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02/02/2016

Shirin Ebadi: "E' ora che l'Iran faccia pace con il proprio popolo"

di Giorgia Grifoni

Rilascio dei prigionieri statunitensi, riavvicinamento all’Occidente, accordo sul nucleare, speranze per l’economia del paese. Teheran esce dall’isolamento internazionale facendo passi da gigante, dimostrando abilità di negoziazione e di compromesso soprattutto con il suo storico nemico, gli Stati Uniti. Ma non basta: “Ora c’è bisogno che l’Iran faccia pace anche con il suo popolo”. Parola di Shirin Ebadi, avvocato e attivista per i diritti umani, premio Nobel per la pace 2003 in esilio a Londra. Per lei, che ha passato gran parte della sua vita a difendere i dissidenti politici, il tanto lodato presidente Hassan Rohani non può chiudere gli occhi sulle carceri iraniane, zeppe di artisti, attivisti e politici colpevoli di aver espresso liberamente il proprio pensiero.

“Se il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale – ha scritto Ebadi in una lettera indirizzata al presidente in persona dopo lo scambio di prigionieri – può rilasciare un giornalista in ostaggio come ‘gentilezza’ per la riconciliazione con gli Stati Uniti, perché non è in grado di rilasciare un professore universitario e un’artista femminile, come ad esempio Zahra Rahnavard? Se la Magistratura può rilasciare Saeed Abedini, il cui crimine è stato il suo credo religioso, a causa della sua doppia cittadinanza, perché non intraprendere alcuna azione per facilitare il rilascio di Mehdi Karrubi, cui unico crimine era quello di protestare contro i risultati elettorali [del 2009, ndr]? Se il signor Zarif ha potuto negoziare con i superpoteri, come gli Stati Uniti, per rilasciare alcuni uomini d’affari iraniani provenienti dalle carceri americane, perché non fare lo stesso per i prigionieri degli eventi del 2009?”

Sono centinaia i prigionieri politici nelle carceri iraniane. Nel 2014, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura aveva fissato il loro numero a circa 850 casi formalmente registrati e riconosciuti come incarcerazioni politicamente motivate, mentre secondo Human Rights Watch il bilancio potrebbe essere più alto. Mentre non vi è alcuna definizione nel diritto internazionale né in quello iraniano per “prigionieri politici”, generalmente si considerano tali i difensori dei diritti umani, gli attivisti politici, i politici dell’opposizione e i giornalisti. Accanto a essi, secondo Global Voices Online, c’è una folta schiera di blogger e internauti, oltre ad artisti come registi, scrittori e intellettuali. In più, ci sarebbero alcuni tecnologi e fisici, sospettati di spionaggio o che avevano semplicemente espresso pareri differenti dalle autorità sul programma nucleare.

Se è vero che i media internazionali puntano continuamente il dito contro la realtà carceraria iraniana dimenticando che i paesi arabi del Golfo hanno tassi di detenzione e di esecuzione equivalenti rispetto al numero di cittadini che li popolano, è innegabile che le violazioni dei diritti umani a Teheran siano in costante aumento: l’era Rohani, la più florida dal punto di vista delle relazioni internazionali dai tempi della rivoluzione del 1979, sembra essere anche la più florida per i boia. In un rapporto diffuso qualche settimana fa dalla ONG “Nessuno tocchi Caino”, si evidenzia che nel 2015 nella Repubblica Islamica ci sono state almeno 980 condanne a morte, con un aumento del 22,5% rispetto alle 800 del 2014 ed un aumento del 42,6% rispetto alle 687 del 2013.

Lungi dal sollevare Rohani da ogni responsabilità nei confronti dei suoi carcerati, non bisogna però dimenticare che in Iran non si muove una foglia se non lo decide la Guida Suprema, l’ayaollah Ali Khamenei. Sebbene la Repubblica islamica abbia qualche struttura democratica, come l’elezione del presidente e del Parlamento, la maggior parte delle sue istituzioni sono di natura non elettiva, ma nominata dalla Guida Suprema stessa. E’ il caso dei candidati alla presidenza, che devono passare il vaglio della rigida commissione scelta per larga parte dalle autorità clericali: non è un caso, infatti, che nelle scorse elezioni i candidati riformisti – l’opposizione, per intenderci – non siano stati presenti se non di facciata, con la paventata candidatura dell’ex presidente Rafsanjani, poi bloccata per ragioni di età. Come spiega bene un grafico del Washington post, la decisione di quasi tutto è nelle mani di Khamenei e del Guardiani della Rivoluzione.

Shirin Ebadi, che di questa situazione è pienamente cosciente, non risparmia il suo appello neanche alle altre cariche dello Stato: “La Guida Suprema, la magistratura, il Consiglio supremo di sicurezza nazionale e lei stesso – continua nella lettera aperta a Rohani – siete ben consapevoli del fatto che, in mancanza di un sistema giudiziario indipendente, i prigionieri politici e di coscienza sono privi di un processo equo e, infatti, sono tenuti in ostaggio dalle forze di sicurezza”. Ma nonostante tutto, ora l’immagine dell’Iran è Rohani, scelto anch’egli dalla Guida Suprema, e Shirin Ebadi è cosciente della sua fama e forza internazionale. “Mi dispiace che altri prigionieri che detengono solo cittadinanze iraniane debbano rimanere in carcere. Ha dimenticato il suo giuramento di preservare la Costituzione? Quali prigionieri politici e di coscienza in Iran sono stati giudicati in modo aperto e in presenza di una giuria?”. Domande che restano senza risposta, e che probabilmente lo resteranno fino alla nomina del prossimo Ayatollah.

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