L’ultima notizia in ordine cronologico che riguarda l’ormai complessa vicenda del Russiagate è la decisione di Rick Gates, collaboratore di Trump ai tempi della campagna elettorale, di dichiararsi colpevole di una serie di reati di cui è accusato: frode, riciclaggio, cospirazione ai danni degli Stati Uniti d’America.
Attenzione, tra le accuse nei confronti di Gates non c’è nulla che riguarda Russiagate, ma ormai sembra abbastanza evidente la strategia del procuratore Mueller: colpire i collaboratori di Trump avvicinandosi sempre di più ad un eventuale “anello debole”, che per alcuni analisti potrebbe essere il genero di Trump, Jared Kushner.
Procediamo con ordine, partendo dall’ultimo aggiornamento: nella giornata di ieri fonti di informazione statunitensi hanno rilanciato la notizia della decisione di Rick Gates, ex consigliere di Trump durante la campagna elettorale, di dichiararsi colpevole.
Le accuse, sia quelle contro Gates che quelle contro il suo socio, Paul Manafort, anche lui consulente di Trump, fanno riferimento a qualcosa come 32 capi di imputazione: dalla frode al riciclaggio, fino ad arrivare alla cospirazione.
Come una sorta di gioco ad incastri, ecco dunque arrivare sulla scena Paul Manafort: anche lui parte dell’entourage di Trump in campagna elettorale, e legato a Gates da affari in comune.
Se Gates inizia a collaborare, Manafort finisce in guai seri. Questa appare essere la situazione: nei suoi confronti pesano accuse gravi, l’ultima delle quali coinvolge anche alcuni leader politici europei.
Manafort è infatti accusato dal procuratore Mueller di aver pagato per creare una sorta di lobby di sostegno a favore dell’Ucraina e del suo presidente Yanukovich, destituito dal golpe di Euromaidan, sostenuto tra l’altro dagli Usa. All’interno di questo filone d’inchiesta, ad un certo punto, sono venuti fuori anche i nomi dell’ex cancelliere austriaco Gusenbauer e addirittura di Romano Prodi, che ha smentito immediatamente ogni presunta attività di lobbying e qualsiasi tipo di attività segreta.
Situazione ingarbugliata, che appare chiara – paradossalmente – solo se osservata attraverso il punto di vista di Robert Mueller e della sua inchiesta: fare terra bruciata intorno a Trump e generare pressione.
In effetti sono diversi, ormai, i collaboratori di Trump coinvolti a pieno titolo nell’inchiesta: oltre ai già citati Manfort e Gates, c’è Micheal Flynn – ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale – che ha già patteggiato dichiarandosi colpevole di dichiarazioni false all’FBI rispetto ai suoi rapporti con l’ambasciatore russo negli Stati Uniti Sergey Kislyak, e che al momento è la carta migliore in mano a Mueller.
C’è George Papadopoulos, anche lui ex consigliere di Trump in campagna elettorale, anche lui autodichiaratosi colpevole di aver mentito all’FBI in merito alle presunte interazioni con i russi.
C’è Steve Bannon, di cui abbiamo già scritto in un precedente articolo: già coordinatore della campagna elettorale di Trump, poi membro del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, poi esautorato da ogni compito perché considerato troppo estremo, ma in realtà allontanato per incompatibilità con alcuni membri della famiglia Trump.
Bannon è stato convocato da Mueller a metà gennaio, e potrebbe avere anche lui qualcosa da raccontare.
Insomma, nonostante ufficialmente Trump si disinteressi di questa inchiesta, la situazione si complica ogni giorno di più.
E’ utile ricordare che il rischio principale a cui andrebbe incontro l’attuale presidente degli USA – nel caso emergesse una sua reale implicazione nel presunto dossieraggio contro la Clinton ed una sua consapevolezza di una eventuale interferenza russa (tutta da dimostrare) nelle elezioni – è la procedura di impeachment.
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30/10/2017
Due collaboratori di Trump si consegnano all’Fbi
L’establishment capitalistico può perdere le elezioni, ma non la dotazione di armamenti che gli permette di ridimensionare, ribaltare, annientare le “perturbazioni” occasionali.
E’ uno dei primi pensieri nel leggere che, negli Stati Uniti, due dei principali collaboratori di Donald Trump nella campagna elettorale si sono presentati stamattina nella sede dell’Fbi di Washington, ovviamente accompagnati da uno stuolo di avvocati famosi.
Paul Manafort e Rick Gates, ex consiglieri di Donald Trump, non avevano più alternative, se non volevano rischiare l’arresto e il tracollo immediato dei propri affari (sono anche soci).
Devono rispondere di ben 12 capi di imputazione – dall’evasione fiscale al riciclaggio, alla violazione delle regole che disciplinano la professione di lobbista – che apparentemente non riguardano alcun episodio del cosiddetto Russiagate, ovvero l’aver intrattenuto rapporti con l’ambasciatore russo negli Usa (o addirittura con il ministro degli esteri Lavrov) per ottenere il famoso “aiutino” hacker sulle mail di Hillary Clinton.
Il primo capo di imputazione è comunque «cospirazione contro gli Stati Uniti», che però viene interpretato in modo molto yankee (l’evasione fiscale, laggiù, è un crimine piuttosto serio contro lo Stato, come ha sperimentato a suo tempo anche Al Capone).
Manafort è un noto lobbysta e avvocato di Washington, e per i costumi statunitensi non c’è un “conflitto di interessi” nel passare nel giro di pochi giorni da una posizione privata con agganci nell’amministrazione pubblica (questo è un lobbysta) a una posizione pubblica e viceversa (ricordiamo i salti continui di Dick Cheney e Donald Rumsfeld da società a posti da ministro con le presidenze Bush, padre e figlio).
Manafort e Gates hanno lasciato il comitato elettorale di Trump prima che questi vincesse le elezioni, ma lo avevano fatto proprio a causa dei loro comportamenti “chiacchierati” e la frequentazione con personale diplomatico russo. Sono infatti i primi a essere stati incriminati dal procuratore speciale Robert Mueller. Al centro dell’indagine ci sarebbero le dichiarazioni fiscali di Manafort, che avrebbe mantenuto collaborazioni d’affari e consulenze con oligarchi ucraini vicini a Yanukovich, poi travolto dai fatti di Majdan, in buona parte finanziati e sostenuti da un arco di soggetti che va da George Soros alla stessa Hillary Clinton.
E’ chiaro che l’Fbi e il procuratore Mueller ritengono di poter costringere i due imputati a uno “scambio” (anche questo tipico nella giurisdizione Usa) tra confessioni su fatti riguardanti “altra causa” (ovvero i rapporti del cerchio magico di Trump con i russi) e l’impunità per reati come quelli ora contestati.
Questa non è l’unica fonte di sofferenza per Trump, perché un altro dei suoi collaboratori – George Papadopolous, un semplice volontario della campagna elettorale – si è dichiarato colpevole per aver reso false dichiarazioni all’Fbi nell’ambito delle indagini del procuratore speciale Robert Mueller.
Al vertice degli Stati Uniti è arrivato quasi per sbaglio un “cavallo pazzo”, un vecchio palazzinaro molestatore e senza scrupoli. Ma il sistema sembra decisamente in grado di metabolizzarlo ed espellerlo prima ancora che finisca il suo primo mandato...
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E’ uno dei primi pensieri nel leggere che, negli Stati Uniti, due dei principali collaboratori di Donald Trump nella campagna elettorale si sono presentati stamattina nella sede dell’Fbi di Washington, ovviamente accompagnati da uno stuolo di avvocati famosi.
Paul Manafort e Rick Gates, ex consiglieri di Donald Trump, non avevano più alternative, se non volevano rischiare l’arresto e il tracollo immediato dei propri affari (sono anche soci).
Devono rispondere di ben 12 capi di imputazione – dall’evasione fiscale al riciclaggio, alla violazione delle regole che disciplinano la professione di lobbista – che apparentemente non riguardano alcun episodio del cosiddetto Russiagate, ovvero l’aver intrattenuto rapporti con l’ambasciatore russo negli Usa (o addirittura con il ministro degli esteri Lavrov) per ottenere il famoso “aiutino” hacker sulle mail di Hillary Clinton.
Il primo capo di imputazione è comunque «cospirazione contro gli Stati Uniti», che però viene interpretato in modo molto yankee (l’evasione fiscale, laggiù, è un crimine piuttosto serio contro lo Stato, come ha sperimentato a suo tempo anche Al Capone).
Manafort è un noto lobbysta e avvocato di Washington, e per i costumi statunitensi non c’è un “conflitto di interessi” nel passare nel giro di pochi giorni da una posizione privata con agganci nell’amministrazione pubblica (questo è un lobbysta) a una posizione pubblica e viceversa (ricordiamo i salti continui di Dick Cheney e Donald Rumsfeld da società a posti da ministro con le presidenze Bush, padre e figlio).
Manafort e Gates hanno lasciato il comitato elettorale di Trump prima che questi vincesse le elezioni, ma lo avevano fatto proprio a causa dei loro comportamenti “chiacchierati” e la frequentazione con personale diplomatico russo. Sono infatti i primi a essere stati incriminati dal procuratore speciale Robert Mueller. Al centro dell’indagine ci sarebbero le dichiarazioni fiscali di Manafort, che avrebbe mantenuto collaborazioni d’affari e consulenze con oligarchi ucraini vicini a Yanukovich, poi travolto dai fatti di Majdan, in buona parte finanziati e sostenuti da un arco di soggetti che va da George Soros alla stessa Hillary Clinton.
E’ chiaro che l’Fbi e il procuratore Mueller ritengono di poter costringere i due imputati a uno “scambio” (anche questo tipico nella giurisdizione Usa) tra confessioni su fatti riguardanti “altra causa” (ovvero i rapporti del cerchio magico di Trump con i russi) e l’impunità per reati come quelli ora contestati.
Questa non è l’unica fonte di sofferenza per Trump, perché un altro dei suoi collaboratori – George Papadopolous, un semplice volontario della campagna elettorale – si è dichiarato colpevole per aver reso false dichiarazioni all’Fbi nell’ambito delle indagini del procuratore speciale Robert Mueller.
Al vertice degli Stati Uniti è arrivato quasi per sbaglio un “cavallo pazzo”, un vecchio palazzinaro molestatore e senza scrupoli. Ma il sistema sembra decisamente in grado di metabolizzarlo ed espellerlo prima ancora che finisca il suo primo mandato...
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