Il potere di concedere la grazia a soggetti incriminati o già condannati è tra quelli assegnati costituzionalmente al presidente degli Stati Uniti ed è tutt’altro che insolito vedere esercitare questa facoltà, anche in maniera molto generosa, dagli inquilini della Casa Bianca sul finire dei loro mandati. La decisione presa mercoledì da Donald Trump di “perdonare” il suo primo consigliere per la Sicurezza Nazionale, Michael Flynn, ha tuttavia scatenato accese polemiche a Washington, visto che la vicenda giudiziaria dell’ex generale dell’Esercito riporta al centro del dibattito il cosiddetto “Russiagate” e, soprattutto, il fatto che questa vera e propria caccia alle streghe era basata praticamente sul nulla.
Va premesso che il caso Flynn è stato segnato da una serie in interventi molto discutibili e con pochi o nessun precedente da parte dell’amministrazione Trump per cercare di evitare una condanna e il carcere all’ex consigliere del presidente. Lo stesso Trump non aveva peraltro mai nascosto le proprie intenzioni di concedere la grazia a Flynn. Lo scorso marzo aveva avanzato esplicitamente questa ipotesi, lasciandosi andare ad attacchi molto duri contro l’FBI e il dipartimento di Giustizia per il trattamento riservato all’ex generale.
Flynn era stato costretto a dimettersi dalla carica di consigliere per la Sicurezza Nazionale il 12 febbraio 2017, cioè ad appena 24 giorni dall’inizio dell’incarico, dopo che era emersa la notizia delle discussioni intrattenute nel dicembre precedente con l’allora ambasciatore russo negli USA, Sergey Kislyak. Sul contenuto di questi colloqui, secondo le accuse dell’FBI, Flynn aveva mentito sia agli stessi agenti federali che lo stavano indagando sia al vice-presidente, Mike Pence. I contatti tra Flynn e Kislyak non avevano nulla di improprio e, inoltre, la presunta gravità degli argomenti discussi tra i due è stata gonfiata deliberatamente dai responsabili delle indagini, con ogni probabilità dietro pressioni politiche da ricondurre alle dispute sugli orientamenti strategici degli Stati Uniti che stavano iniziando a esplodere nella fase di transizione tra Obama e Trump.
Sugli incontri tra l’allora neo-consigliere di Trump e l’ambasciatore russo si dirà in seguito, vista anche l’importanza dei fatti per le origini del “Russiagate”. Per quanto riguarda le vicissitudini di Flynn, invece, le dimissioni forzate sarebbero state seguite dalla sua ammissione di avere mentito all’FBI durante le indagini sulle molto presunte interferenze russe nelle elezioni del 2016. Questa mossa doveva far parte di un accordo che prevedeva la collaborazione di Flynn con il “Bureau”, ma successivamente l’ex generale ed ex direttore dei servizi segreti militari aveva ritrattato, accusando i procuratori che lavoravano al suo caso di averlo spinto a mentire con metodi scorretti e ingannevoli. Secondo alcuni, questa inversione di rotta doveva servire a ingraziarsi il presidente Trump e ottenere un provvedimento di grazia, com’è appunto avvenuto questa settimana.
Dopo che il giudice federale assegnato al caso, Emmet Sullivan, aveva respinto la versione di Flynn, quest’ultimo era tornato sui propri passi, dichiarandosi nuovamente colpevole. Dall’agosto 2019 si sarebbero susseguiti altri tentativi di ottenere un proscioglimento, fino a che Flynn aveva ritirato per la seconda volta la sua dichiarazione di colpevolezza. Con la sentenza nei suoi confronti rimandata in più occasioni, a inizio 2020 la vicenda ha preso una piega eccezionale. Il ministro della Giustizia, William Barr, aveva annunciato una revisione del caso e nel mese di maggio il suo dipartimento ha presentato un’istanza per far cadere tutte le accuse nei confronti di Flynn. Il giudice Sullivan avrebbe però respinto la clamorosa richiesta, ma il procedimento è rimasto da allora ingolfato. La decisione di Trump di concedere la grazia ha alla fine concluso bruscamente l’intera vicenda legale.
La messa sotto accusa di Michael Flynn è sempre stata oggetto di feroci dispute legali e ha avuto tutta l’attenzione della stampa americana perché il suo caso aveva il potenziale di mettere in discussione buona parte della credibilità stessa del “Russiagate”. Le risorse investite su un’indagine che avrebbe dovuto dimostrare il ruolo decisivo del Cremlino nell’elezione di Trump sono state enormi in questi anni, ma non hanno di fatto portato a nulla che potesse dimostrare concretamente questa tesi.
Il fatto di tenere in vita l’incriminazione di Flynn e l’ottenimento di una sentenza di condanna avrebbero quanto meno lasciato un appiglio agli oppositori di Trump per giustificare le proprie accuse. Il reato imputato a Flynn aveva comunque un peso molto relativo, ma a ingigantirne la portata ha contribuito non poco la condotta dello stesso presidente e le interferenze, questa volta dimostrate abbondantemente, per demolire il procedimento giudiziario contro il suo ex consigliere. Trump aveva addirittura fatto pressioni sull’ex direttore dell’FBI, James Comey, per lasciare cadere le accuse e, davanti al suo rifiuto, quest’ultimo è stato poi licenziato. Lo scontro sarebbe in seguito sfociato nel lancio di un’indagine “speciale” sulle collusioni russe, assegnata a un altro ex numero uno dell’FBI, Robert Mueller, anch’essa risoltasi sostanzialmente nel nulla.
Tornando alle discussioni tra Michael Flynn e l’ambasciatore russo negli USA Kislyak, un’interpretazione onesta delle intercettazioni da parte della stampa, per non parlare dell’FBI, avrebbe da subito indebolito gli argomenti dei sostenitori della tesi di Trump come burattino di Mosca. La gravità del comportamento di Flynn sarebbe da ricercare nelle promesse fatte al suo interlocutore a nome del nuovo presidente repubblicano di cancellare le sanzioni che Obama aveva imposto nel dicembre 2016 contro la Russia in risposta alle fantomatiche “interferenze” considerate decisive per la vittoria di Trump contro Hillary Clinton. Il neo-consigliere di Trump, in altre parole, avrebbe garantito al rappresentante di Putin a Washington che ci sarebbe stata una ricompensa – la cancellazione delle sanzioni – per l’operazione elettorale portata a termine e verosimilmente coordinata con il neo-presidente.
La realtà offre però una versione differente dei fatti. Dalle trascrizioni dei colloqui tra Flynn e Kislyak emergeva come il tanto denunciato accordo raggiunto tra i due non era altro che il tentativo, del tutto legittimo, dell’amministrazione entrante di gettare le basi per un allentamento delle tensioni con una potenza nucleare, coerentemente con gli impegni presi da Trump in campagna elettorale. Flynn chiedeva chiaramente all’ambasciatore di limitare a provvedimenti equilibrati le ritorsioni da adottare in risposta alle sanzioni imposte da Obama, così da evitare un’escalation che il nuovo presidente non voleva in nessun modo.
Il vero problema dell’iniziativa di Flynn era che la nuova amministrazione sembrava sul punto di gettare le basi diplomatiche per un qualche processo di distensione con la Russia, paese visto invece ormai dalla maggior parte dell’apparato di potere americano come il principale rivale strategico degli Stati Uniti e quindi da demonizzare e mettere sotto pressione senza nessun indugio.
Il risvolto ironico della storia è che collusioni e interferenze di un governo straniero in quel frangente ci furono realmente e sarebbero state dimostrate anche dall’indagine di Robert Mueller. Esse non riguardavano però la Russia, bensì Israele. Netanyahu aveva chiesto a Trump e ai suoi consiglieri di adoperarsi con gli altri governi, incluso quello russo, per convincerli a non votare alle Nazioni Unite una risoluzione di condanna di nuovi insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. Com’è ovvio, questo fatto non avrebbe scatenato nessuna campagna o reazione isterica contro l’influenza dello stato ebraico sul governo americano.
La grazia concessa a Michael Flynn anticipa ad ogni modo quello che potrebbe essere un ricorso massiccio a questo strumento di clemenza da parte di Trump nelle settimane che lo separano dall’addio alla Casa Bianca, soprattutto per liberare alcuni suoi uomini dai guai giudiziari in cui sono coinvolti. Un nuovo fronte di scontro politico potrebbe essere infine l’eventuale decisione del presidente di graziare preventivamente se stesso, come ha ipotizzato in varie occasioni, in previsione di possibili incriminazioni derivanti da episodi di corruzione legati ai suoi affari privati.
Il dibattito sulla legittimità di una simile decisione è aperto, ma, quanto meno, il dettato costituzionale sembra limitare il potere presidenziale di concedere la grazia ai soli reati federali. Se così fosse, Trump non potrebbe dunque evitare i procedimenti per evasione fiscale contro di lui e la sua famiglia già avviati da tempo nel circuito statale dai procuratori della città di New York.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/11/2020
10/10/2019
Il triste epilogo de Linkiesta, arruolata nella Nato
Unità 29155. Oggi si chiama così; una sigla che quasi quasi ispira fiducia ed è per questo che così tanti, nell’“Occidente libero”, ci cascano e se ne mettono, consapevolmente o meno, al servizio.
Unità 29155: sembra quasi il vecchio Chiamate Roma 3131; un telefono amico, insomma. Mica come quegli inetti di quarant’anni fa, che già nel nome si smascheravano: Spectre, ossia Special Executive for Counter-intelligence, Terrorism, Revenge and Extortion.
Certo, sono sempre loro: venivano dal freddo allora e continuano a venire dall’Artico oggi. Anzi, oggi, nell’Artico ci stanno mettendo anche le basi militari. Oggi però sono più accorti: Unità 29155; sembra il numero delle prenotazioni per le visite oculistiche. E in tanti ci sbattono la testa!
E meno male che è arrivato il New York Times, mica scherzi, ad avvertirci! Se no, chissà quanti, credendo di telefonare alla ASL, gli fornivano anche dati e connotati, di cui quelli poi si servivano per seminare Caos, Ricatti ed Estorsioni in Occidente.
E meno male, anche, che si è trovato chi, prontamente, ci passa la dritta del New York Times: state attenti, non fate quel numero, se non volete contribuire anche voi ad alimentare “la campagna globale del Cremlino per destabilizzare l’Occidente”.
Certo, non siamo mica così ingenui; quella del New York Times è stata solo la conferma della bocca della verità, ma “anche in Italia si sapeva perfettamente che Vladimir Putin fosse l’agente-in-capo del caos globale, lo abbiamo scritto per deduzione mettendo in fila i pezzi e raccontando i risultati delle inchieste americane, a cominciare da quelle dell’Fbi e del Procuratore speciale Robert Mueller”.
Lo sapevamo anche noi che quella creaturina celestiale di Hillary Clinton, tra un assassinio di Saddam Hussein, un’invasione dell’Afghanistan o un linciaggio di Muammar Gheddafi, aveva dovuto subire gli intrighi di Trump e della sua centrale periferica al 29155, “ma fino a ieri le intelligence occidentali credevano che le campagna di destabilizzazione della Moldova, il golpe sventato in Montenegro, gli omicidi o i tentativi di omicidio col polonio a Londra e in Bulgaria, gli attacchi all’Ucraina e ai paesi baltici e, poi, i finanziamenti ai partiti estremisti europei, l’operazione Trump alla Casa Bianca e tutto il resto fossero certamente firmate dalla Russia, ma anche episodi isolati e non coordinati”.
Lo avevamo visto chiaramente anche noi, soprattutto dopo il febbraio 2014, che dietro il Boeing malese abbattuto sul Donbass c’era la mano dell’Adolfo Celi leningradese. Mica siamo così ciechi e sordi: ben vengano le sacre scritture del New York Times a confermarcelo, ma non siamo mica tanto ingenui da non aver saputo che a bruciar vivi quelle decine di anti-majdanisti alla Casa dei sindacati di Odessa non era stato il vento forte che alimentava le fiamme, come sostenevano gli sprovveduti della Procura di Kiev, bensì quella “unità d’élite, l’Unità 29155, dei servizi segreti russi con capacità comprovate di sovversione, di sabotaggio e di assassinio”, a capo della quale non c’è altri che il Dottor No che viene dal Baltico.
Si sapeva anche noi, tutto questo. Non siamo mica così ingenui; si deve però alla bibbia newyorkese se ora siamo certi che tutte “queste operazioni fanno parte di una campagna, attenzione: ancora in corso, progettata da” Christopher Lee (nel film si fa chiamare Oddjob Pu-Tin) “per destabilizzare l’Europa”.
E tutto questo è “parte integrante della guerriglia ibrida di Mosca contro l’Occidente, fatta anche di propaganda di Stato, di attacchi hacker e della vecchia cara disinformazione a colpi di fake news”, tipo quelle sugli agenti del 29155 travestiti da veterani SS che sfilano per le strade di Riga e Vilnius, per screditare quelle libere democrazie, vittime dell’aggressione portata dagli uomini di Spectre. Lo sappiamo, non “è che siano campioni d’efficacia, questi dell’unità d’èlite, ma l’attacco al mondo libero c’è, e continua”.
Tanto che quel povero miliardario del PD moldavo, Vladimir Plahotniuc, per hobby petroliere, è dovuto riparare nell'“Occidente libero”, dopo che a Kišinëv il 29155 ha imposto il proprio uomo (Igor Dodon) a Presidente e a Primo ministro la donna (Maia Sandu) del Dipartimento 29166 di Stato.
Fortuna che noi, in Italia, abbiamo le nostre difese, per contrastare la Kremlin Global Campaign to Destabilize the West.
Oggi, l’Auric Goldfinger del Golfo di Finlandia non rende radioattivo l’oro di Fort Knox; ne fa incetta per destabilizzare il dollaro, ma il suo nemico è sempre quello: il “mondo libero” (che poi, chissà cosa intendano!? Libero da chi? Libero di far che?). In ogni caso, il New York Times può stare tranquillo: a LINKIESTA lo citano correttamente.
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Unità 29155: sembra quasi il vecchio Chiamate Roma 3131; un telefono amico, insomma. Mica come quegli inetti di quarant’anni fa, che già nel nome si smascheravano: Spectre, ossia Special Executive for Counter-intelligence, Terrorism, Revenge and Extortion.
Certo, sono sempre loro: venivano dal freddo allora e continuano a venire dall’Artico oggi. Anzi, oggi, nell’Artico ci stanno mettendo anche le basi militari. Oggi però sono più accorti: Unità 29155; sembra il numero delle prenotazioni per le visite oculistiche. E in tanti ci sbattono la testa!
E meno male che è arrivato il New York Times, mica scherzi, ad avvertirci! Se no, chissà quanti, credendo di telefonare alla ASL, gli fornivano anche dati e connotati, di cui quelli poi si servivano per seminare Caos, Ricatti ed Estorsioni in Occidente.
E meno male, anche, che si è trovato chi, prontamente, ci passa la dritta del New York Times: state attenti, non fate quel numero, se non volete contribuire anche voi ad alimentare “la campagna globale del Cremlino per destabilizzare l’Occidente”.
Certo, non siamo mica così ingenui; quella del New York Times è stata solo la conferma della bocca della verità, ma “anche in Italia si sapeva perfettamente che Vladimir Putin fosse l’agente-in-capo del caos globale, lo abbiamo scritto per deduzione mettendo in fila i pezzi e raccontando i risultati delle inchieste americane, a cominciare da quelle dell’Fbi e del Procuratore speciale Robert Mueller”.
Lo sapevamo anche noi che quella creaturina celestiale di Hillary Clinton, tra un assassinio di Saddam Hussein, un’invasione dell’Afghanistan o un linciaggio di Muammar Gheddafi, aveva dovuto subire gli intrighi di Trump e della sua centrale periferica al 29155, “ma fino a ieri le intelligence occidentali credevano che le campagna di destabilizzazione della Moldova, il golpe sventato in Montenegro, gli omicidi o i tentativi di omicidio col polonio a Londra e in Bulgaria, gli attacchi all’Ucraina e ai paesi baltici e, poi, i finanziamenti ai partiti estremisti europei, l’operazione Trump alla Casa Bianca e tutto il resto fossero certamente firmate dalla Russia, ma anche episodi isolati e non coordinati”.
Lo avevamo visto chiaramente anche noi, soprattutto dopo il febbraio 2014, che dietro il Boeing malese abbattuto sul Donbass c’era la mano dell’Adolfo Celi leningradese. Mica siamo così ciechi e sordi: ben vengano le sacre scritture del New York Times a confermarcelo, ma non siamo mica tanto ingenui da non aver saputo che a bruciar vivi quelle decine di anti-majdanisti alla Casa dei sindacati di Odessa non era stato il vento forte che alimentava le fiamme, come sostenevano gli sprovveduti della Procura di Kiev, bensì quella “unità d’élite, l’Unità 29155, dei servizi segreti russi con capacità comprovate di sovversione, di sabotaggio e di assassinio”, a capo della quale non c’è altri che il Dottor No che viene dal Baltico.
Si sapeva anche noi, tutto questo. Non siamo mica così ingenui; si deve però alla bibbia newyorkese se ora siamo certi che tutte “queste operazioni fanno parte di una campagna, attenzione: ancora in corso, progettata da” Christopher Lee (nel film si fa chiamare Oddjob Pu-Tin) “per destabilizzare l’Europa”.
E tutto questo è “parte integrante della guerriglia ibrida di Mosca contro l’Occidente, fatta anche di propaganda di Stato, di attacchi hacker e della vecchia cara disinformazione a colpi di fake news”, tipo quelle sugli agenti del 29155 travestiti da veterani SS che sfilano per le strade di Riga e Vilnius, per screditare quelle libere democrazie, vittime dell’aggressione portata dagli uomini di Spectre. Lo sappiamo, non “è che siano campioni d’efficacia, questi dell’unità d’èlite, ma l’attacco al mondo libero c’è, e continua”.
Tanto che quel povero miliardario del PD moldavo, Vladimir Plahotniuc, per hobby petroliere, è dovuto riparare nell'“Occidente libero”, dopo che a Kišinëv il 29155 ha imposto il proprio uomo (Igor Dodon) a Presidente e a Primo ministro la donna (Maia Sandu) del Dipartimento 29166 di Stato.
Fortuna che noi, in Italia, abbiamo le nostre difese, per contrastare la Kremlin Global Campaign to Destabilize the West.
Oggi, l’Auric Goldfinger del Golfo di Finlandia non rende radioattivo l’oro di Fort Knox; ne fa incetta per destabilizzare il dollaro, ma il suo nemico è sempre quello: il “mondo libero” (che poi, chissà cosa intendano!? Libero da chi? Libero di far che?). In ogni caso, il New York Times può stare tranquillo: a LINKIESTA lo citano correttamente.
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09/10/2019
La maldestra fascinazione di Conte per i servizi segreti
Nel bel mezzo delle polemiche che infuriano per gli incontri riservati tra servizi segreti italiani e autorità statunitensi, il premier Giuseppe Conte – come a parlare di corda in casa dell’impiccato – ha partecipato alla cerimonia per il giuramento delle nuove “barbe finte” del Sistema di Informazione per la sicurezza della Repubblica, ossia i nuovi assunti nei servizi segreti italiani.
Il Presidente del Consiglio ha avuto parole di miele per l’intelligence italiana. Secondo Conte “è il presidio della democrazia, non essendo concepibile che si muova al di fuori del controllo parlamentare e dei compiti che il Governo le assegna”. Il premier ha sottolineato poi che “l’interesse nazionale è il perno dell’azione dei servizi”. Non ha mancato di ribadire “l’ancoraggio dell’Italia alla comunità euroatlantica e a un multilateralismo avveduto, aggiornato e realmente efficiente rappresentano per il nostro Paese un punto di riferimento imprescindibile della proiezione internazionale, come pure strumento migliore per far si che le logiche cooperative si impongano e prevalgano su quelle competitive”.
Come noto, fino ad oggi ed in entrambi i suoi governi, Conte ha la delega ai servizi segreti. Una competenza che, alla luce degli incontri riservati tra servizi italiani e autorità statunitensi, getta una ombra piuttosto sconveniente sul premier. L’uso degli apparati dello Stato come fattore di “facilitazione” nelle relazioni con un governo di un altro Stato e del suo controverso presidente (Trump), indica una improvvisazione irricevibile in un ambito per sua natura delicatissimo. Mettere il naso negli affari interni di un altro paese (e di un paese peso massimo come gli Usa) per facilitarne una componente (l’attuale amministrazione), significa pregiudicarsi i rapporti in futuro qualora prevalga un altra componente (i democratici). Insomma un errore che le vecchie volpi del passato non avrebbero mai commesso.
Prima di lui, e con analoga pervicacia, era stato Renzi a “improvvisare” cercando uno stretto controllo di Palazzo Chigi sui servizi, fino a cercare di infilare uno dei suoi fedelissimi amici e supporter, Marco Carrai, ai vertici dei servizi. Una operazione che fu però stroncata dai vertici dei servizi stessi per la sua invadenza e la sua “inopportunità”. Insomma se su vicende come queste c’è qualcuno che dovrebbe tacere, questi è proprio Renzi.
Sui contatti riservati – e non potrebbe essere altrimenti – tra la nostra intelligence e il General Attorney (ossia il ministro della giustizia) degli Usa William Barr, il presidente del consiglio si è detto pronto a riferire al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.
Era agosto, quando a Palazzo Chigi è arrivata una richiesta dall’ambasciata Usa con cui le autorità statunitensi chiedevano di consentire al ministro Barr di ottenere notizie su un controverso personaggio maltese Joseph Mifsud, professore alla altrettanto controversa Link University, che Washington considera legato al Russiagate e resosi irreperibile da tempo. La Link University è una creatura di ex ministro democristiano, Vincenzo Scotti, istituita nel 1999 come filiale dell’università di Malta.
Secondo la presentazione che viene fatta è “un’Università dell’Ordinamento Universitario Italiano. Il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, con proprio Decreto del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (n. 374 del 21 settembre 2011) e previo parere favorevole dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur), ha accreditato i Corsi di Laurea”. Ma, a seguito dell’istituzione dell’Università degli Studi Link Campus University, “per assicurarne la governance da parte di soggetti giuridici non più legati all’Università di Malta, in data 1° agosto 2011 è stata costituita la Fondazione Link Campus University, soggetto promotore dell’Università; i servizi necessari al funzionamento generale dell’Ateneo e dei suoi Corsi di Laurea sono garantiti da società dedicata”.
Secondo l’inchiesta del procuratore Robert Mueller – il docente della Link University, Joseph Mifsud, avrebbe rivelato a George Papadopoulos, consigliere della campagna elettore di Trump, l’esistenza delle mail compromettenti della sua rivale Hillary Clinton.
Ad agosto il controverso personaggio diventato rilevante nella vicenda Russiagate ha fornito una deposizione audio al Procuratore John Durham. George Papadopoulos è un giovanissimo collaboratore della campagna elettorale di Trump e viene presentato da Vincenzo Scotti a Mifsud durante un master alla Link Campus. In incontri successivi Mifsud dice a Papadopoulos che il Governo russo che lui rappresenta ha del “materiale compromettente” sulla Clinton.
Secondo il giornalista investigativo statunitense John Solomon: “Mifsud era un collaboratore di vecchia data dei servizi di intelligence occidentali cui venne richiesto specificatamente dai suoi contatti alla Link University di Roma e London Center of International Law Practice (Lcilp) – due gruppi accademici legati alle diplomazie e servizi di intelligence occidentali – di incontrare Papadopoulos a pranzo a Roma a metà marzo 2016″. Solomon afferma di aver ottenuto queste informazioni direttamente dall’avvocato del professor Mifsud, Stephan Roh. L’avvocato sta cercando di dimostrare al procuratore John Durham che il suo assistito è un collaboratore dell’intelligence occidentale a cui è stato chiesto di presentare Papadopoulos ai russi. In una intervista rilasciata circa due anni fa a La Repubblica, Mifsud si limita ad ammettere che “Tutto quello che ho fatto è favorire rapporti tra fonti non ufficiali, e tra fonti ufficiali e non, per risolvere una crisi. Si fa in tutto il mondo. Ho messo in contatto think-tank con think-tank, gruppi di esperti con altri esperti”. Un linguaggio e categorie classiche di chi agisce nella zona grigia dei servizi segreti.
Di fronte alla richiesta statunitense, Conte questa estate ha autorizzato il gen.Vecchione (capo del Dipartimento Sicurezza che coordina i servizi segreti italiani) a ospitare Barr nella sede dei servizi segreti a Roma, nella nuova sede in piazza Dante. Era stato un incontro preliminare, a seguito del quale il gen. Vecchione ha poi organizzato una riunione effettiva con Barr alla presenza dei vertici di Aisi (servizi interni) e Aise (servizi per l’estero) cioè il prefetto Mario Parente e il generale Luciano Carta.
Adesso Conte dovrà riferire al Copasir, affidato al leghista Raffaele Volpi (ex sottosegretario alla Difesa durante il primo governo Conte). Difficile prevedere se vorrà o saprà rendere più trasparente la zona grigia – o meglio ancora il verminaio – in cui tutta questa vicenda appare ben avviluppata.
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25/07/2019
Il governo dentro una “tempesta perfetta”
Nel bellissimo film la Tempesta Perfetta, nonostante l’equipaggio del peschereccio avesse fatto al meglio tutto quello che poteva fare per uscirne vivo, l’onda finale era troppo alta, al punto che la nave viene ribaltata, portando a fondo tutti.
L’impressione che si ricava dopo la tumultuosa giornata di ieri nelle aule istituzionali, è che l’onda che si è abbattuta sul governo questa volta sia veramente troppo alta per uscirne malconci, ma indenni. Anche perché “l’equipaggio”, in questo caso, non è mai apparso all’altezza dei problemi e strutturalmente diviso in tre (Lega, Cinque Stelle e “garanti verso la UE”).
Il combinato disposto tra l’impennata decisionista del premier Conte sull’agenda politica (il Si al Tav e l’assunzione in prima persona dell’informativa al Senato sul Russiagate che inguaia la Lega), ha fatto saltare tutti i precari equilibri tenuti in piedi fino ad ora.
La diserzione di Salvini e quella dei parlamentari del M5S in aula, al momento del dibattito aperto da Conte sui finanziamenti russi alla Lega, hanno così creato una distanza pesante tra il premier e la sua maggioranza di governo.
La risposta di Salvini oggi alle parole pronunciate da Conte al Senato è tagliente: “Mi interessano meno di zero. Io finché posso far le cose sto al governo”. Lo stesso Salvini sull’altro capitolo divisivo – il Tav in Val Susa – ha espresso parole che incombono non solo sul clima politico ma anche su quello dei prossimi giorni in Val Susa, dove già per sabato prossimo è stata annunciata una manifestazione No Tav a Chiomonte: “Speriamo non ci siano episodi di violenza. Se ci fossero verranno perseguiti come la legge prevede. Non ammetteremo violenze nei confronti di poliziotti e carabinieri, ce ne sono già state abbastanza”.
Una minaccia esplicita, tanto più che sempre ieri il governo morente si è invece compattato sbirrescamente approvando in via definitiva il “decreto sicurezza bis”.
Dal canto suo è dovuto scendere in campo Luigi Di Maio in persona a precisare la piena fiducia nel premier e il rispetto, che tutto il Movimento, nutre per il capo del governo.
Mentre nel M5S infuria la bufera, Conte ha dato l’impressione di volersi giocare la partita anche per conto proprio. Al Senato ha infatti annunciato che tornerebbe in Parlamento in caso di una cessazione anticipata del suo incarico. Una sorte di laccio lanciato a tutte le forze politiche sulla necessità/possibilità di un governo da mandare avanti anche con una maggioranza diversa da quella attuale, in nome della ragion di Stato (la Legge di Stabilità da presentare a Bruxelles e da far ingoiare alla popolazione).
Non è difficile scorgere dietro questa affermazione la “manina” del Quirinale (e dei gruppi d’affari sincronizzati con la Commissione Europea), i quali non smaniano per una crisi di governo quanto per un esecutivo che prosegua il lavoro sporco, a cominciare dall’approvazione del Tav fino ai conti pubblici.
Perché è sicuramente vero che i grillini sono disposti a sopportare di tutto pur di non far cadere il governo e tornare al voto. È altrettanto vero che Salvini vorrebbe invece il voto anticipato ma non è per nulla certo di ottenerlo (e un qualsiasi altro governo, anche “tecnico”, gli toglierebbe il potere di decidere l’agenda politica sui media e, quindi, il surplus di esposizione che lo gonfia nei sondaggi), e dunque esita a sancire la fine dell’esecutivo.
Ma non è detto che non sia il “terzo governo” – quello dei garanti europei: Conte, Tria, Moavero Milanesi, Trenta – a sparigliare i giochi.
L’onda che si è sollevata si sta rivelando molto alta per tutti.
Fonte
L’impressione che si ricava dopo la tumultuosa giornata di ieri nelle aule istituzionali, è che l’onda che si è abbattuta sul governo questa volta sia veramente troppo alta per uscirne malconci, ma indenni. Anche perché “l’equipaggio”, in questo caso, non è mai apparso all’altezza dei problemi e strutturalmente diviso in tre (Lega, Cinque Stelle e “garanti verso la UE”).
Il combinato disposto tra l’impennata decisionista del premier Conte sull’agenda politica (il Si al Tav e l’assunzione in prima persona dell’informativa al Senato sul Russiagate che inguaia la Lega), ha fatto saltare tutti i precari equilibri tenuti in piedi fino ad ora.
La diserzione di Salvini e quella dei parlamentari del M5S in aula, al momento del dibattito aperto da Conte sui finanziamenti russi alla Lega, hanno così creato una distanza pesante tra il premier e la sua maggioranza di governo.
La risposta di Salvini oggi alle parole pronunciate da Conte al Senato è tagliente: “Mi interessano meno di zero. Io finché posso far le cose sto al governo”. Lo stesso Salvini sull’altro capitolo divisivo – il Tav in Val Susa – ha espresso parole che incombono non solo sul clima politico ma anche su quello dei prossimi giorni in Val Susa, dove già per sabato prossimo è stata annunciata una manifestazione No Tav a Chiomonte: “Speriamo non ci siano episodi di violenza. Se ci fossero verranno perseguiti come la legge prevede. Non ammetteremo violenze nei confronti di poliziotti e carabinieri, ce ne sono già state abbastanza”.
Una minaccia esplicita, tanto più che sempre ieri il governo morente si è invece compattato sbirrescamente approvando in via definitiva il “decreto sicurezza bis”.
Dal canto suo è dovuto scendere in campo Luigi Di Maio in persona a precisare la piena fiducia nel premier e il rispetto, che tutto il Movimento, nutre per il capo del governo.
Mentre nel M5S infuria la bufera, Conte ha dato l’impressione di volersi giocare la partita anche per conto proprio. Al Senato ha infatti annunciato che tornerebbe in Parlamento in caso di una cessazione anticipata del suo incarico. Una sorte di laccio lanciato a tutte le forze politiche sulla necessità/possibilità di un governo da mandare avanti anche con una maggioranza diversa da quella attuale, in nome della ragion di Stato (la Legge di Stabilità da presentare a Bruxelles e da far ingoiare alla popolazione).
Non è difficile scorgere dietro questa affermazione la “manina” del Quirinale (e dei gruppi d’affari sincronizzati con la Commissione Europea), i quali non smaniano per una crisi di governo quanto per un esecutivo che prosegua il lavoro sporco, a cominciare dall’approvazione del Tav fino ai conti pubblici.
Perché è sicuramente vero che i grillini sono disposti a sopportare di tutto pur di non far cadere il governo e tornare al voto. È altrettanto vero che Salvini vorrebbe invece il voto anticipato ma non è per nulla certo di ottenerlo (e un qualsiasi altro governo, anche “tecnico”, gli toglierebbe il potere di decidere l’agenda politica sui media e, quindi, il surplus di esposizione che lo gonfia nei sondaggi), e dunque esita a sancire la fine dell’esecutivo.
Ma non è detto che non sia il “terzo governo” – quello dei garanti europei: Conte, Tria, Moavero Milanesi, Trenta – a sparigliare i giochi.
L’onda che si è sollevata si sta rivelando molto alta per tutti.
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19/07/2019
Crisi di governo? Quale governo?
E finalmente arrivò la crisi... Il governo gialloverde è al capolinea, si tratta solo di attendere la manovra per parcheggiare, che potrebbe anche prendersi tutto il mese di agosto.
Come facciamo sempre, prescindiamo volentieri da dichiarazioni e sondaggi. Perché prendere sul serio le parole di un qualsiasi politicante della Terza Repubblica sarebbe da scemi (tutto il sistema mediatico mainstream fa solo questo), e anche i sondaggi mantengono in genere meno di quanto promettono.
Vediamo dunque i fatti.
I tre governi in uno non riescono più a marciare insieme. Uniti non sono mai stati, ma adesso le strade da percorrere sono decisamente diverse. Tanto che non sono più tre, ma due virgola qualcosa, con i Cinque Stelle ricondotti all’ovile e non più “antisistema”.
Il passaggio determinante, non per caso, è avvenuto nel rapporto con l’Unione Europea. La formazione del nuovo “governo” continentale sta avvenendo con frenetiche manovre diplomatiche tra stati nazionali e “famiglie politiche”, ma senza più il baricentro fisso formato dall’asse franco-tedesco e dalla grosse koalition popolari-socialdemocratici.
Il primo, nonostante il Trattato di Aquisgrana, si è parzialmente sfasciato con la bocciatura di Timmermans e la candidatura della tedesca Ursula Von der Leyen, voluta paradossalmente da Macron e non dalla Merkel. Il che ha consentito la scelta della francese Lagarde per la presidenza della Bce, dove invece la Germania avrebbe preferito il superfalco dell’austerità, Jens Weidmann.
Il Parlamento di Strasburgo ha approvato la nomina per il rotto della cuffia (9 voti) e solo grazie al concorso di 24 ultranazionalisti polacchi e 16 grillini italici. Nonostante il Parlamento europeo sia un guscio vuoto di potere (può solo approvare o rigettare le proposte della Commissione), il passaggio delle nomine ai vertici della UE è l’unico momento in cui conta qualcosa.
Per raggiungere questo misero risultato – la nomina di una presidente di Commissione “di riserva”, debole in patria e ancor più nella UE – sono andate in crisi tutte le “famiglie politiche” continentali. I Verdi non sono stati accettati nella “maggioranza” (le frasette “ambientaliste” della Von der Leyen non potevano certo sostituire un chiaro accordo programmatico su quei temi), i socialdemocratici si sono divisi (dopo la bocciatura di Timmermans), i popolari anche. E quindi sono serviti i voti degli ultranazionalisti polacchi e ungheresi (Orbàn è ufficialmente nel Partito Popolare Europeo), teoricamente alleati della Lega sulla questione dell’immigrazione, oltre a quelli dei Cinque Stelle.
I quali, con questa scelta, hanno completato la “democristianizzazione” voluta dal duo Di Maio-Casaleggio junior. I “tre governi” sono perciò diventati due e un pezzetto, peraltro in via di rapido rientro nell’alveo delle formazioni “europeiste” (stanno confluendo nel gruppo dei “liberali” capeggiato dal movimento di Macron, dopo aver goffamente cercato un’interlocuzione con dei sedicenti Gilet Gialli...).
Come giustamente lamenta il povero premier Giuseppe Conte, se vuoi avere un “commissario economico di peso”, dopo aver perso tutte le poltrone più importanti (Davide Sassoli, nuovo presidente del Parlamento al posto di Tajani, è comunque del Pd), dovevi per forza votare la Von der Leyen.
Non sappiamo se la Lega abbia davvero prima detto “ok” e poi abbia fatto il contrario (è credibile, diciamo, visto quel che fa da anni...), ma il risultato è comunque un disastro per il governo italiano. Sconfessato davanti ai partner continentali e fratturato all’interno.
Non siamo complottisti o dietrologi, ma la coincidenza temporale con l’esplosione del RussiaGate ha comunque di fatto smontato qualsiasi possibilità per Salvini di far coincidere conquista di un Commissario europeo (Giancarlo Giorgetti), crisi di governo e nuove elezioni con il vento in poppa.
I passaggi concreti stanno lì a dimostrarlo. Giorgetti è già salito al Quirinale, ieri sera, per comunicare a Mattarella il suo ritiro come candidato (prassi inconsueta, ma nello scasso istituzionale ormai dilagante nessuno sembra farci più caso, a partire dallo stesso Mattarella). I Cinque Stelle e il “governo europeista” (Conte, Tria, Moavero Milanesi, Trenta) sono ormai indistinguibili. E Salvini deve rinviare l’apertura ufficiale della crisi di governo, dopo aver annunciato anche la sua “salita al Quirinale”, perché non ha alcuna certezza di poter andare subito ad elezioni e capitalizzare il patrimonio assegnatogli dai sondaggi.
Quel che resta della prassi costituzionale di gestione delle crisi di governo, infatti, assegna al Presidente della Repubblica il compito di condurre consultazioni tra i partiti, verificare la possibilità di maggioranza alternative e tener d’occhio il calendario degli impegni europei (c’è da presentare una “legge di stabilità” entro il 31 dicembre, concordata punto per punto con la nuova Commissione).
Lasciate perdere le dichiarazioni baldanzose di tutti i gruppi parlamentari, secondo cui “dopo questo governo ci sono solo le elezioni”. Sappiamo tutti benissimo, dopo almeno tre decenni di esperienza, che l’ombra del “governo tecnico” si allunga sul paese proprio in situazioni del genere. E ricordiamo bene come – appena tredici mesi fa – Mattarella avesse già conferito l’incarico a Carlo “mani di forbice” Cottarelli, visto che Lega e M5S facevano fatica a concordare un programma comune.
Niente, dunque, impedisce di riproporre quello schema, ovviamente temporaneo (da qui alla primavera).
Rispetto a tredici mesi fa, però, c’è addirittura qualche ragione in più, che torna conveniente per tutte le formazioni politiche tranne la Lega.
La straordinaria crescita di consensi intorno alle cazzate fasciorazziste dei leghisti è esplosa soprattutto nell’ultimo anno. Il passaggio dal 17% del 4 marzo al 34% delle elezioni europee è dipeso moltissimo dall’uso fatto del ministero dell’interno, trasformato in macchina operativa e di propaganda al servizio esclusivo di Matteo Salvini. Con la consueta complicità ebete del sistema mediatico mainstream (soprattutto da quello che dice d’essere “d’opposizione democratica”). Mesi passati da un allarme all’altro (“attentato, mi vogliono ammazzare!“), da un “nemico” inventato all’altro, da uno sgombero criminale all’altro...
Una decina di mesi di “governo tecnico”, con un ministro dell’interno diverso, spunterebbero drasticamente le ali al “fenomeno”. Anche se il RussiaGate dovesse svilupparsi lungo sentieri meno pericolosi per il “capitano”.
Ma c’è da dubitarne, vedendo i “mi appello alla facoltà di non rispondere” dei primi indagati sull’incontro del Metropol. Per chi ha una qualche esperienza di inchieste giudiziarie reali (per come avvengono, non per quello che c’è scritto sul codice di procedura penale), una cosa è abbastanza chiara: quella “linea difensiva” regge finché un qualsiasi spillo non buca il palloncino dell’omertà. Poi, a seconda di come esplode, ognun per sé...
A ben pensarci è lo stesso problema presentato dalla “linea propagandistica” di Salvini su questo punto (“tutte balle”, “non rispondo a fantasie”, ecc). Non può rispondere a nulla perché, se accetta di affrontare anche solo una contestazione precisa, entra nel gorgo e non ne esce più...
Un semplice cane avvertirebbe l’odore dell’adrenalina provenire dall'“altro Matteo”. Ma l’adrenalina in eccesso viene prodotta in due casi: quando stai per attaccare o quando sei preso dalla paura. Un cane, insomma, rimane in dubbio. A noi, umani medi, sembra più paura che altro, adesso...
Fonte
Come facciamo sempre, prescindiamo volentieri da dichiarazioni e sondaggi. Perché prendere sul serio le parole di un qualsiasi politicante della Terza Repubblica sarebbe da scemi (tutto il sistema mediatico mainstream fa solo questo), e anche i sondaggi mantengono in genere meno di quanto promettono.
Vediamo dunque i fatti.
I tre governi in uno non riescono più a marciare insieme. Uniti non sono mai stati, ma adesso le strade da percorrere sono decisamente diverse. Tanto che non sono più tre, ma due virgola qualcosa, con i Cinque Stelle ricondotti all’ovile e non più “antisistema”.
Il passaggio determinante, non per caso, è avvenuto nel rapporto con l’Unione Europea. La formazione del nuovo “governo” continentale sta avvenendo con frenetiche manovre diplomatiche tra stati nazionali e “famiglie politiche”, ma senza più il baricentro fisso formato dall’asse franco-tedesco e dalla grosse koalition popolari-socialdemocratici.
Il primo, nonostante il Trattato di Aquisgrana, si è parzialmente sfasciato con la bocciatura di Timmermans e la candidatura della tedesca Ursula Von der Leyen, voluta paradossalmente da Macron e non dalla Merkel. Il che ha consentito la scelta della francese Lagarde per la presidenza della Bce, dove invece la Germania avrebbe preferito il superfalco dell’austerità, Jens Weidmann.
Il Parlamento di Strasburgo ha approvato la nomina per il rotto della cuffia (9 voti) e solo grazie al concorso di 24 ultranazionalisti polacchi e 16 grillini italici. Nonostante il Parlamento europeo sia un guscio vuoto di potere (può solo approvare o rigettare le proposte della Commissione), il passaggio delle nomine ai vertici della UE è l’unico momento in cui conta qualcosa.
Per raggiungere questo misero risultato – la nomina di una presidente di Commissione “di riserva”, debole in patria e ancor più nella UE – sono andate in crisi tutte le “famiglie politiche” continentali. I Verdi non sono stati accettati nella “maggioranza” (le frasette “ambientaliste” della Von der Leyen non potevano certo sostituire un chiaro accordo programmatico su quei temi), i socialdemocratici si sono divisi (dopo la bocciatura di Timmermans), i popolari anche. E quindi sono serviti i voti degli ultranazionalisti polacchi e ungheresi (Orbàn è ufficialmente nel Partito Popolare Europeo), teoricamente alleati della Lega sulla questione dell’immigrazione, oltre a quelli dei Cinque Stelle.
I quali, con questa scelta, hanno completato la “democristianizzazione” voluta dal duo Di Maio-Casaleggio junior. I “tre governi” sono perciò diventati due e un pezzetto, peraltro in via di rapido rientro nell’alveo delle formazioni “europeiste” (stanno confluendo nel gruppo dei “liberali” capeggiato dal movimento di Macron, dopo aver goffamente cercato un’interlocuzione con dei sedicenti Gilet Gialli...).
Come giustamente lamenta il povero premier Giuseppe Conte, se vuoi avere un “commissario economico di peso”, dopo aver perso tutte le poltrone più importanti (Davide Sassoli, nuovo presidente del Parlamento al posto di Tajani, è comunque del Pd), dovevi per forza votare la Von der Leyen.
Non sappiamo se la Lega abbia davvero prima detto “ok” e poi abbia fatto il contrario (è credibile, diciamo, visto quel che fa da anni...), ma il risultato è comunque un disastro per il governo italiano. Sconfessato davanti ai partner continentali e fratturato all’interno.
Non siamo complottisti o dietrologi, ma la coincidenza temporale con l’esplosione del RussiaGate ha comunque di fatto smontato qualsiasi possibilità per Salvini di far coincidere conquista di un Commissario europeo (Giancarlo Giorgetti), crisi di governo e nuove elezioni con il vento in poppa.
I passaggi concreti stanno lì a dimostrarlo. Giorgetti è già salito al Quirinale, ieri sera, per comunicare a Mattarella il suo ritiro come candidato (prassi inconsueta, ma nello scasso istituzionale ormai dilagante nessuno sembra farci più caso, a partire dallo stesso Mattarella). I Cinque Stelle e il “governo europeista” (Conte, Tria, Moavero Milanesi, Trenta) sono ormai indistinguibili. E Salvini deve rinviare l’apertura ufficiale della crisi di governo, dopo aver annunciato anche la sua “salita al Quirinale”, perché non ha alcuna certezza di poter andare subito ad elezioni e capitalizzare il patrimonio assegnatogli dai sondaggi.
Quel che resta della prassi costituzionale di gestione delle crisi di governo, infatti, assegna al Presidente della Repubblica il compito di condurre consultazioni tra i partiti, verificare la possibilità di maggioranza alternative e tener d’occhio il calendario degli impegni europei (c’è da presentare una “legge di stabilità” entro il 31 dicembre, concordata punto per punto con la nuova Commissione).
Lasciate perdere le dichiarazioni baldanzose di tutti i gruppi parlamentari, secondo cui “dopo questo governo ci sono solo le elezioni”. Sappiamo tutti benissimo, dopo almeno tre decenni di esperienza, che l’ombra del “governo tecnico” si allunga sul paese proprio in situazioni del genere. E ricordiamo bene come – appena tredici mesi fa – Mattarella avesse già conferito l’incarico a Carlo “mani di forbice” Cottarelli, visto che Lega e M5S facevano fatica a concordare un programma comune.
Niente, dunque, impedisce di riproporre quello schema, ovviamente temporaneo (da qui alla primavera).
Rispetto a tredici mesi fa, però, c’è addirittura qualche ragione in più, che torna conveniente per tutte le formazioni politiche tranne la Lega.
La straordinaria crescita di consensi intorno alle cazzate fasciorazziste dei leghisti è esplosa soprattutto nell’ultimo anno. Il passaggio dal 17% del 4 marzo al 34% delle elezioni europee è dipeso moltissimo dall’uso fatto del ministero dell’interno, trasformato in macchina operativa e di propaganda al servizio esclusivo di Matteo Salvini. Con la consueta complicità ebete del sistema mediatico mainstream (soprattutto da quello che dice d’essere “d’opposizione democratica”). Mesi passati da un allarme all’altro (“attentato, mi vogliono ammazzare!“), da un “nemico” inventato all’altro, da uno sgombero criminale all’altro...
Una decina di mesi di “governo tecnico”, con un ministro dell’interno diverso, spunterebbero drasticamente le ali al “fenomeno”. Anche se il RussiaGate dovesse svilupparsi lungo sentieri meno pericolosi per il “capitano”.
Ma c’è da dubitarne, vedendo i “mi appello alla facoltà di non rispondere” dei primi indagati sull’incontro del Metropol. Per chi ha una qualche esperienza di inchieste giudiziarie reali (per come avvengono, non per quello che c’è scritto sul codice di procedura penale), una cosa è abbastanza chiara: quella “linea difensiva” regge finché un qualsiasi spillo non buca il palloncino dell’omertà. Poi, a seconda di come esplode, ognun per sé...
A ben pensarci è lo stesso problema presentato dalla “linea propagandistica” di Salvini su questo punto (“tutte balle”, “non rispondo a fantasie”, ecc). Non può rispondere a nulla perché, se accetta di affrontare anche solo una contestazione precisa, entra nel gorgo e non ne esce più...
Un semplice cane avvertirebbe l’odore dell’adrenalina provenire dall'“altro Matteo”. Ma l’adrenalina in eccesso viene prodotta in due casi: quando stai per attaccare o quando sei preso dalla paura. Un cane, insomma, rimane in dubbio. A noi, umani medi, sembra più paura che altro, adesso...
Fonte
17/07/2019
Ora tutto traballa, pure Salvini
Il governo “prendi tre e paghi uno” si è infilato in una brutta strettoia, tanto da presentarsi chiaramente differenziato nelle tre parti costitutive: Lega, Cinque Stelle, “garanti” verso l’Unione Europea (Conte, Tria, Moavero Milanesi, Trenta, nei ruoli chiave di presidenza del consiglio, economia, esteri e difesa).
A determinare il potenziale sfascio dell’esecutivo concorrono moltissimi fattori, che proviamo sommariamente a riassumere così, tralasciandone altri di importanza minore:
a) il raddoppio dei voti alla Lega, alle ultime europee, ha rovesciato i rapporti di forza del 4 marzo e “convinto” il vertice del Carroccio di poter dettare ormai esplicitamente l’agenda di governo; al punto da convocare direttamente le parti sociali per presentare un “programma” che non è quello del governo nel suo insieme;
b) la dura manovra da preparare per il prossimo anno, sotto il ferreo controllo della Commissione Europea; per la quale esistono risorse straordinarie impreviste (da fatturazione elettronica, crescita delle esportazioni, crollo dello spread e quindi degli interessi da pagare sui titoli di stato, ecc.), ma che saranno solo una frazione dell’importo preteso dalla Ue;
c) il RussiaGate che coinvolge direttamente Salvini e i suoi uomini più fidati, e che ovviamente stimola il tentativo di riscossa dei molti soggetti “compressi” dalla sua bulimica presenza (Cinque Stelle, Pd, lo stesso Berlusconi e persino la macchietta di Fratelli d’Italia).
Il centro gravitazionale di questa massa di problemi è apparentemente una figura sola – Matteo Salvini, appunto – su cui convergono scontro istituzionale, conflitto sociale e competizione geopolitica internazionale. Troppa grazia, santantonio...
Per fare un briciolo di valutazione obiettiva sarà meglio lasciar da parte i sondaggi – che danno questa figura in continua ascesa – sapendo che funzionano esattamente come le borse: “salgono e scendono”, secondo la definizione di uno che se ne intendeva, come l’Avvocato, Giovanni Agnelli.
La “scorrettezza istituzionale” di convocare imprese e sindacati al Viminale (ministero di polizia, senza alcuna competenza economica) per presentare il programma di governo della Lega è di una violenza tale da aver colpito persino l’accomodante per definizione, lo pseudo-premier Giuseppe Conte. Un vice-primo ministro, va da sé, può fare le funzioni del premier solo su incarico di quest’ultimo (ad esempio perché impegnato all’estero), non in competizione.
Specie se, perché fosse chiara la sfida, ci si porta a fianco Armando Siri, da pochissimo estromesso dal governo perché indagato in una pessima storia di “emendamenti” presentati in nome e per conto di un imprenditore dell’eolico legato al boss mafioso latitante Matteo Messina Denaro (non male per un ministro di polizia, vero?). Sorvolando poi sulla condanna definitiva per bancarorrata fraudolenta (“patteggiata”, ossia con riconoscimento della colpevolezza).
Capiamo benissimo che il mondo delle imprese, Cisl e Uil siano da tempo assuefatti alle manovra più immonde, ma che persino Maurizio Landini (uno dei tanti temporanei “eroi” da cui doveva “ripartire la sinistra”) non abbia trovato nulla di strano nel vedersi convocato in un ministero “non competente” per farsi spiegare la flat tax da uno che potrebbe presto finire nelle patrie galere, ci sembra gravissimo.
La spiegazione fornita poi in serata, su La7, è stata forse anche peggio, quando ha ricordato che da segretario Fiom aveva già incontrato un ministro dell’interno (Alfano, chi se lo ricorda?). Come se non capisse la differenza tra il protestare con il ministro di polizia dopo che ha manganellato te e i tuoi operai (quelli delle acciaierie di Terni, nell’ottobre 2014), e l’accettazione dell’invito a discutere della prossima manovra finanziaria, la cui competenza esclusiva è in capo al presidente del consiglio e al ministro dell’economia.
Salvini sta scassando intenzionalmente l’architettura istituzionale e la separazione di poteri e competenze (vuole per esempio “riformare la magistratura” per sottoporla più chiaramente al potere esecutivo), dunque non stupisce che continui a farlo. Stupisce – diciamo così – invece che le sue violenze istituzionali vengano avallate, senza obiezioni, da chi dice di rappresentare “l’opposizione sociale e politica” a un ministro fasciorazzista.
Ma è sul RussiaGate che al momento sembra giocarsi la vita o la morte dell’astro ascendente della destra leghista.
E qui è il caso di puntare solo agli elementi chiari, che vanno emergendo da un profluvio di informazioni e prese di posizione che rischiano di nascondere più di quanto rivelino.
Schematizziamo, dunque, per evidenziare le cose rilevanti.
a) Ieri i magistrati di Milano hanno interrogato il fin qui unico “attenzionato”, l’ormai celebre Gianluca Savoini, fondatore e presidente dell’Associazione LombardiaRussia, con sede nel quartier generale del Carroccio di via Bellerio. Si è “avvalso della facoltà di non rispondere”, prevista dal codice, spiegando poi che “Considerato che ad oggi siamo di fronte ad un’inchiesta giornalistica trasferita in sede penale, preferiamo aspettare il deposito degli atti da parte della Procura per confrontarci su una base concreta“.
Traduciamo dal giuridichese: l’inchiesta giudiziaria è stata aperta in base a notizie di stampa, per diventare concreta necessita di dichiarazioni di protagonisti e testimoni, oltre che di prove (l’audio della conversazione al Metropole di Mosca, che va comunque “spiegato”, come ogni conversazione non in sede e forme ufficiali). Savoini ha insomma deciso di non fornire alcun riscontro agli inquirenti.
È un suo diritto, come “attenzionato”. Fanno così tutti quelli che, colpevoli o innocenti, conoscono bene passaggi e rischi di ogni interrogatorio, quando – come dicono nei film Usa, ma non in Italia – il poliziotto ti avverte che “ogni che cosa che dirà potrà essere usata contro di lei”. Da minimamente esperti in fatto di fermi, arresti, interrogatori, però, sappiamo bene che questa pratica difensiva è utilizzata soprattutto da colpevoli che sapevano di commettere un reato o da innocenti che conoscono per altri motivi il codice di procedura penale (avvocati o magistrati, insomma).
Come ha ben spiegato l’orrido Borghezio, Savoini è “un soldato della Lega”, un fedelissimo che agisce nell’ombra (“l’imbucato speciale”, l’ha definito qualcuno) per risolvere problemi scabrosi. E, finché è possibile, da un “soldato” ci si attende che non inguai il suo “capitano”.
b) Peccato che a farlo – giornalisticamente, per ora – sia un altro imprenditore di casa a Mosca, ossia l‘ex vicepresidente di Confindustria Russia, Fabrizio Candoni. Che in due interviste ha spiegato di essere stato con Salvini a Mosca il giorno prima dell’ormai famoso incontro al Metropol, che risale al 18 ottobre, e di avergli anche sconsigliato di partecipare all’incontro incriminato del Metropole.
Se fosse stato presente, insomma, per Salvini sarebbe stato più complicata la difesa fin qui adottata (“non ne so niente, non c’entro niente”).
c) La tenuta di questa linea difensiva dipende dai prossimi interrogatori che farà la magistratura milanese, a cominciare dall’avvocato internazionalista (nel senso di “affari inter-nazionali”) Gianluca Meranda. Che si definisce simpatizzante leghista, dunque interessato sia dal punto di vista professionale (i futuri clienti potrebbero non apprezzare un “avvocato che se la canta” sugli affari che tratta), sia da quello politico a fare anche lui scena muta.
d) È comunque “singolare” un ministro di polizia che non sa mai niente. Non sai chi viene a cena con te (anche se sta alla tua tavola per anni). Non sai che il capo della curva che ti prende sottobraccio è stato condannato per spaccio di droga (destino comune a molti capi delle curve, peraltro...). Non sai che fine hanno fatto i 49 milioni presi dalla Lega senza averne titolo (la prima risposta che hai dato – “ormai sono stati spesi” – è degna di un Lallo lo Zoppo o un Vallanzasca tempi d’oro). Non sai che coloro i quali ti organizzano un comizio in zone mafiose sono, ma guarda un po’, degli esponenti della mala locale. Non sai che il tuo ex portavoce (Savoini), ora presidente di una associazione nell’appartamento a fianco alla sede centrale del tuo partito, tiene incontri cui sei stato “sconsigliato” di presenziare...
Ma che razza di ministro di polizia sei? Non disponi, come tutti i tuoi predecessori, di informazioni cui non possono accedere né i comuni cittadini e neppure i giornalisti? O non leggi i dossier che ti portano sul tavolo? Hai letto solo quelli sulle navi Ong o sulle occupazioni abitative?
Se li hai letti, o te li sei fatti almeno riassumere, allora stai mentendo.
Il che ha una sua logica, perfettamente coerente con lo scasso istituzionale che vai producendo. Quello che peserà come un macigno sul futuro politico di questo paese, rendendo possibile a qualcun altro di “riassumere in una sola figura” tutte le contraddizioni che oggi si presentano come problemi insolubili.
Perché un’ultima cosa è davvero chiara. La partita che è stata aperta sul RussiaGate è uno scontro geopolitico internazionale. Prematuro, e forse persino inutile (dal nostro punto di vista), chiedersi “chi c’è dietro?”. Qualcuno c’è di sicuro, e molto potente. Pensare che quanto emerso finora sia tutto quello che poteva esser buttato sul tavolo è piuttosto ingenuo. Questa storia andrà avanti, magari sarà affiancata da altre.
Ma se nemici potenti sono decisi a farti fuori, o a ricondurti all’ovile come un agnellino, non c’è sondaggio che ti possa tenere a galla...
Fonte
A determinare il potenziale sfascio dell’esecutivo concorrono moltissimi fattori, che proviamo sommariamente a riassumere così, tralasciandone altri di importanza minore:
a) il raddoppio dei voti alla Lega, alle ultime europee, ha rovesciato i rapporti di forza del 4 marzo e “convinto” il vertice del Carroccio di poter dettare ormai esplicitamente l’agenda di governo; al punto da convocare direttamente le parti sociali per presentare un “programma” che non è quello del governo nel suo insieme;
b) la dura manovra da preparare per il prossimo anno, sotto il ferreo controllo della Commissione Europea; per la quale esistono risorse straordinarie impreviste (da fatturazione elettronica, crescita delle esportazioni, crollo dello spread e quindi degli interessi da pagare sui titoli di stato, ecc.), ma che saranno solo una frazione dell’importo preteso dalla Ue;
c) il RussiaGate che coinvolge direttamente Salvini e i suoi uomini più fidati, e che ovviamente stimola il tentativo di riscossa dei molti soggetti “compressi” dalla sua bulimica presenza (Cinque Stelle, Pd, lo stesso Berlusconi e persino la macchietta di Fratelli d’Italia).
Il centro gravitazionale di questa massa di problemi è apparentemente una figura sola – Matteo Salvini, appunto – su cui convergono scontro istituzionale, conflitto sociale e competizione geopolitica internazionale. Troppa grazia, santantonio...
Per fare un briciolo di valutazione obiettiva sarà meglio lasciar da parte i sondaggi – che danno questa figura in continua ascesa – sapendo che funzionano esattamente come le borse: “salgono e scendono”, secondo la definizione di uno che se ne intendeva, come l’Avvocato, Giovanni Agnelli.
La “scorrettezza istituzionale” di convocare imprese e sindacati al Viminale (ministero di polizia, senza alcuna competenza economica) per presentare il programma di governo della Lega è di una violenza tale da aver colpito persino l’accomodante per definizione, lo pseudo-premier Giuseppe Conte. Un vice-primo ministro, va da sé, può fare le funzioni del premier solo su incarico di quest’ultimo (ad esempio perché impegnato all’estero), non in competizione.
Specie se, perché fosse chiara la sfida, ci si porta a fianco Armando Siri, da pochissimo estromesso dal governo perché indagato in una pessima storia di “emendamenti” presentati in nome e per conto di un imprenditore dell’eolico legato al boss mafioso latitante Matteo Messina Denaro (non male per un ministro di polizia, vero?). Sorvolando poi sulla condanna definitiva per bancarorrata fraudolenta (“patteggiata”, ossia con riconoscimento della colpevolezza).
Capiamo benissimo che il mondo delle imprese, Cisl e Uil siano da tempo assuefatti alle manovra più immonde, ma che persino Maurizio Landini (uno dei tanti temporanei “eroi” da cui doveva “ripartire la sinistra”) non abbia trovato nulla di strano nel vedersi convocato in un ministero “non competente” per farsi spiegare la flat tax da uno che potrebbe presto finire nelle patrie galere, ci sembra gravissimo.
La spiegazione fornita poi in serata, su La7, è stata forse anche peggio, quando ha ricordato che da segretario Fiom aveva già incontrato un ministro dell’interno (Alfano, chi se lo ricorda?). Come se non capisse la differenza tra il protestare con il ministro di polizia dopo che ha manganellato te e i tuoi operai (quelli delle acciaierie di Terni, nell’ottobre 2014), e l’accettazione dell’invito a discutere della prossima manovra finanziaria, la cui competenza esclusiva è in capo al presidente del consiglio e al ministro dell’economia.
Salvini sta scassando intenzionalmente l’architettura istituzionale e la separazione di poteri e competenze (vuole per esempio “riformare la magistratura” per sottoporla più chiaramente al potere esecutivo), dunque non stupisce che continui a farlo. Stupisce – diciamo così – invece che le sue violenze istituzionali vengano avallate, senza obiezioni, da chi dice di rappresentare “l’opposizione sociale e politica” a un ministro fasciorazzista.
Ma è sul RussiaGate che al momento sembra giocarsi la vita o la morte dell’astro ascendente della destra leghista.
E qui è il caso di puntare solo agli elementi chiari, che vanno emergendo da un profluvio di informazioni e prese di posizione che rischiano di nascondere più di quanto rivelino.
Schematizziamo, dunque, per evidenziare le cose rilevanti.
a) Ieri i magistrati di Milano hanno interrogato il fin qui unico “attenzionato”, l’ormai celebre Gianluca Savoini, fondatore e presidente dell’Associazione LombardiaRussia, con sede nel quartier generale del Carroccio di via Bellerio. Si è “avvalso della facoltà di non rispondere”, prevista dal codice, spiegando poi che “Considerato che ad oggi siamo di fronte ad un’inchiesta giornalistica trasferita in sede penale, preferiamo aspettare il deposito degli atti da parte della Procura per confrontarci su una base concreta“.
Traduciamo dal giuridichese: l’inchiesta giudiziaria è stata aperta in base a notizie di stampa, per diventare concreta necessita di dichiarazioni di protagonisti e testimoni, oltre che di prove (l’audio della conversazione al Metropole di Mosca, che va comunque “spiegato”, come ogni conversazione non in sede e forme ufficiali). Savoini ha insomma deciso di non fornire alcun riscontro agli inquirenti.
È un suo diritto, come “attenzionato”. Fanno così tutti quelli che, colpevoli o innocenti, conoscono bene passaggi e rischi di ogni interrogatorio, quando – come dicono nei film Usa, ma non in Italia – il poliziotto ti avverte che “ogni che cosa che dirà potrà essere usata contro di lei”. Da minimamente esperti in fatto di fermi, arresti, interrogatori, però, sappiamo bene che questa pratica difensiva è utilizzata soprattutto da colpevoli che sapevano di commettere un reato o da innocenti che conoscono per altri motivi il codice di procedura penale (avvocati o magistrati, insomma).
Come ha ben spiegato l’orrido Borghezio, Savoini è “un soldato della Lega”, un fedelissimo che agisce nell’ombra (“l’imbucato speciale”, l’ha definito qualcuno) per risolvere problemi scabrosi. E, finché è possibile, da un “soldato” ci si attende che non inguai il suo “capitano”.
b) Peccato che a farlo – giornalisticamente, per ora – sia un altro imprenditore di casa a Mosca, ossia l‘ex vicepresidente di Confindustria Russia, Fabrizio Candoni. Che in due interviste ha spiegato di essere stato con Salvini a Mosca il giorno prima dell’ormai famoso incontro al Metropol, che risale al 18 ottobre, e di avergli anche sconsigliato di partecipare all’incontro incriminato del Metropole.
Se fosse stato presente, insomma, per Salvini sarebbe stato più complicata la difesa fin qui adottata (“non ne so niente, non c’entro niente”).
c) La tenuta di questa linea difensiva dipende dai prossimi interrogatori che farà la magistratura milanese, a cominciare dall’avvocato internazionalista (nel senso di “affari inter-nazionali”) Gianluca Meranda. Che si definisce simpatizzante leghista, dunque interessato sia dal punto di vista professionale (i futuri clienti potrebbero non apprezzare un “avvocato che se la canta” sugli affari che tratta), sia da quello politico a fare anche lui scena muta.
d) È comunque “singolare” un ministro di polizia che non sa mai niente. Non sai chi viene a cena con te (anche se sta alla tua tavola per anni). Non sai che il capo della curva che ti prende sottobraccio è stato condannato per spaccio di droga (destino comune a molti capi delle curve, peraltro...). Non sai che fine hanno fatto i 49 milioni presi dalla Lega senza averne titolo (la prima risposta che hai dato – “ormai sono stati spesi” – è degna di un Lallo lo Zoppo o un Vallanzasca tempi d’oro). Non sai che coloro i quali ti organizzano un comizio in zone mafiose sono, ma guarda un po’, degli esponenti della mala locale. Non sai che il tuo ex portavoce (Savoini), ora presidente di una associazione nell’appartamento a fianco alla sede centrale del tuo partito, tiene incontri cui sei stato “sconsigliato” di presenziare...
Ma che razza di ministro di polizia sei? Non disponi, come tutti i tuoi predecessori, di informazioni cui non possono accedere né i comuni cittadini e neppure i giornalisti? O non leggi i dossier che ti portano sul tavolo? Hai letto solo quelli sulle navi Ong o sulle occupazioni abitative?
Se li hai letti, o te li sei fatti almeno riassumere, allora stai mentendo.
Il che ha una sua logica, perfettamente coerente con lo scasso istituzionale che vai producendo. Quello che peserà come un macigno sul futuro politico di questo paese, rendendo possibile a qualcun altro di “riassumere in una sola figura” tutte le contraddizioni che oggi si presentano come problemi insolubili.
Perché un’ultima cosa è davvero chiara. La partita che è stata aperta sul RussiaGate è uno scontro geopolitico internazionale. Prematuro, e forse persino inutile (dal nostro punto di vista), chiedersi “chi c’è dietro?”. Qualcuno c’è di sicuro, e molto potente. Pensare che quanto emerso finora sia tutto quello che poteva esser buttato sul tavolo è piuttosto ingenuo. Questa storia andrà avanti, magari sarà affiancata da altre.
Ma se nemici potenti sono decisi a farti fuori, o a ricondurti all’ovile come un agnellino, non c’è sondaggio che ti possa tenere a galla...
Fonte
24/03/2019
Chiusa l’inchiesta Russiagate: Mueller consegna il dossier al Dipartimenti di Giustizia
L’inchiesta Russiagate è chiusa: il superprocuratore Robert Mueller ha consegnato al ministro della Giustizia William Barr tutti i documenti raccolti in quasi due anni di indagini sulle possibili interferenze russe nella vittoria di Donald Trump (a danno di Hillary Clinton) nel 2016.
Interferenze che dunque ci sono state, o no? Questo verrebbe subito da chiedere, rispetto ad una inchiesta che in alcuni momenti è sembrata essere sul punto di svelare intrighi internazionali – e di conseguenza prefigurare addirittura un rischio di impeachement per Trump – in altri appariva più debole ed inconsistente.
In realtà il lavoro del procuratore Mueller è sempre stato logico, consequenziale. E’ sembrato seguire una sorta di traccia che, con un percorso concentrico, lo portava sempre più vicino a Trump. Quanto vicino? Ancora non è dato saperlo, perchè dal ministero della Giustizia arrivano – al momento – solo parziali ammissioni.
William Barr ha infatti la prerogativa di decidere quali e quanti elementi comunicare al Congresso, e valutare anche i tempi della comunicazione.
Quello che emerge al momento da alcune fonti interne al ministero è che non ci sarebbero le basi per una incriminazione e/o un impeachement nei confronti di Donald Trump.
Al momento la reazione più forte arriva dall’opposizione democratica, che chiede la pubblicazione integrale del documento: non solo le conclusioni, ma anche i particolari sulle indagini.
Da parte dello staff del presidente arrivano, al momento, solo le dichiarazioni di Rudolph Giuliani: l’avvocato ed ex sindaco di New York, a capo del team di legali che difendono Trump, si è limitato ad esprimere “cauto ottimismo”.
L’impressione è che il ministro della Giustizia potrebbe un po’ centellinare le informazioni, e comunque comunicarle dopo essersi consultato in qualche modo con il presidente, che a sua volta in maniera confidenziale potrebbe provare ad informarsi sui contenuti del dossier.
Barr ha dichiarato che comunicherà al Congresso i risultati dell’inchiesta nel fine settimana: ieri non è successo nulla, vedremo oggi.
Fonte
Interferenze che dunque ci sono state, o no? Questo verrebbe subito da chiedere, rispetto ad una inchiesta che in alcuni momenti è sembrata essere sul punto di svelare intrighi internazionali – e di conseguenza prefigurare addirittura un rischio di impeachement per Trump – in altri appariva più debole ed inconsistente.
In realtà il lavoro del procuratore Mueller è sempre stato logico, consequenziale. E’ sembrato seguire una sorta di traccia che, con un percorso concentrico, lo portava sempre più vicino a Trump. Quanto vicino? Ancora non è dato saperlo, perchè dal ministero della Giustizia arrivano – al momento – solo parziali ammissioni.
William Barr ha infatti la prerogativa di decidere quali e quanti elementi comunicare al Congresso, e valutare anche i tempi della comunicazione.
Quello che emerge al momento da alcune fonti interne al ministero è che non ci sarebbero le basi per una incriminazione e/o un impeachement nei confronti di Donald Trump.
Al momento la reazione più forte arriva dall’opposizione democratica, che chiede la pubblicazione integrale del documento: non solo le conclusioni, ma anche i particolari sulle indagini.
Da parte dello staff del presidente arrivano, al momento, solo le dichiarazioni di Rudolph Giuliani: l’avvocato ed ex sindaco di New York, a capo del team di legali che difendono Trump, si è limitato ad esprimere “cauto ottimismo”.
L’impressione è che il ministro della Giustizia potrebbe un po’ centellinare le informazioni, e comunque comunicarle dopo essersi consultato in qualche modo con il presidente, che a sua volta in maniera confidenziale potrebbe provare ad informarsi sui contenuti del dossier.
Barr ha dichiarato che comunicherà al Congresso i risultati dell’inchiesta nel fine settimana: ieri non è successo nulla, vedremo oggi.
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14/02/2019
Trump: forse rinvio di due mesi per il rinnovo dei dazi alla Cina. Nel frattempo, procede silenzioso e (forse) inesorabile il Russiagate
La notizia di oggi è il possibile rinvio della scadenza di rinnovo dei dazi sulle importazioni dalla Cina. Trump ci starebbe pensando: due mesi in più per permettere ai negoziati di decollare.
Oggi, ed anche questa è una notizia, è previsto un incontro a Pechino tra i vice premier Liu He e la delegazione statunitense guidata dal Segretario al Tesoro Steve Munchin, mentre al momento appare meno consistente la possibilità di un incontro tra lo stesso Donald Trump ed il presidente cinese Xi Jinping. Alcune indiscrezioni avevano indicato una data, fine febbraio, ed un luogo, Da Nang in Vietnam, ma al momento è tutto smentito.
Al momento l’unica certezza è che la scadenza c’è: il primo marzo. Qualcosa di sicuro avverrà, magari già da questa sera, dopo l’incontro tra le delegazioni. Ma tutto è in trattativa, e le notizie più interessanti forse vanno cercate altrove.
Se ne possono trovare, ad esempio, andando a cercare sotto la voce “Russiagate” (l’inchiesta in corso sulle possibili interferenze russe nella elezione di Trump). Si parla poco di questa inchiesta, negli ultimi mesi. Eppure ne succedono, di cose!
Ad esempio qualche ora fa un giudice federale ha stabilito che Paul Manafort, il responsabile della campagna elettorale di Trump attualmente in carcere per reati finanziari, avrebbe mentito al procuratore Mueller – titolare dell’inchiesta Russiagate – e all’FBI.
E’ una notizia che pesa, e che potrebbe cambiare parecchio la situazione. Manafort aveva fatto un patto con Mueller: informazioni in cambio di “morbidezza” rispetto ai processi in corso. Un accordo di collaborazione infranto – pare – da una serie di false informazioni che il lobbysta avrebbe dato agli inquirenti, in particolare sui suoi rapporti con Konstantin Kilimnik, consulente politico russo messo sotto osservazione da Mueller ed il suo staff.
Qualche giorno prima – parliamo degli ultimi giorni di gennaio – un’altra notizia è rimbalzata sulle cronache dei principali quotidiani del mondo, finendo però velocemente nel dimenticatoio. Eppure, anche questa, è una notizia che potrebbe essere rilevante.
All’alba di venerdì 25 gennaio l’FBI ha arrestato a Fort Lauderdale, in Florida, Roger Stone. Si tratta di un personaggio molto vicino a Trump e a Paul Manafort, con cui aveva progettato la candidatura di Trump da molti anni.
E’ accusato di aver lavorato per procurarsi materiale riservato utile a danneggiare la campagna elettorale di Hillary Clinton, addirittura su mandato dello staff più strettamente vicino a Trump.
Si parla, tra le altre cose, delle mail sottratte da Wikileaks, con cui Stone ha dichiarato di non avere mai avuto rapporti, anche se in precedenza aveva ammesso di aver parlato direttamente con Julian Assange.
Notizie che, se prese singolarmente, poco dicono. Ma messe in fila, tutte, fin dall’inizio, indicano alcuni fatti. Il primo è che il procuratore Mueller ha un progetto, sta seguendo una traccia ben definita: la sua inchiesta si avvicina in modo lento ma costante al centro del cerchio, dove c’è Trump. Non è possibile, sulla base degli elementi a disposizione, immaginare come andrà a finire. Di certo è che, ormai, è evidente che qualcosa è successo. Sono in tanti a definire fuffa questa inchiesta, ed in generale tutta la questione delle presunte interferenze russe nelle elezioni del 2016. Però l’inchiesta procede, e qualche testa è saltata. Donald Trump ed il suo “cerchio magico” continuano ad ostentare tranquillità e ad ignorare – in apparenza – l’indagine di Mueller, ma a tratti il nervosismo trapela.
Anche perché, come dichiarato da Matthew Whitaker – il procuratore generale a capo del Dipartimento della Giustizia – “l’inchiesta di Mueller è quasi conclusa, spero di avere il rapporto di Mueller il prima possibile”.
Siamo tutti in attesa. Potrebbe essere divertente.
Fonte
Oggi, ed anche questa è una notizia, è previsto un incontro a Pechino tra i vice premier Liu He e la delegazione statunitense guidata dal Segretario al Tesoro Steve Munchin, mentre al momento appare meno consistente la possibilità di un incontro tra lo stesso Donald Trump ed il presidente cinese Xi Jinping. Alcune indiscrezioni avevano indicato una data, fine febbraio, ed un luogo, Da Nang in Vietnam, ma al momento è tutto smentito.
Al momento l’unica certezza è che la scadenza c’è: il primo marzo. Qualcosa di sicuro avverrà, magari già da questa sera, dopo l’incontro tra le delegazioni. Ma tutto è in trattativa, e le notizie più interessanti forse vanno cercate altrove.
Se ne possono trovare, ad esempio, andando a cercare sotto la voce “Russiagate” (l’inchiesta in corso sulle possibili interferenze russe nella elezione di Trump). Si parla poco di questa inchiesta, negli ultimi mesi. Eppure ne succedono, di cose!
Ad esempio qualche ora fa un giudice federale ha stabilito che Paul Manafort, il responsabile della campagna elettorale di Trump attualmente in carcere per reati finanziari, avrebbe mentito al procuratore Mueller – titolare dell’inchiesta Russiagate – e all’FBI.
E’ una notizia che pesa, e che potrebbe cambiare parecchio la situazione. Manafort aveva fatto un patto con Mueller: informazioni in cambio di “morbidezza” rispetto ai processi in corso. Un accordo di collaborazione infranto – pare – da una serie di false informazioni che il lobbysta avrebbe dato agli inquirenti, in particolare sui suoi rapporti con Konstantin Kilimnik, consulente politico russo messo sotto osservazione da Mueller ed il suo staff.
Qualche giorno prima – parliamo degli ultimi giorni di gennaio – un’altra notizia è rimbalzata sulle cronache dei principali quotidiani del mondo, finendo però velocemente nel dimenticatoio. Eppure, anche questa, è una notizia che potrebbe essere rilevante.
All’alba di venerdì 25 gennaio l’FBI ha arrestato a Fort Lauderdale, in Florida, Roger Stone. Si tratta di un personaggio molto vicino a Trump e a Paul Manafort, con cui aveva progettato la candidatura di Trump da molti anni.
E’ accusato di aver lavorato per procurarsi materiale riservato utile a danneggiare la campagna elettorale di Hillary Clinton, addirittura su mandato dello staff più strettamente vicino a Trump.
Si parla, tra le altre cose, delle mail sottratte da Wikileaks, con cui Stone ha dichiarato di non avere mai avuto rapporti, anche se in precedenza aveva ammesso di aver parlato direttamente con Julian Assange.
Notizie che, se prese singolarmente, poco dicono. Ma messe in fila, tutte, fin dall’inizio, indicano alcuni fatti. Il primo è che il procuratore Mueller ha un progetto, sta seguendo una traccia ben definita: la sua inchiesta si avvicina in modo lento ma costante al centro del cerchio, dove c’è Trump. Non è possibile, sulla base degli elementi a disposizione, immaginare come andrà a finire. Di certo è che, ormai, è evidente che qualcosa è successo. Sono in tanti a definire fuffa questa inchiesta, ed in generale tutta la questione delle presunte interferenze russe nelle elezioni del 2016. Però l’inchiesta procede, e qualche testa è saltata. Donald Trump ed il suo “cerchio magico” continuano ad ostentare tranquillità e ad ignorare – in apparenza – l’indagine di Mueller, ma a tratti il nervosismo trapela.
Anche perché, come dichiarato da Matthew Whitaker – il procuratore generale a capo del Dipartimento della Giustizia – “l’inchiesta di Mueller è quasi conclusa, spero di avere il rapporto di Mueller il prima possibile”.
Siamo tutti in attesa. Potrebbe essere divertente.
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06/09/2018
Nuovi guai per Donald Trump: un libro ed un editoriale anonimo riaccendono i riflettori su quello che avviene nella Casa Bianca
Mentre Trump continua a prendere di petto mezzo mondo, trovando nuovi alleati e perdendone di vecchi, continuano ad emergere indiscrezioni a mezzo stampa che di certo non contribuiscono a migliorare l’immagine del personaggio.
E’ un po’ la storia di questa amministrazione, in fondo: grande aggressività, dichiarazioni roboanti, minacce a destra e manca che spesso servono più che altro a bilanciare una “offensiva interna” che si fa sempre più pesante.
Parliamo del Russiagate, certo, ma anche delle continue news che arrivano dalla Casa Bianca diffuse non certo da fonti ufficiali dell’amministrazione.
Se poi ci si mettono anche i giornalisti – categoria particolarmente detestata da Trump – allora la situazione si fa delicata.
Andiamo con ordine, e parliamo di “Fear”, libro in uscita a firma di Bob Woodward. Per chi non lo sapesse, Woodward è l’autore, insieme al collega Carl Bernstein, di una delle più grandi inchieste giornalistiche sulla politica americana, che svelò all’opinione pubblica lo scandalo Watergate.
Una vicenda che portò alle dimissioni dell’allora presidente Richard Nixon.
Insomma, parliamo di un pezzo grossissimo del giornalismo statunitense, la cui credibilità è, diciamo così, molto difficile da mettere in discussione.
Nel suo libro, ancora non uscito ma di cui il Washington Post ha pubblicato alcuni passaggi, emerge una immagine di Trump imbarazzante e pericolosa per gli Stati Uniti e per il mondo.
Sulla base di interviste con fonti dirette – parliamo di consiglieri, funzionari ed ex funzionari della Casa Bianca – Woodward riporta storie ed aneddoti che a volte hanno dell’incredibile: Trump totalmente all’oscuro di come funzioni un governo, realmente disinteressato alle dinamiche di politica estera, preda della sua impulsività, della sua arroganza ma anche della sua incapacità a svolgere le mansioni di un presidente degli Stati Uniti.
Di contro, nel libro viene descritto uno staff presidenziale in perenne emergenza nel porre rimedio ai danni creati od in procinto di essere creati da Trump.
Si parla di Russiagate, e dei motivi che portarono John Dowd, uno degli avvocati, a dimettersi di fronte all’incapacità del presidente di comprendere i rischi a cui realmente stava andando incontro.
Vengono spiegate alcune delle clamorose dimissioni, o degli allontanamenti forzati, di molti membri dello staff presidenziale, di fatto impossibilitati a proseguire nel loro lavoro dagli atteggiamenti a volte incomprensibili del loro capo.
Colpisce molto, ad esempio, il racconto – tra quelli riportati – della vicenda di Gary Cohn, ex consigliere economico di Trump che con disarmante sincerità racconta di aver fisicamente sfilato dal tavolo di Trump due documenti importanti che avrebbero condizionato di molto le scelte dell’amministrazione (si parlava, ad esempio, di NAFTA, il trattato nordamericano di libero scambio): il presidente non se ne sarebbe nemmeno accorto.
Un interessante anteprima dei contenuti del libro è riportato in un articolo del Post (leggi qui).
Naturalmente la reazione di Trump è stata forte, furiosa, sia nei confronti di Woodward che del suo staff di comunicazione.
Furia che di certo non si è attenuata leggendo l’editoriale di ieri del New York Times, firmato anonimamente da un funzionario della Casa Bianca.
L’articolo conferma di fatto quello che il libro di Woodward, esprimendo in modo chiaro che all’interno dello staff presidenziale l’attività principale sia quella di contenere e limitare le intemperanze di Trump, e che i buoni risultati raggiunti (quali è ancora da capire) sono arrivati a prescindere dalla volontà del capo.
Siamo molto interessati a leggere quel libro, perché al momento quello che ci appare è l’immagine di un leader di fatto commissariato, una sorta di testa di legno che va in giro a dire le sue cose mentre chi lavora intorno a lui fa di tutto per limitarlo ed eterodirigerlo.
Che sia un bene, viste le caratteristiche del personaggio, viene da pensarlo. Stiamo – o staremmo – parlando comunque di una situazione politicamente abnorme, perché l’oggetto della discussione è l’amministrazione di una delle più grandi potenze mondiali dal punto di vista militare ed economico.
Al momento, è chiaro che i nemici più pericolosi per Trump sono quelli a lui più vicini. Ma pare che in politica funzioni anche così.
Per la cronaca, Trump ha chiesto al New York Times di “consegnargli” la sua fonte anonima.
Fonte
E’ un po’ la storia di questa amministrazione, in fondo: grande aggressività, dichiarazioni roboanti, minacce a destra e manca che spesso servono più che altro a bilanciare una “offensiva interna” che si fa sempre più pesante.
Parliamo del Russiagate, certo, ma anche delle continue news che arrivano dalla Casa Bianca diffuse non certo da fonti ufficiali dell’amministrazione.
Se poi ci si mettono anche i giornalisti – categoria particolarmente detestata da Trump – allora la situazione si fa delicata.
Andiamo con ordine, e parliamo di “Fear”, libro in uscita a firma di Bob Woodward. Per chi non lo sapesse, Woodward è l’autore, insieme al collega Carl Bernstein, di una delle più grandi inchieste giornalistiche sulla politica americana, che svelò all’opinione pubblica lo scandalo Watergate.
Una vicenda che portò alle dimissioni dell’allora presidente Richard Nixon.
Insomma, parliamo di un pezzo grossissimo del giornalismo statunitense, la cui credibilità è, diciamo così, molto difficile da mettere in discussione.
Nel suo libro, ancora non uscito ma di cui il Washington Post ha pubblicato alcuni passaggi, emerge una immagine di Trump imbarazzante e pericolosa per gli Stati Uniti e per il mondo.
Sulla base di interviste con fonti dirette – parliamo di consiglieri, funzionari ed ex funzionari della Casa Bianca – Woodward riporta storie ed aneddoti che a volte hanno dell’incredibile: Trump totalmente all’oscuro di come funzioni un governo, realmente disinteressato alle dinamiche di politica estera, preda della sua impulsività, della sua arroganza ma anche della sua incapacità a svolgere le mansioni di un presidente degli Stati Uniti.
Di contro, nel libro viene descritto uno staff presidenziale in perenne emergenza nel porre rimedio ai danni creati od in procinto di essere creati da Trump.
Si parla di Russiagate, e dei motivi che portarono John Dowd, uno degli avvocati, a dimettersi di fronte all’incapacità del presidente di comprendere i rischi a cui realmente stava andando incontro.
Vengono spiegate alcune delle clamorose dimissioni, o degli allontanamenti forzati, di molti membri dello staff presidenziale, di fatto impossibilitati a proseguire nel loro lavoro dagli atteggiamenti a volte incomprensibili del loro capo.
Colpisce molto, ad esempio, il racconto – tra quelli riportati – della vicenda di Gary Cohn, ex consigliere economico di Trump che con disarmante sincerità racconta di aver fisicamente sfilato dal tavolo di Trump due documenti importanti che avrebbero condizionato di molto le scelte dell’amministrazione (si parlava, ad esempio, di NAFTA, il trattato nordamericano di libero scambio): il presidente non se ne sarebbe nemmeno accorto.
Un interessante anteprima dei contenuti del libro è riportato in un articolo del Post (leggi qui).
Naturalmente la reazione di Trump è stata forte, furiosa, sia nei confronti di Woodward che del suo staff di comunicazione.
Furia che di certo non si è attenuata leggendo l’editoriale di ieri del New York Times, firmato anonimamente da un funzionario della Casa Bianca.
L’articolo conferma di fatto quello che il libro di Woodward, esprimendo in modo chiaro che all’interno dello staff presidenziale l’attività principale sia quella di contenere e limitare le intemperanze di Trump, e che i buoni risultati raggiunti (quali è ancora da capire) sono arrivati a prescindere dalla volontà del capo.
Siamo molto interessati a leggere quel libro, perché al momento quello che ci appare è l’immagine di un leader di fatto commissariato, una sorta di testa di legno che va in giro a dire le sue cose mentre chi lavora intorno a lui fa di tutto per limitarlo ed eterodirigerlo.
Che sia un bene, viste le caratteristiche del personaggio, viene da pensarlo. Stiamo – o staremmo – parlando comunque di una situazione politicamente abnorme, perché l’oggetto della discussione è l’amministrazione di una delle più grandi potenze mondiali dal punto di vista militare ed economico.
Al momento, è chiaro che i nemici più pericolosi per Trump sono quelli a lui più vicini. Ma pare che in politica funzioni anche così.
Per la cronaca, Trump ha chiesto al New York Times di “consegnargli” la sua fonte anonima.
Fonte
17/06/2018
Russiagate: carcere per Manafort, responsabile della campagna elettorale di Trump
Uno dei personaggi chiave dell’inchiesta Russiagate, Paul Manafort – che ebbe un ruolo centrale nella vincente campagna elettorale di Donald Trump – andrà in carcere, e rischia persino l’ergastolo.
Manafort, libero su cauzione dopo essere stato accusato di una serie di reati anche molto gravi (cospirazione contro gli Stati Uniti d’America, tanto per citarne uno), avrebbe tentato di corrompere alcuni testimoni.
Di qui la decisione di un giudice federale di annullare la libertà su cauzione e mandare il lobbista dietro le sbarre: troppo alto il rischio di inquinamento delle prove.
Paul Manafort, figura importante all’interno dello staff che gestì la campagna elettorale di Trump nel 2016, è stato coinvolto nel Russiagate poco meno di un anno fa. Nell’ottobre del 2017 il procuratore Mueller, titolare dell’inchiesta sulle presunte interferenze russe nel regolare svolgimento delle ultime presidenziali, lo ha accusato di una serie di reati tra cui falsa testimonianza, ostruzione alla giustizia e frode bancaria.
L’accusa più grave, naturalmente, e quella più interessante per Mueller ed il suo team investigativo, è quella di aver cospirato contro lo Stato.
Il riferimento è ai rapporti diretti ed indiretti di Manafort con la Russia: in particolare sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti c’è il sostegno all’allora presidente ucraino Victor Yanucovych, sostenuto da Mosca, attraverso il pagamento di oltre due milioni di euro effettuato a favore del “Gruppo Hapsburg”, formato da rappresentanti politici europei.
Una spy story che impressiona relativamente, visto che ormai l’attività di lobbiyng più o meno legale è diffusa in Europa tanto quanto lo è negli Stati Uniti.
In questo caso però si sarebbe esagerato, almeno secondo le tesi accusatorie di Mueller: da qui le accuse a Manafort, la richiesta di cauzione, i tentativi (al momento presunti, ma evidentemente credibili, per la giustizia federale USA) di corruzione e la decisione di mandare Manafort in galera. Il processo è stato fissato per il 10 luglio.
E’ il primo personaggio coinvolto nell’inchiesta Russiagate a finire in prigione: l’entourage di Trump ha già comunicato che Manafort in realtà non aveva un ruolo così significativo all’interno dello staff elettorale, e pur difendendolo ha chiarito che la posizione del lobbista nei confronti dell’allora futuro presidente era marginale.
Opposta la versione offerta da molti dei giornalisti che seguirono la campagna elettorale di Trump, e che indicano in Manafort un personaggio assolutamente centrale: fu lui, ad esempio, ad indicare Mike Pence come possibile vicepresidente. Cosa che poi avvenne.
In difesa di Manafort è intervenuto nelle ultime ore anche Rudolph Giuliani, da qualche tempo elemento di spicco dello staff legale di Trump: “Quando l’intera cosa sarà finita, le cose potrebbero essere ripulite con qualche grazia presidenziale” – ha dichiarato, aggiungendo “ Questo tipo di indagine non dovrebbe proseguire, è tempo per la giustizia di indagare gli investigatori”.
Dichiarazione abbastanza bellicosa, che potrebbe indicare un cambio di atteggiamento di Trump e dei suoi nei confronti dell’inchiesta, fino a ieri mediaticamente ignorata e minimizzata. Eppure va avanti, e l’arresto di Manafort potrebbe rappresentare una possibile “escalation”. D’altronde, aver posto un uomo come Rudolph Giuliani (che si costruì una solida fama come sindaco sceriffo di New York, oltre che come “il sindaco dell’11 settembre”) a capo dello staff legale indica un cambio di atteggiamento nei confronti di tutta la vicenda, che qualche problemino a Trump potrebbe creare. Non dimentichiamoci mai che la conseguenza estrema di questo tipo di inchieste è la richiesta di avvio della procedura di impeachment.
Fonte
Manafort, libero su cauzione dopo essere stato accusato di una serie di reati anche molto gravi (cospirazione contro gli Stati Uniti d’America, tanto per citarne uno), avrebbe tentato di corrompere alcuni testimoni.
Di qui la decisione di un giudice federale di annullare la libertà su cauzione e mandare il lobbista dietro le sbarre: troppo alto il rischio di inquinamento delle prove.
Paul Manafort, figura importante all’interno dello staff che gestì la campagna elettorale di Trump nel 2016, è stato coinvolto nel Russiagate poco meno di un anno fa. Nell’ottobre del 2017 il procuratore Mueller, titolare dell’inchiesta sulle presunte interferenze russe nel regolare svolgimento delle ultime presidenziali, lo ha accusato di una serie di reati tra cui falsa testimonianza, ostruzione alla giustizia e frode bancaria.
L’accusa più grave, naturalmente, e quella più interessante per Mueller ed il suo team investigativo, è quella di aver cospirato contro lo Stato.
Il riferimento è ai rapporti diretti ed indiretti di Manafort con la Russia: in particolare sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti c’è il sostegno all’allora presidente ucraino Victor Yanucovych, sostenuto da Mosca, attraverso il pagamento di oltre due milioni di euro effettuato a favore del “Gruppo Hapsburg”, formato da rappresentanti politici europei.
Una spy story che impressiona relativamente, visto che ormai l’attività di lobbiyng più o meno legale è diffusa in Europa tanto quanto lo è negli Stati Uniti.
In questo caso però si sarebbe esagerato, almeno secondo le tesi accusatorie di Mueller: da qui le accuse a Manafort, la richiesta di cauzione, i tentativi (al momento presunti, ma evidentemente credibili, per la giustizia federale USA) di corruzione e la decisione di mandare Manafort in galera. Il processo è stato fissato per il 10 luglio.
E’ il primo personaggio coinvolto nell’inchiesta Russiagate a finire in prigione: l’entourage di Trump ha già comunicato che Manafort in realtà non aveva un ruolo così significativo all’interno dello staff elettorale, e pur difendendolo ha chiarito che la posizione del lobbista nei confronti dell’allora futuro presidente era marginale.
Opposta la versione offerta da molti dei giornalisti che seguirono la campagna elettorale di Trump, e che indicano in Manafort un personaggio assolutamente centrale: fu lui, ad esempio, ad indicare Mike Pence come possibile vicepresidente. Cosa che poi avvenne.
In difesa di Manafort è intervenuto nelle ultime ore anche Rudolph Giuliani, da qualche tempo elemento di spicco dello staff legale di Trump: “Quando l’intera cosa sarà finita, le cose potrebbero essere ripulite con qualche grazia presidenziale” – ha dichiarato, aggiungendo “ Questo tipo di indagine non dovrebbe proseguire, è tempo per la giustizia di indagare gli investigatori”.
Dichiarazione abbastanza bellicosa, che potrebbe indicare un cambio di atteggiamento di Trump e dei suoi nei confronti dell’inchiesta, fino a ieri mediaticamente ignorata e minimizzata. Eppure va avanti, e l’arresto di Manafort potrebbe rappresentare una possibile “escalation”. D’altronde, aver posto un uomo come Rudolph Giuliani (che si costruì una solida fama come sindaco sceriffo di New York, oltre che come “il sindaco dell’11 settembre”) a capo dello staff legale indica un cambio di atteggiamento nei confronti di tutta la vicenda, che qualche problemino a Trump potrebbe creare. Non dimentichiamoci mai che la conseguenza estrema di questo tipo di inchieste è la richiesta di avvio della procedura di impeachment.
Fonte
08/05/2018
Russiagate: “Trump, è una trappola!”
L’ultima novità dell’inchiesta Russiagate è l’intervento di Rudolph Giuliani, l’ex sindaco “sceriffo” di New York e da poco tempo membro dello staff legale del presidente USA.
Secondo il suo parere, espresso nel corso di una intervista all’emittente televisiva ABC, Donald Trump non dovrebbe presentarsi nel caso di mandato di comparizione emesso dal procuratore Mueller.
“Gli stanno tendendo una trappola” – ha dichiarato senza mezzi termini Giuliani. Secondo l’ex sindaco di New York gli inquirenti non avrebbero nulla di concreto in mano, e presentarsi a rispondere potrebbe essere controproducente per il presidente.
«Non occorre presentarsi. Trump è il presidente degli Stati Uniti. Ha gli stessi privilegi degli altri presidenti. Clinton negoziò un accordo in cui non ammetteva l’efficacia del mandato di comparizione” – ha aggiunto, esprimendo chiaramente quella che vorrebbe essere la sua strategia difensiva: non presentarti, non rispondere.
Ma ci sono di mezzo anche ovvie questioni di opportunità politica, e Trump non potrà esentarsi dal comparire almeno di fronte ad un grand giury, come fece d’altronde Clinton per il caso Lewinsky.
In quel caso, Giuliani ha già dettato le regole: “Solo per due ore e mezza, solo in una forma concordata. Dichiarazioni non sotto giuramento. Solo domande e risposte, avendo le domande in anticipo. Così, potremmo realmente risolvere la questione con Robert Mueller”.
Giuliani nel corso dell’intervista è stato anche interpellato sull’altra tegola che sembra sul punto di cadere in testa a Trump, ossia un possibile “sexy gate” che in un paese bigotto come gli Stati Uniti non aiuta mai.
Parliamo della presunta relazione con la pornodiva Stormy Daniels, che Giuliani tende a ridimensionare e a non considerare rilevante: “Premetto che non sono coinvolto in questa storia. Quindi non lo so, mi limito a dire quello che hanno detto i diretti interessati: lui nega che sia successo, e anche lei lo ha scritto in una lettera. Lui lo nega e lei ha negato. Poi, proprio prima delle elezioni, si è fatta avanti con una certa dose di opportunismo”.
Alla domanda sul presunto utilizzo di fondi elettorali per “mettere a tacere” la Daniels, Giuliani ha tagliato corto: “Non lo so e non mi interessa. Ciò che conta per me sono due cose. La prima: non era un contributo della campagna di Trump. Secondo, anche se lo fosse stato è stato completamente rimborsato con fondi personali del presidente. Quindi caso chiuso per Donald Trump”.
D’altronde, cosa doveva dire? La realtà però appare un po’ meno semplice, ed il fatto che Trump abbia voluto inserire nel suo staff legale un personaggio come Giuliani è di per se indicativo di una cosa: il presidente ed il suo entourage si stanno rendendo probabilmente conto che qualcosa di complicato da gestire è in arrivo.
Giuliani è – come ricordato – il “sindaco sceriffo” di New York, l’uomo che ha sconfitto la criminalità nella Grande Mela, e sopratutto il sindaco coraggioso dell’11 settembre: dopo gli attentati alle Torri Gemelle ebbe un ruolo di primo piano nel far ripartire la città, al punto da meritarsi il titolo di “uomo dell’anno” da parte del Time.
Insomma, è personaggio di grande mediaticità e di buona fama, un “uomo della legge” che – oltre per le sue doti di avvocato, che onestamente non conosciamo – può aiutare molto dal punto di vista dell’immagine.
Perché l’impressione è che il procuratore Mueller non sia così privo di risorse come lo descrive Giuliani, ed il Russiagate è qualcosa di concreto, che potrebbe creare più di un problema a Trump.
Come d’altronde il sexy gate con Stormy Daniels la quale, ospite del Saturday Night Live (popolare show televisivo americano) ha inscenato un colloquio con Trump, interpretato per l’occasione dall’attore Alec Baldwin, che chiedeva alla stessa Daniels un consiglio per mettere fine agli scandali. La risposta? Eccola: “Dimettiti, mi spiace Donald, è troppo tardi. Tu non credi nel cambiamento climatico, ma, piccolo... è in arrivo una tempesta!”
Fonte
Secondo il suo parere, espresso nel corso di una intervista all’emittente televisiva ABC, Donald Trump non dovrebbe presentarsi nel caso di mandato di comparizione emesso dal procuratore Mueller.
“Gli stanno tendendo una trappola” – ha dichiarato senza mezzi termini Giuliani. Secondo l’ex sindaco di New York gli inquirenti non avrebbero nulla di concreto in mano, e presentarsi a rispondere potrebbe essere controproducente per il presidente.
«Non occorre presentarsi. Trump è il presidente degli Stati Uniti. Ha gli stessi privilegi degli altri presidenti. Clinton negoziò un accordo in cui non ammetteva l’efficacia del mandato di comparizione” – ha aggiunto, esprimendo chiaramente quella che vorrebbe essere la sua strategia difensiva: non presentarti, non rispondere.
Ma ci sono di mezzo anche ovvie questioni di opportunità politica, e Trump non potrà esentarsi dal comparire almeno di fronte ad un grand giury, come fece d’altronde Clinton per il caso Lewinsky.
In quel caso, Giuliani ha già dettato le regole: “Solo per due ore e mezza, solo in una forma concordata. Dichiarazioni non sotto giuramento. Solo domande e risposte, avendo le domande in anticipo. Così, potremmo realmente risolvere la questione con Robert Mueller”.
Giuliani nel corso dell’intervista è stato anche interpellato sull’altra tegola che sembra sul punto di cadere in testa a Trump, ossia un possibile “sexy gate” che in un paese bigotto come gli Stati Uniti non aiuta mai.
Parliamo della presunta relazione con la pornodiva Stormy Daniels, che Giuliani tende a ridimensionare e a non considerare rilevante: “Premetto che non sono coinvolto in questa storia. Quindi non lo so, mi limito a dire quello che hanno detto i diretti interessati: lui nega che sia successo, e anche lei lo ha scritto in una lettera. Lui lo nega e lei ha negato. Poi, proprio prima delle elezioni, si è fatta avanti con una certa dose di opportunismo”.
Alla domanda sul presunto utilizzo di fondi elettorali per “mettere a tacere” la Daniels, Giuliani ha tagliato corto: “Non lo so e non mi interessa. Ciò che conta per me sono due cose. La prima: non era un contributo della campagna di Trump. Secondo, anche se lo fosse stato è stato completamente rimborsato con fondi personali del presidente. Quindi caso chiuso per Donald Trump”.
D’altronde, cosa doveva dire? La realtà però appare un po’ meno semplice, ed il fatto che Trump abbia voluto inserire nel suo staff legale un personaggio come Giuliani è di per se indicativo di una cosa: il presidente ed il suo entourage si stanno rendendo probabilmente conto che qualcosa di complicato da gestire è in arrivo.
Giuliani è – come ricordato – il “sindaco sceriffo” di New York, l’uomo che ha sconfitto la criminalità nella Grande Mela, e sopratutto il sindaco coraggioso dell’11 settembre: dopo gli attentati alle Torri Gemelle ebbe un ruolo di primo piano nel far ripartire la città, al punto da meritarsi il titolo di “uomo dell’anno” da parte del Time.
Insomma, è personaggio di grande mediaticità e di buona fama, un “uomo della legge” che – oltre per le sue doti di avvocato, che onestamente non conosciamo – può aiutare molto dal punto di vista dell’immagine.
Perché l’impressione è che il procuratore Mueller non sia così privo di risorse come lo descrive Giuliani, ed il Russiagate è qualcosa di concreto, che potrebbe creare più di un problema a Trump.
Come d’altronde il sexy gate con Stormy Daniels la quale, ospite del Saturday Night Live (popolare show televisivo americano) ha inscenato un colloquio con Trump, interpretato per l’occasione dall’attore Alec Baldwin, che chiedeva alla stessa Daniels un consiglio per mettere fine agli scandali. La risposta? Eccola: “Dimettiti, mi spiace Donald, è troppo tardi. Tu non credi nel cambiamento climatico, ma, piccolo... è in arrivo una tempesta!”
Fonte
02/05/2018
Russiagate: possibile un mandato di comparizione per Trump
Sarà certamente un caso, ma l’incremento di tensione in politica internazionale – e gli Usa sono protagonisti in tutti i teatri operativi “caldi” del mondo – è direttamente proporzionale al procedere ed al crescere di intensità dell’inchiesta Russiagate.
Forse perchè siamo inguaribilmente portati ad osservare le questioni in modo complesso, o forse per una tendenza al complottismo, chissà: eppure non sono in molti ad osservare questo curioso rapporto.
Tanto più si stringe la morsa del procuratore Mueller intorno a Donald Trump, altrettanto drasticamente esplodono o si riaccendono crisi e tensioni a livello internazionale.
Coincidenze? Chissà. Resta il fatto che, praticamente in concomitanza con l’aggravarsi della crisi con l’Iran arriva una importante novità che riguarda proprio l’inchiesta portata avanti caparbiamente dal procuratore Robert Mueller: esiste la possibilità che il presidente Trump possa essere convocato davanti ad un grand jury.
Lo racconta il Washington Post, che riporta i seguenti fatti: a marzo ci sarebbe stato un incontro tra i legali di Trump e lo staff di Mueller, che avrebbe posto la questione della necessità di un confronto con lo stesso presidente.
La riposta degli avvocati sarebbe stata netta: non esiste nessun obbligo per “The Donald” di rispondere alle domande degli investigatori federali rispetto alla questione delle possibili interferenze russe nelle presidenziali del 2016.
Muller, che pare essere un osso veramente duro da masticare, ha rilanciato: in caso di rifiuto, l’opzione sarebbe quella di emettere un mandato di convocazione di fronte, appunto, ad un grand jury.
Il grand jury è – in poche parole – una istituzione che negli Stati Uniti interviene ormai solo per alcuni reati di natura federale: si tratta di una giuria allargata che analizza preliminarmente le accuse e valuta la sussitenza o meno del reato. Una sorta di passaggio preliminare ad un eventuale procedimento vero e proprio.
Un eventuale passaggio formale che applicato ad un presidente in carica rappresenterebbe un salto di qualità evidente per Russiagate.
Addirittura si conoscono anche le domande che Muller vorrebbe rivolgere a Trump: le ha pubblicate il New York Times, beccandosi la censura via Twitter dello stesso presidente (“articolo vergognoso”), mentre nei confronti del procuratore Mueller è arrivato l’aspro commento da parte di un ex membro dello staff legale di Trump: “Questo non è un gioco. Stai facendo perdere tempo al presidente”.
Al netto di commenti e tweet, mettendo in fila i diversi passaggi di questa inchiesta, appare evidente come Mueller stia avvicinandosi sempre più a Trump: era partito dai collaboratori, poi le indagini si sono spostate a figure più vicine – familiari compresi – fino ad arrivare all’ipotesi di un confronto diretto.
L’entourage del presidente continua a minimizzare, lo stesso Trump parla poco di Russiagate, ma intanto le indagini vanno avanti.
Ora, è chiaro che l’aggressiva politica estera che caratterizza questa amministrazione è perfettamente coerente con quanto promesso in campagna elettorale, con le caratteristiche politiche ed umane del personaggio, con la storia delle lobby e del pezzo di società che lo sostiene, sostanzialmente con l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del resto del mondo, e probabilmente sarebbe stata la stessa anche in assenza di questa inchiesta.
L’impressione e la conseguente ipotesi che avanziamo – che poi è abbastanza banale – è che, a fronte di una vicenda tenuta sempre più faticosamente sotto traccia e che comunque come conseguenza estrema avrebbe l’impeachement, spostare l’attenzione su altre questioni è sempre una buona strategia. Una bella guerra, ad esempio, che risolve spesso un sacco di problemi nell’immediato (per crearne esponenzialmente di più sul medio termine, ma di questo poi si occuperà qualcun altro!– ndr).
Fonte
Forse perchè siamo inguaribilmente portati ad osservare le questioni in modo complesso, o forse per una tendenza al complottismo, chissà: eppure non sono in molti ad osservare questo curioso rapporto.
Tanto più si stringe la morsa del procuratore Mueller intorno a Donald Trump, altrettanto drasticamente esplodono o si riaccendono crisi e tensioni a livello internazionale.
Coincidenze? Chissà. Resta il fatto che, praticamente in concomitanza con l’aggravarsi della crisi con l’Iran arriva una importante novità che riguarda proprio l’inchiesta portata avanti caparbiamente dal procuratore Robert Mueller: esiste la possibilità che il presidente Trump possa essere convocato davanti ad un grand jury.
Lo racconta il Washington Post, che riporta i seguenti fatti: a marzo ci sarebbe stato un incontro tra i legali di Trump e lo staff di Mueller, che avrebbe posto la questione della necessità di un confronto con lo stesso presidente.
La riposta degli avvocati sarebbe stata netta: non esiste nessun obbligo per “The Donald” di rispondere alle domande degli investigatori federali rispetto alla questione delle possibili interferenze russe nelle presidenziali del 2016.
Muller, che pare essere un osso veramente duro da masticare, ha rilanciato: in caso di rifiuto, l’opzione sarebbe quella di emettere un mandato di convocazione di fronte, appunto, ad un grand jury.
Il grand jury è – in poche parole – una istituzione che negli Stati Uniti interviene ormai solo per alcuni reati di natura federale: si tratta di una giuria allargata che analizza preliminarmente le accuse e valuta la sussitenza o meno del reato. Una sorta di passaggio preliminare ad un eventuale procedimento vero e proprio.
Un eventuale passaggio formale che applicato ad un presidente in carica rappresenterebbe un salto di qualità evidente per Russiagate.
Addirittura si conoscono anche le domande che Muller vorrebbe rivolgere a Trump: le ha pubblicate il New York Times, beccandosi la censura via Twitter dello stesso presidente (“articolo vergognoso”), mentre nei confronti del procuratore Mueller è arrivato l’aspro commento da parte di un ex membro dello staff legale di Trump: “Questo non è un gioco. Stai facendo perdere tempo al presidente”.
Al netto di commenti e tweet, mettendo in fila i diversi passaggi di questa inchiesta, appare evidente come Mueller stia avvicinandosi sempre più a Trump: era partito dai collaboratori, poi le indagini si sono spostate a figure più vicine – familiari compresi – fino ad arrivare all’ipotesi di un confronto diretto.
L’entourage del presidente continua a minimizzare, lo stesso Trump parla poco di Russiagate, ma intanto le indagini vanno avanti.
Ora, è chiaro che l’aggressiva politica estera che caratterizza questa amministrazione è perfettamente coerente con quanto promesso in campagna elettorale, con le caratteristiche politiche ed umane del personaggio, con la storia delle lobby e del pezzo di società che lo sostiene, sostanzialmente con l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del resto del mondo, e probabilmente sarebbe stata la stessa anche in assenza di questa inchiesta.
L’impressione e la conseguente ipotesi che avanziamo – che poi è abbastanza banale – è che, a fronte di una vicenda tenuta sempre più faticosamente sotto traccia e che comunque come conseguenza estrema avrebbe l’impeachement, spostare l’attenzione su altre questioni è sempre una buona strategia. Una bella guerra, ad esempio, che risolve spesso un sacco di problemi nell’immediato (per crearne esponenzialmente di più sul medio termine, ma di questo poi si occuperà qualcun altro!– ndr).
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17/04/2018
Trump non può fare il presidente: duro attacco dell’ex capo dell’FBI
Mentre Donald Trump è impegnato a bombardare la Siria, nuovi elementi vanno a rendere sempre più avvolgente la rete che il procuratore Mueller sta pazientemente tessendo con l’inchiesta Russiagate.
Il 9 aprile l’FBI ha perquisito gli uffici di Michael Cohen, avvocato vicino a Trump. Secondo Mueller, è dimostrabile che il legale sia stato, più o meno “segretamente”, a Praga nel 2016 in piena campagna elettorale.
A fare cosa? Secondo il dossier dell’ex agente segreto britannico Cristopher Steele – peraltro abbastanza controverso – Cohen avrebbe incontrato un uomo dell’entourage di Putin, Kostantin Kosachev. Secondo l’ipotesi investigativa di Mueller, ovviamente l’incontro rientrerebbe tra i “momenti di approccio” durante i quali si sarebbe definito il sostegno russo all’elezione di Trump.
Cohen tra l’altro è coinvolto in un’altra vicenda “calda” che rischia di travolgere ulteriormente l’attuale Presidente USA: quella riguardante la pornostar Stormy Daniels, alla quale l’avvocato avrebbe elargito una mazzetta di circa 130.000 dollari per mettere a tacere l’eventuale racconto di una relazione che la Daniels (al secolo Stephanie Clifford) avrebbe avuto con Trump.
Tra l’altro, alcune indiscrezioni raccontano che una parte dell’entourage di Trump avrebbe più paura di questa inchiesta che del Russiagate: in una società ipocritamente bigotta come quella statunitense, è facile comprendere perché.
Ma i colpi più duri assestati alla credibilità di Trump – mediaticamente parlando – sono arrivati dall’ex direttore dell’FBI James Comey, in carica dal 2013 al 2017 e fatto fuori proprio da Trump.
“Non è moralmente adatto a fare il presidente degli Stati Uniti”, “Può fare enormi danni”, “non incarna né rispetta i valori fondamentali del Paese, a partire dalla verità”, “tratta le donne come fossero pezzi di carne”.
Queste alcune delle considerazioni di Comey nel corso di una intervista all’emittente Abc. L’ex direttore dell’FBI ha aggiunto che è plausibile che Trump abbia e stia provando ad intralciare le indagini, e che è altrettanto possibile che sia ricattabile dai russi, che “potrebbero essere in possesso” di materiale compromettente sul suo conto.
Comey ha sottolineato la tendenza di Trump a mentire, ed ha spesso ribadito la sua inadeguatezza e pericolosità come presidente degli Stati Uniti.
Alla domanda se l’impeachement fosse una soluzione, l’ex federale ha però frenato, ritenendo che la soluzione migliore sarebbe – per lui – far valutare l’operato di Trump dagli americani attraverso lo strumento delle elezioni.
Al netto delle dichiarazioni di Comey – impegnato nella presentazione del suo libro – sul “fronte interno” la situazione non è tranquilla per Donald Trump. L’impressione è che, lentamente ma in modo apparentemente inesorabile, l’indagine di Mueller si stia avvicinando al tycoon, messo in difficoltà anche da inchieste “parallele” ed altrettanto dannose.
Forse, per spiegare i motivi dell’attacco alla Siria, bisogna tenere in considerazione anche queste vicende: creare tensione per spostare l’attenzione di media ed opinione pubblica è un metodo vecchio ma sempre efficace.
Fonte
Il 9 aprile l’FBI ha perquisito gli uffici di Michael Cohen, avvocato vicino a Trump. Secondo Mueller, è dimostrabile che il legale sia stato, più o meno “segretamente”, a Praga nel 2016 in piena campagna elettorale.
A fare cosa? Secondo il dossier dell’ex agente segreto britannico Cristopher Steele – peraltro abbastanza controverso – Cohen avrebbe incontrato un uomo dell’entourage di Putin, Kostantin Kosachev. Secondo l’ipotesi investigativa di Mueller, ovviamente l’incontro rientrerebbe tra i “momenti di approccio” durante i quali si sarebbe definito il sostegno russo all’elezione di Trump.
Cohen tra l’altro è coinvolto in un’altra vicenda “calda” che rischia di travolgere ulteriormente l’attuale Presidente USA: quella riguardante la pornostar Stormy Daniels, alla quale l’avvocato avrebbe elargito una mazzetta di circa 130.000 dollari per mettere a tacere l’eventuale racconto di una relazione che la Daniels (al secolo Stephanie Clifford) avrebbe avuto con Trump.
Tra l’altro, alcune indiscrezioni raccontano che una parte dell’entourage di Trump avrebbe più paura di questa inchiesta che del Russiagate: in una società ipocritamente bigotta come quella statunitense, è facile comprendere perché.
Ma i colpi più duri assestati alla credibilità di Trump – mediaticamente parlando – sono arrivati dall’ex direttore dell’FBI James Comey, in carica dal 2013 al 2017 e fatto fuori proprio da Trump.
“Non è moralmente adatto a fare il presidente degli Stati Uniti”, “Può fare enormi danni”, “non incarna né rispetta i valori fondamentali del Paese, a partire dalla verità”, “tratta le donne come fossero pezzi di carne”.
Queste alcune delle considerazioni di Comey nel corso di una intervista all’emittente Abc. L’ex direttore dell’FBI ha aggiunto che è plausibile che Trump abbia e stia provando ad intralciare le indagini, e che è altrettanto possibile che sia ricattabile dai russi, che “potrebbero essere in possesso” di materiale compromettente sul suo conto.
Comey ha sottolineato la tendenza di Trump a mentire, ed ha spesso ribadito la sua inadeguatezza e pericolosità come presidente degli Stati Uniti.
Alla domanda se l’impeachement fosse una soluzione, l’ex federale ha però frenato, ritenendo che la soluzione migliore sarebbe – per lui – far valutare l’operato di Trump dagli americani attraverso lo strumento delle elezioni.
Al netto delle dichiarazioni di Comey – impegnato nella presentazione del suo libro – sul “fronte interno” la situazione non è tranquilla per Donald Trump. L’impressione è che, lentamente ma in modo apparentemente inesorabile, l’indagine di Mueller si stia avvicinando al tycoon, messo in difficoltà anche da inchieste “parallele” ed altrettanto dannose.
Forse, per spiegare i motivi dell’attacco alla Siria, bisogna tenere in considerazione anche queste vicende: creare tensione per spostare l’attenzione di media ed opinione pubblica è un metodo vecchio ma sempre efficace.
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03/04/2018
Russiagate: spunta anche Assange, ed è in arrivo una “tempesta”
Potrebbe essere il copione di una serie tv ben fatta, articolata, piena di colpi di scena, con decine di personaggi che improvvisamente irrompono, facendo crescere la suspence e l’attesa di un epilogo che al momento non appare chiarissimo. Anche se per molti la tempesta è ormai in arrivo…
Parliamo di Russiagate, l’inchiesta sulle presunte interferenze russe a sostegno di Donald Trump nel corso della campagna elettorale e poi durante le elezioni del 2016, che videro il tycoon trionfare – un po’ a sorpresa – su Hillary Clinton.
Quella che all’inizio sembrava una indiscrezione giornalistica pompata in modo un po’ sensazionalistico, nei mesi è diventata una inchiesta ampia, approfondita e molto “reale” nei suoi sviluppi.
Il procuratore speciale Robert Mueller, settimana dopo settimana, ha stretto sempre più il cerchio intorno a Trump e al suo entourage, dando sostanza ad una indagine che ormai è impossibile ignorare, come di fatto sta tentando di fare il presidente Usa.
L’ultimo colpo di scena riguarda il coinvolgimento di Julian Assange, il fondatore di Wikileaks: secondo il Wall Street Journal, all’interno di uno scambio di e-mail tra Roger Stone e Sam Nunberg – due collaboratori di Trump durante la campagna elettorale – verrebbe fuori la notizia di un incontro (una cena) tra lo stesso Stone ed Assange. C’è anche una data: 3 agosto 2016. In una mail del 4, infatti, era descritto l’incontro, poi smentito dallo stesso Stone con tanto di “prove ed evidenze” di una sua presenza a Los Angeles nel giorno in cui si sarebbe incontrato con Assange.
Ma evidentemente qualcosa di possibile c’è, per Mueller ed il suo staff di investigatori: ad insospettire gli inquirenti, sempre secondo il WSJ, la pubblicazione da parte di Wikileaks di migliaia di mail sottratte allo staff della Clinton che, sempre secondo l’ipotesi di accusa, sarebbero state ottenute dall’attività di alcuni hacker russi.
Questo, in breve, il quadro investigativo. Un altro tassello di un puzzle che – sebbene a volte appaia un po’ “forzato” nel voler trovare connivenze tra Trump e Putin – più passa il tempo e più appare quantomeno plausibile, ed utilizzabile anche strumentalmente per attaccare l’attuale amministrazione americana.
Ma la “notizia di giornata” – o quantomeno la previsione – peggiore per Trump arriva da una intervista rilasciata alla rete Abc da Alex Castellanos, “spin doctor” repubblicano che ha lavorato alle campagne per Jeb Bush e Mitt Romney (senza grandi successi – ndr).
Secondo lui, Trump dovrebbe iniziare a “rinforzare il team legale” in attesa delle elezioni di Midterm, quando secondo molti analisti i repubblicani potrebbero perdere anche in modo significativo. Per Castellanos è probabile che Muller possa andare a mettere le mani anche nella complessa storia finanziaria di Trump, ed i risultati di un ulteriore allargamento dell’indagine, uniti al risultato elettorale avverso, potrebbero voler significare impeachment.
Fonte
Parliamo di Russiagate, l’inchiesta sulle presunte interferenze russe a sostegno di Donald Trump nel corso della campagna elettorale e poi durante le elezioni del 2016, che videro il tycoon trionfare – un po’ a sorpresa – su Hillary Clinton.
Quella che all’inizio sembrava una indiscrezione giornalistica pompata in modo un po’ sensazionalistico, nei mesi è diventata una inchiesta ampia, approfondita e molto “reale” nei suoi sviluppi.
Il procuratore speciale Robert Mueller, settimana dopo settimana, ha stretto sempre più il cerchio intorno a Trump e al suo entourage, dando sostanza ad una indagine che ormai è impossibile ignorare, come di fatto sta tentando di fare il presidente Usa.
L’ultimo colpo di scena riguarda il coinvolgimento di Julian Assange, il fondatore di Wikileaks: secondo il Wall Street Journal, all’interno di uno scambio di e-mail tra Roger Stone e Sam Nunberg – due collaboratori di Trump durante la campagna elettorale – verrebbe fuori la notizia di un incontro (una cena) tra lo stesso Stone ed Assange. C’è anche una data: 3 agosto 2016. In una mail del 4, infatti, era descritto l’incontro, poi smentito dallo stesso Stone con tanto di “prove ed evidenze” di una sua presenza a Los Angeles nel giorno in cui si sarebbe incontrato con Assange.
Ma evidentemente qualcosa di possibile c’è, per Mueller ed il suo staff di investigatori: ad insospettire gli inquirenti, sempre secondo il WSJ, la pubblicazione da parte di Wikileaks di migliaia di mail sottratte allo staff della Clinton che, sempre secondo l’ipotesi di accusa, sarebbero state ottenute dall’attività di alcuni hacker russi.
Questo, in breve, il quadro investigativo. Un altro tassello di un puzzle che – sebbene a volte appaia un po’ “forzato” nel voler trovare connivenze tra Trump e Putin – più passa il tempo e più appare quantomeno plausibile, ed utilizzabile anche strumentalmente per attaccare l’attuale amministrazione americana.
Ma la “notizia di giornata” – o quantomeno la previsione – peggiore per Trump arriva da una intervista rilasciata alla rete Abc da Alex Castellanos, “spin doctor” repubblicano che ha lavorato alle campagne per Jeb Bush e Mitt Romney (senza grandi successi – ndr).
Secondo lui, Trump dovrebbe iniziare a “rinforzare il team legale” in attesa delle elezioni di Midterm, quando secondo molti analisti i repubblicani potrebbero perdere anche in modo significativo. Per Castellanos è probabile che Muller possa andare a mettere le mani anche nella complessa storia finanziaria di Trump, ed i risultati di un ulteriore allargamento dell’indagine, uniti al risultato elettorale avverso, potrebbero voler significare impeachment.
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27/02/2018
Russiagate: l’inchiesta si allarga, “terra bruciata” intorno a Trump?
L’ultima notizia in ordine cronologico che riguarda l’ormai complessa vicenda del Russiagate è la decisione di Rick Gates, collaboratore di Trump ai tempi della campagna elettorale, di dichiararsi colpevole di una serie di reati di cui è accusato: frode, riciclaggio, cospirazione ai danni degli Stati Uniti d’America.
Attenzione, tra le accuse nei confronti di Gates non c’è nulla che riguarda Russiagate, ma ormai sembra abbastanza evidente la strategia del procuratore Mueller: colpire i collaboratori di Trump avvicinandosi sempre di più ad un eventuale “anello debole”, che per alcuni analisti potrebbe essere il genero di Trump, Jared Kushner.
Procediamo con ordine, partendo dall’ultimo aggiornamento: nella giornata di ieri fonti di informazione statunitensi hanno rilanciato la notizia della decisione di Rick Gates, ex consigliere di Trump durante la campagna elettorale, di dichiararsi colpevole.
Le accuse, sia quelle contro Gates che quelle contro il suo socio, Paul Manafort, anche lui consulente di Trump, fanno riferimento a qualcosa come 32 capi di imputazione: dalla frode al riciclaggio, fino ad arrivare alla cospirazione.
Come una sorta di gioco ad incastri, ecco dunque arrivare sulla scena Paul Manafort: anche lui parte dell’entourage di Trump in campagna elettorale, e legato a Gates da affari in comune.
Se Gates inizia a collaborare, Manafort finisce in guai seri. Questa appare essere la situazione: nei suoi confronti pesano accuse gravi, l’ultima delle quali coinvolge anche alcuni leader politici europei.
Manafort è infatti accusato dal procuratore Mueller di aver pagato per creare una sorta di lobby di sostegno a favore dell’Ucraina e del suo presidente Yanukovich, destituito dal golpe di Euromaidan, sostenuto tra l’altro dagli Usa. All’interno di questo filone d’inchiesta, ad un certo punto, sono venuti fuori anche i nomi dell’ex cancelliere austriaco Gusenbauer e addirittura di Romano Prodi, che ha smentito immediatamente ogni presunta attività di lobbying e qualsiasi tipo di attività segreta.
Situazione ingarbugliata, che appare chiara – paradossalmente – solo se osservata attraverso il punto di vista di Robert Mueller e della sua inchiesta: fare terra bruciata intorno a Trump e generare pressione.
In effetti sono diversi, ormai, i collaboratori di Trump coinvolti a pieno titolo nell’inchiesta: oltre ai già citati Manfort e Gates, c’è Micheal Flynn – ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale – che ha già patteggiato dichiarandosi colpevole di dichiarazioni false all’FBI rispetto ai suoi rapporti con l’ambasciatore russo negli Stati Uniti Sergey Kislyak, e che al momento è la carta migliore in mano a Mueller.
C’è George Papadopoulos, anche lui ex consigliere di Trump in campagna elettorale, anche lui autodichiaratosi colpevole di aver mentito all’FBI in merito alle presunte interazioni con i russi.
C’è Steve Bannon, di cui abbiamo già scritto in un precedente articolo: già coordinatore della campagna elettorale di Trump, poi membro del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, poi esautorato da ogni compito perché considerato troppo estremo, ma in realtà allontanato per incompatibilità con alcuni membri della famiglia Trump.
Bannon è stato convocato da Mueller a metà gennaio, e potrebbe avere anche lui qualcosa da raccontare.
Insomma, nonostante ufficialmente Trump si disinteressi di questa inchiesta, la situazione si complica ogni giorno di più.
E’ utile ricordare che il rischio principale a cui andrebbe incontro l’attuale presidente degli USA – nel caso emergesse una sua reale implicazione nel presunto dossieraggio contro la Clinton ed una sua consapevolezza di una eventuale interferenza russa (tutta da dimostrare) nelle elezioni – è la procedura di impeachment.
Fonte
Attenzione, tra le accuse nei confronti di Gates non c’è nulla che riguarda Russiagate, ma ormai sembra abbastanza evidente la strategia del procuratore Mueller: colpire i collaboratori di Trump avvicinandosi sempre di più ad un eventuale “anello debole”, che per alcuni analisti potrebbe essere il genero di Trump, Jared Kushner.
Procediamo con ordine, partendo dall’ultimo aggiornamento: nella giornata di ieri fonti di informazione statunitensi hanno rilanciato la notizia della decisione di Rick Gates, ex consigliere di Trump durante la campagna elettorale, di dichiararsi colpevole.
Le accuse, sia quelle contro Gates che quelle contro il suo socio, Paul Manafort, anche lui consulente di Trump, fanno riferimento a qualcosa come 32 capi di imputazione: dalla frode al riciclaggio, fino ad arrivare alla cospirazione.
Come una sorta di gioco ad incastri, ecco dunque arrivare sulla scena Paul Manafort: anche lui parte dell’entourage di Trump in campagna elettorale, e legato a Gates da affari in comune.
Se Gates inizia a collaborare, Manafort finisce in guai seri. Questa appare essere la situazione: nei suoi confronti pesano accuse gravi, l’ultima delle quali coinvolge anche alcuni leader politici europei.
Manafort è infatti accusato dal procuratore Mueller di aver pagato per creare una sorta di lobby di sostegno a favore dell’Ucraina e del suo presidente Yanukovich, destituito dal golpe di Euromaidan, sostenuto tra l’altro dagli Usa. All’interno di questo filone d’inchiesta, ad un certo punto, sono venuti fuori anche i nomi dell’ex cancelliere austriaco Gusenbauer e addirittura di Romano Prodi, che ha smentito immediatamente ogni presunta attività di lobbying e qualsiasi tipo di attività segreta.
Situazione ingarbugliata, che appare chiara – paradossalmente – solo se osservata attraverso il punto di vista di Robert Mueller e della sua inchiesta: fare terra bruciata intorno a Trump e generare pressione.
In effetti sono diversi, ormai, i collaboratori di Trump coinvolti a pieno titolo nell’inchiesta: oltre ai già citati Manfort e Gates, c’è Micheal Flynn – ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale – che ha già patteggiato dichiarandosi colpevole di dichiarazioni false all’FBI rispetto ai suoi rapporti con l’ambasciatore russo negli Stati Uniti Sergey Kislyak, e che al momento è la carta migliore in mano a Mueller.
C’è George Papadopoulos, anche lui ex consigliere di Trump in campagna elettorale, anche lui autodichiaratosi colpevole di aver mentito all’FBI in merito alle presunte interazioni con i russi.
C’è Steve Bannon, di cui abbiamo già scritto in un precedente articolo: già coordinatore della campagna elettorale di Trump, poi membro del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, poi esautorato da ogni compito perché considerato troppo estremo, ma in realtà allontanato per incompatibilità con alcuni membri della famiglia Trump.
Bannon è stato convocato da Mueller a metà gennaio, e potrebbe avere anche lui qualcosa da raccontare.
Insomma, nonostante ufficialmente Trump si disinteressi di questa inchiesta, la situazione si complica ogni giorno di più.
E’ utile ricordare che il rischio principale a cui andrebbe incontro l’attuale presidente degli USA – nel caso emergesse una sua reale implicazione nel presunto dossieraggio contro la Clinton ed una sua consapevolezza di una eventuale interferenza russa (tutta da dimostrare) nelle elezioni – è la procedura di impeachment.
Fonte
01/02/2018
Primo discorso dell’unione per Trump: aperture, morbidezza e qualche bugia
Per certi versi, il primo “discorso sullo stato dell’unione” di Donald Trump è stato sorprendente. E’ stato un intervento quasi normale: niente iperboli, niente divagazioni, nessuna gaffe, niente volgarità, addirittura una apertura ai democratici... Insomma, il buon Donald ci ha provato, a fare il bravo. Ovviamente il sospetto che sia un bluff è venuto a tutti, a partire dalla stampa USA.
Entriamo nei particolari, iniziando con alcuni dati: è stato il discorso più lungo degli ultimi anni, il più twittato, il più ricercato sui motori di ricerca. Era dunque atteso, probabilmente per verificare quanto la vicenda Russiagate stesse condizionando l’attività presidenziale.
Forse da quella storia nasce l’inedita “linea soft” scelta da Trump, l’apertura ai democratici, la richiesta di unità e condivisione... chissà.
Veniamo ai contenuti: “Questo e’ il nostro nuovo momento americano. Non c’è mai stato momento migliore per cominciare a vivere il sogno americano”, e già la puzza di retorica ha iniziato a diffondersi un po’ ovunque. Ma c’era da aspettarselo.
Innanzitutto mano tesa ai democratici per “mettere da parte le differenze, di cercare un terreno comune e di trovare l’unita” e, sopratutto, per ottenere il via libera ad un pesante investimento di spesa pubblica – 1,5 miliardi di dollari in infrastrutture – che sarebbe mal visto da una parte del Partito Repubblicano e che, per essere approvato, necessita del sostegno di almeno una parte dei Dem.
Poi l’elenco dei successi, conditi da qualche innocua piccola bugia: taglio delle tasse più forte di sempre (secondo alcuni analisti non è così), ripresa della crescita dei salari (che già era in atto al suo arrivo), USA paese esportatore di energia (?).
Ha parlato di immigrazione, ammorbidendo un po’ le sue posizioni: apertura verso i cosiddetti “dreamers”, gli immigrati non in regola e attualmente tutelati in quanto arrivati in tenera età, ma costruzione del muro e rafforzamento delle pattuglia ai confini.
Per quel che riguarda la politica estera, poca roba: un passaggio su Daesh sull’orlo della sconfitta in Siria ed Iraq, terrorismo islamico ancora lontano dall’essere debellato, una stoccata all’Iran, una alla Corea del Nord. “Rompere con le politiche fallimentari di Obama”, un passaggio sul “momento magico” del disarmo nucleare che noi fatichiamo tantissimo a vedere, e l’unica notizia certa emersa dal lungo discorso: Guantanamo non chiude.
Come detto, niente Russiagate: sarebbe stato l’unico argomento concreto di cui parlare, ma anche l’unico che era ovvio non fosse citato.
Ma l’apertura al Partito Democratico e la richiesta di unione e collaborazione potrebbe riferirsi anche a quella spinosa questione. Di certo, l’impressione è che il bisogno di “larghe intese” all’europea potrebbe nascere anche per questa amministrazione, sopratutto in vista delle elezioni di medio termine.
Fredda la reazione dei democratici e della stampa, che tendenzialmente non danno troppo credito a questo inedito Trump, al quale – tanto per concludere alla grande l’articolo – è comunque andata bene: poco dopo la fine del discorso è arrivata la smentita da parte di una pornodiva che aveva raccontato di una focosa relazione con lui. Si sa, l’elettorato statunitense queste cose non le digerisce bene: tra un fucile acquistato al centro commerciale e il sostegno alla prossima guerra, di pornodive e presidenti non vuole proprio sentir parlare.
Fonte
Entriamo nei particolari, iniziando con alcuni dati: è stato il discorso più lungo degli ultimi anni, il più twittato, il più ricercato sui motori di ricerca. Era dunque atteso, probabilmente per verificare quanto la vicenda Russiagate stesse condizionando l’attività presidenziale.
Forse da quella storia nasce l’inedita “linea soft” scelta da Trump, l’apertura ai democratici, la richiesta di unità e condivisione... chissà.
Veniamo ai contenuti: “Questo e’ il nostro nuovo momento americano. Non c’è mai stato momento migliore per cominciare a vivere il sogno americano”, e già la puzza di retorica ha iniziato a diffondersi un po’ ovunque. Ma c’era da aspettarselo.
Innanzitutto mano tesa ai democratici per “mettere da parte le differenze, di cercare un terreno comune e di trovare l’unita” e, sopratutto, per ottenere il via libera ad un pesante investimento di spesa pubblica – 1,5 miliardi di dollari in infrastrutture – che sarebbe mal visto da una parte del Partito Repubblicano e che, per essere approvato, necessita del sostegno di almeno una parte dei Dem.
Poi l’elenco dei successi, conditi da qualche innocua piccola bugia: taglio delle tasse più forte di sempre (secondo alcuni analisti non è così), ripresa della crescita dei salari (che già era in atto al suo arrivo), USA paese esportatore di energia (?).
Ha parlato di immigrazione, ammorbidendo un po’ le sue posizioni: apertura verso i cosiddetti “dreamers”, gli immigrati non in regola e attualmente tutelati in quanto arrivati in tenera età, ma costruzione del muro e rafforzamento delle pattuglia ai confini.
Per quel che riguarda la politica estera, poca roba: un passaggio su Daesh sull’orlo della sconfitta in Siria ed Iraq, terrorismo islamico ancora lontano dall’essere debellato, una stoccata all’Iran, una alla Corea del Nord. “Rompere con le politiche fallimentari di Obama”, un passaggio sul “momento magico” del disarmo nucleare che noi fatichiamo tantissimo a vedere, e l’unica notizia certa emersa dal lungo discorso: Guantanamo non chiude.
Come detto, niente Russiagate: sarebbe stato l’unico argomento concreto di cui parlare, ma anche l’unico che era ovvio non fosse citato.
Ma l’apertura al Partito Democratico e la richiesta di unione e collaborazione potrebbe riferirsi anche a quella spinosa questione. Di certo, l’impressione è che il bisogno di “larghe intese” all’europea potrebbe nascere anche per questa amministrazione, sopratutto in vista delle elezioni di medio termine.
Fredda la reazione dei democratici e della stampa, che tendenzialmente non danno troppo credito a questo inedito Trump, al quale – tanto per concludere alla grande l’articolo – è comunque andata bene: poco dopo la fine del discorso è arrivata la smentita da parte di una pornodiva che aveva raccontato di una focosa relazione con lui. Si sa, l’elettorato statunitense queste cose non le digerisce bene: tra un fucile acquistato al centro commerciale e il sostegno alla prossima guerra, di pornodive e presidenti non vuole proprio sentir parlare.
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30/01/2018
Russiagate: FBI sulla graticola, Trump e i repubblicani contrattaccano
Anche solo mettendo in fila le notizie e gli aggiornamenti, quella che sta nascendo intorno al Russiagate tra l’Amministrazione Trump e gli inquirenti è una guerra.
Senza esclusione di colpi e con le sue vittime, come ad esempio il n.2 dell’FBI Andrew McCabe, che a soli 49 anni sta andando in pensione dopo essere stato al centro di attacchi molto duri da parte dell’entourage del presidente.
Ma andiamo con ordine, mettendo in fila una serie di notizie che chiaramente, almeno per noi, mettono in evidenza un conflitto istituzionale ad alta intensità in corso.
Partiamo dalla presa di posizione del Partito Repubblicano, il partito di Trump (anche se in campagna elettorale fece quasi di tutto per non esserlo).
Ebbene, i rappresentanti repubblicani all’interno della commissione intelligence della camera hanno chiesto la pubblicazione di un rapporto al momento “secretato” che accuserebbe l’Fbi di aver abusato di autorità nelle sue indagini sulla presunta ingerenza russa nel voto del 2016.
Immediata l’opposizione dei Democratici. Il rapporto ora verrà sottoposto all’attenzione di Trump, che deciderà se pubblicarlo o meno.
Poi c’è la questione Andrew Mc Cabe, il n.2 dell’FBI che si è dimesso dopo aver annunciato di voler andare in pensione a soli 49. Perché? Nonostante la portavoce della Casa Bianca abbia dichiarato “il Presidente non c’entra nulla”, il presidente c’entra, eccome.
Sono mesi che Trump attacca il povero McCabe, la cui moglie si è candidata nel 2015 per un posto in Senato con il Partito Democratico ricevendo finanziamenti elettorali da ambienti vicini alla Clinton.
Questo “marchio di infamia” (in effetti qualche difetto di trasparenza c’è) ha di diritto inserito Andrew McCabe nella speciale lista di coloro i quali, secondo Trump, stanno in qualche modo tramando contro la sua presidenza utilizzando come strumento il Russiagate.
Un anno fa a saltare era stato James Comey, allora al vertice dell’FBI. Adesso McCabe, altra vittima di quella che appare sempre più come una normalizzazione gestita in modo abbastanza spiccio.
Che Trump ed il suo entourage stiano reagendo in modo deciso all’inchiesta portata avanti con una certa decisione dal procuratore Mueller emerge anche da un paio di indiscrezioni emerse negli ultimi giorni.
Il Wall Street Journal ha riportato la notizia che i legali del presidente starebbero studiando una sentenza del 1997 che impedirebbe o quantomeno ritarderebbe e limiterebbe l’interrogatorio di Trump da parte degli inquirenti.
A proposito di Mueller, poi, interessante la dichiarazione della senatrice repubblicana Graham: “Se Trump licenzia il procuratore, mette a rischio la presidenza. Sarebbe un terribile errore”.
E sarebbe anche interessante chiedere alla senatrice Graham cosa l’abbia indotta a pensare una cosa del genere. Qualche indiscrezione dall’interno del partito?
Come si dice, “stay tuned”: nelle prossime puntate siamo certi che non mancheranno sorprese!
Fonte
Senza esclusione di colpi e con le sue vittime, come ad esempio il n.2 dell’FBI Andrew McCabe, che a soli 49 anni sta andando in pensione dopo essere stato al centro di attacchi molto duri da parte dell’entourage del presidente.
Ma andiamo con ordine, mettendo in fila una serie di notizie che chiaramente, almeno per noi, mettono in evidenza un conflitto istituzionale ad alta intensità in corso.
Partiamo dalla presa di posizione del Partito Repubblicano, il partito di Trump (anche se in campagna elettorale fece quasi di tutto per non esserlo).
Ebbene, i rappresentanti repubblicani all’interno della commissione intelligence della camera hanno chiesto la pubblicazione di un rapporto al momento “secretato” che accuserebbe l’Fbi di aver abusato di autorità nelle sue indagini sulla presunta ingerenza russa nel voto del 2016.
Immediata l’opposizione dei Democratici. Il rapporto ora verrà sottoposto all’attenzione di Trump, che deciderà se pubblicarlo o meno.
Poi c’è la questione Andrew Mc Cabe, il n.2 dell’FBI che si è dimesso dopo aver annunciato di voler andare in pensione a soli 49. Perché? Nonostante la portavoce della Casa Bianca abbia dichiarato “il Presidente non c’entra nulla”, il presidente c’entra, eccome.
Sono mesi che Trump attacca il povero McCabe, la cui moglie si è candidata nel 2015 per un posto in Senato con il Partito Democratico ricevendo finanziamenti elettorali da ambienti vicini alla Clinton.
Questo “marchio di infamia” (in effetti qualche difetto di trasparenza c’è) ha di diritto inserito Andrew McCabe nella speciale lista di coloro i quali, secondo Trump, stanno in qualche modo tramando contro la sua presidenza utilizzando come strumento il Russiagate.
Un anno fa a saltare era stato James Comey, allora al vertice dell’FBI. Adesso McCabe, altra vittima di quella che appare sempre più come una normalizzazione gestita in modo abbastanza spiccio.
Che Trump ed il suo entourage stiano reagendo in modo deciso all’inchiesta portata avanti con una certa decisione dal procuratore Mueller emerge anche da un paio di indiscrezioni emerse negli ultimi giorni.
Il Wall Street Journal ha riportato la notizia che i legali del presidente starebbero studiando una sentenza del 1997 che impedirebbe o quantomeno ritarderebbe e limiterebbe l’interrogatorio di Trump da parte degli inquirenti.
A proposito di Mueller, poi, interessante la dichiarazione della senatrice repubblicana Graham: “Se Trump licenzia il procuratore, mette a rischio la presidenza. Sarebbe un terribile errore”.
E sarebbe anche interessante chiedere alla senatrice Graham cosa l’abbia indotta a pensare una cosa del genere. Qualche indiscrezione dall’interno del partito?
Come si dice, “stay tuned”: nelle prossime puntate siamo certi che non mancheranno sorprese!
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18/01/2018
RussiaGate, nuovo capitolo. Cresce la tensione tra l’Amministrazione e gli inquirenti
Aggiornamenti interessanti e potenzialmente clamorosi per quel che riguarda il Russiagate, l’inchiesta sul presunto ruolo della Russia nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, che portarono alla vittoria di Donald Trump.
Nonostante i tentativi ormai sempre più evidenti di “silenziare” mediaticamente e politicamente la questione, portati avanti dall’amministrazione Trump in modo abbastanza sfacciato, sembra proprio che qualcosa di importante sia sul punto di verificarsi.
L’ultimo capitolo della vicenda riguarda l’interrogatorio di Steve Bannon, ex “stratega” del presidente Trump. Le modalità di gestione da parte del procuratore Robert Mueller, a capo dell’indagine, sono già abbastanza esplicative della tensione e della complessità della situazione: il controverso ex consigliere strategico di Donald Trump, passato alla cronaca per esternazioni discutibili e posizioni politiche abbastanza radicali e poco moderate, è stato infatti convocato da Mueller di fronte ad un gran giury per testimoniare sui rapporti tra l’entourage di Trump e dei presunti “emissari” del Cremlino. In particolare, il procuratore intende raccogliere informazioni su quanto raccontato dallo stesso Bannon nel libro “Fire and Fury”, ossia di un incontro tra alcuni personaggi legati in qualche modo alla Russia e dei rappresentanti dello staff dell’allora futuro presidente: oggetto dell’incontro, materiale compromettente su Hillary Clinton.
Un incontro che lo stesso Bannon ha definito “sovversivo”.
E’ utile soffermare per un attimo l’attenzione sull’ex stratega di Trump: un uomo di destra, razzista, convinto sostenitore della necessità di energiche politiche di imperialismo economico e militare. Un personaggio prima fortemente voluto e poi allontanato dallo stesso Trump in seguito alla pessima gestione dei fatti di Charlottesville, dove emerse in modo chiaro l’atteggiamento indulgente verso forme di razzismo e suprematismo bianco da parte dello staff presidenziale (che “The Donald” sia tendenzialmente razzista è abbastanza evidente, ma esprimerlo in modo quasi sfacciato ancora genera qualche mal di pancia, negli Stati Uniti, almeno sul piano formale).
Steve Bannon venne allora in qualche modo “sacrificato” sull’altare del politically correct, ed allontanato dall’entourage presidenziale. Una dismissione importante, parliamo di un consigliere fortemente voluto dallo stesso Trump.
Non deve averla presa bene, la defenestrazione, l’energico Bannon, che forse non casualmente nel giro di poco tempo ha pubblicato il libro “Fire and Fury” nel quale, oltre a parlare di Russiagate, tratteggia in modo non lusinghiero diversi membri dello staff presidenziale, compresi alcuni parenti di Trump. Pure su quest'ultimo il giudizio non è lusinghiero. E “The Donald” ci è rimasto male, forse al punto da fare pressioni per allontanare Bannon anche dal ruolo di direttore di Breitbart, giornale on-line punto di riferimento della destra USA.
Questioni politiche e questioni personali che sembrano sovrapporsi, in mezzo alle quali pare essersi inserito abilmente il procuratore Muller: la convocazione formale per Bannon (la prima nei confronti di un membro dello staff del presidente) sembra essere una mossa strategica per fare pressione sull’ex consigliere e convincerlo a parlare “informalmente” con gli investigatori.
Lanci di agenzia nel tardo pomeriggio di ieri confermerebbero che la strategia del procuratore abbia funzionato: Bannon, pur di evitare di comparire davanti al gran giury, si sarebbe dichiarato disposto a collaborare con Muller.
Passaggio importante, che potrebbe portare ad un innalzamento del livello di scontro tra gli inquirenti e l’amministrazione. Trump ed il suo staff procedono come se il Russiagate non ci fosse, ma l’impressione è che qualcosa di significativo sia avvenuto, e che tenerlo nascosto e sotto traccia sarà sempre più difficile.
Fonte
Nonostante i tentativi ormai sempre più evidenti di “silenziare” mediaticamente e politicamente la questione, portati avanti dall’amministrazione Trump in modo abbastanza sfacciato, sembra proprio che qualcosa di importante sia sul punto di verificarsi.
L’ultimo capitolo della vicenda riguarda l’interrogatorio di Steve Bannon, ex “stratega” del presidente Trump. Le modalità di gestione da parte del procuratore Robert Mueller, a capo dell’indagine, sono già abbastanza esplicative della tensione e della complessità della situazione: il controverso ex consigliere strategico di Donald Trump, passato alla cronaca per esternazioni discutibili e posizioni politiche abbastanza radicali e poco moderate, è stato infatti convocato da Mueller di fronte ad un gran giury per testimoniare sui rapporti tra l’entourage di Trump e dei presunti “emissari” del Cremlino. In particolare, il procuratore intende raccogliere informazioni su quanto raccontato dallo stesso Bannon nel libro “Fire and Fury”, ossia di un incontro tra alcuni personaggi legati in qualche modo alla Russia e dei rappresentanti dello staff dell’allora futuro presidente: oggetto dell’incontro, materiale compromettente su Hillary Clinton.
Un incontro che lo stesso Bannon ha definito “sovversivo”.
E’ utile soffermare per un attimo l’attenzione sull’ex stratega di Trump: un uomo di destra, razzista, convinto sostenitore della necessità di energiche politiche di imperialismo economico e militare. Un personaggio prima fortemente voluto e poi allontanato dallo stesso Trump in seguito alla pessima gestione dei fatti di Charlottesville, dove emerse in modo chiaro l’atteggiamento indulgente verso forme di razzismo e suprematismo bianco da parte dello staff presidenziale (che “The Donald” sia tendenzialmente razzista è abbastanza evidente, ma esprimerlo in modo quasi sfacciato ancora genera qualche mal di pancia, negli Stati Uniti, almeno sul piano formale).
Steve Bannon venne allora in qualche modo “sacrificato” sull’altare del politically correct, ed allontanato dall’entourage presidenziale. Una dismissione importante, parliamo di un consigliere fortemente voluto dallo stesso Trump.
Non deve averla presa bene, la defenestrazione, l’energico Bannon, che forse non casualmente nel giro di poco tempo ha pubblicato il libro “Fire and Fury” nel quale, oltre a parlare di Russiagate, tratteggia in modo non lusinghiero diversi membri dello staff presidenziale, compresi alcuni parenti di Trump. Pure su quest'ultimo il giudizio non è lusinghiero. E “The Donald” ci è rimasto male, forse al punto da fare pressioni per allontanare Bannon anche dal ruolo di direttore di Breitbart, giornale on-line punto di riferimento della destra USA.
Questioni politiche e questioni personali che sembrano sovrapporsi, in mezzo alle quali pare essersi inserito abilmente il procuratore Muller: la convocazione formale per Bannon (la prima nei confronti di un membro dello staff del presidente) sembra essere una mossa strategica per fare pressione sull’ex consigliere e convincerlo a parlare “informalmente” con gli investigatori.
Lanci di agenzia nel tardo pomeriggio di ieri confermerebbero che la strategia del procuratore abbia funzionato: Bannon, pur di evitare di comparire davanti al gran giury, si sarebbe dichiarato disposto a collaborare con Muller.
Passaggio importante, che potrebbe portare ad un innalzamento del livello di scontro tra gli inquirenti e l’amministrazione. Trump ed il suo staff procedono come se il Russiagate non ci fosse, ma l’impressione è che qualcosa di significativo sia avvenuto, e che tenerlo nascosto e sotto traccia sarà sempre più difficile.
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14/12/2017
L’America cammina verso l’Armageddon
In un recente articolo sul suo blog,
Paul Craig Roberts torna a parlare dell’America e del progetto del Deep
State, il complesso militare e della sicurezza, di riedificare una
nuova, irresponsabile e pericolosissima Guerra Fredda con la Russia, che
potrebbe terminare in una guerra nucleare. Tutto questo con il
consapevole appoggio dei media prezzolati e col presidente Trump che,
sotto scacco per la montatura del Russiagate, si è rimangiato tutte le
sue promesse elettorali di normalizzare i rapporti con la Russia e si è
ridotto ad un burattino, utile esempio per i futuri candidati alla
presidenza, perché capiscano chi controlla veramente Washington, ed
evitino di appellarsi al popolo.
di Paul Craig Robert, 5/12/2017
L’ostilità orchestrata verso Russia, Cina, Iran e Corea del Nord protegge il budget annuale di 1.000 miliardi di dollari del complesso militare/della sicurezza, convincendo l’opinione pubblica americana che gli Stati Uniti sono minacciati da nemici. Mantiene anche vive le speranze del Partito Democratico che Trump possa essere rimosso dal suo incarico, e ha impedito al presidente Trump di normalizzare le relazioni con la Russia. Da tempo ho sottolineato che le azioni gratuite e aggressive di Washington contro la Russia e la costante raffica di accuse false contro il suo governo hanno convinto la Russia che Washington stia pianificando un attacco militare. Non c’è niente di più sconsiderato e irresponsabile che convincere una superpotenza nucleare che si sta preparando un attacco.
Si sarebbe potuto pensare che un comportamento così irresponsabile e sconsiderato avrebbe risvegliato la cittadinanza e che i media ne avrebbero denunciato i rischi. Invece, c’è solo silenzio. Per i media è più importante se i giocatori della NFL stanno in piedi durante l’inno nazionale e che alcuni uomini politici mostrino interesse sessuale in modo inappropriato verso le donne. L’America, indifferente, sta camminando verso l’Armageddon.
Qualche giorno fa l’ex Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, William J. Perry, ha aggiunto la sua voce alla mia e a quella dei pochi che comprendono il pericolo. Perry ha detto:
Come può capire il pubblico americano quando non conosce il pericolo, perché le poche voci che ne parlano non vengono riferite? In effetti, il complesso militare/della sicurezza, la lobby israeliana e i suoi agenti americani neoconservatori stanno lavorando attivamente per screditare coloro che sono consapevoli della situazione di pericolo.
Il potere del complesso militare/della sicurezza e la lobby israeliana, i due principali guerrafondai del 21° secolo, hanno immobilizzato il presidente degli Stati Uniti. Trump è impotente di fronte a un procuratore speciale che sta “indagando sul Russiagate”, una montatura creata con il preciso scopo di impedire al presidente Trump di ristabilire relazioni normali con una superpotenza nucleare.
Esperti come William Binney, che ha sviluppato il programma di spionaggio universale per la NSA pensando erroneamente che non sarebbe stato usato contro i cittadini americani, hanno dichiarato pubblicamente che, se il Russiagate fosse reale e non una montatura orchestrata, l’NSA avrebbe avuto tutte le prove, rendendo la “ricerca” del procuratore speciale Robert Mueller completamente inutile.
Si potrebbe pensare che anche coloro che appartengono ai media prezzolati siano in grado di capire che la NSA ne avrebbe le prove, se esistessero. Invece, la stampa prezzolata coopera con Mueller nel creare una storia falsa, che è stata tenuta in vita per oltre un anno.
Un paese in cui i media non hanno integrità non può essere una democrazia, in quanto le persone non hanno informazioni accurate sulla cui base prendere decisioni e per le quali chiamare a rispondere il governo. I media prezzolati americani funzionano come un braccio di controllo per i potenti interessi acquisiti che stanno trasformando gli Stati Uniti in uno stato di polizia al servizio soltanto di poche centinaia di membri dell’Un Per Cento.
Agli americani si è mentito su tutto. Sono d’accordo che le menzogne vanno ben indietro nel tempo. Per mantenere leggibile questo articolo in termini di lunghezza, possiamo iniziare con le molte menzogne del regime di Clinton. La guerra alla Serbia fu fatta per umiliare la Russia dimostrando che era impotente nel venire in aiuto del suo alleato di fronte alla potenza americana, e fu fatta per istituire l’uso della NATO come braccio e copertura dell’aggressione militare statunitense.
Poi arriviamo all’11/9, la cui spiegazione ufficiale è respinta non solo da Osama bin Laden, ma anche da ogni esperto che non abbia paura di aprire la bocca.
Poi c’è la ragione fasulla per l’invasione americana dell’Afghanistan, un disastro per l’America come lo era stata per i sovietici. Una manciata di afghani armati con armi leggere ha sconfitto “l’unica superpotenza del mondo”, proprio come avevano sconfitto il potente esercito sovietico.
Quindi c’è l’accusa falsa sulle “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein, lanciata fino in cielo dalla stampa prezzolata americana. Questa stupefacente menzogna, sconfessata dagli ispettori dell’ONU, è stata usata per invadere l’Iraq e distruggere un paese nonostante le prove contrarie. Questa bugia fu in seguito ripudiata dal Segretario di Stato americano Colin Powell, che si è pentito di questa macchia sulla sua reputazione, causata dall’abuso della sua credibilità davanti all’ONU da parte del regime di George W. Bush/Dick Cheney.
Poi ci sono le false accuse contro il leader libico Gheddafi, usate per assassinarlo, per la grande gioia di Hillary Clinton, e per distruggere il paese di maggior successo dell’Africa.
I mercenari dell’ISIS che Hillary e Obama avevano usato per distruggere la Libia furono mandati a distruggere la Siria quando la Russia e il Parlamento britannico bloccarono il piano di Obama per inviare truppe americane per invadere la Siria. Siamo stati sottoposti ad anni di menzogne da parte di Washington e della stampa prezzolata sul fatto che che Washington stava combattendo contro l’ISIS, quando Washington aveva inviato l’ISIS in Siria per distruggere Assad e il governo siriano.
E c’è la Somalia, un altro pacco di menzogne da parte di Washington/stampa prezzolata. E la violazione del Pakistan con il bombardamento di aree tribali falsamente accusate di essere sostenitrici dei talebani o di Al-Qaida.
E c’è lo Yemen devastato dall’Arabia Saudita pupazzo di Washington.
E ci sono le notizie false su “bombe nucleari iraniane” e sulle azioni bellicose iraniane contro Israele.
E “la Russia invase l’Ucraina” quando, in effetti, è stata Washington a rovesciare, con ONG che finanziava, il governo ucraino democraticamente eletto.
E ora sentiamo dire che quelli che osano raccontare la verità agli americani sono “agenti russi” e “ciarlatani che diffondono notizie false”.
Come può esistere la democrazia quando il governo e i media di un paese non fanno altro che mentire 24 ore su 24, 7 giorni su 7? Chiaramente, non può esistere.
Le organizzazioni ambientaliste riferiscono che il Presidente Trump intende abolire con ordini esecutivi due parchi monumentali nazionali, al fine di aprire questi territori protetti all’abuso, alla devastazione e alla rovina da parte delle grandi società. I due monumenti nazionali sono Bears Ears e Grand Staircase-Escalante.
Se Trump ha il potere di consegnare i monumenti nazionali alle società sostenitrici della sua campagna elettorale, a maggior ragione può far aprire un’indagine su Hillary Clinton al suo Procuratore Generale, o persino incriminarla sulla base delle prove già documentate. Può emettere un provvedimento di grazia in favore del generale Flynn, incastrato per accuse che niente hanno a che fare con l’influenza russa nelle elezioni presidenziali. In effetti, può far indagare o arrestare Mueller dal suo Procuratore Generale per sedizione e tentativo di rovesciare il governo degli Stati Uniti. Queste accuse sono di gran lunga più realistiche rispetto all’accusa che Mueller ha intentato contro Flynn.
Ma cosa fa il presidente Trump? Twitta, lamentandosi del fatto che la vita del generale Flynn è stata distrutta mentre “la corrotta Hillary Clinton” se ne va in giro libera.
Trump è nel giusto, quindi perché non fa qualcosa al riguardo? Quello che ha fatto Flynn è stato chiedere ai russi di non reagire in modo eccessivo alle nuove sanzioni che Obama ha imposto alla Russia nel tentativo di peggiorare i rapporti tra Stati Uniti e Russia al punto che Trump non sarebbe stato più in grado di normalizzarli. Quello che Flynn ha fatto è del tutto appropriato e non ha nulla a che fare con la montatura del Russiagate. La vera ragione per cui il complesso militare/della sicurezza dà la caccia al generale Flynn è che è stato l’ex direttore della Defense Intelligence Agency e in un notiziario televisivo ha detto che la decisione del regime di Obama di inviare l’ISIS a rovesciare la Siria è stata una “decisione intenzionale” che andava contro le sue raccomandazioni.
In altre parole, Flynn ha svelato l’altarino che l’ISIS non era un’organizzazione indipendente, ma uno strumento della politica americana.
Naturalmente, la stampa prezzolata ha ignorato la dichiarazione del generale Flynn. L’unico effetto dell’affermazione di Flynn è stato quello di esporlo alla rappresaglia, e questo è ciò che Mueller sta facendo.
Quel che Mueller sta facendo è così marcio che dovrebbe essere arrestato e consegnato all’Egitto.
Gli interessi e i programmi privati hanno il controllo del governo degli Stati Uniti. Il popolo non ha alcun controllo. Washington lavora vendendo leggi ai gruppi di interesse in cambio di contributi elettorali. Gli interessi privati che forniscono il denaro con cui vengono eletti i politici ottengono le leggi che vogliono. Ad esempio, il presidente Trump sta consegnando ai saccheggiatori ambientali due sacrari nazionali protetti, ma è impotente nel proteggere se stesso e i suoi consiglieri.
L’oligarchia al potere sta facendo di Trump un esempio per assicurarsi che nessun futuro candidato alla presidenza si appelli direttamente al popolo. Quando Trump disse che stava andando a governare nell’interesse del popolo, riportando in patria i posti di lavoro delocalizzati, attaccò i profitti delle multinazionali, e quando disse che avrebbe normalizzato i rapporti con la Russia, attaccò il potere e il profitto del complesso militare/della sicurezza. Ora sta pagando il prezzo della sua avventatezza.
La domanda più ampia è: quale prezzo pagheranno gli americani e il resto del mondo per i vincoli che il complesso militare/della sicurezza ha messo alla capacità di Trump di normalizzare le relazioni con la Russia?
Fonte
di Paul Craig Robert, 5/12/2017
L’ostilità orchestrata verso Russia, Cina, Iran e Corea del Nord protegge il budget annuale di 1.000 miliardi di dollari del complesso militare/della sicurezza, convincendo l’opinione pubblica americana che gli Stati Uniti sono minacciati da nemici. Mantiene anche vive le speranze del Partito Democratico che Trump possa essere rimosso dal suo incarico, e ha impedito al presidente Trump di normalizzare le relazioni con la Russia. Da tempo ho sottolineato che le azioni gratuite e aggressive di Washington contro la Russia e la costante raffica di accuse false contro il suo governo hanno convinto la Russia che Washington stia pianificando un attacco militare. Non c’è niente di più sconsiderato e irresponsabile che convincere una superpotenza nucleare che si sta preparando un attacco.
Si sarebbe potuto pensare che un comportamento così irresponsabile e sconsiderato avrebbe risvegliato la cittadinanza e che i media ne avrebbero denunciato i rischi. Invece, c’è solo silenzio. Per i media è più importante se i giocatori della NFL stanno in piedi durante l’inno nazionale e che alcuni uomini politici mostrino interesse sessuale in modo inappropriato verso le donne. L’America, indifferente, sta camminando verso l’Armageddon.
Qualche giorno fa l’ex Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, William J. Perry, ha aggiunto la sua voce alla mia e a quella dei pochi che comprendono il pericolo. Perry ha detto:
“Quando finì la Guerra Fredda,
credevo che non avremmo più dovuto correre questo rischio
[l’annichilimento nucleare], così misi tutte le mie energie nello sforzo
di smantellare la letale eredità nucleare della Guerra Fredda. Durante
il mio mandato come Segretario della Difesa, negli anni ’90, ho
supervisionato lo smantellamento di 8.000 armi nucleari equamente divise
tra gli Stati Uniti e l’ex Unione Sovietica. E allora pensai che
eravamo sulla buona strada per lasciarci alle spalle questa mortale
minaccia esistenziale, ma non doveva essere così. Oggi, inspiegabilmente
per me, stiamo ricreando l’ostilità geopolitica della guerra fredda e
stiamo riedificando i pericoli nucleari. … Lo stiamo facendo senza
alcuna seria discussione pubblica o alcuna reale comprensione delle
conseguenze di queste azioni. Ci muoviamo come sonnambuli verso
una nuova Guerra Fredda, e c’è il pericolo estremamente reale che ci
ritroveremo invischiati in una guerra nucleare. Se vogliamo prevenire questa catastrofe, il pubblico deve capire cosa sta succedendo.“
Come può capire il pubblico americano quando non conosce il pericolo, perché le poche voci che ne parlano non vengono riferite? In effetti, il complesso militare/della sicurezza, la lobby israeliana e i suoi agenti americani neoconservatori stanno lavorando attivamente per screditare coloro che sono consapevoli della situazione di pericolo.
Il potere del complesso militare/della sicurezza e la lobby israeliana, i due principali guerrafondai del 21° secolo, hanno immobilizzato il presidente degli Stati Uniti. Trump è impotente di fronte a un procuratore speciale che sta “indagando sul Russiagate”, una montatura creata con il preciso scopo di impedire al presidente Trump di ristabilire relazioni normali con una superpotenza nucleare.
Esperti come William Binney, che ha sviluppato il programma di spionaggio universale per la NSA pensando erroneamente che non sarebbe stato usato contro i cittadini americani, hanno dichiarato pubblicamente che, se il Russiagate fosse reale e non una montatura orchestrata, l’NSA avrebbe avuto tutte le prove, rendendo la “ricerca” del procuratore speciale Robert Mueller completamente inutile.
Si potrebbe pensare che anche coloro che appartengono ai media prezzolati siano in grado di capire che la NSA ne avrebbe le prove, se esistessero. Invece, la stampa prezzolata coopera con Mueller nel creare una storia falsa, che è stata tenuta in vita per oltre un anno.
Un paese in cui i media non hanno integrità non può essere una democrazia, in quanto le persone non hanno informazioni accurate sulla cui base prendere decisioni e per le quali chiamare a rispondere il governo. I media prezzolati americani funzionano come un braccio di controllo per i potenti interessi acquisiti che stanno trasformando gli Stati Uniti in uno stato di polizia al servizio soltanto di poche centinaia di membri dell’Un Per Cento.
Agli americani si è mentito su tutto. Sono d’accordo che le menzogne vanno ben indietro nel tempo. Per mantenere leggibile questo articolo in termini di lunghezza, possiamo iniziare con le molte menzogne del regime di Clinton. La guerra alla Serbia fu fatta per umiliare la Russia dimostrando che era impotente nel venire in aiuto del suo alleato di fronte alla potenza americana, e fu fatta per istituire l’uso della NATO come braccio e copertura dell’aggressione militare statunitense.
Poi arriviamo all’11/9, la cui spiegazione ufficiale è respinta non solo da Osama bin Laden, ma anche da ogni esperto che non abbia paura di aprire la bocca.
Poi c’è la ragione fasulla per l’invasione americana dell’Afghanistan, un disastro per l’America come lo era stata per i sovietici. Una manciata di afghani armati con armi leggere ha sconfitto “l’unica superpotenza del mondo”, proprio come avevano sconfitto il potente esercito sovietico.
Quindi c’è l’accusa falsa sulle “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein, lanciata fino in cielo dalla stampa prezzolata americana. Questa stupefacente menzogna, sconfessata dagli ispettori dell’ONU, è stata usata per invadere l’Iraq e distruggere un paese nonostante le prove contrarie. Questa bugia fu in seguito ripudiata dal Segretario di Stato americano Colin Powell, che si è pentito di questa macchia sulla sua reputazione, causata dall’abuso della sua credibilità davanti all’ONU da parte del regime di George W. Bush/Dick Cheney.
Poi ci sono le false accuse contro il leader libico Gheddafi, usate per assassinarlo, per la grande gioia di Hillary Clinton, e per distruggere il paese di maggior successo dell’Africa.
I mercenari dell’ISIS che Hillary e Obama avevano usato per distruggere la Libia furono mandati a distruggere la Siria quando la Russia e il Parlamento britannico bloccarono il piano di Obama per inviare truppe americane per invadere la Siria. Siamo stati sottoposti ad anni di menzogne da parte di Washington e della stampa prezzolata sul fatto che che Washington stava combattendo contro l’ISIS, quando Washington aveva inviato l’ISIS in Siria per distruggere Assad e il governo siriano.
E c’è la Somalia, un altro pacco di menzogne da parte di Washington/stampa prezzolata. E la violazione del Pakistan con il bombardamento di aree tribali falsamente accusate di essere sostenitrici dei talebani o di Al-Qaida.
E c’è lo Yemen devastato dall’Arabia Saudita pupazzo di Washington.
E ci sono le notizie false su “bombe nucleari iraniane” e sulle azioni bellicose iraniane contro Israele.
E “la Russia invase l’Ucraina” quando, in effetti, è stata Washington a rovesciare, con ONG che finanziava, il governo ucraino democraticamente eletto.
E ora sentiamo dire che quelli che osano raccontare la verità agli americani sono “agenti russi” e “ciarlatani che diffondono notizie false”.
Come può esistere la democrazia quando il governo e i media di un paese non fanno altro che mentire 24 ore su 24, 7 giorni su 7? Chiaramente, non può esistere.
Le organizzazioni ambientaliste riferiscono che il Presidente Trump intende abolire con ordini esecutivi due parchi monumentali nazionali, al fine di aprire questi territori protetti all’abuso, alla devastazione e alla rovina da parte delle grandi società. I due monumenti nazionali sono Bears Ears e Grand Staircase-Escalante.
Se Trump ha il potere di consegnare i monumenti nazionali alle società sostenitrici della sua campagna elettorale, a maggior ragione può far aprire un’indagine su Hillary Clinton al suo Procuratore Generale, o persino incriminarla sulla base delle prove già documentate. Può emettere un provvedimento di grazia in favore del generale Flynn, incastrato per accuse che niente hanno a che fare con l’influenza russa nelle elezioni presidenziali. In effetti, può far indagare o arrestare Mueller dal suo Procuratore Generale per sedizione e tentativo di rovesciare il governo degli Stati Uniti. Queste accuse sono di gran lunga più realistiche rispetto all’accusa che Mueller ha intentato contro Flynn.
Ma cosa fa il presidente Trump? Twitta, lamentandosi del fatto che la vita del generale Flynn è stata distrutta mentre “la corrotta Hillary Clinton” se ne va in giro libera.
Trump è nel giusto, quindi perché non fa qualcosa al riguardo? Quello che ha fatto Flynn è stato chiedere ai russi di non reagire in modo eccessivo alle nuove sanzioni che Obama ha imposto alla Russia nel tentativo di peggiorare i rapporti tra Stati Uniti e Russia al punto che Trump non sarebbe stato più in grado di normalizzarli. Quello che Flynn ha fatto è del tutto appropriato e non ha nulla a che fare con la montatura del Russiagate. La vera ragione per cui il complesso militare/della sicurezza dà la caccia al generale Flynn è che è stato l’ex direttore della Defense Intelligence Agency e in un notiziario televisivo ha detto che la decisione del regime di Obama di inviare l’ISIS a rovesciare la Siria è stata una “decisione intenzionale” che andava contro le sue raccomandazioni.
In altre parole, Flynn ha svelato l’altarino che l’ISIS non era un’organizzazione indipendente, ma uno strumento della politica americana.
Naturalmente, la stampa prezzolata ha ignorato la dichiarazione del generale Flynn. L’unico effetto dell’affermazione di Flynn è stato quello di esporlo alla rappresaglia, e questo è ciò che Mueller sta facendo.
Quel che Mueller sta facendo è così marcio che dovrebbe essere arrestato e consegnato all’Egitto.
Gli interessi e i programmi privati hanno il controllo del governo degli Stati Uniti. Il popolo non ha alcun controllo. Washington lavora vendendo leggi ai gruppi di interesse in cambio di contributi elettorali. Gli interessi privati che forniscono il denaro con cui vengono eletti i politici ottengono le leggi che vogliono. Ad esempio, il presidente Trump sta consegnando ai saccheggiatori ambientali due sacrari nazionali protetti, ma è impotente nel proteggere se stesso e i suoi consiglieri.
L’oligarchia al potere sta facendo di Trump un esempio per assicurarsi che nessun futuro candidato alla presidenza si appelli direttamente al popolo. Quando Trump disse che stava andando a governare nell’interesse del popolo, riportando in patria i posti di lavoro delocalizzati, attaccò i profitti delle multinazionali, e quando disse che avrebbe normalizzato i rapporti con la Russia, attaccò il potere e il profitto del complesso militare/della sicurezza. Ora sta pagando il prezzo della sua avventatezza.
La domanda più ampia è: quale prezzo pagheranno gli americani e il resto del mondo per i vincoli che il complesso militare/della sicurezza ha messo alla capacità di Trump di normalizzare le relazioni con la Russia?
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