sofferenze inaudite. Un assassinio atroce, che ha ridisegnato i confini di un’altra frontiera, quella che separa i barbari dai civilizzati. Perché se i civilizzati sono i signori e le signore di Altamira, che mangiano i migliori tagli di carne nell’esclusivissimo “La Estancia”, che si tengono in forma partecipando a gare podistiche e vanno a fare compere a Miami, bisognerà riconoscere che nella loro civiltà rientra anche l’appiccar fuoco a innocenti, agire come un Ku Klux Klan meno folcrostico.
Se non ci sforziamo di vedere queste frontiere, se ne ignoriamo consapevolmente o meno l’esistenza, difficilmente riusciremo a cogliere il senso di quanto accade laggiù, nella terra di Bólivar. Perché il chavismo, da vent’anni a questa parte, ha dichiarato loro guerra, le ha rese più precarie, ha abbattuto muri che tenevano nascosti i poveri agli occhi dei benpensanti, così che potessero continuare a sentirsi “innocenti”. Allo stesso tempo, questo processo ha prodotto l’innalzamento di nuovi muri, fisici e politici. I muri di chi, da sempre privilegiato, non accetta il processo di democratizzazione che si è dato a partire dal 1999: un processo che, per la prima volta nella storia del Venezuela, ha messo nelle mani dei più poveri, degli esclusi e marginali, fette di potere politico ed economico. Così che i poveri oggi non vanno dai ricchi col cappello in mano, ma con testa alta e sguardo fiero. Uno sguardo che per chi li ha sempre guardati come cameriere e giardinieri, non può che sembrare di sfida. Nuovi muri, vecchie frontiere. Da abbattere e da cancellare. Il chavismo, in fondo, continua a rimanere un’enorme sfida per ridisegnare i confini che contano più di tutti, quelli tra esseri umani.
Giuliano Granato - Potere al Popolo
Vedi anche:
Potere al Popolo in Venezuela. I report
Il Venezuela visto da dentro “i barrios”
Fonte
01/03/2019
USA - Da un fallimento all'altro
di Atilio Boron
Lo scorso fine settimana è stato terribile per la Casa Bianca e i suoi impresentabili capisquadra del sud del Rio Bravo, quello che in maniera molto appropriata è chiamato “Cartello” di Lima dato lo stretto vincolo che alcuni dei governi che lo compongono mantengono con il narcotraffico, specialmente quello colombiano e, prima dell’avvento di López Obrador, quello di Peña Nieto in Messico. Sabato gli strateghi statunitensi hanno deciso di organizzare, per il 23 febbraio, un concerto con alcune delle celebrità consacrate dall’industria musicale di Miami. L’evento ha attirato circa 25.000 persone, la decima parte di quanto speravano, divise gerarchicamente in due categorie chiaramente demarcate. Il settore VIP dove stavano i presidenti – Duque, Piñera, Abdo Benítez – ministri e gerarchi del Cartello e, duecento metri più indietro (sic!) il resto del pubblico. (vedi: https://www.laiguana.tv/articulos/438246-concierto-aid-live-fotos-tarima-vip-publico-general/ ).
L’organizzatore e finanziatore dello spettacolo è stato il magnate britannico Richard Branson, un noto evasore fiscale e molestatore sessuale che ha ingaggiato una serie di cantanti e gruppi di destra tra i quali Reymar Perdomo, “El Puma” Rodríguez, Chino, Ricardo Montaner, Diego Torres, Miguel Bosé, Maluma, Nacho, Luis Fonsi, Carlos Vives, Juan Luis Guerra, Juanes, Maná e Alejandro Sanz, che hanno gareggiato con fierezza a chi si aggiudicava l’Oscar del maggior lecchino nei confronti dell’impero.
Si presupponeva che questo concerto avrebbe creato il clima necessario a facilitare l’ingresso degli “aiuti umanitari” preparati a Cúcuta dagli statunitensi e dai loro inservienti del governo colombiano. Però non è stato così, e per varie ragioni. Primo, perché, come aveva detto la Croce Rossa, si possono inviare quel tipo di aiuti, attentamente controllati (cosa che, peraltro, non è stata fatta) se il governo del paese che riceverà il carico lo richiede. Nello stesso senso si è espresso il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Gutérrez. E, secondo, perché il governo bolivariano non l’ha fatto perché sapeva molto bene che gli Stati Uniti utilizzano quegli “aiuti” per introdurre spie, agenti sotto copertura mascherati da medici e assistenti sociali e para-militari nel territorio dei loro nemici e, naturalmente, non avrebbe consentito quella mossa. Inoltre, se effettivamente la Casa Bianca avesse un interesse genuino nell’offrire un aiuto per alleviare le sofferenze della popolazione venezuelana ha in mano uno strumento molto più semplice e fattivo: togliere le sanzioni con le quali ha schiacciato la Repubblica Bolivariana; o abolire il veto che impone sulle relazioni commerciali internazionali; o restituire le enormi quantità di divise delle imprese pubbliche di quel paese confiscate mediante un’azione che si può definire solo come un furto, per decisione del governo di Donald Trump o delle autorità come quelle della Banca d’Inghilterra che si è appropriata dell’oro venezuelano depositato nel suoi caveau e valutato in oltre 1.700 milioni di dollari.
La rabbiosa reazione della destra di fronte al fallimento dell’operazione “aiuti umanitari” è stata tremenda. Lo stesso narco-presidente Iván Duque salutava dall’alto del ponte internazionale le bande dei delinquenti assoldati per causare tumulti mentre preparavano le loro bombe molotov e oliavano le proprie armi. Quando, di fronte alla decisa resistenza di civili e militari bolivariani si è consumato il fallimento dell’operazione nordamericano, il sottoproletariato, protetto dalla Polizia Nazionale della Colombia, ha preso d’assalto il ponte e ha proceduto a incendiare i camion che portavano gli “aiuti umanitari”. Com’era prevedibile, la stampa ha dato la colpa del fatto al governo venezuelano: ci sono le foto pubblicate da tutta la canaglia mediatica mondiale con i corrispondenti titoli che demonizzano la barbarie chavista e nascondono i veri responsabili della barbarie. (vedere video sull’argomento in: https://youtu.be/fxTDm11_rmE).
Intanto, in perfetto coordinamento, gli occupanti di un blindato della polizia bolivariana attaccano le recinzioni che erano sul ponte per facilitare la “spontanea” diserzione di tre poliziotti che cercano asilo nella tranquilla e prospera Colombia. La stampa, tuttavia, non ha detto niente sugli attenti “direttori di scena” che, dal lato colombiano del ponte, indicavano ai disertori come dovevano agire, da dove entrare, e che dire del fatto che gli gridavano “solleva l’arma, solleva l’arma!” per mettere in evidenza che erano poliziotti o militari bolivariani che fuggivano dalla “dittatura” di Maduro. Tutto questo è abbondantemente documentato in un video che, naturalmente, la “stampa seria” si è guardata molto bene dal far vedere. (vedere https://twitter.com/OrlenysOV/status/1099505029663412224?s=19 ).
Riassumendo, un fiasco diplomatico enorme e inoccultabile che, per disgrazia della truppa comandata da Trump, sarebbe stato appena il preludio di un altro ancora peggiore.
Ci riferiamo alla tanto pubblicizzata riunione del Cartello di Lima a Bogotá, che per il suo eterno disonore è stato presieduto dal Vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, cosa che fa capire molto bene quale sia la natura patriottica e democratica dell’opposizione venezuelana. Il vice di Trump è arrivato a Bogotá per riunirsi, in una patetica dimostrazione del vertiginoso declino dell’un tempo enorme potere statunitense nella regione, con un gruppo di soggetti di secondo ordine.
In altri tempi, l’arrivo di un emissario di altissimo livello della Casa Bianca avrebbe fatto esplodere un travolgente “effetto mandria” e uno dopo l’altro i nefasti presidenti neocoloniali sarebbero corsi in drappello per arrivare il prima possibile al baciamano ufficiale. Ma i tempi sono cambiati e Pence ha potuto stringere solo le mani del suo screditato anfitrione e del comico buffone del magnate di New York, l’autoproclamato “Presidente Incaricato” Juan Guaidó. Gli altri erano persone di rango inferiore: cancellieri e persino vice-cancellieri che con le migliori facce da circostanza hanno ascoltato, con simulata solennità, la lettura dell’atto di morte del piano golpista statunitense e, quasi sicuramente, dello stesso Cartello di Lima, avendone ormai comprovata l’inutilità. Il documento, letto svogliatamente e in mezzo a un clima deprimente, azzerava tutto e rinviava la questione al labirinto senza uscita del Consiglio dei Sicurezza dell’ONU. Un fallimento gigantesco del governo degli Stati Uniti in un’area che un troglodita del nord ha denominato non solo il proprio “cortile di casa” ma addirittura la “porta di servizio”.
I termini per “l’uscita” di Maduro (prima stabiliti da Pedro Sánchez, da Madrid e poi reiterati da Trump, Pompeo, Pence, Bolton e tutti i teppisti che oggi si riparano sotto le ali del presidente nordamericano) si sono dissipati come una vaporosa nebbia mattutina sotto il sole ardente dei Caraibi venezuelani. Non solo questo, di fronte agli evidenti segnali del declino del potere imperiale, i lacchè neocoloniali hanno optato per mettersi in salvo dal disastro e con un gesto inatteso hanno dichiarato la loro opposizione a un intervento militare in Venezuela. I coraggiosi guerrieri del sud hanno percepito che anche nei loro stessi paesi un intervento gringo in Venezuela – anche se operato sotto l’infruttuosa copertura di un’operazione di “forze congiunte” con militari colombiani o di qualsiasi altro paese – sarebbe impopolare e potrebbe causare loro seri costi politici e hanno optato per salvare la proprie pellacce e lasciare che Washington si occupasse della faccenda.
Che cosa può fare ora Trump? Vittima della sua logorrea e della brutalità dei torvi gangster che lo circondano e consigliano, tirerà fuori l’ultima carta del mazzo, l’opzione militare, quella che sempre è stata sul tavolo? Difficile che un personaggio come lui ammetta tale impressionante sconfitta diplomatica e politica senza un gesto violento, una pugnalata subdola. Pertanto, non si potrebbe scartare quella possibilità anche se credo che la probabilità di un’invasione stile Santo Domingo 1965 o Panama 1989 sia molto bassa. Il Pentagono sa che il Venezuela non è disarmato e che un’incursione nelle terre di Bolívar e Chávez non sarebbe la stessa cosa che l’invasione dell’inerme Granada del 1983 e causerebbe numerose vittime tra gli invasori.
Scenari alternativi: (a) provocare scaramucce o realizzare bombardamenti tattici nella lunga e incontrollabile frontiera colombo-venezuelana; (b) salire uno scalino e attaccare obiettivi militari dentro il territorio venezuelano, sfidando così una rappresaglia bolivariana che potrebbe essere molto distruttiva e raggiungere, persino, le basi che gli USA hanno in Colombia o quelle che la NATO ha ad Aruba e Curazao; o (c) sacrificare Juan Guaidó, disfarsene, vista l’inutilità di tutta la manovra, e incolpare dell’omicidio il governo bolivariano. Così cercherebbe di creare un clima mondiale di ripudio che giustificherebbe, con l’aiuto della stampa canaglia, un’operazione militare di vasta portata. Certo che questa sarebbe una giocata di altissimo costo politico perché la credibilità che avrebbe il governo degli Stati Uniti davanti a un fatto di questo tipo è pari a zero. Se Washington ha fatto esplodere la corazzata Maine nella Bahia de La Habana nel 1898 (inviando alla morte 254 marinai) per giustificare la dichiarazione di guerra contro la Spagna e prendersi Cuba; se per entrare nella Seconda Guerra Mondiale il presidente Franklin D. Roosevelt ha acconsentito a dare il permesso che l’Armata Imperiale Giapponese attaccasse “a sorpresa” Pearl Harbor nel dicembre del 1941 causando la morte di circa 2500 marines e altri 1300 feriti, chi potrebbe credere che se succedesse qualcosa di male a Guaidó, cosa che nessuno desidera, il colpevole potrebbe essere qualcun altro che non sia il governo degli Stati Uniti? Nei prossimi giorni comincerà a svelarsi questa incognita.
Quel che è certo, indubbiamente, è che, per ora, tutta l’operazione golpista architettata dai teppisti di Washington è andata di fallimento in fallimento.
http://www.atilioboron.com.ar/2019/02/washington-de-fracaso-en-fracaso.html
Fonte
Lo scorso fine settimana è stato terribile per la Casa Bianca e i suoi impresentabili capisquadra del sud del Rio Bravo, quello che in maniera molto appropriata è chiamato “Cartello” di Lima dato lo stretto vincolo che alcuni dei governi che lo compongono mantengono con il narcotraffico, specialmente quello colombiano e, prima dell’avvento di López Obrador, quello di Peña Nieto in Messico. Sabato gli strateghi statunitensi hanno deciso di organizzare, per il 23 febbraio, un concerto con alcune delle celebrità consacrate dall’industria musicale di Miami. L’evento ha attirato circa 25.000 persone, la decima parte di quanto speravano, divise gerarchicamente in due categorie chiaramente demarcate. Il settore VIP dove stavano i presidenti – Duque, Piñera, Abdo Benítez – ministri e gerarchi del Cartello e, duecento metri più indietro (sic!) il resto del pubblico. (vedi: https://www.laiguana.tv/articulos/438246-concierto-aid-live-fotos-tarima-vip-publico-general/ ).
L’organizzatore e finanziatore dello spettacolo è stato il magnate britannico Richard Branson, un noto evasore fiscale e molestatore sessuale che ha ingaggiato una serie di cantanti e gruppi di destra tra i quali Reymar Perdomo, “El Puma” Rodríguez, Chino, Ricardo Montaner, Diego Torres, Miguel Bosé, Maluma, Nacho, Luis Fonsi, Carlos Vives, Juan Luis Guerra, Juanes, Maná e Alejandro Sanz, che hanno gareggiato con fierezza a chi si aggiudicava l’Oscar del maggior lecchino nei confronti dell’impero.
Si presupponeva che questo concerto avrebbe creato il clima necessario a facilitare l’ingresso degli “aiuti umanitari” preparati a Cúcuta dagli statunitensi e dai loro inservienti del governo colombiano. Però non è stato così, e per varie ragioni. Primo, perché, come aveva detto la Croce Rossa, si possono inviare quel tipo di aiuti, attentamente controllati (cosa che, peraltro, non è stata fatta) se il governo del paese che riceverà il carico lo richiede. Nello stesso senso si è espresso il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Gutérrez. E, secondo, perché il governo bolivariano non l’ha fatto perché sapeva molto bene che gli Stati Uniti utilizzano quegli “aiuti” per introdurre spie, agenti sotto copertura mascherati da medici e assistenti sociali e para-militari nel territorio dei loro nemici e, naturalmente, non avrebbe consentito quella mossa. Inoltre, se effettivamente la Casa Bianca avesse un interesse genuino nell’offrire un aiuto per alleviare le sofferenze della popolazione venezuelana ha in mano uno strumento molto più semplice e fattivo: togliere le sanzioni con le quali ha schiacciato la Repubblica Bolivariana; o abolire il veto che impone sulle relazioni commerciali internazionali; o restituire le enormi quantità di divise delle imprese pubbliche di quel paese confiscate mediante un’azione che si può definire solo come un furto, per decisione del governo di Donald Trump o delle autorità come quelle della Banca d’Inghilterra che si è appropriata dell’oro venezuelano depositato nel suoi caveau e valutato in oltre 1.700 milioni di dollari.
La rabbiosa reazione della destra di fronte al fallimento dell’operazione “aiuti umanitari” è stata tremenda. Lo stesso narco-presidente Iván Duque salutava dall’alto del ponte internazionale le bande dei delinquenti assoldati per causare tumulti mentre preparavano le loro bombe molotov e oliavano le proprie armi. Quando, di fronte alla decisa resistenza di civili e militari bolivariani si è consumato il fallimento dell’operazione nordamericano, il sottoproletariato, protetto dalla Polizia Nazionale della Colombia, ha preso d’assalto il ponte e ha proceduto a incendiare i camion che portavano gli “aiuti umanitari”. Com’era prevedibile, la stampa ha dato la colpa del fatto al governo venezuelano: ci sono le foto pubblicate da tutta la canaglia mediatica mondiale con i corrispondenti titoli che demonizzano la barbarie chavista e nascondono i veri responsabili della barbarie. (vedere video sull’argomento in: https://youtu.be/fxTDm11_rmE).
Intanto, in perfetto coordinamento, gli occupanti di un blindato della polizia bolivariana attaccano le recinzioni che erano sul ponte per facilitare la “spontanea” diserzione di tre poliziotti che cercano asilo nella tranquilla e prospera Colombia. La stampa, tuttavia, non ha detto niente sugli attenti “direttori di scena” che, dal lato colombiano del ponte, indicavano ai disertori come dovevano agire, da dove entrare, e che dire del fatto che gli gridavano “solleva l’arma, solleva l’arma!” per mettere in evidenza che erano poliziotti o militari bolivariani che fuggivano dalla “dittatura” di Maduro. Tutto questo è abbondantemente documentato in un video che, naturalmente, la “stampa seria” si è guardata molto bene dal far vedere. (vedere https://twitter.com/OrlenysOV/status/1099505029663412224?s=19 ).
Riassumendo, un fiasco diplomatico enorme e inoccultabile che, per disgrazia della truppa comandata da Trump, sarebbe stato appena il preludio di un altro ancora peggiore.
Ci riferiamo alla tanto pubblicizzata riunione del Cartello di Lima a Bogotá, che per il suo eterno disonore è stato presieduto dal Vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, cosa che fa capire molto bene quale sia la natura patriottica e democratica dell’opposizione venezuelana. Il vice di Trump è arrivato a Bogotá per riunirsi, in una patetica dimostrazione del vertiginoso declino dell’un tempo enorme potere statunitense nella regione, con un gruppo di soggetti di secondo ordine.
In altri tempi, l’arrivo di un emissario di altissimo livello della Casa Bianca avrebbe fatto esplodere un travolgente “effetto mandria” e uno dopo l’altro i nefasti presidenti neocoloniali sarebbero corsi in drappello per arrivare il prima possibile al baciamano ufficiale. Ma i tempi sono cambiati e Pence ha potuto stringere solo le mani del suo screditato anfitrione e del comico buffone del magnate di New York, l’autoproclamato “Presidente Incaricato” Juan Guaidó. Gli altri erano persone di rango inferiore: cancellieri e persino vice-cancellieri che con le migliori facce da circostanza hanno ascoltato, con simulata solennità, la lettura dell’atto di morte del piano golpista statunitense e, quasi sicuramente, dello stesso Cartello di Lima, avendone ormai comprovata l’inutilità. Il documento, letto svogliatamente e in mezzo a un clima deprimente, azzerava tutto e rinviava la questione al labirinto senza uscita del Consiglio dei Sicurezza dell’ONU. Un fallimento gigantesco del governo degli Stati Uniti in un’area che un troglodita del nord ha denominato non solo il proprio “cortile di casa” ma addirittura la “porta di servizio”.
I termini per “l’uscita” di Maduro (prima stabiliti da Pedro Sánchez, da Madrid e poi reiterati da Trump, Pompeo, Pence, Bolton e tutti i teppisti che oggi si riparano sotto le ali del presidente nordamericano) si sono dissipati come una vaporosa nebbia mattutina sotto il sole ardente dei Caraibi venezuelani. Non solo questo, di fronte agli evidenti segnali del declino del potere imperiale, i lacchè neocoloniali hanno optato per mettersi in salvo dal disastro e con un gesto inatteso hanno dichiarato la loro opposizione a un intervento militare in Venezuela. I coraggiosi guerrieri del sud hanno percepito che anche nei loro stessi paesi un intervento gringo in Venezuela – anche se operato sotto l’infruttuosa copertura di un’operazione di “forze congiunte” con militari colombiani o di qualsiasi altro paese – sarebbe impopolare e potrebbe causare loro seri costi politici e hanno optato per salvare la proprie pellacce e lasciare che Washington si occupasse della faccenda.
Che cosa può fare ora Trump? Vittima della sua logorrea e della brutalità dei torvi gangster che lo circondano e consigliano, tirerà fuori l’ultima carta del mazzo, l’opzione militare, quella che sempre è stata sul tavolo? Difficile che un personaggio come lui ammetta tale impressionante sconfitta diplomatica e politica senza un gesto violento, una pugnalata subdola. Pertanto, non si potrebbe scartare quella possibilità anche se credo che la probabilità di un’invasione stile Santo Domingo 1965 o Panama 1989 sia molto bassa. Il Pentagono sa che il Venezuela non è disarmato e che un’incursione nelle terre di Bolívar e Chávez non sarebbe la stessa cosa che l’invasione dell’inerme Granada del 1983 e causerebbe numerose vittime tra gli invasori.
Scenari alternativi: (a) provocare scaramucce o realizzare bombardamenti tattici nella lunga e incontrollabile frontiera colombo-venezuelana; (b) salire uno scalino e attaccare obiettivi militari dentro il territorio venezuelano, sfidando così una rappresaglia bolivariana che potrebbe essere molto distruttiva e raggiungere, persino, le basi che gli USA hanno in Colombia o quelle che la NATO ha ad Aruba e Curazao; o (c) sacrificare Juan Guaidó, disfarsene, vista l’inutilità di tutta la manovra, e incolpare dell’omicidio il governo bolivariano. Così cercherebbe di creare un clima mondiale di ripudio che giustificherebbe, con l’aiuto della stampa canaglia, un’operazione militare di vasta portata. Certo che questa sarebbe una giocata di altissimo costo politico perché la credibilità che avrebbe il governo degli Stati Uniti davanti a un fatto di questo tipo è pari a zero. Se Washington ha fatto esplodere la corazzata Maine nella Bahia de La Habana nel 1898 (inviando alla morte 254 marinai) per giustificare la dichiarazione di guerra contro la Spagna e prendersi Cuba; se per entrare nella Seconda Guerra Mondiale il presidente Franklin D. Roosevelt ha acconsentito a dare il permesso che l’Armata Imperiale Giapponese attaccasse “a sorpresa” Pearl Harbor nel dicembre del 1941 causando la morte di circa 2500 marines e altri 1300 feriti, chi potrebbe credere che se succedesse qualcosa di male a Guaidó, cosa che nessuno desidera, il colpevole potrebbe essere qualcun altro che non sia il governo degli Stati Uniti? Nei prossimi giorni comincerà a svelarsi questa incognita.
Quel che è certo, indubbiamente, è che, per ora, tutta l’operazione golpista architettata dai teppisti di Washington è andata di fallimento in fallimento.
http://www.atilioboron.com.ar/2019/02/washington-de-fracaso-en-fracaso.html
Fonte
22/02/2019
Venezuela - La “battaglia dei concerti” sul confine con la Colombia. L’Impero contro l'autodeterminazione
A prima vista, la sproporzione tra i due spettacoli sembra enorme. Il Live Aid Venezuela, promosso dal businessman britannico Richard Branson, fondatore del Gruppo Virgin, si terrà sul lato colombiano del ponte Tienditas, che collega la città colombiana di Cúcuta con lo Stato venezuelano di Tachira.
A Cucuta sono state stoccate tonnellate di cibo e forniture mediche, gestite dalla famigerata agenzia statunitense USAID (da sempre strumento di ingerenza e spionaggio statunitense), in attesa del loro ingresso in Venezuela. Lo scopo è quello di utilizzare questi aiuti umanitari per sostenere il golpista Guaidó, riconosciuto come “presidente” da più di cinquanta paesi ma disconosciuto come tale da quasi il doppio dei paesi del mondo.
La scaletta di artisti internazionali che si prestano a questa operazione vede Alejandro Sanz e Miguel Bose, Juanes e Carlos Vives, Jose Luis Rodriguez El Puma, Nacho, Chyno Miranda e Carlos Baute, non è certa invece la partecipazione dei Manà. Ma il mondo della musica ha dovuto recepire anche appelli dal segno completamente diverso. “Questo concerto non ha niente a che vedere con gli aiuti umanitari”, ha denunciato il fondatore dei Pink Floyd Roger Waters in un video. “Ha a che vedere solo con Richard Branson... che si è fatto convincere che gli Stati Uniti potessero risolvere le cose in Venezuela, non so per quale ragione. Vogliamo davvero che il Venezuela diventi un altro Iraq, un’altra Siria o Libia? Io no, e credo che lo stesso valga per il popolo venezuelano”. L’appello di Roger Waters a non farsi strumentalizzare è stato raccolto ad esempio da Peter Gabriel (ex Genesis) che ha declinato l’invito di Branson dopo che era già stato infilato nel cartellone degli artisti che dovevano suonare a Cucuta.
Il governo bolivariano del Venezuela, ha risposto a questa sfida con l’annuncio di un concerto in parallelo di due giorni, il 22 e 23 febbraio, ma nella parte venezuelana del ponte Simón Bolívar, al confine principale con la Colombia.
“Abbiamo ricevuto la proposta di un gran numero di artisti venezuelani che hanno cercato di dare vita ad un evento culturale, un grande concerto per la pace e per la vita”, ha detto Jorge Rodriguez, Ministro delle Comunicazioni, annunciando l’evento con lo slogan “Giù le mani dal Venezuela” in una conferenza stampa. Decisamente innervositi dalla risposta e dalla sfida rilanciata dal governo venezuelano, sia Guaidó che i suoi rappresentanti a Cúcuta hanno definito “una presa in giro” l’annuncio del concerto parallelo.
Ma i concerti all’aperto sul confine colombiano-venezuelano non sono una novità . Alcuni degli artisti che saranno a Live Aid Cucuta avevano già partecipato nel 2008 all’evento “Pace senza frontiere”, tenutosi al ponte Simon Bolivar. A quel tempo, i musicisti hanno cercato di sancire con un concerto la fine delle tensioni dovute ad una grave crisi diplomatica che coinvolse Venezuela, Colombia ed Ecuador. Allora erano al potere Hugo Chavez, Álvaro Uribe e Rafael Correa. Venezuela ed Ecuador avevano denunciato un raid dell’esercito colombiano in territorio ecuadoriano per sequestrare Raúl Reyes, il numero due delle FARC.
Gli organizzatori del concerto di sabato 23 a Cucuta hanno intuito i rischi di strumentalizzazione politica contro il governo del Venezuela ed hanno chiesto ai politici di mantenere un certo grado di neutralità. L’ex presidente colombiano Álvaro Uribe ha fatto sapere che non parteciperà in apparente contrasto, con l’attuale presidente Ivan Duque – una creatura di Uribe – che ha invece promesso di essere presente, come anche il presidente cileno Sebastián Piñera ha annunciato che venerdì visiterà Cucuta per sostenere l’ingresso di “aiuti umanitari” nordamericani in Venezuela. Ma la lista dei presidenti latinoamericani disponibili a questa operazione per ora si ferma qui. E anche questo è un segnale.
Fonte
A Cucuta sono state stoccate tonnellate di cibo e forniture mediche, gestite dalla famigerata agenzia statunitense USAID (da sempre strumento di ingerenza e spionaggio statunitense), in attesa del loro ingresso in Venezuela. Lo scopo è quello di utilizzare questi aiuti umanitari per sostenere il golpista Guaidó, riconosciuto come “presidente” da più di cinquanta paesi ma disconosciuto come tale da quasi il doppio dei paesi del mondo.
La scaletta di artisti internazionali che si prestano a questa operazione vede Alejandro Sanz e Miguel Bose, Juanes e Carlos Vives, Jose Luis Rodriguez El Puma, Nacho, Chyno Miranda e Carlos Baute, non è certa invece la partecipazione dei Manà. Ma il mondo della musica ha dovuto recepire anche appelli dal segno completamente diverso. “Questo concerto non ha niente a che vedere con gli aiuti umanitari”, ha denunciato il fondatore dei Pink Floyd Roger Waters in un video. “Ha a che vedere solo con Richard Branson... che si è fatto convincere che gli Stati Uniti potessero risolvere le cose in Venezuela, non so per quale ragione. Vogliamo davvero che il Venezuela diventi un altro Iraq, un’altra Siria o Libia? Io no, e credo che lo stesso valga per il popolo venezuelano”. L’appello di Roger Waters a non farsi strumentalizzare è stato raccolto ad esempio da Peter Gabriel (ex Genesis) che ha declinato l’invito di Branson dopo che era già stato infilato nel cartellone degli artisti che dovevano suonare a Cucuta.
Il governo bolivariano del Venezuela, ha risposto a questa sfida con l’annuncio di un concerto in parallelo di due giorni, il 22 e 23 febbraio, ma nella parte venezuelana del ponte Simón Bolívar, al confine principale con la Colombia.
“Abbiamo ricevuto la proposta di un gran numero di artisti venezuelani che hanno cercato di dare vita ad un evento culturale, un grande concerto per la pace e per la vita”, ha detto Jorge Rodriguez, Ministro delle Comunicazioni, annunciando l’evento con lo slogan “Giù le mani dal Venezuela” in una conferenza stampa. Decisamente innervositi dalla risposta e dalla sfida rilanciata dal governo venezuelano, sia Guaidó che i suoi rappresentanti a Cúcuta hanno definito “una presa in giro” l’annuncio del concerto parallelo.
Ma i concerti all’aperto sul confine colombiano-venezuelano non sono una novità . Alcuni degli artisti che saranno a Live Aid Cucuta avevano già partecipato nel 2008 all’evento “Pace senza frontiere”, tenutosi al ponte Simon Bolivar. A quel tempo, i musicisti hanno cercato di sancire con un concerto la fine delle tensioni dovute ad una grave crisi diplomatica che coinvolse Venezuela, Colombia ed Ecuador. Allora erano al potere Hugo Chavez, Álvaro Uribe e Rafael Correa. Venezuela ed Ecuador avevano denunciato un raid dell’esercito colombiano in territorio ecuadoriano per sequestrare Raúl Reyes, il numero due delle FARC.
Gli organizzatori del concerto di sabato 23 a Cucuta hanno intuito i rischi di strumentalizzazione politica contro il governo del Venezuela ed hanno chiesto ai politici di mantenere un certo grado di neutralità. L’ex presidente colombiano Álvaro Uribe ha fatto sapere che non parteciperà in apparente contrasto, con l’attuale presidente Ivan Duque – una creatura di Uribe – che ha invece promesso di essere presente, come anche il presidente cileno Sebastián Piñera ha annunciato che venerdì visiterà Cucuta per sostenere l’ingresso di “aiuti umanitari” nordamericani in Venezuela. Ma la lista dei presidenti latinoamericani disponibili a questa operazione per ora si ferma qui. E anche questo è un segnale.
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21/02/2019
Roger Waters: “Il concertone per gli aiuti umanitari al Venezuela è un inganno”
Roger Waters, musicista e fondatore dei Pink Floyd, ha diffuso sui social network un avvertimento circa il concerto “Venezuela Live Aid”, che l’imprenditore e proprietario della casa discografica Virgin, Richard Branson, ha organizzato per venerdì a Cucuta con la presunta intenzione di raccogliere 100 milioni di dollari per quelli che chiamano “aiuti umanitari” per il Venezuela.
Waters ha pubblicato un video sul suo account Twitter, affermando che “la Croce Rossa e le Nazioni Unite sono innegabilmente d’accordo nel non politicizzare gli aiuti umanitari. Lasciare che i venezuelani esercitino il loro diritto legale all’autodeterminazione”.
Nel video di accompagnamento, Waters ha dichiarato che: “Mancano quattro giorni al 22 febbraio, quando Richard Branson ha fatto sapere che terrà un concerto Live Aid in Colombia, vicino al confine, per raccogliere aiuti per il popolo del Venezuela”. Waters, ha ricordato i concerti di Live Aid in solidarietà con paesi che soffrono di carestie, come quel concerto storico tenutosi nel 1985 a causa della crisi in Etiopia e Somalia.
Il video in cui l’imprenditore Branson ha annunciato il concerto “Venezuela Aid Live”, pubblicato sui social network, è stata definita una “azione” che “non ha nulla a che fare con gli aiuti umanitari”
“Tutto questo non ha nulla a che vedere con gli aiuti umanitari. Tutto questo ha che fare solo con Richard Branson. Con gli Stati Uniti che hanno deciso di prendere il controllo del Venezuela a qualunque costo, tutto questo non ha nulla a che fare con i bisogni del popolo venezuelano. Nulla a che vedere con la democrazia. Nulla a che vedere con la libertà. Nulla a che vedere con gli aiuti umanitari”.
“Ho amici che sono a Caracas proprio in questo momento. Non c’è nessuna dittatura, nessun arresto di massa dell’opposizione, nessuna soppressione della stampa anche se la narrativa dominante dice altro”, ha proseguito. E poi un messaggio ai musicisti che parteciperanno, in particolare all'“amico” Gabriel: “Volete un’altra Libia, un’altra Siria o un altro Iraq? Io no e sicuramente il popolo venezuelano non lo vuole”.
Queste sono le parole straordinarie di uno dei più grandi artisti mondiali. Ma sarà difficile trovarne traccia sui mass media.
Fonte
Waters ha pubblicato un video sul suo account Twitter, affermando che “la Croce Rossa e le Nazioni Unite sono innegabilmente d’accordo nel non politicizzare gli aiuti umanitari. Lasciare che i venezuelani esercitino il loro diritto legale all’autodeterminazione”.
Nel video di accompagnamento, Waters ha dichiarato che: “Mancano quattro giorni al 22 febbraio, quando Richard Branson ha fatto sapere che terrà un concerto Live Aid in Colombia, vicino al confine, per raccogliere aiuti per il popolo del Venezuela”. Waters, ha ricordato i concerti di Live Aid in solidarietà con paesi che soffrono di carestie, come quel concerto storico tenutosi nel 1985 a causa della crisi in Etiopia e Somalia.
Il video in cui l’imprenditore Branson ha annunciato il concerto “Venezuela Aid Live”, pubblicato sui social network, è stata definita una “azione” che “non ha nulla a che fare con gli aiuti umanitari”
“Tutto questo non ha nulla a che vedere con gli aiuti umanitari. Tutto questo ha che fare solo con Richard Branson. Con gli Stati Uniti che hanno deciso di prendere il controllo del Venezuela a qualunque costo, tutto questo non ha nulla a che fare con i bisogni del popolo venezuelano. Nulla a che vedere con la democrazia. Nulla a che vedere con la libertà. Nulla a che vedere con gli aiuti umanitari”.
“Ho amici che sono a Caracas proprio in questo momento. Non c’è nessuna dittatura, nessun arresto di massa dell’opposizione, nessuna soppressione della stampa anche se la narrativa dominante dice altro”, ha proseguito. E poi un messaggio ai musicisti che parteciperanno, in particolare all'“amico” Gabriel: “Volete un’altra Libia, un’altra Siria o un altro Iraq? Io no e sicuramente il popolo venezuelano non lo vuole”.
Queste sono le parole straordinarie di uno dei più grandi artisti mondiali. Ma sarà difficile trovarne traccia sui mass media.
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Daje Roger!
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