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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/01/2019

Le deformazioni della società italiana e il “caso Battisti”

Cosa fa emergere il “caso Cesare Battisti” della nostra società? In che modo si intreccia con una stagione politica emergenziale che, lungi dall’essere relegata al passato, mostra il suo volto oggi? Pubblichiamo con piacere il commento di Vincenzo Scalia, criminologo critico e studioso di mafia, docente all’Università di Winchester. Buona lettura!

L’arresto di Cesare Battisti, ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo condannato a quattro ergastoli e latitante dal 1981, che ha sempre proclamato la sua innocenza, ha innescato esiti apparentemente inaspettati. Se da un lato era prevedibile lo show off di Salvini, fattosi addirittura trovare all’aeroporto, dall’altro lato era meno scontata questa atmosfera celebrativa diffusasi dopo lo spargimento della notizia della cattura, sia a livello mediatico, che presso la cosiddetta opinione pubblica democratica. Non perché non si sapesse che presso il centro-sinistra, come in alcuni settori della sinistra radicale, gli alfieri del garantismo penale, per non parlare dei sostenitori dell’innocenza di Battisti, si contassero sulle dita delle mani. Quello che colpisce è l’atmosfera celebrativa che pervade quella parte di opinione pubblica che dovrebbe esprimere qualche perplessità, se non un’aperta opposizione, verso un’operazione che, aldilà delle aberrazioni giudiziarie che la contraddistinguono, politicamente si presta a rinsaldare il consenso verso l’attuale coalizione governativa.

In realtà, l’esultanza dell’opinione pubblica “democratica” ci sembra interpretabile attraverso due prospettive. La prima si rifà a quanto teorizzato da Abdelmalek Sayad (1995) rispetto all’immigrazione. La vicenda di Cesare Battisti rispecchia le deformazioni che hanno attraversato il campo giudiziario e quello politico dell’Italia degli ultimi 40 anni. Innanzitutto Cesare Battisti è stato condannato a quattro ergastoli. Di questi ergastoli uno gli è stato comminato per concorso morale, gli altri in seguito alla dichiarazione “deduttive” di pentiti, uno dei quali ha più volte confessato e ritrattato, un altro riguarda due omicidi (per uno ha avuto l’ergastolo) commessi nello stesso giorno, alla stessa ora, in due città diverse (!).

È evidente come le condanne di Cesare Battisti chiamino in causa l’impianto emergenziale attivato tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, con l’uso spropositato dei pentiti, le carceri speciali, le torture, la somministrazione di condanne sulla base del “concorso morale”, ovvero sulla mera appartenenza a un gruppo eversivo.

In altre parole, attraverso la vicenda Battisti, è possibile realizzare una genealogia del punitivismo e del giustizialismo italiani, perché sul solco tracciato dalla stagione della “lotta al terrorismo” si sono poi impiantati i provvedimenti contro i consumatori di stupefacenti, contro i migranti, si è potuto allargare il 41 bis contro i mafiosi, in un contesto caratterizzato dalla crisi della prima repubblica nel periodo di Tangentopoli. Sotto l’egida della lotta alla corruzione, si è conferita un’autorità morale ipertrofica agli attori del sistema giudiziario-penale e si è schiacciato il pedale sull’acceleratore del securitarismo, pensando di potere governare, assecondandolo, il sentimento di insicurezza che si diffondeva a macchia d’olio nella società italiana. Tra i principali fautori della risposta giudiziario-penale nei confronti di contraddizioni sociali sempre più acute figurano proprio le forze democratiche: fu il PCI a volere la fermezza durante il caso Moro, a spingere per la legislazione di emergenza. Fu il PDS, assieme ad altre forze politiche dello schieramento di centro-sinistra, ad appoggiare in modo quasi acritico la magistratura, sia quando scoppiò Tangentopoli, sia negli anni della battaglia politica contro Silvio Berlusconi.

Ne è conseguita la mancata risoluzione, se non addirittura l’aggravarsi, dei problemi sociali ed economici del Paese. Soprattutto, ne è conseguita la seconda crisi di legittimità del sistema politico in un quarto di secolo, e l’ascesa di forze politiche che hanno seminato e poi raccolto i frutti avvelenati dell’uso politico della giustizia portato avanti in questi anni dalle forze che si richiamavano alla sinistra.

Quindi, disvelare le aberrazioni giuridiche che si celano dietro la vicenda di Cesare Battisti, equivarrebbe a compiere un’autocritica radicale. Recherebbe la conseguenza di innescare la dismissione di apparati e ideologie che ancora oggi sono lungi dallo sparire, e a cui il ceto politico di centro sinistra sopravvissuto al 4 marzo attinge per legittimare la propria sopravvivenza, sperando di riuscire a sfidare l’attuale coalizione sul terreno della legge e dell’ordine. Prima del caso Battisti, la rivendicazione delle politiche restrittive nei confronti dei rifugiati condotte dal precedente ministro dell’interno, sono lì a dimostrarlo.

In secondo luogo, il caso più famoso in cui è implicato Cesare Battisti è quello del gioielliere Pierluigi Torregiani, ucciso in un agguato nel corso del quale il figlio rimase paralizzato per una pallottola che era stata sparata dal padre. La Lega ha trasformato in un vessillo la vicenda della famiglia Torregiani, in quanto il gioielliere, pochi giorni prima di cadere ucciso nell’agguato, aveva estratto la pistola mentre si trovava in una pizzeria milanese, uccidendo un rapinatore appartenente ai PAC, la stessa formazione politica di Battisti.

Ancora una volta, le radici dell’attuale politica italiana affondano nelle vicende degli anni settanta, con il modello di autodifesa fortemente voluto da Salvini incarnato dal gioielliere milanese, coi conflitti trasformati da questioni politiche a questioni di ordine pubblico, per poi sfociare in una escalation hobbesiana con tanto di licenza di uccidere.

Anche in questo caso un’analisi critica e accurata del caso Torregiani, che comunque si credeva legittimato a sparare a freddo in un luogo pubblico per il solo fatto di possedere una pistola, demistificherebbe tutta la retorica leghista che ha pompato il decreto sicurezza.

La seconda, conclusiva, prospettiva analitica, la prendiamo a prestito da Vincenzo Ruggiero (2017), quando nota che la criminalità viene associata con la deprivazione fisica, materiale o psicologica dei criminali, tralasciando così i crimini dei potenti. In questo caso, una parola va spesa per gli intellettuali che negli anni passati, quando si trattava di difendere vittime di errori giudiziari ben introdotti nei circuiti dell’intellighenzia, non esitavano ad organizzare dibattiti pubblici, scrivere libri, firmare petizioni.

Nel caso Battisti, invece, salvo qualche lodevole eccezione, li vediamo al massimo criticare la gestione mediatica della cattura, mentre per il resto aderiscono al coro giubilante per la cattura di un assassino. Non riusciamo a non chiederci se per caso questa differenza di atteggiamento abbia radici nell’origine proletaria di Battisti, nonché nel suo percorso di detenuto per reati comuni politicizzatosi in carcere. Ci auguriamo che la loro ostilità e indifferenza non siano dovuti ad un classismo anche involontario. Nel caso i nostri sospetti fossero fondati, significherebbe che la coscienza civile del nostro Paese è inquinata, ancorché intorpidita. E di questi tempi, di intellettuali à la page non possiamo, e non dobbiamo, proprio permettercene.

* Scalia, V. (2019), Le deformazioni della società italiana e il “caso Battisti”, Studi sulla questione criminale online, consultabile al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2019/01/15/le-deformazioni-della-societa-italiana-e-il-caso-battisti-di-vincenzo-scalia-university-of-winchester

Fonte

19/08/2016

Democrazia costituzionale

Un importante contributo al dibattito in vista del referendum confermativo sulle deformazioni costituzionali ci è venuto, in questi giorni, da un intervento di Roberto Esposito pubblicato nelle pagine culturali di “Repubblica”.

Esposito prende le mosse da quello che lui definisce, all’interno dei sistemi politici occidentali, come l’emergere di un deficit di legittimazione nella frattura che si è aperta tra valori e norme.

Ci troviamo, in sostanza, in una non generica crisi di valori e si ricordano così i passaggi fondamentali dei tre maggiori teorici dello Stato: da Hobbes e la legittimazione del potere statale attraverso il patto tra gli individui che lo istituiscono, a Weber e le sue tre forme di legittimità: la tradizione dell’eterno ieri, il dono di grazia del capo carismatico e la fiducia razionale nelle leggi e, infine, lo Schmitt del principio di autorità che deve prevalere sulla “pura legalità”.

Su questi basi Esposito giudica il dibattito italiano sulle riforme costituzionali inadeguato alla profondità del problema così come questo si presenta nell’incerta “modernità” che stiamo vivendo.

Una “modernità” contesa tra definitività della secolarizzazione e ritorno agli integralismi d’ogni tipo.

Ci troviamo così ben oltre il tema del bilanciamento dei poteri e del cortocircuito tra assetto costituzionale e sistema elettorale (che pure rappresenta un rischio che si corre tra deformazione costituzionale e Italikum).

Secondo Esposito e su questo punto si può davvero concordare, non si può ridurre la legittimità alla governabilità.

A essere in gioco è la relazione tra potere costituente e potere costituito.

Un punto che, nel ventennio dell’infinita “transizione italiana”, è stato fatto passare come il contrasto tra costituzione formale e costituzione materiale, da risolversi a vantaggio della costituzione “materiale” così come questa appariva saldata al principio presidenzialista.

Esposito conclude con quello che, almeno a giudizio di chi scrive, potrebbe essere considerato come un punto di partenza: “Esaurite le sue fonti tradizionali, la legittimazione non è un dato, ma un processo. Essa non serve solo a giustificare i significati già costituiti, ma anche a integrarli con le nuove esigenze che salgono dalla società”.

Da sinistra, allora, il NO alle deformazioni costituzionali non può che ripartire da questa idea della rilegittimazione e del recupero di senso e direzione etica e politica nel rapporto tra norme e valori.

Crisi economiche, innalzamento dei muri, terrorismi non debbono farci dimenticare che la crisi democratica nasce dell’interno stesso del sistema (come sostiene del resto lo stesso Esposito) e che la risposta che ci viene fornita è quella di un pauroso arretramento verso il restringimento della stessa prospettiva di costituzionalità della democrazia.

Non a caso, inizialmente, si era tentata la strada – addirittura – del plebiscito in funzione della legittimazione del regime.

La risposta della sinistra del “NO” deve essere quella proprio della democrazia costituzionale repubblicana, quella della “Repubblica che riconosce”, della centralità dei consessi elettivi e del parlamento in particolare.

Non possiamo però fermarci lì : avremo una campagna elettorale piena di “ingerenze umanitarie” che instilleranno dalle pagine dei giornali della City, della BCE, di Wall Street la paura della “instabilità”.

Bisogna saper affermare che l’instabilità sta dentro a questo sistema e non c’entra nulla con l’esito referendario.

Quella della democrazia “occidentale” è una crisi endemica che trova il suo costante alimento sul piano generale nell’arresto di un processo di globalizzazione fondato sulla crescita delle disuguaglianze e sulla guerra come espressione dell’allargamento dei confini di una presunta democrazia, mai come in questo caso maledettamente sottintesa.

Sul piano interno la crisi della democrazia nasce e si sviluppa nel collocarsi delle forze maggioritarie del sistema fuori dalla Costituzione come sta avvenendo da troppo tempo.

Soprattutto il recupero del rapporto tra norme e valori attraverso difesa e applicazione della Costituzione non può che essere un passaggio di avanzamento di un progetto di ripresa democratica.

Al momento dell’Assemblea Costituente l’idea – forza della sinistra era quella della democrazia progressiva.

“L’idea di uno Stato democratico avanzato basato sul riconoscimento non solo delle libertà e dei diritti politici, ma anche dei diritti sociali, della proprietà pubblica e cooperativa accanto alla proprietà privata, e della programmazione economica. Una democrazia liberale molto diversa da quella prefascista, aperta a trasformazioni di contenuto socialista (le "riforme di struttura") e alla possibilità che la classe operaia, mostratasi la più aderente all'interesse nazionale nella lotta al fascismo e nella guerra di liberazione, si affermasse come classe dirigente del paese.”

Il punto d’approdo della democrazia progressiva sul piano teorico stava però all’interno del concetto di egemonia . “Nel sistema egemonico, esiste democrazia tra il gruppo dirigente e i gruppi diretti, nella misura in cui lo sviluppo dell'economia e quindi la legislazione, che esprime tale sviluppo, favorisce il passaggio (molecolare) dai gruppi diretti al gruppo dirigente.» (Note sul Machiavelli – Gramsci)”.

Naturalmente sono questi esempi di riflessione “storica” e non certo proposizioni immediate, ma indicano il terreno politico – culturale sul quale muoverci per fornire un’identità al “NO” che non sia semplicemente collocata sull’immediatezza del politicismo di basso profilo così come questo viene avanti da parte dei proponenti delle deformazioni costituzionali in questione.

E’ necessario fornire una prospettiva di avanzamento della democrazia: serve anche distinguerci dal basso profilo di chi intende usare il referendum come semplice clava per i propri scopi di potere.

Una sinistra che dica NO proponendo un’aggregazione basata sul recupero della capacità indispensabile per riflettere sulla frattura tra norme e valori e quindi sulla crisi complessiva della democrazia liberale potrebbe rappresentare davvero un passo avanti rispetto alla palude nella quale ci stiamo trovando.

Fonte

28/10/2012

Contro il feticcio della legalità

Avevo appena finito di scrivere il pezzo sugli eccessi del giustizialismo che è arrivata la polemica sugli sgomberi del Lambretta e delle case di San Siro operati dalla questura milanese subito dopo i quali, gli occupanti di San Siro, hanno protestato entrando a Palazzo Marino. La cosa, ovviamente, ha determinato una levata di scudi verso i soliti centri sociali che sono violenti, ricorrono a forme di lotta inaccettabili ecc. sia da parte della destra (e sin qui ci siamo) sia da parte di molti esponenti del Pd che hanno sostenuto che nessuna solidarietà dovesse darsi agli sgomberati, perché non sono accettabili forme di lotta illegali mentre la legalità è un valore assoluto da difendere. In astratto la difesa della legalità è un punto di vista condivisibile, tanto più in un momento in cui la legalità è quotidianamente violata dai poteri forti della finanza, da una casta politica di farabutti e tangentari, dalla grande criminalità organizzata ecc. Ma è proprio questa l’occasione migliore per rimarcare la difesa di questo valore? Ed in concreto come stanno le cose?
Per la verità, non ricordo alcuna epica battaglia di questi esponenti del Pd contro la penetrazione della ‘ndrangheta a Milano -tanto per dirne una-. E nemmeno contro la valanga di reati finanziari che si è abbattuta su di noi negli ultimi dieci anni, da Tanzi in poi -per dirne un’altra-. Ma evidentemente, queste solerti vestali della Legge ritengono che sia ben maggiore la pericolosità sociale di un gruppo di giovani che occupa uno stabile sfitto.

Questa polemica segnala tutto il distacco di questi esponenti politici dalla tradizione della sinistra italiana che viene da una lunga storia di azioni illegali, per affermare i diritti dei lavoratori: lo sciopero è stato a lungo un reato ma, non ci fossero state quelle azioni illegali lo sarebbe ancora oggi.

Storie di più di un secolo fa? Si ma il ricorso a forme di lotta illegali, quando necessario, fu pratica corrente del Pci anche in tempi assai più recenti. Nel 1969 l’autunno caldo venne combattuto a colpi di picchettaggi, occupazioni, cortei non autorizzati -ed, in casi estremi, scontri con la polizia- che fruttarono 14.000 denunce contro decide di migliaia di sindacalisti, lavoratori, studenti ed esponenti di partito. La sinistra politica ed i sindacati (Cisl compresa) si batterono per una amnistia generalizzata -poi ottenuta- che comportava una rivendicazione della piena legittimità di quei comportamenti illegali. E, per la verità, ancora sino a tutti gli anni ottanta (e nonostante i riflessi dell’avventura terrorista che inducevano in senso contrario) il ricorso a forme di lotta illegali, pur sporadicamente, continuò ad esserci, sempre in nome di una legittimità sostanziale che prevaleva sulla legalità astratta. Ma il Pci somiglia al suo lontano ed involontario erede, il Pd, come un cavallo di razza somiglia ad uno scarafaggio.

Ormai si è fatta strada la convinzione che legittimità e legalità coincidano sempre e perfettamente, per cui un comportamento illegale sia di per sé illegittimo e, vice versa, la legge sia sempre legittima, cioè giusta. Abbiamo perso completamente il senso della coppia concettuale legalità-legittimità, un elemento di pensiero  politico che non appartiene solo e tanto alla tradizione socialista e comunista quanto soprattutto a quella liberale: perché un legge possa essere ritenuta conforme al principio di legittimazione, non basta che sia stata approvata nelle forme codificate, occorre che risponda a valori condivisi come quello di giustizia. E noi, per dirne una, siamo in presenza di leggi che tutelano il privilegio più che il diritto.

E veniamo al caso concreto delle lotte per la casa qui ed oggi. Milano è una città in cui si avverte pesantissima la mano della speculazione edilizia, i valori degli immobili sono spropositatamente alti e, di riflesso, lo sono anche i fitti. Sapete dirmi che senso ha, economicamente parlando, che il costo per metro quadrato a Milano sia inferiore non di molto a quello di Londra e quasi eguagli quello di Parigi?

Tutto questo è possibile anche perché una fetta non piccola di immobili è tenuta volontariamente vuota per sostenere artificialmente i prezzi e il loro utilizzo  è essenzialmente quello di valorizzare l’asset di banche e finanziarie. Nello stesso tempo ci sono decine di migliaia di persone (sia migranti che cittadini italiani) che non hanno casa, devo arrangiarsi nel peggiore dei modi, mentre altre decine di migliaia da tempo hanno dovuto lasciare la città e dirigersi verso i paesi dell’interno alla ricerca di abitazioni economicamente più sostenibili.

E il problema non investe solo le abitazioni ma anche il commercio: quanti esercizi commerciali sono stati costretti a chiudere in questi ultimi tre anni, stritolati nella morsa fra fisco, interessi bancari e costo del fitto? E quanto costa al commercio milanese l’abbandono della città da parte di decine di migliaia di famiglie? Ma la proprietà privata, mi direte, è garantita dalla Costituzione. Già, ma la Costituzione (art. 42) la garantisce in un quadro caratterizzato dalla sua funzione sociale, ce lo siamo dimenticati?

Dunque, abbiamo un apparato di leggi ordinarie che, pur senza essere in aperto contrasto con la Costituzione, non garantisce, ed anzi ostacola, quella funzione sociale e tutela solo gli interessi dei proprietari. Ma, mi direte ancora, le leggi si possono cambiare, non c’è bisogno di ricorrere alle vie di fatto. E, invece no: questa è una partita con i dadi truccati, nella quale l’informazione è condizionata in gran parte da precisi interessi dei ceti abbienti, la selezione della classe politica avviene con meccanismi che premiano i miliardari ed i tangentisti e la possibilità di legiferare in senso sociale è impedita da una fittissima ragnatela di trattati internazionali (da quelli Ue a quelli legati al Wto) che, in ossequio alla vulgata neo liberista,  si preoccupano di garantire solo la proprietà privata.

Ed in queste condizioni mi venite a parlare del totem sacro della legalità? Questa è perversione feticista.
E’ possibile che nell’agire dei centri sociali e di alcuni comitati di quartiere ci sia dell’ingenuità, aspettative eccessive sugli effetti della “azione diretta”, forse anche del primitivismo politico da parte di alcuni: tutti peccati veniali rispetto alla gravità delle tendenze in atto. Per cui, pur avendo un forte senso della legalità in generale, mi scuserete, ma sto dalla parte loro.