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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/06/2018

Russiagate: carcere per Manafort, responsabile della campagna elettorale di Trump

Uno dei personaggi chiave dell’inchiesta Russiagate, Paul Manafort – che ebbe un ruolo centrale nella vincente campagna elettorale di Donald Trump – andrà in carcere, e rischia persino l’ergastolo.

Manafort, libero su cauzione dopo essere stato accusato di una serie di reati anche molto gravi (cospirazione contro gli Stati Uniti d’America, tanto per citarne uno), avrebbe tentato di corrompere alcuni testimoni.

Di qui la decisione di un giudice federale di annullare la libertà su cauzione e mandare il lobbista dietro le sbarre: troppo alto il rischio di inquinamento delle prove.

Paul Manafort, figura importante all’interno dello staff che gestì la campagna elettorale di Trump nel 2016, è stato coinvolto nel Russiagate poco meno di un anno fa. Nell’ottobre del 2017 il procuratore Mueller, titolare dell’inchiesta sulle presunte interferenze russe nel regolare svolgimento delle ultime presidenziali, lo ha accusato di una serie di reati tra cui falsa testimonianza, ostruzione alla giustizia e frode bancaria.

L’accusa più grave, naturalmente, e quella più interessante per Mueller ed il suo team investigativo, è quella di aver cospirato contro lo Stato.

Il riferimento è ai rapporti diretti ed indiretti di Manafort con la Russia: in particolare sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti c’è il sostegno all’allora presidente ucraino Victor Yanucovych, sostenuto da Mosca, attraverso il pagamento di oltre due milioni di euro effettuato a favore del “Gruppo Hapsburg”, formato da rappresentanti politici europei.

Una spy story che impressiona relativamente, visto che ormai l’attività di lobbiyng più o meno legale è diffusa in Europa tanto quanto lo è negli Stati Uniti.

In questo caso però si sarebbe esagerato, almeno secondo le tesi accusatorie di Mueller: da qui le accuse a Manafort, la richiesta di cauzione, i tentativi (al momento presunti, ma evidentemente credibili, per la giustizia federale USA) di corruzione e la decisione di mandare Manafort in galera. Il processo è stato fissato per il 10 luglio.

E’ il primo personaggio coinvolto nell’inchiesta Russiagate a finire in prigione: l’entourage di Trump ha già comunicato che Manafort in realtà non aveva un ruolo così significativo all’interno dello staff elettorale, e pur difendendolo ha chiarito che la posizione del lobbista nei confronti dell’allora futuro presidente era marginale.

Opposta la versione offerta da molti dei giornalisti che seguirono la campagna elettorale di Trump, e che indicano in Manafort un personaggio assolutamente centrale: fu lui, ad esempio, ad indicare Mike Pence come possibile vicepresidente. Cosa che poi avvenne.

In difesa di Manafort è intervenuto nelle ultime ore anche Rudolph Giuliani, da qualche tempo elemento di spicco dello staff legale di Trump: “Quando l’intera cosa sarà finita, le cose potrebbero essere ripulite con qualche grazia presidenziale” – ha dichiarato, aggiungendo “ Questo tipo di indagine non dovrebbe proseguire, è tempo per la giustizia di indagare gli investigatori”.

Dichiarazione abbastanza bellicosa, che potrebbe indicare un cambio di atteggiamento di Trump e dei suoi nei confronti dell’inchiesta, fino a ieri mediaticamente ignorata e minimizzata. Eppure va avanti, e l’arresto di Manafort potrebbe rappresentare una possibile “escalation”. D’altronde, aver posto un uomo come Rudolph Giuliani (che si costruì una solida fama come sindaco sceriffo di New York, oltre che come “il sindaco dell’11 settembre”) a capo dello staff legale indica un cambio di atteggiamento nei confronti di tutta la vicenda, che qualche problemino a Trump potrebbe creare. Non dimentichiamoci mai che la conseguenza estrema di questo tipo di inchieste è la richiesta di avvio della procedura di impeachment.

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30/10/2017

Due collaboratori di Trump si consegnano all’Fbi

L’establishment capitalistico può perdere le elezioni, ma non la dotazione di armamenti che gli permette di ridimensionare, ribaltare, annientare le “perturbazioni” occasionali.

E’ uno dei primi pensieri nel leggere che, negli Stati Uniti, due dei principali collaboratori di Donald Trump nella campagna elettorale si sono presentati stamattina nella sede dell’Fbi di Washington, ovviamente accompagnati da uno stuolo di avvocati famosi.

Paul Manafort e Rick Gates, ex consiglieri di Donald Trump, non avevano più alternative, se non volevano rischiare l’arresto e il tracollo immediato dei propri affari (sono anche soci).

Devono rispondere di ben 12 capi di imputazione – dall’evasione fiscale al riciclaggio, alla violazione delle regole che disciplinano la professione di lobbista – che apparentemente non riguardano alcun episodio del cosiddetto Russiagate, ovvero l’aver intrattenuto rapporti con l’ambasciatore russo negli Usa (o addirittura con il ministro degli esteri Lavrov) per ottenere il famoso “aiutino” hacker sulle mail di Hillary Clinton.

Il primo capo di imputazione è comunque «cospirazione contro gli Stati Uniti», che però viene interpretato in modo molto yankee (l’evasione fiscale, laggiù, è un crimine piuttosto serio contro lo Stato, come ha sperimentato a suo tempo anche Al Capone).

Manafort è un noto lobbysta e avvocato di Washington, e per i costumi statunitensi non c’è un “conflitto di interessi” nel passare nel giro di pochi giorni da una posizione privata con agganci nell’amministrazione pubblica (questo è un lobbysta) a una posizione pubblica e viceversa (ricordiamo i salti continui di Dick Cheney e Donald Rumsfeld da società a posti da ministro con le presidenze Bush, padre e figlio).

Manafort e Gates hanno lasciato il comitato elettorale di Trump prima che questi vincesse le elezioni, ma lo avevano fatto proprio a causa dei loro comportamenti “chiacchierati” e la frequentazione con personale diplomatico russo. Sono infatti i primi a essere stati incriminati dal procuratore speciale Robert Mueller. Al centro dell’indagine ci sarebbero le dichiarazioni fiscali di Manafort, che avrebbe mantenuto collaborazioni d’affari e consulenze con oligarchi ucraini vicini a Yanukovich, poi travolto dai fatti di Majdan, in buona parte finanziati e sostenuti da un arco di soggetti che va da George Soros alla stessa Hillary Clinton.

E’ chiaro che l’Fbi e il procuratore Mueller ritengono di poter costringere i due imputati a uno “scambio” (anche questo tipico nella giurisdizione Usa) tra confessioni su fatti riguardanti “altra causa” (ovvero i rapporti del cerchio magico di Trump con i russi) e l’impunità per reati come quelli ora contestati.

Questa non è l’unica fonte di sofferenza per Trump, perché un altro dei suoi collaboratori – George Papadopolous, un semplice volontario della campagna elettorale – si è dichiarato colpevole per aver reso false dichiarazioni all’Fbi nell’ambito delle indagini del procuratore speciale Robert Mueller.

Al vertice degli Stati Uniti è arrivato quasi per sbaglio un “cavallo pazzo”, un vecchio palazzinaro molestatore e senza scrupoli. Ma il sistema sembra decisamente in grado di metabolizzarlo ed espellerlo prima ancora che finisca il suo primo mandato...

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