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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/04/2022

Trump, cospirazione e impunità

Il fatto che un giudice di un tribunale di un paese “democratico” scriva nero su bianco in una sentenza che l’autorità esecutiva più alta di quello stesso paese ha cospirato per rovesciare l’ordine costituzionale dovrebbe rappresentare un evento niente meno che sensazionale. Se però questo paese è l’America, dove ciò è effettivamente accaduto nei giorni scorsi, le conseguenze possono essere tutt’al più trascurabili. Le circostanze sono ovviamente quelle dell’assalto al Congresso di Washington del 6 gennaio 2021, della cui responsabilità le prove emerse sono sempre più schiaccianti nei confronti di Donald Trump. Al dipartimento di Giustizia, organo dell’amministrazione Biden, continua tuttavia a esserci poco o nessun interesse per una possibile incriminazione dell’ex presidente repubblicano o dei suoi più stretti collaboratori.

L’accusa virtualmente senza precedenti contro un presidente degli Stati Uniti è arrivata lunedì dal giudice federale californiano David Carter nel quadro di un procedimento intentato dallo stesso Trump. Quest’ultimo aveva fatto causa contro la speciale commissione della Camera dei Rappresentanti che indaga sui fatti del 6 gennaio, la quale aveva ordinato la consegna della corrispondenza intrattenuta in quel periodo da John Eastman, uno dei legali dell’allora presidente.

Il giudice Carter ha confermato la legittimità della richiesta del Congresso per quasi tutte le e-mail in questione, respingendo la tesi con fragilissime fondamenta legali degli avvocati di Trump che si appellavano al cosiddetto “privilegio esecutivo”. L’aspetto più significativo del verdetto è in ogni caso il riassunto di quanto accaduto a Washington quasi quindici mesi fa. Scrive Carter: “John Eastman e il presidente Trump avevano lanciato una campagna per ribaltare un’elezione democratica, vale a dire un atto senza precedenti nella storia americana”.

Le manovre per raggiungere questo scopo non consistevano soltanto nella produzione di teorie (pseudo-)legali volte a giustificare le mire golpiste, di cui appunto Eastman, in qualità di docente di legge, era l’autore principale. “Il piano”, prosegue il giudice federale, “incoraggiava anche un attacco violento contro la sede del nostro governo” e “ha causato la morte di diversi agenti di polizia, aggravando il senso di sfiducia degli americani nei confronti del nostro sistema politico”.

In un’approfondita analisi della sentenza, il blog americano Lawfare ha spiegato che le parole del giudice Carter lasciano la corretta impressione che “gli eventi che ebbero luogo nel periodo tra la sconfitta di Trump [nel novembre 2020] e la certificazione da parte del Congresso della vittoria di Biden il 6 gennaio [2021]” abbiano visto il dispiegarsi di uno “sforzo estremo di un presidente uscente per rimanere al potere nel totale disprezzo della legge e con metodi incostituzionali, inclusa la violenza diretta contro un ramo del governo”. Nello stesso articolo si afferma inoltre che “nemmeno dopo il Watergate venne prodotto un documento” legale in grado di demolire con tale efficacia “l’onore e la condotta” di un presidente, in quel caso di Richard Nixon.

Sempre nel testo della sentenza di questa settimana si legge che, “se il piano di Eastman e Trump fosse andato a buon fine, avrebbe messo fine per sempre al pacifico trasferimento del potere, indebolendo la democrazia americana e la Costituzione”. Per questa ragione, prosegue il giudice Carter, “se il paese non si impegna a indagare e a perseguire i responsabili, questa corte teme che i fatti del 6 gennaio [2021] finiranno per ripetersi”.

Quello che più colpisce è che il giudizio del giudice Carter sulle azioni di Trump non scaturisce dall’analisi di nuovi elementi o prove relative al tentato golpe, ma si basa al contrario sulla ricostruzione di fatti da mesi di dominio pubblico. Ciò rende ancora più problematica la passività del dipartimento di Giustizia americano, il quale, da parte sua, ha messo sotto indagine o incriminato finora solo un certo numero di individui, quasi tutti appartenenti a organizzazioni di estrema destra, che avevano preso parte materialmente all’assalto al Congresso.

Ancora nella sentenza del giudice Carter c’è un riferimento a un memorandum redatto dall’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, anch’egli tra i legali di Trump, e consegnato a Eastman nel quale si delineavano una serie di scenari per influenzare le operazioni previste al Congresso il 6 gennaio 2021. Il ruolo di Eastman fu in questo senso cruciale, poiché partecipò, il giorno prima, all’incontro alla Casa Bianca con Trump e il suo vice, Mike Pence, durante il quale vennero fatte pressioni su quest’ultimo per convincerlo a respingere i risultati in alcuni stati a favore di Biden al momento della certificazione da parte del Congresso. Secondo la Costituzione USA, il vice-presidente degli Stati Uniti deve però esclusivamente presiedere a questa formalità e, a differenza di quanto pretendeva il clan di Trump, non ha il potere di bloccare la certificazione dei risultati favorendo un candidato diverso da quello già proclamato vincitore a livello statale.

La sentenza pronunciata lunedì in California esprime comunque un certo disagio in alcuni ambienti di potere americani per l’assenza di misure incisive in merito ai fatti del 6 gennaio 2021, soprattutto per l’eventualità che un simile scenario possa ripetersi nelle prossime tornate elettorali, gettando il paese nel caos. La sostanziale immobilità dell’amministrazione Biden è dovuta in primo luogo a considerazioni di carattere politico, da ricondurre sia al timore di consegnare un’altra arma elettorale al Partito Repubblicano, già favorito per il voto di “metà mandato” del prossimo novembre, sia per limitare al minimo il dibattito pubblico sullo stato comatoso della “democrazia” americana.

L’unica sede dove si sta cercando di fare luce sulle responsabilità ai vertici del fallito colpo di stato rimane così la speciale commissione della Camera, che ha però tenuto finora un numero ridicolo di udienze pubbliche. L’ultimo argomento di indagine dei suoi membri è emerso proprio in questi giorni. Washington Post e CBS News hanno dato notizia di un vuoto di oltre sette ore che risulterebbe dai documenti sulle comunicazioni telefoniche di Trump del 6 gennaio 2021, consegnati recentemente dall’Archivio Nazionale alla stessa commissione del Congresso.

L’assenza di dati – dalle ore 11.17 alle 18.54 – è semplicemente incredibile se si considerano gli eventi in corso in quelle ore e la frenetica attività telefonica di Trump nel periodo precedente e in quello successivo. Oltretutto, nei mesi scorsi erano apparsi sulla stampa americani numerosi resoconti di conversazioni telefoniche collocabili in questo spazio temporale tra l’allora presidente e, ad esempio, membri del Congresso che gli chiedevano di intervenire per fermare l’assalto dei suoi sostenitori.

Secondo la stampa USA, Trump potrebbe avere usato per le comunicazioni più delicate i telefoni privati dei membri del suo staff oppure dispositivi “usa e getta” per non lasciare tracce. Questa circostanza non fa in ogni caso che aumentare i sospetti di una trama golpista ben precisa pianificata alla Casa Bianca e che coinvolgeva non solo elementi ultra-disorientati della galassia di estrema destra, ma anche personalità di spicco all’interno del Partito Repubblicano, dell’apparato militare, della sicurezza e dell’intelligence degli Stati Uniti d’America.

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24/03/2019

Chiusa l’inchiesta Russiagate: Mueller consegna il dossier al Dipartimenti di Giustizia

L’inchiesta Russiagate è chiusa: il superprocuratore Robert Mueller ha consegnato al ministro della Giustizia William Barr tutti i documenti raccolti in quasi due anni di indagini sulle possibili interferenze russe nella vittoria di Donald Trump (a danno di Hillary Clinton) nel 2016.

Interferenze che dunque ci sono state, o no? Questo verrebbe subito da chiedere, rispetto ad una inchiesta che in alcuni momenti è sembrata essere sul punto di svelare intrighi internazionali – e di conseguenza prefigurare addirittura un rischio di impeachement per Trump – in altri appariva più debole ed inconsistente.

In realtà il lavoro del procuratore Mueller è sempre stato logico, consequenziale. E’ sembrato seguire una sorta di traccia che, con un percorso concentrico, lo portava sempre più vicino a Trump. Quanto vicino? Ancora non è dato saperlo, perchè dal ministero della Giustizia arrivano – al momento – solo parziali ammissioni.

William Barr ha infatti la prerogativa di decidere quali e quanti elementi comunicare al Congresso, e valutare anche i tempi della comunicazione.

Quello che emerge al momento da alcune fonti interne al ministero è che non ci sarebbero le basi per una incriminazione e/o un impeachement nei confronti di Donald Trump.

Al momento la reazione più forte arriva dall’opposizione democratica, che chiede la pubblicazione integrale del documento: non solo le conclusioni, ma anche i particolari sulle indagini.

Da parte dello staff del presidente arrivano, al momento, solo le dichiarazioni di Rudolph Giuliani: l’avvocato ed ex sindaco di New York, a capo del team di legali che difendono Trump, si è limitato ad esprimere “cauto ottimismo”.

L’impressione è che il ministro della Giustizia potrebbe un po’ centellinare le informazioni, e comunque comunicarle dopo essersi consultato in qualche modo con il presidente, che a sua volta in maniera confidenziale potrebbe provare ad informarsi sui contenuti del dossier.

Barr ha dichiarato che comunicherà al Congresso i risultati dell’inchiesta nel fine settimana: ieri non è successo nulla, vedremo oggi.

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17/06/2018

Russiagate: carcere per Manafort, responsabile della campagna elettorale di Trump

Uno dei personaggi chiave dell’inchiesta Russiagate, Paul Manafort – che ebbe un ruolo centrale nella vincente campagna elettorale di Donald Trump – andrà in carcere, e rischia persino l’ergastolo.

Manafort, libero su cauzione dopo essere stato accusato di una serie di reati anche molto gravi (cospirazione contro gli Stati Uniti d’America, tanto per citarne uno), avrebbe tentato di corrompere alcuni testimoni.

Di qui la decisione di un giudice federale di annullare la libertà su cauzione e mandare il lobbista dietro le sbarre: troppo alto il rischio di inquinamento delle prove.

Paul Manafort, figura importante all’interno dello staff che gestì la campagna elettorale di Trump nel 2016, è stato coinvolto nel Russiagate poco meno di un anno fa. Nell’ottobre del 2017 il procuratore Mueller, titolare dell’inchiesta sulle presunte interferenze russe nel regolare svolgimento delle ultime presidenziali, lo ha accusato di una serie di reati tra cui falsa testimonianza, ostruzione alla giustizia e frode bancaria.

L’accusa più grave, naturalmente, e quella più interessante per Mueller ed il suo team investigativo, è quella di aver cospirato contro lo Stato.

Il riferimento è ai rapporti diretti ed indiretti di Manafort con la Russia: in particolare sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti c’è il sostegno all’allora presidente ucraino Victor Yanucovych, sostenuto da Mosca, attraverso il pagamento di oltre due milioni di euro effettuato a favore del “Gruppo Hapsburg”, formato da rappresentanti politici europei.

Una spy story che impressiona relativamente, visto che ormai l’attività di lobbiyng più o meno legale è diffusa in Europa tanto quanto lo è negli Stati Uniti.

In questo caso però si sarebbe esagerato, almeno secondo le tesi accusatorie di Mueller: da qui le accuse a Manafort, la richiesta di cauzione, i tentativi (al momento presunti, ma evidentemente credibili, per la giustizia federale USA) di corruzione e la decisione di mandare Manafort in galera. Il processo è stato fissato per il 10 luglio.

E’ il primo personaggio coinvolto nell’inchiesta Russiagate a finire in prigione: l’entourage di Trump ha già comunicato che Manafort in realtà non aveva un ruolo così significativo all’interno dello staff elettorale, e pur difendendolo ha chiarito che la posizione del lobbista nei confronti dell’allora futuro presidente era marginale.

Opposta la versione offerta da molti dei giornalisti che seguirono la campagna elettorale di Trump, e che indicano in Manafort un personaggio assolutamente centrale: fu lui, ad esempio, ad indicare Mike Pence come possibile vicepresidente. Cosa che poi avvenne.

In difesa di Manafort è intervenuto nelle ultime ore anche Rudolph Giuliani, da qualche tempo elemento di spicco dello staff legale di Trump: “Quando l’intera cosa sarà finita, le cose potrebbero essere ripulite con qualche grazia presidenziale” – ha dichiarato, aggiungendo “ Questo tipo di indagine non dovrebbe proseguire, è tempo per la giustizia di indagare gli investigatori”.

Dichiarazione abbastanza bellicosa, che potrebbe indicare un cambio di atteggiamento di Trump e dei suoi nei confronti dell’inchiesta, fino a ieri mediaticamente ignorata e minimizzata. Eppure va avanti, e l’arresto di Manafort potrebbe rappresentare una possibile “escalation”. D’altronde, aver posto un uomo come Rudolph Giuliani (che si costruì una solida fama come sindaco sceriffo di New York, oltre che come “il sindaco dell’11 settembre”) a capo dello staff legale indica un cambio di atteggiamento nei confronti di tutta la vicenda, che qualche problemino a Trump potrebbe creare. Non dimentichiamoci mai che la conseguenza estrema di questo tipo di inchieste è la richiesta di avvio della procedura di impeachment.

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08/05/2018

Russiagate: “Trump, è una trappola!”

L’ultima novità dell’inchiesta Russiagate è l’intervento di Rudolph Giuliani, l’ex sindaco “sceriffo” di New York e da poco tempo membro dello staff legale del presidente USA.

Secondo il suo parere, espresso nel corso di una intervista all’emittente televisiva ABC, Donald Trump non dovrebbe presentarsi nel caso di mandato di comparizione emesso dal procuratore Mueller.

“Gli stanno tendendo una trappola” – ha dichiarato senza mezzi termini Giuliani. Secondo l’ex sindaco di New York gli inquirenti non avrebbero nulla di concreto in mano, e presentarsi a rispondere potrebbe essere controproducente per il presidente.

«Non occorre presentarsi. Trump è il presidente degli Stati Uniti. Ha gli stessi privilegi degli altri presidenti. Clinton negoziò un accordo in cui non ammetteva l’efficacia del mandato di comparizione” – ha aggiunto, esprimendo chiaramente quella che vorrebbe essere la sua strategia difensiva: non presentarti, non rispondere.

Ma ci sono di mezzo anche ovvie questioni di opportunità politica, e Trump non potrà esentarsi dal comparire almeno di fronte ad un grand giury, come fece d’altronde Clinton per il caso Lewinsky.

In quel caso, Giuliani ha già dettato le regole: “Solo per due ore e mezza, solo in una forma concordata. Dichiarazioni non sotto giuramento. Solo domande e risposte, avendo le domande in anticipo. Così, potremmo realmente risolvere la questione con Robert Mueller”.

Giuliani nel corso dell’intervista è stato anche interpellato sull’altra tegola che sembra sul punto di cadere in testa a Trump, ossia un possibile “sexy gate” che in un paese bigotto come gli Stati Uniti non aiuta mai.

Parliamo della presunta relazione con la pornodiva Stormy Daniels, che Giuliani tende a ridimensionare e a non considerare rilevante: “Premetto che non sono coinvolto in questa storia. Quindi non lo so, mi limito a dire quello che hanno detto i diretti interessati: lui nega che sia successo, e anche lei lo ha scritto in una lettera. Lui lo nega e lei ha negato. Poi, proprio prima delle elezioni, si è fatta avanti con una certa dose di opportunismo”.

Alla domanda sul presunto utilizzo di fondi elettorali per “mettere a tacere” la Daniels, Giuliani ha tagliato corto: “Non lo so e non mi interessa. Ciò che conta per me sono due cose. La prima: non era un contributo della campagna di Trump. Secondo, anche se lo fosse stato è stato completamente rimborsato con fondi personali del presidente. Quindi caso chiuso per Donald Trump”.

D’altronde, cosa doveva dire? La realtà però appare un po’ meno semplice, ed il fatto che Trump abbia voluto inserire nel suo staff legale un personaggio come Giuliani è di per se indicativo di una cosa: il presidente ed il suo entourage si stanno rendendo probabilmente conto che qualcosa di complicato da gestire è in arrivo.

Giuliani è – come ricordato – il “sindaco sceriffo” di New York, l’uomo che ha sconfitto la criminalità nella Grande Mela, e sopratutto il sindaco coraggioso dell’11 settembre: dopo gli attentati alle Torri Gemelle ebbe un ruolo di primo piano nel far ripartire la città, al punto da meritarsi il titolo di “uomo dell’anno” da parte del Time.

Insomma, è personaggio di grande mediaticità e di buona fama, un “uomo della legge” che – oltre per le sue doti di avvocato, che onestamente non conosciamo – può aiutare molto dal punto di vista dell’immagine.

Perché l’impressione è che il procuratore Mueller non sia così privo di risorse come lo descrive Giuliani, ed il Russiagate è qualcosa di concreto, che potrebbe creare più di un problema a Trump.

Come d’altronde il sexy gate con Stormy Daniels la quale, ospite del Saturday Night Live (popolare show televisivo americano) ha inscenato un colloquio con Trump, interpretato per l’occasione dall’attore Alec Baldwin, che chiedeva alla stessa Daniels un consiglio per mettere fine agli scandali. La risposta? Eccola: “Dimettiti, mi spiace Donald, è troppo tardi. Tu non credi nel cambiamento climatico, ma, piccolo... è in arrivo una tempesta!”

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