Francesco Merlo, su Repubblica, dà sfogo a tutta la sua boria di leccaculista di regime inventando la categoria del “cretino antitifoso”.
Ora, siccome il regime non c’è, Merlo ha semplicemente fatto la figura del piccione viaggiatore, che nella zampetta reca un messaggio patetico: chi critica l’uso politico della Nazionale non vuole ammettere che la Coppa Uefa è filo-governativa.
C’è della tristezza in questa visione: ammette, senza neanche rendersene conto, che il calcio, da tempo, non è più uno sport, ma religione che idolatra il dio marketing.
In cui una nota bevanda analcolica americana e una famosa birra olandese si compiacciono di convivere senza farsi problemi. Allo stesso modo in cui tifo e consenso politico possono stare insieme, senza farsi troppi scrupoli.
Perché a quelli come Merlo le due cose sono utili e necessarie, servono a compiacere sia la proprietà del giornale che i suoi interlocutori politici: non importa che essere tifoso è la negazione di essere sportivo; e che la ricerca del consenso non è esattamente una pratica democratica.
Se si sostiene che vincere una coppa di calcio salva la reputazione di un governo forse qualche problema c’è. E sta tutto nella politica, nel governo, nel giornalismo e anche nel calcio italiani.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/07/2021
13/07/2021
Italia-Inghilterra, o del "survival football"
di Massimo Zucchetti
Ora che sono passate alcune ore dall’anglomachia che ci ha posto sul tetto d’Europa, proviamo a guardare la partita con occhi meno accecati dalla giustissima esultanza (ahò, che sei ‘nglese? No? E allora perché nun esurti quanno vinceno l’azzuri????)
Le seriazioni statistiche lasciano il tempo che trovano, in ogni caso in tutta la partita gli inglesi hanno fatto num. 2 (due) tiri in porta, di cui uno entrato dopo tre minuti di gioco.
Alla luce della scarsissima incisività della loro azione offensiva nel primo tempo, e la loro completa sparizione dalla nostra metà campo nel secondo, possiamo tranquillamente considerare quel golletto iniziale come un episodio.
Episodi che una qualsiasi squadra degna di laurearsi Campione d’Europa, giocando in casa a Wembley – dicesi a Wembley – con un totale di 6 partite su 7 in casa, pioggia a catinelle che notoriamente favorisce certi inamabili scarponi (per informazioni rivolgersi a Chiesa e Jorginho) avrebbe dovuto gestire sul velluto, raddoppiando almeno per spegnere un avversario tecnicamente ed atleticamente (sissignori, incredibile, vero?) superiore.
Invece hanno lasciato agli ospiti un umiliante possesso di palla del 62%, concedendoci 17 tiri a rete dei quali 5 nello specchio, e inopinatamente capitolando solo per l’avventuroso goal dell’immenso Leo Bonucci.
Lo stesso Bonucci (anni 34) che scherzava gli attaccanti inglesi con nonchalanti disimpegni di nuca verso Donnarumma.
Per asfaltare le velleitarie punte inglesi sono bastati lui e King Kong Chiellini, 70 anni in due, fino a farli sembrare dei fulmini di guerra, che chi segue la Juventus sa non esser più vero da un pezzo, purtroppo.
La partita era votata dagli dei del calcio per gli inglesi, che hanno avuto tutto, ma proprio tutto in loro favore. Compresi ben due rigori sbagliati dai nostri inconcussi eroi rigoristi, cioè Gallo Belotti (che mi sta molto simpatico, vista la squadra in cui deve giocare, povera anima) e finanche Jorginho che mai aveva sbagliato in carriera.
Chi ha memoria ricorda che nel 2006 fu fatale alla Francia UN rigore sbagliato da Trezeguet.
Qui invece gli inglesi dal molle piedino erano pieni di paura, tanto da esaltare e far sembrare impenetrabile il nostro Gigio, che è sì il miglior portiere al mondo, ma che innanzi a un rigore tirato come diocomanda non avrebbe potuto che andare da una parte, e la palla nel sacco dall’altra.
Non è stata fortuna, dunque. Fortuna hanno avuto gli inglesi ad arrivare immeritatamente ai rigori grazie al golletto iniziale, mentre noi abbiamo sciupato parecchio, ma poi, “Leo ve callò la boca” con lo spago.
Fortuna hanno avuto a battere i rigori nella porta sotto la curva inglese scatenata. Ne hanno sbagliati tre – diconsi tre – su cinque. Grazie a quale scherzo del destino avrebbero dovuto vincere?
Casomai, la Spagna poteva vincere in semifinale con noi, per non parlare del rigore-fantasma con il quale gli inglesi hanno eliminato i danesi, terza miglior squadra del torneo dopo Italia e Spagna.
Il calcio è sì sport, ma è anche ludus simile a quello degli animali predatori che cacciano in branco, e si riduce a volte ad una lotta per la sopravvivenza all’ombra ognuno del proprio campanile, difendendo e attaccando, stringendo i denti: survival football, appunto.
L’Italia è stata la più brava a sopravvivere, a non perdere contro una squadra migliore (parlo della Spagna) ed a ribaltare con fin troppa fatica una partita già segnata come quella di domenica sera, contro dei padroni di casa tutto sommato mediocri.
Fabio Capello, l’uomo che espugnò Wembley per la prima volta nel lontano novembre 1973 con un gol al 42° del secondo tempo, ride di cuore, nero sugli aranci: indica in Federico Chiesa il nostro miglior virgulto: ma erano altri tempi, c’era Zoff in porta, poi Facchetti, Rivera, Romeo Benetti e Tarcisio Burgnich, Causio e Gigi Riva. L’ultima grande impresa dei messicani.
Ma ora come allora, battere gli sbiaditi pronipoti dei Maestri del calcio, a casa loro, davanti a 60.000 spettatori uheggianti, con un gol di svantaggio e sotto la pioggia, in una finale, conviene al nostro discreto orgoglio.
Dissi in tempi non sospetti che Roberto Mancini era nocchiero inflessibile e che era uno bravo, che sapeva di calcio e che otteneva risultati: chiediamo che in futuro i nostri CT siano tutti della sua cifra tecnico-tattica, come Lippi, mica come quello là, di cui abbiamo la Ventura di non ricordare il nome, che allenava il Torinocalcio.
Ho detto.
Fonte
Ora che sono passate alcune ore dall’anglomachia che ci ha posto sul tetto d’Europa, proviamo a guardare la partita con occhi meno accecati dalla giustissima esultanza (ahò, che sei ‘nglese? No? E allora perché nun esurti quanno vinceno l’azzuri????)
Le seriazioni statistiche lasciano il tempo che trovano, in ogni caso in tutta la partita gli inglesi hanno fatto num. 2 (due) tiri in porta, di cui uno entrato dopo tre minuti di gioco.
Alla luce della scarsissima incisività della loro azione offensiva nel primo tempo, e la loro completa sparizione dalla nostra metà campo nel secondo, possiamo tranquillamente considerare quel golletto iniziale come un episodio.
Episodi che una qualsiasi squadra degna di laurearsi Campione d’Europa, giocando in casa a Wembley – dicesi a Wembley – con un totale di 6 partite su 7 in casa, pioggia a catinelle che notoriamente favorisce certi inamabili scarponi (per informazioni rivolgersi a Chiesa e Jorginho) avrebbe dovuto gestire sul velluto, raddoppiando almeno per spegnere un avversario tecnicamente ed atleticamente (sissignori, incredibile, vero?) superiore.
Invece hanno lasciato agli ospiti un umiliante possesso di palla del 62%, concedendoci 17 tiri a rete dei quali 5 nello specchio, e inopinatamente capitolando solo per l’avventuroso goal dell’immenso Leo Bonucci.
Lo stesso Bonucci (anni 34) che scherzava gli attaccanti inglesi con nonchalanti disimpegni di nuca verso Donnarumma.
Per asfaltare le velleitarie punte inglesi sono bastati lui e King Kong Chiellini, 70 anni in due, fino a farli sembrare dei fulmini di guerra, che chi segue la Juventus sa non esser più vero da un pezzo, purtroppo.
La partita era votata dagli dei del calcio per gli inglesi, che hanno avuto tutto, ma proprio tutto in loro favore. Compresi ben due rigori sbagliati dai nostri inconcussi eroi rigoristi, cioè Gallo Belotti (che mi sta molto simpatico, vista la squadra in cui deve giocare, povera anima) e finanche Jorginho che mai aveva sbagliato in carriera.
Chi ha memoria ricorda che nel 2006 fu fatale alla Francia UN rigore sbagliato da Trezeguet.
Qui invece gli inglesi dal molle piedino erano pieni di paura, tanto da esaltare e far sembrare impenetrabile il nostro Gigio, che è sì il miglior portiere al mondo, ma che innanzi a un rigore tirato come diocomanda non avrebbe potuto che andare da una parte, e la palla nel sacco dall’altra.
Non è stata fortuna, dunque. Fortuna hanno avuto gli inglesi ad arrivare immeritatamente ai rigori grazie al golletto iniziale, mentre noi abbiamo sciupato parecchio, ma poi, “Leo ve callò la boca” con lo spago.
Fortuna hanno avuto a battere i rigori nella porta sotto la curva inglese scatenata. Ne hanno sbagliati tre – diconsi tre – su cinque. Grazie a quale scherzo del destino avrebbero dovuto vincere?
Casomai, la Spagna poteva vincere in semifinale con noi, per non parlare del rigore-fantasma con il quale gli inglesi hanno eliminato i danesi, terza miglior squadra del torneo dopo Italia e Spagna.
Il calcio è sì sport, ma è anche ludus simile a quello degli animali predatori che cacciano in branco, e si riduce a volte ad una lotta per la sopravvivenza all’ombra ognuno del proprio campanile, difendendo e attaccando, stringendo i denti: survival football, appunto.
L’Italia è stata la più brava a sopravvivere, a non perdere contro una squadra migliore (parlo della Spagna) ed a ribaltare con fin troppa fatica una partita già segnata come quella di domenica sera, contro dei padroni di casa tutto sommato mediocri.
Fabio Capello, l’uomo che espugnò Wembley per la prima volta nel lontano novembre 1973 con un gol al 42° del secondo tempo, ride di cuore, nero sugli aranci: indica in Federico Chiesa il nostro miglior virgulto: ma erano altri tempi, c’era Zoff in porta, poi Facchetti, Rivera, Romeo Benetti e Tarcisio Burgnich, Causio e Gigi Riva. L’ultima grande impresa dei messicani.
Ma ora come allora, battere gli sbiaditi pronipoti dei Maestri del calcio, a casa loro, davanti a 60.000 spettatori uheggianti, con un gol di svantaggio e sotto la pioggia, in una finale, conviene al nostro discreto orgoglio.
Dissi in tempi non sospetti che Roberto Mancini era nocchiero inflessibile e che era uno bravo, che sapeva di calcio e che otteneva risultati: chiediamo che in futuro i nostri CT siano tutti della sua cifra tecnico-tattica, come Lippi, mica come quello là, di cui abbiamo la Ventura di non ricordare il nome, che allenava il Torinocalcio.
Ho detto.
Fonte
12/07/2021
Una botta di culo non fa primavera...
Che culo! Alla parata decisiva di Donnarumma sull’ultimo rigore, il pensiero è esploso nella testa di tutti i membri dell’establishment italiano ed europeo.
Traspariva evidente nelle smorfie sorridenti di Mattarella, madame Cristillin e Valentina Vezzali, in tribuna d’onore. Ma era immaginabile anche sui volti di Mario Draghi e della stessa Ursula von der Leyen, che si era spinta qualche ora prima a tifare Italia contro quei dannati inglesi che avevano voluto e ottenuto la Brexit.
Che culo! Dopo due minuti sembrava tutto finito. Gli europei al potere demoralizzati nel vedere che il paese calcisticamente egemone nel Vecchio Continente era quello che se n’era andato fuori da un assetto istituzionale coercitivo e strampalato.
Gli italiani al potere in subappalto già preoccupati per il mancato “effetto cocaine” sulla popolazione che deve – e soprattutto dovrà – subire gli effetti delle scelte che stanno compiendo. E di cui si cominciano a vedere i risultati, intanto come licenziamenti di massa.
E invece, piano piano, con calma e metodo – due virtù assai poco italiche, a livello di classe dirigente – una squadra normale, senza grandi campioni (a parte un portiere inquietante per efficacia e dimensioni), ha riportato la situazione in parità, gestendo e imbrigliando i presuntuosissimi inglesi, talentuosi e individualisti, fino a non far vedere loro palla per lunghi minuti.
Poi, come si dice, “la lotteria dei rigori”, dove ci vuole talento e culo, fifty-fifty. Il talento per buttarla dentro o cacciarla fuori, il culo per veder finire sul palo una palla a portiere spiazzato.
La differenza calcistica tra le due squadre, a voler essere brutali, si riduce a quella palla mandata da Rashford sul legno. Pickford e Donnarumma ne hanno parati due a testa.
Come si dice, questo è il calcio. Puoi tenere palla per il 70% del tempo e perdere per un rimpallo, puoi meritare tanto e non ottenere niente, un episodio – nel bene o nel male – decide tutto ed è inutile castellarci una morale sopra.
Lo sanno meglio di tutti calciatori e allenatori, abituati ad essere osannati o vilipesi per un dettaglio in più o in meno, per una questione di centimetri.
E invece, parata la botta timida di Saka, ecco esplodere la retorica patriottarda (solo nello sport, se no sei un “sovranista”), l’uso della sofferta vittoria sportiva come “prova” che “finalmente” il paese è “sulla strada della ripartenza”. Mescolando tutto, come se un palo fortunato valesse quanto o più di una riforma delle assunzioni nella sanità pubblica che grida vendetta e metterà in ginocchio un settore decisivo. Cocaina per tutti, ballate per strada e non pensate ad altro...
È prassi. Ogni potere celebra le vittorie sportive in questo modo. Per il fetecchioso potere italico, però, per questa borghesia pezzente e compradora, sempre disposta al pianto per fottere lo Stato e i lavoratori, queste vittorie arrivano sempre come inattesi – insperati e immeritati – doni dal cielo.
Che culo! Appunto...
Era stato così per il fascismo impelagato nella guerra d’Etiopia e in crisi economica dopo aver cercato di difendere “quota 90” (il cambio della Lira nei confronti della Sterlina inglese; e aridaje...), che incassò due titoli mondiali mentre firmava il “patto d’acciaio” con Hitler e si avviava alla sanguinosa fine, con l’avventura bellica più violenta della Storia (fin qui...).
Ed era stato di nuovo così nel 1982, a sugello di una torsione autoritaria che aveva messo fine agli anni ‘70 a forza di ristrutturazione produttiva, tortura e carceri speciali.
Ed è stato di nuovo così nel 2006, quando si cominciavano a fare i primi conti con l’adozione della moneta unica fatta a un tasso di cambio suicida, il raddoppio dei prezzi a stipendi fermi e precarietà in crescita esponenziale (anche se mai come adesso).
È di nuovo così ora, con un governo a due strati che deve riscrivere la struttura dei rapporti sociali distruggendo quel poco che era sopravvissuto a 30 anni di privatizzazioni-liberalizzazioni che hanno prodotto aumento della povertà, scomparsa delle grandi aziende pubbliche regalate ai privati (Telecom e Alitalia su tutti), precarietà di massa, salari di merda che si vorrebbero ancora più bassi (al di sotto del pur miserabile “reddito di cittadinanza”).
Che culo!, per questo potere italico senza meriti né fantasia...
Tira fuori l’insperato da un allenatore molto capace e da una squadra “operaia”, dove tutti pressano come un sol uomo, senza primedonne e “competizione interna”, dove la causa collettiva prevale assolutamente sull’interesse individuale. O meglio: dove l’interesse individuale (la vittoria, un contratto migliore, offerte pubblicitarie, ecc.) si può realizzare solo attraverso il risultato collettivo.
Ossia da un gruppo che ha praticato un logica opposta a quella che l’establishment neoliberista predica ad ogni minuto del giorno. Sperando di avere il culo di trovare una squadra degna di questo nome, che ha meritato il risultato anche al di là dell'“episodio”, dietro cui nascondere meglio il proprio istinto predatorio.
Un titolo europeo vale molto, ma meno di un mondiale. E, soprattutto, quello che questo governo va facendo sta già incidendo sulla carne viva di una massa ogni giorno più vasta.
Sfangheranno l’estate. Poi faremo i conti su quanti licenziati ci saranno stati, quanto si saranno abbassati i salari dei nuovi assunti in sostituzione, con l’assenza di altri ammortizzatori sociali, l’inesistenza di una politica dell’edilizia pubblica (zero soldi, nel PNRR, per questa voce) e una pandemia che rialza già la testa perché sempre affrontata guardando alle preferenze delle imprese anziché alle indicazioni sanitarie (con la criminale collaborazione di diversi scienziati, purtroppo).
Il culo può anche esser tanto, ma non è mai eterno.
Fonte
Traspariva evidente nelle smorfie sorridenti di Mattarella, madame Cristillin e Valentina Vezzali, in tribuna d’onore. Ma era immaginabile anche sui volti di Mario Draghi e della stessa Ursula von der Leyen, che si era spinta qualche ora prima a tifare Italia contro quei dannati inglesi che avevano voluto e ottenuto la Brexit.
Che culo! Dopo due minuti sembrava tutto finito. Gli europei al potere demoralizzati nel vedere che il paese calcisticamente egemone nel Vecchio Continente era quello che se n’era andato fuori da un assetto istituzionale coercitivo e strampalato.
Gli italiani al potere in subappalto già preoccupati per il mancato “effetto cocaine” sulla popolazione che deve – e soprattutto dovrà – subire gli effetti delle scelte che stanno compiendo. E di cui si cominciano a vedere i risultati, intanto come licenziamenti di massa.
E invece, piano piano, con calma e metodo – due virtù assai poco italiche, a livello di classe dirigente – una squadra normale, senza grandi campioni (a parte un portiere inquietante per efficacia e dimensioni), ha riportato la situazione in parità, gestendo e imbrigliando i presuntuosissimi inglesi, talentuosi e individualisti, fino a non far vedere loro palla per lunghi minuti.
Poi, come si dice, “la lotteria dei rigori”, dove ci vuole talento e culo, fifty-fifty. Il talento per buttarla dentro o cacciarla fuori, il culo per veder finire sul palo una palla a portiere spiazzato.
La differenza calcistica tra le due squadre, a voler essere brutali, si riduce a quella palla mandata da Rashford sul legno. Pickford e Donnarumma ne hanno parati due a testa.
Come si dice, questo è il calcio. Puoi tenere palla per il 70% del tempo e perdere per un rimpallo, puoi meritare tanto e non ottenere niente, un episodio – nel bene o nel male – decide tutto ed è inutile castellarci una morale sopra.
Lo sanno meglio di tutti calciatori e allenatori, abituati ad essere osannati o vilipesi per un dettaglio in più o in meno, per una questione di centimetri.
E invece, parata la botta timida di Saka, ecco esplodere la retorica patriottarda (solo nello sport, se no sei un “sovranista”), l’uso della sofferta vittoria sportiva come “prova” che “finalmente” il paese è “sulla strada della ripartenza”. Mescolando tutto, come se un palo fortunato valesse quanto o più di una riforma delle assunzioni nella sanità pubblica che grida vendetta e metterà in ginocchio un settore decisivo. Cocaina per tutti, ballate per strada e non pensate ad altro...
È prassi. Ogni potere celebra le vittorie sportive in questo modo. Per il fetecchioso potere italico, però, per questa borghesia pezzente e compradora, sempre disposta al pianto per fottere lo Stato e i lavoratori, queste vittorie arrivano sempre come inattesi – insperati e immeritati – doni dal cielo.
Che culo! Appunto...
Era stato così per il fascismo impelagato nella guerra d’Etiopia e in crisi economica dopo aver cercato di difendere “quota 90” (il cambio della Lira nei confronti della Sterlina inglese; e aridaje...), che incassò due titoli mondiali mentre firmava il “patto d’acciaio” con Hitler e si avviava alla sanguinosa fine, con l’avventura bellica più violenta della Storia (fin qui...).
Ed era stato di nuovo così nel 1982, a sugello di una torsione autoritaria che aveva messo fine agli anni ‘70 a forza di ristrutturazione produttiva, tortura e carceri speciali.
Ed è stato di nuovo così nel 2006, quando si cominciavano a fare i primi conti con l’adozione della moneta unica fatta a un tasso di cambio suicida, il raddoppio dei prezzi a stipendi fermi e precarietà in crescita esponenziale (anche se mai come adesso).
È di nuovo così ora, con un governo a due strati che deve riscrivere la struttura dei rapporti sociali distruggendo quel poco che era sopravvissuto a 30 anni di privatizzazioni-liberalizzazioni che hanno prodotto aumento della povertà, scomparsa delle grandi aziende pubbliche regalate ai privati (Telecom e Alitalia su tutti), precarietà di massa, salari di merda che si vorrebbero ancora più bassi (al di sotto del pur miserabile “reddito di cittadinanza”).
Che culo!, per questo potere italico senza meriti né fantasia...
Tira fuori l’insperato da un allenatore molto capace e da una squadra “operaia”, dove tutti pressano come un sol uomo, senza primedonne e “competizione interna”, dove la causa collettiva prevale assolutamente sull’interesse individuale. O meglio: dove l’interesse individuale (la vittoria, un contratto migliore, offerte pubblicitarie, ecc.) si può realizzare solo attraverso il risultato collettivo.
Ossia da un gruppo che ha praticato un logica opposta a quella che l’establishment neoliberista predica ad ogni minuto del giorno. Sperando di avere il culo di trovare una squadra degna di questo nome, che ha meritato il risultato anche al di là dell'“episodio”, dietro cui nascondere meglio il proprio istinto predatorio.
Un titolo europeo vale molto, ma meno di un mondiale. E, soprattutto, quello che questo governo va facendo sta già incidendo sulla carne viva di una massa ogni giorno più vasta.
Sfangheranno l’estate. Poi faremo i conti su quanti licenziati ci saranno stati, quanto si saranno abbassati i salari dei nuovi assunti in sostituzione, con l’assenza di altri ammortizzatori sociali, l’inesistenza di una politica dell’edilizia pubblica (zero soldi, nel PNRR, per questa voce) e una pandemia che rialza già la testa perché sempre affrontata guardando alle preferenze delle imprese anziché alle indicazioni sanitarie (con la criminale collaborazione di diversi scienziati, purtroppo).
Il culo può anche esser tanto, ma non è mai eterno.
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