Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/08/2019

Come si specula sui terremotati


Siamo in quel periodo dell’anno in cui giornali e tivvù ricominciano a parlare (un po’) del terremoto del 2016. D’altra parte, si avvicinano i fasti del triennale della notte che cancellò l’Italia Centrale e la fissazione dei media per le date cerchiate sul calendario è una prassi dura a morire.

Poco male, si dirà, purché se ne parli. È vero. Parliamone un po’.

È complicato farlo, in realtà. Potrei prendere una cosa qualsiasi scritta l’anno scorso (o due anni fa) e dovrei cambiare pochissimo per rendere il tutto attuale. La notizia, si continua a dire, è che non c’è notizia. Persino le istituzioni hanno smesso di produrre aggiornamenti.

Ad esempio, non si sa il numero preciso degli sfollati. C’è chi dice 30.000 e chi dice 50.000, ma sono stime. Né il governo, né la protezione civile, né il commissariato alla ricostruzione appaiono in grado di dare una cifra ufficiale.

Una rimozione sfrontata: è impossibile determinare la dimensione esatta del problema. I terremotati sono tanti (decine di migliaia, insomma), i terremotati sono pochi (cosa vuol dire decine di migliaia su sessanta milioni di italiani?).

Si sa, in compenso, che alcune delle più fosche previsioni degli anni passati si sono trasformate in cupe realtà. Tipo la storia del centro commerciale di Castelluccio, che è in piena attività ed è davvero un centro commerciale (all’inizio negavano pure questo), mentre il paese è vuoto. Le casette provvisorie sono state consegnate solo la scorsa primavera e non sono ancora abitabili.

Lo dicevamo e ci dicevano iettatori: viviamo nella prima epoca storica in cui i negozi vengono costruiti prima delle abitazioni.

Questa cosa delle casette consegnate ma non abitabili, poi, è una situazione piuttosto diffusa nel cratere. La settimana scorsa sono stato ad Amatrice: in una delle frazioni, mi ha spiegato un terremotato, sono state consegnate quattordici casette. Quelle abitate sono appena due.

Come si ammazza un territorio? Così, svuotandolo. Si chiama strategia dell’abbandono, ma già lo sapete. Forse.

Sono dunque passati tre anni. E tre governi. Tre commissari alla ricostruzione. E cosa è cambiato? Niente. Ancora lo scorso giugno il premier Giuseppe Conte si aggirava per Norcia a dire che «non vi lasceremo soli», in una magnifica citazione di Matteo Renzi, che quella stessa frase la disse la mattina del 24 agosto del 2016. Basta dirlo, e tutto andrà bene.

In tre anni abbiamo visto anche due campagne elettorali. Una con ampio traffico di politici e un’altra praticamente senza comizi. Per le politiche del 2018 si sono fatti vedere in tanti, per lo più leghisti e grillini, con quelli del Pd che, forse saggiamente, preferirono nascondersi. Per le europee del 2019 non è venuto praticamente nessuno, anche perché qui è più facile perdere voti che guadagnarne.

Trentamila sfollati? Cinquantamila? In termini assoluti sono pochi elettori, ma che figura farsi contestare in campagna elettorale. Meglio far finta di niente.

Ci sono anche episodi buffi. Qualche settimana fa ad Amatrice c’è andato addirittura Mattarella, per l’inaugurazione del tanto celebrato liceo sportivo. Un dettaglio: ancora non era pronta la palestra, cosa che, ad occhio e croce, dovrebbe servire ad un liceo sportivo. Poco male: tutto secondo copione. In fondo nelle tragedie non manca mai il grottesco. E non lo dico io, ma Aristotele.

Salvini, comunque, cresce nei consensi anche qui. Perché? Semplice, perché se ne strafrega. Ha lasciato la pratica a quei polli del Movimento Cinque Stelle (che hanno avuto la libertà di nominare un commissario e addirittura un sottosegretario, il mostruoso Vito Crimi) e prima o poi passerà nuovamente all’incasso dicendo che il casino è tutta colpa del Pd e dei grillini, cosa peraltro in parte vera. Il gioco non durerà a lungo, ma un po’ sì, e i consensi si lucrano giorno dopo giorno, mica sul lungo periodo.

Giusto? Non fa niente che gli unici, sin qui, ad avere problemi seri con la giustizia per fatti collegati a questo terremoto siano un ex sindaco e attuale senatore leghista e un’imprenditrice che proprio con Salvini si è fatta un bel selfie, ad Ascoli, pochi mesi fa.

Fra tre settimane, dunque, arriva l’anniversario. Vi chiederanno di restare in rispettoso silenzio per le trecento vittime. Rilanceranno pure il mitico hashtag #insilenzio. Verranno con le facce tese e gli sguardi bui, accenderanno lumini, parteciperanno a messe in suffragio, diranno che «non vi lasceremo soli». E tutti bisognerà restare #insilenzio.

O forse, per una volta, anche no.

Fonte

31/10/2018

Affare terremoto. Un supermercato invece delle case

Ieri è stato inaugurato il Deltaplano di Castelluccio. È una storia con cui ammorbo tutti da più di un anno e per la quale il sindaco di Norcia Nicola Alemanno e la presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini hanno minacciato a più riprese di querelarmi insieme a tutti quelli che hanno sollevato perplessità su questo centro commerciale che sorge nel bel mezzo della piana.

La cosa più sconfortante, oggi, è leggere i resoconti della giornata sulle varie cronache locali: si parla di “passi avanti”, “struttura inserita nel contesto ambientale”, “realtà forte e solida”, “segnale di ripresa”, “speranza per il futuro”.

Torna in mente qualche verso di un marchigiano amato solo per finta dai suoi conterranei, Giacomo Leopardi: “Dipinte in queste rive / son dell’umana gente / le magnifiche sorti e progressive. / Qui mira e qui ti specchia, / secol superbo e sciocco […]”.

Sui motivi per cui tutto questo è una follia ha scritto abbastanza (nei commenti metto il link di qualche pezzo che spiega bene), e ora vorrei soltanto sottolineare un dato, perché alla fine in mezzo a tante chiacchiere i numeri hanno una loro importanza, cioè almeno servono a capire di preciso di cosa parliamo quando discutiamo di ricostruzione.

A due anni da sisma la ricostruzione è ferma allo 0,5% (zero virgola cinque percento) del totale. La colpa di tale palese insuccesso viene data, per lo più, alle regioni, al governo, alla burocrazia, all’Europa, ai migranti, ai commissari eccetera eccetera eccetera.

La verità, però, è che non si tratta di insuccesso ma di preciso disegno politico (la “strategia dell’abbandono”, come si dice): è chiaro ormai che il modello di sviluppo del cratere del terremoto prevede uno spopolamento più o meno coatto e la costruzione continua di centri commerciali, ristoranti, strutture ricettive e altra roba che servirà soltanto ad accogliere turisti.

Non è un complotto, è un discorso serio cominciato negli anni ‘80 e che prosegue ancora adesso: viviamo in un’epoca in cui i profitti valgono più delle persone, quindi – a Castelluccio come altrove – dei residenti (ex, ormai) non gliene frega niente a nessuno, e la cosa più importante è “far ripartire l’economia”, cioè appunto creare profitto. Profitto che, per inciso, non verrà ridistribuito ma andrà nelle tasche di pochissimi.

Per questo si preferisce costruire un centro commerciale invece che una casa. Fermatevi un attimo e pensateci: in quale epoca della storia umana si è pensato a costruire prima i negozi e poi le case? Mai. Cioè oggi. Il terremoto, in questo senso, è un’ottima occasione per riscrivere la storia e le geografia di un’area immensa.

Benvenuti nel futuro: non contavate un cazzo prima, ogni giorno che passa conterete ancora meno.

Fonte

30/04/2018

La “ricostruzione” a Castelluccio è... un centro commerciale


Allora, so benissimo che ormai del terremoto e dei terremotati non gliene frega più niente a nessuno, quindi qui, adesso, potrò tranquillamente essere palloso – tanto non vi disturbo – e magari nei prossimi giorni tornerò a scriverne ancora, anche se ormai l’impatto del giornalismo sulla società è pari a zero e quindi gli eventuali articoli saranno soltanto un modo per alimentare la mia futura spocchia (sto già preparando la migliore faccia da stronzo per l’inevitabile «ve l’avevo detto» che servirò a chiunque verrà a parlarmi della schifezza del centro commerciale di Castelluccio).

Comunque.

Parliamo, appunto, del centro commerciale a forma di deltaplano la cui costruzione è cominciata da qualche giorno in quel di Castelluccio di Norcia: una struttura da 11.000 metri quadrati nel bel mezzo della piana. Dovrà ospitare un totale di 10 ristoranti e 18 attività commerciali e di servizio.

Quando dalle montagne di carte relative al dopo-sisma emerse questa storia – luglio 2017 –, i vertici della Regione Umbria e i privati interessati alla costruzione del centro commerciale hanno prima bollato le voci come «fake news» (strategia ormai un po’ patetica, usata a vari livelli, per scavalcare le obiezioni senza discuterne) e poi hanno cominciato a rassicurare: non ci sarà cemento, sarà una struttura a impatto zero, ci sarà anche una copertura in verde che non disturberà il paesaggio e così via.


Adesso scopriamo che una colata di cemento in realtà c’è già stata («Solo pochi centimetri», si giustificano), che quindi il famoso «impatto zero» se n’è già andato a farsi benedire e che della copertura in verde non ne parla più nessuno, tanto che sui prospetti del progetto è anche sparito il nome dell’architetto originario, tal Francesco Cellini.

Questo per limitarci ai fatti. I puri, semplici e incontrovertibili fatti: dicevano una cosa, ne stanno facendo un’altra. Pace.

Poi ci sono altre cose che servono a rendere l’idea. Ad esempio: chi ha contestato il progetto sin da subito è stato additato come nemico della comunità di Castelluccio. Sapete quanti abitanti fa Castelluccio? Secondo il censimento del 2011, centoventi, ma l’ultima rilevazione statistica parla di appena otto persone che ci vivono stabilmente, estate e inverno.

Siete svegli e avete capito: i 10 ristoranti e le 18 attività commerciali, per lo più, non appartengono alla gente di Castelluccio. Quindi sarebbe stato più corretto parlare di «torto ai commercianti» più che di odio verso gli abitanti del borgo.
[Tra l’altro, questa retorica del «taci, tu non ci vivi» ha stancato: fatemi capire, se domani buttano giù il Colosseo per farci un parcheggio, io dovrei stare zitto perché non vivo a Roma?]

E ancora: con una spocchia che persino io ho ritenuto eccessiva, ricordo che, durante un dibattito su questa vicenda, la presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini mi corresse quando parlai di «centro commerciale». Disse: «È una struttura per negozi e servizi». Che a me parve una splendida prova di retorica, ma forse, ora che ci ripenso, in realtà era una vaga presa in giro.

Una nota tecnica: il progetto, stando alla determina del dirigente, avrebbe carattere temporaneo, quindi, almeno in teoria, prima o poi demoliranno tutto. Sapete che c’è, però? I soldi per la distruzione del complesso non sono stati stanziati. Quindi quel «temporaneo» è solo un bell’aggettivo su un documento ufficiale, che potrà essere modificato in qualsiasi momento, per qualsiasi motivo, senza tante spiegazioni.

Alla fine butteranno giù quel che resta di Castelluccio e rimarrà solo il centro commerciale.

Non vi lamentate: le lenticchie ci saranno lo stesso.

Mario di Vito da Facebook

Fonte