di Giorgia Grifoni
Rilascio dei prigionieri
statunitensi, riavvicinamento all’Occidente, accordo sul nucleare,
speranze per l’economia del paese. Teheran esce dall’isolamento
internazionale facendo passi da gigante, dimostrando abilità di
negoziazione e di compromesso soprattutto con il suo storico nemico, gli
Stati Uniti. Ma non basta: “Ora c’è bisogno che l’Iran faccia pace
anche con il suo popolo”. Parola di Shirin Ebadi, avvocato e attivista per i diritti umani, premio Nobel per la pace 2003 in esilio a Londra. Per lei, che ha passato gran parte della sua vita a difendere i dissidenti politici,
il tanto lodato presidente Hassan Rohani non può chiudere gli occhi
sulle carceri iraniane, zeppe di artisti, attivisti e politici colpevoli
di aver espresso liberamente il proprio pensiero.
“Se il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale – ha scritto Ebadi in
una lettera indirizzata al presidente in persona dopo lo scambio di
prigionieri – può rilasciare un giornalista in ostaggio come
‘gentilezza’ per la riconciliazione con gli Stati Uniti, perché non è in
grado di rilasciare un professore universitario e un’artista femminile,
come ad esempio Zahra Rahnavard? Se la Magistratura può rilasciare
Saeed Abedini, il cui crimine è stato il suo credo religioso, a causa
della sua doppia cittadinanza, perché non intraprendere alcuna azione
per facilitare il rilascio di Mehdi Karrubi, cui unico crimine era
quello di protestare contro i risultati elettorali [del 2009, ndr]? Se
il signor Zarif ha potuto negoziare con i superpoteri, come gli Stati
Uniti, per rilasciare alcuni uomini d’affari iraniani provenienti dalle
carceri americane, perché non fare lo stesso per i prigionieri degli
eventi del 2009?”
Sono centinaia i prigionieri politici nelle carceri iraniane.
Nel 2014, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura aveva
fissato il loro numero a circa 850 casi formalmente registrati e
riconosciuti come incarcerazioni politicamente motivate, mentre secondo
Human Rights Watch il bilancio potrebbe essere più alto. Mentre
non vi è alcuna definizione nel diritto internazionale né in quello
iraniano per “prigionieri politici”, generalmente si considerano tali i
difensori dei diritti umani, gli attivisti politici, i politici
dell’opposizione e i giornalisti. Accanto a essi, secondo Global Voices
Online, c’è una folta schiera di blogger e internauti, oltre ad artisti
come registi, scrittori e intellettuali. In più, ci sarebbero alcuni
tecnologi e fisici, sospettati di spionaggio o che avevano semplicemente
espresso pareri differenti dalle autorità sul programma nucleare.
Se è vero che i media internazionali puntano continuamente il dito
contro la realtà carceraria iraniana dimenticando che i paesi arabi del
Golfo hanno tassi di detenzione e di esecuzione equivalenti rispetto al
numero di cittadini che li popolano, è innegabile che le violazioni dei diritti umani a Teheran siano in costante aumento: l’era Rohani, la più florida dal punto di vista delle relazioni internazionali dai tempi della rivoluzione del 1979, sembra essere anche la più florida per i boia.
In un rapporto diffuso qualche settimana fa dalla ONG “Nessuno tocchi
Caino”, si evidenzia che nel 2015 nella Repubblica Islamica ci sono
state almeno 980 condanne a morte, con un aumento del 22,5% rispetto
alle 800 del 2014 ed un aumento del 42,6% rispetto alle 687 del 2013.
Lungi dal sollevare Rohani da ogni responsabilità nei
confronti dei suoi carcerati, non bisogna però dimenticare che in Iran
non si muove una foglia se non lo decide la Guida Suprema, l’ayaollah
Ali Khamenei. Sebbene la Repubblica islamica abbia qualche
struttura democratica, come l’elezione del presidente e del Parlamento,
la maggior parte delle sue istituzioni sono di natura non elettiva, ma
nominata dalla Guida Suprema stessa. E’ il caso dei candidati alla
presidenza, che devono passare il vaglio della rigida commissione scelta
per larga parte dalle autorità clericali: non è un caso, infatti, che
nelle scorse elezioni i candidati riformisti – l’opposizione, per
intenderci – non siano stati presenti se non di facciata, con la
paventata candidatura dell’ex presidente Rafsanjani, poi bloccata per
ragioni di età. Come spiega bene un grafico del Washington post, la
decisione di quasi tutto è nelle mani di Khamenei e del Guardiani della
Rivoluzione.
Shirin Ebadi, che di questa situazione è pienamente
cosciente, non risparmia il suo appello neanche alle altre cariche dello
Stato: “La Guida Suprema, la magistratura, il Consiglio
supremo di sicurezza nazionale e lei stesso – continua nella lettera
aperta a Rohani – siete ben consapevoli del fatto che, in
mancanza di un sistema giudiziario indipendente, i prigionieri politici e
di coscienza sono privi di un processo equo e, infatti, sono tenuti in
ostaggio dalle forze di sicurezza”. Ma nonostante tutto, ora
l’immagine dell’Iran è Rohani, scelto anch’egli dalla Guida Suprema, e
Shirin Ebadi è cosciente della sua fama e forza internazionale. “Mi
dispiace che altri prigionieri che detengono solo cittadinanze iraniane
debbano rimanere in carcere. Ha dimenticato il suo giuramento di
preservare la Costituzione? Quali prigionieri politici e di coscienza in
Iran sono stati giudicati in modo aperto e in presenza di una giuria?”.
Domande che restano senza risposta, e che probabilmente lo resteranno
fino alla nomina del prossimo Ayatollah.
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