Abbiamo incontrato Georges Ibrahim Abdallah, nella sua casa in Libano nel settembre 2025, durante il viaggio dell’associazione “Per non dimenticare odv”.
Il viaggio in Libano (1), come ormai da più di 20 anni, è organizzato in occasione della ricorrenza della strage di Sabra e Chatila. La delegazione, destinata anche a visitare i campi profughi palestinesi in Libano, mira ad incontrare intellettuali e giornalisti locali, anche per arricchire, in modo “non occidentale”, la propria visione geopolitica sul Medio Oriente.
Un incontro a cui non era possibile mancare, è stato proprio quello organizzato con Georges Ibrahim Abdallah, liberato e tornato in Libano nel luglio 2025, dopo 40 anni di carcere, scontate per lo più in Francia.
Georges Ibrahim Abdallah è stato tra i fondatori dell’organizzazione marxista filo palestinese delle Frazioni Armate Rivoluzionarie Libanesi. Prima del gruppo militare armato FARL, non più attivo dal 1984, aveva militato nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP).
Fu condannato nel 1987 per complicità negli omicidi avvenuti a Parigi nel 1982, di Charles Ray, addetto militare statunitense assegnato a un’ambasciata, e l’israeliano Yakov Barsimentov, segretario dell’ambasciata d’Israele. Fatti ai quali lui si è sempre detto estraneo, pur definendoli “atti di resistenza”.
Per oltre 25 anni si è chiesta la sua liberazione perché non fu mai accertata la sua partecipazione ne l’organizzazione di tale attentato. Una richiesta di liberazione mai giunta e sempre respinta, soprattutto su pressione dei governi USA e Israeliano.
Abdallah, che oggi ha 74 anni, è infatti stato scarcerato ed espulso, perché la corte d’appello di Parigi ha ritenuto che non fosse più una minaccia per la sicurezza nazionale e che il periodo in carcere fosse sproporzionato ai reati attribuitigli. Anni lunghi di detenzione in cui non ha mai smesso di prendere parola e posizione, senza mai abiurare la propria causa.
Intervistato al suo arrivo all’aeroporto di Beirut ha detto: “dobbiamo continuare a combattere il nemico”(2), riferendosi a Israele, ed espresso solidarietà alla “resistenza palestinese e libanese”.
Una racconto, completo di ricostruzione della biografia politica del comunista libanese imprigionato in Francia, della sua tortuosa vicenda giudiziaria è ben spiegato nel volume “Il Caso Georges Ibrahim Abdallah”(3), a cura di Giacomo Marchetti, pubblicato recentemente da PGreco.
Non è stato semplice raggiungerlo, tra le montagne che separano il Libano dalla Siria, ma la cordialità con cui ci ha accolto è stata alternata alla fermezza delle proprie idee ed analisi su quanto sta avvenendo in Medio Oriente.
Caratteristica è stata la sua descrizione del ruolo svolto d’Israele definito: “Un prolungamento organico dell’Occidente imperialista. Tutta la sua organizzazione è parte di questo. Dobbiamo però sapere cosa significa questo. Cosa sono gli Stati Uniti? Un paese sorto su 25 milioni di cadaveri. Più tutte le popolazioni native che hanno cancellato dell’America latina. Idem per l’Australia con gli aborigeni. Lo stesso progetto è iniziato in Palestina dal primo momento in cui il primo ebreo ha cominciato a ritenere sua quella terra. Ma i Palestinesi oggi sono ancora li e sono la dimostrazione che, ancora oggi, sono riusciti ad impedire quel progetto di genocidio coloniale”.
Non è mancata la critica rivolta per la mancata unione delle forze politiche palestinesi di fronte al chiaro genocidio perpetrato verso il loro popolo, come per i paesi e popoli arabi per l’assenza della loro mobilitazione.
Si è anche soffermato sulla deriva “fascista” che ormai dilaga in Europa, al suo naturale e pericoloso processo di fascistizzazione avviato da un capitalismo in crisi che punta a portare, per salvarsi, l’ennesima guerra, in Europa e nel mondo.
Un atteggiamento fascistoide ormai raggiunto e elargito come valore, anche dal movimento politico sionista.
Questa la sua visione ed analisi rilasciata durante il nostro incontro:
Note
1 – https://alkemianews.it/2025/09/15/sabra-e-shatila-delegazione-in-libano/
2 – https://www.ilpost.it/2025/07/25/ritorno-libano-georges-abdallah/
3 – https://contropiano.org/documenti/2025/05/13/il-caso-george-ibrahim-abdallah-0183054
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/11/2025
07/08/2025
Georges Abdallah: “La mia liberazione è parte della lotta per la Palestina”
In un’intervista completa, la prima del suo genere, con Al Mayadeen, l’attivista internazionale Georges Abdallah parla della sua ideologia, degli anni di prigionia, della resistenza e della costruzione dello Stato.
L’attivista internazionale Georges Abdallah, liberato dopo 41 anni di carcere in Francia, ha raccontato in un’intervista esclusiva con Al Mayadeen dalla sua città natale di Qobayat la sua esperienza di prigionia, denunciando l’ingerenza diretta degli Stati Uniti nel suo caso e ribadendo che la sua libertà è legata alla solidarietà internazionale per la Palestina e Gaza.
Una prigionia più costosa della libertà
Abdallah ha affermato che la sua detenzione era diventata più costosa per la sicurezza nazionale francese della sua liberazione, sottolineando che l’ondata di mobilitazione globale a suo favore lo ha collegato alla lotta contro il genocidio a Gaza.
Ha ricordato che la sua famiglia ha sopportato gli anni di prigione con dolore e lealtà, e si è detto sorpreso di trovare il Libano “unito, solido e accogliente” dopo il suo rilascio.
Ha spiegato di essere stato processato da un tribunale speciale per il terrorismo senza giuria, sebbene non gli fossero stati contestati capi d’accusa legati al terrorismo.
Nel 2012, “accettarono l’ordine di liberazione, ma chiesero la firma del ministro degli Interni, che a sua volta si rifiutò, il che significa che l’intera autorità politica rifiutò l’ordine”.
Abdallah ha rivelato che Hillary Clinton “inviò un messaggio registrato in cui diceva al ministro degli Interni che la sentenza del tribunale non contava” e che “dovevo rimanere in prigione, cosa che poi avvenne”.
“La sentenza del tribunale non aveva importanza: dovevo restare in carcere”, ha citato Abdallah, riferendosi agli ordini provenienti da Washington al ministero degli Interni francese.
La solidarietà come chiave della liberazione
Riguardo alle circostanze che portarono alla sua liberazione, Abdallah ha spiegato che “una campagna ha fatto sì che la solidarietà verso di me diventasse parte della lotta per la Palestina e contro la guerra di sterminio a Gaza”.
Quando si alzano slogan come “Libertà per Georges Abdallah, Palestina libera” e in mezzo sventolano bandiere palestinesi, questo “rappresenta una violazione di ciò che viene chiamata sicurezza nazionale per la Francia”, ha detto Abdallah, aggiungendo che “tutte le leggi finiscono davanti a ciò che viene chiamato interesse dello Stato, in Francia e altrove”.
In questo contesto, ha affermato che gli americani “credevano che la mia liberazione danneggiasse la sicurezza nazionale, ma il giudice rispose che ciò che la danneggiava era la mia permanenza in prigione mentre migliaia di persone manifestavano per la mia liberazione”.
Ha dichiarato che continuerà a essere una delle forze vive della resistenza, ora in libertà.
Alla domanda se avrebbe proseguito la sua lotta come ha fatto dietro le sbarre, Abdallah ha spiegato che il prigioniero “lotta in circostanze speciali, caratterizzate dai limiti della prigionia e dalla capacità dei compagni all’estero di mantenere la sua fermezza tra le priorità della lotta”.
“Come semplice attivista, mi considero una delle forze vive della lotta in questo paese, in Palestina e nel mondo arabo”.
Diari familiari
Parlando della sua vita quotidiana in prigione, Georges ha raccontato che il suo tempo era molto organizzato e che il contatto con l’esterno avveniva in due modi: il primo attraverso i compagni che lo visitavano, il secondo per telefono.
Ha spiegato che in Francia, come in altri paesi europei, “il detenuto ha un telefono a disposizione nella sua cella e può chiamare chi vuole, purché fornisca il numero alla sorveglianza”.
Ha aggiunto che le autorità competenti “preferiscono contattare quante più persone possibile per ottenere più informazioni”.
Scommettere sulla resistenza per evitare la “somalizzazione della regione”
Sulla resistenza e le sue vittorie storiche, Abdallah ha detto che si tratta di “una questione molto importante, da cui trarre lezioni, almeno teoriche, sul criterio strategico della lotta rivoluzionaria”, aggiungendo che “la liberazione si ottiene con mezzi specifici e ha orizzonti specifici”.
Ha continuato dicendo che la resistenza “ha affrontato con coraggio la situazione e ha offerto i suoi migliori leader come martiri, e deve rispondere alle esigenze di fermezza dell’intero paese”, sottolineando che “lo farà”.
Abdallah ha lanciato un allarme sui tentativi di frammentare il Levante in blocchi settari controllati da potenze imperialiste e “Israele”, ribadendo che il Libano ha bisogno di uno Stato nazionale e di un esercito forte in grado di proteggere confini, acque e spazio aereo.
Ha anche sottolineato che “nessuno in Libano, specialmente chi ha sacrificato i propri leader come martiri, è disposto a impugnare un’arma. Al contrario, tutti sostengono la costruzione di un esercito che protegga tutti”.
Alla domanda sul pericolo che affronta il Libano, Abdallah ha risposto: “Quando guardiamo dal Libano verso nord, cioè verso la Siria, vediamo qual è il pericolo”.
“Nessuno con un minimo di buon senso accetterebbe che diventassimo minoranze governate da Netanyahu o da chiunque altro. Possiamo, e abbiamo una lunga tradizione in questo campo, costruire un unico Stato che protegga la dignità dei suoi cittadini”.
Georges ha un progetto politico?
Alla domanda se avesse un progetto politico, l’attivista internazionale ha risposto di essere “un semplice attivista tra la nostra gente”, aggiungendo che si sarebbe incontrato con altri militanti per valutare cosa poter fare per servire il paese.
Alla fine dell’intervista, Georges Abdallah si è rivolto alle piazze dicendo: “Che le piazze continuino a essere la voce dei militanti di questo popolo, la voce delle sue masse e la voce del suo Stato unificato”.
Fonte
L’attivista internazionale Georges Abdallah, liberato dopo 41 anni di carcere in Francia, ha raccontato in un’intervista esclusiva con Al Mayadeen dalla sua città natale di Qobayat la sua esperienza di prigionia, denunciando l’ingerenza diretta degli Stati Uniti nel suo caso e ribadendo che la sua libertà è legata alla solidarietà internazionale per la Palestina e Gaza.
Una prigionia più costosa della libertà
Abdallah ha affermato che la sua detenzione era diventata più costosa per la sicurezza nazionale francese della sua liberazione, sottolineando che l’ondata di mobilitazione globale a suo favore lo ha collegato alla lotta contro il genocidio a Gaza.
Ha ricordato che la sua famiglia ha sopportato gli anni di prigione con dolore e lealtà, e si è detto sorpreso di trovare il Libano “unito, solido e accogliente” dopo il suo rilascio.
Ha spiegato di essere stato processato da un tribunale speciale per il terrorismo senza giuria, sebbene non gli fossero stati contestati capi d’accusa legati al terrorismo.
Nel 2012, “accettarono l’ordine di liberazione, ma chiesero la firma del ministro degli Interni, che a sua volta si rifiutò, il che significa che l’intera autorità politica rifiutò l’ordine”.
Abdallah ha rivelato che Hillary Clinton “inviò un messaggio registrato in cui diceva al ministro degli Interni che la sentenza del tribunale non contava” e che “dovevo rimanere in prigione, cosa che poi avvenne”.
“La sentenza del tribunale non aveva importanza: dovevo restare in carcere”, ha citato Abdallah, riferendosi agli ordini provenienti da Washington al ministero degli Interni francese.
La solidarietà come chiave della liberazione
Riguardo alle circostanze che portarono alla sua liberazione, Abdallah ha spiegato che “una campagna ha fatto sì che la solidarietà verso di me diventasse parte della lotta per la Palestina e contro la guerra di sterminio a Gaza”.
Quando si alzano slogan come “Libertà per Georges Abdallah, Palestina libera” e in mezzo sventolano bandiere palestinesi, questo “rappresenta una violazione di ciò che viene chiamata sicurezza nazionale per la Francia”, ha detto Abdallah, aggiungendo che “tutte le leggi finiscono davanti a ciò che viene chiamato interesse dello Stato, in Francia e altrove”.
In questo contesto, ha affermato che gli americani “credevano che la mia liberazione danneggiasse la sicurezza nazionale, ma il giudice rispose che ciò che la danneggiava era la mia permanenza in prigione mentre migliaia di persone manifestavano per la mia liberazione”.
Ha dichiarato che continuerà a essere una delle forze vive della resistenza, ora in libertà.
Alla domanda se avrebbe proseguito la sua lotta come ha fatto dietro le sbarre, Abdallah ha spiegato che il prigioniero “lotta in circostanze speciali, caratterizzate dai limiti della prigionia e dalla capacità dei compagni all’estero di mantenere la sua fermezza tra le priorità della lotta”.
“Come semplice attivista, mi considero una delle forze vive della lotta in questo paese, in Palestina e nel mondo arabo”.
Diari familiari
Parlando della sua vita quotidiana in prigione, Georges ha raccontato che il suo tempo era molto organizzato e che il contatto con l’esterno avveniva in due modi: il primo attraverso i compagni che lo visitavano, il secondo per telefono.
Ha spiegato che in Francia, come in altri paesi europei, “il detenuto ha un telefono a disposizione nella sua cella e può chiamare chi vuole, purché fornisca il numero alla sorveglianza”.
Ha aggiunto che le autorità competenti “preferiscono contattare quante più persone possibile per ottenere più informazioni”.
Scommettere sulla resistenza per evitare la “somalizzazione della regione”
Sulla resistenza e le sue vittorie storiche, Abdallah ha detto che si tratta di “una questione molto importante, da cui trarre lezioni, almeno teoriche, sul criterio strategico della lotta rivoluzionaria”, aggiungendo che “la liberazione si ottiene con mezzi specifici e ha orizzonti specifici”.
Ha continuato dicendo che la resistenza “ha affrontato con coraggio la situazione e ha offerto i suoi migliori leader come martiri, e deve rispondere alle esigenze di fermezza dell’intero paese”, sottolineando che “lo farà”.
Abdallah ha lanciato un allarme sui tentativi di frammentare il Levante in blocchi settari controllati da potenze imperialiste e “Israele”, ribadendo che il Libano ha bisogno di uno Stato nazionale e di un esercito forte in grado di proteggere confini, acque e spazio aereo.
Ha anche sottolineato che “nessuno in Libano, specialmente chi ha sacrificato i propri leader come martiri, è disposto a impugnare un’arma. Al contrario, tutti sostengono la costruzione di un esercito che protegga tutti”.
Alla domanda sul pericolo che affronta il Libano, Abdallah ha risposto: “Quando guardiamo dal Libano verso nord, cioè verso la Siria, vediamo qual è il pericolo”.
“Nessuno con un minimo di buon senso accetterebbe che diventassimo minoranze governate da Netanyahu o da chiunque altro. Possiamo, e abbiamo una lunga tradizione in questo campo, costruire un unico Stato che protegga la dignità dei suoi cittadini”.
Georges ha un progetto politico?
Alla domanda se avesse un progetto politico, l’attivista internazionale ha risposto di essere “un semplice attivista tra la nostra gente”, aggiungendo che si sarebbe incontrato con altri militanti per valutare cosa poter fare per servire il paese.
Alla fine dell’intervista, Georges Abdallah si è rivolto alle piazze dicendo: “Che le piazze continuino a essere la voce dei militanti di questo popolo, la voce delle sue masse e la voce del suo Stato unificato”.
Fonte
17/07/2025
Georges Ibrahim Abdallah liberato dopo quarant’anni di detenzione
La corte d’appello di Parigi, oggi giovedì 17 luglio, ha deciso a favore della liberazione di George Abdallah. Il militante libanese, condannato nel 1987 per un presunta “complicità in omicidi terroristici”, lascerà il carcere di Lannemezan (negli Alti Pirenei) e sarà espulso verso Beirut il 25 luglio.
A 74 anni, il vecchio militante delle Frazioni Armate Rivoluzionarie Libanesi (FARL) avrà quindi una settimana per svuotare la sua cella a Lannemezan (Alti Pirenei), dove si sono accumulati per decenni lettere di sostegno, bandiere e poster con l’effigie del Che Guevara, libri e giornali. Trasportato con un volo militare a Parigi, sarà posto in un centro di detenzione prima di prendere un volo per Beirut, dove sarà consegnato alle autorità libanesi. Potrà così tornare nel suo villaggio di Kobayat, nel nord del Libano.
Arrestato nel 1984 e poi condannato all’ergastolo nel 1987 per complicità negli omicidi di Charles R. Ray, addetto militare aggiunto americano, e di Yacov Barsimantov, secondo segretario dell’ambasciata d’Israele – entrambi uccisi dalle FARL nel 1982 a Parigi – Georges Ibrahim Abdallah si è sempre dichiarato innocente per questi due attentati. Ma li ha anche sempre definiti “atti di resistenza” contro “l’oppressione israeliana e americana”.
Il militante e attivista libanese poteva essere rilasciato già dal 1999. La maggior parte delle sue richieste di libertà sono state però respinte dalla giustizia. Quando pure la giustizia aveva deciso diversamente, il governo si era opposto, sia spingendo la procura a fare appello (come nel 2003), sia rifiutando la sua espulsione verso il Libano, condizione sine qua non posta dai giudici nel 2013 per la sua liberazione.
Questa era la dodicesima richiesta di liberazione e è stata quella buona. Ma non era scontato.
Con grande sorpresa, i giudici del tribunale di applicazione delle pene avevano stabilito, in una decisione ampiamente motivata il 15 novembre 2024, che la durata della detenzione di Georges Ibrahim Abdallah era “sproporzionata” rispetto ai “crimini commessi”, e che questo detenuto “anziano”, desideroso di finire i suoi giorni nel suo villaggio nel nord del Libano, non rappresentava più un rischio di “disturbo all’ordine pubblico”.
Al contrario, sottolineava la sentenza, era proprio la sua detenzione a costituire un disturbo all’ordine pubblico a causa delle innumerevoli manifestazioni di solidarietà che da decenni si verificano un po’ in tutta la Francia.
Da parte nostra un grande e fraterno abbraccio al compagno George Abdallah.
Fonte
A 74 anni, il vecchio militante delle Frazioni Armate Rivoluzionarie Libanesi (FARL) avrà quindi una settimana per svuotare la sua cella a Lannemezan (Alti Pirenei), dove si sono accumulati per decenni lettere di sostegno, bandiere e poster con l’effigie del Che Guevara, libri e giornali. Trasportato con un volo militare a Parigi, sarà posto in un centro di detenzione prima di prendere un volo per Beirut, dove sarà consegnato alle autorità libanesi. Potrà così tornare nel suo villaggio di Kobayat, nel nord del Libano.
Arrestato nel 1984 e poi condannato all’ergastolo nel 1987 per complicità negli omicidi di Charles R. Ray, addetto militare aggiunto americano, e di Yacov Barsimantov, secondo segretario dell’ambasciata d’Israele – entrambi uccisi dalle FARL nel 1982 a Parigi – Georges Ibrahim Abdallah si è sempre dichiarato innocente per questi due attentati. Ma li ha anche sempre definiti “atti di resistenza” contro “l’oppressione israeliana e americana”.
Il militante e attivista libanese poteva essere rilasciato già dal 1999. La maggior parte delle sue richieste di libertà sono state però respinte dalla giustizia. Quando pure la giustizia aveva deciso diversamente, il governo si era opposto, sia spingendo la procura a fare appello (come nel 2003), sia rifiutando la sua espulsione verso il Libano, condizione sine qua non posta dai giudici nel 2013 per la sua liberazione.
Questa era la dodicesima richiesta di liberazione e è stata quella buona. Ma non era scontato.
Con grande sorpresa, i giudici del tribunale di applicazione delle pene avevano stabilito, in una decisione ampiamente motivata il 15 novembre 2024, che la durata della detenzione di Georges Ibrahim Abdallah era “sproporzionata” rispetto ai “crimini commessi”, e che questo detenuto “anziano”, desideroso di finire i suoi giorni nel suo villaggio nel nord del Libano, non rappresentava più un rischio di “disturbo all’ordine pubblico”.
Al contrario, sottolineava la sentenza, era proprio la sua detenzione a costituire un disturbo all’ordine pubblico a causa delle innumerevoli manifestazioni di solidarietà che da decenni si verificano un po’ in tutta la Francia.
Da parte nostra un grande e fraterno abbraccio al compagno George Abdallah.
Fonte
16/11/2024
Francia - Accolta la domanda di liberazione per Georges Abdallah
Venerdì 15 novembre, il Tribunale per l’esecuzione delle sentenze ha accolto l’undicesima domanda di liberazione condizionata presentata lo scorso giugno dall’avvocato di Georges Ibrahim Abdallah, comunista libanese e combattente della resistenza palestinese. “È una grande vittoria politica e legale ”, ha dichiarato il suo avvocato Jean-Louis Chalanset.
Tra i fondatori delle Fazioni Armate Rivoluzionarie Libanesi (FARL) dopo l’invasione da parte di Israele del Libano nel 1982, Georges Abdallah fu arrestato nel 1984 a Lione. Fu condannato all’ergastolo nel 1987 per complicità nell’omicidio del colonnello Charles Ray, collaboratore militare presso l’ambasciata statunitense a Parigi, e di Yacov Barsimentov, consigliere dell’ambasciata israeliana, a seguito di un processo politico pieno di irregolarità.
Infatti, un mese dopo la sentenza, nel libro “L’agent noir. Une taupe dans l’affaire Abdallah” (“L’agente oscuro. Una talpa nell’affare Abdallah”), il suo primo avvocato, Jean-Paul Mazurier, rivelava al giornalista Laurent Gally di aver agito per conto dei servizi segreti francesi.
Liberabile dal 1999, da allora il governo francese ha sistematicamente impedito la sua scarcerazione.
Nel 2003, il Tribunale regionale per la libertà vigilata di Pau aveva autorizzato il suo rilascio. Tuttavia, su ordine dell’allora ministro della Giustizia, Dominique Perben, il procuratore di Pau presentò ricorso contro questa decisione facendo pressione affinché Georges Abdallah rimanesse in carcere.
Nel 2013, una richiesta di liberazione condizionale fu approvata dal Tribunale per l’esecuzione delle sentenze; tuttavia, questa era subordinata ad un ordine di espulsione verso il Libano – favorevole ad accogliere Georges Abdallah – che l’allora ministro “socialista” degli Interni, Manuel Valls, rifiutò di firmare.
Nel 2020, qualche giorno dopo l’esplosione nel porto di Beirut, il Presidente francese Macron, precipitatosi in Libano, tentò di ribaltare la situazione, dichiarando che la decisione di firmare spettava solo a Georges Abdallah. Ma cosa avrebbe dovuto firmare? Secondo i desiderata dell’Eliseo, una rinuncia dei suoi ideali politici e della sua militanza portata avanti in questi 40 anni di detenzione.
In virtù della mancata – e impossibile – abiura del suo impegno politico, gli Stati Uniti e Israele hanno sempre fatto pressione sulle autorità francesi affinché impedissero in qualsiasi maniera la liberazione di Georges Abdallah.
Questo venerdì, “il tribunale di esecuzione delle sentenze ha concesso a Georges Ibrahim Abdallah la liberazione condizionale a partire dal 6 dicembre, a condizione che lasci il territorio francese e non vi compaia più”, ha spiegato la Procura nazionale antiterrorismo (Pnat). Questa volta, la decisione del tribunale non è subordinata all’emanazione di un decreto di espulsione da parte del governo.
Tuttavia, il pubblico ministero ha dichiarato di voler già presentare ricorso, ennesima espressione dell’accanimento nei confronti del prigioniero politico da più tempo detenuto in Europa. Una nuova udienza dovrebbe quindi tenersi entro i prossimi mesi.
A poche settimane dalla manifestazione annuale per la liberazione di Georges Abdallah a Lannemezan, fino alle mura del carcere dove è detenuto, e a seguito di un intenso mese di mobilitazione internazionale in occasione dei 40 anni di detenzione, la Campagna unitaria per la liberazione di Georges Abdallah – a cui la Rete dei Comunisti partecipa attivamente – fa appello ad intensificare la mobilitazione e ad ampliare il fronte della solidarietà.
Una lotta strettamente legata a quella contro il genocidio del governo israeliano di Benjamin Netanyahu in Palestina e la criminalizzazione della solidarietà con il popolo palestinese, che nel corso di questo anno ha dimostrato costanza e determinazione, dalle piazze alle numerose prese di posizione de La France insoumise all’Assemblée Nationale.
Fonte
Tra i fondatori delle Fazioni Armate Rivoluzionarie Libanesi (FARL) dopo l’invasione da parte di Israele del Libano nel 1982, Georges Abdallah fu arrestato nel 1984 a Lione. Fu condannato all’ergastolo nel 1987 per complicità nell’omicidio del colonnello Charles Ray, collaboratore militare presso l’ambasciata statunitense a Parigi, e di Yacov Barsimentov, consigliere dell’ambasciata israeliana, a seguito di un processo politico pieno di irregolarità.
Infatti, un mese dopo la sentenza, nel libro “L’agent noir. Une taupe dans l’affaire Abdallah” (“L’agente oscuro. Una talpa nell’affare Abdallah”), il suo primo avvocato, Jean-Paul Mazurier, rivelava al giornalista Laurent Gally di aver agito per conto dei servizi segreti francesi.
Liberabile dal 1999, da allora il governo francese ha sistematicamente impedito la sua scarcerazione.
Nel 2003, il Tribunale regionale per la libertà vigilata di Pau aveva autorizzato il suo rilascio. Tuttavia, su ordine dell’allora ministro della Giustizia, Dominique Perben, il procuratore di Pau presentò ricorso contro questa decisione facendo pressione affinché Georges Abdallah rimanesse in carcere.
Nel 2013, una richiesta di liberazione condizionale fu approvata dal Tribunale per l’esecuzione delle sentenze; tuttavia, questa era subordinata ad un ordine di espulsione verso il Libano – favorevole ad accogliere Georges Abdallah – che l’allora ministro “socialista” degli Interni, Manuel Valls, rifiutò di firmare.
Nel 2020, qualche giorno dopo l’esplosione nel porto di Beirut, il Presidente francese Macron, precipitatosi in Libano, tentò di ribaltare la situazione, dichiarando che la decisione di firmare spettava solo a Georges Abdallah. Ma cosa avrebbe dovuto firmare? Secondo i desiderata dell’Eliseo, una rinuncia dei suoi ideali politici e della sua militanza portata avanti in questi 40 anni di detenzione.
In virtù della mancata – e impossibile – abiura del suo impegno politico, gli Stati Uniti e Israele hanno sempre fatto pressione sulle autorità francesi affinché impedissero in qualsiasi maniera la liberazione di Georges Abdallah.
Questo venerdì, “il tribunale di esecuzione delle sentenze ha concesso a Georges Ibrahim Abdallah la liberazione condizionale a partire dal 6 dicembre, a condizione che lasci il territorio francese e non vi compaia più”, ha spiegato la Procura nazionale antiterrorismo (Pnat). Questa volta, la decisione del tribunale non è subordinata all’emanazione di un decreto di espulsione da parte del governo.
Tuttavia, il pubblico ministero ha dichiarato di voler già presentare ricorso, ennesima espressione dell’accanimento nei confronti del prigioniero politico da più tempo detenuto in Europa. Una nuova udienza dovrebbe quindi tenersi entro i prossimi mesi.
A poche settimane dalla manifestazione annuale per la liberazione di Georges Abdallah a Lannemezan, fino alle mura del carcere dove è detenuto, e a seguito di un intenso mese di mobilitazione internazionale in occasione dei 40 anni di detenzione, la Campagna unitaria per la liberazione di Georges Abdallah – a cui la Rete dei Comunisti partecipa attivamente – fa appello ad intensificare la mobilitazione e ad ampliare il fronte della solidarietà.
Una lotta strettamente legata a quella contro il genocidio del governo israeliano di Benjamin Netanyahu in Palestina e la criminalizzazione della solidarietà con il popolo palestinese, che nel corso di questo anno ha dimostrato costanza e determinazione, dalle piazze alle numerose prese di posizione de La France insoumise all’Assemblée Nationale.
Fonte
27/10/2024
Francia - In migliaia alla manifestazione per la liberazione di Georges Abdallah
Nonostante la pioggia e le condizioni meteorologiche non proprio favorevoli, oltre 4.000 persone si sono ritrovate sabato 26 ottobre a Lannemezan per la manifestazione annuale per la liberazione di Georges Ibrahim Abdallah. In questo piccolo villaggio ai piedi dei Pirenei francesi, i manifestanti, giunti dai quattro angoli della Francia e da altri Paesi, hanno manifestato in corteo fino al centro penitenziario dove Georges Abdallah é detenuto.
Arrestato il 24 ottobre 1984 a Lione, Georges Abdallah, comunista libanese e combattente per la resistenza palestinese, é entrato nel 40esimo anno di detenzione, nonostante sia liberabile dal 1999. Non hanno prodotto alcun effetto le sentenze del tribunale di Pau e di Parigi, rispettivamente nel 2003 e nel 2013, che ne autorizzano la scarcerazione, così come le decine di domande di liberazione condizionale presentate dalla sua difesa nel corso di questi anni.
Questo perché la sua scarcerazione è stata sottomessa ad un ordine di espulsione verso il Libano – suo paese natale e pronto ad accoglierlo – la cui convalida spetta al Ministro degli Interni francesi. É una decisione tutta politica quella di mantenere Georges Abdallah (73 anni) “sepolto vivo” tra le mura del carcere di Lannemezan.
In realtà, la sua “colpa” é di non aver mai rinnegato né rinunciato ai suoi ideali di lotta, al suo fermo sostegno alla resistenza del popolo palestinese, alla sua solidarietà nei confronti dei popoli che si battono per la propria autodeterminazione contro la violenza capitalista, il saccheggio neocolonialista, la barbarie dell’imperialismo e delle sue guerre.
“Come sempre, queste autorità reazionarie criminali credono che con il tempo tutto si esaurisca, si esaurisca e forse scompaia. Eppure si sbagliano e si sono sempre sbagliati in questo senso (...) La resistenza è ancora intatta, alimentata da un inesauribile slancio di solidarietà popolare”.
La manifestazione di sabato 26 ottobre ha visto la partecipazione di migliaia di persone, soprattutto di giovani e giovanissimi. La “battitura” sulle griglie esterne ha rotto il silenzio isolante del carcere di Lannemezan, accompagnata dal coro: “Georges Abdallah, i tuoi compagni sono qua!”.
Di fronte ai cancelli, si sono susseguiti gli interventi, a cominciare da quello della Campagne unitaire pour la libération de Georges Abdallah, seguito da un ricordo collettivo per Suzanne Le Manceau, fondatrice del collettivo diventato poi promotore della campagna e scomparsa fisicamente qualche mese fa dopo una lunga malattia.
Mentre va avanti il genocidio del popolo palestinese da parte dell’esercito israeliano a Gaza e Cisgiordania e mentre proseguono i bombardamenti e i massacri in Libano, la liberazione di Georges Abdallah non può che inscriversi nel quadro generale delle mobilitazioni contro le complicità dei governi occidentali, che continuano a fornire armamenti, e delle multinazionali, che fanno profitti grazie agli accordi commerciali e finanziari con Israele.
Fonte
Arrestato il 24 ottobre 1984 a Lione, Georges Abdallah, comunista libanese e combattente per la resistenza palestinese, é entrato nel 40esimo anno di detenzione, nonostante sia liberabile dal 1999. Non hanno prodotto alcun effetto le sentenze del tribunale di Pau e di Parigi, rispettivamente nel 2003 e nel 2013, che ne autorizzano la scarcerazione, così come le decine di domande di liberazione condizionale presentate dalla sua difesa nel corso di questi anni.
Questo perché la sua scarcerazione è stata sottomessa ad un ordine di espulsione verso il Libano – suo paese natale e pronto ad accoglierlo – la cui convalida spetta al Ministro degli Interni francesi. É una decisione tutta politica quella di mantenere Georges Abdallah (73 anni) “sepolto vivo” tra le mura del carcere di Lannemezan.
In realtà, la sua “colpa” é di non aver mai rinnegato né rinunciato ai suoi ideali di lotta, al suo fermo sostegno alla resistenza del popolo palestinese, alla sua solidarietà nei confronti dei popoli che si battono per la propria autodeterminazione contro la violenza capitalista, il saccheggio neocolonialista, la barbarie dell’imperialismo e delle sue guerre.
“Come sempre, queste autorità reazionarie criminali credono che con il tempo tutto si esaurisca, si esaurisca e forse scompaia. Eppure si sbagliano e si sono sempre sbagliati in questo senso (...) La resistenza è ancora intatta, alimentata da un inesauribile slancio di solidarietà popolare”.
La manifestazione di sabato 26 ottobre ha visto la partecipazione di migliaia di persone, soprattutto di giovani e giovanissimi. La “battitura” sulle griglie esterne ha rotto il silenzio isolante del carcere di Lannemezan, accompagnata dal coro: “Georges Abdallah, i tuoi compagni sono qua!”.
Di fronte ai cancelli, si sono susseguiti gli interventi, a cominciare da quello della Campagne unitaire pour la libération de Georges Abdallah, seguito da un ricordo collettivo per Suzanne Le Manceau, fondatrice del collettivo diventato poi promotore della campagna e scomparsa fisicamente qualche mese fa dopo una lunga malattia.
Mentre va avanti il genocidio del popolo palestinese da parte dell’esercito israeliano a Gaza e Cisgiordania e mentre proseguono i bombardamenti e i massacri in Libano, la liberazione di Georges Abdallah non può che inscriversi nel quadro generale delle mobilitazioni contro le complicità dei governi occidentali, che continuano a fornire armamenti, e delle multinazionali, che fanno profitti grazie agli accordi commerciali e finanziari con Israele.
Fonte
04/03/2024
“Gaza non porterà mai la bandiera bianca della resa”
Cari amici, cari compagni,
Da oltre quattro mesi e mezzo, il popolo palestinese, attraverso tutte le sue componenti sociali e politiche, sta affrontando una massiccia aggressione genocida a Gaza e operazioni militari non meno micidiali in Cisgiordania, dove i coloni suprematisti e i soldati dell’esercito di occupazione si abbandonano quotidianamente ai peggiori eccessi, con l’obiettivo di intensificare la colonizzazione e rendere le condizioni di vita insopportabili per la maggioranza delle masse popolari.
Arresti arbitrari, uccisioni di attivisti, distruzione di case e altri abusi stanno diventando sempre più la sorte quotidiana di tutti i palestinesi in Cisgiordania.
Naturalmente, gli Stati imperialisti dell’Occidente si schierano, in un modo o nell’altro, con l’entità sionista, orchestrando una campagna di propaganda, giustificando e sostenendo questa criminale guerra sionista, denigrando tutto il giorno le principali forze che vi si oppongono e, soprattutto, criminalizzando qui qualsiasi iniziativa a sostegno della lotta delle masse popolari palestinesi e delle loro avanguardie combattenti.
La borghesia imperialista di questo Paese, proprio mentre celebra l’ingresso al Panthéon di un’eroica figura della Resistenza antifascista (Missak Manouchian, ndt), invoca, con tutta la vergogna, il “diritto di autodifesa” dell’occupante sionista di fronte alla Resistenza del movimento nazionale palestinese.
Poche voci nell’intellighenzia social–democratica ricordano ai cani da guardia del sistema che l’occupante colonialista non ha alcuna legittimità. L’occupazione e l’esercito di occupazione, con tutto ciò che porta con sé, sono completamente illegittimi. D’altra parte, la resistenza all’occupante in tutte le sue forme è l’espressione più legittima e nobile del “diritto dei popoli all’autodeterminazione”.
Certo, è molto difficile concepire questa legittimità quando si è conservato un posto speciale nella propria testa per il maresciallo Pétain o per un altro non meno esecrabile maresciallo Bugeaud…
Detto questo, cari amici e compagni, forse sarebbe utile ricordare che la solidarietà internazionale attiva è un’arma indispensabile nella lotta contro la colonizzazione della Palestina e la guerra genocida che vi è intimamente legata. È sulla base di questa solidarietà attiva che possiamo partecipare al cambiamento dei rapporti di forza qui, nel ventre della bestia imperialista, e altrove, nel processo di costruzione del “blocco sociale storico”, quadro globale e potenziale soggetto del movimento di liberazione nazionale.
Naturalmente, non ignorate che è stato grazie alla vostra mobilitazione attiva e solidale che gli “agenti di potere” del capitale sono stati costretti a cedere e a revocare il divieto di manifestare in solidarietà con il popolo palestinese.
In altre parole, nonostante l’intero processo di fascistizzazione in corso in questo Paese, il semplice fatto di mobilitarsi in solidarietà sulla scena internazionale contribuisce, in un certo senso, al rafforzamento della “convergenza delle lotte” e alla strutturazione del “blocco sociale storico” in vista dell’assunzione del suo ruolo di soggetto politico attivo.
Se la borghesia imperialista celebra in questi giorni la pantheonizzazione di Manouchian subito dopo aver approvato la “legge sull’immigrazione”, è perché cerca soprattutto di cancellare e seppellire i valori incarnati dalla lotta e dal martirio di tutti i combattenti della Resistenza come Manouchian.
Cari amici, cari compagni, dall’inizio del XX secolo a oggi, il popolo palestinese non ha mai smesso di combattere il progetto sionista di insediamento. Diversi decenni di lotta, sacrificio e sofferenza hanno plasmato l’identità palestinese fino al midollo. Le migliaia di martiri e prigionieri e le centinaia di rifugiati nei campi, in Palestina e nei Paesi limitrofi, hanno contribuito a complicare notevolmente le condizioni esistenziali del popolo palestinese e di conseguenza le condizioni oggettive della sua Resistenza.
Infatti, è solo nel quadro generale di questa “resistenza storica” che si afferma e fiorisce la costruzione del soggetto politico antisionista, ed è proprio in questo quadro che possiamo cogliere meglio l’articolazione dinamica delle sue componenti e i vari fattori che strutturano la “volontà collettiva” di promuovere l’azione anticoloniale, antisionista e antimperialista.
È solo alla luce di tutto questo che oggi possiamo capire perché “la Palestina può solo vincere”, nonostante quello che a prima vista appare come un enorme squilibrio nei rapporti di forza: da una parte c’è l’entità sionista, estensione organica dell’imperialismo occidentale, e dall’altra le masse popolari palestinesi che, da più di un secolo, si sono fatte popolo e continuano a farlo oggi, nella dinamica di una lotta la cui posta in gioco va ben oltre i confini della Palestina storica.
Questo popolo, che ha dovuto assumere i compiti storicamente spettanti a tutte le masse arabe, in particolare a quelle del Mashrek arabo, si è trovato per più di un secolo nella morsa di un particolare tipo di insediamento coloniale, che gli impediva di strutturarsi socialmente, come qualsiasi altra popolazione della regione, attraverso la dialettica della lotta di classe in un modo tradizionale di produzione coloniale.
Questo popolo ha sconfitto l’intera politica di insediamento coloniale attuata per oltre un secolo dall’espressione sionista dell’Occidente imperialista. La pulizia etnica della terra di Palestina e dei suoi indomiti abitanti è più che un fallimento. Più della metà del popolo palestinese vive oggi nella Palestina storica.
Il movimento sionista non è mai riuscito e non riuscirà mai a spezzare l’incrollabile volontà delle donne e degli uomini palestinesi, giovani e anziani, di condurre la lotta su tutti i fronti per liberare la Palestina, tutta la Palestina. È questa Resistenza storica, profondamente radicata nella memoria collettiva, che fa rivivere costantemente l’identità palestinese.
Cari amici, cari compagni, nonostante l’aggressione genocida su scala massiccia contro Gaza di questi giorni, in cui le decine e decine di migliaia di martiri e feriti si sono aggiunti alla terribile distruzione diffusa dell’intero spazio vitale di Gaza, la Resistenza rimane incrollabile, protetta e abbracciata dalle masse popolari.
Gaza non porterà mai la bandiera bianca della resa… Né i sionisti né alcuna forza criminale riusciranno mai a spezzare la volontà della Resistenza a Gaza.
Non dobbiamo mai dimenticare che è dalle viscere di questi campi profughi a Gaza, in Cisgiordania, in Giordania e in Libano che è emersa la storica forza combattente palestinese: i Fedayyìn. Oggi più che mai, questa resistenza all’aggressione genocida è viva e porta la promessa dei Fedayyin.
Che mille iniziative di solidarietà fioriscano a sostegno della Palestina e della sua promettente Resistenza!
Solidarietà, tutta la solidarietà, con i resistenti nelle carceri sioniste e in isolamento in Marocco, Turchia, Grecia, Filippine e altrove nel mondo!
Solidarietà, tutta la solidarietà, ai giovani proletari nei quartieri popolari!
Il capitalismo non è altro che barbarie, onore a tutti coloro che vi si oppongono nella diversità delle loro espressioni!
Insieme amici e compagni, solo insieme vinceremo!
La Palestina vivrà e la Palestina vincerà sicuramente!
A tutti voi, compagni e amici, il mio più caloroso saluto rivoluzionario.
Fonte
Da oltre quattro mesi e mezzo, il popolo palestinese, attraverso tutte le sue componenti sociali e politiche, sta affrontando una massiccia aggressione genocida a Gaza e operazioni militari non meno micidiali in Cisgiordania, dove i coloni suprematisti e i soldati dell’esercito di occupazione si abbandonano quotidianamente ai peggiori eccessi, con l’obiettivo di intensificare la colonizzazione e rendere le condizioni di vita insopportabili per la maggioranza delle masse popolari.
Arresti arbitrari, uccisioni di attivisti, distruzione di case e altri abusi stanno diventando sempre più la sorte quotidiana di tutti i palestinesi in Cisgiordania.
Naturalmente, gli Stati imperialisti dell’Occidente si schierano, in un modo o nell’altro, con l’entità sionista, orchestrando una campagna di propaganda, giustificando e sostenendo questa criminale guerra sionista, denigrando tutto il giorno le principali forze che vi si oppongono e, soprattutto, criminalizzando qui qualsiasi iniziativa a sostegno della lotta delle masse popolari palestinesi e delle loro avanguardie combattenti.
La borghesia imperialista di questo Paese, proprio mentre celebra l’ingresso al Panthéon di un’eroica figura della Resistenza antifascista (Missak Manouchian, ndt), invoca, con tutta la vergogna, il “diritto di autodifesa” dell’occupante sionista di fronte alla Resistenza del movimento nazionale palestinese.
Poche voci nell’intellighenzia social–democratica ricordano ai cani da guardia del sistema che l’occupante colonialista non ha alcuna legittimità. L’occupazione e l’esercito di occupazione, con tutto ciò che porta con sé, sono completamente illegittimi. D’altra parte, la resistenza all’occupante in tutte le sue forme è l’espressione più legittima e nobile del “diritto dei popoli all’autodeterminazione”.
Certo, è molto difficile concepire questa legittimità quando si è conservato un posto speciale nella propria testa per il maresciallo Pétain o per un altro non meno esecrabile maresciallo Bugeaud…
Detto questo, cari amici e compagni, forse sarebbe utile ricordare che la solidarietà internazionale attiva è un’arma indispensabile nella lotta contro la colonizzazione della Palestina e la guerra genocida che vi è intimamente legata. È sulla base di questa solidarietà attiva che possiamo partecipare al cambiamento dei rapporti di forza qui, nel ventre della bestia imperialista, e altrove, nel processo di costruzione del “blocco sociale storico”, quadro globale e potenziale soggetto del movimento di liberazione nazionale.
Naturalmente, non ignorate che è stato grazie alla vostra mobilitazione attiva e solidale che gli “agenti di potere” del capitale sono stati costretti a cedere e a revocare il divieto di manifestare in solidarietà con il popolo palestinese.
In altre parole, nonostante l’intero processo di fascistizzazione in corso in questo Paese, il semplice fatto di mobilitarsi in solidarietà sulla scena internazionale contribuisce, in un certo senso, al rafforzamento della “convergenza delle lotte” e alla strutturazione del “blocco sociale storico” in vista dell’assunzione del suo ruolo di soggetto politico attivo.
Se la borghesia imperialista celebra in questi giorni la pantheonizzazione di Manouchian subito dopo aver approvato la “legge sull’immigrazione”, è perché cerca soprattutto di cancellare e seppellire i valori incarnati dalla lotta e dal martirio di tutti i combattenti della Resistenza come Manouchian.
Cari amici, cari compagni, dall’inizio del XX secolo a oggi, il popolo palestinese non ha mai smesso di combattere il progetto sionista di insediamento. Diversi decenni di lotta, sacrificio e sofferenza hanno plasmato l’identità palestinese fino al midollo. Le migliaia di martiri e prigionieri e le centinaia di rifugiati nei campi, in Palestina e nei Paesi limitrofi, hanno contribuito a complicare notevolmente le condizioni esistenziali del popolo palestinese e di conseguenza le condizioni oggettive della sua Resistenza.
Infatti, è solo nel quadro generale di questa “resistenza storica” che si afferma e fiorisce la costruzione del soggetto politico antisionista, ed è proprio in questo quadro che possiamo cogliere meglio l’articolazione dinamica delle sue componenti e i vari fattori che strutturano la “volontà collettiva” di promuovere l’azione anticoloniale, antisionista e antimperialista.
È solo alla luce di tutto questo che oggi possiamo capire perché “la Palestina può solo vincere”, nonostante quello che a prima vista appare come un enorme squilibrio nei rapporti di forza: da una parte c’è l’entità sionista, estensione organica dell’imperialismo occidentale, e dall’altra le masse popolari palestinesi che, da più di un secolo, si sono fatte popolo e continuano a farlo oggi, nella dinamica di una lotta la cui posta in gioco va ben oltre i confini della Palestina storica.
Questo popolo, che ha dovuto assumere i compiti storicamente spettanti a tutte le masse arabe, in particolare a quelle del Mashrek arabo, si è trovato per più di un secolo nella morsa di un particolare tipo di insediamento coloniale, che gli impediva di strutturarsi socialmente, come qualsiasi altra popolazione della regione, attraverso la dialettica della lotta di classe in un modo tradizionale di produzione coloniale.
Questo popolo ha sconfitto l’intera politica di insediamento coloniale attuata per oltre un secolo dall’espressione sionista dell’Occidente imperialista. La pulizia etnica della terra di Palestina e dei suoi indomiti abitanti è più che un fallimento. Più della metà del popolo palestinese vive oggi nella Palestina storica.
Il movimento sionista non è mai riuscito e non riuscirà mai a spezzare l’incrollabile volontà delle donne e degli uomini palestinesi, giovani e anziani, di condurre la lotta su tutti i fronti per liberare la Palestina, tutta la Palestina. È questa Resistenza storica, profondamente radicata nella memoria collettiva, che fa rivivere costantemente l’identità palestinese.
Cari amici, cari compagni, nonostante l’aggressione genocida su scala massiccia contro Gaza di questi giorni, in cui le decine e decine di migliaia di martiri e feriti si sono aggiunti alla terribile distruzione diffusa dell’intero spazio vitale di Gaza, la Resistenza rimane incrollabile, protetta e abbracciata dalle masse popolari.
Gaza non porterà mai la bandiera bianca della resa… Né i sionisti né alcuna forza criminale riusciranno mai a spezzare la volontà della Resistenza a Gaza.
Non dobbiamo mai dimenticare che è dalle viscere di questi campi profughi a Gaza, in Cisgiordania, in Giordania e in Libano che è emersa la storica forza combattente palestinese: i Fedayyìn. Oggi più che mai, questa resistenza all’aggressione genocida è viva e porta la promessa dei Fedayyin.
Che mille iniziative di solidarietà fioriscano a sostegno della Palestina e della sua promettente Resistenza!
Solidarietà, tutta la solidarietà, con i resistenti nelle carceri sioniste e in isolamento in Marocco, Turchia, Grecia, Filippine e altrove nel mondo!
Solidarietà, tutta la solidarietà, ai giovani proletari nei quartieri popolari!
Il capitalismo non è altro che barbarie, onore a tutti coloro che vi si oppongono nella diversità delle loro espressioni!
Insieme amici e compagni, solo insieme vinceremo!
La Palestina vivrà e la Palestina vincerà sicuramente!
A tutti voi, compagni e amici, il mio più caloroso saluto rivoluzionario.
Fonte
16/09/2023
Appello alla mobilitazione per la liberazione di Georges Abdallah
Lo Stato francese conosce un solo linguaggio, quello della guerra di classe condotta contro le lotte sociali, politiche e popolari. Il Presidente della Repubblica aveva proclamato: “Siamo in guerra”. In guerra contro la pandemia, ma anche in guerra con la sua polizia e la sua gendarmeria contro il movimento sociale, in guerra con il suo esercito dall’Africa all’Ucraina. Macron difende il suo Stato con tutta la sua violenza – poliziesca, militare, giudiziaria, carceraria e mediatica.
La storia delle lotte passate e delle nostre lotte attuali ci ricorda e ci mostra che “Il capitalismo non è altro che barbarie”. Per questo abbiamo ragione di resistere, di insorgere e di imporre una nuova possibilità costruendo un potente rapporto di forza.
È questo rapporto di forza che Georges Abdallah ha contribuito a costruire nel corso della sua vita di lotta. Fin dai primi giorni del suo impegno militante, a sostegno dell’eroica resistenza palestinese e per l’indipendenza del suo Paese, il Libano, si è schierato a fianco degli interessi degli imperialisti in Medio Oriente, contro le aggressioni del loro braccio organico, la loro “base operativa”, l’entità sionista.
Ha continuato a lavorare per creare questo rapporto di forza, decidendo nel 1980 con i combattenti delle FARL di “colpire il nemico ovunque si trovi”. Per le sue azioni armate in Francia è stato condannato all’ergastolo nel 1987.
Ma Georges Abdallah ha trasformato il processo intentatogli dallo Stato francese in una piattaforma rivoluzionaria; ha rivendicato la legittimità degli atti di resistenza e ha denunciato la barbarie dell’imperialismo contro i popoli oppressi, evocando “l’abisso che separa il vostro mondo legale dal nostro mondo reale (…) questa pace stabilita dal vostro sistema, mantenuta dall’annientamento di milioni di uomini nelle nostre regioni periferiche”.
I 39 anni di prigionia imposti a Georges Abdallah dall’implacabile Stato non hanno potuto spezzare l’incrollabile resistenza di questo combattente caduto nelle mani del nemico: nonostante la barbarie della sua incarcerazione, l’attivista rivoluzionario e comunista che è non ha mai rinnegato se stesso e continua a lavorare dalla sua cella per conquistare i rapporti di forza che possono far indietreggiare, vacillare, persino cadere i poteri reazionari.
Georges Abdallah è quindi presente nella giusta e legittima resistenza dei popoli che lottano per la loro emancipazione, contro i sistemi di dominio che li opprimono; Georges Abdallah è presente a fianco del popolo palestinese e della sua eroica resistenza armata, della sua gloriosa lotta di liberazione nazionale contro la colonizzazione sionista e la balcanizzazione imperialista dell’intera regione; Georges Abdallah è anche presente nelle nostre lotte politiche, sociali ed ecologiche per un altro mondo non solo possibile ma necessario, liberato da questo capitalismo moribondo e mortale; Georges Abdallah è presente contro tutte le forme di fascistizzazione in corso e quando i quartieri prendono fuoco contro i crimini di Stato del suo braccio armato e contro la sua giustizia di classe! Sì, da 39 anni Georges Abdallah è lì, a indicare la via della resistenza, e la sua voce non può essere messa a tacere!
Costruire il rapporto di forza che costringerà alla liberazione del nostro compagno è il compito della campagna avviata dai suoi sostenitori, sempre più numerosi, qui e altrove. Finora, le sue richieste di rilascio sono state respinte nonostante due sentenze favorevoli in primo grado e un Ministro degli Interni si è rifiutato di firmare l’ordine di espulsione a cui era subordinato il suo rilascio. Ad oggi, le interpellanza dei ministri dell’Interno e della Giustizia da parte dei deputati (P. Braouezec nel 2008, J.-J. Candelier nel 2013, A. Taurinya e S. Ferrer quest’anno) sono state respinte. Finora le lettere dei rappresentanti eletti, le tribune dei personaggi pubblici e le petizioni dei cittadini sono rimaste inascoltate.
Ma di recente è iniziata una nuova fase di questa lunga battaglia. Mentre la mobilitazione per la sua liberazione, sul campo e nella diversità delle sue espressioni, continua a crescere, Georges Abdallah ha appena lanciato una nuova offensiva legale, presentando l’8 giugno una decima richiesta di liberazione ed espulsione al suo Paese, il Libano.
“Sappiamo che, in ultima analisi, è sulla base di un certo rapporto di forza che riusciamo a strappare i nostri compagni dalle grinfie del nemico. Il nemico accetta di mollare la presa solo quando si rende conto che tenere in cattività questi protagonisti rivoluzionari pesa sulla lotta in corso più della minaccia intrinseca della loro liberazione”.
Spetta a noi che facciamo parte della sua lotta, che lottiamo per la sua liberazione da decenni o solo da pochi mesi, sostenere il suo approccio attraverso le nostre azioni, facendolo sentire ovunque ci troviamo per tutta la durata di questo procedimento, aumentando la pressione sullo Stato francese attraverso la nostra mobilitazione sempre crescente in ogni momento!
In questa prospettiva e tenendo conto di questa nuova fase, chiediamo ancora una volta un mese di azione internazionale per la liberazione di Georges Abdallah.
Un anno fa, dal carcere, il nostro stesso compagno disse: “Le diverse iniziative di solidarietà che avete sviluppato in questa campagna internazionale nel corso dell’ultimo mese sono una confutazione pungente per coloro che scommettevano che la vostra mobilitazione si sarebbe esaurita”.
Facciamo in modo che anche quest’anno, dal 21 settembre al 21 ottobre 2023 – data della 13a manifestazione davanti al carcere di Lannemezan e all’alba del 40° anno di detenzione del nostro compagno – usiamo la potente arma della solidarietà.
Ogni giorno, e soprattutto durante questo mese di azione coordinata, facciamo nascere mille iniziative in tutta la Francia e a livello internazionale a sostegno della liberazione di Georges Abdallah e della sua lotta! Che mille iniziative si attivino per aumentare il rapporto di forza! Che mille iniziative contribuiscano a strappare il nostro compagno dalle grinfie del nemico!
Georges Abdallah è in prigione per la lotta politica che ha condotto, per le posizioni e gli ideali che ha proclamato e a cui non ha mai rinunciato. Georges Abdallah ha combattuto per le sue idee di emancipazione. È per le sue idee e la sua resistenza che è ancora oggi detenuto. È per le sue idee e la sua lotta rivoluzionaria che lo sosteniamo e chiediamo la sua liberazione! Per la vittoria o per la vittoria!
Continuiamo a lottare! Libertà per Georges Abdallah!
Che mille iniziative di solidarietà fioriscano per la sua liberazione!
Onore a tutti coloro che si battono per la sua liberazione!
Insieme e solo insieme, compagni, vinceremo!
Parigi, 1 settembre 2023
Campagne Unitaire pour la Libération de Georges Abdallah
Fonte
La storia delle lotte passate e delle nostre lotte attuali ci ricorda e ci mostra che “Il capitalismo non è altro che barbarie”. Per questo abbiamo ragione di resistere, di insorgere e di imporre una nuova possibilità costruendo un potente rapporto di forza.
È questo rapporto di forza che Georges Abdallah ha contribuito a costruire nel corso della sua vita di lotta. Fin dai primi giorni del suo impegno militante, a sostegno dell’eroica resistenza palestinese e per l’indipendenza del suo Paese, il Libano, si è schierato a fianco degli interessi degli imperialisti in Medio Oriente, contro le aggressioni del loro braccio organico, la loro “base operativa”, l’entità sionista.
Ha continuato a lavorare per creare questo rapporto di forza, decidendo nel 1980 con i combattenti delle FARL di “colpire il nemico ovunque si trovi”. Per le sue azioni armate in Francia è stato condannato all’ergastolo nel 1987.
Ma Georges Abdallah ha trasformato il processo intentatogli dallo Stato francese in una piattaforma rivoluzionaria; ha rivendicato la legittimità degli atti di resistenza e ha denunciato la barbarie dell’imperialismo contro i popoli oppressi, evocando “l’abisso che separa il vostro mondo legale dal nostro mondo reale (…) questa pace stabilita dal vostro sistema, mantenuta dall’annientamento di milioni di uomini nelle nostre regioni periferiche”.
I 39 anni di prigionia imposti a Georges Abdallah dall’implacabile Stato non hanno potuto spezzare l’incrollabile resistenza di questo combattente caduto nelle mani del nemico: nonostante la barbarie della sua incarcerazione, l’attivista rivoluzionario e comunista che è non ha mai rinnegato se stesso e continua a lavorare dalla sua cella per conquistare i rapporti di forza che possono far indietreggiare, vacillare, persino cadere i poteri reazionari.
Georges Abdallah è quindi presente nella giusta e legittima resistenza dei popoli che lottano per la loro emancipazione, contro i sistemi di dominio che li opprimono; Georges Abdallah è presente a fianco del popolo palestinese e della sua eroica resistenza armata, della sua gloriosa lotta di liberazione nazionale contro la colonizzazione sionista e la balcanizzazione imperialista dell’intera regione; Georges Abdallah è anche presente nelle nostre lotte politiche, sociali ed ecologiche per un altro mondo non solo possibile ma necessario, liberato da questo capitalismo moribondo e mortale; Georges Abdallah è presente contro tutte le forme di fascistizzazione in corso e quando i quartieri prendono fuoco contro i crimini di Stato del suo braccio armato e contro la sua giustizia di classe! Sì, da 39 anni Georges Abdallah è lì, a indicare la via della resistenza, e la sua voce non può essere messa a tacere!
Costruire il rapporto di forza che costringerà alla liberazione del nostro compagno è il compito della campagna avviata dai suoi sostenitori, sempre più numerosi, qui e altrove. Finora, le sue richieste di rilascio sono state respinte nonostante due sentenze favorevoli in primo grado e un Ministro degli Interni si è rifiutato di firmare l’ordine di espulsione a cui era subordinato il suo rilascio. Ad oggi, le interpellanza dei ministri dell’Interno e della Giustizia da parte dei deputati (P. Braouezec nel 2008, J.-J. Candelier nel 2013, A. Taurinya e S. Ferrer quest’anno) sono state respinte. Finora le lettere dei rappresentanti eletti, le tribune dei personaggi pubblici e le petizioni dei cittadini sono rimaste inascoltate.
Ma di recente è iniziata una nuova fase di questa lunga battaglia. Mentre la mobilitazione per la sua liberazione, sul campo e nella diversità delle sue espressioni, continua a crescere, Georges Abdallah ha appena lanciato una nuova offensiva legale, presentando l’8 giugno una decima richiesta di liberazione ed espulsione al suo Paese, il Libano.
“Sappiamo che, in ultima analisi, è sulla base di un certo rapporto di forza che riusciamo a strappare i nostri compagni dalle grinfie del nemico. Il nemico accetta di mollare la presa solo quando si rende conto che tenere in cattività questi protagonisti rivoluzionari pesa sulla lotta in corso più della minaccia intrinseca della loro liberazione”.
Spetta a noi che facciamo parte della sua lotta, che lottiamo per la sua liberazione da decenni o solo da pochi mesi, sostenere il suo approccio attraverso le nostre azioni, facendolo sentire ovunque ci troviamo per tutta la durata di questo procedimento, aumentando la pressione sullo Stato francese attraverso la nostra mobilitazione sempre crescente in ogni momento!
In questa prospettiva e tenendo conto di questa nuova fase, chiediamo ancora una volta un mese di azione internazionale per la liberazione di Georges Abdallah.
Un anno fa, dal carcere, il nostro stesso compagno disse: “Le diverse iniziative di solidarietà che avete sviluppato in questa campagna internazionale nel corso dell’ultimo mese sono una confutazione pungente per coloro che scommettevano che la vostra mobilitazione si sarebbe esaurita”.
Facciamo in modo che anche quest’anno, dal 21 settembre al 21 ottobre 2023 – data della 13a manifestazione davanti al carcere di Lannemezan e all’alba del 40° anno di detenzione del nostro compagno – usiamo la potente arma della solidarietà.
Ogni giorno, e soprattutto durante questo mese di azione coordinata, facciamo nascere mille iniziative in tutta la Francia e a livello internazionale a sostegno della liberazione di Georges Abdallah e della sua lotta! Che mille iniziative si attivino per aumentare il rapporto di forza! Che mille iniziative contribuiscano a strappare il nostro compagno dalle grinfie del nemico!
Georges Abdallah è in prigione per la lotta politica che ha condotto, per le posizioni e gli ideali che ha proclamato e a cui non ha mai rinunciato. Georges Abdallah ha combattuto per le sue idee di emancipazione. È per le sue idee e la sua resistenza che è ancora oggi detenuto. È per le sue idee e la sua lotta rivoluzionaria che lo sosteniamo e chiediamo la sua liberazione! Per la vittoria o per la vittoria!
Continuiamo a lottare! Libertà per Georges Abdallah!
Che mille iniziative di solidarietà fioriscano per la sua liberazione!
Onore a tutti coloro che si battono per la sua liberazione!
Insieme e solo insieme, compagni, vinceremo!
Parigi, 1 settembre 2023
Campagne Unitaire pour la Libération de Georges Abdallah
Fonte
14/03/2021
Libertà per Pablo Hasél, Dimitris Koufontinas, Georges Abdallah e tutti i prigionieri politici
Insieme alle forze politiche e sociali che partecipano attivamente alla Campagne Unitaire pour la Libération de Georges Abdallah, la Rete dei Comunisti organizza e fa appello alla mobilitazione in solidarietà con Pablo Hasél, Dimitris Koufontinas, Georges Abdallah e tutti i prigionieri politici e rivoluzionari.
Dopo numerosi presidi, azioni e manifestazioni in molte città italiane e il lancio da parte di Noi Restiamo della campagna di solidarietà per Pablo Hasél, rafforziamo la mobilitazione anche a livello internazionale con un presidio che si terrà domenica 14 marzo a Parigi.
Esiste un filo rosso che unisce la condizione reale di questi tre detenuti: la repressione politica di qualsiasi forma di dissenso e contestazione dell’Unione Europea, tanto al suo interno quanto alle porte del suo spazio di conquista e dominio imperialista. In questi anni, le mobilitazioni popolari in Grecia ed in Catalogna, come nei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, hanno rappresentato momenti e punti di rottura del piano di affermazione e costruzione dell’Unione Europea come polo imperialista nella competizione internazionale tra macro-blocchi.
In Grecia, il commissariamento da parte della Troika dopo la capitolazione del governo di Alexis Tsipras, nel referendum sul memorandum nel 2015 e i vari governi assolutamente proni al volere di Bruxelles, hanno determinato un impoverimento drammatico delle classi popolari. Le politiche neoliberiste di massacro sociale sono state sistematicamente accompagnata da una stretta autoritaria e repressiva, contro quelle forze politiche, sindacali e sociali che hanno deciso di non arrendersi e continuare a lottare.
L’accanimento giudiziario nei confronti di Dimitris Koufontinas, in carcere dal 2002, si sta intensificando attraverso un trattamento disumano ai limiti della tortura, con alimentazione e cure forzate dopo quasi due mesi di sciopero della fame, mentre nelle piazze proseguono le manifestazioni contro il governo di Mitsotakis, con la polizia ormai fuori controllo.
Negli ultimi anni, le mobilitazioni delle masse popolari in Catalogna per l’indipendenza da Madrid, centro dello Stato spagnolo, hanno più volte mostrato la brutalità degli apparati repressivi della monarchia, ereditati dal Franchismo, con una transizione alla democrazia mai realmente compiuta. Inoltre, non possiamo dimenticare le violente azioni dei Mossos d’Esquadra che, in occasione del referendum autoconvocato del 1 ottobre 2017, caricano gli elettori in fila ai seggi elettorali.
Infine, nonostante le numerose mobilitazioni per l’amnistia, abbiamo assistito qualche giorno fa all’ennesima torsione autoritaria dell’Unione Europea con il voto al Parlamento europeo che ha revocato l’immunità parlamentare a tre euro-deputati catalani – Carles Puigdemont, Toni Comin e Clara Ponsatì.
Georges Abdallah, comunista libanese e combattente della resistenza per la Palestina libera e da sempre al fianco dei popoli oppressi, è da 37 anni detenuto in Francia e vittima di una persecuzione giudiziaria che dal 1999 gli nega costantemente la libertà condizionale alla quale avrebbe diritto. Come ricorda lo stesso Abdallah, “la giustizia è sempre giustizia di classe al servizio di una politica di classe inserita nella dinamica globale di una guerra di classe su scala nazionale e internazionale”.
Gli ideali di Georges Abdallah sono incarnati nelle lotte anticapitaliste e antimperialiste delle masse popolari, dal Maghreb al Medioriente, contro ogni forma di dominio politico, economico e sociale da parte dell’Unione Europea e contro ogni forma di regressione e di repressione da parte dei governi nazionali reazionari. Le ingerenze nella crisi politica in Libano e il sostegno economico-militare alla repressione in Tunisia e in Egitto rendono la Francia il pivot dell’aggressione imperialista dell’Unione Europea nella regione.
La liberazione immediata e incondizionata di Pablo Hasél, Dimitris Koufontinas, Georges Abdallah e di tutti i prigionieri politici e rivoluzionari è necessaria per rafforzare la solidarietà e la lotta internazionalista contro la violenta barbarie capitalista e il dominio imperialista che opprimono i popoli.
Dopo numerosi presidi, azioni e manifestazioni in molte città italiane e il lancio da parte di Noi Restiamo della campagna di solidarietà per Pablo Hasél, rafforziamo la mobilitazione anche a livello internazionale con un presidio che si terrà domenica 14 marzo a Parigi.
Esiste un filo rosso che unisce la condizione reale di questi tre detenuti: la repressione politica di qualsiasi forma di dissenso e contestazione dell’Unione Europea, tanto al suo interno quanto alle porte del suo spazio di conquista e dominio imperialista. In questi anni, le mobilitazioni popolari in Grecia ed in Catalogna, come nei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, hanno rappresentato momenti e punti di rottura del piano di affermazione e costruzione dell’Unione Europea come polo imperialista nella competizione internazionale tra macro-blocchi.
In Grecia, il commissariamento da parte della Troika dopo la capitolazione del governo di Alexis Tsipras, nel referendum sul memorandum nel 2015 e i vari governi assolutamente proni al volere di Bruxelles, hanno determinato un impoverimento drammatico delle classi popolari. Le politiche neoliberiste di massacro sociale sono state sistematicamente accompagnata da una stretta autoritaria e repressiva, contro quelle forze politiche, sindacali e sociali che hanno deciso di non arrendersi e continuare a lottare.
L’accanimento giudiziario nei confronti di Dimitris Koufontinas, in carcere dal 2002, si sta intensificando attraverso un trattamento disumano ai limiti della tortura, con alimentazione e cure forzate dopo quasi due mesi di sciopero della fame, mentre nelle piazze proseguono le manifestazioni contro il governo di Mitsotakis, con la polizia ormai fuori controllo.
Negli ultimi anni, le mobilitazioni delle masse popolari in Catalogna per l’indipendenza da Madrid, centro dello Stato spagnolo, hanno più volte mostrato la brutalità degli apparati repressivi della monarchia, ereditati dal Franchismo, con una transizione alla democrazia mai realmente compiuta. Inoltre, non possiamo dimenticare le violente azioni dei Mossos d’Esquadra che, in occasione del referendum autoconvocato del 1 ottobre 2017, caricano gli elettori in fila ai seggi elettorali.
Infine, nonostante le numerose mobilitazioni per l’amnistia, abbiamo assistito qualche giorno fa all’ennesima torsione autoritaria dell’Unione Europea con il voto al Parlamento europeo che ha revocato l’immunità parlamentare a tre euro-deputati catalani – Carles Puigdemont, Toni Comin e Clara Ponsatì.
Georges Abdallah, comunista libanese e combattente della resistenza per la Palestina libera e da sempre al fianco dei popoli oppressi, è da 37 anni detenuto in Francia e vittima di una persecuzione giudiziaria che dal 1999 gli nega costantemente la libertà condizionale alla quale avrebbe diritto. Come ricorda lo stesso Abdallah, “la giustizia è sempre giustizia di classe al servizio di una politica di classe inserita nella dinamica globale di una guerra di classe su scala nazionale e internazionale”.
Gli ideali di Georges Abdallah sono incarnati nelle lotte anticapitaliste e antimperialiste delle masse popolari, dal Maghreb al Medioriente, contro ogni forma di dominio politico, economico e sociale da parte dell’Unione Europea e contro ogni forma di regressione e di repressione da parte dei governi nazionali reazionari. Le ingerenze nella crisi politica in Libano e il sostegno economico-militare alla repressione in Tunisia e in Egitto rendono la Francia il pivot dell’aggressione imperialista dell’Unione Europea nella regione.
La liberazione immediata e incondizionata di Pablo Hasél, Dimitris Koufontinas, Georges Abdallah e di tutti i prigionieri politici e rivoluzionari è necessaria per rafforzare la solidarietà e la lotta internazionalista contro la violenta barbarie capitalista e il dominio imperialista che opprimono i popoli.
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Questo sabato, 6 marzo 2021, in occasione della giornata internazionale di solidarietà con il prigioniero politico Dimitris Koufontinas, in sciopero della fame da gennaio, e per denunciare la persecuzione criminale del potere greco contro gli attivisti incarcerati, Georges Abdallah ha fatto uno sciopero della fame in solidarietà durante tutta la giornata.
Dimitris Koufontinas è un membro dell’organizzazione rivoluzionaria greca del 17 novembre, che prende il nome dalla repressione assassina di un movimento studentesco contro la dittatura dei colonnelli.
Ricordiamo che il 13 novembre 1973, gli studenti del Politecnico di Atene avevano chiesto la caduta della dittatura dei colonnelli. Il movimento è cresciuto fino al 17 novembre, quando diverse altre università del paese sono insorte. Il regime decise allora di inviare i suoi carri armati per attaccare il movimento di protesta: la repressione lasciò circa 27 morti e diverse centinaia di feriti. Il regime cadde meno di un anno dopo.
Il movimento rivoluzionario antimperialista del 17 novembre nacque alla fine degli anni ’70 in riferimento a questi eventi e Dimitris Koufontinas fu una delle sue figure emblematiche.
Dal 2002, Dimitris Koufontinas sta scontando una condanna a vita. Dall’8 gennaio 2021, è in sciopero della fame e della sete dal 22 febbraio per chiedere il ricongiungimento familiare. Ora è in condizioni critiche.
Nel frattempo, in Spagna, un rapper comunista, antifascista e antirealista viene represso dalla monarchia e dagli eredi del franchismo per averli sfidati in alcune delle sue canzoni, per aver preso posizione contro la Costituzione del 1978 ereditata dal periodo franchista e per aver dato il suo appoggio ai prigionieri politici dello Stato spagnolo.
Pablo Hasél è stato condannato a nove mesi di prigione per tweet “insultanti” contro la monarchia e la polizia. E questo martedì, 16 febbraio 2021, il rapper catalano è stato arrestato dalla polizia catalana in una grande operazione per estrarlo dall’Università di Lleida in cui si era barricato dopo la sua condanna da parte della giustizia borghese dello stato spagnolo.
Da allora, la mobilitazione a sostegno del rapper è cresciuta in tutto lo Stato spagnolo e soprattutto in Catalogna, dove ogni notte si sono scatenate rivolte popolari per chiedere il rilascio di Pablo Hasél.
Esprimiamo la nostra piena solidarietà a Dimitris Koufontinas e Pablo Hasél e facciamo appello a manifestare pubblicamente il nostro sostegno a questi due prigionieri politici ma anche a tutti i prigionieri politici e rivoluzionari partecipando al presidio in programma per domenica 14 marzo 2021, alla stazione Menilmontant di Parigi.
Libertà per Dimitris Koufontinas!
Libertà per Pablo Hasél!
Libertà per Georges Abdallah!
Libertà per tutti i prigionieri politici e rivoluzionari!
Fanno parte delle nostre lotte! Noi siamo parte delle loro lotte!
Fonte
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