Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/08/2020
Abitudini e novità dal Sahel
Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, ci ricorda il libro del Qoelet. Afferma senza timore che c’è un momento per tutto e un tempo per ogni cosa sotto il cielo. Il saggio del libro conclude che tutto è vanità, soffio che svanisce in fretta, come bruma mattutina.
L’autore coglie l’aspetto abitudinario dell’esistenza, la ripetizione di gesti, pensieri, parole e azioni. La cronaca quotidiana è una litania di cose già vissute, risapute, commentate e più volte interpretate. La storia come ciclo che si ripete oppure come segmento che si apre verso l’inedito. Concezioni della vita che si completano e non smentiscono affatto la vanità che accompagna la maggior parte delle umane azioni.
Mettiamo, ad esempio, i naufragi e le morti dei migranti e rifugiati nel Mar Mediterraneo, un dramma di questi ultimi giorni. Appaiono per molti come un’abitudine, una tra le tante, in fretta accantonata per passare in fretta ad altre cose.
Le diseguaglianze ogni volta più consistenti tra Paesi e all’interno dei Paesi, tra una minima classe capitalista transnazionale, e il resto del mondo considerato accidentale periferia o zavorra di cui disfarsi se necessario.
Sono un’abitudine le cifre dei morti per il più pericoloso e marginalizzato dei virus, quello della fame che, secondo Jean Ziegler, ogni cinque secondi uccide un bimbo sotto i 10 anni. Secondo lo stesso autore sono più di 6 milioni, solamente nel 2017.
Ci si abitua al dolore, all’oppressione, allo scandalo dell’esclusione, alla violenza operata su donne, bambini, poveri e non ancora nati. Ci sia abitua alla vita come fosse un mestiere come un altro. Solo vanità.
Nel Sahel ciò a cui non si riesce ad abituarsi è la pioggia. Le riunioni più importanti possono essere annullate e, nel caso foste arrivati, ingenuamente, nel luogo dell’incontro, attenderete invano l’arrivo dei partecipanti. Sarete compianti con un sorriso, come neofiti, ingenui che ancora non sanno cogliere gli usi e costumi di una civiltà. Farete la figura dei barbari che non sanno apprezzare le cose della vita.
Quando piove tutto si ferma e basta. Le piogge raramente durano più di paio d’ore. Vale la pena lasciare liberi gli occhi di guardare la pioggia cadere. Piove, governo ladro, si diceva una volta altrove. Nel Sahel la pioggia è un avvenimento, uno spettacolo da contemplare, un fenomeno sempre unico, un evento irripetibile al quale assistere come in prima visione.
Molti dei temporali, per pudore, accadono di notte, quasi a rendere il mistero ancora più indecifrabile, oppure quando meno lo si aspetta. A poco valgono le previsioni del tempo, introdotte pure qui con sufficiente professionalità, la pioggia sorprende e destabilizza.
Tant’è vero che anche quest’anno i morti per inondazioni si contano a decine e i sinistrati a migliaia senza contare campi e animali e infrastrutture danneggiate. Persino il simbolo del Niger, una giraffa di 25 anni, ha perso la rispettabile vita recentemente nelle stesse circostanze. La pioggia è nel Sahel una delle novità permanenti.
Abitudine deriva dal termine latino ‘habitus’, modo di essere e, nel modo comune di pensare, diventa spesso assuefazione, consuetudine, routine, vizio. Già, un vizio che orienta e ritorna per ‘banalizzare’ in fondo la realtà.
Martedì scorso, per esempio, abbiamo assistito all’ennesimo colpo di stato militare nel vicino Mali. Dall’arrivo nel Sahel di chi scrive è il secondo effettuato nello stesso Paese. Il precedente si perpetrò nel 2012 da una parte dei militari che crearono un ‘Comitato Nazionale per la Restaurazione della Democrazia e dello Stato’ (CNRDS).
Probabilmente gli otto anni passati non sono bastati e per questo si è reso necessario un nuovo colpo di stato militare con a capo il colonnello Assimi Goita. Un altro comitato è stato creato, chiamato più concisamente ‘Comitato Nazionale per la salvezza del Popolo’ (CNSP).
La democrazia ‘tropicalizzata’, con elezioni irregolari che hanno la trasparenza del denaro con le quali sono organizzate, i cambiamenti di Costituzione per rendere indefiniti i mandati presidenziali, le operazioni Covid-19 per organizzarne e distribuirne i fondi internazionali.
Sì, nulla di nuovo sotto il sole del Sahel, come scriveva il saggio del libro a suo tempo, dove c’era un momento per tutto e un tempo per ogni cosa sotto il cielo.
Il Qoelet non poteva immaginare che, nel Sahel, la pioggia e la sabbia, sono le uniche novità che impediscono di abituarsi alla vita.
Niamey, agosto 2020
Fonte
12/08/2018
Sotto la pioggia. Inondazioni e presidenti nel Sahel
Da queste parti lei arriva come un’intrusa. Necessaria come il pane, prevista, attesa e sperata fin dall’inizio dell’anno. La pioggia rimane una sorpresa a cui nessuno in città si abitua. Le strade, i cortili, le zone basse dei quartieri, l’unico sottopassaggio del Paese e il fiume Niger, sono impreparati a riceverla. Solo i bambini, con la consueta perizia, si avventurano a giocare partite di calcio improvvisate sotto la pioggia.
Sono i contadini per ora, invisibili ai più, che l’accolgono con riconoscenza e timore. Rischiano di seminare alla prima parvenza di acquazzone e implorano il dio incaricato di ricordarsi e provvedere la regolarità delle piogge. E’ accaduto più di una volta, infatti, che smetta di piovere e allora una seconda o terza semina sono necessarie, con gli scongiuri necessari ai nemici delle stagioni.
Sotto la pioggia è nel Sahel uno spettacolo da non perdersi per nulla al mondo. Alla prima avvisaglia di temporale si annullano riunioni importanti. I pochi automobilisti intrappolati nel traffico corrono a rifugiarsi sotto i tre cavalcavia della capitale. Le moto si parcheggiano sotto le tettoie che costeggiano le strade. I vigili spariscono coi loro cellulari sempre accesi.
Non siamo soli. Inizio giugno, nella florida capitale economica della Costa d’Avorio, Abidjan, si erano registrati une ventina di morti, circa 200 i feriti e danni materiali ingenti. I giornali parlavano di immagini apocalittiche nelle zone colpite dalle inondazioni. Centinaia di botteghe sono state spazzate via in pochi minuti di piogge torrenziali, non rare nel Paese.
Quasi ogni anno il copione si ripete, con in più gli esperti che ormai predicono, con qualche successo, le inondazioni a venire. Si attendeva infatti una stagione delle piogge particolarmente intensa. Morti e sfollati facevano parte del calcolo, accurato, degli esperti meteo che hanno stilato con perizia il rapporto in questione. La profezia annunciata si è avverata. Nel vicino Mali forti piogge e decessi a Kaye e Naufunké, villaggi dei quali mai si sarebbe parlato senza questi disastri.
Lo stesso è accaduto nel confinante Burkina Faso e non solo nella capitale Ouagadougou. Altri nomi prima sconosciuti, come quello di Gorom-Gorom, si trovano alla ribalta grazie alle piogge abbondanti. Come sempre non mancano i ministri e le prime dame che visitano e assistono gli sfollati, sotto le telecamere.
Anche il Niger, come sempre in queste circostanze, non è stato da meno. Il passato 6 agosto il governo ha annunciato il decesso di 22 persone e circa 50 mila sfollati di cui 2000 nella capitale Niamey. Nulla di troppo strano, se si pensa alle previsioni degli esperti e alla regolarità dell’accaduto. Ancora prima si lamentavano nel Paese la morte di 13 persone a causa delle inondazioni.
Una parvenza di guerra che, come sempre, colpisce i poveri che per vari motivi costruiscono le case in luoghi a rischio. Per loro vivere è già un rischio e dunque mettono in conto e sulla bilancia la precarietà che li accompagna nel quotidiano.
Quanto al Presidente, aveva programmato e il tempo è giunto, di rinnovare il Palazzo Presidenziale. Sarà l’Indonesia a incaricarsi dell’operazione che costerà, secondo il comunicato del vice-ministro degli Esteri indonesiano, 14 miliardi di Franchi, circa 23 milioni di euro. Si tratta, infatti, di un palazzo dell’epoca coloniale che, a tutta evidenza, non è più adatto allo stile presidenziale del momento. Si tratta dell’inizio di una fruttuosa collaborazione tra i due Paesi. Nel futuro si prevedono interventi in ambito commerciale e professionale.
il presidente dietro i vetri un po’ appannatiPer i vetri si può vedere, ma la pipa no. Il nostro Presidente non fuma la pipa come faceva il Presidente Sandro Pertini nella nota canzone di Antonello Venditti del secolo scorso. Tantomeno pensa ai pochi e contesi operai malpagati nel Paese. Non fuma la pipa e, pur essendo dell’area socialista, crede poco agli operai col futuro nella mano. Ci sono in cambio i cinesi e tra non molto gli indonesiani che hanno promesso di terminare i lavori del palazzo in 17 mesi, tra una pioggia e l’altra.
fuma la pipa
il presidente pensa solo agli operai
sotto la pioggia.
stanno arrivando da lontano
con il futuro nella mano
sotto la pioggia
Niamey, agosto 2018, sotto la pioggia
Fonte
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