Si è svolto sabato 20 giugno a Bologna il Convegno Nazionale di Ecoresistenze. Una fitta giornata di dibattito che ha svelato il volto ecocida europeo tra speculazione finanziaria e economia di guerra.
Mentre i palazzi della politica e i media mainstream continuano a propinare la narrazione rassicurante e mistificatoria della “transizione ecologica”, la realtà materiale bussa violentemente alla porta. Sabato 20 giugno si è tenuto a Bologna il Convegno Nazionale promosso da Ecoresistenze dal titolo inequivocabile: “Dalla finta transizione ecologica alla vera transizione bellica: l’Occidente dichiara guerra all’ambiente”.
Un appuntamento di dibattito serrato diviso in sessione mattutina e pomeridiana tra ricercatori, attivisti, comitati territoriali e un’importante componente di giovani, uniti dal rifiuto dei finti compromessi della compatibilità capitalista e determinati a rimettere al centro un ambientalismo che vuole affrontare alla radice il problema.
La crisi dell’universalismo occidentale e il bluff del capitalismo “green”
I lavori sono stati aperti da un’analisi strutturale della crisi sistemica che stiamo attraversando. Il primo intervento, affidato a Giorgio Ferrari (perito nucleare), ha tracciato il quadro generale: la crisi da sovrapproduzione capitalistica si innesta oggi sulla rottura del mercato globale e del diritto internazionale, seppellito definitivamente – è stato ricordato – sotto le macerie e il genocidio a Gaza.
In questo contesto, anche la “scienza” e istituzioni come l’IPCC non possono più essere considerate neutrali o sacre, ma vanno analizzate come strumenti spesso piegati a dinamiche politiche ed economiche ben precise. La soluzione al disastro ecologico non risiede nei “comportamenti individuali virtuosi” o nei sermoni moralisti dell’ambientalismo liberale, ma in una rottura politica ed economica con il modo di produzione capitalista ed i suoi alfieri.
La militarizzazione dei territori e l'economia di guerra
La declinazione più brutale e immediata della transizione bellica sui territori è stata sviscerata dall’intervento di Antonio Mazzeo, saggista e da sempre in prima linea nel mappare la penetrazione della NATO e degli apparati militari nel nostro Paese. Mazzeo ha illustrato come la militarizzazione non sia solo un’opzione geopolitica astratta, ma un processo materiale che divora risorse pubbliche, sottrae terre all’agricoltura e alla collettività, ed eguaglia o supera per impatto distruttivo le grandi opere speculative di stampo civile.
L’economia di guerra si traduce nei territori con l’ampliamento delle basi, le esercitazioni militari ecocidiarie e la subordinazione della ricerca scientifica universitaria alle esigenze dell’industria bellica e della difesa, sottraendo fondi vitali alla messa in sicurezza ambientale e idrogeologica del territorio nazionale.
Il territorio come merce e come trincea di resistenza
Elemento fondamentale per il dibattito è stata la dimensione territoriale e urbana. Rossella Marchini, architetta ed esperta di trasformazioni urbane, ha sviscerato il meccanismo con cui la rendita finanziaria globale opera sui territori, imponendo la propria destinazione urbanistica alle amministrazioni locali complici. Attraverso il caso studio dello Stadio di Pietralata a Roma (ma passando anche per tutte le opere inutili ed ecocide che da Milano a Palermo vengono calate sui territori), si è mostrato come l’interesse pubblico sia stato totalmente subordinato al profitto privato.
I territori, tuttavia, non sono solo luoghi di estrazione di valore, ma diventano le trincee in cui si sviluppano le ecoresistenze. Lo sguardo si è allargato anche agli scenari internazionali e post-bellici, denunciando come persino la distruzione di Gaza venga già cavalcata dai flussi finanziari per immaginare speculazioni edilizie iper-tecnologiche sulle macerie.
La ristrutturazione dell’agricoltura nel contesto del mercato globale
A chiudere la prima parte dei lavori è stato l’intervento di Mauro Conti (ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’UniCal), incentrato sulla crisi strutturale del settore primario e sulle trasformazioni dell’agricoltura nel mondo globale. Conti ha analizzato il fallimento delle politiche agricole europee e dei trattati di libero scambio, che hanno stritolato i piccoli produttori a vantaggio della grande proprietà fondiaria e delle multinazionali dell’agroindustria.
Un ruolo centrale lo hanno anche i Nuovi OGM (o TEA) (in questi giorni deregolamentati dal Parlamento Europeo) nell’esemplificare come la “finta transizione” in agricoltura si sta traducendo nella messa a valore sempre più ampia del vivente, dimostrando ancora una volta l’incompatibilità intrinseca tra la logica del massimo profitto e la sovranità alimentare e popolare.
Il grande bluff dell’atomo e della transizione energetica
Sulla stessa linea di critica alle finte soluzioni tecniche a problemi di natura squisitamente politica si è inserita la relazione di Sandro De Cecco (docente di Fisica Nucleare presso La Sapienza di Roma), che ha affrontato quello che oggi rappresenta il vero e proprio cuore della mistificazione ecologista occidentale: la questione del nucleare.
Dati alla mano, è stata smontata pezzo per pezzo la narrazione della fissione nucleare come energia “pulita”, “sicura” e indispensabile per la decarbonizzazione, oggi cinicamente inserita dall’Unione Europea nella cosiddetta “Tassonomia Verde” e sdoganata in Italia dal governo Meloni tramite la legge delega sul nucleare approvata da poco alla Camera dei Deputati.
L’intervento ha messo a nudo la natura strutturale e tutt’altro che pacifica di questa scelta: i tempi di realizzazione biblici e i costi astronomici di realizzazione del “vecchio nucleare” insieme all’inconsistenza dietro la cosiddetta “nuova generazione” (SMR, IV generazione...) dimostrano l’inconsistenza economica e climatica di questo piano per l’abbattimento immediato delle emissioni – esaminato anche alla luce degli scenari al 2050.
Il punto nodale risiede altrove, ovvero nella natura strategica e duale della tecnologia nucleare. La reintroduzione del nucleare civile serve in realtà a mantenere in vita e a finanziare le competenze tecnologiche, le infrastrutture industriali e la filiera di approvvigionamento necessarie al settore militare e agli armamenti strategici del blocco euro-atlantico.
L’interesse collettivo a guida delle priorità politiche: pianificazione e “civiltà ecologica”
Lo sguardo internazionale si è ampliato grazie ai contributi di Francesco Maringiò (giornalista esperto di Cina) e Chen Yiwen (professore associato alla Scuola di Marxismo dell’Università di Tsinghua), che hanno analizzato i modelli di sviluppo alternativi a quello occidentale, focalizzandosi sul concetto di “Civiltà Ecologica” inserito nella costituzione cinese.
I relatori hanno evidenziato come l’esperienza della Repubblica Popolare Cinese rappresenti oggi un caso di studio cruciale: dopo aver subito i devastanti squilibri ambientali legati alle prime fasi di inserimento selvaggio nel mercato globale, il Paese sta tentando di invertire la rotta attraverso una forte pianificazione economica e una “dialettica marxista dell’ecologia”.
L’analisi degli interventi ha mostrato un dato materiale concreto: l’esistenza di un controllo pubblico e centralizzato dello Stato permette di sganciare la ricerca tecnologica, la transizione energetica e la tutela della biodiversità dalle sole e distruttive logiche del profitto privato a breve termine, offrendo un esempio di come la pianificazione di lungo periodo sia condizione necessaria (anche se sicuramente non sufficiente) a porre le basi per un reale sviluppo sostenibile.
Contro il riduzionismo, per la “militanza scientifica”
Il cuore scientifico e metodologico del convegno ha scardinato l’idea che il collasso ecologico sia un destino ineluttabile della specie umana, offrendo una sponda fondamentale all’ambientalismo sottolineando il rapporto inscindibile tra scienza e società.
Nel solco già tracciato dalle considerazioni di De Cecco, Antonio Bodini (professore di Ecologia presso l’Università di Parma) ha sferrato un attacco frontale al riduzionismo scientifico di stampo neoliberista, la cui pretesa è quella di parcellizzare la crisi ecologica in singoli indicatori quantitativi mercificabili (come le borse della CO2 o i crediti di carbonio).
A dimostrazione che un’alternativa materiale è possibile, Bodini ha valorizzato l’esperienza storica di Cuba. Nonostante il criminale e genocidiario bloqueo statunitense, l’isola caraibica si è dimostrata terreno fertile per l’applicazione di una nuova visione dell’ecologia improntata sul materialismo dialettico, grazie al fondamentale incontro tra Fidel Castro e Richard Levins.
Questo è stato possibile solo grazie alla pianificazione economica centralizzata e all’assenza della logica del profitto privato a guida delle priorità politiche: una testimonianza tangibile di come la tutela dell’ambiente e l’uguaglianza sociale richiedano lo sganciamento dai meccanismi di mercato, ricollegando la ricerca scientifica ai bisogni materiali delle classi popolari.
Continuità della lotta: organizzarsi è la priorità
Nelle conclusioni della giornata è stato tratto il bilancio politico del convegno, inchiodando alle proprie responsabilità tanto la destra di governo quanto le forze politiche del centrosinistra e dei partiti Verdi europei. Questi soggetti sono stati i principali artefici del Green New Deal e oggi sono capofila tra i guerrafondai, reprimendo poi con i manganelli i comitati locali che difendono i territori.
Un importante terreno di battaglia individuato riguarda la nuova svolta verso la nuclearizzazione portata avanti dall’Unione Europea dietro la maschera della sostenibilità. In Italia, il Governo Meloni, attraverso una legge delega già approvata alla Camera, sta promuovendo la reintroduzione dell’energia nucleare, calpestando l’esito dei referendum popolari con cui i cittadini si erano espressi chiaramente in senso contrario. Su questo terreno di complicità bi-partisan si allineano tanto il centrodestra quanto il centrosinistra.
La presenza attiva e numerosa di giovani, studenti e delegati dei comitati territoriali ha dimostrato che esiste un pezzo di paese reale che non si arrende alla transizione bellica. Presenti tra gli altri il Comitato Popolare Pilastro di Bologna, il Collettivo Balia dal Collare da Rieti, I No Ponte Calabria, I No Triv Basilicata e il Coordinamento Sì Parco Sì Ospedale di Pietralata (Roma).
Il dibattito, animato dagli interventi della platea e dalle realtà che hanno seguito i lavori sia in presenza che a distanza, ha confermato la necessità impellente di costruire organizzazione. Non basta l’indignazione, serve un orientamento politico dei conflitti ambientali che sappia legare la lotta contro le grandi opere speculative e la difesa della salute nei territori all’opposizione frontale al modello di sviluppo e all’economia di guerra.
Il convegno di Ecoresistenze non è stato un punto d’arrivo, ma una tappa fondamentale di chiarificazione analitica, filosofica e politica di rilancio della mobilitazione per i prossimi mesi. La reale transizione ecologica può darsi solo fuori e contro la logica del capitalismo e della guerra.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/06/2026
09/04/2026
L’Ecomarxismo e la ricostruzione della dialettica materialista
Intervenendo il 16 ottobre 2025 alla cerimonia di apertura della Quarta Conferenza Mondiale sul Marxismo a Pechino, John Bellamy Foster discute lo sviluppo dell'ecomarxismo e la sua relazione con la teoria marxista. Qui, Foster sostiene che «l'ecomarxismo come lo conosciamo oggi non è semplicemente un altro ramo del marxismo», ma è un percorso verso i progetti di socialismo completo e civiltà ecologica.
di John Bellamy Foster
È un onore poter intervenire alla cerimonia di apertura della Quarta Conferenza Mondiale sul Marxismo a Pechino.
Mi è stato chiesto di discutere dello sviluppo dell'ecomarxismo e della sua relazione con la teoria marxista nel suo complesso. Voglio qui sostenere che l'ecomarxismo, così come lo conosciamo oggi, non è semplicemente un altro ramo del marxismo, ma ha di fatto svolto un ruolo di primo piano nella ricostruzione della teoria marxista classica. Esso rappresenta una sorta di correttivo di fronte al diffuso abbandono della dialettica materialista all'interno del marxismo occidentale. L'ecomarxismo è nato in risposta alla necessità materiale legata alla crisi ecologica planetaria. Tuttavia, per affrontare seriamente il problema ecologico in termini marxiani è stato necessario recuperare alcuni aspetti della critica marxista alla società capitalista delle merci che erano stati abbandonati dalla tradizione filosofica marxista occidentale, vale a dire la profonda visione materialista e dialettica del marxismo classico.
I socialisti sono stati in prima linea nell'ecologia sin da principio, e sono stati leader nei movimenti ambientalisti emersi tra gli anni '50 e '70, in gran parte in risposta ai nuovi pericoli ecologici causati dall'uomo, come i radionuclidi e l'aumento delle sostanze chimiche di sintesi, legate all'industria petrolchimica. Tuttavia, è stato solo alla fine degli anni '70 e '80 che è emerso il concetto di ecosocialismo, visto come un campo distinto. Ironia della sorte, quello che oggi chiamiamo ecosocialismo di prima generazione si contrapponeva al marxismo classico quasi quanto al capitalismo. In Occidente, tutte le principali figure dell'ecosocialismo di prima generazione hanno abbracciato l'idea che Karl Marx e Friedrich Engels fossero caduti in preda a quello che è stato chiamato meccanicismo prometeico. Durante la Guerra Fredda, l'antico mito greco di Prometeo, che donò fuoco e illuminazione all'umanità, è stato usato come un'arma per criticare Marx, che nella sua tesi di dottorato aveva elogiato Prometeo come simbolo dell'Illuminismo. Il marxismo è stato quindi criticato dagli ideologi della Guerra Fredda come una filosofia estremamente meccanicistica o strumentalista, opposta all'umanesimo. Ciò ha costituito sia una distorsione dell'antico mito greco di Prometeo – come era stato inteso per millenni – sia una distorsione del marxismo. Ciononostante, gli stessi ecosocialisti di prima generazione adottarono la critica della Guerra Fredda al marxismo – inteso come prometeismo meccanicistico – considerandolo come un punto di riferimento per l'antagonismo del marxismo classico nei confronti dell'ecologia. Marx è stato accusato di non aver incorporato i limiti naturali nella sua analisi, che a questo proposito è stata ritenuta inferiore a quella del reazionario teorico della popolazione, Thomas Malthus. La risposta degli ecosocialisti dell'epoca è stata quella di innestare la teoria verde, ovvero le nozioni idealistiche/moralistiche dell'ambientalismo liberale, su un marxismo occidentale che, in gran parte, era già stato spogliato della sua concezione materialistica della natura e della dialettica della natura. In alcune delle versioni più estreme, il marxismo classico è stato visto come costitutivo, insieme al capitalismo stesso, di un rozzo produttivismo, «nemico della natura».
Le debolezze dell'ecosocialismo di prima generazione rispetto alla teoria marxiana, e la sua incapacità di generare una prassi ecologica sostanziale, hanno portato allo sviluppo, alla fine degli anni '90, dell'ecosocialismo di seconda generazione, spesso definito teoria della frattura metabolica, sebbene l'ambito dell'analisi sia stato molto più ampio. Si è trattato in realtà di un vero e proprio ecomarxismo radicato nel materialismo storico classico, il cui obiettivo è stato quello di ricostruire il materialismo ecologico insito nel pensiero di Marx. Applicando questo approccio alle condizioni e alle crisi ecologiche in tutto il mondo, è stato istituito un ecosocialismo di terza generazione, in linea con la prassi ecosocialista rivoluzionaria. In questo modo la teoria della frattura metabolica, concentrandosi sullo sviluppo umano sostenibile, convergeva con l'analisi della civiltà ecologica sviluppata principalmente all'interno del marxismo ecologico cinese.
L'ecomarxismo può essere considerato come comprendente le seguenti nove proposizioni fondamentali:
(1) La natura/ecologia è il fondamento di tutta l'esistenza materiale. Il materialismo di Marx non era semplicemente un principio economico, ma si estendeva alle basi ontologiche degli esseri umani come esseri materiali, esseri auto-mediatori della natura. La società umana è una forma emergente della natura in linea con la dialettica materialista.
(2) La natura/ecologia, come diceva Engels, è la “prova della dialettica”. La dialettica della società, per quanto importante, non ha alcuna relazione con la totalità se separata dalla dialettica della natura.
(3) L'alienazione dal lavoro è allo stesso tempo l'alienazione dalla natura. L'umanità ha un rapporto metabolico con il lavoro e la produzione, che definisce l'essere della specie umana. L'alienazione dal processo lavorativo è contemporaneamente l'alienazione degli esseri umani dalle condizioni naturali di produzione e quindi si basa sull'alienazione dalla natura.
(4) L'analisi ecologica di Marx è radicata in una triade composta dal metabolismo universale della natura, dal metabolismo sociale e dalla frattura metabolica. Il concetto marxiano di “metabolismo universale della natura” abbraccia l'intera esistenza naturale secondo il metodo delle scienze naturali. Il “metabolismo sociale” rappresenta il rapporto specificamente umano con la natura attraverso la produzione. La frattura metabolica, o «frattura irreparabile nel processo interdipendente del metabolismo sociale, un metabolismo prescritto dalle leggi naturali della vita stessa», si verifica quando il metabolismo sociale della produzione entra in conflitto con il metabolismo universale della natura. Attingendo al lavoro di Justus von Liebig, Marx spiegò come i nutrienti del suolo venissero rimossi dal suolo e inviati in forma di cibo e fibre a centinaia e migliaia di chilometri di distanza verso i nuovi centri urbani concentrati del capitalismo, e non tornassero più al suolo, portando al suo impoverimento. Questo divenne la base della sua teoria della frattura metabolica o crisi ecologica, che applicò anche ad altri settori, comprese le epidemie periodiche.
(5) L'imperialismo ecologico è inseparabile dal capitalismo e implica che una nazione consegua più valori d'uso naturali a spese di un'altra attraverso il puro rapporto di forza. Marx scrisse che l'Irlanda coloniale aveva indirettamente esportato il proprio suolo in Inghilterra per nutrire la popolazione inglese, mentre, come conseguenza, gli irlandesi erano esposti a fame e povertà estreme.
(6) Un'analisi ecologica della forma-valore è al centro della critica politico-economica del capitale di Marx. L'intera critica economica di Marx si basa sulla distinzione tra valori d'uso naturali-materiali e valore di scambio. Il capitalismo si basa sul feticismo delle merci e sul valore di scambio. Il socialismo, al contrario, tiene conto dei valori d'uso qualitativi, sia nella loro dimensione ecologica che sociale.
(7) La visione del socialismo di Marx è quella di uno sviluppo umano sostenibile. Si oppone alla produzione fine a se stessa e all'accumulazione fine a se stessa, nonché al lato negativo della produzione capitalista, che distrugge le condizioni naturali necessarie. Un autentico progresso sociale richiede che l'umanità preservi la terra per le generazioni future, come boni patres familias, buoni capifamiglia.
(8) Le condizioni materiali della classe operaia sono sia ecologiche che economiche, e individuano un proletariato ambientale nella sua forma più ampia e rivoluzionaria. Nell'opera di Marx ed Engels lo sfruttamento e l'espropriazione degli strati sociali inferiori della popolazione si concretizza in devastazioni ambientali come l'inquinamento dell'aria e dell'acqua, la mancanza di cibo e l'adulterazione degli alimenti, le condizioni abitative precarie, le epidemie, l'accesso ineguale all'assistenza sanitaria, la maggiore mortalità della classe operaia, la disabilità e così via, oltre allo sfruttamento economico vero e proprio. Il proletariato rivoluzionario è quindi un proletariato ambientale che si occupa di tutte le forme di oppressione (comprese quelle legate alla razza, al genere e alle condizioni di vita stesse). Oggi le lotte alla base della società umana sono tanto ambientali quanto economiche.
(9) Il socialismo completo richiede lo sviluppo di una civiltà ecologica. Il marxismo ecologico punta in ultima analisi alla civiltà ecologica, un concetto nato nell'Unione Sovietica tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 e adottato quasi immediatamente dalla Cina, dove ha ricevuto uno sviluppo molto più completo. La civiltà ecologica doveva essere equiparata al socialismo completo: un mondo di sostanziale uguaglianza e sostenibilità ecologica. Come ha affermato Xi Jinping, le «montagne verdi» valgono quanto o più delle «montagne d'oro». Come ha sottolineato altrove, la civiltà ecologica è la «modernizzazione dell'armonia tra l'umanità e la natura». In questo senso, la civiltà ecologica attinge a una lunga storia di pensiero e lotta ecologica che risale alla società tradizionale e al materialismo organico, nell'antica Grecia all'epicureismo – che ha influenzato il pensiero marxista – e in Cina al taoismo. Il marxismo ecologico nella sua lotta per la civiltà ecologica dà un nuovo significato a queste concezioni tradizionali dell'umanità come essere organico che vive e si sviluppa in accordo con la terra.
Fonte
di John Bellamy Foster
È un onore poter intervenire alla cerimonia di apertura della Quarta Conferenza Mondiale sul Marxismo a Pechino.
Mi è stato chiesto di discutere dello sviluppo dell'ecomarxismo e della sua relazione con la teoria marxista nel suo complesso. Voglio qui sostenere che l'ecomarxismo, così come lo conosciamo oggi, non è semplicemente un altro ramo del marxismo, ma ha di fatto svolto un ruolo di primo piano nella ricostruzione della teoria marxista classica. Esso rappresenta una sorta di correttivo di fronte al diffuso abbandono della dialettica materialista all'interno del marxismo occidentale. L'ecomarxismo è nato in risposta alla necessità materiale legata alla crisi ecologica planetaria. Tuttavia, per affrontare seriamente il problema ecologico in termini marxiani è stato necessario recuperare alcuni aspetti della critica marxista alla società capitalista delle merci che erano stati abbandonati dalla tradizione filosofica marxista occidentale, vale a dire la profonda visione materialista e dialettica del marxismo classico.
I socialisti sono stati in prima linea nell'ecologia sin da principio, e sono stati leader nei movimenti ambientalisti emersi tra gli anni '50 e '70, in gran parte in risposta ai nuovi pericoli ecologici causati dall'uomo, come i radionuclidi e l'aumento delle sostanze chimiche di sintesi, legate all'industria petrolchimica. Tuttavia, è stato solo alla fine degli anni '70 e '80 che è emerso il concetto di ecosocialismo, visto come un campo distinto. Ironia della sorte, quello che oggi chiamiamo ecosocialismo di prima generazione si contrapponeva al marxismo classico quasi quanto al capitalismo. In Occidente, tutte le principali figure dell'ecosocialismo di prima generazione hanno abbracciato l'idea che Karl Marx e Friedrich Engels fossero caduti in preda a quello che è stato chiamato meccanicismo prometeico. Durante la Guerra Fredda, l'antico mito greco di Prometeo, che donò fuoco e illuminazione all'umanità, è stato usato come un'arma per criticare Marx, che nella sua tesi di dottorato aveva elogiato Prometeo come simbolo dell'Illuminismo. Il marxismo è stato quindi criticato dagli ideologi della Guerra Fredda come una filosofia estremamente meccanicistica o strumentalista, opposta all'umanesimo. Ciò ha costituito sia una distorsione dell'antico mito greco di Prometeo – come era stato inteso per millenni – sia una distorsione del marxismo. Ciononostante, gli stessi ecosocialisti di prima generazione adottarono la critica della Guerra Fredda al marxismo – inteso come prometeismo meccanicistico – considerandolo come un punto di riferimento per l'antagonismo del marxismo classico nei confronti dell'ecologia. Marx è stato accusato di non aver incorporato i limiti naturali nella sua analisi, che a questo proposito è stata ritenuta inferiore a quella del reazionario teorico della popolazione, Thomas Malthus. La risposta degli ecosocialisti dell'epoca è stata quella di innestare la teoria verde, ovvero le nozioni idealistiche/moralistiche dell'ambientalismo liberale, su un marxismo occidentale che, in gran parte, era già stato spogliato della sua concezione materialistica della natura e della dialettica della natura. In alcune delle versioni più estreme, il marxismo classico è stato visto come costitutivo, insieme al capitalismo stesso, di un rozzo produttivismo, «nemico della natura».
Le debolezze dell'ecosocialismo di prima generazione rispetto alla teoria marxiana, e la sua incapacità di generare una prassi ecologica sostanziale, hanno portato allo sviluppo, alla fine degli anni '90, dell'ecosocialismo di seconda generazione, spesso definito teoria della frattura metabolica, sebbene l'ambito dell'analisi sia stato molto più ampio. Si è trattato in realtà di un vero e proprio ecomarxismo radicato nel materialismo storico classico, il cui obiettivo è stato quello di ricostruire il materialismo ecologico insito nel pensiero di Marx. Applicando questo approccio alle condizioni e alle crisi ecologiche in tutto il mondo, è stato istituito un ecosocialismo di terza generazione, in linea con la prassi ecosocialista rivoluzionaria. In questo modo la teoria della frattura metabolica, concentrandosi sullo sviluppo umano sostenibile, convergeva con l'analisi della civiltà ecologica sviluppata principalmente all'interno del marxismo ecologico cinese.
L'ecomarxismo può essere considerato come comprendente le seguenti nove proposizioni fondamentali:
(1) La natura/ecologia è il fondamento di tutta l'esistenza materiale. Il materialismo di Marx non era semplicemente un principio economico, ma si estendeva alle basi ontologiche degli esseri umani come esseri materiali, esseri auto-mediatori della natura. La società umana è una forma emergente della natura in linea con la dialettica materialista.
(2) La natura/ecologia, come diceva Engels, è la “prova della dialettica”. La dialettica della società, per quanto importante, non ha alcuna relazione con la totalità se separata dalla dialettica della natura.
(3) L'alienazione dal lavoro è allo stesso tempo l'alienazione dalla natura. L'umanità ha un rapporto metabolico con il lavoro e la produzione, che definisce l'essere della specie umana. L'alienazione dal processo lavorativo è contemporaneamente l'alienazione degli esseri umani dalle condizioni naturali di produzione e quindi si basa sull'alienazione dalla natura.
(4) L'analisi ecologica di Marx è radicata in una triade composta dal metabolismo universale della natura, dal metabolismo sociale e dalla frattura metabolica. Il concetto marxiano di “metabolismo universale della natura” abbraccia l'intera esistenza naturale secondo il metodo delle scienze naturali. Il “metabolismo sociale” rappresenta il rapporto specificamente umano con la natura attraverso la produzione. La frattura metabolica, o «frattura irreparabile nel processo interdipendente del metabolismo sociale, un metabolismo prescritto dalle leggi naturali della vita stessa», si verifica quando il metabolismo sociale della produzione entra in conflitto con il metabolismo universale della natura. Attingendo al lavoro di Justus von Liebig, Marx spiegò come i nutrienti del suolo venissero rimossi dal suolo e inviati in forma di cibo e fibre a centinaia e migliaia di chilometri di distanza verso i nuovi centri urbani concentrati del capitalismo, e non tornassero più al suolo, portando al suo impoverimento. Questo divenne la base della sua teoria della frattura metabolica o crisi ecologica, che applicò anche ad altri settori, comprese le epidemie periodiche.
(5) L'imperialismo ecologico è inseparabile dal capitalismo e implica che una nazione consegua più valori d'uso naturali a spese di un'altra attraverso il puro rapporto di forza. Marx scrisse che l'Irlanda coloniale aveva indirettamente esportato il proprio suolo in Inghilterra per nutrire la popolazione inglese, mentre, come conseguenza, gli irlandesi erano esposti a fame e povertà estreme.
(6) Un'analisi ecologica della forma-valore è al centro della critica politico-economica del capitale di Marx. L'intera critica economica di Marx si basa sulla distinzione tra valori d'uso naturali-materiali e valore di scambio. Il capitalismo si basa sul feticismo delle merci e sul valore di scambio. Il socialismo, al contrario, tiene conto dei valori d'uso qualitativi, sia nella loro dimensione ecologica che sociale.
(7) La visione del socialismo di Marx è quella di uno sviluppo umano sostenibile. Si oppone alla produzione fine a se stessa e all'accumulazione fine a se stessa, nonché al lato negativo della produzione capitalista, che distrugge le condizioni naturali necessarie. Un autentico progresso sociale richiede che l'umanità preservi la terra per le generazioni future, come boni patres familias, buoni capifamiglia.
(8) Le condizioni materiali della classe operaia sono sia ecologiche che economiche, e individuano un proletariato ambientale nella sua forma più ampia e rivoluzionaria. Nell'opera di Marx ed Engels lo sfruttamento e l'espropriazione degli strati sociali inferiori della popolazione si concretizza in devastazioni ambientali come l'inquinamento dell'aria e dell'acqua, la mancanza di cibo e l'adulterazione degli alimenti, le condizioni abitative precarie, le epidemie, l'accesso ineguale all'assistenza sanitaria, la maggiore mortalità della classe operaia, la disabilità e così via, oltre allo sfruttamento economico vero e proprio. Il proletariato rivoluzionario è quindi un proletariato ambientale che si occupa di tutte le forme di oppressione (comprese quelle legate alla razza, al genere e alle condizioni di vita stesse). Oggi le lotte alla base della società umana sono tanto ambientali quanto economiche.
(9) Il socialismo completo richiede lo sviluppo di una civiltà ecologica. Il marxismo ecologico punta in ultima analisi alla civiltà ecologica, un concetto nato nell'Unione Sovietica tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 e adottato quasi immediatamente dalla Cina, dove ha ricevuto uno sviluppo molto più completo. La civiltà ecologica doveva essere equiparata al socialismo completo: un mondo di sostanziale uguaglianza e sostenibilità ecologica. Come ha affermato Xi Jinping, le «montagne verdi» valgono quanto o più delle «montagne d'oro». Come ha sottolineato altrove, la civiltà ecologica è la «modernizzazione dell'armonia tra l'umanità e la natura». In questo senso, la civiltà ecologica attinge a una lunga storia di pensiero e lotta ecologica che risale alla società tradizionale e al materialismo organico, nell'antica Grecia all'epicureismo – che ha influenzato il pensiero marxista – e in Cina al taoismo. Il marxismo ecologico nella sua lotta per la civiltà ecologica dà un nuovo significato a queste concezioni tradizionali dell'umanità come essere organico che vive e si sviluppa in accordo con la terra.
Fonte
08/03/2025
Qualche tesi preliminare sul concetto di Civiltà ecologica
di John Bellamy Foster
Durante la Rivoluzione Industriale del XIX secolo, Newcastle, in Inghilterra, si trovava al centro dell'industria del carbone. L'espressione "portare il carbone a Newcastle" nacque per indicare l'inutilità di portare qualcosa in un luogo dove era già presente in abbondanza. Per un pensatore occidentale parlare di civiltà ecologica (o eco-civiltà) a un pubblico cinese è come "portare il carbone a Newcastle", poiché è in Cina che il concetto è maggiormente sviluppato. Tuttavia, sosterrò che la nozione di eco-civiltà è intrinsecamente legata al marxismo. Questa presentazione sarà quindi dedicata all'esame del concetto di eco-civiltà da una prospettiva marxista ecologica ampia. A questo proposito, ho dieci tesi preliminari sull'eco-civiltà.
(1) Il concetto di civiltà ecologica ha origini marxiste ed è intrinsecamente socialista. Sorse come visione sistematica tra la fine degli anni '70 e gli anni '80 nell'Unione Sovietica, ispirandosi alle considerazioni del pensiero ecologico di Karl Marx, ed è stato immediatamente adottato dai pensatori cinesi. Ad oggi, ha pochissima presenza in Occidente, poiché è radicalmente lontano sia dalla nozione di civiltà capitalista che dalle visioni eurocentriche della modernità.[1]
(2) La visione filosofica fondamentale della civiltà ecologica ha radici profonde nelle prime nozioni di civiltà della modernità, o nella relazione attiva dell'essere umano con il mondo organico-materiale, come descritto dai pensatori marxisti Joseph Needham e Samir Amin nelle loro critiche all'eurocentrismo. Questa visione filosofica organico-materialista è emersa durante quella che è nota come l'Epoca Assiale, in particolare nella civiltà ellenistica e nel Periodo degli Stati Combattenti in Cina, tra il V e il III secolo a.C. Lo stesso Marx abbracciò presto una visione organico-materialista, sviluppando una nozione di esseri umani come mediatori autonomi della natura, che rompeva con il meccanicismo occidentale e le concezioni eurocentriche della modernità, attraverso il suo incontro con la filosofia materialista epicurea.[2] Tuttavia, gran parte di questa visione fu poi sommersa nel marxismo successivo e completamente eliminata nella tradizione filosofica marxista occidentale. In Cina, la continuità della civiltà, dal taoismo (parallelo all'epicureismo), al confucianesimo e al neo-confucianesimo, ha significato la perpetuazione di tali prime visioni organico-materialiste, rendendo la Cina più ricettiva all'ecologia e, in particolare, alle prospettive ecologiche di Marx.[3]
(3) Sebbene abbia radici filosofiche antiche, la civiltà ecologica, come visione storica trasformativa, è un prodotto della società post-rivoluzionaria e dello sviluppo del socialismo. Essa riflette la nozione dell'essere umano come mediatore di sé stesso con la natura, un concetto centrale nella visione dello sviluppo umano sostenibile di Marx, incarnato nella sua teoria della frattura metabolica. Questo approccio respinge qualsiasi idea che l'eco-civiltà sia un prodotto diretto del premodernismo o del postmodernismo, o che possa essere spiegata, come proposto da alcuni teorici ecologici cinesi, dalla sequenza civiltà tradizionale → civiltà agricola → civiltà industriale → civiltà ecologica.[4]
(4) Il concetto di civiltà ecologica socialista in Cina ha pienamente integrato queste idee. La civiltà ecologica socialista dovrebbe essere considerata uno sviluppo interno al socialismo. È importante sottolineare che non può esistere alcun concetto di "civiltà ecologica capitalista", poiché il capitalismo è intrinsecamente estraneo e distruttivo nei confronti della natura/ecologia. Parlare, quindi, di civiltà ecologica socialista significa semplicemente parlare di un socialismo completo, come pieno sviluppo sostenibile umano che incorpora sia l'uguaglianza sostanziale sia la sostenibilità ecologica. Significa la riconciliazione tra l'umanità e la natura.
(5) La civiltà ecologica rimanda a ciò che i marxisti cinesi hanno descritto come la necessità di una “modernizzazione dell’esistenza armoniosa tra umanità e natura”. Questo principio si basa sui fondamenti del socialismo. È quindi antitetico alla cosiddetta modernizzazione ecologica intesa come filosofia meccanicistica o come progetto puramente tecnocratico dell'Occidente.[5] Allo stesso tempo, adotta alcune delle stesse tecnologie necessarie per una trasformazione ecologica, ma le utilizza secondo principi socialisti, richiedendo relazioni sociali diverse. Ciò che è cruciale qui è la concezione fondamentalmente diversa della modernizzazione sia nel marxismo cinese che nel pensiero ecologico.[6]
(6) Il concetto di "comunità della vita" sviluppato dalla teoria ecologica socialista in Cina è essenziale per definire la civiltà ecologica. Questa nozione ha tre componenti: (1) la comunità della vita con gli ecosistemi; (2) la “comunità della vita dell'umanità e della natura”; e (3) una sintesi dialettica, che costituisce la “comunità di tutta la vita sulla terra” e un “futuro condiviso”.[7] Come scrisse Aldo Leopold, il grande conservazionista statunitense del primo Novecento: «Abusiamo della terra perché la consideriamo una merce che ci appartiene. Quando vediamo la terra come una comunità a cui apparteniamo, possiamo usarla con amore e rispetto». Leopold elaborò un’etica della terra che ampliava «i confini della comunità... per includere i suoli, le acque, le piante, gli animali, o collettivamente: la terra».[8] Marx sosteneva che nessuno è proprietario della terra, nemmeno tutti i paesi e tutte le persone del pianeta: essi ne sono semplicemente «possessori, beneficiari, e devono lasciarla in uno stato migliorato alle generazioni successive come boni patresfamilias [buoni capifamiglia]».[9]
(7) La nozione di sostenibilità ecologica, incorporata nel concetto di comunità della vita, è esemplificata nel “Pensiero di Xi Jinping sulla civiltà ecologica”. Xi ha affermato che, se dobbiamo scegliere tra “montagne d’oro” e “montagne verdi,” dobbiamo scegliere le montagne verdi, riconoscendo che «acque limpide e montagne rigogliose sono risorse inestimabili». Adottando un approccio materialista marxista all'ecologia, Xi ha affermato che l'ecologia è «la forma più inclusiva di benessere pubblico». Rispecchiando Friedrich Engels sulla “vendetta” della natura, Xi ha dichiarato: «Qualsiasi danno infliggiamo alla natura, alla fine tornerà a perseguitarci». La questione della natura, inoltre, va oltre la mera sostenibilità materiale, abbracciando l’estetica, come nel concetto di “Cina Bella”.[10] In questo modo, la nozione di civiltà ecologica come comunità della vita si espande e assume un significato sociale più ampio per il lavoratore collettivo, tramite il rinnovamento della linea di massa.
(8) Marx sosteneva che il saccheggio della natura da parte del capitalismo, che portava alla frattura metabolica, conduceva al deterioramento delle eterne basi naturali o ecologiche della civiltà. Ciò implica che il rapporto metabolico deve essere ristabilito, cosa possibile solo nel socialismo.[11] Con il mondo immerso in una crisi ecologica planetaria, tale ripristino è prioritario (dopo la minaccia nucleare) nel determinare il futuro dell'umanità. Nei paesi ricchi caratterizzati da sovra-consumo, ciò solleva la questione della decrescita. Per l'umanità nel suo insieme, pone il problema dello sviluppo umano sostenibile e, in ultima analisi, della civiltà ecologica sotto un socialismo completo.
(9) Il concetto di decrescita era assente nel socialismo del XIX secolo, sebbene Marx avesse una visione dello sviluppo umano sostenibile. La decrescita come processo di de-accumulazione assume il suo pieno significato, da una prospettiva marxista, nel contesto del sistema irrazionale del capitalismo monopolistico/imperialismo e delle sue crisi di sovra-accumulazione. Quindi, nei paesi capitalistici centrali al cuore del sistema mondiale, qualsiasi movimento decisivo verso l'ecologia richiede un allontanamento dalle strutture del capitalismo monopolistico/imperialismo.[12] I principali paesi capitalistici, che sono anche i centri del capitalismo monopolistico e dell'imperialismo, si caratterizzano ecologicamente per il sovra-sfruttamento ambientale, con un'impronta ecologica, in alcuni casi, che supera di tre o quattro volte ciò che la Terra può sostenere, se generalizzato all'intera umanità. Queste enormi impronte ecologiche riflettono un imperialismo economico ed ecologico. Da un punto di vista globale, questi paesi devono ridurre drasticamente il loro consumo di energia, le risorse e le emissioni di carbonio, oltre a diminuire la loro espropriazione di ricchezza dal resto del mondo. Poiché il capitalismo monopolistico favorisce enormi sprechi economici come mezzo di accumulazione/finanziarizzazione generando povertà artificiale – e presenta livelli astronomici di disuguaglianza, con una manciata di individui che possiedono più ricchezza della metà della popolazione mondiale – una strategia di decrescita pianificata è coerente con un miglioramento effettivo delle condizioni economiche e sociali per la maggioranza della classe lavoratrice.[13]
(10) In tutti i paesi del mondo, la crisi ecologica planetaria richiede una rivoluzione ecologica, che abbracci sia le forze produttive che le relazioni sociali. In tutti i casi, ciò significa lo sviluppo di un proletariato ambientale in conflitto con il capitalismo monopolistico generalizzato e con l’imperialismo. In Cina e in alcuni altri paesi post-rivoluzionari, questo può essere attuato attraverso un processo eco-rivoluzionario di massa, e la costruzione di una società sostenibile radicata in strutture già esistenti di tipo comunitario e collettivo. Per la maggior parte dei paesi del Sud Globale, lo sviluppo umano sostenibile richiede una rottura con il sistema imperiale del valore, e un’azione rivoluzionaria da parte di un proletariato ambientale mirata alla sopravvivenza umana e alla creazione pianificata di una società basata sullo sviluppo umano sostenibile. Nel Nord globale, la rivoluzione ecologica richiede la distruzione dell'imperialismo e il ricongiungimento dell'intera umanità su base egualitaria, in un processo di solidarietà mondiale. Il consumo delle risorse ecologiche deve essere equamente distribuito a livello globale. Il lavoro nei paesi ricchi non può essere ecologico mentre nei paesi poveri (e nel pianeta nel suo complesso) vengono minate le basi dell'esistenza ecologica.
Note
[1] Si veda la discussione in, John Bellamy Foster, The Dialectics of Ecology, Monthly Review Press, New York, 2023, pp. 161–166.
[2] Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, in Marx-Engels Opere vol. 3, Lotta Comunista, Sesto San Giovanni, 2020, pp. 360; István Mészáros, Marx’s Theory of Alienation, Merlin Press, Londra, 1975, pp. 162–165; John Bellamy Foster, Breaking the Bonds of Fate: Epicurus and Marx, Monthly Review Press, New York, prossima pubblicazione, 2025.
[3] Joseph Needham, Within the Four Seas: The Dialogue of East and West, University of Toronto Press, Toronto, 1969, pp. 27, 66–68, 93–97, 212; Samir Amin, Eurocentrism, Monthly Review Press, New York, 2009, pp. 13, 22, 108–111, 212–213; Foster, The Dialectics of Ecology, pp. 171–174.
[4] Si veda Chen Yiwen, Marxist Ecology in China: From Marxist Ecology to Socialist Eco-Civilization Theory, Monthly Review 76, n. 5, Ottobre 2024, pp. 32–46; Zhihe Wang, Huili He e Meijun Fan, The Ecological Civilization Debate in China: The Role of Ecological Marxism and Constructive Postmodernism—Beyond the Predicament of Legislation, Monthly Review 66, n. 6, Novembre 2014, pp. 37–59.
[5] Chen Yiwen, Marxist Ecology in China, pp. 41–42; John Bellamy Foster, Brett Clark e Richard York, The Ecological Rift, Monthly Review Press, New York, 2010, pp. 41–43, 253–258.
[6] Chen Xueming, The Ecological Crisis and the Logic of Capital, Brill, Boston, 2017, pp. 467–472, 566–570.
[7] Chen Yiwen, Marxist Ecology in China, pp. 41–43; Foster, The Dialectics of Ecology, p. 13.
[8] Aldo Leopold, The Sand County Almanac, Oxford University Press, New York, 1949, p. viii; John Bellamy Foster, Ecology Against Capitalism, Monthly Review Press, New York, 2002, pp. 86–87.
[9] Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, in Marx Engels, Opere vol. 32, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni, 2022, p. 801.
[10] Chen Yiwen, Marxist Ecology in China, pp. 42–43; Xi Jinping, The Governance of China, Foreign Languages Press, Pechino, 2020, pp. 3, 6, 20, 25, 54, 417–424.
[11] Karl Marx, Il capitale, Libro primo, in Marx Engels, Opere vol. 30, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni, 2022, pp. 522-535; John Bellamy Foster e Brett Clark, The Robbery of Nature, Monthly Review Press, New York, 2000, pp. 12–13.
[12] Paul Burkett, Marx’s Vision of Sustainable Human Development, Monthly Review 57, n. 5, Ottobre 2005, pp. 34–62; Brian M. Napoletano, Was Karl Marx a Degrowth Communist?, Monthly Review, 76, n. 2, Giugno 2024, pp. 9–36.
[13] John Bellamy Foster, Planned Degrowth: Ecosocialism and Sustainable Human Development, Monthly Review 75, n. 3, Luglio-Agosto 2023, pp. 1–29; trad. it. Decrescita painificata: ecosocialismo e sviluppo umano sostenibile, Antropocene.org, 20.07.2023.
Fonte
Durante la Rivoluzione Industriale del XIX secolo, Newcastle, in Inghilterra, si trovava al centro dell'industria del carbone. L'espressione "portare il carbone a Newcastle" nacque per indicare l'inutilità di portare qualcosa in un luogo dove era già presente in abbondanza. Per un pensatore occidentale parlare di civiltà ecologica (o eco-civiltà) a un pubblico cinese è come "portare il carbone a Newcastle", poiché è in Cina che il concetto è maggiormente sviluppato. Tuttavia, sosterrò che la nozione di eco-civiltà è intrinsecamente legata al marxismo. Questa presentazione sarà quindi dedicata all'esame del concetto di eco-civiltà da una prospettiva marxista ecologica ampia. A questo proposito, ho dieci tesi preliminari sull'eco-civiltà.
(1) Il concetto di civiltà ecologica ha origini marxiste ed è intrinsecamente socialista. Sorse come visione sistematica tra la fine degli anni '70 e gli anni '80 nell'Unione Sovietica, ispirandosi alle considerazioni del pensiero ecologico di Karl Marx, ed è stato immediatamente adottato dai pensatori cinesi. Ad oggi, ha pochissima presenza in Occidente, poiché è radicalmente lontano sia dalla nozione di civiltà capitalista che dalle visioni eurocentriche della modernità.[1]
(2) La visione filosofica fondamentale della civiltà ecologica ha radici profonde nelle prime nozioni di civiltà della modernità, o nella relazione attiva dell'essere umano con il mondo organico-materiale, come descritto dai pensatori marxisti Joseph Needham e Samir Amin nelle loro critiche all'eurocentrismo. Questa visione filosofica organico-materialista è emersa durante quella che è nota come l'Epoca Assiale, in particolare nella civiltà ellenistica e nel Periodo degli Stati Combattenti in Cina, tra il V e il III secolo a.C. Lo stesso Marx abbracciò presto una visione organico-materialista, sviluppando una nozione di esseri umani come mediatori autonomi della natura, che rompeva con il meccanicismo occidentale e le concezioni eurocentriche della modernità, attraverso il suo incontro con la filosofia materialista epicurea.[2] Tuttavia, gran parte di questa visione fu poi sommersa nel marxismo successivo e completamente eliminata nella tradizione filosofica marxista occidentale. In Cina, la continuità della civiltà, dal taoismo (parallelo all'epicureismo), al confucianesimo e al neo-confucianesimo, ha significato la perpetuazione di tali prime visioni organico-materialiste, rendendo la Cina più ricettiva all'ecologia e, in particolare, alle prospettive ecologiche di Marx.[3]
(3) Sebbene abbia radici filosofiche antiche, la civiltà ecologica, come visione storica trasformativa, è un prodotto della società post-rivoluzionaria e dello sviluppo del socialismo. Essa riflette la nozione dell'essere umano come mediatore di sé stesso con la natura, un concetto centrale nella visione dello sviluppo umano sostenibile di Marx, incarnato nella sua teoria della frattura metabolica. Questo approccio respinge qualsiasi idea che l'eco-civiltà sia un prodotto diretto del premodernismo o del postmodernismo, o che possa essere spiegata, come proposto da alcuni teorici ecologici cinesi, dalla sequenza civiltà tradizionale → civiltà agricola → civiltà industriale → civiltà ecologica.[4]
(4) Il concetto di civiltà ecologica socialista in Cina ha pienamente integrato queste idee. La civiltà ecologica socialista dovrebbe essere considerata uno sviluppo interno al socialismo. È importante sottolineare che non può esistere alcun concetto di "civiltà ecologica capitalista", poiché il capitalismo è intrinsecamente estraneo e distruttivo nei confronti della natura/ecologia. Parlare, quindi, di civiltà ecologica socialista significa semplicemente parlare di un socialismo completo, come pieno sviluppo sostenibile umano che incorpora sia l'uguaglianza sostanziale sia la sostenibilità ecologica. Significa la riconciliazione tra l'umanità e la natura.
(5) La civiltà ecologica rimanda a ciò che i marxisti cinesi hanno descritto come la necessità di una “modernizzazione dell’esistenza armoniosa tra umanità e natura”. Questo principio si basa sui fondamenti del socialismo. È quindi antitetico alla cosiddetta modernizzazione ecologica intesa come filosofia meccanicistica o come progetto puramente tecnocratico dell'Occidente.[5] Allo stesso tempo, adotta alcune delle stesse tecnologie necessarie per una trasformazione ecologica, ma le utilizza secondo principi socialisti, richiedendo relazioni sociali diverse. Ciò che è cruciale qui è la concezione fondamentalmente diversa della modernizzazione sia nel marxismo cinese che nel pensiero ecologico.[6]
(6) Il concetto di "comunità della vita" sviluppato dalla teoria ecologica socialista in Cina è essenziale per definire la civiltà ecologica. Questa nozione ha tre componenti: (1) la comunità della vita con gli ecosistemi; (2) la “comunità della vita dell'umanità e della natura”; e (3) una sintesi dialettica, che costituisce la “comunità di tutta la vita sulla terra” e un “futuro condiviso”.[7] Come scrisse Aldo Leopold, il grande conservazionista statunitense del primo Novecento: «Abusiamo della terra perché la consideriamo una merce che ci appartiene. Quando vediamo la terra come una comunità a cui apparteniamo, possiamo usarla con amore e rispetto». Leopold elaborò un’etica della terra che ampliava «i confini della comunità... per includere i suoli, le acque, le piante, gli animali, o collettivamente: la terra».[8] Marx sosteneva che nessuno è proprietario della terra, nemmeno tutti i paesi e tutte le persone del pianeta: essi ne sono semplicemente «possessori, beneficiari, e devono lasciarla in uno stato migliorato alle generazioni successive come boni patresfamilias [buoni capifamiglia]».[9]
(7) La nozione di sostenibilità ecologica, incorporata nel concetto di comunità della vita, è esemplificata nel “Pensiero di Xi Jinping sulla civiltà ecologica”. Xi ha affermato che, se dobbiamo scegliere tra “montagne d’oro” e “montagne verdi,” dobbiamo scegliere le montagne verdi, riconoscendo che «acque limpide e montagne rigogliose sono risorse inestimabili». Adottando un approccio materialista marxista all'ecologia, Xi ha affermato che l'ecologia è «la forma più inclusiva di benessere pubblico». Rispecchiando Friedrich Engels sulla “vendetta” della natura, Xi ha dichiarato: «Qualsiasi danno infliggiamo alla natura, alla fine tornerà a perseguitarci». La questione della natura, inoltre, va oltre la mera sostenibilità materiale, abbracciando l’estetica, come nel concetto di “Cina Bella”.[10] In questo modo, la nozione di civiltà ecologica come comunità della vita si espande e assume un significato sociale più ampio per il lavoratore collettivo, tramite il rinnovamento della linea di massa.
(8) Marx sosteneva che il saccheggio della natura da parte del capitalismo, che portava alla frattura metabolica, conduceva al deterioramento delle eterne basi naturali o ecologiche della civiltà. Ciò implica che il rapporto metabolico deve essere ristabilito, cosa possibile solo nel socialismo.[11] Con il mondo immerso in una crisi ecologica planetaria, tale ripristino è prioritario (dopo la minaccia nucleare) nel determinare il futuro dell'umanità. Nei paesi ricchi caratterizzati da sovra-consumo, ciò solleva la questione della decrescita. Per l'umanità nel suo insieme, pone il problema dello sviluppo umano sostenibile e, in ultima analisi, della civiltà ecologica sotto un socialismo completo.
(9) Il concetto di decrescita era assente nel socialismo del XIX secolo, sebbene Marx avesse una visione dello sviluppo umano sostenibile. La decrescita come processo di de-accumulazione assume il suo pieno significato, da una prospettiva marxista, nel contesto del sistema irrazionale del capitalismo monopolistico/imperialismo e delle sue crisi di sovra-accumulazione. Quindi, nei paesi capitalistici centrali al cuore del sistema mondiale, qualsiasi movimento decisivo verso l'ecologia richiede un allontanamento dalle strutture del capitalismo monopolistico/imperialismo.[12] I principali paesi capitalistici, che sono anche i centri del capitalismo monopolistico e dell'imperialismo, si caratterizzano ecologicamente per il sovra-sfruttamento ambientale, con un'impronta ecologica, in alcuni casi, che supera di tre o quattro volte ciò che la Terra può sostenere, se generalizzato all'intera umanità. Queste enormi impronte ecologiche riflettono un imperialismo economico ed ecologico. Da un punto di vista globale, questi paesi devono ridurre drasticamente il loro consumo di energia, le risorse e le emissioni di carbonio, oltre a diminuire la loro espropriazione di ricchezza dal resto del mondo. Poiché il capitalismo monopolistico favorisce enormi sprechi economici come mezzo di accumulazione/finanziarizzazione generando povertà artificiale – e presenta livelli astronomici di disuguaglianza, con una manciata di individui che possiedono più ricchezza della metà della popolazione mondiale – una strategia di decrescita pianificata è coerente con un miglioramento effettivo delle condizioni economiche e sociali per la maggioranza della classe lavoratrice.[13]
(10) In tutti i paesi del mondo, la crisi ecologica planetaria richiede una rivoluzione ecologica, che abbracci sia le forze produttive che le relazioni sociali. In tutti i casi, ciò significa lo sviluppo di un proletariato ambientale in conflitto con il capitalismo monopolistico generalizzato e con l’imperialismo. In Cina e in alcuni altri paesi post-rivoluzionari, questo può essere attuato attraverso un processo eco-rivoluzionario di massa, e la costruzione di una società sostenibile radicata in strutture già esistenti di tipo comunitario e collettivo. Per la maggior parte dei paesi del Sud Globale, lo sviluppo umano sostenibile richiede una rottura con il sistema imperiale del valore, e un’azione rivoluzionaria da parte di un proletariato ambientale mirata alla sopravvivenza umana e alla creazione pianificata di una società basata sullo sviluppo umano sostenibile. Nel Nord globale, la rivoluzione ecologica richiede la distruzione dell'imperialismo e il ricongiungimento dell'intera umanità su base egualitaria, in un processo di solidarietà mondiale. Il consumo delle risorse ecologiche deve essere equamente distribuito a livello globale. Il lavoro nei paesi ricchi non può essere ecologico mentre nei paesi poveri (e nel pianeta nel suo complesso) vengono minate le basi dell'esistenza ecologica.
Note
[1] Si veda la discussione in, John Bellamy Foster, The Dialectics of Ecology, Monthly Review Press, New York, 2023, pp. 161–166.
[2] Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, in Marx-Engels Opere vol. 3, Lotta Comunista, Sesto San Giovanni, 2020, pp. 360; István Mészáros, Marx’s Theory of Alienation, Merlin Press, Londra, 1975, pp. 162–165; John Bellamy Foster, Breaking the Bonds of Fate: Epicurus and Marx, Monthly Review Press, New York, prossima pubblicazione, 2025.
[3] Joseph Needham, Within the Four Seas: The Dialogue of East and West, University of Toronto Press, Toronto, 1969, pp. 27, 66–68, 93–97, 212; Samir Amin, Eurocentrism, Monthly Review Press, New York, 2009, pp. 13, 22, 108–111, 212–213; Foster, The Dialectics of Ecology, pp. 171–174.
[4] Si veda Chen Yiwen, Marxist Ecology in China: From Marxist Ecology to Socialist Eco-Civilization Theory, Monthly Review 76, n. 5, Ottobre 2024, pp. 32–46; Zhihe Wang, Huili He e Meijun Fan, The Ecological Civilization Debate in China: The Role of Ecological Marxism and Constructive Postmodernism—Beyond the Predicament of Legislation, Monthly Review 66, n. 6, Novembre 2014, pp. 37–59.
[5] Chen Yiwen, Marxist Ecology in China, pp. 41–42; John Bellamy Foster, Brett Clark e Richard York, The Ecological Rift, Monthly Review Press, New York, 2010, pp. 41–43, 253–258.
[6] Chen Xueming, The Ecological Crisis and the Logic of Capital, Brill, Boston, 2017, pp. 467–472, 566–570.
[7] Chen Yiwen, Marxist Ecology in China, pp. 41–43; Foster, The Dialectics of Ecology, p. 13.
[8] Aldo Leopold, The Sand County Almanac, Oxford University Press, New York, 1949, p. viii; John Bellamy Foster, Ecology Against Capitalism, Monthly Review Press, New York, 2002, pp. 86–87.
[9] Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, in Marx Engels, Opere vol. 32, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni, 2022, p. 801.
[10] Chen Yiwen, Marxist Ecology in China, pp. 42–43; Xi Jinping, The Governance of China, Foreign Languages Press, Pechino, 2020, pp. 3, 6, 20, 25, 54, 417–424.
[11] Karl Marx, Il capitale, Libro primo, in Marx Engels, Opere vol. 30, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni, 2022, pp. 522-535; John Bellamy Foster e Brett Clark, The Robbery of Nature, Monthly Review Press, New York, 2000, pp. 12–13.
[12] Paul Burkett, Marx’s Vision of Sustainable Human Development, Monthly Review 57, n. 5, Ottobre 2005, pp. 34–62; Brian M. Napoletano, Was Karl Marx a Degrowth Communist?, Monthly Review, 76, n. 2, Giugno 2024, pp. 9–36.
[13] John Bellamy Foster, Planned Degrowth: Ecosocialism and Sustainable Human Development, Monthly Review 75, n. 3, Luglio-Agosto 2023, pp. 1–29; trad. it. Decrescita painificata: ecosocialismo e sviluppo umano sostenibile, Antropocene.org, 20.07.2023.
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