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17/04/2018

Trump non può fare il presidente: duro attacco dell’ex capo dell’FBI

Mentre Donald Trump è impegnato a bombardare la Siria, nuovi elementi vanno a rendere sempre più avvolgente la rete che il procuratore Mueller sta pazientemente tessendo con l’inchiesta Russiagate.

Il 9 aprile l’FBI ha perquisito gli uffici di Michael Cohen, avvocato vicino a Trump. Secondo Mueller, è dimostrabile che il legale sia stato, più o meno “segretamente”, a Praga nel 2016 in piena campagna elettorale.

A fare cosa? Secondo il dossier dell’ex agente segreto britannico Cristopher Steele – peraltro abbastanza controverso – Cohen avrebbe incontrato un uomo dell’entourage di Putin, Kostantin Kosachev. Secondo l’ipotesi investigativa di Mueller, ovviamente l’incontro rientrerebbe tra i “momenti di approccio” durante i quali si sarebbe definito il sostegno russo all’elezione di Trump.

Cohen tra l’altro è coinvolto in un’altra vicenda “calda” che rischia di travolgere ulteriormente l’attuale Presidente USA: quella riguardante la pornostar Stormy Daniels, alla quale l’avvocato avrebbe elargito una mazzetta di circa 130.000 dollari per mettere a tacere l’eventuale racconto di una relazione che la Daniels (al secolo Stephanie Clifford) avrebbe avuto con Trump.

Tra l’altro, alcune indiscrezioni raccontano che una parte dell’entourage di Trump avrebbe più paura di questa inchiesta che del Russiagate: in una società ipocritamente bigotta come quella statunitense, è facile comprendere perché.

Ma i colpi più duri assestati alla credibilità di Trump – mediaticamente parlando – sono arrivati dall’ex direttore dell’FBI James Comey, in carica dal 2013 al 2017 e fatto fuori proprio da Trump.

“Non è moralmente adatto a fare il presidente degli Stati Uniti”, “Può fare enormi danni”, “non incarna né rispetta i valori fondamentali del Paese, a partire dalla verità”, “tratta le donne come fossero pezzi di carne”.

Queste alcune delle considerazioni di Comey nel corso di una intervista all’emittente Abc. L’ex direttore dell’FBI ha aggiunto che è plausibile che Trump abbia e stia provando ad intralciare le indagini, e che è altrettanto possibile che sia ricattabile dai russi, che “potrebbero essere in possesso” di materiale compromettente sul suo conto.

Comey ha sottolineato la tendenza di Trump a mentire, ed ha spesso ribadito la sua inadeguatezza e pericolosità come presidente degli Stati Uniti.

Alla domanda se l’impeachement fosse una soluzione, l’ex federale ha però frenato, ritenendo che la soluzione migliore sarebbe – per lui – far valutare l’operato di Trump dagli americani attraverso lo strumento delle elezioni.

Al netto delle dichiarazioni di Comey – impegnato nella presentazione del suo libro – sul “fronte interno” la situazione non è tranquilla per Donald Trump. L’impressione è che, lentamente ma in modo apparentemente inesorabile, l’indagine di Mueller si stia avvicinando al tycoon, messo in difficoltà anche da inchieste “parallele” ed altrettanto dannose.

Forse, per spiegare i motivi dell’attacco alla Siria, bisogna tenere in considerazione anche queste vicende: creare tensione per spostare l’attenzione di media ed opinione pubblica è un metodo vecchio ma sempre efficace.

Fonte

11/05/2017

Trump tra FBI e “Russiagate”

di Michele Paris

L’amministrazione americana di Donald Trump rischia di precipitare in una pericolosa spirale di crisi dopo il polverone politico scatenato dall’improvvisa decisione di martedì del presidente di rimuovere dall’incarico il direttore dell’FBI, James Comey. L’iniziativa della Casa Bianca è virtualmente senza precedenti e potrebbe innescare una vera e propria crisi costituzionale, sovrapponendosi alla campagna già in atto sui presunti legami tra l’amministrazione e il governo russo.

I contorni del licenziamento di Comey sono sembrati subito poco chiari. Le ricostruzioni dei giornali americani hanno assicurato che la decisione era nell’aria alla Casa Bianca da almeno una settimana e sarebbe stata presa dopo una serie di consultazioni tra pochissimi esponenti dell’amministrazione Trump.

La ragione che ha convinto il presidente a sollevare dall’incarico il numero uno della polizia federale USA con sette anni di anticipo rispetto alla scadenza decennale del suo mandato è in ogni caso da collegare all’indagine che l’FBI sta conducendo sui possibili collegamenti tra politici e membri dell’intelligence di Mosca con Trump e uomini a lui vicini al fine di favorire quest’ultimo nelle elezioni presidenziali dello scorso novembre.

Il licenziamento è arrivato infatti dopo settimane di audizioni al Congresso sul cosiddetto “Russiagate”, tra cui quella dello stesso Comey, ma anche in seguito a misure legate alle indagini che prospettano una stretta sulla vicenda che potrebbe mettere in serio imbarazzo l’amministrazione Repubblicana.

Sempre i giornali USA hanno rivelato in questi giorni come siano stati preparati dei mandati di comparizione destinati a individui a conoscenza dei fatti che avevano portato alla rimozione del primo Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, l’ex generale Michael Flynn. Quest’ultimo aveva perso il posto pochi giorni dopo la nomina in seguito alla diffusione della notizia dei suoi contatti con l’ambasciatore russo a Washington, tenuti in parte nascosti al vice-presidente, Mike Pence.

In seguito, Flynn è stato sottoposto a indagine per legami finanziari con il governo russo e proprio nei giorni scorsi è esplosa una nuova polemica dopo che era emerso come la Casa Bianca avesse atteso 18 giorni per liquidarlo, nonostante il ministro della Giustizia ad interim, Sally Yates, avesse rivelato alla nuova amministrazione che l’ex generale aveva promesso segretamente all’ambasciatore russo l’allentamento delle sanzioni contro Mosca applicate da Obama.

Mercoledì, è circolata inoltre la notizia che nei giorni scorsi Comey aveva fatto sapere ad alcuni membri del Congresso impegnati nelle indagini sul “Russiagate”di avere chiesto al dipartimento di Giustizia, da cui l’FBI dipende, maggiori “risorse” per il caso delle interferenze di Mosca nel processo elettorale americano.

La giustificazione ufficiale per il benservito a Comey è stata però di altra natura ed è collegata invece alla gestione da parte dell’FBI dell’indagine su Hillary Clinton, accusata di avere utilizzato un server privato di posta elettronica durante la sua permanenza al dipartimento di Stato.

La Casa Bianca e il dipartimento di Giustizia hanno commissionato al vice-ministro della Giustizia, Rod Rosenstein, una lettera di licenziamento che sembra un concentrato di contraddizioni e incongruenze. Comey viene accusato di avere commesso gravi errori nel condurre le operazioni relative al caso Clinton, dapprima scagionando l’ex candidata Democratica alla Casa Bianca nel mese di luglio e a ottobre, a soli 11 giorni dal voto, con una clamorosa dichiarazione pubblica per annunciare la riapertura delle indagini.

Le conclusioni che Trump avrebbe tratto per arrivare al licenziamento di Comey, almeno secondo la lettera di Rosenstein, sono però contraddette dai fatti e da molte dichiarazioni, spesso rilasciate tramite “tweet”, dello stesso presidente.

Quando, ad esempio, il capo dell’FBI aveva deciso di non procedere contro Hillary, Trump si era espresso in termini molto critici, mentre a ottobre aveva elogiato Comey per il coraggio mostrato nel riaprire l’indagine ai danni della sua rivale alla vigilia delle presidenziali.

Che oggi Trump siluri Comey per la conduzione della vicenda Clinton è dunque assurdo. La conclusione più logica è piuttosto che si tratti di un’azione per cercare di ostacolare l’indagine sui legami della sua amministrazione con la Russia, guidata appunto dal direttore dell’FBI.

L’evento cruciale che può avere convinto Trump a prendere provvedimenti nei confronti di Comey potrebbe essere stata la testimonianza di quest’ultimo il 20 marzo scorso alla commissione Servizi Segreti della Camera dei Rappresentanti del Congresso. In quell’occasione, Comey aveva per la prima volta confermato ufficialmente l’esistenza di un’indagine dell’FBI sulla presunta interferenza russa nelle presidenziali del 2016, possibilmente in collaborazione con uomini dello staff di Trump.

Anche considerando il dilettantismo e l’irresponsabilità che hanno spesso caratterizzato l’azione dell’amministrazione Trump in questi primi mesi, è difficile credere che non fossero state previste le conseguenze politiche della rimozione del responsabile di un’agenzia federale che sta indagando sulla Casa Bianca.

Il fatto che Trump abbia deciso comunque di muoversi in questo senso sembra dimostrare perciò il livello di disperazione che pervade una nuova amministrazione sotto assedio da parte di forze all’interno dello Stato preoccupate sia per il discredito in cui la Casa Bianca sta gettando gli Stati Uniti sia, ancor più, per un’attitudine strategica ritenuta non sufficientemente anti-russa.

La decisione di Trump è poi da mettere in relazione forse anche alle divisioni e ai malumori esistenti all’interno dello stesso “Bureau”. Comey ne aveva accennato settimana scorsa durante un’audizione al Senato in riferimento alla reazione negativa di molti nell’FBI all’archiviazione del caso Clinton.

Questo fermento aveva probabilmente incoraggiato alcune fughe di notizie relative alla vicenda Clinton a favore di politici Repubblicani, tra cui l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, e può ragionevolmente essere stato preso in considerazione dalla Casa Bianca nella speranza di limitare il contraccolpo del licenziamento di Comey, quanto meno all’interno dell’FBI.

Vista la gravità del quadro in cui si trova a operare l’amministrazione Trump, è evidente che la decisione di martedì potrà comunque fare ben poco per risolvere la crisi politica attuale. Anzi, la cacciata di Comey ha immediatamente moltiplicato le richieste di creare una commissione d’indagine indipendente sul “Russiagate”. A chiederla con maggiore insistenza sono stati i membri Democratici del Congresso, ma a essi si sono allineati anche numerosi esponenti del partito di Trump, alcuni dei quali hanno criticato apertamente la rimozione di Comey.

L’addio forzato del numero uno dell’FBI ha aperto anche un’ulteriore linea d’attacco per i nemici di Trump, accostato da molti a Richard Nixon e alle vicende dello scandalo “Watergate”. Il riferimento è andato in particolare al cosiddetto “Massacro del sabato sera” del 20 ottobre 1973, quando l’allora presidente costrinse alle dimissioni il proprio ministro della Giustizia, Elliot Richardson, e il suo vice, William Ruckelshaus, per essersi rifiutati di licenziare il procuratore speciale Archibald Cox, incaricato di indagare sul “Watergate”.

Storicamente, il parallelo sembra essere appropriato, vista anche la tendenza che accomuna Trump e Nixon a disinteressarsi delle regole democratiche. Tuttavia, dietro agli attuali attacchi contro la Casa Bianca non ci sono forze genuinamente interessate alla difesa dei principi della democrazia, bensì una campagna reazionaria basata sulla promozione di interessi politici e strategici ben precisi.

Le forze che operano contro Trump intendono cioè neutralizzare del tutto i propositi di quest’ultimo di intraprendere un percorso distensivo con Mosca, ad esempio attraverso una qualche collaborazione sulla guerra in Siria.

I timori di quanti ritengono la Russia il principale ostacolo al dispiegamento dell’influenza americana nelle aree strategicamente più importanti del pianeta non sono stati infatti fugati da alcune iniziative recenti di Trump che avevano fatto pensare a un ripiegamento da parte del presidente, prima fra tutte il bombardamento ai primi di aprile di una base aerea siriana.

Anzi, le apprensioni della fazione anti-russa dell’establishment americano sembrano essere tornate al di sopra dei livelli di guardia dopo gli sviluppi delle ultime settimane, segnate, tra l’altro, da una telefonata “cordiale” tra Trump e Putin, dal sostanziale via libera della Casa Bianca al piano russo sulla creazione di “zone di de-escalation” in Siria, dall’invio di un diplomatico americano di alto rango ai colloqui di pace in Kazakistan promossi da Mosca e dalla visita di mercoledì a Washington del ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov.

Fonte

08/11/2016

USA 2016: Hillary e Trump al rush finale

di Michele Paris

A poche ore dalla conclusione del lunghissimo processo elettorale che porterà all’elezione del prossimo presidente degli Stati Uniti, il quadro politico americano si ritrova invischiato in una situazione di crisi come forse mai è accaduto nella storia di questo paese. La (relativamente) normale evoluzione delle campagne elettorali per la Casa Bianca è stata infatti stravolta quest’anno da due candidati profondamente screditati agli occhi dei potenziali elettori, mentre la loro stessa presenza sulle schede ha prodotto e, allo stesso tempo, è apparsa il risultato delle gravissime tensioni che attraversano la classe dirigente di un “impero” entrato con ogni probabilità in una fase di declino irreversibile.

La vigilia del voto ha così rispecchiato il travaglio della classe politica americana e le contraddizioni scaturite dai timori di non essere più in grado di mantenere in piedi la facciata di legittimità democratica di un sistema che non ha praticamente più nessun contatto con la realtà in cui vivono decine o centinaia di milioni di persone.

L’ultima scossa è giunta nel fine settimana, ancora una volta da un organo ufficialmente a-politico. Il direttore dell’FBI, James Comey, nemmeno dieci giorni dopo essere intervenuto nel dibattito delle presidenziali, annunciando la riapertura del procedimento d’indagine ai danni di Hillary Clinton per le note e-mail del Dipartimento di Stato, domenica ha operato una nuova marcia indietro.

Comey ha ancora una volta indirizzato una lettera alle principali commissioni del Congresso per dichiarare questa volta che nulla, nel nuovo materiale relativo all’indagine, può far pensare a elementi che giustifichino un’ipotetica incriminazione della candidata Democratica alla Casa Bianca. Il passo indietro del numero uno della polizia federale americana è l’ennesima farsa di questa campagna elettorale e, almeno in teoria, riporta le lancette dell’orologio della vicenda legale che ha coinvolto l’ex segretario di Stato allo scorso mese di luglio, quando lo stesso Comey aveva escluso la presenza di materiale incriminante.

Com’è noto, il caso ruota attorno all’utilizzo, da parte di Hillary, di un server di posta elettronica privato al posto di quello governativo per la propria corrispondenza durante la permanenza al dipartimento di Stato. Con questo account e in violazione della legge, l’ex segretario aveva scambiato mail personali e, soprattutto, ufficiali, esponendo potenzialmente materiale riservato ad attacchi informatici e sottraendo lo stesso alla conservazione per essere reso pubblico in futuro.

Ancora peggio, come ha rivelato recentemente WikiLeaks, Hillary e il suo team avevano eliminato migliaia di messaggi, a loro dire per errore e comunque in gran parte di natura personale. Secondo molti, queste mail contenevano invece materiale esplosivo, tra cui le prove della concessione di favori a grandi interessi economici e a governi stranieri, i quali a loro volta avevano donato somme ingenti alla famiglia Clinton, principalmente attraverso l’ente “filantropico” Clinton Foundation.

Dopo l’archiviazione annunciata la scorsa estate, tra mille polemiche l’FBI aveva riaperto il caso a meno di due settimane dalle elezioni presidenziali in seguito al reperimento di migliaia di nuove e-mail riconducibili alla Clinton nel corso di indagini apparentemente non collegate, relative cioè all’invio di messaggi “espliciti” a una 15enne da parte dell’ex deputato Democratico di New York, Anthony Weiner, già consorte dell’assistente di Hillary, Huma Abedin.

Sui giornali americani e sui social media è subito scattata una discussione sulle motivazioni del comportamento del direttore dell’FBI. Al di là della reale possibilità di analizzare il contenuto di qualcosa come 650 mila mail in una settimana, la più recente decisione di Comey sembra riflettere ancora una volta le divisioni e le tensioni che caratterizzano la sua agenzia, così come l’intera classe dirigente USA, di fronte all’imminente elezione alla presidenza di uno tra Hillary Clinton e Donald Trump.

Se il discredito e i guai legali della candidata Democratica, che rischiano di compromettere da subito il suo mandato e di indebolire ancor più la posizione internazionale degli Stati Uniti, rendono credibile il fatto che una parte degli ambienti di potere americani abbia cercato di riportare in corsa Trump, Hillary rimane di gran lunga il cavallo preferito dall’establishment.

In questa prospettiva, l’uscita di dieci giorni fa di Comey poteva essere un modo per placare le voci, ben documentate dai media, che all’interno dell’FBI chiedevano un’azione più incisiva contro la ex first lady. Che poi tutto si sia risolto, almeno per il momento, in un nulla di fatto può dipendere dall’autorità che esercita sull’FBI il dipartimento di Giustizia, ovvero un organo politico controllato da un’amministrazione Democratica.

Gli ultimi sviluppi della vicenda Clinton potrebbero comunque avere un’influenza tutt’al più marginale sulle intenzioni di voto di elettori in buona parte scoraggiati nei confronti di tutto ciò che emana da Washington e ormai assuefatti a una campagna elettorale fatta di scandali e insulti.

Piuttosto, l’ennesimo colpo di scena – vero o finto che sia – sembra avere accentuato la percezione di politici e commentatori del danno che le candidature di Hillary e Trump, così come i loro guai, stanno provocando all’immagine e alla credibilità internazionale degli Stati Uniti.

Vari editoriali apparsi sulle principali testate americane nei giorni scorsi hanno evidenziato queste ansie e, in particolare, la presa d’atto che, a questo punto, chiunque conquisti la presidenza, gli Stati Uniti sono destinati ad andare incontro a un periodo di grave instabilità. Ciò, a sua volta, rischia di indebolire la spinta propulsiva nelle aree cruciali del pianeta che viene considerata fondamentale per rimediare alla costante perdita di influenza di Washington di fronte all’avanzata di paesi come Russia, Iran e, soprattutto, Cina.

Sia pure in apprensione per queste ragioni, lo schieramento politico e mediatico “liberal” ha dato l’impressione nell’immediata vigilia del voto di avere tratto un respiro di sollievo, credendo infatti di avere scongiurato il pericolo di una vittoria di Donald Trump. Se i sondaggi commissionati dalle testate “mainstream” americane vanno presi con le dovute precauzioni, le indagini degli ultimi giorni e ancor prima della più recente decisione favorevole alla Clinton del direttore dell’FBI indicano una tenuta della candidata Democratica.

Per quanto riguarda il dato nazionale, quest’ultima continua ad avere un margine di vantaggio, anche se ristretto. La competizione si deciderà tuttavia in una manciata di stati in bilico, nella maggior parte dei quali, allo stesso modo, Hillary risulta in vantaggio nonostante il recupero di Trump.

Le ultimissime apparizioni dei due candidati hanno così rispecchiato le loro priorità. Lunedì, Trump è stato impegnato addirittura in cinque stati (Florida, North Carolina, Pennsylvania, New Hampshire e Michigan), mentre la favorita per la Casa Bianca si è limitata a tre stati tra quelli decisivi: North Carolina, Pennsylvania e Michigan.

Hillary, infine, ha cercato di conservare il vantaggio attribuitole dai sondaggi reclutando varie celebrità per convincere gli elettori ancora indecisi a votare per lei e a impedire una vittoria di Trump. Un eventuale ingresso alla Casa Bianca del miliardario di New York, che segnerebbe in effetti un drastico spostamento a destra del baricentro politico americano, viene dipinto dai sostenitori di Hillary come un evento catastrofico, ma questa strategia serve più che altro a nascondere la realtà di una presidenza Clinton che lascia intravedere conseguenze ugualmente disastrose, se non addirittura più gravi, soprattutto in merito a una più che probabile accelerazione dell’intervento degli USA nei principali scenari di crisi internazionali.

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