Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/07/2017

Fascismo: l’attualità indica che è necessario ripensarci. Ma sul serio



In questi giorni, attorno al caso “balneare” di Punta Canna, si è discusso molto a proposito e sproposito di fascismo.

Nel frangente è emerso chiaramente un dato: nell’epoca della comunicazione a 140 caratteri si sono smarrite la gran parte delle coordinate interpretative che erano state tracciate al riguardo dell’analisi di questo fenomeno che ha avuto una fondamentale importanza nella storia d’Italia e d’Europa.

Come accade ormai su quasi tutti i temi di carattere storico – politico si viaggia a spanne e appare sempre più difficile leggere o ascoltare interpretazioni in grado di definire correttamente i fatti, per come accaddero e la loro influenza sul complesso della realtà politico – sociale non soltanto dell’epoca.

E’ il caso allora di riprendere in mano testi soltanto apparentemente datati ma in realtà ancora provvisti al loro interno di un’espressione di capacità d’analisi che ci porta anche a verificare l’attualità, soprattutto dal punto di vista del ritardo di lettura proprio sul piano culturale dell’identità del nostro Paese.

Mi riferisco, in questo caso, all’intreccio tra Gramsci e Gobetti proprio sul terreno dell’analisi del fenomeno fascista.

Riprendo allora un articolo scritto da Paolo Spriano per l’Unità (19 giugno 1971) dove si riferisce proprio dell’interpretazione gobettiana della storia d’Italia.

Gobetti comprese appieno le ragioni di un’antitesi di fondo, tra un’Italia moderna, lavoratrice, capace di un salto rivoluzionario, e l’Italia dei cortigiani, dei servi, dei privilegiati, dei trasformisti, della classe agraria e della plutocrazia.

A quel punto il giovane intellettuale torinese collega il fenomeno fascista (in quel momento emergente) al Risorgimento e al post–Risorgimento, nella convinzione che non vi fossero differenze sostanziali tra la dittatura giolittiana e quella imposta da Mussolini alla fine del 1924.

E’ a questo punto che Gobetti tira le somme con la sua più importante (e celebre) affermazione riguardante il fascismo come “autobiografia della nazione” quale esito di uno sviluppo economico e politico diverso da quello degli altri paesi europei come prodotto di una morale collettiva corrotta, del carattere di un Paese di “cortigiani”.

Gramsci, evolvendo la sua analisi soprattutto nel periodo del carcere, individua il fascismo come “fenomeno politico di massa” riconoscendone la presenza come ideologia.

Fa notare Asor Rosa nel suo capitolo: “Il fascismo. Il regime 1926–1943” nella Storia d’Italia dall’unità a oggi, volume X della Storia d’Italia edita da Einaudi nel 1975 come, pur sottolineando la diversità, esistesse un fondo comune antigiolittiano e antiriformista tra Gramsci, Gobetti, Togliatti, Terracini, Tasca che portava al “principio dell’inversione e rovesciamento di quella logica che aveva dominato la storia della cultura italiana dal 1900 al primo dopoguerra” dalla quale il fascismo era sorto.

Da quell’analisi sortirono, alla fine, due punti sui quali dovrebbe ancora adesso essere appuntata l’attenzione nel momento in cui ci si trova di fronte a fenomeni come quelli di cui si è discusso in questi giorni:

1) La comune tensione tra Gramsci e Gobetti nell’individuare la necessità di una “rivoluzione intellettuale e morale”;

2) La definizione togliattiana di “regime reazionario di massa” (Lezioni sul fascismo: a cura di Ernesto Ragionieri, Editori Riuniti 1970, volume nel quale sono stati raccolti i testi delle lezioni tenute a Mosca nel 1935 alla scuola di partito per gli esuli italiani).

Orbene, in conclusione, se si riprendono queste due affermazioni “regime reazionario di massa” e necessità di una “rivoluzione intellettuale e morale” completiamo un quadro di analisi che ci consente ancora oggi di supportare il rifiuto totale di quel regime senza neppure scendere negli orrendi dettagli della sua opera non certo delimitabile a un presunto errore nel coinvolgere l’Italia nella tragedia del secondo conflitto mondiale.

Di quanto poi ci sarebbe bisogno oggi di una “rivoluzione intellettuale e morale” appare quasi pleonastico discutere.

Fonte

28/08/2015

“Guarire” gli italiani dalla lotta politica

La crisi d’identità di ciò che resta della sinistra appare ormai singolarmente complementare alla ”concezione terapeutica” della funzione di governo che ispira la rozza, ma efficace prassi politica di Renzi. La sinistra si sente “malata” e Renzi si comporta come il medico con il paziente.

Se il fascismo, per dirla con Gobetti, voleva “guarire gli Italiani dalla lotta politica”, utilizzando come medicina la “fede nella patria”, Renzi “cura” la crescente paura dell’imprevisto, con ripetute iniezioni di ottimismo. L’Italia fascista si resse su una cambiale firmata in bianco: il regime professava “nuove convinzioni” e lasciava credere che tanto bastasse a modificare la realtà dei fatti. Renzi promette ciò che sa di non poter mantenere, sposta in avanti l’ora dei conti e raccoglie il temporaneo trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo. Il fascismo ci condusse al disastro. Renzi rischia di ripetere l’impresa. Intanto, ieri come oggi, la fuga in avanti cancella conquiste e diritti in nome di una presunta “malattia” ed esaurisce la complessità delle dinamiche sociali in una “professione di convinzioni”.

Una sinistra attestata con orgoglio sulla barricata del suo sperimentato sistema di valori, più che balbettare formule teoriche, ricorderebbe l’efficacia della pratica, smonterebbe con l’analisi della realtà e la produzione di “fatti nuovi e alternativi” l’infantile fiducia ottimistica in un mondo semplificato secondo le misure di Renzi. Una sinistra convinta di se stessa tornerebbe a credere alla storia più che al progresso e costruirebbe la sua prima trincea negli Enti locali; provocando la crisi, dov’è decisiva, e ovunque affermando la superiorità di una sana “anarchia” contro le false dottrine democratiche di un centralismo sempre più autoritario, che sta smantellando la Costituzione.

Se qualcosa vuol “vivere a sinistra”, occorre che la gente di sinistra – molto più numerosa e attiva di quanto si creda – faccia vivere nelle realtà locali le mille articolazioni della prassi sociale e lotti per “prendere i Municipi”. Per farlo, occorre aprire lo scontro con la borghesia non con l’intento di “escludere”, ma con l’occhio attento alla dinamiche interne alle classi sociali, per intercettare e includere le sempre più ampie fasce proletarizzate. In questo senso ci sono due punti fermi dai quali partire: la storica “polemica contro gli italiani”, di Gobetti, in un antifascismo che era antiautoritarismo, e il diritto a reagire, individuato da Gramsci, quando l’eversione viene dall’alto, da ceti dominanti che mettono arbitrariamente mano alle regole che essi stessi si sono dati. Gobetti sostenne che l’antifascismo, prima di essere ideologia, è un istinto. Bene. E’ quell’istinto che deve indurci a difendere la Costituzione da un governo che la stravolge. Anche qui, non si tratta di violare la legge, ma di esercitare il sacrosanto diritto che Dossetti rivendicò nel dibattito dell’Assemblea Costituente.

Di fronte a quella metà del Paese che non vota perché non si sente rappresentata, ci sono due strade: le rigide formule ideologiche, che dividono, allontanano la gente e consentono a Renzi di trasformare l’astensione in un micidiale strumento di potere, o la “disobbedienza” come base programmatica di una sinistra che batta in breccia la menzogna sulle false “maturità democratiche” straniere. Prima tra tutte quella tedesca. Una sinistra che si affermi, partendo dalle lotte dei movimenti nelle realtà locali, costruendo un nuovo modello di governo, che passi per una “cessione di potere” delle Istituzioni a comitati di lotta e realtà di base. Una sinistra che attinga a piene mani dalla sua storia, come accade in Grecia: mutualismo, cooperazione, solidarietà, autogestione. Su questa base di rinata consapevolezza, si potranno poi raccogliere mille esperienze in una sola forza che si scagli contro i proconsoli dell’Europa delle banche.

Dal momento che il ”nuovo” è rappresentato da Renzi, soprattutto come “falsificazione narrativa”, meglio rifarsi a schemi e approcci “antichi”. Se è vero che Gobetti non aveva torto e “il fascismo fu soprattutto un’indicazione di infanzia”, non è meno vero che l’antifascismo, il seme da cui nasce la Repubblica, fu prova di maturità, fu il tarlo del cosiddetto “consenso”, consentì la Resistenza e costituì la prova storica che il fascismo non è stato “l’autobiografia della nazione” ma era e rimane il baluardo su cui s’infranse un regime. L’Italia di Renzi, che ripropone ed esaspera il concetto di nazione, che riporta all’ordine del giorno la guerra, che impone la collaborazione delle classi, cancella la partecipazione popolare alla lotta politica e asservisce la scuola, cancellando la libertà d’insegnamento, l’Italia di Renzi non è fascista nel senso storico, ma si prefigura come la manifestazione di un male genetico della democrazia borghese di fronte alle gravi crisi finanziarie: una feroce reazione liberal-liberista. A questo punto, se qualcosa vuol vivere a sinistra, occorre tornare almeno a due punti fermi ai quali ancorarsi: la cultura antifascista e i valori e le pratiche di quel socialismo che è stato storicamente la sola alternativa possibile alla barbarie.

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