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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/09/2024

“La Russia non è nostra nemica”: la diffida legale inviata al giornale Linkiesta

A quanto pare, una semplice e spontanea iniziativa dei cittadini romani, per affiggere manifesti con la scritta “La Russia non è nostra nemica”, si sta trasformando in un boomerang per chi, invece, la guerra la fomenta, la sostiene, la vota.

Perché suscitano tanto fastidio poche parole di solidarietà ed un’immagine di Pace e amicizia?

L’iniziativa di centinaia di cittadini romani, di affiggere i manifesti, spontanea e senza alcun partito dietro, senza alcun finanziamento occulto, è diventata un casus belli mediatico e politico in tutto il mondo.

“#hastatoPutin?“, chiedono le allarmate interrogazioni di Raphael Glucksmann, ex presidente della Commissione speciale Parlamento europeo.

“Glucksmann ha inviato una consultazione alla Commissione europea in cui chiede all’esecutivo di Ursula von der Leyen se è in conoscenza di queste pericolose campagne pro-Russia che fanno l’Italia non si è conformata nell’attuazione e nell’applicazione di Sanzioni Ue contro Mosca“, e se “intenda prendere misure per porre fine a tali azioni“.

Glucksmann ha osservato che materiale propagandistico simile “apparso in altre 20 città italiane, tra cui Modena, Parma, Verona e Calabria” e, “sebbene in alcune città la cartelli sono stati rimossi dalle autorità locali, molti gli altri restano al loro posto“.

Glucksmann ha poi espresso preoccupazione per il fatto che “i giornalisti di Linkiesta hanno smascherato che gli spazi campagna pubblicitaria valorizzata da 30.000 e 50.000 euro sono stati acquisiti da Domenico Aglioti, Ex consigliere comunale di Roma e fondatore del Movimento 5 Stelle.“

Addirittura “fondatore“…

Non è da meno Lia Quartapelle (PD), che annuncia su X un’interrogazione parlamentare in Italia.

E, a scendere, non poteva mancare, la polemica in seno all’amministrazione capitolina: chiedono chiarimenti Federica Onori, deputata di Azione, e Flavia De Gregorio, capogruppo al consiglio comunale di Roma della lista Civica Calenda.

Abbiamo documentato la campagna silenziosa di pace e amicizia tra popoli, da mesi attiva in altre città italiane, sin dall’inizio, sin dalla reazione intimidatoria dell’ambasciata ucraina, seguita dalla rimozione da parte della giunta Gualtieri, fino all’iniziativa della vela motorizzata, che anche oggi sfila per “La Città Eterna” e che sarà seguita dalla distribuzione capillare di volantini.

Nella ricerca indefessa, da parte dei James Bond nostrani, di un complotto ordito da Putin, il giornale L’inchiesta (e a seguire altre testate giornalistiche copia incolla) incappa in una tragicomica fake news.

Infatti, dopo chissà quale tecnica sofisticata di intelligence (che al Mossad je spiccia casa), il signor Massimiliano Coccia, marito dell’europarlamentare del PD Pina Picerno (che da subito, in prima istanza, ha votato per togliere ogni restrizione all’Ucraina per colpire Mosca), individua chi ha firmato per l’agenzia pubblicitaria.

Eccolo il colpevole, inviato da Putin per sobillare le menti dei romani con un messaggio di Pace e amicizia!

L’inchiesta lo espone a pubblico ludibrio, alla gogna mediatica, a dispetto di ogni deontologia professionale, contro ogni norma di rispetto della privacy e mettendo in serio pericolo la sua incolumità, …visto che i “lettori di Kant” non le mandano a dire…

Eppure, qui, qui e qui avevamo già precisato che i promotori sono semplici cittadini che hanno dato un minimo contributo volontario di circa 10 euro ciascuno, per stampare e affiggere i cartelloni, raccolti online e di presenza, pubblicamente, e che la spesa complessiva non ha neppure superato i 3.000 euro in totale

Ecco cosa è successo in sintesi.

Su Linkiesta, a firma di Massimiliano Coccia, direttore responsabile Christian Rocca, uno delle centinaia di partecipanti, senza essere mai stato contattato, viene additato pubblicamente. Domenico Aglioti è stato un consigliere municipale durante la Giunta Raggi, ma si è disiscritto dal Movimento 5 Stelle nel 2021, come moltissimi altri attivisti, consiglieri, parlamentari.

Ha lavorato presso Fincantieri, è ormai in pensione. Non è mai stato un dirigente. Ha inoltrato formale diffida alla redazione de L’inchiesta chiedendo dovute smentita e rettifica. In attesa che Linkiesta faccia il suo dovere e pubblichi la sua replica, Domenico ha anche pubblicato un post, già molto commentato da persone che dichiarano di aver dato il proprio piccolo contributo.


Abbiamo avuto la possibilità di vis
ionare la diffida legale inviata dallo studio Legale CRUCIOLI • OLIVIERI • TIRAGALLO • VIGNOLA al direttore de Linkiesta,
in cui si riporta come: “L’articolo dal titolo “Absurdistan. Dietro i manifesti per Putin a Roma c’è la mano di un dirigente Cinquestelle“, apparso il 24 settembre u.s. su questo quotidiano on line, presenta numerose inesattezze, lesive della mia dignità e della mia reputazione.

In particolare:

1) non sono un “dirigente” del Movimento 5 Stelle, né tantomeno un “militante Pentastellato”: sono uscito dal M5S nel 2021, alla fine del mandato come consigliere del Municipio Roma XIV Monte Mario;

2) respingo al mittente la provocatoria qualifica di “generoso committente di numerose e costose affissioni‘: ho semplicemente dato l’incarico all’agenzia pubblicitaria di pubblicare i manifesti, d’intesa con numerosi cittadini che hanno aderito all’iniziativa;

3) le affissioni non sono affatto costate “tra i trentamila e i cinquantamila euro“, bensì circa tremila euro; sono parimenti errate la durata di pubblicazione dei cartelloni e il numero di “vele motorizzate” (non erano “almeno cinque”, bensì solo una);

4) l’insinuazione ad aiuti economici da parte di “qualche entità esterna” è semplicemente campata per aria: la campagna di affissioni è stata finanziata da più di duecento cittadini – non solo di Roma – che hanno aderito all’iniziativa, versando una piccola quota volontaria a titolo personale.

Ci tengo poi a ribadire, come indicato nei manifesti, l’importanza dell’articolo 11 della NOSTRA Costituzione, che recita testualmente: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali“.

In un periodo in cui l’occidente europeo si trova in una posizione assai critica, con il rischio di uno scoppio imminente di un conflitto nucleare mondiale, l’articolo pubblicato dal presente quotidiano — diffondendo numerose Inesattezze, mescolate a dati non aggiornati e non verificati — anziché sostenere un messaggio di pace, non ha fatto altro che alimentare dubbi e sobillare odio nei confronti di liberi cittadini che hanno legittimamente manifestato il proprio pensiero e hanno invocato il rispetto della Costituzione Italiana.

Domenico Aglioti”
Fonte

15/10/2022

Italia-Ucraina: propaganda xenofoba o scarti di “verità” goebbelsiane?

La lingua italiana è molto ricca (ma ogni persona, di qualsiasi nazionalità, potrà legittimamente dire la stessa cosa della propria lingua nazionale) di espressioni, aggettivi, circonlocuzioni e perifrasi, che sarebbero più che sufficienti per caratterizzare la reale natura “giornalistica” di chi – come, per esempio, il direttore de Linkiesta – intenderebbe presentare come dottrina della fede certi versetti catechistici su gli ucraini che «si sentono europei, occidentali e democratici» e per questo, quali profeti dei valori liberali, che «resistono come possono, anche con il nostro aiuto, al secolare genocidio orchestrato dai russi».

Si badi bene: «di tutti i russi», perché, nel vangelo secondo Christian (Rocca), tutti i «russi invadono, stuprano e cancellano la cultura, la lingua e il popolo ucraino da più di un secolo».

Ora, si diceva, basterebbero alcune espressioni della lingua italiana per collocare certi fioretti nel vaso loro più adatto; e non sarebbero necessari riferimenti storici e politici per mettere in dubbio la loro creazione divina, che sia l’Università del Sacro Cuore o il Partito Radicale.

Ancor più pragmaticamente – offrendo però il clima opportune speranze, ad oggi vacue – e come ben evidenziato da Ottolina TV, non guasterebbe il rimando all’art. 604 bis CP sulla propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico.

Insomma, Linkiesta, da “giornalistica”, si trasformerebbe in giudiziaria, anche indipendentemente dalle “responsabilità” che il sacro cuore radicale affibbia al «popolo russo», a «tutti i russi», ai «volenterosi carnefici di Putin, come lo storico Daniel Goldhagen ha definito il popolo tedesco rispetto a Hitler».

Siccome però alcuni responsabili citati dal signor Rocca indicano – come nel Vangelo Giovanni (12-49) – che «io non ho parlato da me stesso, ma il Padre stesso mi ha mandato e mi ha comandato ciò che io devo dire ed annunziare», tocca tornare su alcuni argomenti già ripetutamente affrontati su questo giornale.

Ora, non essendo nostra materia, evitiamo di argomentare sul corretto ricorso al termine “genocidio”, troppo spesso – come nel caso specifico, per «il genocidio degli ucraini» – usato in contesti che a nostro parere poco hanno a che vedere con la “completa distruzione del patrimonio genetico di un gruppo etnico”, ad esempio, eliminandone fisicamente la totalità degli individui maschi, per arrivare alla definitiva scomparsa della data etnia.

Evitiamo anche di entrare nel merito della presunta assenza di qualsiasi «mobilitazione o protesta pacifista a Mosca» in risposta «ai crimini di guerra in Ucraina»: non ricordiamo di averne viste nemmeno a Kiev, in otto anni di sterminio terroristico della popolazione russofona del Donbass.

Non abbiamo notato e non notiamo alcuna radicale protesta nemmeno a Roma, per dire, in risposta al metodico, quasi quotidiano, assassinio di uomini e bambini palestinesi da parte delle forze terroristiche israeliane.

Intendiamo invece soffermarci su dei remake che ciclicamente vengono riproposti: ora dalla propaganda goebbelsiana, ora dal Foreign Office, ora dalla RAI, sin da quando disponeva di un solo canale, in bianco e nero; e, non sembri poi così strano, anche da una serie di trasmissioni televisive, edizioni “storiche” e manuali scolastici della Russia post sovietica.

Dunque, dato che «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Giovanni, 1-1), tra i fioretti del summenzionato foglio, non potevano mancare i classici de «la pianificazione della carestia dei contadini (1932-33), le Grandi Purghe (1936) e l’eliminazione fisica di un’intera generazione di intellettuali (1937-38)».

Intendendo con ciò, ovviamente, che tutto mirasse in passato (e miri oggi) al «secolare genocidio» pianificato da Mosca per appropriarsi di «un paese dove scorre il latte e il miele» (Levitico, 20-24) facendo piazza pulita di tutti i suoi abitanti, gli ucraini.

Tant’è che la «storia ricorda che il Cremlino ha provato a cancellare Kyjiv con lo Zar, con l’Urss e ora con Putin». La “storia” che si ripete: «Porgete orecchio, o cieli, e io parlerò; e ascolti la terra le parole della mia bocca» (Deuteronomio, 32-1).

Quindi, si consiglia radicalmente ai lettori «un buon libro di storia... consiglio quelli di Anne Applebaum e di Timothy Snyder», scrive Rocca.

Ma tu guarda, proprio la Applebaum, moglie dell’ex ministro degli esteri polacco Radoslaw Sikorski, tornato alle cronache una decina di giorni fa, quando persino il Dipartimento di Stato è stato costretto a ricordargli che stava facendo un cattivo servizio a Washington, con quel suo «Thank you USA» per l’attentato al Nord Stream.

Chi non avesse tempo per leggere, «Basta anche parlare con un ucraino qualsiasi, il quale potrà testimoniare di bisnonni morti per la fame pianificata da Stalin, di nonni finiti sotto le purghe sovietiche, di parenti umiliati come nemici del popolo, di conoscenti incarcerati perché scrivevano in lingua ucraina», ecc.

Ora, le cosiddette “grandi purghe”, che l’aspirante “storico” data al 1936, sono tutt’oggi ricordate in Russia, senza altre specificazioni con un semplice «il 1937». Ma non è questo il punto.

Il radicale giornalista accomuna tutte le date “cruciali” degli anni ’30 in un “unico piano funesto del Cremlino contro il popolo ucraino”. Per quanto ci riguarda, non ci attribuiamo la qualifica di “storici” e tantomeno quella di “giornalisti”.

Se però, un giornalista di mestiere si prendesse la briga di leggere non solo i vangeli emanati dal Dipartimento di Stato e messi in bella copia da compiacenti “storici” americano-polacchi, noterebbe come, per esempio, nel corso delle epurazioni tra il 1935 e il 1938 il numero di colpiti dalle misure giudiziarie nelle sole regioni (regioni!) di Mosca e Leningrado superasse quello dell’intera Ucraina.

E che quando si parla di «eliminazione fisica di un’intera generazione di intellettuali», sarebbe doveroso ricordare quantomeno tutte le nazionalità di quella «intera generazione», perché – come un giornalista di mestiere dovrebbe sapere – ogni nazionalista russo infamerà il partito dei bolscevichi di esser stato “una banda di ebrei” e ogni nazionalista ebreo dell’Unione Sovietica lamenterà la persecuzione russa ai danni della propria gente.

Così come farà ogni nazionalista bielorusso, kazakho, baškiro, tataro – e delle altre cento nazionalità che popolavano l’URSS – colpito dalle epurazioni (più corretto sarebbe dire: misure giudiziarie; le epurazioni riguardarono principalmente i livelli superiori di partito, apparato sovietico ed esercito) non solo nel rispettivo strato intellettuale, ma anche nei lavoratori, nei kolkhoziani, negli impiegati che, per esempio, dopo un richiamo per la prima assenza dal lavoro, per un furto di materiali, per piccole speculazioni, al ripetersi della cosa venivano multati e poi, in caso di recidività, potevano essere arrestati.

Ma la questione, per l’appunto, riguardava ogni nazionalità dell’URSS e non solo gli «Ucraini colpevoli soltanto di essere ucraini», secondo il copione degli infoibati «sol perché italiani». Riguardava ogni singolo cittadino che brigasse contro il potere sovietico o contravvenisse alle leggi sovietiche, di qualunque nazionalità o etnia.

È così però anche nelle libere democrazie occidentali.

È al corrente, il “consigliatore” storico, delle varie fasi della cosiddetta ucrainizzazione (la sostituzione cioè, in Ucraina, di funzionari statali, di partito, insegnanti, ecc., di origine russa, con uomini e donne ucraini) condotta in diverse epoche sovietiche – e, purtroppo, con risultati opposti, a seconda dell’epoca – per eliminare la secolare oppressione zarista ai danni di tutte le nazionalità dell’impero russo diverse da quella “grande-russa” e, nello specifico dell’Ucraina, togliere il terreno di coltura, tra i contadini ricchi ucraini, alle “teorie” dei vari «nazional-sociali del tipo dei sigg. Jurkevič, Dontsov & Co» (Lenin) e poi ancora dei vari Bandera e Konovalets, che invocavano la distruzione “dell’impero moscal-asiatico”, quale obiettivo principale, prima ancora della creazione di uno stato ucraino?

Ne ha mai sentito parlare il radicale giornalista?

A proposito di “ucrainizzazione”: nel 1930, il 68,8% de i giornali sovietici in Ucraina erano pubblicati in lingua locale e nel 1932 erano l’87,5%. Nel 1925-’26, il 45,8% dei libri era in lingua ucraina; nel 1932 erano il 76,9%; se prima non c’erano praticamente pubblicazioni in lingua ucraina, nel 1933, erano 373 su 426.

E anche nel KP(b)U (proprio quello accusato del cosiddetto “Holodomor”) nel 1925 il rapporto tra ucraini e russi era di 36,9% contro 43,4%, ma nel 1930 era passato al 52,9% contro il 29,3% e, nel 1933, anno di punta del cosiddetto “Holodomor”, si era arrivati al 60% di ucraini contro il 23% di russi.

Ma lasciamo stare; suvvia, chi non sa che «Non si contano i colpi di Stato russi in Ucraina, le dichiarazioni di indipendenza domate nel sangue, i presidenti fantoccio del Cremlino che hanno sparato sulla folla per obbedire agli ukase di Mosca e allontanare Kyjiv dall’Europa».

Si intende forse parlare dei morti ammazzati a majdan Nazaležnosti dai cecchini lituani e georgiani (quelli ammessi ufficialmente; ma chissà chi altri ancora) che sparavano su polizia disarmata e manifestanti durante il golpe nazista del febbraio 2014?

Lasciamo alla radicale coscienza (?) di certi “giornalisti” gli altri fioretti su «le furie omicide dei conduttori televisivi di prima serata e le telefonate dei soldati russi incitati dai familiari a stuprare e a uccidere quanti più ucraini possibile».

E i russi «rimasti in patria stanno zitti, si voltano dall’altra parte... schiacciano bottoni che lanciano missili sugli ospedali, sulle fermate degli autobus, sui parchi-giochi, sulle scuole, sui centri commerciali, assicurandosi di farlo durante l’ora di punta oppure di notte se l’obiettivo invece sono le abitazioni private. Sono cittadini russi quelli che uccidono a sangue freddo nelle zone occupate, quelli che buttano i corpi nelle fosse comuni a Bucha e altrove, quelli che stuprano le ragazze e fanno razzia nelle case ucraine... I russi vogliono uccidere gli ucraini, cancellare la lingua ucraina, negare l’indipendenza ucraina».

Tutto vero, per carità; solo che gli autori di tali imprese stanno di casa più vicini a Kiev (ma anche a Washington, Helsinki, Londra, Toronto, Varsavia, ecc.) che a Mosca, come ormai non azzardano più a negare nemmeno i padrini di certe radicali pubblicazioni. Tra l’altro, avete notato come siano scomparsi dalle cronache termini quali “nazisti”, “azoviti”, ecc?

D’altronde, cosa pretendere da certi laudatori dei neo-nazisti che «si sentono europei, occidentali e democratici», se due giorni prima del Christian sacrocuorista, Giancarlo Bocchi, in un lungo pezzo agiografico e semi-storico che nulla ha da invidiare all’antibolscevismo e alla radicale russofobia di moda, scriveva su il manifesto che «Oggi nella democratica Ucraina»...

Dunque, antisovietici, xenofobi, atlantisti e liberali d’Occidente, ricordate che copie come quelle riciclate da Anne Applebaum sono per voi il «libro della legge» e che esso «non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto» (Giosuè, 1-8).

Lì dentro, trovate la “storia” di cui vi nutrite.

Fonte

10/10/2019

Il triste epilogo de Linkiesta, arruolata nella Nato

Unità 29155. Oggi si chiama così; una sigla che quasi quasi ispira fiducia ed è per questo che così tanti, nell’“Occidente libero”, ci cascano e se ne mettono, consapevolmente o meno, al servizio.

Unità 29155: sembra quasi il vecchio Chiamate Roma 3131; un telefono amico, insomma. Mica come quegli inetti di quarant’anni fa, che già nel nome si smascheravano: Spectre, ossia Special Executive for Counter-intelligence, Terrorism, Revenge and Extortion.

Certo, sono sempre loro: venivano dal freddo allora e continuano a venire dall’Artico oggi. Anzi, oggi, nell’Artico ci stanno mettendo anche le basi militari. Oggi però sono più accorti: Unità 29155; sembra il numero delle prenotazioni per le visite oculistiche. E in tanti ci sbattono la testa!

E meno male che è arrivato il New York Times, mica scherzi, ad avvertirci! Se no, chissà quanti, credendo di telefonare alla ASL, gli fornivano anche dati e connotati, di cui quelli poi si servivano per seminare Caos, Ricatti ed Estorsioni in Occidente.

E meno male, anche, che si è trovato chi, prontamente, ci passa la dritta del New York Times: state attenti, non fate quel numero, se non volete contribuire anche voi ad alimentare “la campagna globale del Cremlino per destabilizzare l’Occidente”.

Certo, non siamo mica così ingenui; quella del New York Times è stata solo la conferma della bocca della verità, ma “anche in Italia si sapeva perfettamente che Vladimir Putin fosse l’agente-in-capo del caos globale, lo abbiamo scritto per deduzione mettendo in fila i pezzi e raccontando i risultati delle inchieste americane, a cominciare da quelle dell’Fbi e del Procuratore speciale Robert Mueller”.

Lo sapevamo anche noi che quella creaturina celestiale di Hillary Clinton, tra un assassinio di Saddam Hussein, un’invasione dell’Afghanistan o un linciaggio di Muammar Gheddafi, aveva dovuto subire gli intrighi di Trump e della sua centrale periferica al 29155, “ma fino a ieri le intelligence occidentali credevano che le campagna di destabilizzazione della Moldova, il golpe sventato in Montenegro, gli omicidi o i tentativi di omicidio col polonio a Londra e in Bulgaria, gli attacchi all’Ucraina e ai paesi baltici e, poi, i finanziamenti ai partiti estremisti europei, l’operazione Trump alla Casa Bianca e tutto il resto fossero certamente firmate dalla Russia, ma anche episodi isolati e non coordinati”.

Lo avevamo visto chiaramente anche noi, soprattutto dopo il febbraio 2014, che dietro il Boeing malese abbattuto sul Donbass c’era la mano dell’Adolfo Celi leningradese. Mica siamo così ciechi e sordi: ben vengano le sacre scritture del New York Times a confermarcelo, ma non siamo mica tanto ingenui da non aver saputo che a bruciar vivi quelle decine di anti-majdanisti alla Casa dei sindacati di Odessa non era stato il vento forte che alimentava le fiamme, come sostenevano gli sprovveduti della Procura di Kiev, bensì quella “unità d’élite, l’Unità 29155, dei servizi segreti russi con capacità comprovate di sovversione, di sabotaggio e di assassinio”, a capo della quale non c’è altri che il Dottor No che viene dal Baltico.

Si sapeva anche noi, tutto questo. Non siamo mica così ingenui; si deve però alla bibbia newyorkese se ora siamo certi che tutte “queste operazioni fanno parte di una campagna, attenzione: ancora in corso, progettata da” Christopher Lee (nel film si fa chiamare Oddjob Pu-Tin) “per destabilizzare l’Europa”.

E tutto questo è “parte integrante della guerriglia ibrida di Mosca contro l’Occidente, fatta anche di propaganda di Stato, di attacchi hacker e della vecchia cara disinformazione a colpi di fake news”, tipo quelle sugli agenti del 29155 travestiti da veterani SS che sfilano per le strade di Riga e Vilnius, per screditare quelle libere democrazie, vittime dell’aggressione portata dagli uomini di Spectre. Lo sappiamo, non “è che siano campioni d’efficacia, questi dell’unità d’èlite, ma l’attacco al mondo libero c’è, e continua”.

Tanto che quel povero miliardario del PD moldavo, Vladimir Plahotniuc, per hobby petroliere, è dovuto riparare nell'“Occidente libero”, dopo che a Kišinëv il 29155 ha imposto il proprio uomo (Igor Dodon) a Presidente e a Primo ministro la donna (Maia Sandu) del Dipartimento 29166 di Stato.

Fortuna che noi, in Italia, abbiamo le nostre difese, per contrastare la Kremlin Global Campaign to Destabilize the West.

Oggi, l’Auric Goldfinger del Golfo di Finlandia non rende radioattivo l’oro di Fort Knox; ne fa incetta per destabilizzare il dollaro, ma il suo nemico è sempre quello: il “mondo libero” (che poi, chissà cosa intendano!? Libero da chi? Libero di far che?). In ogni caso, il New York Times può stare tranquillo: a LINKIESTA lo citano correttamente.

Fonte

17/02/2016

“Cervelli in fuga”: un problema strutturale

La polemica sollevata da Roberta D'Alessandro, ricercatrice italiana all'estero, dopo le congratulazioni del ministro dell'istruzione Giannini per la vittoria del prestigioso bando Consolidator dell’European Research Council, mette i piedi nel piatto di una questione che impernia il senso della campagna politica che portiamo avanti da più di due anni.

Per questo motivo sentiamo la necessità di esporre alcune considerazioni sia sul problema espresso da chi, come D'Alessandro, lamenta una condizione oggettivamente insostenibile, sia sulle false soluzioni, condite da una retorica paternalistica e colpevolizzante, che vengono prospettate a tale problema, come quelle esposte in un recente articolo apparso su Linkiesta.           

Secondo Francesco Cancellato, l'autore di questo articolo, sarebbe sbagliato il “bersaglio” e la “tempistica” dello sfogo di Roberta D'Alessandro, colpevole di non aver alzato la voce e denunciato le baronie e i clientelismi che affossano il mondo universitario italiano, ripiegando sulla comoda fuga all'estero in cerca di fortuna. Posto che, evitando ogni sorta di benaltrismo, bisogna riconoscere che le baronie e i “familismi amorali” esistono e sono un problema, crediamo che sia consolatorio utilizzarli come unico elemento responsabile del decadimento dell'università e della ricerca in Italia. Soprattutto se questi divengono argomenti, come negli ultimi anni, per una vasta opera di privatizzazione e di ulteriori tagli alla già fin troppo martoriata istruzione pubblica.           

La questione dei “cervelli in fuga” dalla rovinosa situazione del paese, crediamo debba essere valutata da un punto di vista più ampio, che metta in luce le macro-cause di quella tendenza oggettiva che negli ultimi anni di crisi sistemica è sempre più evidente, e coincide con una vera e propria spoliazione, un “furto” – più che una fuga – di cervelli, dai paesi dell'area mediterranea verso quelli del nord Europa. In questa tendenza, che ha tra le sue tappe fondamentali il cosiddetto “Processo di Bologna”, che si proponeva di realizzare “lo spazio europeo dell'istruzione superiore”, si fa strada una divaricazione sempre più netta tra grandi atenei dell'Europa settentrionale e sempre meno grandi (escluse poche prestigiose eccezioni) poli universitari dell'Europa mediterranea. Tale divaricazione vede quindi università di serie A e di serie B, dove le prime sono preposte alla raffinazione dei “prodotti semilavorati” forniti dalle seconde. Crediamo che sia questo il contesto strutturale in cui vadano inserite le riforme, i tagli lineari, la svendita del patrimonio pubblico che hanno impoverito l'istruzione italiana degli ultimi quindici anni. Misure calate dall'alto che rientrano nel processo di costruzione dell'Unione Europea come grande macchina di sfruttamento e nelle politiche antipopolari che esso implica.   

Perciò, se ha ragione Cancellato nel porre l'accento sulla necessità di una presa di posizione politica da parte delle fasce giovanili stritolate dalla crisi economica, dall'austerity e dalla riorganizzazione del mercato del lavoro, crediamo sia delirante colpevolizzare chi, nei fatti, è obbligato a scegliere una soluzione di tipo individuale, e non opta per un'altra soluzione altrettanto individuale. Perché, se le cause sono strutturali, a che vale “fare i nomi” e denunciare i baronati e i clientelismi all'interno dell'università? Che potere può opporre chi individualmente alza la voce riguardo alla miserevole condizione in cui sono costretti migliaia di ricercatori e aspiranti tali? 

Se le cause sono strutturali, strutturali devono essere le soluzioni, che diventano possibili solo attraverso un'organizzazione collettiva di studenti, disoccupati e precari che non vedono altra via se non quella che porta fuori dai confini nazionali, verso un futuro professionale sperabilmente migliore. A questi, come sempre, proponiamo di prendere in considerazione l'idea che è necessario lottare per creare qui le condizioni di vita che si ricercano altrove, per cui la mobilità possa essere una delle scelte possibili, non un sacrificio obbligato dalle stato di cose che viviamo tutti i giorni.

Campagna Noi Restiamo Bologna

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