Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/10/2015

Senza che neppure ce ne accorgiamo

Una considerazione forse un po' perbenista, ma spietata con il governo Renzi. L'abolizione della Tasi sulla casa "per tutti", infatti, oltre che incostituzionale è criminogena.

Avalla infatti la convinzione che tutto sia appropriabile e privato, e nulla debba essere pubblico. Quindi che si possa "rubare", in senso stretto e in senso lato, qualcosa al "pubblico" come cosa normale. Poi, è ovvio, ci sarà sempre chi ruba molto e chi pochissimo. Anche se stavolta l'entità del bottino si sa prima e non dipende all'abilità del singolo ladro, ma solo dalla sua ricchiezza immobiliare pregressa.

In fondo, Mafia Capitale è partita da questa stessa idea...

*****

«La Tasi sulle case di lusso produce un gettito fiscale quasi irrisorio per lo Stato: quindi si sta a fare tanta cagnara per due lire, anziché essere contenti che hanno diminuito le tasse per tanta gente». C'è tutto il disastro mentale e civile dell'Italia 2015, in questa diffusa argomentazione con cui si difende l'abolizione universale (e non modulata su patrimoni e redditi) delle imposte sulla prima casa.

Il principio che sottende questo preteso ragionamento è molto semplice: non importa se viene commessa una palese ingiustizia, l'importante è che da questa ingiustizia anche tu - proprietario di bilocale a Tor Pignattara o Gratosoglio - possa pensare di avere tratto una fettina di vantaggio personale. Così ti trasformo in complice dell'ingiustizia stessa.

Il meccanismo di coinvolgimento è un po' ingannevole, certo: il meno abbiente già rischia di perderci - complessivamente - se lo sconto sulla sua Tasi si tradurrà in meno autobus per andare al lavoro, in ospedali più scrausi se si ammala e in scuole più scadenti per i suoi figli; ma ancor di più ci rimetterà se quegli autobus, quegli ospedali e quelle scuole perdono anche i finanziamenti derivanti dalle imposte sui più ricchi, per quanto poco gettito queste producano.

Più in generale, l'argomentazione fa leva su una presunta convenienza personale (seppur in molti casi ingannevole, come si è detto) per sdoganare la liceità morale di un atto (l'uguale trattamento fiscale di magioni milionarie e di monoloculi iperperiferici) la cui immoralità e ingiustizia è invece talmente palese da non lasciare dubbi ad alcuno.

È, quindi, il contrario esatto rispetto all'idea che la politica possa avere talvolta uno straccio di ispirazione etica, che possa fare un po' di giustizia in questo mondo: anzi, si passa il messaggio che la politica si occupa di produrre ingiustizie, però "credimi questa ingiustizia conviene anche a te, quindi zitto e anzi sii contento".

Per quanto spesso farlocca, questa convenienza percepita crea appunto complicità con l'ingiustizia e con chi la commette.

È la riduzione della persona a stomaco, la sua negazione come essere morale - o almeno anche con aspirazioni morali.

È insomma un modo per far vincere, dentro di noi, la nostra parte peggiore, senza che neppure ce ne accorgiamo.

da http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/

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17/10/2015

I regali ai ricchi di Renzi sulla casa e la difesa d’ufficio di Gennaro Migliore

Rubare ai poveri per dare ai ricchi: questa l'accusa che unanimemente si è sollevata contro Renzi e la sua propagandistica campagna “niente tasse sulla prima casa”.

Chi detiene un fabbricato sa che l'abitazione principale, nella quasi totalità dei casi, è esonerata dall'Imu, mentre, di contro, su quest'ultima si paga la Tasi, la tassa sui servizi indivisibili che tra le imposte che gravano sugli immobili è sicuramente la meno onerosa.

In concreto la misura proposta dal governo Renzi nella Legge di Stabilità 2016, consentirà ai cittadini italiani di risparmiare solo pochi euro di Tasi sulla propria abitazione principale.

Di contro permetterà un lauto risparmio ai ceti alti, possessori di immobili ricadenti nelle categorie castali: A/1 (abitazione di tipo signorile), A/8 (abitazione in ville), A/9 (palazzi di eminente pregio artistico o storico).
Costoro, prima della novella normativa, erano tenuti sia al pagamento della Tasi che dell'Imu, indipendentemente dal fatto che la propria fosse o meno abitazione principale.

La ratio della norma era sgravare dal pagamento quei milioni di italiani, proprietari di una comune abitazione, pagata magari con l'accensione di mutui e anni di risparmi e sacrifici, continuando invece ad applicare una patrimoniale (l'Imu, appunto) su fabbricati che per classe catastale non potevano che essere posseduti da soggetti appartenenti a ceti abbienti.

Con la legge di stabilità tutto questo verrà stravolto. Ora, se già la tempistica di una misura del genere lascia quantomeno perplessi, non si può invece accettare una campagna demagogica in cui un favore ai ricchi viene paradossalmente spacciato su giornali e tv, come una grande riforma popolare di taglio alle imposte.

Lo sfortunato telespettatore che suo malgrado ha assistito al confronto a Otto e Mezzo tra Travaglio e Gennaro Migliore, ex deputato e dirigente di S.E.L. confluito di recente nel P.D. alla corte di Renzi, avrà avuto sicuramente la sensazione di ricevere una tegola sulla testa. Travaglio, commentando la manovra finanziaria affermava: “più festa per i ricchi perchè sulla prima villa, sul primo castello, sulla prima reggia, non si paga più la tassa sulla casa”. Migliore, dal canto suo, ribatteva: ”questa è una delle manovre che ha un impatto positivo maggiore, nel corso credo di tutti gli ultimi anni; via il taglio delle tasse sulla prima casa, che non riguardano anche i castelli, perchè questi come sa anche lo stesso Travaglio, non rientrano nelle tabelle che pagavano questa imposta”.

Beh poiché siamo buoni, vogliamo pensare che Migliore sia magari un tantino poco informato e straparlando sia stato un po’ ‘impreciso’; lungi da noi dunque pensare che abbia voluto fare il “pinocchio” politico di turno, imitando il suo leader fiorentino.

Il buon Travaglio, di fronte a una Lilli Gruber a sua volta “incredula” alle parole del deputato P.d.,  per sconfessarlo citava una dichiarazione di Zanetti.

Noi invece per farlo ci limiteremo ad esaminare il testo di legge.

La bozza della Legge di Stabilità all'articolo 4 comma 1, recita: All’articolo 13 del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214: a) il secondo e il terzo periodo del comma 2 sono sostituiti dal seguente: “L'imposta municipale propria non si applica al possesso dell'abitazione principale e delle pertinenze della stessa”.

Ma il secondo periodo del comma due della suddetta legge recitava: l'imposta municipale propria non si applica al possesso dell'abitazione principale e delle pertinenze della stessa, ad eccezione di quelle classificate nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9, per le quali continuano ad applicarsi l'aliquota di cui al comma 7 e la detrazione di cui al comma 10.

Per cui se tale comma viene sostituito con la nuova enunciazione poc'anzi riportata è pacifico che, come evidenziato da Travaglio, anche il proprietario di un “castello”  non dovrà pagare il tributo.

Risparmiamo per non annoiare il lettore, l'enunciazione del comma 4 della legge di stabilità che analogamente elimina la Tasi indistintamente per tutti (con riferimento alla sola abitazione principale).

Insomma oltre a subire l’applicazione di leggi ingiuste ed inique dovremmo pure far la parte dei fessi, caro Gennaro Migliore e caro Matteo Renzi? Grazie, ma proprio no!

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15/10/2015

Soldi e promesse, per tirare avanti fino alle amministrative

L'ora delle chiacchiere sta per scadere, lasciando il posto al testo nero su bianco. Entro mezzanotte il governo Renzi deve inviare a Bruxelles la “legge di stabilità” (la ex “finanziaria”) contenente la manovra di bilancio per il prossimo anno.

Da palazzo Chigi esce un fuoco di fila di promesse, tale da impedire qualsiasi seria valutazione di merito che possa durare più di qualche ora. Ad esempio, l'abolizione della Tasi sulle prime case comporta un buco nel bilancio dei Comuni (che incassano questa imposta) per almeno 4,6 miliardi. Se il governo copre – com'è costretto a fare – questa voragine il rapporto deficit-Pil sale automaticamente dello 0,3%. L'analisi tecnica è già stata fatta qui, per cui non ci dilunghiamo. Persino la promessa paracula di “innalzare la no tax area” per i pensionati, portandola dagli attuali 7.700 a 8.100 euro circa, ha un costo (minori entrate) per il fisco di un miliardo, a fronte di un beneficio impercettibile per quei pensionati (155 euro l'anno, 12,5 al mese...). E così via anche per la diminuzione dell'Ires alle imprese, ecc.

La domanda è sempre la stessa: dove trovi i soldi? Sembra ovvio infatti che una legge di stabilità spendacciona e senza coperture potrebbe ricevere un durissimo stop dalla Commissione Europea, incaricata – secondo i trattati – di sorvegliare e correggere le decisioni “sbarazzine” dei singoli governi. Ieri, per dirne una, è stata bacchettata la Spagna di Rajoy, che si era mossa con certo anticipo.

Secondo le regole del Fiscal Compact per il 2016 il deficit dovrebbe essere portato al 1,4% del Pil. Ma la Ue sa essere comprensiva con chi obbedisce ciecamente ai suoi diktat (mica come quegli estremisti dei greci di Syriza prima versione...) e quindi già in primavera era stata concessa una deroga dello 0,4% come premio per aver varato il jobs act e qualche altra “riforma strutturale” minore. Un mese fa era stato guadagnata un'altra deroga, doppia, dello 0,3 per gli investimenti indispensabili nei settori che la Ue riconosce di competenza dello Stato, e dello 0,1 per altre riformette varie.

La legge di stabilità, insomma, può allargare il deficit fino al 2,2% con la certezza di muoversi nel già stabilito. L'ulteriore strappetto di Renzi punta sulla scommessa che la Commissione concederà davvero un altro 0,2% come “sconto migranti”, promesso qualche settimana fa come contributo ai paesi in prima linea – geograficamente parlando – di fronte alla pressione migratoria. In tal modo si arriverebbe al 2,4% del Pil, un punto in più, ovvero 15 miliardi di margine di manovra in più.

Ne mancano però altrettanti, e due delle poste principali per garantire le coperture – spending review, parziale privatizzazione di Poste Italiane, frutti del condono sui capitali detenuti all'estero, ecc. – non sembrano sufficienti a compensare. Anche perché nel conto finisce anche un'altra promessa: quella di non attivare l'aumento dell'Iva e delle accise (a partire da quelle sui carburanti), che avrebbe certamente un effetto recessivo, deprimendo la domanda, ma che era previsto dalle “clausole di salvaguardia” nel caso non fossero stati raggiunti gli obiettivi fissati dalla precedente legge di stabilità.

Vedremo nelle prossime ore se questa forzatura sarà avallata. Il precedente spagnolo non fa probabilmente dormire sonni tranquilli a Renzi e Padoan, ma il margine preteso è in fondo abbastanza ristretto, al contrario di quello spagnolo. Ed anche nell'Unione Europea, ormai, sembra essersi fatta strada l'idea che conviene concedere un briciolo di margine in più ai governi “obbedienti”, di estrema destra economica (come Renzi e i portoghesi, oltre a Rajoy), per limitare il più possibile la montante marea “antieuropeista” (in questo momento a prevalenza di movimenti di sinistra, al contrario di quanto raccontano i media mainstream italiani) stimolata da anni di austerità e sofferenze sociali.

È la vecchia logica del comprare consenso a breve termine (ci sono elezioni politiche in Spagna, già premono quelle amministrative in Italia, con città-chiave in ballo, come Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli, ecc; per non dire dell'Irlanda e del possibile referendum inglese sull'uscita dalla Ue), contando sul fatto che governi “obbedienti” e saldi in sella potranno poi recuperare il terreno perduto nei tagli di spesa.

Nella logica del consenso senza spese va anche la voce circolante a proposito del “parti time per gli over 63”. È evidente anche ai ciechi che l'innalzamento dell'età pensionabile a 66 anni e sette mesi stabilito dalla Fornero è una follia sul piano produttivo (sono le aziende a premere per mandar via i lavoratori più anziani, che sono anche i più costosi) e del mercato del lavoro, perché fa da tappo al ricambio generazionale, contribuendo a tenere molto alta la disoccupazione giovanile. Ma il governo non ha nessuna intenzione di anticipare la possibilità di andare in pensione (smentendo se stesso e le chiacchiere che va facendo da circa un anno), perché questo avrebbe comunque un certo costo – non altissimo – nel breve periodo.

Quindi la soluzione è il ripiego sul “part time” per i lavoratori prossimi alla pensione. Per loro non c'è un gran sollievo (devono comunque continuare a lavorare ancora per quasi quattro anni) ed emergono preoccupazioni serie sul livello del salario (lo stato promette di far versare dalle imprese direttamente in busta paga i contributi che andrebbero girati all'Inps, provvedendo poi a coprire il buco con la contribuzione figurativa; tra parentesi, con una diminuzione del montante contributivo finale e dunque anche dell'assegno pensionistico futuro). Ma anche così, per un part time al 50%, retribuzione netta non supererebbe il 65% di quella attuale. Per gente con quell'età, alle prese con mutui e figi che non lavorano, sarebbe una mazzata feroce. Prevedibile dunque che, trattandosi di una scelta lasciata alla libertà del singolo, ben pochi potranno “beneficiare” di questo presunto sconto.

Per le aziende, invece, c'è l'indubbio vantaggio di poter sfruttare energie fresche a prezzi stracciati, conservando le “strane coppie” giovani-anziani fin quando le esperienze dei secondi non saranno trasmesse ai “nuovi”.

In ogni caso, resta il problema degli esodati e dei disoccupati anziani (over 50, già diventa una tragedia), che non possono accedere ai trattamenti pensionistici ma che nessuna impresa privata assumerà mai (se non in nero).

Vedremo stasera, o più probabilmente domani. Ma è chiaro che questo modo di assemblare una legge di stabilità tutto è meno che un modo professionale. E non a caso già oggi il giornale di Confindustria avverte: “Servono coperture certe proiettate su tre anni”. Che non ci sono...

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Il Premier e le «promesse» da 27 miliardi per la manovra

Renzi deve inviare entro giovedì la Legge di Stabilità a Bruxelles. Il premier deve trovare 27 miliardi per abolire la Tasi e per non far scattare le clausole di salvaguardia nel 2016. Vediamo nel merito.

Il gettito Tasi nel 2014 è stato di 4,6 miliardi. Il taglio di tale imposta ha senso solo se i Comuni non mettono nuove tasse e mantengono invariati i servizi che erogano grazie alle entrate della Tasi. Possibile? Solo se il Governo stacca un assegno ad ogni comune pari al suo gettito della Tasi. E Renzi dove trova i soldi? Ha due possibilità: tagliare altre spese (per esempio sanità e scuola) oppure indebitarsi. In tale caso il rapporto Deficit/Pil aumenterà quasi dello 0,3% (4,8 miliardi vale lo 0,3% del Pil) e rischieremo di violare il Fiscal Compact, l'accordo intergovernativo che il Governo Monti sottoscrisse nel 2012 irrigidendo ulteriormente le regole del Patto di Stabilità. La Commissione Europea ci ha subito ammonito. Il Commissario Europeo Moscovici (a Lucia Annunziata nella trasmissione “In 1/2 Ora” su Rai 3) ha ricordato che «se il Governo italiano decide di fare riduzioni fiscali» deve anche «ridurre le spese economiche corrispondenti».

Taglio tasi, versare ai comuni 4,6 miliardi - L'annuncio di Renzi è abile perché prospetta ai contribuenti un risparmio immediato. La Uil, diretta da Carmelo Barbagallo, ha ipotizzato l'abolizione della Tasi e ha prodotto una preziosa simulazione (sulla base del gettito Tasi 2014) sui risparmi medi per famiglia nelle 106 città capoluogo delle ex Provincie. Nel 2014 i comuni hanno avuto dalla Tasi un gettito di 3,8 miliardi per la prima casa, 800 milioni per gli altri immobili. L’abolizione della Tasi sulla prima casa interesserebbe 25,7 milioni di proprietari: significherebbe un risparmio medio di 180 euro annui; nelle città capoluogo di provincia sarebbe di 230 euro. Secondo il Servizio politiche territoriali della Uil (coordinato dal segretario confederale Guglielmo Loy), in valori assoluti il risparmio maggiore sarebbe a Torino, mediamente 403 euro a famiglia; a Roma il risparmio medio sarebbe di 391 euro; a Siena di 356 euro; a Firenze di 346 euro; a Genova di 345 euro; a Bari di 338 euro; a Bologna di 331 euro; a Foggia di 326 euro; a Como di 321 euro; a Napoli e Ancona di 318 euro, e, a Milano di 300 euro.
Abbiamo citato le città dove il risparmio medio sarebbe maggiore. Vediamo ora le 10 città dove il risparmio medio sarebbe minore. Ad Asti il risparmio sarebbe mediamente di soli 19 euro; ad Ascoli Piceno l'importo salirebbe a 46 euro; 51 euro a Crotone; 57 euro a Catanzaro; 60 euro a Cesena; 64 euro a Treviso; 65 euro a Potenza; 79 euro a Matera; 82 euro a Cosenza e 88 euro a Nuoro.
Ma se Renzi taglia la Tasi, quanto dovrebbe versare nelle casse dei singoli comuni? L’assegno per Roma dovrebbe ammontare a 524 milioni di euro; per Milano 205 milioni; per Torino 114 milioni; per Genova 73 milioni; per Napoli 63 milioni; per Bologna 48 milioni; per Firenze 41 milioni; per Bari 40 milioni; per Venezia 33 milioni; per Cagliari 20 milioni; per Palermo 16 milioni e per Reggio Calabria 8,6 milioni. Ma non è finita qui.

22 miliardi per evitare clausola salvaguardia - Renzi deve trovare altri 22 miliardi per mantenere le sue promesse: 1,5 miliardi per estendere al 2016 la decontribuzione totale a beneficio delle aziende che assumono a tempo indeterminato; 2,1 miliardi per permettere la reindicizzazione delle pensioni e il rinnovo dei contratti dei lavoratori del pubblico impiego (lo chiedono le ultime sentenze della Corte Costituzionale); 18,8 miliardi di euro necessari per sterilizzare le clausole di salvaguardia ed evitare nel 2016 gli aumenti delle accise sui carburanti, l’incremento degli acconti Irpef e Ires, e, l'aumento dell’Iva. L'Ufficio Studi della Cgia di Mestre ha fatto precisamente i calcoli. Una prima clausola di salvaguardia sarebbe scaduta il 30 settembre ed è stata introdotta qualche mese fa poiché la Ue non ha autorizzato l’estensione del “Reverse charge” alla grande distribuzione (misura prevista con la legge di Stabilità 2015). Una seconda clausola (la cui prima scadenza era il 30 settembre) fu introdotta dal Governo Letta ad agosto 2013 con il DL 102/2013. L'allora presidente Letta, quando confermò l’abolizione della prima rata dell’Imu del 2013, ricorse al gettito incassato dalla sanatoria accordata ai concessionari dei giochi (definizione agevolata dei giudizi di responsabilità amministrativa per i concessionari dei giochi) e al maggior gettito Iva generato dal pagamento dei debiti pregressi della Pubblica amministrazione. Malgrado fossero attesi da queste misure 1,52 miliardi di euro furono incassati solo 880 milioni. E così per trovare i rimanenti 640 milioni di euro fu introdotta una clausola di salvaguardia basata su due provvedimenti: l’aumento degli acconti Ires e Irap di 1,5 punti percentuali; l’incremento delle accise a partire dal primo gennaio 2015, per un importo complessivo di 671,1 milioni di euro. Quando divenne premier Matteo Renzi volle evitare l'aumento delle accise e puntò sulla “Voluntary Disclosure” con il DL 192/2014.

Temendo di non avere un gettito sufficiente il Governo Renzi ha prorogato i termini della Voluntary Disclosure dal 30 settembre al 30 novembre. Infine Renzi deve trovare altri 16 miliardi altrimenti scatteranno sia le clausole di salvaguardia inserite dal suo Governo sia quelle inserite dal Governo Letta: il primo gennaio 2016 l'Iva ordinaria passerà dal 22 al 24%, l'aliquota Iva al 10 % salira al 12% e aumenteranno le accise sui carburanti (per neutralizzare questi incrementi occorrono 12,8 miliardi); inoltre verranno ridotte detrazioni e agevolazioni fiscali, saranno aumentate aliquote di imposte se non verranno fatti tagli per altri 3,2 miliardi.
Come si evitano tali aumenti di Iva e accise? Il Governo Renzi nella Nota di aggiornamento al Def presentata a settembre scrive che la copertura della perdita di gettito sarà assicurata da tagli di spesa. Gli Uffici Studi della Camera dei Deputati e del Senato nel Dossier sulla stessa Nota di Aggiornamento al Def esprimono perplessità nel loro linguaggio istituzionale (pag 43-47): infatti la Nota "non fornisce previsioni programmatiche delle voci di entrata". Probabilmente anche i tecnici di Camera e Senato saranno annoverati tra i "Gufi".

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16/09/2015

Pensioni e Tasi: le balle del bullo

di Antonio Rei

Il bullo di Pontassieve ci prende in giro in molti modi, ma noi ci facciamo caso solo quando lo fa nella maniera più spudorata e plateale. Lui, si sa, quando c'è un problema scappa da telecamere e microfoni, ma dove sente che c'è una vittoria nell'aria si fionda. Ultimo esempio, il volo di Stato per andare sul centrale di Flushing Meadows ad occhieggiare da ganzo durante la finale Vinci-Pennetta. La rabbia che una scena simile procura è giustificata - Renzi ha usato i nostri soldi per essere lì mentre aveva altri impegni istituzionali e, tanto per dirne una, sta stracciando la Costituzione - ma sarebbe il caso di riservare un po' d'indignazione anche agli scempi di politica economica portati avanti nell'indifferenza generale.

E' notizia recente che nella legge di Stabilità 2015 non ci sarà alcuna riforma delle pensioni. Curioso, visto che nei mesi scorsi sia Renzi sia il ministro Poletti, sia il Presidente Inps Boeri avevano annunciato in pompa magna un intervento importante per correggere la legge Fornero aumentando la flessibilità in uscita.

Il Premier aveva colto l'occasione anche per dare sfoggio della sua retorica da Libro Cuore: "Se una donna a 61, 62 o 63 anni vuole andare in pensione due o tre anni prima rinunciando a 20-30-40 euro per godersi il nipotino anziché dover pagare 600 euro la babysitter - aveva detto non più tardi dello scorso maggio -, bisognerà trovare le modalità per cui, sempre con attenzione ai denari, si possa permettere a questa nonna di andarsi a godere il nipotino. Le normative del passato sono intervenute in modo troppo rigido".

Le babysitter possono tirare un sospiro di sollievo: non solo la Fornero rimane com'è, ma dall'anno prossimo serviranno addirittura quattro mesi in più per andare in pensione, a causa dell'adeguamento alle aspettative di vita. Con buona pace non solo delle nonne, ma anche dei lavoratori giovani, che continueranno a vedersi bloccare l'accesso al mondo del lavoro dalla masnada di over-60 ancora impiegati.

Si può obiettare che i numeri sull'occupazione stanno migliorando comunque, ma bisogna stare attenti agli inganni. Oltre agli errori marchiani del ministero del Lavoro - che prima diffonde un dato sui nuovi contratti a tempo indeterminato e poi si corregge, dimezzandolo - è bene ricordare che nella quasi totalità dei casi stiamo parlando di conversioni di contratti a termine volte a sfruttare la decontribuzione triennale garantita a chi stabilizza i lavoratori. A ben vedere, a luglio i nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato attivati ammontano a 137.826, mentre le cessazioni sono 137.779: in sostanza, i nuovi posti di lavoro sono 47, questa è la differenza tra le attivazioni e le cessazioni. Non esattamente un'impennata, senza contare che, dopo la mattanza dell'articolo 18, il tempo indeterminato si è trasformato in precarietà illimitata e che dal 2016 le aziende non avranno più alcun incentivo ad assumere.

Una misura davvero efficace per rilanciare il lavoro e i consumi sarebbe un intervento deciso sul cuneo fiscale, ma purtroppo questo governo ha giudicato insufficiente il ritorno elettorale che avrebbe ottenuto con un intervento molto tecnico e difficile da spiegare a noi poveri scemi. Per questo ha preferito spostare le risorse a disposizione sull'abolizione dei prelievi fiscali sulla prima casa.

Una mossa berlusconiana quante altre mai, perché punta alla pancia della gente, che vede nelle tasse sulla proprietà la più odiosa delle ingiustizie. L'esecutivo non tiene conto invece di considerazioni economiche elementari: primo, abbassare le tasse sul reddito avrebbe ripercussioni sul Pil e sull'occupazione molto maggiori; secondo, la cancellazione dei prelievi sulla prima casa è una misura socialmente iniqua, perché garantisce risparmi più consistenti alle fasce socioeconomiche più alte.
Terzo, mentre l'imposta sulla proprietà immobiliare esiste in ogni paese d'Europa, con la sua abolizione i mancati introiti dei Comuni vedranno o un aumento delle imposte generali (addizionali), che pagheranno anche coloro che la casa nemmeno possono comprarla, oppure servirà un intervento di finanziamento del governo ai Comuni (altra balla renziana) che inciderebbe per 4 miliardi di Euro sulla fiscalità generale, ovvero su tutti noi, proprietari di case e no.

Quindi, ciò che esce dalla porta della propaganda rientra dalla finestra della realtà. Con tanti saluti a qualsiasi velleità di redistribuzione del reddito o di sostegno ai poveri (a proposito, Renzi aveva promesso anche un intervento in favore dei cosiddetti "incapienti": qualcuno ne ha più sentito parlare?).

Il punto da chiarire con più vigore è che queste considerazioni sulle scelte del governo non hanno colore politico. Sono dati di fatto, come dimostra l'origine bipartisan delle critiche contro l'abolizione della Tasi sulla prima casa, arrivate non solo dalla Cgil, ma anche dai tecnici dell'Unione europea, da Confindustria, da Assonime e dal centro di ricerche Nomisma. Quest'ultimo centro di ricerca ha prodotto un'analisi di particolare efficacia: quella che il governo sta allestendo "non è una manovra che ridistribuisce e non è una manovra che attiva, cioè che stimola l’economia - ha detto Luca Dondi, consigliere delegato di Nomisma, in un'intervista al Fatto - conti alla mano, per oltre i due terzi delle famiglie italiane lo sgravio (derivante dalla cancellazione delle tasse sulla prima casa, cdr) sarà in media di 17 euro al mese. Difficilmente ci saranno maggiori transazioni immobiliari e maggiori spese per i consumi. Sarebbe meglio privilegiare le due famiglie su 10 che vivono in affitto e hanno disponibilità economiche contenute".

Già, ma poi chi glielo spiega alle nonne ricche?

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06/09/2015

I numeri di Renzi su Pil e occupazione e l’immediato futuro

Parlare dei dati del governo Renzi risulta sempre difficile quando numeri e commenti vengono sempre anticipati da un tweet della presidenza del consiglio. Si tratta del solito tentativo di anticipare l’interpretazione dei dati, spesso concordato con le redazioni di tv e giornali, per arrivare velocemente all’opinione pubblica. L’effetto ottenuto, spesso, non è solo quello d'orientare l’opinione pubblica favorevole ma anche quella sfavorevole. Quest’ultima si pone spesso come un semplice controcanto della propaganda del governo e sbaglia. Perché si caratterizza solo in negativo o perchè si lascia condizionare dal problema di colpire i bersagli offerti dalla propaganda di Renzi. Per cui la linea comunicativa del variegato fronte che si oppone a Renzi finisce per farla il governo: basta un tweet di Renzi e tutti ne discutono, bene o male.

Eppure non bisogna lasciarsi condizionare dal problema di dover definire solo come “falsi” i dati del governo. E’ importante, soprattutto, orientarsi in quelli veri, forniti dallo stesso esecutivo. E’ il ministro Poletti, per quando in modo piuttosto goffo, ad aver ammesso che i dati sulle assunzioni legate al Jobs Act erano sovradimensionati addirittura del doppio. Non è un dato da poco visto che Istat ha fornito i dati del secondo trimestre 2015. Dati che marcano un aumento dell’occupazione senza un trionfo, a parte i tweet del governo, del Jobs Act. Come sappiamo il provvedimento renziano, un mostro di propaganda che trasforma i posti di lavoro stabili in precari ma viene definito “di stabilizzazione”, definisce a tempo indeterminato contratti nei quali è molto più facile licenziare rispetto al recente passato. Facendo saltare molte distinzioni tra contratti a tempo indeterminato e a tempo determinato.

Nonostante questo, e non è poco, nell’ultimo trimestre i contratti a tempo determinato sono quelli cresciuti di più in un lieve, complessivo, aumento dell’occupazione. Non solo perché la crescita degli impiegati a tempo parziale è in maggioranza dovuta a contratti di part-time involontario: la maggioranza (64,6 per cento) delle persone assunte cercava sostanzialmente un impiego a tempo pieno, ma si è accontentata, oltre che dei tweet di Renzi, di un part-time. E qui qualche considerazione sul Jobs act come strumento magico di creazione di posti di lavoro andrebbe fatta. Ma si guardi all’aumento degli occupati: riguarda solo i lavoratori dipendenti (più 1,1 per cento). Nel frattempo il numero di contratti a tempo indeterminato promossi con il Jobs Act è cresciuto (0,7 per cento) meno di quelli a tempo determinato (3,3 per cento), mentre si sono ridotti non di poco (-11,4 per cento) i contratti di collaborazione (la cui stipulazione è stata sospesa con uno dei decreti applicativi del Jobs Act fino a gennaio 2016). Insomma, mentre i contratti a tempo indeterminato sono, per le garanzie offerte, indistinguibili da quelli a tempo determinato si continua, quando l’occupazione aumenta, a scegliere questi ultimi.

Sull’aumento di forza lavoro si potrebbero dire molte cose. Di sicuro gli sgravi alle assunzioni il loro effetto l’hanno fatto, visto che cresce il dato occupazionale ma non gli indici di produttività. Questo significa che il governo Renzi dovrà insistere sugli sgravi fiscali, e sugli incentivi occupazionali, se vuole mantenersi almeno su questi dati. Che non sono eccezionali, salvo per la fantasia di qualcuno, che non sono confrontati con il potere di acquisto dei salari (che ci mostrerebbero una forza lavoro impoverita rispetto anche a 5-6 anni fa) ma che marcano un segno più che è reale e proprio per questo da indicazioni importanti.

Ad esempio, è chiaro che questi provvedimenti non c’azzeccano con le misure del governo Renzi, nè Jobs Act, nè 80 euro (i cui studi sui “benefici effetti” di cosa fece vincere le elezioni del 2014 semplicemente non ci sono), ma su altri fattori. Ne contiamo principalmente tre: export, beni durevoli familiari, beni durevoli delle imprese. E nel primo fattore l’euro conta più del prezzo del petrolio, visto l’alto prezzo della tassazione della benzina in Italia.

L’export, nonostante l’euro sia passato da 1,30 alla quasi parità in primavera, per risalire nelle ultime settimane, ha fatto il suo lavoro. Ma, come abbiamo visto, non lascia traccia di creazione di posti di lavoro a tempo indeterminato (se il Jobs act è definito come tale) né sulla produttività. Non è cosa da poco visto che il modello italiano, ed europeo, è export-oriented come da dogma neomercantilista. Insistere su questo punto, nelle nuove turbolente acque dell’economia mondiale, significherà dover toccare di nuovo il costo del lavoro per rendere competitive le merci nazionali. Secondo una divisione ormai chiara nell’area euro: con una moneta così, che sembra si stia apprezzando come bene rifugio di fronte a nuove crisi, i paesi forti dell’eurozona potranno competere grazie a innovazioni produttive e tecnologiche, quelli poveri svalutando il costo del lavoro. Non ci vuole molto a capire in che parte sta della speciale classifica il governo Renzi, vista la stagnazione (eufemismo) degli investimenti.

Gli altri due fattori, beni durevoli per famiglie e imprese, si leggono sostanzialmente con una voce: aumento degli acquisti per auto. Insomma, sia le famiglie (o quel conglomerato sociale definibile come tale con una certa approssimazione) che le imprese hanno investito sul rinnovo del parco macchine. Il punto è che le imprese non hanno investito in macchinari e attrezzature (che decrescono del 0,2 per cento) e che le costruzioni arretrano di due punti percentuali. Segno che le famiglie e le imprese hanno alimentato una crescita congiunturale, per non restare a piedi in senso proprio letterale, e che fattori più strutturali (macchinari per le imprese e case per le famiglie) mostrano ancora il fiato corto.

Come si vede, le difficoltà strutturali del governo, sul Jobs act e sulla contingenza di quella che viene chiamata “crescita”, emergono dagli stessi dati licenziati come positivi dalla stessa propaganda renziana. Non entriamo in temi reali, quanto respinti da tutti gli attori in campo, come la crisi di questo modello di sviluppo, dello stesso sistema finanziario globale e il tema della fine del lavoro come tale. Quest’ultimo ci ricorda che viviamo in una società dove le tecnologie rimpiazzano più posti di lavoro di quanti ne creino. Come accaduto in quest’ultimo periodo in Spagna dove il Pil è aumentato, grazie all’immissione di innovazione tecnologica, ma non l’occupazione. Ci limitiamo qui alla radiografia economica dell’esistente.

Nel complesso la variazione trimestale positiva di Pil, più 0,7, pur in linea con le previsioni del governo (e di questo ne va dato atto, altri DEF sono stati di pura fantasia) ricorda il dato del primo trimestre del 2008 (più 0,6). Quello prima dell’inizio della grande crisi apertasi con Lehman. Insomma nessun dato, nessuna accumulazione di ricchezza alle viste di fronte alla nuova stagione dura apertasi nell’economia globale. Ma lasciamo per una volta gli scenari globali, quelli che contano sul serio, da parte e guardiamo le previsioni sul debito pubblico, quelle che metabolizzano i dati di segno più che abbiamo commentato. L’indice sul debito pubblico parla da solo. Il capitalismo renziano, quello con una crescita debole e previsioni del debito pubblico, con un trend che arriva fino al 2019, in netta crescita (qui nonostante il DEF).

L’autunno tenderà ad accentuare i problemi di una economia a crescita zero, con un debito pubblico enorme, di fronte ad uno scenario globale non sereno. Renzi di fronte a questa (evidente) impasse ha deciso di provare, in una logica che sembra più legata al consenso che all’economia, a mantenere il favore dell’un per cento della società. L’eventuale abolizione della Tasi, che potrebbe essere la vera “riforma” dello stato liquidando la capacità di erogare servizi per molti comuni italiani, non è infatti una misura che incide sull’economia ma sul patrimonio. Quello del terzo dei contribuenti più ricchi che pagano quasi due miliardi di Tasi in confronto al terzo di quelli più poveri che pagano poco più di trecento milioni.

Questi due miliardi, eventualmente, verranno investiti? Ovviamente no e comunque non c’è certo obbligo, in un mondo globale, di investire nel proprio paese, e in attività produttive, i propri soldi da parte dei ceti più ricchi. Ma in compenso il rischio forte è per le economie territoriali le quali sarebbero colpite dal taglio della Tasi in modo significativo. Basta leggere i bilanci dei comuni il cui taglio degli investimenti è stato brutale secondo i dettami del patto di stabilità. E quanto tutto questo abbia inciso nelle difficoltà della “crescita” italiana e quanto inciderà nel futuro è un bel tema da analizzare.

Ma intanto guardiamo al presente, alla differenza di vedute tra governo e Bruxelles (cioè Berlino) sul taglio delle tasse. Berlino per l’Italia vuole aumento dell’Iva e detrazioni alle imprese sul lavoro. In pieno stile export-oriented che, come abbiamo visto, non genera fiumi di posti di lavoro. Il governo Renzi vuole, per motivi di consenso ma anche di concezione dell’economia, la svolta reaganiana. E così, tra Scilla e Cariddi, si posiziona questo paese.

Redazione, 2 settembre 2015

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03/07/2014

I soliti vecchi democristiani... La Chiesa esentata da Imu e Tasi

Il "nuovo" di Renzi è l'ammuffita prassi democristiana di sempre, condita da una sfrontatezza impossibile ai vecchi gerarchi di piazza del Gesù.

Le "scuole paritarie" e le cliniche convenzionate con il sistema sanitario nazionale - non solo quelle della Chiesa cattolica, ma tutte le private "in convenzione" - sono di fatto esentate dal pagamento di Imu e Tasi. Ma l'agevolazione riguarda anche le università non statali e le altre scuole paritarie in possesso di particolari requisiti.

Una lettura attenta ai codicilli contenuti nel decreto del 26 giugno chiarisce infatti che compilando la dichiarazione per l’IMU e la TASI per gli enti non commerciali, quelli che possiedono immobili con determinate caratteristiche di utilizzo, saranno esentati dal pagamento delle due tasse.

Per le scuole private, il marchingegno che le esenta è regolato dall'entità della retta richiesta alle famiglie degli studenti. Se non supera il costo medio annuo per ogni alunno di scuola statale calcolato dall'Ocse (6.882,78 euro), possono non pagare.

Un trucco che allarga, invece di restringere, le esenzioni già previste nel contestato decreto del governo Monti, che introdusse l'"uso misto degli edifici di proprietà degli enti non commerciali" (calcolando ai fini del pagamento delle tasse soltanto la porzione di superficie degli immobili dedicata ad attività "redditizie", ossia a pagamento). Non perché Monti fosse un ateo inferocito con la Chiesa (anzi...), ma perché "ce lo chiedeva l'Europa". Il Ministero, col Regolamento allora emanato, tentava di “ricondurre a coerenza con i principi comunitari” la normativa italiana, dimenticandosi però del fatto che in quasi tutti i paesi europei le scuole non statali godono a diverso titolo di finanziamenti pubblici e possono dunque permettersi di praticare una retta semplicemente simbolica ad integrazione del contributo statale. In Italia, insomma, praticano rette "da privati", prendono comunque soldi pubblici e vengono addirittura esentate dalle normali tasse che ogni cittadino deve pagare per la sua casetta (anche gli inquilini, ora!).

Naturalmente, Renzi ha evitato accuratamente di scatenare un discussione pubblica sul tema. Sarebbe stata inevitabilmente attraversata da "irrigidimenti ideologici" che lo mandano su tutte le furie. Ha preferito dunque far elaborare un meccanismo criptico scavando all'interno del quale scatta comunque l'esenzione.

Se, dunque, nell'Unione Europea l'insegnamento privato deve essere per l'essenziale "a titolo gratuito" (visto che a pagare la differenza provvede l'odiato "settore pubblico"), ecco che il governo Renzi definisce un “requisito” che alla lettera sembra rispondere alla regola continentale. Alla lett. c), comma 3, dell’art. 4 del Regolamento si legge infatti: "lo svolgimento dell’attività deve essere effettuato 'a titolo gratuito, ovvero dietro versamento di corrispettivi di importo simbolico e tali da coprire solamente una frazione del costo effettivo del servizio, tenuto anche conto dell’assenza di relazione con lo stesso'.

L'importo "simbolico", però, è stato quantificato prendendo a riferimento il "costo medio pro alunno dell'istruzione pubblica di ogni ordine e grado" (università comprese, dunque), ovvero quei quasi 7.000 euro che ora fanno da soglia per l'esenzione. In questo modo, un'attività venduta al prezzo di 700 euro al mese diventa... "non commerciale".

Un vero lampo di genio, che chiarisce come funzioni questo governo: truffe, chiacchiere e facce di tolla.

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