Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

16/03/2015

La riforma del titolo V della Costituzione e il bacio della morte del mago di Bientina

Il voto del Consiglio Comunale di Livorno ha approvato la variante anticipatrice del piano regolatore strutturale necessaria per l’approvazione, in sede regionale, del piano strutturale del porto. Il direttore del Tirreno, non parco di iperboli, ha salutato il voto come qualcosa che getta “le basi per una nuova era di prosperità e di speranza”. Come sia possibile in una economia dove le previsioni danno il pil nazionale stagnante almeno fino al 2050 è, probabilmente, segreto custodito con molta gelosia da chi lo detiene parlando di prosperità alle porte. Eppure anche il segretario del Pd territoriale, sindaco di Collesalvetti, si era espresso, sempre parlando di Prp e Darsena Europa, con accenti da profezia del marketing: “Vedremo forme di imprese mai viste”. Nel frattempo le forme di imprese già viste chiudono, come People Care, proprio sul territorio del sindaco di Collesalvetti, e non sarebbe male utilizzare un po’ di questa carica visionaria per salvaguardare i posti di lavoro esistenti.

Sicuramente il Jobs Act produrrà qualche posto di lavoro nuovo, contenendo una forte defiscalizzazione contributiva per i primi 36 mesi di assunzione, tra questo fenomeno, accordi di programma, piccoli segni “+” nel calcolo del Pil, e un po’ di stampa entusiasta, i consensi verso il renzismo nazionale e di provincia dovrebbero permanere. Ma chiuderà anche tante imprese esistenti, perché i lavoratori "vecchio stile" diventeranno una zavorra.

Appare, però, oggettivamente occultata la constatazione dell’evidenza: la rarefazione dei settori produttivi ad alta occupazione è una tendenza del futuro, non un accidente del presente. E questo vale tanto più sul nostro territorio che, ripetere giova, in Toscana è quello per cui ci vogliono più capitali per produrre un posto di lavoro. Per cui quando leggiamo dell’arrivo di piogge di milioni a Livorno, oltretutto non certificate nella loro reale consistenza, ci viene subito da evidenziare una cosa: tutti invocano capitali, nessuno parla di invertire questa legge locale, per cui, i capitali magari si impiegano ma per risparmiare posti di lavoro, rispetto ad altri distretti toscani, non per crearli. Ma quello che vogliamo approfondire, con il voto del Prp è un fattore più politico. Ovvero che quello che appare un voto dettato dalla volontà di un chiaro vincitore, il governatore della regione Toscana, in realtà è qualcosa che, se letto in controluce, rivela la crisi a venire dell’istituzione regionale. Con non piccole conseguenze per la politica locale. Andiamo per gradi.

La legge regionale dell’aprile 2014, che impone di fatto i tempi di realizzazione del piano regolatore portuale (Prp) a Livorno e a Marina di Carrara, contiene, naturalmente, una serie di logiche da parte del legislatore. Anche più strettamente politiche, ad esempio si capisce come la Regione, prima delle elezioni amministrative del maggio-giugno 2014, intendesse in qualche modo determinare, a proprio favore, i rapporti di forza con le amministrazioni locali a prescindere dal risultato del voto.

Questo significa che, vista la faticosa gestazione del Prp labronico, anche in caso di vittoria di Ruggeri non sarebbero mancate le frizioni con l’amministrazione locale livornese. Certo, in modo meno plateale ma sicuramente la Regione, con la normativa del 2014, avrebbe avuto un’arma in più per dirimere le forti differenze non solo tra amministrazioni ma tra poteri Pd del capoluogo e della costa.

Poi, come diceva Raymond Aron, Cleopatra ci ha messo il naso e a Livorno le cose alle elezioni sono andate in modo diverso da quanto pensato dal Pd. La contrapposizione Rossi-Nogarin ha così radicalizzato i problemi del sistema politico Toscana facendo capire alcuni temi del futuro. Primo fra tutti il ruolo decrescente delle Regioni nella filiera dei poteri nazionali così come si profila dalla riforma del titolo V della Costituzione che è in lettura alle camere. Si capisce così che l’insistenza, e i toni aggressivi, di Rossi nei confronti di Nogarin non esistono solo a causa del differente colore politico del rappresentante della regione e del comune. Esistono piuttosto a causa del timore, dei nessi amministrativi alti della regione e del ceto politico qui correlato, di essere emarginati dalla riforma Renzi (il che spiegherebbe perché i renziani hanno lasciato la regione a Rossi, sostanzialmente vedendola come un sacco vuoto). A questo timore di emarginazione corrisponde così, per reazione, un ruolo più forte della Regione non solo nei Prp ma anche in accordi, come quello su Piombino, legato alla ristrutturazione complessiva delle città.

Con la riforma, alle camere, del titolo V (già riformato nel 2001) si sono infatti messe nel mirino le competenze delle regioni, soprattutto i poteri decisionali sulla strategicità delle infrastrutture di trasporto e dell’energia. Presto, con il cambiamento in vista (salvo incidenti clamorosi in una delle camere) le competenze su energia, infrastrutture strategiche, grandi reti di trasporto, salute e previdenza passeranno dalle Regioni allo Stato. E di lì saranno “finalmente” privatizzabili, là dove ci sarà profitto naturalmente sottraendo comunque competenze agli enti locali dai Comuni alle Regioni. Una bella beffa al referendum 2011, tra l’altro.

C’è da chiedersi, una volta ultimato il processo di riforma del titolo V compreso il referendum confermativo, cosa resterebbe della Regione così come la conosciamo. Visto, ad esempio, che la voce sanità rappresenta circa i tre quarti del bilancio regionale. Si capisce, visto proprio il tentativo di fare la voce grossa sui porti da parte di Rossi, come la Regione risponda, al rischio di perdere competenze sulle infrastrutture strategiche verso lo Stato, sostanzialmente commissariando i Prp di porti come quello di Livorno. E pure proponga, con il solito metodo dell’atto di imperio mediatico poi votato alla bersagliera dal Comune di Livorno, un percorso di dichiarazione di area di crisi complessa quando, pochi mesi dopo, la stessa stampa amica di Rossi scopre essere difficilmente praticabile. E qui le istituzioni livornesi, per non dire delle forze politiche, dovrebbero avere l’intelligenza di capire che non siamo di fronte, quando si parla di accordi del genere, ad atti dovuti ai quali rispondere all’unanimità pena l’accusa di tradimento.

Molte forze politiche, comprese quelle autoproclamatesi di sinistra, ragionano invece ancora con mentalità sabauda: scambiano questi movimenti “alla Rossi” tipici della crisi della governance (proliferazione compulsiva di tavoli, soggetti, accordi su temi strategici assieme alla paralisi di funzionamento delle politiche pubbliche) per attivismo dello Stato al quale aderire, se possibile con atti formali, in modo automatico se non entusiastico. Il comportamento di Rossi sta, invece, tutto intero entro la crisi della governance. Un modello economico toscano stagnante, con poche tradizionali punte di eccellenza e con molta depressione economica, un sistema del credito paralizzato (basta vedere il Monte dei Paschi), si innestano in tavoli (così si chiama la governance in ossequio al linguaggio della concertazione sindacato-parti sociali) dove, dai trasporti alla sanità, prevalgono gli interessi pronta cassa dei privati, e la rissosità del ceto politico toscano, la crisi verticale del credito piuttosto che una innovazione di modello rispetto ad una crisi epocale. Crisi che minaccia la stessa forma regione, come abbiamo visto.

E nella vicenda del finanziamento del porto di Livorno, con i famosi milioni che ballano tra cifre e soggetti che cambiano ogni volta, frutto delle follie dell’effetto annuncio sui giornali ma anche della crisi della governance, fa capire che proprio sul piano della composizione politico-amministrativa del finanziamento delle infrastrutture la Regione mostra forti difficoltà. Proprio l’ostentazione con cui il mago di Bientina, Enrico Rossi, mette i milioni della Regione sul tavolo fa capire la difficoltà di governance finanziaria della Regione rispetto alle infrastrutture. Perché, nonostante le cifre ostentate, il cerchio dei finanziamenti non solo non si chiude ma rivela una inattesa, perlomeno a chi non segue questi processi, complessità. E qui una analisi della crisi di Fidi Toscana, del credito toscano alle infrastrutture, e della presenza di Paribas (una delle banche più “subprime” che ci viene a mente, comunque niente rispetto alla bomba Crédit Agricole che, scherzo del dio dei fallimenti, possiede Cariparma) nella nostra regione dovrebbero aiutare a capire molto delle difficoltà di governance finanziaria che incontra il porto di Livorno.

Certo il ragionamento non vale per dei media regionali che, dal Tg3 al Tirreno, sono semplici uffici stampa, alcuni paludati altri più pulp, del potere istituzionale. Ma vale per chi a Livorno deve reinventarsi un futuro. Non aderendo automaticamente magari a tavoli che servono più per un simbolico di coesione sociale che per un reale funzionamento. Non scambiando la crisi della governance per funzionamento di uno stato ormai solo immaginario. Perché la vicenda della riforma del titolo V sta spingendo il mago di Bientina a dare il bacio della morte a chiunque. Nel tentativo di portare, con sé, qualche altra istituzione. Comandandola, naturalmente. Di tutto questo la politica istituzionale non si libera con un atto di volontà. Certo, i patti vanno firmati, forza della legge e della tattica. Ma la politica pura, quella legibus solutus anche quando sembra aderire alla forma della legge, conosce altre strade. Ci sono modelli, come quelli della governance municipale di Barcellona, forse più adatti alle necessità di rigenerazione urbana ed economica locale, che andrebbero studiati ed implementati a Livorno. Magari nel rispetto della legge, con intelligente ambiguità mandando tanti inutili, fragorosi patti nel binario morto. Altrimenti il bacio della morte del mago di Bientina, frutto di un modello economico e politico fallito, arriverà a segno. Qui servono infrastrutture mirate, fondali, posti di lavoro di vecchio e di nuovo tipo, tecnologie, rigenerazione urbana ecologicamente sostenibile. Non mesi di presenza sui giornali, con atteggiamenti da cortile, in attesa della prossima campagna di marketing politico. Entro un modello di governance che appare destinato a declinare. O a svendere ciò che resta dei territori.

Per Senza Soste, Nique La Police

14 marzo 2015


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