Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/09/2024

Frankie Hi-Nrg Mc (1997) La morte dei miracoli

Facile dire oggi "rap italiano". Leggendo le classifiche degli ultimi dieci anni, a balzare agli occhi, oltre all'incredibile svolta "autarchica" che ha relegato ormai le star internazionali nelle retrovie, è proprio l'affollamento impressionante di rapper nelle posizioni di vertice. Il linguaggio hip-hop è diventato così pervasivo, nella scena musicale nazionale, da violare anche santuari ritenuti un tempo inaccessibili, come, sul versante pop, il Festival di Sanremo e, su quello della canzone d'autore, il Premio Tenco, espugnato già da Caparezza nel 2014 e conquistato nel 2022 da Marracash senza neanche troppo clamore. D'altronde la frase "i rapper sono i nuovi cantautori", che all'inizio poteva suonare provocatoria, è diventata ormai quasi un luogo comune, a conferma di come ciò che inizialmente poteva apparire, se non oltraggioso, inconsueto, risulti oggi del tutto commestibile. Nel frattempo, lo stesso rap italiano ha smesso le vesti più ruvide e intransigenti, avvicinandosi progressivamente (e a volte spudoratamente) a quell'itpop che ormai domina ogni contesto. In sintesi: l'Italia ha metabolizzato il rap, oppure quest'ultimo si è omologato ai modelli nazionali dominanti, a seconda di come la si voglia vedere.

Facile oggi, dunque, certamente molto meno nell'anno 1992 in cui inizia ad farsi conoscere un occhialuto nerd intellettuale di nome Francesco Di Gesù, per gli amici Frankie Hi-Nrg Mc.

Di origini siciliane, nato a Torino e cresciuto tra Caserta e Città di Castello, Frankie Hi-Nrg Mc è attivo fin dagli albori del movimento hip-hop italiano, o almeno da quando quel movimento sotterraneo inizia ad attecchire presso un pubblico più ampio e, soprattutto, lo si inizia a declinare nella lingua di Dante. Non si tratta di un semplice processo di traduzione linguistica ma di adattamento a una cultura e a una società differenti che, inizialmente, rifiutano l'idea stessa di poter fare rap italiano e preferiscono tributare i fondatori statunitensi, percepiti (non senza ragione) come inarrivabili. Il vero scoglio da superare, quello che simbolicamente rappresenta l'appropriazione della cultura hip-hop da parte del nostro paese, è principalmente linguistico. Ritrovare nel dizionario i corrispondenti dello slang statunitense, attingendo quando possibile alla cultura giovanile e al serbatoio inesauribile delle creazioni locali, informali eppure spesso molto efficaci. Intercettare il gergo per farlo dialogare con lo slang, e poi metterlo alla prova inserendolo nei brani: la prova del fuoco, insomma, è riuscire a rappare in italiano. Ci sono dei tentativi negli Ottanta, come la Devastatin' Posse di Torino, ancora troppo acerbi, e poco altro, in termini di album e brani. Se escludiamo brani demenziali come "Faccia da pirla" (di Charlie, 1988) o l'approdo sanremese degli Aeroplanitaliani con "Zitti zitti (il silenzio è d'oro)" nel 1992, l'unica eccezione rilevante, aspramente discussa quando non totalmente dimenticata, nascosta spesso come qualcosa che susciti vergogna e imbarazzo, è quello del guascone sorridente conosciuto come Jovanotti, cioè Lorenzo Cherubini, destinato a un successo di dimensioni e trasversalità tipicamente pop. Altra carriera e altro mondo musicale, rispetto al nostro Francesco Di Gesù.

Nel 1992 Frankie irrompe sulla scena con un singolo che è un devastante atto d'accusa contro l'intera società italiana, col suo sistema di collusioni e corruzioni dilaganti: "Fight Da Faida", con il suo peculiare uso del marranzano e con un testo diviso tra italiano e siciliano. Il rapper si presenta da subito come un artista impertinente, anticonvenzionale, libero. Al punto da mettersi perfino contro quei centri sociali autogestiti (CSA) che, all'alba del decennio Novanta, facevano da cassa di risonanza per gli aspiranti paladini dell'hip-hop nazionale, rifiutando un contatto con il mercato. Non c'è da stupirsi, allora, se nello stesso anno quel nerd dagli occhiali spessi come fondi di bottiglia, figlio di un ingegnere elettronico e di una ex-insegnante di Italiano ed egittologa, sarà anche chiamato a fare da supporter per leggende dell'hip-hop mondiale come Run Dmc e Beastie Boys durante il loro tour italiano.

Dopo quel folgorante brano d'esordio, arriva l'album "Verba Manent", il primo di hip-hop italiano a essere stato pubblicato per una major, la Bmg. È un peccato che gli integralisti non perdoneranno mai, una breccia tra l'hip-hop, sacro e puro, e il mercato, consumistico e infetto.

"Verba Manent" è un lavoro che consacra Frankie come uno dei più importanti esponenti dell'intero movimento hip-hop italiano, grazie ai suoi testi intelligenti, arguti e velenosi, imbevuti di rime geniali e di impegno sociale, e alle sue basi funk dinamiche e incalzanti, ispirate agli anni Ottanta statunitensi. Prezioso anche l'apporto di Dj Style, al quale viene affidato il processo di missaggio, decisivo nel costruire le tessiture che fanno da fondale allo scatenato flow, sempre forbito e torrenziale, dell'artista torinese.

Oltre all'epica "Fight Da Faida", trovano posto in scaletta brani destinati a imprimersi nella memoria collettiva, come la militante "Faccio la mia cosa", l'inno da rave "Disconnetti il potere", a un passo dal big beat dei Prodigy, il proto-rap retrò di "Omaggio Tributo Riconoscimento" - dedicato agli Otierre, band di Varese antesignana dell'hip-hop tricolore, destinata a diventare una new sensation nazionale insieme agli Articolo 31. Spettacolare anche il sample dei King Crimson di "Elephant Talk" su "Potere alla parola", filastrocca in apnea tutta costruita su spiazzanti cambi di tempo, con strofe fulminanti. Testi duri e raffinati al tempo stesso, che sembrano guardare più a fenomeni internazionali come Public Enemy e Rakim che alle posse dei centri sociali che stanno spuntando come funghi in tutto lo Stivale.

Come si diceva, infatti, i centri sociali sono il megafono ideale del rap underground italiano, quello che non andava (ancora) in tv. Tra 1991 e 1994, infatti, contribuiscono alla diffusione su scala nazionale dell'hip-hop. Il centro sociale autogestito diventa un luogo dove consolidare la propria conoscenza dell'hip-hop, fare rete sociale e organizzare i primi eventi, ispirati certamente dalle idee che abitavano questi luoghi fra i due decenni. Se l'hip-hop è nato nei quartieri poveri di New York, nel marcio della capitale del mondo del secondo Novecento, allora la versione e derivazione italiana nasce nei CSA di una manciata di città universitarie, con un'ispirazione quasi sempre antagonista, sinistrorsa, extra-parlamentare. Dal milanese Leoncavallo al napoletano Officina 99, dallo Zapata di Genova al Corto Circuito di Roma e all'Asilo Politico di Salerno, le posse (termine inglese che sta per "gruppo", "collettivo", "giro") si moltiplicano. I grandi spazi, le capacità organizzative e l'attitudine do it yourself li rendono i luoghi ideali per le lunghe session d'improvvisazione hip-hop e alcune crew puntano a sostituirsi a (e confondersi con) i messaggeri di punk, hardcore, reggae e ska, abitanti prediletti delle realtà occupate.

Anche il movimento studentesco della "Pantera", esploso tra il 1989 e il 1990, fornisce un grande impulso a tutta la scena, soprattutto a quella romana, in cui si affermano fenomeni come Assalti frontali e Colle der fomento (vicino ai quali gravita un giovane Piotta). E così i centri sociali diventano luoghi più aperti, frequentati anche da persone estranee a quella realtà politica e magari semplicemente interessate ad ascoltare quelle sonorità. Musica nuova per il nostro paese, in cui la cultura hip-hop era lentamente penetrata durante gli anni Ottanta grazie al primo tour mondiale di Afrika Bambaataa, attraverso la trasmissione su canali privati locali di alcune pellicole statunitensi dedicate al movimento, quali per esempio "Beat Street" (1984), "Style Wars" (1983) e soprattutto il lungometraggio del 1983 "Wild Style".

Ma Frankie Hi-Nrg Mc, pur destinato a rimanere nella storia come uno dei capofila di quella generazione, sfoggia in realtà l'approccio più moderno di tutti. Da rapper e cantautore al tempo stesso. Da musicista, capace di creare architetture sonore ben più articolate e melodiche della concorrenza. Da artista totale, si direbbe. Non è un caso, allora, che un gigante del cinema come Vittorio Gassman lo voglia al suo fianco per produrre parte della colonna sonora dello spettacolo "Camper", da lui stesso interpretato insieme al figlio Alessandro al Festival dei due mondi di Spoleto.

Segue una pausa in cui Di Gesù raccoglie le idee per il suo nuovo album, restando volutamente lontano dai riflettori (se si eccettua la serata del 25 aprile 1995, quando insieme al celebrato sassofonista Michael Brecker, vincitore di 15 Grammy Awards, suona "La cattura" in piazza Plebiscito a Napoli). Ed è una pausa quantomai opportuna, perché prelude a quello che resterà in assoluto il suo capolavoro.

Quando esce "La morte dei miracoli", nel 1997, il rap ha ormai varcato i confini delle classifiche italiane e non fa più paura. Ha esaurito la spinta più intransigente e barricadera dei suoi progenitori, si è mescolato con mille altri stili e linguaggi. Secondo alcuni, la sua magia si è dissolta quando ha iniziato a inseguire una nuova hit, un nuovo trend. La breccia è diventata una voragine, la crepa nel muro che divideva l'hip-hop dal mercato ha comportato una commistione tra un mondo che era, nella sua struttura, ancora underground e un improvviso e crescente interesse del mainstream, dalle case discografiche alle radio, fino al cinema e alla televisione generalista. I cortocircuiti sono numerosi: la scena, che in una prima fase ha accolto positivamente l'afflusso di soldi e mezzi, è diventata progressivamente più ostile, aggressiva perché apparentemente depredata della sua libertà creativa, della sua potenza espressiva. Di più, nel fagocitare l'hip-hop italiano, l'informazione di massa ha confuso questa musica con altre realtà sonore, dal raggamuffin all'hardcore-punk fino allo ska e al punk (!), trasformando una novità in una massa informe di suoni apparentemente accomunati più dai luoghi di provenienza, i già citati centri sociali, che qualche elemento del sound. Ancora oggi, la legge non scritta che il vero hip-hop sia quello con un messaggio sociale e politico permane presso il pubblico non più giovane ed è frutto di questo imprinting.

All'epoca delle "posse", quindi, ne segue una in cui una guerra intestina ammala la scena poco dopo che un mercato si è creato e ha guadagnato un peso considerevole su tutti i media. La presunta purezza della scena precedente ai grandi successi commerciali vorrebbe ribadire l'esistenza di un hip-hop italiano a prescindere dall'incontro con il mercato e la contaminazione con il pop. Chi si oppone a questa crociata viene spesso messo ai margini. Dj Gruff sarà uno dei portabandiera di questa battaglia contro i "sucker", con risvolti che hanno contribuito a immaginare una qualche forma di hip-hop puro, pensato per i cultori e gli iniziati, totalmente incompatibile con il grande pubblico.

Fra le ragioni di questa insofferenza c'è il modo famelico e disorganizzato, superficiale e poco informato con cui la stampa, la televisione e soprattutto la discografia italiana hanno saputo raccontare, onorare, aiutare il genere nel suo passaggio alla maturità. Se, insomma, queste idee legate alla mancanza di contaminazione con il grande pubblico e con il mercato in senso ampio possono sembrare, col senno di poi, ottuse e miopi, è da valutare anche il peso che hanno avuto le deludenti esperienze di interpretare, raccontare e organizzare l'hip-hop da parte dell'industria dell'informazione e della musica.

Il 1994 è l'anno in cui i due mondi giungono, virtualmente, a scontrarsi: l'hip-hop creativo e inedito dei Sangue Misto entra nella storia con "SxM" mentre in classifica troviamo "Serenata rap" di Jovanotti. Nel giro di un paio di anni, la bolla dell'hip-hop italiano si è gonfiata così tanto che è evidente che debba scoppiare, sotto la pressione di troppi singoli pop-rap, crossover vari e carriere fugaci, costruite per spremere il possibile da questa musica prima che l'industria musicale e dell'intrattenimento possano passare ad altro. Tra una "Tranqi funky" degli Articolo 31 e una strofa rap infilata alla bell'e meglio nei brani pop, la materia originale viene diluita così tanto da risultare al contempo ubiquitaria eppure inconsistente. Certamente, resiste un underground fiero e senza compromessi, ma la "terra di mezzo" diventa un luogo inospitale, dove il rapper di turno si espone alle critiche incrociate: fuori dal trend e quindi obsoleto per il mercato trasversale, reo di aver perso la purezza originaria per gli oltranzisti (all'epoca spesso etichettati come "estimatori", da contrapporre ai suddetti "sucker").

Frankie Hi-Nrg è ben consapevole di tutto questo. E va ancora oltre. Puntando su tonalità più cupe, amare e riflessive, racconta a modo suo quell'Italia aggressiva, incattivita e ipocrita per la quale prova un misto di disprezzo e rabbia. Mentre la scena troppo spesso fatica a mettere a fuoco quello che succede al suo interno e tutt'intorno, intontita da un'esplosione d'interesse inaspettata, Frankie guarda al quadro ampio. E lo fa con un brano, "Quelli che benpensano", destinato a rimanere nella storia della canzone nazionale, non solo in quella del genere. Quando parte il groove ansiogeno della base - un sample in loop di Ice One, che aveva scoperto quel brandello di tromba strozzata in un brano jazz-funk di Jimmy McGriff ("Blue Juice") - si intuisce subito di essere al cospetto di un singolo-killer. Ma è solo all'ascolto del testo che il brano si conficca inesorabilmente nella mente e nel cuore, attanagliando l'ascoltatore in quel groviglio di rime colme di solenne indignazione snocciolate a mo' di mantra-invettiva:

La posta in gioco è massima, l'imperativo è vincere
E non far partecipare nessun altro
Nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro
Niente scrupoli o rispetto verso i propri simili
Perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili
Sono tanti, arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti...
Fanno quel che vogliono si sappia in giro fanno
Spendono, spandono e sono quel che hanno
Poi l'altro colpo di scena, il ritornello cantato da Riccardo Sinigallia, all'epoca membro dei Tiromancinoe guru della scena romana. Parole sentite, sincere, scolpite nel granito:
Sono intorno a me, ma non parlano con me
Sono come me, ma si sentono meglio.

In una manciata di versi, perfettamente scanditi da vero funambolo della parola, Frankie tratteggia un quadro da incubo dei "nuovi italiani" del dopo-Tangentopoli, quelli che pensano che il peggio sia passato (o sia semmai a carico degli altri) e sono soltanto intenti a dominare, prevaricare e scavalcare il prossimo, senza provare alcun senso di colpa ("si sentono meglio"). È il j'accuse definitivo del rapper contro la borghesia cinica e opportunista che ha fatto affari, ha corrotto, rubato e scalato posizioni sociali senza scrupoli ("Come lucertole s'arrampicano/ E se poi perdon la coda la ricomprano") trovando solo nella ricchezza, nel potere e nell'apparenza la propria ragion d'essere. Anche se superficialmente ostenta ideali e convinzioni spirituali puramente di facciata ("Ognun per sé, Dio per sé/ Mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica/ Mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano/ Altrimenti le altre mani chissà cosa pensano/ Si scandalizzano/ Mani che poi firman petizioni per lo sgombero"). Sono gli aspiranti yuppie che, nell'era dell'esplosione della tv satellitare, sfoggiano i loro nuovi status-symbol ("In costante escalation col vicino costruiscono/ Parton dal pratino e vanno fino in cielo/ Han più parabole sul tetto che San Marco nel Vangelo"), vivendo al di sopra delle proprie possibilità e affidando a fiumi di cocaina e alcol il compito di farli evadere dalla realtà ben più misera contro la quale inevitabilmente si schianteranno ("Tiratissimi, s'infarinano, s'alcolizzano/ E poi s'impastano su un albero/ Nasi bianchi come Fruit of the Loom/ Che diventano più rossi d'un livello di Doom").

A contribuire alla popolarità di "Quelli che benpensano" sarà anche un videoclip da antologia, con Frankie hi-nrg e Sinigallia che ciondolano la testa in taxi, a spasso per una Roma desolata di periferia, in mezzo a nuovi mostri metropolitani: un insolito caso di una canzone italiana dello scorso millennio con oltre cinquanta milioni di visualizzazioni su YouTube.

Il brano, che nel 1998 vince anche il Premio Italiano della Musica (PIM) come canzone dell'anno, diverrà anche oggetto di innumerevoli cover: sarà reinterpretato anche da Fiorella Mannoia, Caparezza, Jovanotti e Marracash, divenendo di fatto una nuova pietra miliare della canzone di denuncia italiana, seppur aggiornata al tempo dell'hip-hop e seppur inserita in una visuale ben più ampia della semplice protest song. Una invettiva che, in fondo, non risparmiava anche i sedicenti progressisti, che avevano appena conquistato la guida del paese con il primo governo di centrosinistra composto anche da post-comunisti. E chissà che non sia rivolto anche a loro quell'iniziale riferimento alla perdita d'innocenza e alle promesse non mantenute ("In molti casi siamo noi a far promesse/ Senza mantenerle mai se non per calcolo").

Ma non è solo quel singolo da ko immediato a far brillare "La morte dei miracoli". In una scaletta di ben quattordici brani - inclusi incipit, "outcipit" e quattro interludi - Frankie dispiega tutta la potenza e la fluidità del suo political-hip-hop, calato nella realtà malata dell'Italia degli anni Novanta, con i suoi versi pungenti e sottili, ricchi di metafore ma capaci sempre di andare dritti al punto. Fustigando tutte le malefatte e le cattive abitudini di un paese avvelenato dalla violenza e dal razzismo. Una "corte dei miracoli" di disastrati, poveri nell'anima e nel corpo, destinati, come suggerisce il titolo del disco, alla morte.

Ecco allora l'inquietante parabola di "Accendimi", che ammonisce sulla dipendenza televisiva in una sorta di versione più cupa de "La strana famiglia" di Giorgio Gaber. Se il cantautore milanese la buttava in farsa facendo cantare a Ombretta Colli (futura forzista inconsapevole): "Pronto, pronto, pronto, stiam diventando tutti coglioni/ Pronto, pronto, pronto con Berlusconi o con la Rai", Frankie mette a fuoco soprattutto il potere ipnotico e manipolatorio del tubo catodico: "Ti dico quel che vuoi, ti mostro come sei/ accendimi la bocca e ti vedrai/ nel mondo nella scatola/ e vivere una favola potrai/ se resterai a casa senza uscire mai". La lugubre "Giù le mani da Caino", invece, sposta il mirino sulla pena capitale e sui loro sostenitori, con un incedere funereo dettato dalla chitarra:

Ma ancora non è nato il delinquente
che veda nella pena della morte un deterrente
E spesso capita di fare fuori un innocente come niente
E questo me lo chiami un incidente?
Boia dal cappuccio trasparente vivi nell'anonimato
Immune dal peccato, signore incontrastato della tua mediocrità
Orfano del dubbio, testa nella sabbia: vittima della tua stessa rabbia
Non meno duri i versi di "La cattura", crossover funk imbottito di beat e scratch, che parte subito con un folgorante incipit - "Sono solo, braccato come un cane e non mi muovo, se abbaio muoio" - seguito da una sequenza di parole incalzante come un thriller:
L'adrenalina sale in un flash
e spalanco le ganasce in un grido silenzioso
e l'angoscia di colpo si mette a riposo
perché c'è la morte, di cuoio, con una frusta
Ingoio la saliva e me la gusto
e se questa dunque deve essere la mia ora
dico: prego, dopo di lei Signora
E se "Il beat come anestetico" quantomeno aumenta i giri e l'euforia, con un battito pulsante e contagioso, il mantra intimista di "Autodafé" ripiomba in un vortice di più cupo pessimismo, puntellato nel refrainda un campionamento di Ice One:
In cattiva compagnia soprattutto se sto solo
Negativo come i G in una picchiata
Prendo il volo, salgo, stallo e aspetto il peggio
Che non sta nella caduta ma nell'atterraggio
Come dice Hubert
Malato immaginario più di quello di Molière
Sono il mio gregario e mi comporto da Salieri
E non chiedermi il perché
Che come il Tethered quando perdo il filo poi non mi puoi più riprendere

Pienamente riusciti anche skit spiazzanti come "Cubetti tricolori" e "Manovra a tenaglia", decisamente avveniristici per il periodo. E se "Cali di tensione", con beat quadrato e scratch, avvicina Frankie alla cosiddetta "scena", "Fili" osa ancora, campionando addirittura "Questione di feeling" di Mina-Cocciante, per una nuova disincantata riflessione sui rapporti sociali.

Pietra angolare e cuore nero del decennio dorato dell'hip-hop, "La morte dei miracoli" è un'istantanea spietata dei mali dell'Italia dell'epoca, ma forse anche di ogni epoca. Un'opera che si rivelerà di enorme ispirazione per i rapper più raffinati e forbiti a seguire: si era già detto, ad esempio, di Fabri Fibra, ma si potrebbero citare, ad esempio Caparezza e Murubutu, legati a Frankie dalla propensione alla velocità, alla verbosità, all'utilizzo di strofe lunghe e di versi che costringono a esercizi respiratori intensivi. Uno stile che il rapper ha mutuato dai suoi maestri hip-hop d'oltreoceano: "In parte utilizzo il metodo tradizionale dell'hip hop: prendo una base che mi piace e ci scrivo sopra - ha raccontato Di Gesù in un'intervista - Ma sono abbastanza elastico, le fasi possono anche non svolgersi in quest'ordine". Il suo rap/spoken-word è un fiume in piena, verboso e squadrato, ma senza mai "bisogno di riempire il minutaggio": forse anche per questo è sopravvissuto alle varie mode e ondate della cosiddetta "scena rap italiana".

Inserito da Rolling Stone Italia alla posizione numero 39 della classifica dei cento dischi italiani più belli di sempre, "La morte dei miracoli" sarà ristampato in varie riedizioni, a cominciare da quella del 1998 con l'aggiunta di quattro tracce bonus. Il 10 marzo 2017, in occasione dei suoi venti anni, è stato ripubblicato in formato Lp dalla Sony Music.

La successiva carriera di Frankie Hi-Nrg Mc proseguirà all'insegna di una produzione piuttosto parca: solo cinque album in trent'anni, nessuno rilevante quanto i primi due. Negli ultimi anni 90 l'hip-hop italiano annaspa, sfuma, tramonta o si rinchiude in nicchie sempre più asfittiche, sperimentali, visionarie. A inizio millennio, la morte annunciata da Frankie sembra essersi tristemente avverata e questo rende la successiva rinascita, anche sul fronte commerciale, un colpo di scena che ha pochi paragoni nella musica italiana.
Negli anni, Frankie ha alternato al suo mestiere di musicista anche quello di conduttore televisivo, per la stagione 2004 di Brand:new su Mtv e per il programma Street Art sul canale SkyArte nel 2013. Si è anche tolto lo sfizio di fare l'attore, nel film "I più grandi di tutti" di Carlo Virzì (2011).

Nel frattempo, la sua opera di analisi sociale a colpi di rime hip-hop va avanti tra luci e ombre, con una progressiva, pericolosa tendenza a una retorica un po' demagogica, distante dall'arguzia pungente e chirurgica dei primi lavori. Niente, comunque, potrà mai scalfire l'importanza del suo ruolo nell'evoluzione del rap italiano, di cui resta uno dei pionieri e maestri indiscussi. Con buona pace di quelli che benpensano.

Fonte

02/12/2023

Musica in Italia (e non solo): come provare a uscire dalla palude?

Puntuali come le lenticchie nel cotechino, le classifiche di fine anno di Spotify aprono il classico dibattito su cosa sono stati gli ascolti degli italiani negli ultimi mesi e dove potrebbero andare in futuro. Certo, visto il protrarsi asfittico della musica rap made in Italy, per usare un’espressione cara ai governanti di oggi, c’è poco da stare tranquilli. Il primo dato che emerge suggerisce infatti stasi, dato che Sfera Ebbasta si conferma ancora una volta l'artista più ascoltato d'Italia sulla piattaforma streaming per antonomasia. Complice il nuovo album appena uscito, che il nostro sito ha salutato attraverso la recensione di Antonio Silvestri con un sonoro 5, condiviso a mani basse da chi vi scrive, il rapper, superstar, influencer e imprenditore di Cinisello Balsamo ha comunque sia bissato un successo più prevedibile dell’ennesimo pallone d’oro dato a Messi. Mentre su scala mondiale quella cosa un tempo chiamata hip-hop fatica a riemergere da un lento e fisiologico declino, che negli States ha già evidenziato un nuovo andazzo, arrendendosi all’irraggiungibile Taylor Swift, che svetta davanti a Bad Bunny, The Weeknd, Drake e Peso Pluma.

Insomma, le cose fuori dai confini italiani cambiano e si orientano verso il pop mainstream. E anche questa è una notizia. E invece i Maneskin? Anche quest’anno la band più divisiva sui social network si conferma il gruppo italiano più ascoltato all’estero, seguita dai Meduza e da Ludovico Einaudi. A scalare, nomi blasonati come quello di Laura Pausini, stabile al sesto posto, che diventa così l’artista italiana più ascoltata su Spotify nel mondo. Ecco, le donne. Spotify ha pensato di dividere tutto in base al sesso. Una scelta che cozza non poco con l’acceso dibattito socio-politico apertosi nel nostro paese nelle ultime settimane e non solo. In questa inopportuna distinzione, l’artista donna più ascoltata nello stivale è una certa ANNA, che guarda caso è anche uno dei volti di Equal, il programma globale di Spotify che promuove la parità di genere e celebra il contributo delle donne nel mondo dell’audio.

Dunque controsensi e paradossi si increspano come onde a riva e finiscono per restituire un senso generale di perdizione nel marasma di una scena sempre più affollata di controfigure create ad hoc e nei palazzi milanesi dell’industria discografica. È dunque un quadro generale stantio che mette anche un po’ di tristezza, visto che elettronica tout court, disco music, cantautorato, rock e dintorni restano alla porta e vengono salutati dai più (giovani) come generi alieni, mentre quello che un tempo veniva comunemente inteso come underground si raccoglie intorno a figure come Daniela Pes, che ovviamente (e per fortuna, direbbero i più snob) dista diversi megaparsec dai piani alti di Spotify, il che espone tutta la ciurma degli ascoltatori di “musica alternativa” a un ulteriore e impietoso confronto/scontro generazionale, dai toni sempre più inopportuni e talvolta imbarazzanti.

C’è poi Sanremo con il suo bel carico di singoli virali che inondano ogni cosa nei primi sei mesi dell’anno. Guarda caso quest’anno se ne contano ben tre di brani sanremesi nella top ten delle canzoni, guidata così com’è da “Cenere” di Lazza. Mentre in seconda e terza posizione troviamo “Gelosa” (feat. Shiva, Sfera Ebbasta, Guè) di Finesse e “Vetri neri” di Ava, ANNA (ci risiamo) e Capo Plaza. E ancora “Come vuoi” di Geolier, altro mattatore del 2023 secondo Spotify, e “Quevedo: Bzrp Music Sessions, Vol. 52 di Bizarrap” e Quevedo. La top ten delle canzoni è quindi anch’essa una questione tutta italiana, con il rapper di Secondigliano appena citato che addirittura figura tre volte. Suo è infatti anche l’album più ascoltato, “Il coraggio dei bambini”, seguito da “Sirio” di Lazza e “La Divina Commedia” di Tedua. Dunque ancora rap, rap e rap. O comunque qualcosa di vagamente simile a quella cosa diffusasi dal Bronx oltre l’Atlantico a suo tempo.

A questo punto, la domanda, come direbbe Antonio Lubrano, presentatore che il 99% degli ascoltatori abituali di Spotify siamo sicuri non ricorderebbe neanche di striscio, nasce spontanea: quando usciremo da questa palude? Se i conti tornano e il nostro paese continua a mostrarsi provincia dell’Impero, ne verremo fuori tra almeno due anni, ossia quando il declino dei rapper, già iniziato negli States da qualche tempo dopo anni di dominio assoluto, inizierà a manifestarsi anche dalle nostre parti. Meglio tardi che mai, direbbero gli amanti del “ruock” alternativo e i cinquantenni sui social. Questa però è una faccenda ancor più complicata, perché se l’ondata rap ha una sua connessione intrinseca con i sistemi di fruizione contemporanei dell’ascolto, è altrettanto vero che c’è una fetta alquanto silenziosa e importante che se ne frega e a Spotify preferisce molto altro, a cominciare dai vinili delle star del k-pop. È una trincea tutta da scoprire. Non tanto per sfizio ma per poter sbirciare almeno per qualche secondo nella pianta della scarpa e salutare con gioia quel fottuto sassolino.

Artisti più ascoltati in Italia

1. Sfera Ebbasta
2. Geolier
3. Lazza
4. Shiva
5. Guè
6. Tedua
7. Marracash
8. Pinguini Tattici Nucleari
9. Capo Plaza
10. thasup

Artiste più ascoltate in Italia

1. ANNA
2. Taylor Swift
3. Madame
4. Annalisa
5. Elodie
6. Rose Villain
7. Shakira
8. Rosalía
9. Lana Del Rey
10. Rihanna

Artisti italiani più ascoltati all’estero

1. Måneskin
2. MEDUZA
3. Ludovico Einaudi
4. Gabry Ponte
5. Antonio Vivaldi
6. Laura Pausini
7. Eros Ramazzotti
8. Gigi D'Agostino
9. Andrea Bocelli
10. Baby Gang

Le canzoni più ascoltate

1. “Cenere” di Lazza
2. “Gelosa (feat. Shiva, Sfera Ebbasta, Guè)” di Finesse
3. “Vetri Neri” di Ava, ANNA e Capo Plaza
4. “Come Vuoi” di Geolier
5. “Quevedo: Bzrp Music Sessions, Vol. 52” di Bizarrap e Quevedo
6. “Hoe (feat. Sfera Ebbasta)” di Tedua e Sfera Ebbasta
7. “X Caso (feat. Sfera Ebbasta)” di Geolier e Sfera Ebbasta
8. “Il Male Che Mi Fai (feat. Marracash)” di Geolier e Marracash
9. ”Supereroi” di Mr.Rain
10. “Tango” di Tananai

Gli album più ascoltati

1. “Il coraggio dei bambini” di Geolier
2. “Sirio” di Lazza
3. “La Divina Commedia” di Tedua
4. “Milano Demons” di Shiva
5. “Fake News” dei Pinguini Tattici Nucleari
6. “c@ra++ere s?ec!@le” di Thasup
7. “Materia (Prisma)” di Marco Mengoni
8. “Madreperla” di Guè
9. “Rave, eclissi” di Tananai
10. “10” di Drillionaire

Fonte

06/02/2017

Capire gli anni ’10. Bello Figo “dabba” un paese stanco

Intorno al 2012 Gucci Boy fa uscire “Mi faccio una seGha”.
 
uno più uno uomo non fa sei / entro nella stanza e mi faccio le
seghe / entro nella storia come Giulietta e Romeo / le faccio
cosi bene, mi merito un trofeo

A oggi il pezzo ha circa tre milioni di visualizzazioni. Al tempo il web se ne è occupato brevemente, come si è occupato in generale del cosiddetto “LOL Rap”: ragazzini senza particolari abilità musicali che trovano nel rap la più facile valvola di sfogo. Il rap è storicamente il più immediato e replicabile stile musicale; basta una base trovata su youtube e poca fantasia.

Purtroppo, finito il periodo delle crew storiche degli anni ’90, il movimento hip hop italiano si rivela oggi molto superficiale: una manciata di grossi – nemmeno poi tanto – nomi che scimmiottano (con scarsi risultati) certi modelli americani, prendendone solo quello che il mainstream fa passare. Per i ragazzini nativi digitali il rap è lusso, droga e donne oggetto, in ordine e quantità variabile: i vari Gucci Boy dei primi anni ’10 parlano di questo. A lungo il fenomeno non ha destato attenzione e i media mainstream hanno preferito ignorarlo, concentrati come sono a trascurare ogni cosa che non sia autoriferita.

Nel 2016 Matteo Salvini si rivela ispiratore di testi per Gucci Boy, noto ora come Bello Figo, e esce “Non Pago Affitto”. Il web ride, come ha fatto fino ad ora, i media ignorano, tutti sono sereni. Nel dicembre 2016 Bello Figo viene invitato alla trasmissione “Dalla vostra parte”. Con lui, Alessandra Mussolini, qualche operatore delle cooperative che si occupano di migranti, e poco altro. Il copione della trasmissione è il solito: migranti che rubano il lavoro, migranti in piscina, wi-fi gratis, cellulari, televendite e scarpe firmate. Bello Figo sbanca tutto nel momento in cui “dabba” in faccia alla paonazza Mussolini. É in quel momento che nasce, per i media ufficiali, la mitologia di Bello Figo: il negro che si permette di non essere oggetto ma che diventa soggetto.

Bello Figo non è un migrante da accogliere e curare e non è una figura folkloristica che suona i bonghi alle feste antirazziste. É un adolescente, strafottente come gran parte degli adolescenti che scelgono (o non scelgono) di essere contro. La totalità delle reazioni a Bello Figo, dopo che è stato assunto come simbolo del Male, oscilla dal “dannoso per i migranti buoni” (cit. le anime belle che vogliono governare i fenomeni migratori prendendo come esempio un ragazzino che non è venuto con la barca come dice ma, più probabilmente, in aereo insieme ai genitori adottivi) al “merita la morte, troverà pane per i suoi denti, negro di merda, italia agli italiani, portare rispetto” (cit. i vari fascismi).

Bello Figo viene (giustamente?) preso sul serio: rivendica, più o meno consapevolmente, il diritto di essere un adolescente, superficiale, sboccato e anche sessista. Il problema, non serve nasconderlo, è che è nero. Nella musica ci sono centinaia di artisti, giovani o meno, con testi pessimi che, a differenza di Gucci Boy, si prendono sul serio. Quelli, evidentemente, non sono un problema per molti: le fiche bianche possono essere scopate e trattate male solo da Marco Ferradini e Vasco Rossi, del referendum costituzionale possono parlare solo Jovanotti e Ligabue, la droga la devono mangiare tutta Lapo Elkan, la Dark Polo Gang e Gianluca Grignani. Ma non un negro.

Di certo sarebbe opportuno e necessario un discorso sul significato e l’impatto culturale dei testi della musica pop. Ma, per favore, non può partire da Bello Figo. Nel 2017 Bello Figo è diventato una realtà, anche musicale, conosciuta con tutto quello che comporta: management, soldi, visibilità iper-amplificata. Purtroppo molti concerti (Brescia, Mantova, Legnano, Roma...) sono stati annullati dopo minacce fasciste: il negro non deve esibirsi.

A Livorno il The Cage Theater, il principale locale per concerti della città, ha annunciato per il prossimo 4 marzo una data; Bello Figo è diventato di colpo oggetto di discussione sia sul web che nei bar. Le reazioni sono state, sorprendentemente, migliori del previsto: alcuni troll fascisti che vivono solo sulla rete minacciano, alcuni lamentano una mancanza di dignità artistica che svilirebbe il locale (in passato ho visto “suonarci” i Soulfly visibilmente sovrappeso e svogliati e una stonatissima Violante Placido: si tratta del libera tutti), altri sbrigativamente sostengono che non deve suonare perché è un coglione e non ci interessa: come sempre, meglio occuparci d’altro e lasciar passare quello che non ci piace capire o analizzare.

La maggior parte delle reazioni però, va detto, sono state positive: spesso le persone sono meno ingenue di come ci viene raccontato e molti riescono a capire come Bello Figo riesca a rovesciare e far cortocircuitare tutti gli stereotipi che sono in bocca alla maggioranza non più silenziosa. Non occorre andare ad analizzare la vasta produzione di Gucci Boy dal 2012 ad oggi; è sufficiente mettere in rima il TG5 e condirlo con estratti a caso di un qualsiasi testo di un rapper minore dell’America rurale. Prenderlo sul serio come autore è inutile e dannoso: fa perdere di vista il cuore della questione che resta la legittimità di un ragazzetto di sbeffeggiare un paese morto dentro.

Toto Barbato, direttore artistico del The Cage, sostiene che Bello Figo sia l’oggetto più punk in giro attualmente: lo è, nel momento in cui vomita in faccia a tutti, in maniera sgraziata e violenta, tutto quello che non vogliamo sentirci dire da chi deve essere, per motivi genetici, minoranza innocua. Dopo qualche giorno di dibattito web (che, fisiologicamente, è più violento di un dibattito reale: i fascismi a Livorno non hanno per ora libertà di parola in pubblico) e dopo l’annullamento della data romana in seguito alle minacce del gruppo di estrema destra Azione Frontale, il The Cage rilancia e annuncia di pensare a spostare la data in un luogo più grande, coinvolgendo artisti di fama nazionale e facendo diventare la data una “giornata dello Sberleffo antirazzista”. Per chi scrive la data deve essere fatta al The Cage e deve esserne garantito lo svolgimento, anche non in tranquillità. Livorno, città che ama riempirsi la bocca di una mentalità piratesca, deve essere diversa dall’Italia della provincia grigia e chiusa: deve dare spazio a chi vuole dire qualcosa, anche in modo sgangherato. Deve riuscire a capire cosa succede intorno (e il web è intorno) e cercare una strada da riempire di contenuti, se riesce. Poi, per tornare al pop, deve essere fatto perché i ragazzini adorano Bello Figo. A loro non interessa che sia nero, vivono costantemente insieme ad altri ragazzini di tutte le etnie e, nonostante i genitori, non si fanno grossi problemi. Bello Figo è un linguaggio comune, ed un linguaggio prima di essere cancellato e deriso va capito. Se i ragazzini parlano e capiscono quel linguaggio è colpa di chi non ha saputo trasmettere o far evolvere il proprio e del fatto che oggi si raccontano le migrazioni solo come un problema da gestire e non come un movimento di soggettività diverse.

I testi di Bello Figo (sui Marò, il referendum costituzionale, Beppe Grillo, Berlusconi, Renzi, Hitler, Isis, Mussolini, Barbara D’Urso ecc…) non possono essere presi sul serio, ma va preso sul serio il replicarsi del fenomeno e, nonostante tutto, occorre trovare il modo per entrarci in contatto, risolvendo le contraddizioni che questo porta con sé.

Per Senza Soste, Luis Vega

14/04/2014

Cover


In principio era il verbo, gerundio, Innuendo,
Il giocoliere dei pianeti in pieno allenamento,

Caparezza unisce attraverso "gerundio" la prima parte del verso, citazione tipicamente biblica, con la prima Cover del testo, Innuendo dei Queen, 1991, la cui copertina è proprio un giocoliere di pianeti.


creò la terra, fragile come quella degli Yes,

Trova un senso la citazione biblica del primo verso, si parla della Genesi: Il giocoliere dei pianeti, Dio, ha creato una terra Fragile, come nel disco degli Yes!



Leggenda come Bob nel very best.

Dio ha creato un luogo destinato a diventare leggenda, anzi, la casa di tutte le legende, come Legend, l'album postumo con tutte le canzoni più famose di Bob Marley and the Wailers. Oppure il lemma leggenda vuole essere una critica al creazionismo tutto? Quindi che sia leggenda il biblico racconto della creazione della terra da parte di Dio? ( grazie della segnalazione a OsiaN dal blog ufficiale di Caparezza)


Poi l'uomo e la donna nudi Two Virgins,
9 mesi e l'ostetrica: "Su, spingi!"


Quindi il nostro Capa ci parla della creazione dell'uomo e la donna, ovviamente nudi, come nella copertina del primo album da solista di John Lennon insieme a Yoko Ono, "Unfinished Music no.1, Two Virgins"; ed ecco il secondo verso del pezzo senza citazione, con il racconto della nascita di un ipotetico Caino, essenzialmente per ragioni di rima.


Dal piacere sconosciuto e condiviso,
il mio cuore pulsa come la pulsar dei Joy Division.


Questo è uno dei versi capolavoro del brano: dal piacere sconosciuto e condiviso, quello del sesso riproduttivo, diventa "Unknown Pleasures", album dei Joy Division, la cui copertina (cover) è il primo pulsar della storia. CP 1919. Applausi.


Il parto nella piscina è andato bene, sai?
Ci ho trovato pure il dollaro di Never Mind.


Nasce questo ipotetico pargolo, in una piscina, quella della copertina del disco "NeverMind" dei Nirvana, in cui appunto troviamo un neonato che nuota, e un dollaro, aggiunto da Kurt Cobain alla già provocatoria Cover.


Per i fumetti il primo dei miei tragitti,
signora Janis mi dia le strips di Cheap Thrills!


Ogni distico di questo brano è un capolavoro: il bambino cresce e si interessa ai fumetti, un fumetto è la copertina di Cheap Thrills, l'album di Big Brother and the Holding Company con Janis Joplin. Ma la copertina originale di quest'album era una foto di tutti i componenti della band nudi su un letto: ecco perché le "mi dia le strips"! Tra l'altro deduciamo anche le prime esperienze autoerotiche del protagonista del brano.


In classe mangio una banana che mi dà,
quindici minuti di notorietà, Underground Velvet.


Le prime esperienze a scuola del pargolo di "Cover": come i ragazzetti che si filmano mentre mangiano una banana per avere mi piace su Facebook, così la banana di Andy Wahrol disegnata per il disco "The Velvet Undergorund and Nico", che nella prima produzione era un adesivo: togliendolo si poteva scorgere una banana rosa, simbolo eroticamente fallico. Inoltre, Il nostro Capa cita una celebre frase di Wahrol - per la cronaca anche produttore artistico degli UV: " In futuro, ognuno avrà 15 minuti di notorietà". ( grazie della correzione a Giuliano Mormone)


Foto di gruppo, ma non vedrai rappers,

Piccola anticipazione tipica del buon Capa, il vero capolavoro metaforico si trova nel secondo dei versi di questo distico, ma diciamo che la citazione a "Foto di Gruppo", album del 1998 di Bassi Maestro ( rap per i meno esperti), rappresenta un gustoso antipasto. ( grazie della segnalazione a Kevin Boulos)


la mia scuola si chiama Sergent Pepper's.

A scuola sono di rito le foto di gruppo, la copertina dell'ottavo album dei Bealtes "Sergent Pepper's Lonely Heart Club Band" è una vera e propria foto di gruppo della band di Liverpool con tutti i personaggi che più hanno ispirato la loro vita e la loro produzione. Ecco, nella ipotetica foto di gruppo di Caparezza, non potremmo trovare rappers, perché i riferimenti culturali e artistici di Caparezza sono del tutto lontani dal genere in cui ancora molti cercano di circoscriverlo. La sua scuola è quella di Sergent Pepper's!


Ritornello:

Cover,
I was born and I grew up,
I was there under the Cover
I raise my hands and I realize
that all my life was on a Cover


Tutte le citazioni delle copertine di questo brano, Cover, trovano un significato di critica sociale, come in tutte le canzoni di Caparezza, nel ritornello: tutta la vita della maggior parte degli abitanti di questa terra è nascosta sotto una patina opaca, quella dell'inoriginalità; viviamo sotto la coperta delle esperienze di chi è più grande di noi, i grandi artisti, i grandi personaggi, e per cercare gloria tentiamo di copiarli. Una critica tagliente al fenomeno delle Cover Band, più richieste di quelle che scrivono pezzi loro; una osservazione ferocemente veritiera, la nostra vita è un ripetersi ossessivo di ciò che è già stato, quasi un eterno ritorno nicciano.

Crescere diventa una tortura come col Vodoo,
ho gli occhi del ragazzino di War, U2.
meno sognanti, più disillusi, più tristi.


Continua la vita del pargolo di Cover, e crescere diventa una tortura come la pratica afro del Vodoo. Caparezza continua le citazioni delle copertine degli album, ed ecco la copertina di War degli U2, in cui un bambino mostra i suoi occhi disillusi e tristi nei confronti dell'orrore della guerra.


Il mondo mi dà le spalle come Bruce Springteen.

La vita dell'adolescente è dura, la vita e il mondo danno le spalle a chi è in difficoltà, come Bruce Springsteen nell'album "Born in the Usa". ( grazie della correzione a Marco Melaranci)


Paura del mondo che non cede,
demoni sugli alberi come gli Iron Maiden.


Oltre a dare le spalle, il mondo dell'adolescente di cover mette paura, è buio e oscuro: i demoni del terrore di vivere si manifestano al giovane come quello dell'album " Fear of the Dark" - paura del buio appunto- del 1992 degli Iron Maiden.


Nella dannata adolescenza che ora mi dipinge
come un cazzone con i jeans Sticky Fingers.


Il giovane danna la sua adolescenza, e nella parola polisemantica "cazzone" si esprime il capolavoro di questo distico: cazzone in gergo vuol dire nullafacente, persona poco seria e sempre pronta all'ozio e al divertimento - come del resto sono "dipinti" tutti gli adolescenti oggigiorno - ma è anche l'accrescitivo di cazzo; infatti troviamo una raffigurazione di un grosso fallo racchiuso nei jeans nella copertina dell'album Sticky Fingers dei Rolling Stones, ancora ad opera di Andy Wahrol.


Tutto ciò che so
è che bramo il microfono dell'Eminem Show.


L'adolescente di Cover cresce e comincia a desiderare il successo dei suoi idoli, come già anticipato nella esegesi del ritonello; il giovane comincia a bramare le luci dei riflettori, tutte puntate sul microfono nella copertina dell'album "The Eminem Show" del 2002.


Suonare musica per le masse
da casse rosse come quelle dei Depeche Mode.


Il cantautore pugliese usa l'alliterazione della S per evidenziare il desiderio crescente del giovane di diventare un idolo, un simbolo per le masse, come l'album "Music for the Masses" dei Depeche Mode con gli altoparlanti rossi in copertina.


Fare concerti così fighi che li rivedrei,
tra rock e circo Doors Strange Days


Questa parte di Cover è meno interessante dal punto di vista semantico e letterario, ma è molto efficace per le rime e la musicalità delle parole, citati anche i Doors che nella copertina dell'album "Strange Days" mescolano rock e circo.



Hot Rats, capelli ricci, da dove sbuchi?

Aumenta il ritmo delle citazioni, tanto che è difficilissimo seguire l'andamento del testo, ma ci siamo qui noi appositamente! Qui si cita il disco "Hot Rats" dell'idolo del Capa, Frank Zappa, per il quale la copertina è appunto rappresentata da Zappa che sbuca da una piscina!


 Non lo so, ma sono esploso, Green Day, Dookie.

Non si sa da dove è sbucato il buon Caparezza, ma sappiamo che è esploso con Fuori dal Tunnel, Verità a Supposte, come esplode la città nella copertina dell'album "Dookie" dei Green Day.


Ritornello.

Gli adulti sono grassi e malinconici,
spesso prendono granchi più dei Prodigy.


La terza fase della canzone è dedicata all'età adulta, e non può che essere ancora più disfattista e malinconica delle prime due. Gli adulti sono brutti, sbagliano, e quando sbagliano spesso è difficile rimediare, e prendono granchi come nella copertina dell'album "The Fat of the Land" dei Prodigy, (fat-grassi).


Ma io mi spezzerei la schiena in ogni kermesse,
pur di fare un passo avanti come i Madness.


La vita dell'artista ormai adulto è dura, ogni situazione è propizia per fare anche un solo piccolo passo avanti, come nella copertina dell'album "One Step Beyond" - appunto un passo avanti - dei Madness.


Ho un bel sound, ma poi lo perdo,
e passo l'estate a dar da mangiare alle capre, Pet Sound.


Caparezza ci mette del suo in questo distico, criticando l'album Pet Sounds dei Beach Boys, che fu uno degli album meno venduti anche se tra i più apprezzati dalla critica britannica, di cui il titolo viene proprio dal fatto che nelle prime demo c'erano numerosi versi di animali. Ci sta dicendo - con Cover - che i BB hanno perso il loro sound caratteristico con questo album? E che è tipico di molti band e artisti perdere il proprio mood?


Infelice mi imbarco in uno di questi Boeing,
che si schianterà pilotato dai Beastie Boys.


Poco da commentare su questo distico, la canzone sta perdendo la straordinaria carica metaforica delle prime due strofe, rimangono le straordinarie skills di Salvemini nel citare le più disparate copertine, ecco infatti "Licensed to III", l'album dei Beastie Boys con ii Boeing in copertina.


Infatti perde quota e qui rischio,
l'espressione del primo disco dei King Crimson.


La paura dell'adulto che ha iniziato il progetto sbagliato e vede precipitare le sue ambizioni è raffigurata dall'espressione del primo disco dei King Crimson, "In the Court of the Crimson King".


Mi metto a pregare, ma dall'84 il mio angelo è fuori a fumare,
con i Van Halen.


Non resta che pregare all'adulto, ma nemmeno il suo angelo custode lo assiste, visto che è fuori a fumare come nella copertina dell'album "1984" dei Van Halen.


Casomai mi cercaste, sono tra le carcasse di Master of Puppets.

Termina la vita dell'artista, e troviamo la bara del protagonista di Cover tra quelle dei morti in guerra di "Master of Puppets" dei Metallica.



Come uno spettro veglierò su di voi
dalla faccia oscura della luna dei Pink Floyd.


La canzone non muove solo nella sfera della vita terrena dell'artista disperato, ma anche in quella ultraterrena: anche da morto, il protagonista di Cover continua a vivere del riflesso dei suoi idoli, continua ad essere il riflesso di una vita che non è sua, non è originale, ma è solamente il tentativo di plagio di quelle altrui.
E come chiudere questa splendida canzone se non con uno degli album più belli della storia della musica, " The Dark Side of the Moon" dei Pink Floyd.


Vi ringrazio per l'attenzione, e spero che vi abbia interessato e vi abbia stupito questa lunga e sorprendente esegesi del primo estratto dall'album "Museica" di Caparezza, "Cover"!

Fonte

22/08/2013

Dimmi dimmi tu


"E inoltre testimonio che il tuo patrimonio in termini di comprendonio ammonta a meno di un centesimo del vecchio conio" Perla!

17/02/2012

2030

Il 17 febbraio del 1992 il socialista Mario Chiesa veniva arrestato al Pio Albergo Trivulzio di Milano mentre incassava una mazzetta. Un episodio che diede inizio alla stagione dell'inchiesta Mani Pulite, che contribuì a far crollare il sistema partitico della Prima repubblica. Vent'anni dopo, la corruzione dilaga ancora. Ma la politica ha sviluppato gli anticorpi.

Piercamillo Davigo, è indicato per la comprensione tecnica dell'argomento, gli Articolo 31 per una profezia (in merito ai vent'anni appena trascorsi e probabilmente ai vent'anni futuri) a più ampio respiro.



PS: dispiace verificare che i decenni hanno lasciato intatto solamente Davigo...