Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

09/03/2015

Il far west dei call center

A rischio migliaia di posti di lavoro ma il governo sta a guardare. In Italia non esiste nessuna clausola sociale per tutelare il lavoro, e le norme per evitare delocalizzazioni sono deboli.

Lo scorso 21 novembre i lavoratori e le lavoratrici dei call center sono nuovamente scesi in piazza dopo il “No delocalizzazioni day” di Roma di 5 mesi prima. All’ordine del giorno gli 80.000 posti di lavoro a rischio a causa delle famose delocalizzazioni, cioè il trasferimento delle attività nei paesi dell’est dove la manodopera costa meno. In Italia, infatti, in termini di deregolamentazione e mancanza di legislazione a tutela dei lavoratori non ci si fa mancare niente. Non esiste nessuna clausola sociale di salvaguardia del posto di lavoro in caso di cambio di appalto, ma soprattutto si permette alle aziende di ricevere contributi pubblici senza nessun vincolo o impegno. Così accade che ci troviamo di fronte ad aziende che aprono in Italia per sfruttare la decontribuzione triennale e poi chiudono facendo ricorso ad ammortizzatori sociali, per poi riaprire all’estero e partecipare alle gare nostrane, anche pubbliche. In questo mondo tali aziende possono permettersi il massimo ribasso, perché il costo del lavoro in Romania o Albania è un quinto di quello italiano. Inoltre in quei paesi non esistono norme che tutelino i dati sensibili, mettendoli a rischio di eventuali usi impropri. Sul problema dei dati sensibili una norma esisterebbe già dal 2012 (Decreto Sviluppo 2012, art. 24-bis del D.L. n. 83/2012, convertito dalla L. n. 134/2012) e prevede che il cittadino italiano che effettui o riceva una chiamata da un call center sia informato preliminarmente da dove parla l’operatore, potendo poi scegliere di parlare con un operatore che lavora in Italia. Chi delocalizza dovrebbe anche avvisare il ministero con 120 giorni di anticipo e comunicare eventuali esuberi ma questo non è dovuto se gli esuberi non ci sono. In questo modo molti iniziano a mettere un piedino all’estero per poi trasferirsi del tutto. Anche perché nel paese di Renzi, cultore del liberismo selvaggio, nessuno controlla e le leggi si possono aggirare.

I sindacati puntano il dito anche su un’altra questione. In Italia c’è una errata applicazione della direttiva europea n. 23 del 2001 che tutela i diritti dei lavoratori in caso di trasferimento di un'impresa e che prevede che se cambia il “padrone” di un'azienda, i dipendenti devono conservare il trattamento che avevano prima. Succede, però, che i committenti, per risparmiare, cambiano con sempre maggiore frequenza il gestore del proprio call center, per affidarsi a chi fa offerte al “massimo ribasso”. Probabilmente per evitare questa spirale verso il basso basterebbe fare come la Gran Bretagna, dove una legge impone ai committenti di garantire continuità occupazionale, in caso di successione di appalti per le stesse attività. Ma qui c’è il mito della concorrenza...

A Livorno, dove è presente lo storico call center di Guasticce (ex Telegate, ora People Care) stiamo vivendo il rischio di perdere oltre 400 posti di lavoro il prossimo 31 maggio. Il committente del servizio 12.40 e 89.24.24, Seat Pagine Gialle è in grossi problemi finanziari. I vertici di People Care, che fanno riferimento alla azienda capofila Contacta di Torino, hanno annunciato che senza questi servizi il call center livornese farà la fine di Voice Care, il call center torinese sempre della “famiglia” Contacta che ha chiuso quasi un anno fa. Intanto Guasticce è stata svuotata anche di quelle commesse non di Seat che la casa madre ha pensato bene di riportare a Torino. Perché sta succedendo questo? Perché Seat dice che vuole reinternalizzare il servizio visti i problemi finanziari (oppure vuole risparmiare affidandolo a qualche call center delocalizzato o con offerta al massimo ribasso?) e People Care non ha intenzione di cercare altre commesse per Guasticce. Motivo? La colpa dei 400 lavoratori è quella di costare troppo: 20 ore settimanali e 700 euro al mese con contratto telecomunicazioni (i più “vecchi” hanno anche un piccolo superminimo legato al passaggio da poligrafici e telecomunicazione dopo la chiusura di Telegate). Senza contare che con il sistema della banca ore sono stati pressoché annullati gli straordinari che in passato permettevano di arrotondare. E senza contare che una parte sono interinali e sono i primi che pagheranno questa situazione.

Benvenuti nel far west del neoliberismo, dove l’Italia non riesce nemmeno a recepire le direttive europee favorevoli ai lavoratori. D’altra parte chi ci governa pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili.

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