Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Hassan Rouhani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Hassan Rouhani. Mostra tutti i post

27/09/2018

Scontro USA-Iran all'assemblea generale dell'Onu

Come era prevedibile, all’Assemblea generale dell’Onu è andata in scena l’ennesima battaglia di parole tra gli Usa e l’Iran. Ad alzare subito i toni dello scontro ci ha pensato il presidente americano Donald Trump che ha chiesto nuovamente alla comunità internazionale di isolare l’Iran dal commercio mondiale perché è “lo sponsor principale del terrorismo”. “I vicini dell’Iran hanno pagato a caro prezzo l’agenda aggressiva ed espansionistica del regime” ha detto il leader statunitense che ha accusato i vertici iraniani di “essersi appropriati indebitamente di miliardi di dollari” dalle cassi statali della Repubblica islamica per investirli nelle loro guerre di procura. “La dittatura – ha spiegato – ha usato questi finanziamenti per costruire missili nucleari, ha aumentato la repressione interna, ha finanziato il terrorismo e ha alimentato il caos e il massacro in Siria e Yemen. Pertanto chiediamo a tutte le nazioni di isolare il regime iraniano finché la sua aggressione continuerà”. Poi, non pago, ha annunciato l’arrivo di nuove sanzioni a partire dal prossimo 5 novembre.

Non si è fatta attendere la risposta iraniana. Secondo il presidente Rouhani, imporre altre sanzioni al suo Paese vuol dire fare “terrorismo economico” con l’obiettivo di far cadere il suo governo”. “E’ ironico – ha aggiunto – come il governo americano non nasconda affatto il suo piano di rovesciare chi invita al dialogo”. Poi, senza nominare direttamente Trump, ha sottolineato come alcuni leader mondiali vogliano minacciare la sicurezza mondiale a causa della loro “incoscienza e mancanza di rispetto per i valori e le istituzioni”. “Sfidare il multilateralismo non è un segno di forza – ha tuonato – ma piuttosto è sintomo di debolezza di intelletto. Rifiutare il multilateralismo manifesta una “incapacità di capire un mondo complesso e interconnesso. Il governo Usa, almeno l’attuale amministrazione, sembra essere determinato a rendere tutte le istituzioni internazionali inefficaci”.

Parole dure che però non sorprendono affatto: le tensioni tra i due Paesi, infatti, sono aumentate a maggio quando Trump si è ritirato dallo storico accordo sul nucleare raggiunto con gli iraniani nel 2015 dal suo predecessore Obama. Ad agosto, poi, gli Usa hanno imposto nuovamente un primo giro di sanzioni contro la Repubblica islamica.

Ma la posizione americana – condivisa da Israele che ieri con il suo ministro alla difesa Lieberman ha parlato di “un discorso impressionante” – non convince la comunità internazionale. In particolare gli altri Paesi firmatari dell’accordo – Francia, Inghilterra, Germania, Cina e Russia – che lunedì hanno deciso di creare un sistema di pagamento per preservare i rapporti commerciali con l’Iran aggirando le sanzioni americane. Si chiamerà Special Purpose Vehicle e ad annunciarlo è stata ieri da New York Federica Mogherini, alta rappresentante Ue agli Affari esteri. “Gli Stati membri della Ue istituiranno un’entità giuridica per facilitare le transazioni finanziarie legittime con l’Iran e ciò consentirà alle società europee di continuare gli scambi con l’Iran”, ha detto Mogherini riferendosi in particolare al settore petrolifero. Il sistema ideato dall’Ue è ancora poco chiaro, così come non è chiaro se aderiranno altri paesi oltre a quelli europei. Tuttavia, quel che certo è che segnala per l’ennesima volta la volontà europea di salvare un accordo storico dagli enormi rivolti economici e commerciali. Mogherini non usa giri di parole a riguardo: “L’idea – ha spiegato – è quella di creare canali di pagamento con l’Iran e di proseguire la sua esportazione di petrolio, gas condensato, prodotti petroliferi e petrolchimici”.

Washington con Israele e i Paesi del Golfo appare sempre più isolato nel suo assalto all’Iran. Il fronte a difesa dell’accordo per ora è solido: ieri Pechino ha ribadito che manterrà con Teheran normali rapporti economici. Iniziative che non piacciono affatto agli americani. Per il Segretario di stato Usa Mike Pompeo sono “profondamente controproduttive per la pace regionale globale e la sicurezza”. “Sostenendo le rendite al regime – ha spiegato Pompeo – state consolidando la posizione dell’Iran come sponsor numero uno del terrorismo”. 

Fonte

31/07/2018

Iran - Trump apre a Rouhani, ma la sua amministrazione subito chiude

di Roberto Prinzi

Da quando eletto alla presidenza degli Stati Uniti, Donald Trump ha più volte rilasciato nel corso dei mesi (se non dei giorni) dichiarazioni contraddittorie. Quanto detto ieri, durante la conferenza stampa congiunta con il premier italiano Conte, rientra in questa “tradizione” ormai consolidata: il leader repubblicano si è detto pronto a incontrare il suo pari iraniano senza precondizioni per discutere di come migliorare i rapporti con Teheran dopo l’uscita americana a maggio dall’accordo sul nucleare siglato con la Repubblica islamica nel 2015. È stato ieri a tratti un The Donald diverso da quello che conosciamo: “Io incontrerei chiunque, credo negli incontri” soprattutto in quelli dove sono in ballo potenziali guerre ha precisato ai giornalisti stupiti.

Con il suo solito fare da spaccone, il presidente ha poi aggiunto: “Non so se tuttavia loro sono pronti [a farlo]. Io ho posto fine all’intesa con l’Iran [sul nucleare], era un accordo ridicolo. Credo che loro probabilmente vorranno alla fine incontrarmi e sono pronto a farlo in qualunque momento lo desiderano. Senza precondizione”. La risposta da Teheran è arrivata immediata: “Rispettare i diritti della nazione iraniana, ridurre le ostilità e ritornare all’accordo sul nucleare sono i passi che devono essere compiuti per aprire la strada sconnessa del dialogo tra Iran e l’America” ha twittato stamattina Hamid Aboutalebi, un consigliere di Rouhani.

Certo, se un incontro dovesse esserci tra le due parti sarebbe clamoroso: intanto perché nessun inquilino della Casa Bianca ha incontrato un presidente iraniano da quando Washington ha interrotto le relazioni diplomatiche con Teheran un anno dopo la Rivoluzione islamica del 1979 che ha deposto lo shah. Solo nel 2013 l’ex presidente Usa Obama provò a rompere il gelo delle relazioni diplomatiche parlando con Rouhani a telefono, un gesto simbolico che forse aprì le porte a quella intesa sul nucleare raggiunta due anni dopo, ma di cui, però, Trump ha fatto carta straccia due mesi fa. In secondo luogo perché giunge dopo che Washington ha più volte intimato agli iraniani di smettere di sostenere i gruppi armati pro-iraniani attivi in Yemen e Siria e di minacciare l’alleata di ferro americana (Israele).

Che le parole di Trump restino carta morta, almeno nel breve termine, non c’è alcun dubbio. La Casa Bianca, infatti, si è subito affrettata a precisare che la volontà di Trump di incontrare Rohani non cambia di una virgola l’intenzione dell’amministrazione repubblicana di imporre nuovamente il 6 agosto e il 4 novembre tutte le sanzioni contro la Repubblica islamica per il suo programma nucleare, né impedirà agli Usa di continuare a “cercare cambiamenti nell’atteggiamento del governo iraniano”. Washington ha sì spiegato che Trump “è aperto al dialogo e ai negoziati”, ma che questo non significa la rimozione delle sanzioni o ristabilire relazioni diplomatiche e commerciali. Ancora più netto è stato il commento del falco della sua amministrazione, il Segretario di Stato Mike Pompeo. Pompeo non ha usato giri di parole: intervistato dalla Cnbc, ha detto infatti che “se gli iraniani dimostreranno un impegno a compiere fondamentali cambiamenti su come trattano il loro popolo, ridurranno il loro atteggiamento maligno e concorderanno su una intesa sul nucleare che impedirà la proliferazione, allora il presidente si è detto pronto a sedersi a discutere con lui [Rouhani]”.

Per quanto dunque poco credibili, tuttavia le parole di Trump di ieri abbassano i toni dello scontro con l’Iran che aveva raggiunto un apice molto pericoloso la scorsa settimana quando il ricco presidente Usa aveva twittato alla sua controparte iraniana di non “minacciare mai gli Usa” perché altrimenti “subirete conseguenze che pochi nella storia hanno sofferto”. Il cinguettio giungeva come risposta alle parole di Rouhani che, il 22 luglio, aveva avvertito gli americani che le politiche ostile degli Usa avrebbero potuto causare la “madre di tutte le guerre”.

Se le dichiarazioni di Trump lasciano per ora il tempo che trovano, molto più significativa è stata invece la decisione del Consiglio supremo della Sicurezza nazionale iraniano di liberare Mir-Hossein Mousavi (76 anni), sua moglie Zahra Rahnavard (66) e Mehdi Karrubi (80), i tre leader del Movimento verde d’opposizione. Un rilascio – annunciato due giorni fa dal figlio di Karrubi, Houssein – che ero stato una delle promesse elettorali del presidente Rouhani nel 2013 e nella campagna elettorale dello scorso anno.

Ora la palla passa alla Guida suprema Khamenei che, come sempre accade quando bisogna prendere decisioni importanti, dovrà stabilire se approvare la decisione o esercitare il diritto di veto. Che la decisione del Consiglio supremo (organismo formato da figure governative e militari nominate dal presidente e dalla Guida Suprema) possa essere letta all’interno delle crescenti pressioni americane e al peggioramento della crisi economica pare essere fuori di dubbio. La mossa sembrerebbe essere il tentativo di abbassare il tono dello scontro interno e di cercare di ricompattare le file in una fase quanto mai delicata per gli iraniani.

I tre leader del Movimento verde d’opposizione sono agli arresti domiciliari dal 14 febbraio 2011, da quando cioè avevano chiesto l’autorizzazione per dimostrare il loro sostegno alle proteste che allora sconvolgevano il mondo arabo. Ma la loro richiesta fu giudicata troppo rischiosa dalla leadership iraniana: il loro appoggio alle cadute del regimi si sarebbe potuto trasformare in una battaglia contro le istituzioni governative iraniane. Uno scenario possibile visti i precedenti di due anni prima quando cortei di proteste improvvisati affollarono le strade iraniane dopo la riconferma (con brogli) dell’ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad alla presidenza del Paese.

Correva l’anno 2009 e migliaia di iraniani scesero in piazza chiedendo “dov’è il mio voto”? e indossando ai polsi e alle fronti braccialetti e bandane verdi. Già il verde: il colore che richiama il profeta Mohammed e la sua famiglia a cui appartiene anche Mir-Hossein Mousavi, il cui titolo Mir-Hossein è destinato a chi proviene dalla regione dell’Azerbaigian ed è l’equivalente di Seyed (che vuol dire appunto discendente del messaggero Mohammad).

L’apertura verso i tre leader d’opposizione giungeva nelle ore in cui la valuta locale continuava a crollare. Domenica, infatti, è stato registrato un nuovo record negativo: un dollaro equivaleva a 102.000 rial. In pratica in soli 4 mezzi il valore della valuta iraniana si è dimezzato rispetto alla moneta statunitense. Proprio la crisi finanziaria aveva spinto la scorsa settimana il presidente Rouhani a sostituire il direttore della Banca centrale, Valiollah Seif.

Fonte

25/07/2018

Nell’agenda di Trump ora c’è l’Iran, e stavolta potrebbe essere un nemico vero

Erano quattro, all’inizio del suo mandato presidenziale, i “grandi nemici” di Trump a livello internazionale: l’Iran, la Corea del Nord, la Cina e la Russia. Anzi, diciamo tre e mezzo: tra Russiagate ed una malcelata ammirazione per l’immagine di “uomo solo al comando” del leader russo, il rapporto con Putin è stato ostico più a parole che a fatti, e comunque dopo il vertice di Helsinki – al momento – tra i due sembrano esserci più elementi di accordo che di divisione.

Per quel che riguarda la Corea del Nord, anche in questo caso il vertice con Kim Jong Un (introdotto da una serie di incontri tra le due diplomazie) ha raffreddato – almeno formalmente – il clima arroventato, mettendo fine ai “venti di guerra” che probabilmente erano più fumo che arrosto. Nessuno ha garanzie per quel che riguarda il futuro, sia chiaro, ma l’impressione è che la Corea del Nord fosse più un “nemico utile” che un reale problema per l’amministrazione USA.

Altro discorso per quel che riguarda la Cina, vero competitor ed ostacolo per le ambizioni di conservazione della leadership mondiale degli Stati Uniti. Con il colosso asiatico è in corso una guerra commerciale da anni, in cui la questione dei dazi è solo l’ultimo capitolo. Quella cinese è una economia in forte e continua espansione, che si sta affermando praticamente su tutti i mercati mondiali, inserendosi come sistema di riferimento in Medio Oriente ed in Africa, stringendo importanti accordi commerciali e strategici.

Al momento il confronto, aspro, è soltanto a livello commerciale: troppo potente, la Cina, per poterla aggredire con minacce di interventi militari.

Molto più semplice (almeno in teoria) guardare minacciosi all’Iran, che rimane al momento l’obbiettivo migliore per le esibizioni muscolari cui gli Stati Uniti ci hanno abituati – a prescindere dal colore dell’amministrazione – e che ovviamente piacciono molto anche a Trump.

E’ notizia recente lo scambio di minacce e offese tra il presidente degli Stati Uniti e alcuni leader iraniani: ad iniziare il botta e risposta è stato Donald Trump con uno dei suoi tweet, indirizzato direttamente al presidente iraniano, Hassad Rouhani: “Non minacciare mai più gli Stati Uniti o ne pagherete le conseguenze, come pochi nella storia ne hanno sofferte prima. Non siamo un Paese che tollererà più le vostre stupide parole di violenza e morte. Fate attenzione!”. Minaccia diretta, indirizzata attraverso Twitter, quasi un attacco personale rivolto direttamente ad un’altra persona (ed infatti prima del messaggio era citato esplicitamente il destinatario: “Al presidente dell’Iran Rouhani”).

Comunicazione ad personam, che supera di slancio ogni forma di rapporto diplomatico e riporta alla mente antiche forme di comunicazione politica, in cui a parlare e definire rapporti erano direttamente i sovrani, i re, i principi, che comunicavano tra loro senza l’intermediazione delle diplomazie e delle strutture intermedie della politica.

Una modalità cui purtroppo siamo abituati (ormai la comunicazione politica passa quasi interamente attraverso i social), ma che raramente aveva raggiunto tali livelli di personalizzazione.

Quasi immediata la risposta iraniana, affidata al responsabile della Giustizia Sadegh Amoli Larijani, la cui risposta è stata altrettanto dura: “Quelle di Trump sono affermazioni fatte da una persona incapace e stupida come lui, ogni mossa illogica e poco saggia degli Usa porterà a una risposta indimenticabile dell’Iran che rimarrà nella storia”.

Un confronto durissimo, che ricorda un po’ gli scambi tra Trump e Kim Jong Un, ma che si sviluppa in un contesto assolutamente diverso.

Perché se una guerra contro la Corea del Nord non avrebbe soddisfatto alcun tipo di interesse strategico degli Stati Uniti, dei suoi alleati (tranne Giappone e Corea del Sud, forse) e nemmeno di qualche lobby (tranne le aziende produttrici di armi, forse), con l’Iran la storia è decisamente diversa.

Gli interessi in gioco sono molto più rilevanti, e sopratutto reali: il petrolio, ovviamente, gli interessi di Israele, mai come oggi alleato di ferro degli Stati Uniti, gli obiettivi strategici delle petromonarchie arabe sunnite filoamericane (Arabia Saudita in testa), che hanno nell’Iran sciita il più acerrimo avversario nell’area mediorientale.

In più, secondo alcuni analisti, ad essere interessata ad un ridimensionamento dell’influenza iraniana potrebbe essere anche la Russia di Putin. Perché? Per rafforzare il proprio ruolo in Siria, dove ambisce ad essere elemento centrale e di riferimento nella ricostruzione del paese. Per fare questo è necessario però stabilire rapporti di collaborazione con Israele, con l’Arabia Saudita, con la Turchia, e di conseguenza limitare le pretese egemoniche dell’Iran e dell’asse sciita che da Teheran arriva fino a Damasco, passando per Iraq e Libano. La Russia è alleata e vicina all’Iran, e una visione del genere potrebbe sembrare campata in aria.

Ma la storia del Medio Oriente ci ha insegnato negli anni che l’unica certezza è l’estrema variabilità degli equilibri, e tra i “buoni risultati” del vertice di Helsinki tra Putin e Trump potrebbe esserci anche il raggiungimento di un accordo che riguarda l’Iran.

Fonte

06/01/2018

Il regime iraniano viene scosso nelle sue fondamenta

di Seyit Evran*

La gente in Iran e in Kurdistan orientale nel corso degli ultimi 20 anni è scesa in strada in massa per la terza volta. Nella sollevazione popolare iniziata tre gironi fa vengono gridate parole d’ordine chiare come “Abbasso la dittatura, vogliamo la libertà”. Una differenza centrale in questa insurrezione popolare rispetto alle proteste precedenti è che questa volta è iniziata nei centri ideologici del regime.

Il Kurdistan orientale e la Piazza della Libertà a Teheran

19 anni dopo che Khomeini fondò in Iran il regime dei Mullah, anche nel 1999 ci sono state grandi sollevazioni. Dopo il rapimento del leader curdo Abdulah Öcalan nel 1999 da parte della Turchia nelle città curde orientali ci furono manifestazioni di massa. Il regime iraniano dei Mullah non intervenne in modo forte durante le prime proteste. Ma nei giorni successivi ci furono violenze in molte città, soprattutto ad Urmia e di città in città ci furono scontri. A seguito delle proteste vennero arrestate e incarcerate molte persone. Prima ancora che finissero le proteste per Öcalan, scesero in piazza gli studenti dell’università di Teheran con la parola d’ordine “Noi vogliamo libertà”. Le proteste iniziarono sulla piazza più grande di Teheran, Piazza della Libertà e si estesero da lì nel giro di pochissimo tempo a diverse città dell’Iran. Il regime iraniano intervenne nelle proteste protratte per diversi gironi, arrestò un gran numero di studenti e ne impicco perfino alcuni.

In Iran in quel periodo la sollevazione e le proteste vennero definite “riformiste”. In realtà il regime fece entrare in gioco Mohammad Khātami che diventò Presidente dello Stato e diede al regime per dieci anni ossigeno per respirare.

Le proteste del 2009 hanno allentato le viti del regime

Le proteste che iniziarono nel 1999 sono state le più grandi dalla fondazione del regime dei Mullah. Sono state represse con l’arresto di un gran numero di studenti e l’instaurazione del nuovo Presidente presuntamente riformista. Esattamente dieci anni dopo, poco dopo le elezioni presidenziali nell’anno 2009 ci fu di nuovo una grande sollevazione. A questa sollevazione questa volta anche il candidato Presidente Mir Hossein Mussawi, Mehdi Karroubi e la figlia dell’ex Presidente Akbar Hāshemi Rafsanjhāni assunsero un ruolo guida. La sollevazione del 2009 iniziò di nuovo a Teheran. Con dozzine di morti e migliaia di arresti questa protesta venne abbattuta in breve tempo. Migliaia di persone, tra loro anche la figlia di Rafsanjhāni, vennero arrestate. Il candidato alla Presidenza Mussawi e anche Karroubi vennero messi agli arresti domiciliari che durano ancora oggi.

Le ragioni e le differenze della sollevazione più recente

L’insurrezione popolare iniziata tre gironi fa in alcune città dell’Iran e che in brevissimo tempo si è estesa ad altre città del Kurdistan orientale presenta serie e significative differenze rispetto alle insurrezioni precedenti. Dalla fondazione della Repubblica Islamica dell’Iran le centrali delle due grandi sollevazioni sono state le città del Kurdistan orientale e Teheran. Da lì la protesta si è estesa ad altri luoghi. Questa volta la protesta però non è iniziata a Teheran e nel Kurdistan orientale, ma nei centri ideologici dell’Iran come Meshhed, Shiraz, Isfahan e Ghom. La città di Ghom è il centro degli Ajatollah. Coloro che non vengono da quella città o che lì non hanno ricevuto un’istruzione, non possono diventare facilmente Ajatollah.

L’insurrezione è iniziata in questi centri ideologici e si è allargata successivamente ad altre città dell’Iran e del Kurdistan orientale. Che anche in Lorestan, dove dal giorno della fondazione del regime dei Mullah non c’è stata alcuna protesta contro il sistema in essere, sia iniziata la protesta, rende chiara la differenza rispetto alle proteste svoltesi fino ad ora.

Lo sciopero della fame di Mussawi e Karroubi, la dichiarazione di guerra di Ahmadinejad…

Non sarebbe sbagliato inquadrare la sollevazione iniziata tre giorni fa nei centri ideologici e che da lì si va estendendo a tutto l’Iran e il Kurdistan orientale in un certo senso come una prosecuzione dell’insurrezione del 2009 abbattuta dal regime dei Mullah, ma più complessiva. Perché il candidato Presidente Mir Hossein Mussawi messo agli arresti domiciliari dopo le proteste del 2009 nonché Mehdi Karroubi nello scorso agosto hanno iniziato uno sciopero della fame di protesta contro l’ordine esistente. Dopo un certo periodo hanno interrotto lo sciopero. Nel periodo in cui Mussawi e Karroubi hanno interrotto lo sciopero della fame, l’ex Presidente Ahmadinejhad ha iniziato a criticare aspramente Ali Khamene’i e Hassan Rohani. Ahmadinejhad ha aumentato la dose della critica fatta fino ad allora arrivando ad un’aperta dichiarazione di guerra. Nella protesta in corso da tre giorni, che continua ad allargarsi e si intensifica di luogo in luogo, si sono ritrovati i concorrenti del 2009 Ahmadinejhad, Mussawi e Karroubi.

Mussawi è uno dei quadri più anziani della Repubblica Islamica dell’Iran. Mentre Abolhassan Banisadr è stato il primo Presidente eletto della Repubblica Islamica, Mussawi è stato nominato Primo Ministro da Khomeini. Banisadr diede le dimissioni e si recò in Francia. Mussawi continuò nel suo incarico come quadro della Repubblica Islamica. Karroubi viene dalle file dei Mujaheddin del Popolo. Durante la Presidenza di Khātami, Karroubi dal 1997 fino al 2005 ha ricoperto l’incarico di Presidente del Parlamento.

Ahmadinejhad è un quadro centrale dei Mujaheddin del Popolo. Durante la guerra Iran-Iraq è stato comandante di un’unità dei Guardiani Rivoluzionari Iraniani. Nel 1983 è stato inviato da Khomeini nei territori di Sanandaj e Marivan per liquidare Komala e KDP. Nel giro di tre anni ha fatto assassinare migliaia di Peshmerga e civili curdi. Nell’anno 1988 dopo la guerra è diventato responsabile del famigerato carcere di Evin a Teheran. Nel giro di due anni si è reso responsabile della morte di migliaia di prigionieri politici. Ha pianificato l’omicidio del Presidente del Partito Democratico Kurdistan-Iran, Abdul Rahman Ghassemlou.

Il regime viene squassato

Che sia il fatto che l’insurrezione è iniziata nei centri ideologici come Meshhed, Ghom e Isfahan o la posizione e le aspre critiche dei quadri centrali del regime dei Mullah contro Ali Khamene’i e Hassan Rohani; tutto questo mostra che il regime viene scosso nelle sue fondamenta e inizia a sfaldarsi. Questo durerà e se durerà ancora l’insurrezione, è una questione diversa. Lo Stato iraniano come conoscitore dei metodi di guerra speciale forse potrà fermare e abbattere l’insurrezione, ma le posizioni dei quadri centrali del regime ci mostrano che il tempo di vita del sistema è arrivato alla fine. Sembra che il regime dei Mullah, che nel 2009 ha avuto le prime crepe, perfino se le proteste dovessero essere abbattute, non sia in grado di restare in piedi a lungo.

* Il giornalista curdo Seyit Evran sugli sviluppi attuali in Iran e in Kurdistan orientale sulle potenzialità dell’attuale ondata di proteste, 03.01.2018

** Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 01.01.2018 con il titolo “Çatırdayan sistem İran molla rejimi”sulla homepage dell’agenzia stampa Firatnews (ANF).

Fonte

Comprensibilmente, un'opinione molto di parte, a tratti anche troppo. 

18/10/2017

"Rouhani guarda all'UE per isolare Trump"

di Michele Giorgio   il Manifesto

Hassan Rohani punta su un «ruolo costruttivo» dell’Europa per accrescere l’isolamento di Donald Trump. «Spero che tutti i Paesi membri dell’Ue giochino un ruolo costruttivo per il mantenimento dell’accordo e approfittino delle opportunità di collaborazione», ha detto ieri il presidente iraniano tornando a commentare le parole di Donald Trump che non ha certificato l’accordo sul programma nucleare iraniano.

Rompere l’intesa «equivale a mettere a repentaglio la sicurezza e la stabilità della regione e del mondo. Auspichiamo che l’Unione Europea impedisca mosse errate che pregiudichino la pace e la cooperazione internazionale», ha spiegato il presidente iraniano.

Tehran è in allarme. Il passo americano non ha raccolto appoggi nel Vecchio Continente ma Rohani sa che Trump ha aperto una breccia nella corazza dell’accordo e che le nuove sanzioni contro l’Iran decise da Washington presto potrebbero moltiplicarsi.

Non è da escludere inoltre l’adesione di altri Paesi a una politica più rigida nei confronti della produzione militare convenzionale dell’Iran, missili balistici in testa. Ne sono consapevoli Israele e Arabia Saudita che, al contrario dell’Europa, hanno accolto con grande favore la mossa anti-Iran dell’Amministrazione Usa. «È stata una decisione coraggiosa di cui mi congratulo con il presidente Trump», ha commentato venerdì sera Benyamin Netanyahu. La Casa Bianca, dice il premier israeliano, ha creato un’opportunità vera per aggiustare un «accordo cattivo». Gioisce anche l’Arabia Saudita che ha offerto pieno appoggio a Trump di cui ha detto di apprezzare la «visione chiara» e l’impegno a cooperare con gli alleati nella regione.

Sui riflessi per la popolarità di Rohani della mancata certificazione dell’accordo da parte degli Usa e sulle contromosse diplomatiche di Tehran, abbiamo intervistato Ali Hashem, esperto di Iran per la stazione tv al Mayadeen e collaboratore del portale di informazione al Monitor.

L’Iran sceglie la prudenza dopo la decisione di Donald Trump di non certificare l’accordo del 2015.

Tehran si muove con cautela perché vuole proteggere un accordo costato negoziati estenuanti e che ha permesso la fine delle sanzioni internazionali e la ripresa delle relazioni economiche e politiche tra l’Iran e il mondo. Rohani e il suo entourage sanno che rispondere con il pugno di ferro al passo fatto da Trump significherebbe fare il gioco dell’avversario e condannare a morte l’accordo. Per questo il presidente iraniano ha ribadito la volontà del suo Paese di rispettare l’intesa e ha lanciato segnali rassicuranti all’Ue.

Rohani vuole un ruolo costruttivo dell’Ue. Cosa chiede esattamente?

L’intervento immediato a difesa dell’accordo fatto dalla rappresentante della politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, è stato molto importante e Tehran l’ha accolto con soddisfazione. I leader iraniani però chiedono qualcosa di più di semplici dichiarazioni. In sostanza si aspettano che i Paesi europei rafforzino le relazioni economiche e politiche con Tehran, che facciamo passi concreti per revocare le rimanenti sanzioni contro l’Iran e che prendano ancora più apertamente le distanze da Trump.

Quanto la decisione di Trump rilancia l’opposizione a Rohani, quella parte dell’establishment che non ha mai creduto agli Stati Uniti, neppure quando Barack Obama era al potere?

Trump ha fornito altre munizioni a chi in Iran non ha mai voluto e creduto nell’accordo e la posizione di Rohani, che di quell’intesa è stato uno degli artefici, si è fatta delicata. Le dichiarazioni di Federica Mogherini sono state ossigeno puro per il presidente perché hanno chiarito ai cittadini iraniani che l’Europa non sta tutta dalla parte dell’Amministrazione Usa e che l’Occidente non vuol dire gli Stati Uniti. Ciò però non basta a rafforzare il presidente.

La firma nel 2015 dell’accordo aveva alimentato, sull’onda delle promesse di Rohani, parecchio entusiasmo tra gli iraniani. La fine delle sanzioni internazionali era stata presentata come l’inizio di una ripresa economica vertiginosa. I programmi di sviluppo però sono stati realizzati solo in parte e gli investimenti internazionali se da un lato sono stati significativi dall’altro sono rimasti sotto le aspettative. E ora l’accordo viene attaccato e gli Usa impongono nuove sanzioni.

Il siluro sganciato da Trump non avrà affondato Rohani ma l’ha messo in una posizione decisamente più precaria, più difficile. E quando, come si prevede nei prossimi mesi, gli Usa approveranno altre sanzioni e misure punitive contro l’Iran, diventerà fondamentale il giudizio della Guida Suprema Ali Khamenei. Il suo sostegno alla linea morbida di Rohani potrebbe non essere più così scontato.

21/04/2017

Iran - Ahmadinejad escluso dalle elezioni presidenziali

Mahmoud Ahmadinejad, ex sindaco di Teheran e presidente dell’Iran dal 2005 al 2013, non potrà partecipare alle prossime elezioni presidenziali. Ad escluderlo dalla corsa è stato ieri il Consiglio dei Guardiani che ha invece accettato la candidatura dell’attuale presidente, il moderato Hassan Rouhani.
 
Ad un mese dalle elezioni il dibattito è dunque già entrato nel vivo e nell’occhio del ciclone finisce l’Ayatollah Khamenei, leader supremo della Repubblica Islamica, che aveva già espresso la sua contrarietà alla candidatura di Ahmadinejad perché la considerava pericolosa per la tenuta di un paese già polarizzato. L’ex presidente, da parte sua, aveva proseguito per la sua strada, sfidando apertamente la guida suprema soprattutto dopo aver negato per mesi di volersi candidare.

Ora, con la sua esclusione, tutti guardano a Khamanei, come longa manus responsabile dell’esclusione vista l’influenza esercitata sul Consiglio (è l’Ayatollah che ne nomina la metà dei membri). Non se ne conoscono le ragioni: di certo si sa delle oltre 1.600 candidature, solo sei ne sono state accolte. L’uscente Rouhani, l’ultraconservatore ed ex ministro della Cultura negli anni ’90 Mostafa Aqa-Mirsalim, Es’haq Jahangiri, il giudice conservatore Ebrahim Raeisi, il sindaco di Teheran e veterano delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad-Baqer Qalibaf e Mostafa Hashemi-Taba, ex ministro dell’Industria e capo del Comitato Olimpico.

L’esclusione arriva a meno di un mese dal voto: le urne si apriranno il 19 maggio e la campagna elettorale partirà il 28 aprile. In realtà di campagna elettorale si può già parlare, un percorso accidentato su cui pesa il ruolo della nuova amministrazione Usa del presidente Trump.

Sarebbe proprio l’interventismo statunitense in Medio Oriente, si vocifera, la ragione dietro la decisione di Ahmadinejad di ricandidarsi. Con Trump che attacca la Siria e minaccia l’accordo sul nucleare iraniano (continue giravolte, annunci e smentite che paiono dirette più a rassicurare gli alleati regionali e a tenere sotto pressione Teheran che a voler aprire un nuovo fronte) il fronte conservatore si sente più forte: l’attuale presidente Rouhani ha fondato il suo mandato e buona parte del consenso ricevuto sull’intesa sul nucleare civile e la fine dell’isolamento del paese nel mondo. Sull’apertura dell’economia iraniana a quella globale e dunque ad un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.

Un obiettivo non facile da raggiungere e che si scontra con le lentezze di un processo complesso, seppure grandi potenze mondiali abbiano già inviato aziende e compagnie a Teheran per nuovi lucrosi business. Non tante come si aspettavano gli iraniani, un numero limitato che non ha per ora inciso sul tasso di disoccupazione e sul Pil, la cui crescita è limitata dal basso prezzo del petrolio. La giustizia sociale che Rouhani aveva promesso è ancora una chimera, il consenso verso il presidente moderato si è ridotto mentre aumentano le manifestazioni di protesta per le condizioni economiche e il lavoro.

A nessuno, però, neppure ai conservatori, sembrava Ahmadinejad la soluzione: non sono stati pochi, anche personaggi molto vicini all’ex presidente, quelli che hanno interpretato la sua candidatura a sorpresa come una sfida al Leader Supremo e dunque non sostenibile. E ora arriva la squalifica, un atto che potrebbe pacificare la situazione o, al contrario, infiammarla se sarà letta come un’intromissione palese di Khamenei nel gioco elettorale.

10/02/2017

Iran - L'anniversario della rivoluzione contro Trumpo

L’Ayatollah Ali Khamenei l’aveva annunciato qualche giorno fa nel primo messaggio inviato al nuovo presidente Usa Trump, dopo il Muslim Ban e le nuove sanzioni contro 12 individui e 13 enti iraniani: “Il popolo risponderà il 10 febbraio”.

Così è stato: stamattina nelle città iraniane migliaia di persone sono scese in piazza per celebrare la rivoluzione khomeinista del 1979 che cacciò lo scià sostenuto da Washington e aprì la strada alla nascita della Repubblica Islamica. In tanti ne hanno approfittato per mandare il loro saluto a Trump e alle minacce di un nuovo isolamento di Teheran.

Da Teheran ha parlato il presidente Rouhani che ha attaccato il linguaggio “minaccioso” e provocatorio della Casa Bianca: “Questa manifestazione è la risposta alle false accuse dei nuovi governanti Usa, il popolo dice al mondo con la sua presenza che si deve parlare all’Iran con rispetto. Gli iraniani faranno pentire quelli che usano un linguaggio minaccioso contro la nazione”.

Per le strade tanti colori e slogan, dal più comune “Morte all’America”, quasi un marchio di fabbrica, agli inviti a visitare l’Iran: “Popolo americano, sei il benvenuto in Iran”. Manifestazioni anche online: su Twitter e Facebook si è allargato a macchia d’olio l’hashtag #LoveBeyondFlags per chiedere di non bruciare le bandiere Usa in piazza.

Martedì l’Ayatollah Khamenei aveva usato l’ironia per reagire al divieto di ingresso negli Usa di cittadini iraniani, ma soprattutto alle continue dichiarazioni anti-Teheran della nuova amministrazione: “Siamo grati a questo gentiluomo – aveva detto – Ha mostrato il vero volto dell’America. Quello che abbiamo detto per più di 30 anni, che esiste una corruzione politica, economica, morale e sociale nel sistema di governo degli Usa, è stato portato alla luce durante e dopo le elezioni da questo gentiluomo”.

Un ritorno al passato, ai decenni che hanno preceduto lo scongelamento delle relazioni tra Occidente e Iran? Non proprio. Trump è consapevole di non poter stracciare l’accordo sul programma nucleare, fortemente voluto dal suo predecessore e da un’Europa a caccia di business in un paese che dopo decenni di embargo si riaprirà al mondo. Ma fonti interne parlano della volontà di ridefinire alcuni requisiti dell’intesa, a partire da un maggiore potere a favore dell’agenzia Onu per l’energia atomica nel monitorare le attività nucleari nel paese.

Dietro sta l’interesse di Trump a rafforzare, dopo anni di lievi tensioni, i rapporti con Israele e Arabia Saudita che della guerra all’Iran fanno la propria bandiera ideologica. Chiudere a Teheran è impossibile o comunque troppo pericoloso, ma ridimensionarne il potenziale politico è l’obiettivo della nuova Casa Bianca. Un’eventualità che preoccupa il fronte moderato iraniano che a breve dovrà affrontare le elezioni e che non intende arrivare alle urne con l'indebolimento di un accordo che i conservatori hanno attaccato.

Ma non va dimenticata la Russia, che con Teheran è colonna portante del fronte pro-Assad in Siria. Trump non ha mai nascosto il favore verso il presidente russo Putin che in tal senso potrebbe svolgere un ruolo di mediatore a favore di Teheran. Lasciando a Trump gli sfoghi su Twitter.
Fonte

29/04/2016

Iran - Al voto per i ballottaggi delle parlamentari

Urne aperte oggi fino alle 18 (ora locale) per quasi 17 milioni di iraniani per i ballottaggi delle elezioni parlamentari di febbraio. In ballo vi sono 68 seggi (sui 290 totali del parlamento) che stabiliranno definitivamente chi, tra le forze moderate o quelle più restie ad un riavvicinamento con l’Occidente, controllerà la prossima legislatura nella Repubblica Islamica. Due mesi fa un blocco di riformisti vicini al presidente Rouhani ha ottenuto la maggioranza dei voti (106 seggi a fronte dei 64 conquistati dai radicali e 52 dagli indipendenti). A febbraio un peso fondamentale lo hanno avuto i giovani sotto i 35 anni (oltre il 60% della popolazione) e le donne che hanno visto nel tandem riformista-centrista l’opzione per un’ulteriore apertura del Paese dentro e fuori i confini.

Nel primo turno il voto fu duplice: oltre al votare per il parlamento (il Majlis) i cittadini furono chiamati anche ad eleggere i membri dell’Assemblea degli Esperti, il corpo che nomina il leader supremo. Nella provincia di Teheran, la più popolosa del Paese, i riformisti hanno vinto tutti e 30 i seggi parlamentari disponibili e 15 dei 16 seggi disponibili all’Assemblea degli Esperti (sugli 88 posti complessivi). Un risultato, quest’ultimo, molto importante perché mai come questa volta – affermano molti analisti – è alta la possibilità che i nuovi membri eletti potrebbero partecipare all’elezione del successore dell’attuale Guida Suprema, l’Ayatollah 76enne Alì Khamenei, ormai malata da tempo.

I risultati delle votazioni rappresentano il primo test per Rouhani dopo l’accordo sul nucleare raggiunto con le grandi potenze (tra cui gli Usa) nei mesi scorsi. Sebbene il voto parlamentare di fatto non produca grandi cambiamenti nelle politiche iraniane, è tuttavia vero che un risultato convincente delle forze riformiste potrebbe rafforzare la figura di Rouhani e, di conseguenza, favorire le sue riforme in ambito sociale ed economico. I moderati, che si presentano ai ballottaggi di oggi con 58 candidati, hanno bisogno di ulteriori 40 seggi per potersi assicurare il controllo del nuovo parlamento. Indipendenti e falchi presentano complessivamente 78 candidati. Ciascun parlamentare eletto resta in carica 4 anni. Secondo quanto ha dichiarato il ministro degli interni, Abdolreza Rahmani Fazli, i risultati delle votazioni si dovrebbero conoscere sabato. I lavori parlamentari inizieranno invece a fine maggio.

Negli ultimi giorni molte figure di spicco del mondo politico e religioso iraniano hanno esortato i cittadini a recarsi alle urne. Tra questi, anche l’Ayatollah Khaminei. ”L’importanza dei ballottaggi – ha dichiarato mercoledì – non è inferiore a quella del primo turno [di febbraio]. Abbiamo bisogno che tutti partecipino. Il voto è decisivo”.

Inviti simili sono stati fatti dai principali schieramenti politici. In particolare da quello riformista che considera (non a torto) le elezioni di oggi un vero e proprio referendum sulla politica di distensione con l’Occidente portata avanti dal presidente iraniano e dal ministro degli esteri Zarif che è culminata con l’accordo sul nucleare.

Fonte

28/02/2015

Iran - Sotto Rouhani tornano i riformisti

Il congresso del nuovo partito riformista Nedaye Iran (Foto: Isna/Hamidreza Dastjerdi)

A volte tornano. Cacciati dalla scena politica iraniana senza tanti giri di parole, i riformisti si sono riorganizzati in una nuova formazione: “Nedaye Iranian” (Appello agli iraniani), fondato nel dicembre scorso, ha tenuto il suo primo congresso qualche giorno fa a Teheran. Gli obiettivi, pur sembrando semplici, non sono affatto scontati: vincere le legislative del 2016, ma soprattutto provare a sopravvivere in uno Stato che, dopo averli perseguitati, ha tentato di disfarsene.

Il partito riformista ha cominciato a scomparire dalla scena politica iraniana dopo la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad nel 2009: accusando le autorità di brogli, gli sfidanti riformisti Mir Hossein Moussavi e da Mehdi Karroubi, avevano scatenato l’ondata di proteste, nota come “Onda verde”, che aveva infiammato la Repubblica islamica per mesi e portato alla morte di almeno 80 persone e all’arresto di quasi 5mila manifestanti, secondo i dati di Amnesty International. L'”Onda verde” si era conclusa con un  giro di vite sui membri del partito riformista, con Moussavi e Karroubi messi agli arresti domiciliari e decine di attivisti incarcerati.

Alle elezioni parlamentari del 2012, invece, i riformisti avevano optato per il boicottaggio contro la “dura repressione” della protesta del 2009: il risultato era stato un Parlamento quasi completamente privo di opposizione. Alle presidenziali del 2013, invece, i riformisti avevano potuto contare su un unico nome: Mohammed Reza Aref, vicepresidente al tempo del mandato di Mohammad Khatami. Assieme a lui avrebbe dovuto correre anche l’ex presidente riformista Akbar Hashemi Rafsanjani, classe 1934 – che, a detta degli analisti, avrebbe potuto far convergere sulla sua persona i voti dell’elettorato riformista e moderato: la sua esclusione, a detta del Consiglio dei Guardiani della Costituzione – che vaglia le candidature e autorizza i concorrenti – era dovuta all’età.

Ma ora il clima è diverso. Il presidente Hassan Rohani, proveniente dall’ala più moderata tra i conservatori, ha portato più aperture in due anni di qualunque suo predecessore in un intero mandato: non solo nelle relazioni esterne, con l’avvio del negoziato sul nucleare con la comunità internazionale, ma anche all’interno. Sono 15, infatti, i nuovi partiti che hanno chiesto l’autorizzazione a registrarsi al ministero dell’interno nell’ultimo anno. A qualche mese dall’elezione di Rohani, inoltre, è avvenuta la liberazione di Nasrin Sotudeh, avvocatessa per i diritti umani, condannata nel 2011 a 11 anni di detenzione – poi ridotti in appello a 6 – e a 20 anni d’interdizione dalla professione di avvocato per aver difeso numerosi dissidenti arrestati durante le proteste del movimento “Onda Verde” del 2009 e per la sua appartenenza al Centro di Difensori dei Diritti dell’Uomo del premio Nobel per la pace in esilio Shirin Ebadi. Assieme a lei erano tornate in libertà decine di attivisti, mentre le autorità della Repubblica islamica non mollano la presa su Karroubi e Moussavi.

Nedaye Iranian entrerà in una coalizione di circa 20 altri partiti riformisti riunitisi a Teheran lo scorso gennaio e ha annunciato di voler correre alle elezioni legislative fissate per il 26 febbraio 2016: “L’obiettivo finale – ha detto il segretario generale Majid Farahani – è dominare il prossimo parlamento”. Tra i suoi fondatori c’è anche Mohammad Sadegh Kharrazi, consigliere dell’ex presidente riformista Mohammad Khatami ed ex ambasciatore in Francia e alle Nazioni Unite. Kharrazi, che non ha aderito al partito, ha inviato un messaggio di auguri al congresso e dichiarato che tra gli obiettivi c’è “il completo ritorno dei riformisti sulla scena politica iraniana, il supporto per il governo del (presidente Hassan) Rouhani e sostegno a tutti coloro che hanno idee riformiste”.

Fonte

25/09/2013

Assemblea dell'Onu: silenzio parla Rohani


Gli occhi di capi di Stato e osservatori puntati sull’intervento del neo presidente iraniano intenzionato a sbloccare ben 34 anni di chiusura diplomatica con Stati Uniti e Occidente, ma senza svendere il Paese e la Rivoluzione.

Il rito dell’assemblea annuale delle Nazioni Unite trova nel discorso del presidente iraniano Rohani, che parlerà in tarda mattinato dopo l’intervento di benvenuto di Barack Obama, gli occhi puntati del mondo. Nei cinque giorni di permanenza newyorkese l’ayatollah riformista ha programmato meeting a tutto tondo: faccia a faccia col presidente Usa e leader europei anche su questioni spinose come la crisi siriana e la vicenda del nucleare del suo Paese, più incontri con studenti, media e iraniani espatriati (non è chiaro se ci siano pure i dissidenti al regime). Nel suo tendere la mano all’Occidente ha già premesso l’intento di mostrare la vera faccia iraniana, ben diversa da quella che appariva agli occhi del mondo fino a qualche tempo fa. Non ha mai pronunciato il nome del predecessore Ahmadinejad ma i riferimenti sono espliciti. A rincarare la dose e allargare il tappeto rosso dello sforzo diplomatico è sopraggiunto il pensiero d’un altro presidente iraniano, Khatami, la cui lettera pubblicata oggi dal Guardian (e sottoscritta anche da intellettuali come Hajjarian, Farhadi e il riformista Tajzadeh) è un’esortazione all’Occidente ad avere il coraggio e raccogliere l’invito al dialogo.

Lotta all’estremismo – L’ex presidente della speranza coi suoi due mandati a cavallo fra la seconda metà degli anni Novanta e l’inizio del nuovo Millennio aveva cercato di aprire alle componenti giovanili e femminili dialogando con loro, contro il volere dei gruppi  tradizionalisti del clero calamitati attorno al vecchio ma sempre potente ayatollah Yadzi. Il contrasto con gli Stati Uniti, rinfocolato dal clima di guerra nel Grande Medio Oriente attraverso l’Enduring Freedom e la successiva invasione irachena fortemente volute da Bush jr, non favorì la distensione dei rapporti internazionali iraniani tanto ché nella politica interna i chierici conservatori appoggiarono il candidato basij scelto dal partito dei Pasdaran, appunto Ahmadinejad. Quel braccio di ferro fra le fazioni del clero e del mondo politico iraniano prosegue, sebbene anche i più oltranzisti si rendono conto che l’isolamento nuoce all’economia del Paese e può produrre gravi instabilità interne. Le elezioni che hanno visto prevalere Rohani hanno rimescolato le carte. I numerosi candidati conservatori presenti si sono dovuti piegare all’inatteso successo del riformista, frutto dell’enorme partecipazione al voto di un’infinità di donne e giovani sotto i 25 anni che fino alla vigilia si dichiaravano astensionisti. L’ammonimento di Khatami è il seguente: non cogliere simili segnali e ripetere, da parte di tutti, gli errori del passato può avere conseguenze tragiche in un’area che ora va ben oltre i confini iraniani.

Proposte – “Con l’Occidente va intrapresa la via del dialogo e di reciproci interessi” è stato il refrain lanciato alla propria stampa da Rohani alla vigilia del viaggio americano e da fine diplomatico ha dato prova di buona volontà facendo liberare 80 detenuti politici. Nell’elenco delle buone intenzioni non ha aggirato le questioni scottanti come il nucleare, ribadendone un uso esclusivamente energetico e pacifico. A Tel Aviv storcono il naso e per rabbonirli il presidente riformista s’è fatto accompagnare al Palazzo di Vetro da un deputato ebreo di Teheran, oltre che dall’abile ministro degli Esteri Mohammad Zarif già ieri impegnato sul tema nucleare con la responsabile degli affari esteri dell’Unione Europea Ashton. Il Rohani disponibile ha però messo sul tavolo di future trattative una richiesta irrinunciabile: la fine dell’embargo che sta incrudendo la vita nelle campagne e nelle grandi città di casa. Un civile rilancio di relazioni non può prescindere da tale passo, e qui la patata bollente finisce nelle mani del presidente americano che nella sua versione interventista (contro la Siria, ma secondo taluni analisti in seconda battuta resta l’Iran) ultimamente ha dato spazio a falchi vestiti da angeli come la consigliera Samantha Power. In base alle dichiarazioni del rappresentante di Israele all’Onu Yaval Steinitz (“Importanti sono i fatti, non le apparenze. Di fronte a un progetto nucleare le sanzioni proseguiranno e se servirà anche un’azione militare”) l’orizzonte non è affatto sereno.

Fonte

17/06/2013

La riforma dell’Iran

di Michele Paris

Con un risultato a sorpresa, l’11esima elezione presidenziale della storia della Repubblica Islamica dell’Iran ha decretato la nettissima vittoria del candidato moderato Hassan Rouhani. Contrariamente alla maggior parte delle tesi sostenute da media e commentatori occidentali, il voto nel paese mediorientale è stato contrassegnato da una sostenuta partecipazione popolare e da una sostanziale libertà di scelta degli elettori, confermando la relativa apertura del sistema politico iraniano, soprattutto in relazione a quello delle vicine monarchie dittatoriali del Golfo Persico alleate di Stati Uniti ed Europa.

Anche se ben lontana dai livelli del 2009, quando sfiorò l’85%, l’affluenza alle urne nella giornata di venerdì ha superato le aspettative, assestandosi attorno al 72% nonostante l’esclusione preventiva da parte del Consiglio dei Guardiani di due candidati considerati tra i più popolari, l’ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani e il capo di gabinetto di Ahmadinejad, Esfandiar Rahim Mashaei. Le lunghe code al di fuori dei seggi hanno addirittura costretto il governo iraniano a prolungare l’orario del voto fino alla serata di venerdì.

Favorito dall’abbandono alla vigilia dell’unico candidato con credenziali “riformiste, l’ex vice-presidente Mohammad Reza Aref, già dopo lo spoglio delle prime schede Rouhani aveva fatto intravedere una solida performance. Alla fine, il Ministero dell’Interno di Teheran lo ha dichiarato vincitore già al primo turno con il 50,7% dei consensi, vale a dire oltre 36 milioni di voti espressi.

Sulla candidatura di Rouhani sono chiaramente confluiti i suffragi dell’elettorato che si riconosce nel movimento “riformista” grazie all’appoggio pubblico ricevuto la settimana scorsa da Rafsanjani e dell’altro ex presidente, Mohammad Khatami. Il largo successo di Rouhani, tuttavia, ha evidenziato anche un significativo sostegno ricevuto dall’elettorato rurale e dalle classi urbane più disagiate, penalizzate da un’economia in grave crisi a causa delle sanzioni occidentali e dal progressivo abbandono delle politiche populiste promosse durante i primi anni dell’amministrazione Ahmadinejad.

Il voto di venerdì, inoltre, è stato segnato dal clamoroso fallimento dei candidati conservatori, indicati da molti, soprattutto in Occidente, come i favoriti per il successo grazie all’appoggio, peraltro mai dichiarato pubblicamente, di Khamenei. L’attuale negoziatore sul nucleare, Saeed Jalili, ha in particolare pagato la linea dura che ha ispirato la sua campagna elettorale, riuscendo a raccogliere poco più dell’11% dei consensi, meno anche dell’altro presunto favorito, il sindaco di Teheran, Mohammed Baqer Qalibaf, fermatosi al 16,6%.

Ancora più indietro sono finiti gli altri tre candidati ammessi dal Consiglio dei Guardiani: l’ex comandante dei Guardiani della Rivoluzione, Mohsen Rezaee (10,6%), l’ex ministro degli Esteri e consigliere dell’ayatollah, Ali Akbar Velayati (6,2%), e l’ex ministro del Petrolio, Seyed Mohammad Qarazi (1,2%).

Se la decisione di ammettere alla competizione solo candidati che non rappresentavano una minaccia al sistema era stata presa a maggio dai vertici della Repubblica Islamica tramite la selezione del Consiglio dei Guardiani, la scelta del presidente tra i rimanenti candidati - espressione di diverse posizioni ideologiche - è stata dunque interamente nelle mani degli elettori iraniani.

La vittoria di Rouhani è stata favorita anche dalle divisioni nel campo conservatore o “principalista”, nel quel il ritiro a pochi giorni dal voto dell’ex presidente del Parlamento (Majilis), Gholam Haddad Adel, ha contribuito ben poco a unificare il voto attorno ad un unico candidato.

Queste divisioni hanno mostrato a loro volta le differenze che caratterizzano le varie fazioni dell’establishment conservatore iraniano, soprattutto in relazione ai rapporti con l’Occidente e alle trattative sulla questione del nucleare. Proprio la possibile evoluzione dell’Iran attorno a quest’ultima vicenda, oltre che alla crisi in Siria, è stata al centro delle speculazioni dei media occidentali dopo l’affermazione di Rouhani, il quale durante la campagna elettorale ha frequentemente criticato la gestione sia della politica estera ed economica del governo uscente che dei colloqui sul nucleare del capo-negoziatore Jalili.

Le sue posizioni moderate, il sostegno ricevuto dal movimento “riformista” e il precedente dell’accordo siglato sulla sospensione delle attività legate al nucleare quando era alla guida dei negoziati con l’Occidente fa infatti sperare in molti in un ammorbidimento dell’atteggiamento della delegazione iraniana nei futuri colloqui. La linea diplomatica che seguirà il paese, tuttavia, verrà in ultima analisi stabilita dallo stesso Khamenei.

Rouhani è comunque una personalità totalmente integrata nel sistema della Repubblica Islamica, come confermano i numerosi incarichi che ricopre all’interno dei vari organi che ne compongono la struttura del potere. Rouhani è infatti membro dell’Assemblea degli Esperti dal 1999, del Consiglio per il Discernimento dal 1991, del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dal 1989 (di cui è stato segretario, e quindi capo negoziatore per il nucleare, tra il 1989 e il 2005) e vice-presidente del Parlamento in due occasioni.

Come ha riportato l’agenzia di stampa ISNA, nella sua prima dichiarazione televisiva dopo l’elezione, il presidente-eletto ha sottolineato la sua vicinanza all’ayatollah Khamenei, esprimendo il suo apprezzamento per la Guida Suprema e per “la nazione iraniana che ha risposto positivamente” all’appello di quest’ultimo di recarsi in massa alle urne.

Lo stesso Khamenei, a sua volta, nella giornata di sabato si è congratulato con Rouhani per il successo elettorale, aggiungendo che il vero vincitore è stato il popolo iraniano, il quale “con prudenza e giudizio ha affrontato la guerra di nervi lanciata dai lacchè dell’egemonia globale”.

Al di là della retorica post-elettorale di Khamenei, è possibile che l’atteggiamento iraniano di fronte all’Occidente sarà di maggiore disponibilità nei prossimi mesi, rappresentando perciò una sfida per gli Stati Uniti e i loro alleati, responsabili di un’escalation di minacce, intimidazioni e sanzioni senza precedenti nei confronti di Teheran.

L’elezione sostanzialmente libera di un presidente moderato, ben disposto verso il dialogo con la comunità internazionale e appoggiato da un movimento “riformista” che trova il favore dell’Occidente dovrebbe infatti rendere più complicato per Washington o Tel Aviv decidere un’eventuale azione militare per risolvere la questione del nucleare iraniano.

Se Rouhani, con l’approvazione di Khamenei, dovesse mantenere le promesse elettorali e cercare più attivamente una soluzione diplomatica alla crisi sul nucleare, la palla passerebbe ancora una volta nel campo dell’Occidente, da dove le manovre per forzare un cambio di regime a Teheran o la ricerca di una sottomissione incondizionata al proprio dettato verrebbero smascherate clamorosamente.

Il successo della presidenza Rouhani, in ogni caso, dipenderà anche dall’impatto sulla maggioranza della popolazione delle politiche economiche che verranno adottate per far fronte alla crisi e, soprattutto, dall’equilibrio che il suo governo riuscirà a stabilire con gli altri centri di potere della Repubblica islamica.

Come hanno ricordato gli ex funzionari del Dipartimento di Stato USA, Flynt e Hillary Mann Leverett, sul loro blog GoingToTehran alla vigilia del voto, i presidenti dell’Iran devono infatti tradizionalmente fare i conti innanzitutto con la figura della Guida Suprema, il cui compito è quello di assicurare che le politiche messe in atto dal governo non mettano a rischio “l’identità e la sicurezza a lungo termine della Repubblica”.

Inoltre, come hanno dimostrato le difficoltà incontrare dall’amministrazione Ahmadinejad in questi ultimi anni, il presidente nel proprio operato potrebbe essere seriamente ostacolato dal Parlamento, presieduto dal potente speaker Ali Larijani, impegnato nel tentativo di ridimensionare i poteri della più importante carica esecutiva del paese.

All’interno di questi vincoli dovrà perciò muoversi il pragmatico e conciliatore Rouhani, la cui gestione sul fronte domestico e internazionale contribuirà a modellare il futuro della Repubblica Islamica dell’Iran nei prossimi quattro anni.

Fonte