Discriminate per legge, di qualunque setta esse siano. Sottomesse al
volere di corti religiose composte solo da uomini, che spesso accettano e
perpetuano una violenza tra le mura domestiche che ha pochi eguali nel
mondo arabo. Le donne libanesi intervistate da Human Rights Watch
appaiono tutte schiave di un sistema arcaico, che decide per loro in
materia di divorzio, eredità e custodia dei figli, in mancanza di un
codice civile che se ne occupi. Di statuti personali ce ne sono 15,
tante quante sono le confessioni religiose del Paese dei Cedri, e
secondo la Costituzione ogni comunità ha il diritto di gestire da sola i
propri affari, che da troppo tempo sono materia esclusivamente
religiosa.
Il rapporto di 114 pagine dal titolo “Diseguali e non protetti: i
diritti delle donne sotto le leggi religiose dello statuto personale
libanese”, pubblicato ieri da Human Rights Watch, mostra come
le donne, che siano musulmane sciite o cristiane ortodosse, siano tutte
soggette al volere dei tribunali religiosi autonomi che, “con poca o
nessuna sorveglianza da parte del governo spesso emettono sentenze che
violano i diritti umani delle donne”.
Il divorzio, per esempio, è un diritto quasi esclusivamente maschile: sciite
e sunnite, stando al rapporto, hanno un accesso limitato alla
separazione definitiva dal coniuge, mentre gli uomini “hanno il diritto
unilaterale e illimitato di pronunciare il divorzio, con o senza causa”.
Stessa storia per le donne druse, i cui mariti possono ottenere la
separazione con o senza causa. I cristiani invece, per i quali il
divorzio è vietato, assistono comunque a casi che concedono a un uomo
più motivi per ottenere un divorzio o un annullamento.
Un’altra questione spinosa è quella della gestione dell’eredità o
degli alimenti in caso di divorzio: dal momento che “la legge libanese
non riconosce il concetto giuridico di proprietà coniugale”, la
donna che divorzia dovrà affrontare gravi conseguenze finanziarie, perché “la proprietà torna al coniuge nel cui nome si è registrato (in
genere il marito), a prescindere da chi vi abbia dato un contributo”.
Altre questioni comprendono la violenza domestica, una vera e propria
piaga sociale in Libano, contro cui le associazioni per i diritti umani
si battono da anni. Una mobilitazione vera e propria c’è stata lo
scorso anno quando, all’ennesima donna brutalmente uccisa dal marito, il
governo è stato costretto da massicce manifestazioni a passare in
fretta una legge contro la violenza domestica che però, secondo l’Ong Kafa, non è sufficiente: la
violenza sessuale coniugale non è stata assimilata allo stupro, così
come invariate sono rimaste le disposizioni in materia di custodia dei
minori che, in caso di donna vittima di abusi, restano comunque quelle
previste dallo statuto di famiglia della sua confessione di
appartenenza, e quindi vengono affidati al padre.
Proprio questo punto è il più controverso, dal momento che le
disposizioni dello statuto personale libanese violano la Convenzione sui
diritti dell’infanzia, allontanando il figlio dalla madre vittima di
abusi per darlo alle cure del padre violento. “Abbiamo intervistato
donne che sono rimaste in matrimoni violenti, hanno rinunciato ai loro
diritti monetari, e non si sono risposate per poter mantenere la
custodia primaria dei loro figli nel caso in cui i giudici non avessero
considerato l’interesse superiore del bambino”.
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