L’inchiesta Russiagate è chiusa: il superprocuratore Robert Mueller ha consegnato al ministro della Giustizia William Barr tutti i documenti raccolti in quasi due anni di indagini sulle possibili interferenze russe nella vittoria di Donald Trump (a danno di Hillary Clinton) nel 2016.
Interferenze che dunque ci sono state, o no? Questo verrebbe subito da chiedere, rispetto ad una inchiesta che in alcuni momenti è sembrata essere sul punto di svelare intrighi internazionali – e di conseguenza prefigurare addirittura un rischio di impeachement per Trump – in altri appariva più debole ed inconsistente.
In realtà il lavoro del procuratore Mueller è sempre stato logico, consequenziale. E’ sembrato seguire una sorta di traccia che, con un percorso concentrico, lo portava sempre più vicino a Trump. Quanto vicino? Ancora non è dato saperlo, perchè dal ministero della Giustizia arrivano – al momento – solo parziali ammissioni.
William Barr ha infatti la prerogativa di decidere quali e quanti elementi comunicare al Congresso, e valutare anche i tempi della comunicazione.
Quello che emerge al momento da alcune fonti interne al ministero è che non ci sarebbero le basi per una incriminazione e/o un impeachement nei confronti di Donald Trump.
Al momento la reazione più forte arriva dall’opposizione democratica, che chiede la pubblicazione integrale del documento: non solo le conclusioni, ma anche i particolari sulle indagini.
Da parte dello staff del presidente arrivano, al momento, solo le dichiarazioni di Rudolph Giuliani: l’avvocato ed ex sindaco di New York, a capo del team di legali che difendono Trump, si è limitato ad esprimere “cauto ottimismo”.
L’impressione è che il ministro della Giustizia potrebbe un po’ centellinare le informazioni, e comunque comunicarle dopo essersi consultato in qualche modo con il presidente, che a sua volta in maniera confidenziale potrebbe provare ad informarsi sui contenuti del dossier.
Barr ha dichiarato che comunicherà al Congresso i risultati dell’inchiesta nel fine settimana: ieri non è successo nulla, vedremo oggi.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/02/2019
Trump: forse rinvio di due mesi per il rinnovo dei dazi alla Cina. Nel frattempo, procede silenzioso e (forse) inesorabile il Russiagate
La notizia di oggi è il possibile rinvio della scadenza di rinnovo dei dazi sulle importazioni dalla Cina. Trump ci starebbe pensando: due mesi in più per permettere ai negoziati di decollare.
Oggi, ed anche questa è una notizia, è previsto un incontro a Pechino tra i vice premier Liu He e la delegazione statunitense guidata dal Segretario al Tesoro Steve Munchin, mentre al momento appare meno consistente la possibilità di un incontro tra lo stesso Donald Trump ed il presidente cinese Xi Jinping. Alcune indiscrezioni avevano indicato una data, fine febbraio, ed un luogo, Da Nang in Vietnam, ma al momento è tutto smentito.
Al momento l’unica certezza è che la scadenza c’è: il primo marzo. Qualcosa di sicuro avverrà, magari già da questa sera, dopo l’incontro tra le delegazioni. Ma tutto è in trattativa, e le notizie più interessanti forse vanno cercate altrove.
Se ne possono trovare, ad esempio, andando a cercare sotto la voce “Russiagate” (l’inchiesta in corso sulle possibili interferenze russe nella elezione di Trump). Si parla poco di questa inchiesta, negli ultimi mesi. Eppure ne succedono, di cose!
Ad esempio qualche ora fa un giudice federale ha stabilito che Paul Manafort, il responsabile della campagna elettorale di Trump attualmente in carcere per reati finanziari, avrebbe mentito al procuratore Mueller – titolare dell’inchiesta Russiagate – e all’FBI.
E’ una notizia che pesa, e che potrebbe cambiare parecchio la situazione. Manafort aveva fatto un patto con Mueller: informazioni in cambio di “morbidezza” rispetto ai processi in corso. Un accordo di collaborazione infranto – pare – da una serie di false informazioni che il lobbysta avrebbe dato agli inquirenti, in particolare sui suoi rapporti con Konstantin Kilimnik, consulente politico russo messo sotto osservazione da Mueller ed il suo staff.
Qualche giorno prima – parliamo degli ultimi giorni di gennaio – un’altra notizia è rimbalzata sulle cronache dei principali quotidiani del mondo, finendo però velocemente nel dimenticatoio. Eppure, anche questa, è una notizia che potrebbe essere rilevante.
All’alba di venerdì 25 gennaio l’FBI ha arrestato a Fort Lauderdale, in Florida, Roger Stone. Si tratta di un personaggio molto vicino a Trump e a Paul Manafort, con cui aveva progettato la candidatura di Trump da molti anni.
E’ accusato di aver lavorato per procurarsi materiale riservato utile a danneggiare la campagna elettorale di Hillary Clinton, addirittura su mandato dello staff più strettamente vicino a Trump.
Si parla, tra le altre cose, delle mail sottratte da Wikileaks, con cui Stone ha dichiarato di non avere mai avuto rapporti, anche se in precedenza aveva ammesso di aver parlato direttamente con Julian Assange.
Notizie che, se prese singolarmente, poco dicono. Ma messe in fila, tutte, fin dall’inizio, indicano alcuni fatti. Il primo è che il procuratore Mueller ha un progetto, sta seguendo una traccia ben definita: la sua inchiesta si avvicina in modo lento ma costante al centro del cerchio, dove c’è Trump. Non è possibile, sulla base degli elementi a disposizione, immaginare come andrà a finire. Di certo è che, ormai, è evidente che qualcosa è successo. Sono in tanti a definire fuffa questa inchiesta, ed in generale tutta la questione delle presunte interferenze russe nelle elezioni del 2016. Però l’inchiesta procede, e qualche testa è saltata. Donald Trump ed il suo “cerchio magico” continuano ad ostentare tranquillità e ad ignorare – in apparenza – l’indagine di Mueller, ma a tratti il nervosismo trapela.
Anche perché, come dichiarato da Matthew Whitaker – il procuratore generale a capo del Dipartimento della Giustizia – “l’inchiesta di Mueller è quasi conclusa, spero di avere il rapporto di Mueller il prima possibile”.
Siamo tutti in attesa. Potrebbe essere divertente.
Fonte
Oggi, ed anche questa è una notizia, è previsto un incontro a Pechino tra i vice premier Liu He e la delegazione statunitense guidata dal Segretario al Tesoro Steve Munchin, mentre al momento appare meno consistente la possibilità di un incontro tra lo stesso Donald Trump ed il presidente cinese Xi Jinping. Alcune indiscrezioni avevano indicato una data, fine febbraio, ed un luogo, Da Nang in Vietnam, ma al momento è tutto smentito.
Al momento l’unica certezza è che la scadenza c’è: il primo marzo. Qualcosa di sicuro avverrà, magari già da questa sera, dopo l’incontro tra le delegazioni. Ma tutto è in trattativa, e le notizie più interessanti forse vanno cercate altrove.
Se ne possono trovare, ad esempio, andando a cercare sotto la voce “Russiagate” (l’inchiesta in corso sulle possibili interferenze russe nella elezione di Trump). Si parla poco di questa inchiesta, negli ultimi mesi. Eppure ne succedono, di cose!
Ad esempio qualche ora fa un giudice federale ha stabilito che Paul Manafort, il responsabile della campagna elettorale di Trump attualmente in carcere per reati finanziari, avrebbe mentito al procuratore Mueller – titolare dell’inchiesta Russiagate – e all’FBI.
E’ una notizia che pesa, e che potrebbe cambiare parecchio la situazione. Manafort aveva fatto un patto con Mueller: informazioni in cambio di “morbidezza” rispetto ai processi in corso. Un accordo di collaborazione infranto – pare – da una serie di false informazioni che il lobbysta avrebbe dato agli inquirenti, in particolare sui suoi rapporti con Konstantin Kilimnik, consulente politico russo messo sotto osservazione da Mueller ed il suo staff.
Qualche giorno prima – parliamo degli ultimi giorni di gennaio – un’altra notizia è rimbalzata sulle cronache dei principali quotidiani del mondo, finendo però velocemente nel dimenticatoio. Eppure, anche questa, è una notizia che potrebbe essere rilevante.
All’alba di venerdì 25 gennaio l’FBI ha arrestato a Fort Lauderdale, in Florida, Roger Stone. Si tratta di un personaggio molto vicino a Trump e a Paul Manafort, con cui aveva progettato la candidatura di Trump da molti anni.
E’ accusato di aver lavorato per procurarsi materiale riservato utile a danneggiare la campagna elettorale di Hillary Clinton, addirittura su mandato dello staff più strettamente vicino a Trump.
Si parla, tra le altre cose, delle mail sottratte da Wikileaks, con cui Stone ha dichiarato di non avere mai avuto rapporti, anche se in precedenza aveva ammesso di aver parlato direttamente con Julian Assange.
Notizie che, se prese singolarmente, poco dicono. Ma messe in fila, tutte, fin dall’inizio, indicano alcuni fatti. Il primo è che il procuratore Mueller ha un progetto, sta seguendo una traccia ben definita: la sua inchiesta si avvicina in modo lento ma costante al centro del cerchio, dove c’è Trump. Non è possibile, sulla base degli elementi a disposizione, immaginare come andrà a finire. Di certo è che, ormai, è evidente che qualcosa è successo. Sono in tanti a definire fuffa questa inchiesta, ed in generale tutta la questione delle presunte interferenze russe nelle elezioni del 2016. Però l’inchiesta procede, e qualche testa è saltata. Donald Trump ed il suo “cerchio magico” continuano ad ostentare tranquillità e ad ignorare – in apparenza – l’indagine di Mueller, ma a tratti il nervosismo trapela.
Anche perché, come dichiarato da Matthew Whitaker – il procuratore generale a capo del Dipartimento della Giustizia – “l’inchiesta di Mueller è quasi conclusa, spero di avere il rapporto di Mueller il prima possibile”.
Siamo tutti in attesa. Potrebbe essere divertente.
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17/06/2018
Russiagate: carcere per Manafort, responsabile della campagna elettorale di Trump
Uno dei personaggi chiave dell’inchiesta Russiagate, Paul Manafort – che ebbe un ruolo centrale nella vincente campagna elettorale di Donald Trump – andrà in carcere, e rischia persino l’ergastolo.
Manafort, libero su cauzione dopo essere stato accusato di una serie di reati anche molto gravi (cospirazione contro gli Stati Uniti d’America, tanto per citarne uno), avrebbe tentato di corrompere alcuni testimoni.
Di qui la decisione di un giudice federale di annullare la libertà su cauzione e mandare il lobbista dietro le sbarre: troppo alto il rischio di inquinamento delle prove.
Paul Manafort, figura importante all’interno dello staff che gestì la campagna elettorale di Trump nel 2016, è stato coinvolto nel Russiagate poco meno di un anno fa. Nell’ottobre del 2017 il procuratore Mueller, titolare dell’inchiesta sulle presunte interferenze russe nel regolare svolgimento delle ultime presidenziali, lo ha accusato di una serie di reati tra cui falsa testimonianza, ostruzione alla giustizia e frode bancaria.
L’accusa più grave, naturalmente, e quella più interessante per Mueller ed il suo team investigativo, è quella di aver cospirato contro lo Stato.
Il riferimento è ai rapporti diretti ed indiretti di Manafort con la Russia: in particolare sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti c’è il sostegno all’allora presidente ucraino Victor Yanucovych, sostenuto da Mosca, attraverso il pagamento di oltre due milioni di euro effettuato a favore del “Gruppo Hapsburg”, formato da rappresentanti politici europei.
Una spy story che impressiona relativamente, visto che ormai l’attività di lobbiyng più o meno legale è diffusa in Europa tanto quanto lo è negli Stati Uniti.
In questo caso però si sarebbe esagerato, almeno secondo le tesi accusatorie di Mueller: da qui le accuse a Manafort, la richiesta di cauzione, i tentativi (al momento presunti, ma evidentemente credibili, per la giustizia federale USA) di corruzione e la decisione di mandare Manafort in galera. Il processo è stato fissato per il 10 luglio.
E’ il primo personaggio coinvolto nell’inchiesta Russiagate a finire in prigione: l’entourage di Trump ha già comunicato che Manafort in realtà non aveva un ruolo così significativo all’interno dello staff elettorale, e pur difendendolo ha chiarito che la posizione del lobbista nei confronti dell’allora futuro presidente era marginale.
Opposta la versione offerta da molti dei giornalisti che seguirono la campagna elettorale di Trump, e che indicano in Manafort un personaggio assolutamente centrale: fu lui, ad esempio, ad indicare Mike Pence come possibile vicepresidente. Cosa che poi avvenne.
In difesa di Manafort è intervenuto nelle ultime ore anche Rudolph Giuliani, da qualche tempo elemento di spicco dello staff legale di Trump: “Quando l’intera cosa sarà finita, le cose potrebbero essere ripulite con qualche grazia presidenziale” – ha dichiarato, aggiungendo “ Questo tipo di indagine non dovrebbe proseguire, è tempo per la giustizia di indagare gli investigatori”.
Dichiarazione abbastanza bellicosa, che potrebbe indicare un cambio di atteggiamento di Trump e dei suoi nei confronti dell’inchiesta, fino a ieri mediaticamente ignorata e minimizzata. Eppure va avanti, e l’arresto di Manafort potrebbe rappresentare una possibile “escalation”. D’altronde, aver posto un uomo come Rudolph Giuliani (che si costruì una solida fama come sindaco sceriffo di New York, oltre che come “il sindaco dell’11 settembre”) a capo dello staff legale indica un cambio di atteggiamento nei confronti di tutta la vicenda, che qualche problemino a Trump potrebbe creare. Non dimentichiamoci mai che la conseguenza estrema di questo tipo di inchieste è la richiesta di avvio della procedura di impeachment.
Fonte
Manafort, libero su cauzione dopo essere stato accusato di una serie di reati anche molto gravi (cospirazione contro gli Stati Uniti d’America, tanto per citarne uno), avrebbe tentato di corrompere alcuni testimoni.
Di qui la decisione di un giudice federale di annullare la libertà su cauzione e mandare il lobbista dietro le sbarre: troppo alto il rischio di inquinamento delle prove.
Paul Manafort, figura importante all’interno dello staff che gestì la campagna elettorale di Trump nel 2016, è stato coinvolto nel Russiagate poco meno di un anno fa. Nell’ottobre del 2017 il procuratore Mueller, titolare dell’inchiesta sulle presunte interferenze russe nel regolare svolgimento delle ultime presidenziali, lo ha accusato di una serie di reati tra cui falsa testimonianza, ostruzione alla giustizia e frode bancaria.
L’accusa più grave, naturalmente, e quella più interessante per Mueller ed il suo team investigativo, è quella di aver cospirato contro lo Stato.
Il riferimento è ai rapporti diretti ed indiretti di Manafort con la Russia: in particolare sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti c’è il sostegno all’allora presidente ucraino Victor Yanucovych, sostenuto da Mosca, attraverso il pagamento di oltre due milioni di euro effettuato a favore del “Gruppo Hapsburg”, formato da rappresentanti politici europei.
Una spy story che impressiona relativamente, visto che ormai l’attività di lobbiyng più o meno legale è diffusa in Europa tanto quanto lo è negli Stati Uniti.
In questo caso però si sarebbe esagerato, almeno secondo le tesi accusatorie di Mueller: da qui le accuse a Manafort, la richiesta di cauzione, i tentativi (al momento presunti, ma evidentemente credibili, per la giustizia federale USA) di corruzione e la decisione di mandare Manafort in galera. Il processo è stato fissato per il 10 luglio.
E’ il primo personaggio coinvolto nell’inchiesta Russiagate a finire in prigione: l’entourage di Trump ha già comunicato che Manafort in realtà non aveva un ruolo così significativo all’interno dello staff elettorale, e pur difendendolo ha chiarito che la posizione del lobbista nei confronti dell’allora futuro presidente era marginale.
Opposta la versione offerta da molti dei giornalisti che seguirono la campagna elettorale di Trump, e che indicano in Manafort un personaggio assolutamente centrale: fu lui, ad esempio, ad indicare Mike Pence come possibile vicepresidente. Cosa che poi avvenne.
In difesa di Manafort è intervenuto nelle ultime ore anche Rudolph Giuliani, da qualche tempo elemento di spicco dello staff legale di Trump: “Quando l’intera cosa sarà finita, le cose potrebbero essere ripulite con qualche grazia presidenziale” – ha dichiarato, aggiungendo “ Questo tipo di indagine non dovrebbe proseguire, è tempo per la giustizia di indagare gli investigatori”.
Dichiarazione abbastanza bellicosa, che potrebbe indicare un cambio di atteggiamento di Trump e dei suoi nei confronti dell’inchiesta, fino a ieri mediaticamente ignorata e minimizzata. Eppure va avanti, e l’arresto di Manafort potrebbe rappresentare una possibile “escalation”. D’altronde, aver posto un uomo come Rudolph Giuliani (che si costruì una solida fama come sindaco sceriffo di New York, oltre che come “il sindaco dell’11 settembre”) a capo dello staff legale indica un cambio di atteggiamento nei confronti di tutta la vicenda, che qualche problemino a Trump potrebbe creare. Non dimentichiamoci mai che la conseguenza estrema di questo tipo di inchieste è la richiesta di avvio della procedura di impeachment.
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08/05/2018
Russiagate: “Trump, è una trappola!”
L’ultima novità dell’inchiesta Russiagate è l’intervento di Rudolph Giuliani, l’ex sindaco “sceriffo” di New York e da poco tempo membro dello staff legale del presidente USA.
Secondo il suo parere, espresso nel corso di una intervista all’emittente televisiva ABC, Donald Trump non dovrebbe presentarsi nel caso di mandato di comparizione emesso dal procuratore Mueller.
“Gli stanno tendendo una trappola” – ha dichiarato senza mezzi termini Giuliani. Secondo l’ex sindaco di New York gli inquirenti non avrebbero nulla di concreto in mano, e presentarsi a rispondere potrebbe essere controproducente per il presidente.
«Non occorre presentarsi. Trump è il presidente degli Stati Uniti. Ha gli stessi privilegi degli altri presidenti. Clinton negoziò un accordo in cui non ammetteva l’efficacia del mandato di comparizione” – ha aggiunto, esprimendo chiaramente quella che vorrebbe essere la sua strategia difensiva: non presentarti, non rispondere.
Ma ci sono di mezzo anche ovvie questioni di opportunità politica, e Trump non potrà esentarsi dal comparire almeno di fronte ad un grand giury, come fece d’altronde Clinton per il caso Lewinsky.
In quel caso, Giuliani ha già dettato le regole: “Solo per due ore e mezza, solo in una forma concordata. Dichiarazioni non sotto giuramento. Solo domande e risposte, avendo le domande in anticipo. Così, potremmo realmente risolvere la questione con Robert Mueller”.
Giuliani nel corso dell’intervista è stato anche interpellato sull’altra tegola che sembra sul punto di cadere in testa a Trump, ossia un possibile “sexy gate” che in un paese bigotto come gli Stati Uniti non aiuta mai.
Parliamo della presunta relazione con la pornodiva Stormy Daniels, che Giuliani tende a ridimensionare e a non considerare rilevante: “Premetto che non sono coinvolto in questa storia. Quindi non lo so, mi limito a dire quello che hanno detto i diretti interessati: lui nega che sia successo, e anche lei lo ha scritto in una lettera. Lui lo nega e lei ha negato. Poi, proprio prima delle elezioni, si è fatta avanti con una certa dose di opportunismo”.
Alla domanda sul presunto utilizzo di fondi elettorali per “mettere a tacere” la Daniels, Giuliani ha tagliato corto: “Non lo so e non mi interessa. Ciò che conta per me sono due cose. La prima: non era un contributo della campagna di Trump. Secondo, anche se lo fosse stato è stato completamente rimborsato con fondi personali del presidente. Quindi caso chiuso per Donald Trump”.
D’altronde, cosa doveva dire? La realtà però appare un po’ meno semplice, ed il fatto che Trump abbia voluto inserire nel suo staff legale un personaggio come Giuliani è di per se indicativo di una cosa: il presidente ed il suo entourage si stanno rendendo probabilmente conto che qualcosa di complicato da gestire è in arrivo.
Giuliani è – come ricordato – il “sindaco sceriffo” di New York, l’uomo che ha sconfitto la criminalità nella Grande Mela, e sopratutto il sindaco coraggioso dell’11 settembre: dopo gli attentati alle Torri Gemelle ebbe un ruolo di primo piano nel far ripartire la città, al punto da meritarsi il titolo di “uomo dell’anno” da parte del Time.
Insomma, è personaggio di grande mediaticità e di buona fama, un “uomo della legge” che – oltre per le sue doti di avvocato, che onestamente non conosciamo – può aiutare molto dal punto di vista dell’immagine.
Perché l’impressione è che il procuratore Mueller non sia così privo di risorse come lo descrive Giuliani, ed il Russiagate è qualcosa di concreto, che potrebbe creare più di un problema a Trump.
Come d’altronde il sexy gate con Stormy Daniels la quale, ospite del Saturday Night Live (popolare show televisivo americano) ha inscenato un colloquio con Trump, interpretato per l’occasione dall’attore Alec Baldwin, che chiedeva alla stessa Daniels un consiglio per mettere fine agli scandali. La risposta? Eccola: “Dimettiti, mi spiace Donald, è troppo tardi. Tu non credi nel cambiamento climatico, ma, piccolo... è in arrivo una tempesta!”
Fonte
Secondo il suo parere, espresso nel corso di una intervista all’emittente televisiva ABC, Donald Trump non dovrebbe presentarsi nel caso di mandato di comparizione emesso dal procuratore Mueller.
“Gli stanno tendendo una trappola” – ha dichiarato senza mezzi termini Giuliani. Secondo l’ex sindaco di New York gli inquirenti non avrebbero nulla di concreto in mano, e presentarsi a rispondere potrebbe essere controproducente per il presidente.
«Non occorre presentarsi. Trump è il presidente degli Stati Uniti. Ha gli stessi privilegi degli altri presidenti. Clinton negoziò un accordo in cui non ammetteva l’efficacia del mandato di comparizione” – ha aggiunto, esprimendo chiaramente quella che vorrebbe essere la sua strategia difensiva: non presentarti, non rispondere.
Ma ci sono di mezzo anche ovvie questioni di opportunità politica, e Trump non potrà esentarsi dal comparire almeno di fronte ad un grand giury, come fece d’altronde Clinton per il caso Lewinsky.
In quel caso, Giuliani ha già dettato le regole: “Solo per due ore e mezza, solo in una forma concordata. Dichiarazioni non sotto giuramento. Solo domande e risposte, avendo le domande in anticipo. Così, potremmo realmente risolvere la questione con Robert Mueller”.
Giuliani nel corso dell’intervista è stato anche interpellato sull’altra tegola che sembra sul punto di cadere in testa a Trump, ossia un possibile “sexy gate” che in un paese bigotto come gli Stati Uniti non aiuta mai.
Parliamo della presunta relazione con la pornodiva Stormy Daniels, che Giuliani tende a ridimensionare e a non considerare rilevante: “Premetto che non sono coinvolto in questa storia. Quindi non lo so, mi limito a dire quello che hanno detto i diretti interessati: lui nega che sia successo, e anche lei lo ha scritto in una lettera. Lui lo nega e lei ha negato. Poi, proprio prima delle elezioni, si è fatta avanti con una certa dose di opportunismo”.
Alla domanda sul presunto utilizzo di fondi elettorali per “mettere a tacere” la Daniels, Giuliani ha tagliato corto: “Non lo so e non mi interessa. Ciò che conta per me sono due cose. La prima: non era un contributo della campagna di Trump. Secondo, anche se lo fosse stato è stato completamente rimborsato con fondi personali del presidente. Quindi caso chiuso per Donald Trump”.
D’altronde, cosa doveva dire? La realtà però appare un po’ meno semplice, ed il fatto che Trump abbia voluto inserire nel suo staff legale un personaggio come Giuliani è di per se indicativo di una cosa: il presidente ed il suo entourage si stanno rendendo probabilmente conto che qualcosa di complicato da gestire è in arrivo.
Giuliani è – come ricordato – il “sindaco sceriffo” di New York, l’uomo che ha sconfitto la criminalità nella Grande Mela, e sopratutto il sindaco coraggioso dell’11 settembre: dopo gli attentati alle Torri Gemelle ebbe un ruolo di primo piano nel far ripartire la città, al punto da meritarsi il titolo di “uomo dell’anno” da parte del Time.
Insomma, è personaggio di grande mediaticità e di buona fama, un “uomo della legge” che – oltre per le sue doti di avvocato, che onestamente non conosciamo – può aiutare molto dal punto di vista dell’immagine.
Perché l’impressione è che il procuratore Mueller non sia così privo di risorse come lo descrive Giuliani, ed il Russiagate è qualcosa di concreto, che potrebbe creare più di un problema a Trump.
Come d’altronde il sexy gate con Stormy Daniels la quale, ospite del Saturday Night Live (popolare show televisivo americano) ha inscenato un colloquio con Trump, interpretato per l’occasione dall’attore Alec Baldwin, che chiedeva alla stessa Daniels un consiglio per mettere fine agli scandali. La risposta? Eccola: “Dimettiti, mi spiace Donald, è troppo tardi. Tu non credi nel cambiamento climatico, ma, piccolo... è in arrivo una tempesta!”
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02/05/2018
Russiagate: possibile un mandato di comparizione per Trump
Sarà certamente un caso, ma l’incremento di tensione in politica internazionale – e gli Usa sono protagonisti in tutti i teatri operativi “caldi” del mondo – è direttamente proporzionale al procedere ed al crescere di intensità dell’inchiesta Russiagate.
Forse perchè siamo inguaribilmente portati ad osservare le questioni in modo complesso, o forse per una tendenza al complottismo, chissà: eppure non sono in molti ad osservare questo curioso rapporto.
Tanto più si stringe la morsa del procuratore Mueller intorno a Donald Trump, altrettanto drasticamente esplodono o si riaccendono crisi e tensioni a livello internazionale.
Coincidenze? Chissà. Resta il fatto che, praticamente in concomitanza con l’aggravarsi della crisi con l’Iran arriva una importante novità che riguarda proprio l’inchiesta portata avanti caparbiamente dal procuratore Robert Mueller: esiste la possibilità che il presidente Trump possa essere convocato davanti ad un grand jury.
Lo racconta il Washington Post, che riporta i seguenti fatti: a marzo ci sarebbe stato un incontro tra i legali di Trump e lo staff di Mueller, che avrebbe posto la questione della necessità di un confronto con lo stesso presidente.
La riposta degli avvocati sarebbe stata netta: non esiste nessun obbligo per “The Donald” di rispondere alle domande degli investigatori federali rispetto alla questione delle possibili interferenze russe nelle presidenziali del 2016.
Muller, che pare essere un osso veramente duro da masticare, ha rilanciato: in caso di rifiuto, l’opzione sarebbe quella di emettere un mandato di convocazione di fronte, appunto, ad un grand jury.
Il grand jury è – in poche parole – una istituzione che negli Stati Uniti interviene ormai solo per alcuni reati di natura federale: si tratta di una giuria allargata che analizza preliminarmente le accuse e valuta la sussitenza o meno del reato. Una sorta di passaggio preliminare ad un eventuale procedimento vero e proprio.
Un eventuale passaggio formale che applicato ad un presidente in carica rappresenterebbe un salto di qualità evidente per Russiagate.
Addirittura si conoscono anche le domande che Muller vorrebbe rivolgere a Trump: le ha pubblicate il New York Times, beccandosi la censura via Twitter dello stesso presidente (“articolo vergognoso”), mentre nei confronti del procuratore Mueller è arrivato l’aspro commento da parte di un ex membro dello staff legale di Trump: “Questo non è un gioco. Stai facendo perdere tempo al presidente”.
Al netto di commenti e tweet, mettendo in fila i diversi passaggi di questa inchiesta, appare evidente come Mueller stia avvicinandosi sempre più a Trump: era partito dai collaboratori, poi le indagini si sono spostate a figure più vicine – familiari compresi – fino ad arrivare all’ipotesi di un confronto diretto.
L’entourage del presidente continua a minimizzare, lo stesso Trump parla poco di Russiagate, ma intanto le indagini vanno avanti.
Ora, è chiaro che l’aggressiva politica estera che caratterizza questa amministrazione è perfettamente coerente con quanto promesso in campagna elettorale, con le caratteristiche politiche ed umane del personaggio, con la storia delle lobby e del pezzo di società che lo sostiene, sostanzialmente con l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del resto del mondo, e probabilmente sarebbe stata la stessa anche in assenza di questa inchiesta.
L’impressione e la conseguente ipotesi che avanziamo – che poi è abbastanza banale – è che, a fronte di una vicenda tenuta sempre più faticosamente sotto traccia e che comunque come conseguenza estrema avrebbe l’impeachement, spostare l’attenzione su altre questioni è sempre una buona strategia. Una bella guerra, ad esempio, che risolve spesso un sacco di problemi nell’immediato (per crearne esponenzialmente di più sul medio termine, ma di questo poi si occuperà qualcun altro!– ndr).
Fonte
Forse perchè siamo inguaribilmente portati ad osservare le questioni in modo complesso, o forse per una tendenza al complottismo, chissà: eppure non sono in molti ad osservare questo curioso rapporto.
Tanto più si stringe la morsa del procuratore Mueller intorno a Donald Trump, altrettanto drasticamente esplodono o si riaccendono crisi e tensioni a livello internazionale.
Coincidenze? Chissà. Resta il fatto che, praticamente in concomitanza con l’aggravarsi della crisi con l’Iran arriva una importante novità che riguarda proprio l’inchiesta portata avanti caparbiamente dal procuratore Robert Mueller: esiste la possibilità che il presidente Trump possa essere convocato davanti ad un grand jury.
Lo racconta il Washington Post, che riporta i seguenti fatti: a marzo ci sarebbe stato un incontro tra i legali di Trump e lo staff di Mueller, che avrebbe posto la questione della necessità di un confronto con lo stesso presidente.
La riposta degli avvocati sarebbe stata netta: non esiste nessun obbligo per “The Donald” di rispondere alle domande degli investigatori federali rispetto alla questione delle possibili interferenze russe nelle presidenziali del 2016.
Muller, che pare essere un osso veramente duro da masticare, ha rilanciato: in caso di rifiuto, l’opzione sarebbe quella di emettere un mandato di convocazione di fronte, appunto, ad un grand jury.
Il grand jury è – in poche parole – una istituzione che negli Stati Uniti interviene ormai solo per alcuni reati di natura federale: si tratta di una giuria allargata che analizza preliminarmente le accuse e valuta la sussitenza o meno del reato. Una sorta di passaggio preliminare ad un eventuale procedimento vero e proprio.
Un eventuale passaggio formale che applicato ad un presidente in carica rappresenterebbe un salto di qualità evidente per Russiagate.
Addirittura si conoscono anche le domande che Muller vorrebbe rivolgere a Trump: le ha pubblicate il New York Times, beccandosi la censura via Twitter dello stesso presidente (“articolo vergognoso”), mentre nei confronti del procuratore Mueller è arrivato l’aspro commento da parte di un ex membro dello staff legale di Trump: “Questo non è un gioco. Stai facendo perdere tempo al presidente”.
Al netto di commenti e tweet, mettendo in fila i diversi passaggi di questa inchiesta, appare evidente come Mueller stia avvicinandosi sempre più a Trump: era partito dai collaboratori, poi le indagini si sono spostate a figure più vicine – familiari compresi – fino ad arrivare all’ipotesi di un confronto diretto.
L’entourage del presidente continua a minimizzare, lo stesso Trump parla poco di Russiagate, ma intanto le indagini vanno avanti.
Ora, è chiaro che l’aggressiva politica estera che caratterizza questa amministrazione è perfettamente coerente con quanto promesso in campagna elettorale, con le caratteristiche politiche ed umane del personaggio, con la storia delle lobby e del pezzo di società che lo sostiene, sostanzialmente con l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del resto del mondo, e probabilmente sarebbe stata la stessa anche in assenza di questa inchiesta.
L’impressione e la conseguente ipotesi che avanziamo – che poi è abbastanza banale – è che, a fronte di una vicenda tenuta sempre più faticosamente sotto traccia e che comunque come conseguenza estrema avrebbe l’impeachement, spostare l’attenzione su altre questioni è sempre una buona strategia. Una bella guerra, ad esempio, che risolve spesso un sacco di problemi nell’immediato (per crearne esponenzialmente di più sul medio termine, ma di questo poi si occuperà qualcun altro!– ndr).
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17/04/2018
Trump non può fare il presidente: duro attacco dell’ex capo dell’FBI
Mentre Donald Trump è impegnato a bombardare la Siria, nuovi elementi vanno a rendere sempre più avvolgente la rete che il procuratore Mueller sta pazientemente tessendo con l’inchiesta Russiagate.
Il 9 aprile l’FBI ha perquisito gli uffici di Michael Cohen, avvocato vicino a Trump. Secondo Mueller, è dimostrabile che il legale sia stato, più o meno “segretamente”, a Praga nel 2016 in piena campagna elettorale.
A fare cosa? Secondo il dossier dell’ex agente segreto britannico Cristopher Steele – peraltro abbastanza controverso – Cohen avrebbe incontrato un uomo dell’entourage di Putin, Kostantin Kosachev. Secondo l’ipotesi investigativa di Mueller, ovviamente l’incontro rientrerebbe tra i “momenti di approccio” durante i quali si sarebbe definito il sostegno russo all’elezione di Trump.
Cohen tra l’altro è coinvolto in un’altra vicenda “calda” che rischia di travolgere ulteriormente l’attuale Presidente USA: quella riguardante la pornostar Stormy Daniels, alla quale l’avvocato avrebbe elargito una mazzetta di circa 130.000 dollari per mettere a tacere l’eventuale racconto di una relazione che la Daniels (al secolo Stephanie Clifford) avrebbe avuto con Trump.
Tra l’altro, alcune indiscrezioni raccontano che una parte dell’entourage di Trump avrebbe più paura di questa inchiesta che del Russiagate: in una società ipocritamente bigotta come quella statunitense, è facile comprendere perché.
Ma i colpi più duri assestati alla credibilità di Trump – mediaticamente parlando – sono arrivati dall’ex direttore dell’FBI James Comey, in carica dal 2013 al 2017 e fatto fuori proprio da Trump.
“Non è moralmente adatto a fare il presidente degli Stati Uniti”, “Può fare enormi danni”, “non incarna né rispetta i valori fondamentali del Paese, a partire dalla verità”, “tratta le donne come fossero pezzi di carne”.
Queste alcune delle considerazioni di Comey nel corso di una intervista all’emittente Abc. L’ex direttore dell’FBI ha aggiunto che è plausibile che Trump abbia e stia provando ad intralciare le indagini, e che è altrettanto possibile che sia ricattabile dai russi, che “potrebbero essere in possesso” di materiale compromettente sul suo conto.
Comey ha sottolineato la tendenza di Trump a mentire, ed ha spesso ribadito la sua inadeguatezza e pericolosità come presidente degli Stati Uniti.
Alla domanda se l’impeachement fosse una soluzione, l’ex federale ha però frenato, ritenendo che la soluzione migliore sarebbe – per lui – far valutare l’operato di Trump dagli americani attraverso lo strumento delle elezioni.
Al netto delle dichiarazioni di Comey – impegnato nella presentazione del suo libro – sul “fronte interno” la situazione non è tranquilla per Donald Trump. L’impressione è che, lentamente ma in modo apparentemente inesorabile, l’indagine di Mueller si stia avvicinando al tycoon, messo in difficoltà anche da inchieste “parallele” ed altrettanto dannose.
Forse, per spiegare i motivi dell’attacco alla Siria, bisogna tenere in considerazione anche queste vicende: creare tensione per spostare l’attenzione di media ed opinione pubblica è un metodo vecchio ma sempre efficace.
Fonte
Il 9 aprile l’FBI ha perquisito gli uffici di Michael Cohen, avvocato vicino a Trump. Secondo Mueller, è dimostrabile che il legale sia stato, più o meno “segretamente”, a Praga nel 2016 in piena campagna elettorale.
A fare cosa? Secondo il dossier dell’ex agente segreto britannico Cristopher Steele – peraltro abbastanza controverso – Cohen avrebbe incontrato un uomo dell’entourage di Putin, Kostantin Kosachev. Secondo l’ipotesi investigativa di Mueller, ovviamente l’incontro rientrerebbe tra i “momenti di approccio” durante i quali si sarebbe definito il sostegno russo all’elezione di Trump.
Cohen tra l’altro è coinvolto in un’altra vicenda “calda” che rischia di travolgere ulteriormente l’attuale Presidente USA: quella riguardante la pornostar Stormy Daniels, alla quale l’avvocato avrebbe elargito una mazzetta di circa 130.000 dollari per mettere a tacere l’eventuale racconto di una relazione che la Daniels (al secolo Stephanie Clifford) avrebbe avuto con Trump.
Tra l’altro, alcune indiscrezioni raccontano che una parte dell’entourage di Trump avrebbe più paura di questa inchiesta che del Russiagate: in una società ipocritamente bigotta come quella statunitense, è facile comprendere perché.
Ma i colpi più duri assestati alla credibilità di Trump – mediaticamente parlando – sono arrivati dall’ex direttore dell’FBI James Comey, in carica dal 2013 al 2017 e fatto fuori proprio da Trump.
“Non è moralmente adatto a fare il presidente degli Stati Uniti”, “Può fare enormi danni”, “non incarna né rispetta i valori fondamentali del Paese, a partire dalla verità”, “tratta le donne come fossero pezzi di carne”.
Queste alcune delle considerazioni di Comey nel corso di una intervista all’emittente Abc. L’ex direttore dell’FBI ha aggiunto che è plausibile che Trump abbia e stia provando ad intralciare le indagini, e che è altrettanto possibile che sia ricattabile dai russi, che “potrebbero essere in possesso” di materiale compromettente sul suo conto.
Comey ha sottolineato la tendenza di Trump a mentire, ed ha spesso ribadito la sua inadeguatezza e pericolosità come presidente degli Stati Uniti.
Alla domanda se l’impeachement fosse una soluzione, l’ex federale ha però frenato, ritenendo che la soluzione migliore sarebbe – per lui – far valutare l’operato di Trump dagli americani attraverso lo strumento delle elezioni.
Al netto delle dichiarazioni di Comey – impegnato nella presentazione del suo libro – sul “fronte interno” la situazione non è tranquilla per Donald Trump. L’impressione è che, lentamente ma in modo apparentemente inesorabile, l’indagine di Mueller si stia avvicinando al tycoon, messo in difficoltà anche da inchieste “parallele” ed altrettanto dannose.
Forse, per spiegare i motivi dell’attacco alla Siria, bisogna tenere in considerazione anche queste vicende: creare tensione per spostare l’attenzione di media ed opinione pubblica è un metodo vecchio ma sempre efficace.
Fonte
03/04/2018
Russiagate: spunta anche Assange, ed è in arrivo una “tempesta”
Potrebbe essere il copione di una serie tv ben fatta, articolata, piena di colpi di scena, con decine di personaggi che improvvisamente irrompono, facendo crescere la suspence e l’attesa di un epilogo che al momento non appare chiarissimo. Anche se per molti la tempesta è ormai in arrivo…
Parliamo di Russiagate, l’inchiesta sulle presunte interferenze russe a sostegno di Donald Trump nel corso della campagna elettorale e poi durante le elezioni del 2016, che videro il tycoon trionfare – un po’ a sorpresa – su Hillary Clinton.
Quella che all’inizio sembrava una indiscrezione giornalistica pompata in modo un po’ sensazionalistico, nei mesi è diventata una inchiesta ampia, approfondita e molto “reale” nei suoi sviluppi.
Il procuratore speciale Robert Mueller, settimana dopo settimana, ha stretto sempre più il cerchio intorno a Trump e al suo entourage, dando sostanza ad una indagine che ormai è impossibile ignorare, come di fatto sta tentando di fare il presidente Usa.
L’ultimo colpo di scena riguarda il coinvolgimento di Julian Assange, il fondatore di Wikileaks: secondo il Wall Street Journal, all’interno di uno scambio di e-mail tra Roger Stone e Sam Nunberg – due collaboratori di Trump durante la campagna elettorale – verrebbe fuori la notizia di un incontro (una cena) tra lo stesso Stone ed Assange. C’è anche una data: 3 agosto 2016. In una mail del 4, infatti, era descritto l’incontro, poi smentito dallo stesso Stone con tanto di “prove ed evidenze” di una sua presenza a Los Angeles nel giorno in cui si sarebbe incontrato con Assange.
Ma evidentemente qualcosa di possibile c’è, per Mueller ed il suo staff di investigatori: ad insospettire gli inquirenti, sempre secondo il WSJ, la pubblicazione da parte di Wikileaks di migliaia di mail sottratte allo staff della Clinton che, sempre secondo l’ipotesi di accusa, sarebbero state ottenute dall’attività di alcuni hacker russi.
Questo, in breve, il quadro investigativo. Un altro tassello di un puzzle che – sebbene a volte appaia un po’ “forzato” nel voler trovare connivenze tra Trump e Putin – più passa il tempo e più appare quantomeno plausibile, ed utilizzabile anche strumentalmente per attaccare l’attuale amministrazione americana.
Ma la “notizia di giornata” – o quantomeno la previsione – peggiore per Trump arriva da una intervista rilasciata alla rete Abc da Alex Castellanos, “spin doctor” repubblicano che ha lavorato alle campagne per Jeb Bush e Mitt Romney (senza grandi successi – ndr).
Secondo lui, Trump dovrebbe iniziare a “rinforzare il team legale” in attesa delle elezioni di Midterm, quando secondo molti analisti i repubblicani potrebbero perdere anche in modo significativo. Per Castellanos è probabile che Muller possa andare a mettere le mani anche nella complessa storia finanziaria di Trump, ed i risultati di un ulteriore allargamento dell’indagine, uniti al risultato elettorale avverso, potrebbero voler significare impeachment.
Fonte
Parliamo di Russiagate, l’inchiesta sulle presunte interferenze russe a sostegno di Donald Trump nel corso della campagna elettorale e poi durante le elezioni del 2016, che videro il tycoon trionfare – un po’ a sorpresa – su Hillary Clinton.
Quella che all’inizio sembrava una indiscrezione giornalistica pompata in modo un po’ sensazionalistico, nei mesi è diventata una inchiesta ampia, approfondita e molto “reale” nei suoi sviluppi.
Il procuratore speciale Robert Mueller, settimana dopo settimana, ha stretto sempre più il cerchio intorno a Trump e al suo entourage, dando sostanza ad una indagine che ormai è impossibile ignorare, come di fatto sta tentando di fare il presidente Usa.
L’ultimo colpo di scena riguarda il coinvolgimento di Julian Assange, il fondatore di Wikileaks: secondo il Wall Street Journal, all’interno di uno scambio di e-mail tra Roger Stone e Sam Nunberg – due collaboratori di Trump durante la campagna elettorale – verrebbe fuori la notizia di un incontro (una cena) tra lo stesso Stone ed Assange. C’è anche una data: 3 agosto 2016. In una mail del 4, infatti, era descritto l’incontro, poi smentito dallo stesso Stone con tanto di “prove ed evidenze” di una sua presenza a Los Angeles nel giorno in cui si sarebbe incontrato con Assange.
Ma evidentemente qualcosa di possibile c’è, per Mueller ed il suo staff di investigatori: ad insospettire gli inquirenti, sempre secondo il WSJ, la pubblicazione da parte di Wikileaks di migliaia di mail sottratte allo staff della Clinton che, sempre secondo l’ipotesi di accusa, sarebbero state ottenute dall’attività di alcuni hacker russi.
Questo, in breve, il quadro investigativo. Un altro tassello di un puzzle che – sebbene a volte appaia un po’ “forzato” nel voler trovare connivenze tra Trump e Putin – più passa il tempo e più appare quantomeno plausibile, ed utilizzabile anche strumentalmente per attaccare l’attuale amministrazione americana.
Ma la “notizia di giornata” – o quantomeno la previsione – peggiore per Trump arriva da una intervista rilasciata alla rete Abc da Alex Castellanos, “spin doctor” repubblicano che ha lavorato alle campagne per Jeb Bush e Mitt Romney (senza grandi successi – ndr).
Secondo lui, Trump dovrebbe iniziare a “rinforzare il team legale” in attesa delle elezioni di Midterm, quando secondo molti analisti i repubblicani potrebbero perdere anche in modo significativo. Per Castellanos è probabile che Muller possa andare a mettere le mani anche nella complessa storia finanziaria di Trump, ed i risultati di un ulteriore allargamento dell’indagine, uniti al risultato elettorale avverso, potrebbero voler significare impeachment.
Fonte
27/02/2018
Russiagate: l’inchiesta si allarga, “terra bruciata” intorno a Trump?
L’ultima notizia in ordine cronologico che riguarda l’ormai complessa vicenda del Russiagate è la decisione di Rick Gates, collaboratore di Trump ai tempi della campagna elettorale, di dichiararsi colpevole di una serie di reati di cui è accusato: frode, riciclaggio, cospirazione ai danni degli Stati Uniti d’America.
Attenzione, tra le accuse nei confronti di Gates non c’è nulla che riguarda Russiagate, ma ormai sembra abbastanza evidente la strategia del procuratore Mueller: colpire i collaboratori di Trump avvicinandosi sempre di più ad un eventuale “anello debole”, che per alcuni analisti potrebbe essere il genero di Trump, Jared Kushner.
Procediamo con ordine, partendo dall’ultimo aggiornamento: nella giornata di ieri fonti di informazione statunitensi hanno rilanciato la notizia della decisione di Rick Gates, ex consigliere di Trump durante la campagna elettorale, di dichiararsi colpevole.
Le accuse, sia quelle contro Gates che quelle contro il suo socio, Paul Manafort, anche lui consulente di Trump, fanno riferimento a qualcosa come 32 capi di imputazione: dalla frode al riciclaggio, fino ad arrivare alla cospirazione.
Come una sorta di gioco ad incastri, ecco dunque arrivare sulla scena Paul Manafort: anche lui parte dell’entourage di Trump in campagna elettorale, e legato a Gates da affari in comune.
Se Gates inizia a collaborare, Manafort finisce in guai seri. Questa appare essere la situazione: nei suoi confronti pesano accuse gravi, l’ultima delle quali coinvolge anche alcuni leader politici europei.
Manafort è infatti accusato dal procuratore Mueller di aver pagato per creare una sorta di lobby di sostegno a favore dell’Ucraina e del suo presidente Yanukovich, destituito dal golpe di Euromaidan, sostenuto tra l’altro dagli Usa. All’interno di questo filone d’inchiesta, ad un certo punto, sono venuti fuori anche i nomi dell’ex cancelliere austriaco Gusenbauer e addirittura di Romano Prodi, che ha smentito immediatamente ogni presunta attività di lobbying e qualsiasi tipo di attività segreta.
Situazione ingarbugliata, che appare chiara – paradossalmente – solo se osservata attraverso il punto di vista di Robert Mueller e della sua inchiesta: fare terra bruciata intorno a Trump e generare pressione.
In effetti sono diversi, ormai, i collaboratori di Trump coinvolti a pieno titolo nell’inchiesta: oltre ai già citati Manfort e Gates, c’è Micheal Flynn – ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale – che ha già patteggiato dichiarandosi colpevole di dichiarazioni false all’FBI rispetto ai suoi rapporti con l’ambasciatore russo negli Stati Uniti Sergey Kislyak, e che al momento è la carta migliore in mano a Mueller.
C’è George Papadopoulos, anche lui ex consigliere di Trump in campagna elettorale, anche lui autodichiaratosi colpevole di aver mentito all’FBI in merito alle presunte interazioni con i russi.
C’è Steve Bannon, di cui abbiamo già scritto in un precedente articolo: già coordinatore della campagna elettorale di Trump, poi membro del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, poi esautorato da ogni compito perché considerato troppo estremo, ma in realtà allontanato per incompatibilità con alcuni membri della famiglia Trump.
Bannon è stato convocato da Mueller a metà gennaio, e potrebbe avere anche lui qualcosa da raccontare.
Insomma, nonostante ufficialmente Trump si disinteressi di questa inchiesta, la situazione si complica ogni giorno di più.
E’ utile ricordare che il rischio principale a cui andrebbe incontro l’attuale presidente degli USA – nel caso emergesse una sua reale implicazione nel presunto dossieraggio contro la Clinton ed una sua consapevolezza di una eventuale interferenza russa (tutta da dimostrare) nelle elezioni – è la procedura di impeachment.
Fonte
Attenzione, tra le accuse nei confronti di Gates non c’è nulla che riguarda Russiagate, ma ormai sembra abbastanza evidente la strategia del procuratore Mueller: colpire i collaboratori di Trump avvicinandosi sempre di più ad un eventuale “anello debole”, che per alcuni analisti potrebbe essere il genero di Trump, Jared Kushner.
Procediamo con ordine, partendo dall’ultimo aggiornamento: nella giornata di ieri fonti di informazione statunitensi hanno rilanciato la notizia della decisione di Rick Gates, ex consigliere di Trump durante la campagna elettorale, di dichiararsi colpevole.
Le accuse, sia quelle contro Gates che quelle contro il suo socio, Paul Manafort, anche lui consulente di Trump, fanno riferimento a qualcosa come 32 capi di imputazione: dalla frode al riciclaggio, fino ad arrivare alla cospirazione.
Come una sorta di gioco ad incastri, ecco dunque arrivare sulla scena Paul Manafort: anche lui parte dell’entourage di Trump in campagna elettorale, e legato a Gates da affari in comune.
Se Gates inizia a collaborare, Manafort finisce in guai seri. Questa appare essere la situazione: nei suoi confronti pesano accuse gravi, l’ultima delle quali coinvolge anche alcuni leader politici europei.
Manafort è infatti accusato dal procuratore Mueller di aver pagato per creare una sorta di lobby di sostegno a favore dell’Ucraina e del suo presidente Yanukovich, destituito dal golpe di Euromaidan, sostenuto tra l’altro dagli Usa. All’interno di questo filone d’inchiesta, ad un certo punto, sono venuti fuori anche i nomi dell’ex cancelliere austriaco Gusenbauer e addirittura di Romano Prodi, che ha smentito immediatamente ogni presunta attività di lobbying e qualsiasi tipo di attività segreta.
Situazione ingarbugliata, che appare chiara – paradossalmente – solo se osservata attraverso il punto di vista di Robert Mueller e della sua inchiesta: fare terra bruciata intorno a Trump e generare pressione.
In effetti sono diversi, ormai, i collaboratori di Trump coinvolti a pieno titolo nell’inchiesta: oltre ai già citati Manfort e Gates, c’è Micheal Flynn – ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale – che ha già patteggiato dichiarandosi colpevole di dichiarazioni false all’FBI rispetto ai suoi rapporti con l’ambasciatore russo negli Stati Uniti Sergey Kislyak, e che al momento è la carta migliore in mano a Mueller.
C’è George Papadopoulos, anche lui ex consigliere di Trump in campagna elettorale, anche lui autodichiaratosi colpevole di aver mentito all’FBI in merito alle presunte interazioni con i russi.
C’è Steve Bannon, di cui abbiamo già scritto in un precedente articolo: già coordinatore della campagna elettorale di Trump, poi membro del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, poi esautorato da ogni compito perché considerato troppo estremo, ma in realtà allontanato per incompatibilità con alcuni membri della famiglia Trump.
Bannon è stato convocato da Mueller a metà gennaio, e potrebbe avere anche lui qualcosa da raccontare.
Insomma, nonostante ufficialmente Trump si disinteressi di questa inchiesta, la situazione si complica ogni giorno di più.
E’ utile ricordare che il rischio principale a cui andrebbe incontro l’attuale presidente degli USA – nel caso emergesse una sua reale implicazione nel presunto dossieraggio contro la Clinton ed una sua consapevolezza di una eventuale interferenza russa (tutta da dimostrare) nelle elezioni – è la procedura di impeachment.
Fonte
30/01/2018
Russiagate: FBI sulla graticola, Trump e i repubblicani contrattaccano
Anche solo mettendo in fila le notizie e gli aggiornamenti, quella che sta nascendo intorno al Russiagate tra l’Amministrazione Trump e gli inquirenti è una guerra.
Senza esclusione di colpi e con le sue vittime, come ad esempio il n.2 dell’FBI Andrew McCabe, che a soli 49 anni sta andando in pensione dopo essere stato al centro di attacchi molto duri da parte dell’entourage del presidente.
Ma andiamo con ordine, mettendo in fila una serie di notizie che chiaramente, almeno per noi, mettono in evidenza un conflitto istituzionale ad alta intensità in corso.
Partiamo dalla presa di posizione del Partito Repubblicano, il partito di Trump (anche se in campagna elettorale fece quasi di tutto per non esserlo).
Ebbene, i rappresentanti repubblicani all’interno della commissione intelligence della camera hanno chiesto la pubblicazione di un rapporto al momento “secretato” che accuserebbe l’Fbi di aver abusato di autorità nelle sue indagini sulla presunta ingerenza russa nel voto del 2016.
Immediata l’opposizione dei Democratici. Il rapporto ora verrà sottoposto all’attenzione di Trump, che deciderà se pubblicarlo o meno.
Poi c’è la questione Andrew Mc Cabe, il n.2 dell’FBI che si è dimesso dopo aver annunciato di voler andare in pensione a soli 49. Perché? Nonostante la portavoce della Casa Bianca abbia dichiarato “il Presidente non c’entra nulla”, il presidente c’entra, eccome.
Sono mesi che Trump attacca il povero McCabe, la cui moglie si è candidata nel 2015 per un posto in Senato con il Partito Democratico ricevendo finanziamenti elettorali da ambienti vicini alla Clinton.
Questo “marchio di infamia” (in effetti qualche difetto di trasparenza c’è) ha di diritto inserito Andrew McCabe nella speciale lista di coloro i quali, secondo Trump, stanno in qualche modo tramando contro la sua presidenza utilizzando come strumento il Russiagate.
Un anno fa a saltare era stato James Comey, allora al vertice dell’FBI. Adesso McCabe, altra vittima di quella che appare sempre più come una normalizzazione gestita in modo abbastanza spiccio.
Che Trump ed il suo entourage stiano reagendo in modo deciso all’inchiesta portata avanti con una certa decisione dal procuratore Mueller emerge anche da un paio di indiscrezioni emerse negli ultimi giorni.
Il Wall Street Journal ha riportato la notizia che i legali del presidente starebbero studiando una sentenza del 1997 che impedirebbe o quantomeno ritarderebbe e limiterebbe l’interrogatorio di Trump da parte degli inquirenti.
A proposito di Mueller, poi, interessante la dichiarazione della senatrice repubblicana Graham: “Se Trump licenzia il procuratore, mette a rischio la presidenza. Sarebbe un terribile errore”.
E sarebbe anche interessante chiedere alla senatrice Graham cosa l’abbia indotta a pensare una cosa del genere. Qualche indiscrezione dall’interno del partito?
Come si dice, “stay tuned”: nelle prossime puntate siamo certi che non mancheranno sorprese!
Fonte
Senza esclusione di colpi e con le sue vittime, come ad esempio il n.2 dell’FBI Andrew McCabe, che a soli 49 anni sta andando in pensione dopo essere stato al centro di attacchi molto duri da parte dell’entourage del presidente.
Ma andiamo con ordine, mettendo in fila una serie di notizie che chiaramente, almeno per noi, mettono in evidenza un conflitto istituzionale ad alta intensità in corso.
Partiamo dalla presa di posizione del Partito Repubblicano, il partito di Trump (anche se in campagna elettorale fece quasi di tutto per non esserlo).
Ebbene, i rappresentanti repubblicani all’interno della commissione intelligence della camera hanno chiesto la pubblicazione di un rapporto al momento “secretato” che accuserebbe l’Fbi di aver abusato di autorità nelle sue indagini sulla presunta ingerenza russa nel voto del 2016.
Immediata l’opposizione dei Democratici. Il rapporto ora verrà sottoposto all’attenzione di Trump, che deciderà se pubblicarlo o meno.
Poi c’è la questione Andrew Mc Cabe, il n.2 dell’FBI che si è dimesso dopo aver annunciato di voler andare in pensione a soli 49. Perché? Nonostante la portavoce della Casa Bianca abbia dichiarato “il Presidente non c’entra nulla”, il presidente c’entra, eccome.
Sono mesi che Trump attacca il povero McCabe, la cui moglie si è candidata nel 2015 per un posto in Senato con il Partito Democratico ricevendo finanziamenti elettorali da ambienti vicini alla Clinton.
Questo “marchio di infamia” (in effetti qualche difetto di trasparenza c’è) ha di diritto inserito Andrew McCabe nella speciale lista di coloro i quali, secondo Trump, stanno in qualche modo tramando contro la sua presidenza utilizzando come strumento il Russiagate.
Un anno fa a saltare era stato James Comey, allora al vertice dell’FBI. Adesso McCabe, altra vittima di quella che appare sempre più come una normalizzazione gestita in modo abbastanza spiccio.
Che Trump ed il suo entourage stiano reagendo in modo deciso all’inchiesta portata avanti con una certa decisione dal procuratore Mueller emerge anche da un paio di indiscrezioni emerse negli ultimi giorni.
Il Wall Street Journal ha riportato la notizia che i legali del presidente starebbero studiando una sentenza del 1997 che impedirebbe o quantomeno ritarderebbe e limiterebbe l’interrogatorio di Trump da parte degli inquirenti.
A proposito di Mueller, poi, interessante la dichiarazione della senatrice repubblicana Graham: “Se Trump licenzia il procuratore, mette a rischio la presidenza. Sarebbe un terribile errore”.
E sarebbe anche interessante chiedere alla senatrice Graham cosa l’abbia indotta a pensare una cosa del genere. Qualche indiscrezione dall’interno del partito?
Come si dice, “stay tuned”: nelle prossime puntate siamo certi che non mancheranno sorprese!
Fonte
18/01/2018
RussiaGate, nuovo capitolo. Cresce la tensione tra l’Amministrazione e gli inquirenti
Aggiornamenti interessanti e potenzialmente clamorosi per quel che riguarda il Russiagate, l’inchiesta sul presunto ruolo della Russia nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, che portarono alla vittoria di Donald Trump.
Nonostante i tentativi ormai sempre più evidenti di “silenziare” mediaticamente e politicamente la questione, portati avanti dall’amministrazione Trump in modo abbastanza sfacciato, sembra proprio che qualcosa di importante sia sul punto di verificarsi.
L’ultimo capitolo della vicenda riguarda l’interrogatorio di Steve Bannon, ex “stratega” del presidente Trump. Le modalità di gestione da parte del procuratore Robert Mueller, a capo dell’indagine, sono già abbastanza esplicative della tensione e della complessità della situazione: il controverso ex consigliere strategico di Donald Trump, passato alla cronaca per esternazioni discutibili e posizioni politiche abbastanza radicali e poco moderate, è stato infatti convocato da Mueller di fronte ad un gran giury per testimoniare sui rapporti tra l’entourage di Trump e dei presunti “emissari” del Cremlino. In particolare, il procuratore intende raccogliere informazioni su quanto raccontato dallo stesso Bannon nel libro “Fire and Fury”, ossia di un incontro tra alcuni personaggi legati in qualche modo alla Russia e dei rappresentanti dello staff dell’allora futuro presidente: oggetto dell’incontro, materiale compromettente su Hillary Clinton.
Un incontro che lo stesso Bannon ha definito “sovversivo”.
E’ utile soffermare per un attimo l’attenzione sull’ex stratega di Trump: un uomo di destra, razzista, convinto sostenitore della necessità di energiche politiche di imperialismo economico e militare. Un personaggio prima fortemente voluto e poi allontanato dallo stesso Trump in seguito alla pessima gestione dei fatti di Charlottesville, dove emerse in modo chiaro l’atteggiamento indulgente verso forme di razzismo e suprematismo bianco da parte dello staff presidenziale (che “The Donald” sia tendenzialmente razzista è abbastanza evidente, ma esprimerlo in modo quasi sfacciato ancora genera qualche mal di pancia, negli Stati Uniti, almeno sul piano formale).
Steve Bannon venne allora in qualche modo “sacrificato” sull’altare del politically correct, ed allontanato dall’entourage presidenziale. Una dismissione importante, parliamo di un consigliere fortemente voluto dallo stesso Trump.
Non deve averla presa bene, la defenestrazione, l’energico Bannon, che forse non casualmente nel giro di poco tempo ha pubblicato il libro “Fire and Fury” nel quale, oltre a parlare di Russiagate, tratteggia in modo non lusinghiero diversi membri dello staff presidenziale, compresi alcuni parenti di Trump. Pure su quest'ultimo il giudizio non è lusinghiero. E “The Donald” ci è rimasto male, forse al punto da fare pressioni per allontanare Bannon anche dal ruolo di direttore di Breitbart, giornale on-line punto di riferimento della destra USA.
Questioni politiche e questioni personali che sembrano sovrapporsi, in mezzo alle quali pare essersi inserito abilmente il procuratore Muller: la convocazione formale per Bannon (la prima nei confronti di un membro dello staff del presidente) sembra essere una mossa strategica per fare pressione sull’ex consigliere e convincerlo a parlare “informalmente” con gli investigatori.
Lanci di agenzia nel tardo pomeriggio di ieri confermerebbero che la strategia del procuratore abbia funzionato: Bannon, pur di evitare di comparire davanti al gran giury, si sarebbe dichiarato disposto a collaborare con Muller.
Passaggio importante, che potrebbe portare ad un innalzamento del livello di scontro tra gli inquirenti e l’amministrazione. Trump ed il suo staff procedono come se il Russiagate non ci fosse, ma l’impressione è che qualcosa di significativo sia avvenuto, e che tenerlo nascosto e sotto traccia sarà sempre più difficile.
Fonte
Nonostante i tentativi ormai sempre più evidenti di “silenziare” mediaticamente e politicamente la questione, portati avanti dall’amministrazione Trump in modo abbastanza sfacciato, sembra proprio che qualcosa di importante sia sul punto di verificarsi.
L’ultimo capitolo della vicenda riguarda l’interrogatorio di Steve Bannon, ex “stratega” del presidente Trump. Le modalità di gestione da parte del procuratore Robert Mueller, a capo dell’indagine, sono già abbastanza esplicative della tensione e della complessità della situazione: il controverso ex consigliere strategico di Donald Trump, passato alla cronaca per esternazioni discutibili e posizioni politiche abbastanza radicali e poco moderate, è stato infatti convocato da Mueller di fronte ad un gran giury per testimoniare sui rapporti tra l’entourage di Trump e dei presunti “emissari” del Cremlino. In particolare, il procuratore intende raccogliere informazioni su quanto raccontato dallo stesso Bannon nel libro “Fire and Fury”, ossia di un incontro tra alcuni personaggi legati in qualche modo alla Russia e dei rappresentanti dello staff dell’allora futuro presidente: oggetto dell’incontro, materiale compromettente su Hillary Clinton.
Un incontro che lo stesso Bannon ha definito “sovversivo”.
E’ utile soffermare per un attimo l’attenzione sull’ex stratega di Trump: un uomo di destra, razzista, convinto sostenitore della necessità di energiche politiche di imperialismo economico e militare. Un personaggio prima fortemente voluto e poi allontanato dallo stesso Trump in seguito alla pessima gestione dei fatti di Charlottesville, dove emerse in modo chiaro l’atteggiamento indulgente verso forme di razzismo e suprematismo bianco da parte dello staff presidenziale (che “The Donald” sia tendenzialmente razzista è abbastanza evidente, ma esprimerlo in modo quasi sfacciato ancora genera qualche mal di pancia, negli Stati Uniti, almeno sul piano formale).
Steve Bannon venne allora in qualche modo “sacrificato” sull’altare del politically correct, ed allontanato dall’entourage presidenziale. Una dismissione importante, parliamo di un consigliere fortemente voluto dallo stesso Trump.
Non deve averla presa bene, la defenestrazione, l’energico Bannon, che forse non casualmente nel giro di poco tempo ha pubblicato il libro “Fire and Fury” nel quale, oltre a parlare di Russiagate, tratteggia in modo non lusinghiero diversi membri dello staff presidenziale, compresi alcuni parenti di Trump. Pure su quest'ultimo il giudizio non è lusinghiero. E “The Donald” ci è rimasto male, forse al punto da fare pressioni per allontanare Bannon anche dal ruolo di direttore di Breitbart, giornale on-line punto di riferimento della destra USA.
Questioni politiche e questioni personali che sembrano sovrapporsi, in mezzo alle quali pare essersi inserito abilmente il procuratore Muller: la convocazione formale per Bannon (la prima nei confronti di un membro dello staff del presidente) sembra essere una mossa strategica per fare pressione sull’ex consigliere e convincerlo a parlare “informalmente” con gli investigatori.
Lanci di agenzia nel tardo pomeriggio di ieri confermerebbero che la strategia del procuratore abbia funzionato: Bannon, pur di evitare di comparire davanti al gran giury, si sarebbe dichiarato disposto a collaborare con Muller.
Passaggio importante, che potrebbe portare ad un innalzamento del livello di scontro tra gli inquirenti e l’amministrazione. Trump ed il suo staff procedono come se il Russiagate non ci fosse, ma l’impressione è che qualcosa di significativo sia avvenuto, e che tenerlo nascosto e sotto traccia sarà sempre più difficile.
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