di Carlo Trombino
Non è la prima volta che durante un’epidemia a Palermo si isolano i
malati ai primi sintomi, si trova il paziente zero, si crea un cordone
sanitario con misure di controllo e quarantena per soggetti a rischio.
Si varano misure politiche eccezionali, messe in campo da una task force
composta da medici nominati dal potere politico, che impongono la
chiusura delle normali attività pubbliche, il divieto di assembramento e
la chiusura degli esercizi commerciali, causando una crisi del settore
produttivo. Le merci e le persone in arrivo in città vengono analizzate e
messe in quarantena.
Nel 1575 uno scienziato di fama mondiale, Gian Filippo Ingrassia, era
a capo di tutto il meccanismo di controllo dell’epidemia. Un medico che
combatteva le fake news dell’epoca e che pubblicava testi polemici
contro chi si affidava a teorie ormai superate. Un fautore del metodo
scientifico e della diffusione di una medicina sociale in grado di
rinnovare il tessuto urbano, un filosofo della scienza la cui idea di
comunicazione fra medico e paziente era che bisognava evitare di
disperarsi per l’ignoranza del popolo, perché si può curare con la
scienza.
Siamo nel 1575, la Sicilia in quegli anni è assediata dai corsari
nordafricani che dopo la battaglia di Lepanto portavano avanti una
guerra che continuerà per secoli, con centinaia di migliaia di persone
rese schiave su entrambe le sponde del Mediterraneo. Ma la guerra e le
sanzioni commerciali, ieri come oggi, non intralciavano i commerci, e come scrive Evangelista di Blasi,
un flagello peggiore dell’invasione dei Turchi afflisse in questo anno la nostra isola.
Una galeotta dall’Egitto venne in Siracusa, dove avendo recate
molte merci, che erano infette, queste essendosi sparse per tutta
l’isola, vi apportarono la peste che recò una grande strage agli
abitanti. La città di Messina più che qualunque altro paese, giacchè
vuolsi che la morte abbia mietuto sopra a quaranta mila persone. Ivi
trovavasi il presidente del regno principe di Castelvetrano, il quale, e
per salvare la vita, come per trovarsi in luogo che non fosse infetto,
al fine di poter dare le provvidenze necessarie per fare estinguere
questo male, credendo la capitale immune, si venne a Palermo, ma
accortosi che anche ivi la peste vi era introdotta, fuggissene, ed andò
a risiedere a Termini, dove non era penetrata.
Al contrario deli presidenti di Sicilia e Lombardia, Musumeci e
Fontana, che si isolano per non contagiare gli altri, il presidente del
regno di Sicilia principe di Castelvetrano cercava riparo, scappando da
Messina verso Palermo e poi Termini.
È impossibile non pensare alla Codogno di oggi leggendo la
descrizione di una Messina zombificata fatta da Ingrassia nei suoi
report epidemiologici, tradotti in latino e ristampati in Germania pochi
anni dopo, qui riassunti da Arcangelo Spedalieri:
Era in vero cosa miserabilissima a veder quella popolosa e bella
città diventata puzzolente e brutto sepolcro di miserabili che ad alta
voce lagnavansi dei loro mali. Le arti languivano o perché prive di
artigiani, o perché questi vinti dal morbo erano alle loro opere ed
esercizj inabili e del tutto spossati, e abbattute e neglette le leggi,
ridondavano le strade di persone d’aspetto squallido e spaventoso,
talché sembravano fatte tristissimo ricettacolo di ribaldi ed
assassini.
A Milano, esclusa Corso Como, non si vedono “persone di aspetto squallido e spaventoso”
come nella Messina del 1575. La gente ha rispettato gli ordini imposti,
mentre negli stessi giorni i loro vicini bergamaschi si trasformavano
loro malgrado negli untori globali, portando il morbo in Sicilia, e
poche ore dopo a Tenerife, Barcellona e Valencia, in Algeria e a San
Paolo del Brasile, fino in Nigeria, tenendo alta la fama degli untori
lombardi che Manzoni raccontò nella Storia della Colonna Infame.
E se nel 2020 la prontezza e la cautela della turista bergamasca a
Palermo ha portato a identificare immediatamente il primo focolaio, al
contrario nel 1575 a Palermo il mancato rispetto delle disposizioni
sanitarie causò un nuovo diffondersi dell’epidemia, visto che
lo stesso padrone della galeotta che recato avea questo male,
partitosi da quella città fosse venuto in Palermo, dove essendosi
giaciuto con una meretrice, le fe’ dei doni di merci appestate, le quali
sparsesi per la capitale, apportarono la stessa infezione.
Anche oggi gira la battuta sulle “sale massaggi” cinesi come causa
del nuovo focolaio al nord Italia, solo che allora c’era qualche
ragione.
Ma a buona sorte dei palermitani, Gian Filippo Ingrassia era in
città. Eliminò una prima volta il morbo, togliendo ogni commercio fra i
sani e gli infetti, con misure come l’invito a lavarsi le mani e a
mantenere la distanza di sicurezza, oltre ad altre più invasive come la
sepoltura dei cadaveri fuori città e il barreggiamento, cioé chiudere a
forza i sospetti in autoisolamento, misura simile a quella adottata dal
governo cinese a Wuhan.
Con queste misure a Palermo, che era una città assai più popolata delle altre del regno, i morti non passarono i mille.
Sembrava che, per tutto l’anno 1575 questo male si fosse estinto; pur
nondimeno, malgrado le misure adottate dal governo e dal pool di
scienziati diretto da Ingrassia, nel 1576 la peste si ripresentò.
Stavolta, “Ne fu cagione l’avarizia di certuni, che non vollero disfarsi delle robe infette né bruciarle, come ne era stato dato l’ordine.”
Le pene riservate per chi non rispettava l’ordine dell’autorità erano molto dure. Allo stesso modo, secondo il decreto legge del 23 febbraio 2020 varato dal governo Conte, chi viola i divieti viene punito ai sensi del articolo 650 del codice penale, cioè per Inosservanza dei provvedimenti dell’autorità,
che prevede fino a tre mesi di carcere. Una lezione sulla validità di
queste misure di deterrenza ce la dà l’atteggiamento dell’Ingrassia e
del governo siciliano di fronte al mancato rispetto dello stato di
emergenza:
Questi ladronecci e queste trasgressioni degli ordini dati dal
principe di Castelvetrano, per cui l’estinto male ritornò a risorgere,
fecero armare della più rigorosa, ed esemplare giustizia il governo, per
cui tutti i delinquenti furono esemplarmente castigati, giacche alcuni
furono trascinati alla coda dei cavalli e poi strozzati, altri
tenagliati e buttati dalla torre del palazzo dello Steri nel piano della
Marina, ed altri impalati e poi uccisi. Questo
necessario ed utile rigore atterrì gli abitanti, in modo che niuno più
ardì di conservare le robe infette, né di venderle, ed a 22 di luglio
del detto anno 1575 svanì interamente la peste dalla nostra isola.
Le merci infette rubate vennero trovate a casa del famoso poeta
Antonio Veneziano che le aveva comprate e inconsapevolmente aveva
contribuito al contagio. Raccontato da Leonardo Sciascia nel libro La Corda Pazza, Veneziano fu un personaggio straordinario, poeta, giurista, autore satirico e mentore di Miguel Cervantes durante la comune prigionia ad Algeri.
Veneziano, che morì mentre si trovava in carcere a causa di un cartello
satirico contro un viceré, aveva fatto satira anche sulle misure di
salute pubblica volute dall’Ingrassia, sostenendo che la bonifica del
fiume Papireto, voluta dal grande medico per migliorare le condizioni
sanitarie degli strati sociali più poveri della città, fosse stata fatta
in realtà solo per le preoccupazioni del Viceré riguardanti la propria
salute.
Il fatto che il contagio si fosse verificato a casa di un Vip, membro
del ceto politico intellettuale cittadino, venne registrato
dall’Ingrassia, e non possiamo che paragonarlo all’attualità, quando
sono i businessmen e i viaggiatori di alto bordo ad essere i soggetti
più adatti diffondere globalmente i virus, ben più che i migranti
provenienti dalla Libia. Ingrassia già nel sedicesimo secolo era
consapevole delle differenze sociali nella diffusione dell’epidemia e
della necessità di dare a tutta la popolazione, non solo alle classi
dominanti, gli strumenti intellettuali e igienico-sociali per evitare la
diffusione della malattia. Non perdeva il suo tempo a blastare il
popolo, semmai se la prendeva coi medici che non erano in grado di
comunicare correttamente, come fece nel suo primo libro polemico, la Iatrapologia.
Possiamo infine notare che la questione biopolitica e lo stato di emergenza anti-epidemia di cui parla oggi con preoccupazione
il filosofo Giorgio Agamben si manifestò nella Palermo dell’epoca come
in ogni città dell’Europa moderna toccata dalla peste. L’analisi di
Foucault sull’universo concentrazionario è stata già accostata all’opera
di Ingrassia dal filosofo Corrado Lollo nel suo libro Modelli scientifici e filosofici nella Sicilia Spagnola.
Le somiglianze tra le misure emergenziali di oggi e di ieri sono
tantissime, basti pensare che a Palermo Ingrassia vietò le processioni
religiose per evitare i contagi, misura parallela a quella presa in
Lombardia con lo svuotamento delle acquasantiere, o in Arabia Saudita,
dove viene bloccato il pellegrinaggio alla Mecca.
Nulla di nuovo insomma, nulla di inedito e soprattutto nulla di cui spaventarsi eccessivamente.
Sciascia, nello stesso libro in cui parla del Veneziano, ci ricorda
che solo quando ci salvò dalla peste Santa Rosalia riuscì a diventare
patrona, scalzando altri santi precedentemente eletti protettori della
felicissima città di Palermo. Anche San Carlo che operò in tutta la
Lombardia, legò il suo nome alla peste che colpì Milano nel 1576,
conquistando un ruolo centrale nel culto e nel cuore dei Milanesi, come recentemente ricordato dal cardinale Angelo Scola.
In assenza di miracoli e di santi che ci salvino dal castigo divino
dell’epidemia, possiamo solo sperare che ci siano anche oggi degli
scienziati capaci come l’Ingrassia, in grado di usare la scienza medica
per contrastare tanto l’epidemia quanto le ondate di panico e
intolleranza che si possono generare.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/03/2020
15/03/2020
Nessuna pandemia cancella le disuguaglianze di ricchezza
di Alberto Negri - ilmanifesto.it
Ed ecco che puntualmente sui giornali appare la retorica del «nulla sarà come prima». Si preconizza, dopo la pandemia, un mondo migliore e più giusto. Perché e con quale profondità? Avremo dopo il coronavirus davvero un futuro, più equo e con meno disuguaglianza? Come spiega Walter Scheidel in La Grande livellatrice, ponderoso libro edito dal Mulino (pp. 640, euro 35), solo grandi guerre, rivoluzioni, fallimenti di stati ed epidemie si sono mostrate efficaci per cambiare il mondo. Nel caso di pandemie come la peste del ‘300 la popolazione europea si era ridotta del 30-45%. Il coronavirus si fermerà su scala molto più bassa. Però ha un pregio per le élite: se bloccano il contagio legittimeranno il loro potere e la disuguaglianza.
Le epidemie, scrive lo storico austriaco, sono il «Quarto Cavaliere» dopo gli alti tre, guerre, rivoluzioni e crolli di stati e imperi. Si differenzia dagli altri fattori in quanto coinvolge altre specie anche se in termini non violenti ma certi attacchi di batteri e virus sono stati molto più letali di tutti i disastri causati dall’uomo.
LA MORTE NERA, la peste del Trecento descritta da Decameron Di Boccaccio, ha avuto straordinari effetti sulla demografia e i rapporti di forza dentro la società medioevale in Europa e oltre: questa pandemia ha mutato radicalmente per più di un secolo e mezzo la relazione tra terra e lavoro, fu un grande livellamento che portò al crollo delle rendite fondiarie e all’impennata del costo del lavoro. In poche parole i ricchi di prima furono meno ricchi e i poveri meno poveri e con maggiore potere contrattuale.
La Morte Nera ci mise un po’ a viaggiare, ma non così tanto come si può supporre oggi. La peste, causata da un ceppo batterico che colonizza il tratto digestivo delle pulci per poi infestare ratti e altri animali, scoppiò nel Deserto del Gobi intorno al 1330. Fu denominata «bubbonica» per la tremende tumefazioni a inguine o ascelle dove di solito si infilano le pulci. Una sua seconda versione è la peste polmonare che si trasmette tra gli umani con le goccioline trasportate dell’aria.
Le rotte carovaniere dall’Asia centrale furono i veri canali di diffusione: 15 anni dopo il Gobi la peste raggiunge la Crimea nel 1345 dove si propaga alla marina genovese durante l’assedio di Caffa (Feodosia) quando esplose la pestilenza tra i tartari che assediavano la città. Ma da lì comincia a correre veloce.
DOPO DUE ANNI la peste era a Costantinopoli, quindi passò il Bosforo e toccò Alessandria d’Egitto. Le navi genovesi la portarono in Sicilia nel 1347, un anno dopo nel 1348 si era propagata da Parigi al Nord Europa e all’Italia. «No come uomini ma quasi come bestie morieno», si legge nel Decameron: 24 milioni le vittime secondo le stime del Vaticano.
La popolazione europea scese da 94 milioni nel 1300 a 68 milioni nel 1400. La grande livellatrice aveva tagliato di un quarto gli europei ma anche il Medio Oriente e l’Asia. «L’intero mondo è cambiato», scriveva il grande storico arabo Ibn Khaldun.
E I CAMBIAMENTI più profondi si produssero proprio nella sfera dell’economia e sul mercato del lavoro. La Morte Nera era arrivata in Europa dopo tre secoli in cui la popolazione, a partire circa dal Mille, si era triplicata per una combinazione di fattori, dai miglioramento dei metodi di coltura agricoli alla riduzione dell’instabilità politica. Con un’abbondanza di bocche da sfamare erano cresciuti i prezzi del cibo mentre la pressione demografica aveva ridotto il valore del lavoro e quindi anche i redditi reali. La Morte Nera portò a una drammatica diminuzione della popolazione ma lasciò intatte le strutture, ovvero la terra: grazie a un’accresciuta resa dei terreni la produzione scese meno della popolazione producendo un aumento del prodotto pro capite del reddito medio.
LA TERRA ERA DIVENTATA più abbondante del lavoro e i proprietari furono messi sotto pressione da richieste di aumenti salariali. In Francia, Inghilterra e nelle signorie italiane le istituzioni e il potere si scatenarono in ordinanze per calmierare le richieste ma in gran parte vennero disattese. I redditi dei lavoratori raggiunsero un picco all’inizio del 1400: ci volle più di un secolo perché i salari reali cominciassero a scendere per allinearsi intorno al 1600 ai livelli antecedenti l’epidemia di peste bubbonica. Questo avveniva in Europa ma anche nel Mediterraneo orientale: i registri ottomani degli operai edili di Istanbul mostrano che i redditi reali rimasero alti fino alla fine del 19 secolo, il che sottolinea la straordinaria espansione legata alla peste.
Gran parte della nostra conoscenza sul ruolo delle pandemie nel livellamento della disuguaglianza è abbastanza recente. Ma questo può avvenire ancora? La riposta di Schneidel è piuttosto decisa. Oggi occorrerebbe la morte di centinaia di milioni di persone, cosa che supera gli scenari più pessimistici. E non è per niente sicuro che una pandemia possa livellare la disuguaglianza di reddito o di ricchezza come avvenne nell’era agraria.
PER ESEMPIO la spagnola del 1918-20 provocò dai 50 ai 100 milioni di morti ma siccome i suoi effetti si mescolarono a quelli della guerra non si può dire se abbia avuto una conseguenza significativa sulla redistribuzione delle risorse materiali. Poi oggi, aggiunge lo storico austriaco, la società è assai più sofistica: dall’informatica, ai robot, alle biotecnologie e alla loro applicazione all’uomo. Eppure l’epidemia continua come un tempo a fare paura, l’essere umano continua a essere troppo umano.
Fonte
Ed ecco che puntualmente sui giornali appare la retorica del «nulla sarà come prima». Si preconizza, dopo la pandemia, un mondo migliore e più giusto. Perché e con quale profondità? Avremo dopo il coronavirus davvero un futuro, più equo e con meno disuguaglianza? Come spiega Walter Scheidel in La Grande livellatrice, ponderoso libro edito dal Mulino (pp. 640, euro 35), solo grandi guerre, rivoluzioni, fallimenti di stati ed epidemie si sono mostrate efficaci per cambiare il mondo. Nel caso di pandemie come la peste del ‘300 la popolazione europea si era ridotta del 30-45%. Il coronavirus si fermerà su scala molto più bassa. Però ha un pregio per le élite: se bloccano il contagio legittimeranno il loro potere e la disuguaglianza.
Le epidemie, scrive lo storico austriaco, sono il «Quarto Cavaliere» dopo gli alti tre, guerre, rivoluzioni e crolli di stati e imperi. Si differenzia dagli altri fattori in quanto coinvolge altre specie anche se in termini non violenti ma certi attacchi di batteri e virus sono stati molto più letali di tutti i disastri causati dall’uomo.
LA MORTE NERA, la peste del Trecento descritta da Decameron Di Boccaccio, ha avuto straordinari effetti sulla demografia e i rapporti di forza dentro la società medioevale in Europa e oltre: questa pandemia ha mutato radicalmente per più di un secolo e mezzo la relazione tra terra e lavoro, fu un grande livellamento che portò al crollo delle rendite fondiarie e all’impennata del costo del lavoro. In poche parole i ricchi di prima furono meno ricchi e i poveri meno poveri e con maggiore potere contrattuale.
La Morte Nera ci mise un po’ a viaggiare, ma non così tanto come si può supporre oggi. La peste, causata da un ceppo batterico che colonizza il tratto digestivo delle pulci per poi infestare ratti e altri animali, scoppiò nel Deserto del Gobi intorno al 1330. Fu denominata «bubbonica» per la tremende tumefazioni a inguine o ascelle dove di solito si infilano le pulci. Una sua seconda versione è la peste polmonare che si trasmette tra gli umani con le goccioline trasportate dell’aria.
Le rotte carovaniere dall’Asia centrale furono i veri canali di diffusione: 15 anni dopo il Gobi la peste raggiunge la Crimea nel 1345 dove si propaga alla marina genovese durante l’assedio di Caffa (Feodosia) quando esplose la pestilenza tra i tartari che assediavano la città. Ma da lì comincia a correre veloce.
DOPO DUE ANNI la peste era a Costantinopoli, quindi passò il Bosforo e toccò Alessandria d’Egitto. Le navi genovesi la portarono in Sicilia nel 1347, un anno dopo nel 1348 si era propagata da Parigi al Nord Europa e all’Italia. «No come uomini ma quasi come bestie morieno», si legge nel Decameron: 24 milioni le vittime secondo le stime del Vaticano.
La popolazione europea scese da 94 milioni nel 1300 a 68 milioni nel 1400. La grande livellatrice aveva tagliato di un quarto gli europei ma anche il Medio Oriente e l’Asia. «L’intero mondo è cambiato», scriveva il grande storico arabo Ibn Khaldun.
E I CAMBIAMENTI più profondi si produssero proprio nella sfera dell’economia e sul mercato del lavoro. La Morte Nera era arrivata in Europa dopo tre secoli in cui la popolazione, a partire circa dal Mille, si era triplicata per una combinazione di fattori, dai miglioramento dei metodi di coltura agricoli alla riduzione dell’instabilità politica. Con un’abbondanza di bocche da sfamare erano cresciuti i prezzi del cibo mentre la pressione demografica aveva ridotto il valore del lavoro e quindi anche i redditi reali. La Morte Nera portò a una drammatica diminuzione della popolazione ma lasciò intatte le strutture, ovvero la terra: grazie a un’accresciuta resa dei terreni la produzione scese meno della popolazione producendo un aumento del prodotto pro capite del reddito medio.
LA TERRA ERA DIVENTATA più abbondante del lavoro e i proprietari furono messi sotto pressione da richieste di aumenti salariali. In Francia, Inghilterra e nelle signorie italiane le istituzioni e il potere si scatenarono in ordinanze per calmierare le richieste ma in gran parte vennero disattese. I redditi dei lavoratori raggiunsero un picco all’inizio del 1400: ci volle più di un secolo perché i salari reali cominciassero a scendere per allinearsi intorno al 1600 ai livelli antecedenti l’epidemia di peste bubbonica. Questo avveniva in Europa ma anche nel Mediterraneo orientale: i registri ottomani degli operai edili di Istanbul mostrano che i redditi reali rimasero alti fino alla fine del 19 secolo, il che sottolinea la straordinaria espansione legata alla peste.
Gran parte della nostra conoscenza sul ruolo delle pandemie nel livellamento della disuguaglianza è abbastanza recente. Ma questo può avvenire ancora? La riposta di Schneidel è piuttosto decisa. Oggi occorrerebbe la morte di centinaia di milioni di persone, cosa che supera gli scenari più pessimistici. E non è per niente sicuro che una pandemia possa livellare la disuguaglianza di reddito o di ricchezza come avvenne nell’era agraria.
PER ESEMPIO la spagnola del 1918-20 provocò dai 50 ai 100 milioni di morti ma siccome i suoi effetti si mescolarono a quelli della guerra non si può dire se abbia avuto una conseguenza significativa sulla redistribuzione delle risorse materiali. Poi oggi, aggiunge lo storico austriaco, la società è assai più sofistica: dall’informatica, ai robot, alle biotecnologie e alla loro applicazione all’uomo. Eppure l’epidemia continua come un tempo a fare paura, l’essere umano continua a essere troppo umano.
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