Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Almaviva. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Almaviva. Mostra tutti i post

09/08/2018

Almaviva. E’ sciopero contro i trasferimenti punitivi da Roma a Catania

L’Unione Sindacale di Base, nel raccogliere le giuste proteste ed il malcontento dei lavoratori Almaviva, ritiene grave la decisione dell’azienda di trasferire da Roma alla sede di Catania, da mercoledì 8 agosto, 113 lavoratori che si erano visti dare ragione dai tribunali nelle cause avviate dopo il licenziamento di 1666 dipendenti il 29 dicembre 2016. Alle condanne Almaviva risponde ora con trasferimenti punitivi.

Contro tale decisione l’USB proclama lo sciopero per tutto il personale a cui è stato comunicato il trasferimento presso la sede di Catania dal giorno 8 al 30 agosto 2018.

Contestiamo con forza la decisione della proprietà Almaviva di ignorare tutti i dispositivi giudiziari, che l’hanno vista condannata a reintegrare su Roma i lavoratori licenziati, condanne inflitte per il carattere discriminatorio, illegittimo e antisindacale della procedura di licenziamento. Licenziamenti avviati dopo il rifiuto di sottoscrivere un accordo che tagliava i già magri stipendi, aumentava la flessibilità e il controllo a distanza e posticipava i licenziamenti di 3 mesi.

Le motivazioni delle sentenze trovano oggi tristemente conferma nel trasferimento illegittimamente ingiunto in questi giorni ai 113 lavoratori.

Riteniamo palese che il trasferimento a Catania sia il tentativo di Almaviva di mascherarne il licenziamento.

Chiediamo il rispetto dei dispositivi giudiziari e della relativa reintegra su Roma.

Sosteniamo che le potenzialità tecniche e le commesse, in buona parte statali, entrate nel portafoglio ordini di Almaviva fanno venir meno le ragioni stesse della procedura di trasferimento e dei licenziamenti.

Fonte

05/12/2017

Alitalia, Ilva e non solo. Calenda sia l’unico esubero in Italia

Le continue dichiarazioni rilasciate dal ministro Calenda sulla questione Alitalia, come quelle apparse su alcuni quotidiani, ribadendo la volontà di voler chiudere la trattativa tra Alitalia e Lufthansa prima delle elezioni, che seguono quelle sull’Ilva e su tante altre crisi industriali in Italia, confermano la nostra contrarietà rispetto la gestione di uno dei dicasteri più importanti del Governo del nostro Paese.

Non è solo una questione di merito rispetto ad un’offerta che, partendo dal florilegio di indiscrezioni che leggiamo sui giornali, sarebbe per una compagnia dimezzata da 11.000 a 6.000 dipendenti; tanto per fare un paragone Swissair con 82 aeri oggi conta circa 9000 dipendenti.

Alitalia verrebbe spezzata in più parti, con l’esternalizzazione di tutti i servizi preziosi per un’aviolinea che al contempo dirotterebbe tutto il traffico del Nord Italia verso gli hub di Monaco e Francoforte.

Nei fatti, dalla corda francese che fino ad oggi ha impiccato Alitalia si passerebbe ad una di fabbricazione teutonica.

Non è neanche solo una faccenda sulle solite mezze verità riguardo il pozzo di soldi pubblici che sarebbero serviti a tenere in vita Alitalia, dato che il Ministro, come molti altri sagaci osservatori peraltro, dimentica puntualmente di ricordare che questi fondi sono serviti a garantire i piani di licenziamenti di 10.000 dipendenti richiesti ed imposte dalle cordate e dagli emiri nel corso di più fasi di una privatizzazione fallimentare.

Noi ci riferiamo alla funzione che un Ministro dello Sviluppo Economico dovrebbe avere nella soluzione delle infinite crisi industriali del nostro Paese.

Non riusciamo infatti a concepire come si possa avere fretta di chiudere la vendita di Alitalia, ben sapendo che costerà altri migliaia di posti di lavoro, capolavoro che si aggiungerebbe ai disastri di Meridiana (1000 licenziamenti totali e nessun piano industriale ancora presentato a 18 mesi di distanza), Alitalia Maintenance System (200 tecnici di altissimo profilo tuttora a spasso) e, solo come esempi, alla trattative di Ilva (4000 esuberi) e all’accordo Almaviva (1666 licenziamenti).

Questi numeri la dicono lunga sul ruolo funesto che la dottrina Calenda ha avuto nei confronti dello sviluppo economico italiano, se a questa parola si collegano industria e posti di lavoro!

Dato che noi siamo convinti che, proprio partendo dai dati incoraggianti forniti dai Commissari ai sindacati e alle Commissioni Parlamentari, Alitalia può essere un esempio virtuoso di come l’intervento statale potrebbe rilanciare l’industria e salvaguardare l’occupazione e i salari dei dipendenti.

Per questo USB si muoverà con tutti gli strumenti disponibili per contrastare questa deriva e lancia un appello a tutte le forze politiche che vogliano misurarsi sul tema del lavoro: smettiamola di rincorrere l’ennesima svendita e l’ennesimo disastro sociale, fermiamo Calenda e facciamo in modo che il prossimo e unico esubero in Italia sia in Via Molise a Roma, nella sede del Ministero dello Sviluppo Economico.

Fonte

19/11/2017

Almaviva, illegittimi 153 licenziamenti: smascherati ricatti padronali e complicità governative e sindacali

Con un’importante sentenza, il tribunale di Roma ha riconosciuto le ragioni di 153 lavoratori di Almaviva che nel 2017 denunciarono come arbitrari e discriminatori i 1666 licenziamenti su Roma. I licenziamenti furono decisi dalla società a seguito della non sottoscrizione da parte delle RSU di Roma dell’accordo capestro del 23 dicembre 2016. Accordo su cui intervenne con forza la viceministro Bellanova e la cui sottoscrizione fu imposta alle RSU dai segretari CGIL, CISL e UIL Camusso, Furlan e Barbagallo in persona.

Con questa sentenza il ricatto padronale torna sotto gli occhi di tutti e tornano anche le ragioni dei lavoratori e delle RSU che in quei giorni di Natale furono massacrati e messi alla gogna per avere respinto quel “prendere o lasciare” messa sul tavolo Almaviva e che prevedeva:

• la riduzione del salario;

• l’inasprimento del controllo a distanza sulla prestazione lavorativa del singolo operatore;

• licenziamenti volontari;

• in caso di mancata accettazione dell’accordo, attivazione della procedura di licenziamento collettivo entro 15 gg.

Per dividere le RSU dei diversi stabilimenti, durante quella vigilia di Natale arrivò la proposta del governo :

in caso di sottoscrizione ci sarebbe stato il posticipo della procedura di licenziamento di tre mesi, durante i quali applicare la cassa integrazione a rotazione così suddivisa: 0 ore a gennaio, 75% a febbraio, 50% a marzo, rendendo di fatto i lavoratori ostaggi della trattativa e con un salario azzerato dalla cig.

Al rifiuto delle RSU di Roma scattarono immediatamente le 1666 lettere di licenziamento per i lavoratori Almaviva di Roma.

La sentenza riconosce che Almaviva scelse di licenziare a Roma non per motivi tecnici e gestionali, ma perché a fronte della sottoscrizione delle RSU di Napoli dell’accordo del 23 dicembre 2016 che tagliava salario e diritti, il costo del lavoro dei lavoratori romani che lo avevano respinto rimaneva “più alto”.

Tecnologicamente la ripartizione del lavoro tra i diversi siti è possibile, ma l’azienda lo rifiutò proprio perché intendeva strumentalmente mantenere “scarichi” gli stabilimenti su cui operare i tagli.

Con quella procedura di licenziamento che colpì 1666 dipendenti, padroni e governo vollero colpire e dividere i lavoratori Almaviva che per tutto il 2016 si mobilitarono contro i licenziamenti, il taglio dei salari e il controllo a distanza, arrivando a bocciare con il 90% dei voti le intese raggiunte da CGIL, CISL, UIL e Almaviva. Un protagonismo inaccettabile che rischiava di essere di esempio per gli 80.000 lavoratori del settore dei call center.

Riconfermando la sua abituale arroganza, Almaviva ha replicato che ritenendo corretto il suo operato impugnerà la sentenza e avendo chiuso il sito di Roma riammetterà i lavoratori nelle sedi disponibili sul resto del territorio nazionale, ossia licenziamenti camuffati da trasferimenti.

Il lavoro dei collegio legale Panici-Guglielmi che sostiene gli interessi dei lavoratori Almaviva ha ben evidenziato il ricatto aziendale, un’azione legale che rilancia le ragioni e l’importanza della lotta e del conflitto sindacale soprattutto in un momento in cui gli interessi dei lavoratori vengono tagliati e assottigliati per fare spazio al profitto delle imprese.

Fonte

24/02/2017

Alitalia, Ilva, Almaviva. Il fallimento degli “imprenditori” italiani

Alitalia, Ilva, Almaviva sono esempi lampanti ed estremi di un colossale fallimento della classe imprenditoriale italiana e di tutti i governi.

Il punto comune di queste crisi è che dopo che per anni si sono scaricati sui lavoratori, e nel caso dell'Ilva anche sulla salute delle popolazioni, i costi del rilancio aziendale, per quanto grandi siano stati i sacrifici occupazionali, salariali, nei diritti, alla fine è andata sempre peggio.

Ora Alitalia chiede di abolire il contratto nazionale e di diventare una versione povera di RyanAir, Ilva dimezza gli organici smontando gli impianti senza averli risanati, Almaviva trasferisce il lavoro all'estero e licenzia, cominciando da chi non accetta di tagliarsi i già miseri salari. Sono modelli che si preparano a seguire in tanti.

Queste aziende, e le altre che stanno per aggiungersi, sono la dimostrazione lampante di tre fallimenti. Il primo è quello dei vertici della classe imprenditoriale italiana, che hanno mostrato che sotto la loro arroganza non c'è niente. Sono capaci di fare profitto solo con i soldi pubblici e non rispettando leggi e diritti; e se non possono continuare così, falliscono.

Il secondo fallimento è quello dei governi, tutti, che finora hanno gestito le crisi industriali non risolvendone neanche una, ma affidandosi prima ai padroni furbastri di casa nostra, poi al peggio del mercato multinazionale. I governi hanno sinora solo svenduto le aziende e accettato e fatto sì che i lavoratori pagassero tutto. Tutti i governi italiani finora hanno operato come merchant bank straccione, mettendo all'asta il patrimonio industriale ed i lavoratori. Siamo diventati una colonia industriale e finanziaria, dove le multinazionali fanno il bello ed il brutto ed i governanti sono in balia di qualsiasi cialtrone che venga da lontano.

Infine il terzo fallimento, che li riassume tutti, è quello delle politiche economiche liberiste volute ed imposte dalla Unione Europea.

Il sistema industriale italiano e quello bancario, non possono sopravvivere senza nazionalizzazioni, senza intervento pubblico nelle politiche industriali, senza controllo dei mercati e degli investimenti. Tutto ciò che la UE e la casta globalizzatrice che la rappresenta, considerano il male assoluto. Governi servili e imprenditori da quattro soldi si sono così nascosto dietro le direttive europee per svendere tutto, naturalmente continuando ad addossare ai lavoratori la colpa dei loro fallimenti. E purtroppo in questo disastro sono stati agevolati dagli accordi a perdere sottoscritti da CgilCislUil, che si sono susseguiti accettando tutto e risolvendo nulla. Di questo passo di chiederà si dipendenti delle aziende in crisi non solo di rinunciare alla retribuzione, ma di pagare per lavorare. E non basterà.

Senza rompere col passato, senza un forte intervento pubblico per salvare le imprese e il lavoro, le crisi precipiteranno nel disastro. Bisogna alzare molto, molto, molto la voce, altrimenti gli autori del fallimento continueranno imperterriti a fare danni. Bisogna fare come e di più dei tassisti.

Fonte

02/01/2017

Lettera di una lavoratrice licenziata Almaviva al governo

di Anna Rosaria Forno licenziata Almaviva

Egregia Viceministra Teresa Bellanova

Sono una LICENZIATA Almaviva, una dei 1666, a breve compirò cinquantun'anni. Non tema, non sono qui a rivolgerle la classica supplica, tra l'altro non è la madonna di Pompei che, a crederci, forse sarebbe riuscita a fare qualcosa di diverso per quelli come me. Le scrivo perché, in seguito alla fine della vertenza che ha prodotto 1666 lettere di licenziamento, sento la prepotente necessità di interpretare, decodificare e spiegare le ragioni di noi lavoratori ma anche, e soprattutto, farle delle domande, cercare di comprendere perché la politica abbia consentito tutto questo.

Del mio ex-datore di lavoro non vorrei parlare. In fondo l'imprenditore non è che un incrocio tra un istrione e un camaleonte, pronto a piangere miseria sia nei periodi buoni sia nei cattivi. È il Padrone, anche se nella forma parole del genere sono state abolite dal nostro vocabolario nella sostanza ci sono rimaste e con radici profondissime. Il profitto è il suo unico scopo e, per quanto vergognose, le sue richieste, destituite di etica, buonsenso e umanità, esprimono una volontà comprensibile considerandone la provenienza. È come pretendere dal lupo di diventare vegetariano, oltretutto da un lupo giovane e anche un po' pigro che fino a oggi ha beneficiato di bocconi facili, in una sorta di riserva naturale in cui il “foraggio” gli è stato fornito a ogni ululato, a ogni ringhiosa minaccia. Ci sarebbe poi da riflettere sull'eventualità che questo lupo sia stato realmente nutrito per salvare le pecore o per salvare lui solo, in quanto componente di un “branco” non meglio identificato.

Altro velo pietoso ma direi più una densa, spessissima coltre, è quella che bisogna stendere sui sindacati confederali, che in barba alla loro stessa essenza di paladini dei lavoratori hanno creato le condizioni ideali perché questo scempio giungesse a compimento. Un lento lavorio che si compie da anni, un fenomeno carsico che sta erodendo pian piano ogni diritto e che anche lo scorso 22 dicembre è stato fedele a sé stesso. Per loro davvero non ci sono parole!

E IL GOVERNO?

Quest'ultima vertenza è nata male e ha partorito mostri della cui nocività sarà difficile stabilire la portata. Le ho già detto che ho cinquant'anni e un po' di memoria storica. Nel paese in cui sono nata, nel lontano 1966, le richieste di un Marco Tripi sarebbero state considerate inaccettabili. Nel paese in cui sono nata e cresciuta non si sarebbe consentito a un'azienda di affamare i propri dipendenti come è successo a noi che dopo la stabilizzazione saremmo dovuti passare, tutti, a sei ore (accordo mai rispettato!). O crede che ci siano persone contente di fare settanta chilometri al giorno per poco più di 600 euro al mese? Nel paese in cui sono nata e cresciuta la richiesta di bloccare gli scatti di anzianità, di azzerare i livelli, di applicare il controllo individuale sarebbe stata irricevibile. E lei è la rappresentante di un governo di sinistra?! È stata sempre presente, sin dal primo giorno in questa vertenza ma con quale scopo, quale obiettivo?! A parte la proposta “ a scatola chiusa” sulla quale non mi soffermo, quali erano concretamente le sue intenzioni? Non sente di aver fallito? Non crede di doverne rispondere?

Lo sconforto è vedere che alla fine si sta realizzando il vaticinio di George Orwell, e allora visto che ci troviamo, legittimate il Grande Fratello nelle aziende, introducete l'ipnopedia negli asili nido, sottoponete tutti a test di valutazione del Q.I. e gli scemi metteteli tutti nei call-center! Le sembro eccessiva? Ci rifletta, è quello che sta succedendo e lei ne è complice. Nemmeno nel peggiore dei miei incubi avrei potuto vedere un governo scendere a patti così scellerati. Addirittura il nostro NO lo avete considerato da irresponsabili?! Secondo lei, allora, qual è il senso di responsabilità? Ha affermato che il nostro era un NO ideologico. Noi siamo stati ideologici? Lei di certo non ha avuto un comportamento ideale. Con quel termine ha voluto dire che la nostra chiusura è stata condizionata da idee preconcette. Cosa c'era di preconcetto nel nostro NO? Forse non sapevamo a che tipo di fine saremmo stati destinati, perciò ci ha definiti irresponsabili? Forse qualcuno, a partire da lei, ci aveva prospettato qualcosa di diverso dalla nostra totale riduzione in schiavitù? Avevamo tutti gli elementi per fare delle valutazioni e il NO è scaturito da un giudizio non da un pre-giudizio. I conti li abbiamo fatti e non tornavano e non stia a guardare quelli che poi hanno virato verso un sì tardivo quanto infamante, sono da comprendere e dovrebbero essere ancor più messi sotto l'egida di un garante che, ahimè, è mancato.

A cosa servirà per i colleghi di Napoli questa proroga fino a marzo? Lo sa che per molti (anche per coloro che hanno votato “sì” al referendum) questo procrastinare sottende la speranza di andare a casa con un ammortizzatore, con delle tutele maggiori rispetto al nulla che ci è stato riservato? O crede che ci siano tanti cretini disposti a finire nelle fauci dell'imprenditore di cui sopra, pronto a mettere le mani su una classe di lavoratori negletti e annichiliti?

In un mondo ideale ( E NON IDEOLOGICO!) questa storia avrebbe visto un governo che avrebbe innanzitutto ponderato la liceità delle posizioni dell'azienda e, dopo il “gran rifiuto” fatto per tutto tranne che per viltà (e Dante mi perdoni se lo porto in un inferno molto meno appassionante del suo), si sarebbe fatto carico dei lavoratori con degli ammortizzatori validi traghettandoli verso altre opportunità attraverso percorsi di formazione e riqualificazione professionale.

Anche la mente più ideologica, con tutti i pregiudizi del caso, non sarebbe stata in grado di prevedere quello che è accaduto. Milleseicentosessantasei persone buttate in strada con l'avallo del governo e dei sindacati nazionali. Lo scrivo perché devo leggerlo per crederci.

Avrebbe dovuto fargli chiudere i battenti, avrebbe dovuto mandare i nostri imprenditori a fare i negrieri in altri paesi, avrebbe dovuto agire come se l'Italia fosse un paese civile, anche lei avrebbe dovuto dire NO e si sarebbe dovuta occupare delle pecore, essere il nostro pastore e fare fuori il lupo. Invece non è andata così!

Come faccio a farle capire con quante altre voci potrebbero essere pronunciate le parole che ho scritto finora? Immagini un coro di 1666 persone, immagini che ognuno sia un solista, ci metta in un teatro... non si sente nulla, ci hanno fatto tacere e lei ha fatto buio in sala, rendendoci anche invisibili.

Fonte

31/12/2016

Almaviva Contact. La forma e la sostanza

L’incontro di ieri al Ministero dello Sviluppo economico, convocato dalla viceministro Teresa Bellanova, non ha avuto l’esito sperato: l’azienda ha confermato la chiusura del sito produttivo di Roma e il contestuale licenziamento dei 1.666 lavoratori Almaviva Contact di questa sede.

L’incontro era stato richiesto unitariamente dai sindacati dopo aver consultato – attraverso una raccolta di firme e un referendum – i lavoratori romani e avere verificato la volontà della maggioranza di accettare l’accordo del 21 dicembre. Alla luce di tale risultato i sindacati avevano chiesto che la “nuova” trattativa, che si dovrà concludere entro il 31 marzo 2017, coinvolgesse anche la sede di Roma. Da quanto si legge l’azienda avrebbe da un lato contestato il risultato della consultazione, dall’altro rifiutato di ritirare/sospendere i licenziamenti (operativi da oggi, 30 dicembre, secondo quanto comunicato con le lettere individuali inviate nei giorni scorsi), adducendo motivazioni di carattere giuridico-formale.

Vogliamo esprimere tutta la nostra solidarietà ai lavoratori, alle loro famiglie e ai delegati romani di Almaviva Contact che, se non verrà trovata una soluzione diversa da quella attuale, perderanno il posto di lavoro, pagando un conto amarissimo per situazioni su cui non hanno alcuna responsabilità, in primis la progressiva crisi del settore (gare, tariffe, delocalizzazioni) e l’insufficienza di regole e controlli.

Inoltre vogliamo dire all’azienda che, per quanto possano essere legittime le considerazioni formali a sostegno delle scelte fin qui fatte, oggi serve uno sforzo di natura diversa per tener conto della sostanza delle cose e affrontarle di conseguenza.

Nei prossimi tre mesi infatti si dovrà sviluppare una trattativa sui temi che la stessa azienda ha giudicato prioritari per recuperare il necessario equilibrio economico e produttivo (modalità di controllo a distanza secondo art. 4 legge 300/70; recupero efficienza e produttività; intervento temporaneo sul costo del lavoro). Questa trattativa è già di per sé molto complicata e la chiusura del sito di Roma non apre solo un dramma sociale ma equivale a minare il terreno del confronto che sta per essere avviato, pregiudicandone l’esito.Il prossimo futuro sarebbe segnato da una pioggia di ricorsi legali che determinerebbero una situazione di estrema incertezza proprio quando sia Almaviva Contact sia l’intero gruppo Almaviva hanno bisogno di maggiore stabilità per consolidare le opportunità di ripresa.

Al contrario, un gesto di responsabilità da parte dell’azienda sarebbe utile anche a restituire un po’ di credibilità e di rispetto al nome di Almaviva che – come ognuno di noi sta constatando quotidianamente – non era mai caduto così in basso.

Roma, 30 dicembre 2016

Fonte

“Gentiloni va avanti con le riforme di Renzi, cioè licenziamenti di massa”

Quasi 1700 licenziamenti sono stati spiccati da Almaviva, che si prepara a delocalizzare le attività in Romania. Il solo intervento del governo nella vertenza è stato quello di proporre un rinvio di tre mesi dei licenziamenti in cambio della disponibilità dei lavoratori ad accettare paghe rumene sul posto. La rappresentanza sindacale di Napoli aveva accettato, quella di Roma inizialmente no, poi i lavoratori si sono spaccati, ma troppo tardi per l'azienda. Che ha accolto l'invito a licenziare del ministro Calenda, quello a favore del TTIP, che aveva dichiarato inevitabile la riduzione di personale. Il tutto nella passività complice delle belle statuine CgilCislUil.

Il 2016 consegna così al nuovo anno la legalizzazione e l'incentivazione per i licenziamenti di massa, come risultato voluto delle leggi e della politica dei governi Monti, Letta, Renzi.

Oltre 60.000 persone sono già state licenziate a seguito della cancellazione dell'articolo 18 iniziata da Fornero e completata dal Jobsact. Siamo tornati al regime del licenziamento "ad nutum", ad un solo cenno del padrone, come veniva definito dal linguaggio giuridico prima dell'approvazione dello Statuto dei Lavoratori. Ora si torna a prima del 1970, con le ragioni del profitto aziendale che travolgono i diritti del lavoro. Una recentissima sentenza della Corte di Cassazione ha dato sanzione giuridica alla regressione, confermando il licenziamento di un impiegato di un'azienda di Firenze, effettuato con la semplice e brutale motivazione di voler guadagnare di più. Ebbene il 7 dicembre la Corte ha dichiarato ammissibile questo licenziamento: è giusto migliorare così la redditività aziendale. È il via libera della magistratura al massacro sociale.

La liberalizzazione dei licenziamenti di massa è il sogno che si realizza della Confindustria, sogno che nel passato veniva però rivendicato promettendo ammortizzatori sociali adeguati. Il giuslavorista Pietro Ichino e la sua compagnia liberista, sostenevano infatti il diritto delle imprese a licenziare liberamente, però aggiungevano che si sarebbe dovuto garantire un reddito adeguato agli espulsi dal lavoro. Imbrogliavano e dal 1 gennaio 2017 la loro truffa la sperimenteranno centinaia di migliaia di persone.

Col nuovo anno infatti andrà a regime la "riforma" avviata da Monti e Fornero e completata ancora una volta dal Jobsact di Renzi. Sarà così abolita l'indennità di mobilità che per alcuni anni accompagnava le lavoratrici e i lavoratori licenziati per crisi o ristrutturazioni aziendali. Dalle liste di mobilità le imprese potevano assumere ricevendone incentivi, mentre i più fortunati tra i licenziati potevano sperare di far durare l'indennità fino alla pensione.

Tutto questo ora viene abolito, e ai licenziati per crisi o maggior profitto aziendale spetterà solo la nuova indennità di disoccupazione universale, la NASPI. Per un massimo di 12 mesi e poi arrangiarsi.

Ichino e gli altri liberisti hanno per anni urlato contro l'apartheid del mondo del lavoro. Per costoro i lavoratori con diritti stavano verso precari e disoccupati come i bianchi nel Sudafrica, quando i neri erano privi di diritti politici. Con Nelson Mandela quel paese ha infine distrutto l'apartheid e lo ha fatto nel solo modo civile, cioè estendendo ai neri i diritti dei bianchi. Per i mascalzoni liberisti nostrani invece la fine dell'apartheid è consistita nel togliere diritti a tutti. Tutti allo stesso modo schiavi, questa l'idea di eguaglianza di Ichino, Renzi, della Confindustria e dello loro riforme. Riforme che Gentiloni ha dichiarato di voler continuare, alla faccia del voto referendario che ha affermato l'esatto contrario.

I licenziamenti di massa sono il primo rischio sociale del 2017 e per fermarli dovremo darci da fare in tutti modi e con tutti gli strumenti, dalle lotte ai possibili referendum. Ma nulla cambierà davvero se non metteremo sotto accusa e non combatteremo a fondo le riforme liberiste, i loro governi, i loro complici sindacali e i loro mandanti, dalla UE alla finanza internazionale.

Fonte

30/12/2016

Almaviva. La proprietà procede con i licenziamenti. Fuori 1600 lavoratori della sede di Roma

La proprietà non ha sentito ragioni. Ha chiuso la sede romana di Almaviva e fatto partire le lettere di licenziamento per 1.666 lavoratori del call center. Dopo il rifiuto delle Rsu della sede di Roma all'ipotesi di accordo, c’era stato un referendum che aveva visto i lavoratori praticamente divisi a metà ma con una risicata maggioranza favorevole ad accettare l’accordo-capestro (valido tra l’altro solo fino al 31 marzo 2017). Alla luce dell’esito del referendum, il governo aveva riconvocato le parti ad un tavolo di trattativa, ma anche l'ultimo tentativo di mediazione del ministero dello Sviluppo economico è fallito. Il viceministro Teresa Bellanova ha giustificato l'inerzia del governo affermando che "purtroppo l'azienda ha avanzato difficoltà anche dal punto di vista della tenuta della procedura e, quindi, ha ribadito il mantenimento dell'accordo dei lavoratori di Napoli e il mancato accordo con Roma".

La sede di Roma è stata resa inattiva dall’azienda già dallo scorso 22 dicembre. La prospettiva è quella di una delocalizzazione dei servizi di Almaviva in Romania (una realtà con salari più bassi e minori "ostacoli sindacali") che pare essere sin dall'inizio l'obiettivo perseguito dalla proprietà. L'accordo siglato dalla rsu della sede di Napoli è valido fino al 31 marzo 2017, e nulla lascia prevedere che l'azienda abbia usato solo strumentalmente l'accordo per indebolire i lavoratori per poi procedere comunque ai licenziamenti e alla delocalizzazione. Emergono in modo clamoroso le corresponsabilità di governo e Cgil Cisl Uil nella svendita dei lavoratori Almaviva e nella totale subalternità alle decisioni della proprietà. "È successo tutto ed il contrario di tutto, sono stati completamente calpestati ed ignorati i nostri diritti, governo ed azienda son stati davvero bravi a mettere noi ex colleghi uno contro l'altro" scrive Lucia, una lavoratrice di Almaviva, "La Bellanova oggi parlava di incapacità di comunicazione tra le parti in causa, ma il governo dov'è stato in questi 75 giorni? Fino all'ultimo presi in giro, nemmeno un cavolo di ammortizzatore sociale ci è stato offerto, 1666 persone (e famiglie) non si mandano via così. Si è perso tutto, la dignità, la coscienza di classe... Il governo è stato abile a scaricare tutta la responsabilità sugli altri, sulle rsu che da molti ex colleghi oggi sono state insultate. Scusatemi, sono arrabbiata, delusa e preoccupata perché siamo stati trattati come dei numeri".

Intanto alcuni mass media chiamano in causa – impropriamente in questo caso – l'Usb nella vertenza Almaviva e soprattutto nella decisione della Rsu aziendale di Roma di respingere l'accordo-capestro. In un comunicato la Usb fa sapere che: "Alcuni TG e organi di stampa questa mattina attribuiscono alla nostra organizzazione la responsabilità del mancato accordo nella vertenza Almaviva che apre la strada a 1660 licenziamenti nel sito di Roma. USB invece non è mai entrata nella trattativa. La responsabilità della gestione della vertenza è tutta di Cgil Cisl e Uil e del MISE che, come ormai accade in ogni importante vertenza, neanche prova a mettere sotto pressione le aziende affinché ritirino i licenziamenti. USB, come sempre in ogni vertenza, avrebbe gestito ben diversamente questo drammatico confronto senza alcun cedimento e senza introdurre alcuna pratica di contrapposizione tra lavoratori. Mentre il Governo decide un importante stanziamento per salvare le Banche, lo stesso governo, assieme ai sindacati complici, non vuole entrare seriamente in campo per imporre soluzioni occupazionali per i lavoratori. A questo governo e a questi sindacati vanno quindi attribuite le responsabilità della drammatica conclusione di questa vertenza".

Fonte

28/12/2016

Almaviva. I lavoratori cedono al ricatto di azienda, governo e Cgil Cisl Uil

Con 590 voti favorevoli e 473 contrari (pochi gli astenuti) ha vinto il sì all'accordo-capestro su Almaviva anche per la sede di Roma che aveva visto le rsu aziendali respingerlo.

Alla fine è stato questo l’esito del referendum indetto dalla Cgil Roma e Lazio che si è svolto ieri (27 dicembre) dalle 10 alle 17. Il referendum ha visto la partecipazione di quasi 1.100 dipendenti del call center su 1.666. Dunque i lavoratori alla fine hanno dovuto votare come volevano azienda, governo e segreterie nazionali di Cgil Cisl Uil, sfiduciando le stesse rsu cgil cisl uil di Roma che non avevano firmato su mandato degli stessi lavoratori e sulla base del no plebiscitario di primavera contro l'accordo.

Per guadagnare solo tre mesi di ulteriore atroce sfruttamento dovrebbero annullare l'accordo di Roma, annullare lettere di licenziamento già ricevute, riunificare Napoli e Roma dopo avere separato inspiegabilmente le due sedi ai fini di un accordo che non poteva essere separato. Il tutto con la benedizione del governo.

"Non ci sono più regole etiche, giuridiche e morali. Questa è la barbarie che si temeva" è il commento di Daniela Cortese della Usb Telecomunicazioni, "Ora Cgil Cisl Uil spieghino come giustificherebbero la rottura delle trattative del contratto nazionale delle telecomunicazioni, dal momento che le sue regole peggiori sono già tutte dentro questo accordo".

Noi lavoratori delle aziende del gruppo Tim possiamo guardare i lavoratori Almaviva e vederci come ci vorrebbero tutti tra un po'.

Fonte

25/12/2016

Saldi costituzionali renziani. Licenziamenti Almaviva e 20 miliardi ai banchieri

Il ministro dello sviluppo economico Calenda, è un ossimoro vivente. Ha detto che sono inevitabili i licenziamenti in Almaviva. Questo perché i delegati sindacali di Roma non hanno accettato il patto capestro offerto dal governo e accettato da Cgil Cisl Uil.

Un patto che sospendeva – non annullava – per qualche mese i licenziamenti programmati dall'azienda in cambio di tagli drastici ai salari, già di fame. E in cambio di un nuovo giro di vite su condizioni di lavoro che già sono da stress continuo.

In questi mesi l'azienda avrebbe avuto il tempo per escogitare nuove misure ai danni del lavoro, a questo punto ci vuole una certa dose di fantasia, e se queste non fossero bastate alla fine avrebbe potuto comunque licenziare. I delegati di Roma, a differenza dei vertici di CgilCislUil vergognosamente complici, hanno detto di no al ricatto e hanno rifiutato di suicidarsi per non essere ammazzati.

L'ineffabile Calenda allora ha aperto la via ai licenziamenti, sostenendo che il governo avrebbe fatto tutto il possibile. In realtà il governo nulla ha fatto se non assecondare i piani aziendali.

Avrebbe potuto fare altro? Certamente, avrebbe potuto considerare la vertenza Almaviva l'occasione per mettere ordine nel settore dei call center. Avrebbe potuto colpire le delocalizzazioni, imporre alle grandi aziende e alle amministrazioni pubbliche di servirsi solo con aziende che fan lavorare qui, con i nostri contratti nazionali. Avrebbe potuto cioè usare la vicenda Almaviva come esempio per frenare il liberismo selvaggio contro il lavoro.

Ma bisogna ricordare che questo è il governa fotocopia di quello del jobs act e dei voucher e che il ministro Calenda è anche un fan del TTIP, uno dei pochi rimasti.

Quindi il governo ha semplicemente fatto tutto il possibile per continuare a favorire la distruzione del lavoro e dei suoi diritti e per permettere alle multinazionali di fare ciò che vogliono.

Con questa stessa impostazione Gentiloni e Padoan usano 20 miliardi di danaro pubblico per aiutare i banchieri. Non è vero infatti che l'aiuto a MPS sia una nazionalizzazione. È vero il contrario, i soldi pubblici vengono dati per impedire il fallimento e poi far ripartire la banca in mano a privati che così spenderanno poco o nulla. Si chiama socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti e non c'è nessuna multinazionale che si opponga per principio a questo tipo di intervento pubblico. Che in questo caso favorisce proprio quella Banca Jp Morgan che abbiamo ben conosciuto come ispiratrice della controriforma costituzionale. E che ora, come investitore in MPS, si vedrà garantiti i suoi soldi dai nostri.

Anche qui naturalmente si sarebbe potuto fare ben altro. Nazionalizzare davvero ad esempio, visto che si usano soldi dei cittadini, e usare la crisi MPS per cominciare a mettere ordine al sistema bancario, invece che regalare soldi ai banchieri. Ma è ovvio che questo governo cose di questo genere nemmeno le pensa. Solo pensarle infatti vorrebbe dire scontrarsi con il potere finanziario della UE, figuriamoci.

Così il governo prende in ostaggio il diritto al lavoro e quello alla sicurezza del risparmio, per garantire gli affari di multinazionali e banchieri. Sono saldi dei diritti costituzionali di fine stagione, alla faccia della vittoria del No.

Ai lavoratori di ALMAVIVA vittime del ricatto di azienda e governo, e a tutte gli incravattati dall'usura del regime dei banchieri, va piena solidarietà e il sostegno a resistere. Alla fine il popolo del No vincerà.

Fonte

24/12/2016

Comunque vada, schiavi mai!

Un gesto liberatorio, che marca il confine insuperabile. La decisione delle Rsu romane di Almaviva ha sorpreso soltanto i notai della “contrattazione a tutti i costi”, quelli che accetterebbero di vendere anche la madre pur di arrivare a un “accordo” con l'azienda.

A prima vista, dall'esterno e in astratto, sembrerebbe incomprensibile preferire il licenziamento a un – temporaneo – accordo che prevede riduzione del salario, telecontrollo dei dipendenti, rinvio in ogni caso delle procedure di “messa in libertà”. Cavolo, ma di questi tempi ti metti pure a fare lo schizzinoso (il choosy, avrebbe chiosato Elsa Fornero)? Hai un lavoro e preferisci perderlo piuttosto che piegare ancora un po' la testa?

E allora conviene leggere cosa hanno risposto i lavoratori Almaviva ai giornalisti spaesati che gli facevano questa e simili domande.

“Perché abbiamo detto no? Perché i nostri stipendi sono già ridotti all'osso; a Roma siamo tutti lavoratori part time a 600-700 euro al mese e per noi è impossibile sia accettare altri tagli sia cancellare tutte le conquiste di questi anni”.

“Meglio i licenziamenti piuttosto che dover sottostare alle richieste dell'azienda che ha sempre promesso tanto e non ha mai mantenuto nulla, e che ora voleva imporci pure un nuovo sistema di telecontrollo”.

Anche il governo, al tavolo, “non ci ha mai concesso nulla”.

In definitiva “Sono più sollevata. Le feste? Io voglio vedere il bicchiere mezzo pieno e almeno dopo 15 anni non sarò costretta a dover scegliere se lavorare a Natale o il giorno della vigilia”.

Ci si può girare intorno a lungo, ma il punto essenziale è questo: sotto una certa soglia di salario non si può e non si deve accettare di lavorare.

E in Italia, negli ultimi venti anni, il salario è stato compresso fin oltre questa soglia. Qual'è? Dipende dal livello dei prezzi, dal territorio, dalle dimensioni dell'economia informale che affianca e integra quella “ufficiale”. Non a caso, la Rsu di Napoli si è spaccata. Lì i prezzi sono più bassi, è risaputo, e l'”economia del vicolo” resiste alla modernizzazione; quel limite inaccettabile a Roma è leggermente più flessibile sotto il Vesuvio.

Ma il limite c'è, è stato toccato.

Anche il settore in cui ciò avviene è importante. I call center sono stati una delle poche “innovazioni” dell'imprenditoria italica. In senso ironico, ovviamente. Sono nati da una necessità delle imprese più grandi e delle amministrazioni pubbliche: recidere il rapporto con la clientela e gli utenti. Una pratica che smentisce ogni retorica aziendalista sulla customer care, altro tormentone pubblicitario sbattuto in faccia a ogni presentazione di mercato.

Per le grandi aziende il cliente va munto, non “curato”. E' un potenziale rompiscatole che pretende di potersi lamentare e ottenere addirittura “giustizia” se l'automobile appena comprata ha qualche problema, se l'abbonamento non dà i servizi promessi, se il treno o l'aereo è in ritardo, se viene in testa una domanda più o mano importante, se la tariffa pretesa non è quella contrattata, se...

Dal lato del cliente-utente – come sa ognuno di noi – in questo modo le aziende diventano di fatto irraggiungibili, irresponsabili (puoi cambiare fornitore, certo, ma il trattamento sarà lo stesso), separate definitivamente dalla platea dei consumatori, inattaccabili dalle loro istanze (a meno di non ricorrere a cause legali, costose e incerte).

È il capitalismo contemporaneo, sempre meno “territorializzato”. I call center, unicamente per via della lingua, andavano a fornire questo servizio minimo indispensabile – soprattutto sul versante outbound, ovvero la tempesta di chiamate che ognuno di noi riceve per segnalare offerte commerciali – di collegamento tra venditore e compratore.

Anche questo è un costo da tagliare, ridurre al minimo; un legame da tranciare. Paesi europei fuori dall'euro, come Albania e Romania, sono per l'Italia una riserva simile – anche se ovviamente minore – a quella rappresentata dall'India e da tutto l'ex Commonwealth per la Gran Bretagna o gli Stati Uniti. Forza lavoro vocale a costo bassissimo, che entra direttamente in competizione – stracciandola – con quella autenticamente “nazionale”. Una delocalizzazione facile facile, talmente diffusa da costringere il moribondo governo Renzi a inserire nella legge di stabilità qualche norma di “sfavore” per i call center che operano da paesi extra-Ue.

Ma un salario decente in un paese arretrato è un concorrente terribile per un paese avanzato o quasi. Quel che da una parte consente di vivere è al di sotto della soglia della sopravvivenza da quest'altra parte. Finito il margine di comprimibilità scatta il rifiuto.

Un rifiuto razionale, non disperato. Un rifiuto che mette al primo posto la dignità, la valorizzazione delle persone, non del capitale.

Da qui, non paradossalmente si riparte con il conflitto sociale vero e proprio. Quello in cui abbiamo da perdere solo le catene. Non si lavora per un salario che non consente di vivere; questo è quanto.

La possiamo dire anche con altre parole: schiavi mai!

Fonte

06/10/2016

Almaviva. 2.500 licenziamenti tra Roma e Napoli

Come prevedibile la società Almaviva Contact ha annunciato 2.500 licenziamenti all'interno del nuovo piano di riorganizzazione che, secondo il comunicato dell'azienda, si è reso necessario per il "drastico aggravamento del conto economico e dei risultati operativi". Si tratta di 1666 licenziamenti a Roma e 845 a Napoli. Praticamente un ecatombe del lavoro.

L'accordo del 31 maggio siglato con Cgil Cisl Uil e istituzioni, oltre alla stipula di un contratto di solidarietà di sei mesi aveva definito "azioni stringenti" per consentire ad Almaviva Contact "recupero di capacità competitiva e condizioni di equilibrio industriale". L’accordo raggiunto tra Governo, Almaviva , Fistel CISL, Slc CGIL e Uilcom UIL, aveva gettato alle ortiche la generosa lotta contro i licenziamenti.

Poco prima i lavoratori e le lavoratrici di Almaviva, con un sonoro 90%, avevano bocciato, un accordo capestro molto simile a quello raggiunto lo scorso 31 maggio. L’accordo prevedeva la Cassa di Solidarietà solo per i siti di Napoli, Roma e Palermo, al contrario i lavoratori chiedevano una rotazione che ripartisse il lavoro in maniera solidale su tutti gli stabilimenti italiani, evitando così di identificare siti e lavoratori in esubero. Tecnologicamente la ripartizione del lavoro tra i diversi siti è possibile, ma l’azienda l’ha rifiutato proprio perché intendeva mantenere “scarichi” gli stabilimenti di Roma, Napoli e Palermo e lasciarsi aperta la possibilità a nuove procedure di licenziamento, A seguito del monitoraggio mensile richiesto dall'azienda sull'attuazione dell'accordo, c'è stato "il rifiuto da parte delle organizzazioni sindacali – rende noto Almaviva Contact – di sottoscrivere lo specifico accordo sulla gestione di qualità e produttività individuale, impegno centrale e condiviso come vincolante in sede d'intesa, che nega inspiegabilmente una fondamentale leva distintiva per la qualificazione dell'offerta e il progressivo riassorbimento degli esuberi". Allo stesso tempo si conferma uno scenario di mercato in "costante deterioramento", dice l'azienda, che rimane assoggettato a "inalterati fenomeni distorsivi", senza registrare gli effetti delle iniziative di riordino dichiarate. Inoltre, "si è certificato il perdurante andamento di gare a evidenza pubblica bandite o aggiudicate a tariffe del tutto incompatibili con il costo del lavoro". In queste condizioni, aggiunge Almaviva Contact, i conti economici hanno registrato un "ulteriore peggioramento". Da qui la decisione dei tagli.

Il nuovo piano di riorganizzazione prevede la chiusura dei siti produttivi di Roma e Napoli e una riduzione di personale pari a 2.511 persone (1.666 a Roma e 845 a Napoli). Il piano coinvolge il 5% del personale attualmente in forza al gruppo a livello globale. Non solo, l’azienda ha ottenuto anche la discrezionalità su ferie, Rol, ed ex festività, e sempre in virtù dell’accordo potrà aumentare a suo piacimento la flessibilità dei dipendenti, pianificando le turnazioni su base quindicinale e revocare la CdS con sole 24 ore di preavviso.

Fonte

24/03/2016

Almaviva licenzia 3.000 persone, il governo prende tempo

Non importa quanto tu sia precario e poco pagato: il licenziamento ti arriverà comunque. Almaviva, colosso italico dei call canter, ha annunciato 3.000 procedure di mobilità sui quasi 8.000 dipendenti nel nostro paese. Se fate caso a quante chiamate arrivano o fate, ai call center, con dall’altra parte del filo una voce dall’accento albanese, capirete facilmente anche perché ci sono oggi 3.000 centralinisti di troppo.

Il ministro Poletti, come gli tocca fare per statuto, ha scritto alla proprietà: “Invitiamo Almaviva a revocare la comunicazione di avvio della procedura di mobilità per tremila lavoratori ed a rendersi disponibile a riprendere e sviluppare il confronto con le organizzazioni sindacali e con le istituzioni per verificare le possibili alternative ad una decisione che produrrebbe una situazione pesante dal punto di vista sociale, peraltro in territori che già scontano difficoltà occupazionali”.
Ma si tratta di un atto dovuto. È al tavolo di trattativa che si vede davvero se i rappresentanti del governo vogliono fare qualcosa oppure no per evitare che la mannaia cali sui lavoratori delle sedi di Roma, Palermo e Napoli.

Ma le premesse non sono affatto buone. Almaviva è una società ormai “antica”, in questo comparto. Prima si chiamava Atesia, e aveva preso ad operare dall’interno del gruppo Seat-Pagine Gialle quando era ancora pubblico, nel 1989. Teneva i suoi “collaboratori” in condizioni peggio che schiavistiche, costringendoli a pagare un affitto per l’uso della postazione di lavoro e pagandoli sostanzialmente a cottimo: tot telefonate “di successo”, tot spiccioli meno l’affitto della cuffia.

Il suo centro motore era allora a Roma, al Lamaro (dietro Cinecittà 2). Seguirono scioperi, cortei, proteste e interventi sindacali che puntavano a compatibilizzare le condizioni con quelle previste dal “pacchetto Treu”, varato dal governo Prodi. Ovvero legalizzando una condizione di precarietà che l’Italia conosceva solo nelle più sperdute campagne del Sud, dove si chiama comunque ancora caporalato.

Il suo inventore-padrone, Alberto Tripi, era del resto ben posizionato in campo politico, potendosi vantare d’essere tra i primi e principali sostenitori della “Margherita”, formazione allora diretta dal sindaco di Roma, Franceso Rutelli.

Il gruppo è poi cresciuto, sull’onda della smobilitazione – in tutte le aziende più grandi del paese – dei contact center aziendali. In pratica, Almaviva ha prodotto un format per cui ogni azienda recide definitivamente il suo filo diretto con la clientela, affidando la gestione di proteste, le campagne pubblicitarie, le prenotazioni, le lamentele e i ricorsi e a un gruppo esterno che forniva personale precarissimo con poche istruzioni sul come rispondere su problemi che ignorava.

Ora delocalizza e tocca con mano anche le difficoltà generate dalla crisi.


A Palermo salta tutto: 1.670 “esuberi”. In pratica si chiude. E l’altro ieri i lavoratori hanno fatto un sit-in davanti alla sede della presidenza della Regione, con striscioni e blocchi stradali a singhiozzo davanti palazzo D’Orleans. Ma l’incontro – a Roma, nella sede ministeriale –  tra Tripi, il presidente della Regione Crocetta e il governo ci sarà soltanto il 31 marzo. Mentre i sindacati – altro schiaffo in faccia – verranno ricevuti separatamente, a Palermo.

La mobilitazione, nel capoluogo siciliano come a Roma e Napoli, naturalmente prosegue.

Stamattina, a Palermo, i lavoratori sono andati sotto le sedi di Telecom e di altri committenti per chiedere il rispetto delle regole e respingere la logica del massimo ribasso, bloccando le strade e l’area attorno alla sede della società di via Pacinotti. Nuove assemblee verranno effettuate oggi nelle sedi di via Marcellini e di via Cordova, dove c’era stato anche di un servizio tv delle Iene.

A Napoli, intanto, scende in campo anche il sindaco. «Pronti a ogni iniziativa per fermare i 400 licenziamenti di Almaviva e i 220 di Gepin. Il governo deve intervenire». De Magistris si schiera al fianco dei lavoratori dei call center. Ieri pomeriggio un lungo incontro con i rappresentanti sindacali e delle Rsu. «Chiederemo al ministro Poletti di far intervenire il governo su questa vicenda – ha detto il sindaco – Napoli deve essere una città anche industriale, perché abbiamo tanti giovani di qualità e tanta gente che lavora seriamente».

A Roma, invece, lavoratori e lavoratrici Almaviva stanno bloccando via di Casal Boccone per protestare contro i possibili licenziamenti annunciati dall’azienda.

Fonte