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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/02/2026

Il Congresso USA discute se rivedere gli impegni presi con l’Aukus

Che gli USA avessero dubbi sull’utilità dell’Aukus, l’alleanza militare tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia per il controllo dell’Indo-Pacifico, era stato fatto sapere sin dai primi mesi della seconda amministrazione Trump. Il Congresso statunitense ha ora messo nero su bianco quello che era stato paventato: l’Australia potrebbe non ricevere mai i sottomarini d’attacco a propulsione nucleare (SSN) di classe Virginia promessi.

Il cosiddetto Pilastro 1 dell’accordo, siglato in pompa magna nel 2021, non era solo una vendita di armamenti, ma un paradigma di gestione geopolitica. Prevedeva il dispiegamento a rotazione di sottomarini USA e britannici in Australia, oltre alla vendita prima di 3 e poi 5 sottomarini classe Virginia a Canberra. A ciò si sarebbe aggiunta, in prospettiva, la costruzione di una nuova classe di battelli britannico-australiani.

Tuttavia, nonostante le rassicurazioni di facciata fornite dall’amministrazione Trump alla fine del 2025, il dossier arrivato sui banchi del Congresso a fine gennaio racconta una storia diversa. La parola d’ordine è una sola, anche in questo caso: America First. Il nodo è, infatti, se in futuro i cantieri navali stelle-e-strisce riusciranno a garantire due SSN Virginia ogni anno alla flotta statunitense o meno.

La cantieristica statunitense sta attraversando una crisi cronica: mancanza di manodopera specializzata, costi fuori controllo e una flotta che invecchia più velocemente di quanto venga rinnovata. Se paragonata con le capacità di quella cinese (e non lo facciamo noi, lo fanno gli stessi documenti statunitensi) rischia di far perdere la supremazia nel Pacifico a Washington.

Stando al testo giunto al Congresso, il numero di SSN operativi raggiungerà il minimo storico di 47 sottomarini nel 2030, per poi tornare a salire fino a 64 o 66 unità entro il 2054. Queste stime non tengono conto della vendita di battelli all’Australia, come a dire che questa transazione non avverrà. Il documento accenna invece a un’alternativa di divisione dei compiti (e maggiore impegno australiano per la propria difesa).

Invece di vendere i sottomarini, il Congresso ragiona sulla possibilità di mantenere la proprietà e la gestione degli SSN, che sarebbero chiamati a svolgere missioni sia statunitensi sia australiane, mentre Canberra si occuperebbe di ampliare le capacità militari, navali e non, così da rafforzare la proiezione nel Pacifico (in parte, era già stata trovata un’intesa in questo senso a ottobre).

Rimane ancora come decisione da prendere quella della condivisione delle tecnologie necessarie a produrre gli SSN britannico-australiani che avrebbero poi dovuto subentrare ai mezzi statunitensi. Un’opzione potrebbe essere quella di continuare a garantire lo svolgimento di missioni per conto di Canberra da parte di mezzi che rimangono in saldo possesso di Washington. E in quest’ultimo caso la flotta di SSN Virginia verrebbe aumentata di ulteriori 8 sottomarini.

Al di là delle questioni tecniche, appare chiaro che questa rimodulazione dell’impegno nell’Aukus risponda perfettamente a quello che è stato scritto nella nuova National Defense Strategy (NDS). Gli “alleati” saranno chiamati a pagarsi da sé la loro difesa, e in questo caso risulta addirittura evidente come gli Stati Uniti stiano premendo sull’Australia affinché faccia gli investimenti necessari a garantire la proiezione del Pentagono nel Pacifico.

Tale proiezione, inoltre, non è più indirizzata alla difesa dei partner, ma a un complessivo mantenimento della supremazia bellica sui vari scenari, così da essere sicuri di garantirsi “una pace dignitosa, a condizioni favorevoli agli americani ma che la Cina possa anche accettare e a cui sottostare”, come si legge nel NDS. Insomma, una pace che cristallizzi un dominio imperialistico.

Il primo ministro australiano, Anthony Albanese, ha inoltre affermato di voler riportare il porto di Darwin, importante accesso al Pacifico, sotto il controllo del suo paese, dopo che è stato affidato in gestione per 99 anni a una compagnia controllata da un gruppo cinese. Il tema è stato presentato come appartenente alla sfera della sicurezza nazionale.

Ma rimane il fatto che l’attenzione statunitense si sposta, più che su singoli dossier, sulle capacità schierate lungo la First Island Chain, che va dalle coste giapponesi a quelle della Malesia. A fare le spese di questo nuovo atteggiamento strategico c’è anche Taiwan, nessuno escluso. L’Aukus, da alleanza per attori coinvolti nell’Indo-Pacifico, si trasforma in piattaforma delle scelte statunitensi. Canberra (ma anche Londra) non possono fare molto al riguardo.

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23/10/2025

Accordo USA-Australia sulle terre rare e sull’AUKUS

Lunedì 20 ottobre il presidente statunitense Donald Trump e il primo ministro australiano Anthony Albanese hanno chiuso un accordo di grande portata per ciò che riguarda l’approvvigionamento di terre rare. Una risposta al riaccendersi della guerra commerciale con la Cina, ma anche un’intesa che coinvolge la dimensione militare e le prospettive dell’AUKUS, il patto di sicurezza tra Washington, Canberra e Londra.

Quella annunciata lunedì è un’intesa che sarebbe stata negoziata negli 4-5 mesi, ha detto Trump, e che dovrebbe valere intorno agli 8,5 miliardi di dollari. Il primo impegno è quello da parte di entrambi i governi coinvolti a investire un totale di 3 miliardi nei prossimi sei mesi in progetti relativi sia all’estrazione sia alla lavorazione di questi minerali.

Altro elemento fondamentale dell’accordo è che vengono garantiti dei prezzi minimi per tali materiali, i cui costi di produzione non sono competitivi rispetto a quelli cinesi. Negli accordi e negli investimenti dovrebbero essere connessi anche dei diritti di acquisto anticipato. Canberra vuole creare una ‘riserva strategica nazionale’ del valore di 1,2 miliardi di dollari australiani, con l’obiettivo di renderla pienamente operativa nella seconda metà del 2026.

Trump ha detto che ci saranno “così tanti minerali critici e terre rare che non saprete cosa farne”. Tolta la propaganda, più realistiche sono state le affermazioni che Dan Morgan, della società di consulenza Barrenjoey, ha rilasciato a Reuters: “non credo che assisteremo a una crescita esponenziale dell’offerta, e di certo non nel giro di un anno. Potremmo vedere un aumento in 5-7 anni”.

Sul sito della Casa Bianca si può leggere che il valore delle risorse che potranno essere ottenute da questi impegni si aggira intorno ai 53 miliardi di dollari. Non sono tuttavia indicati nello specifico di quali materiali si stia parlando, né la loro ubicazione. Allo stesso tempo, la U.S. Export-Import Bank (EXIM), che funge da agenzia di credito all’esportazione del governo statunitense, ha dato indicazioni in merito.

Infatti, in contemporanea all’accordo è stata data notizia dell’emissione di sette lettere di manifestazione di interesse per finanziamenti a imprese del settore. L’ammontare di questi fondi è pari a 2,2 miliardi di dollari, che dovrebbero andare a sbloccare investimenti per un totale di 5 miliardi. Stando a quel che affermano da EXIM, i progetti riguardano minerali essenziali per i settori della difesa, l’aerospazio, le apparecchiature di comunicazione e le tecnologie industriali di prossima generazione.

A ciò si deve aggiungere l’annuncio che il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti investirà nella costruzione di una raffineria di gallio nell’Australia Occidentale. Appare dunque chiaro come l’intera operazione risponda a priorità strategiche e militari, e che sia stata pensata come strumento di ‘militarizzazione’ delle filiere delle terre rare nello scontro con la Cina. Un segnale ulteriore di quella frammentazione del mercato globale che caratterizza il panorama odierno.

Del resto, lo stesso primo ministro australiano ha reso sottolineato che l’accordo stretto con gli USA riguarda “tre gruppi di attività”, nelle quali sono compresi anche partner terzi come il Giappone. Il raggio d’azione di questo tipo d’accordo non è semplicemente quello delle relazioni economiche, ma è quello della linea di contenimento di Pechino che Washington vuole mantenere sull’Indo-Pacifico.

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha semplicemente affermato: “i paesi con risorse minerarie chiave dovrebbero svolgere un ruolo attivo nel garantire la sicurezza e la stabilità della catena industriale e di approvvigionamento, nonché assicurare una normale cooperazione economica e commerciale”. Non si è spinto oltre, anche se la natura bellicosa dell’accordo USA-Australia è resa evidente anche dal resto del suo contenuto.

Infatti, avevamo già fatto presente i dubbi espressi dall’amministrazione Trump intorno agli impegni presi nella cornice AUKUS. Come al solito, sono stati più che altro il preludio a trattative che servivano semmai ad aumentare il guadagno finanziario e industriale degli States nei piani militari riguardanti questa alleanza.

Il segretario della Marina John Phelan ha dichiarato, durante l’incontro tra Trump e Albanese, che i due paesi stanno lavorando a stretto contatto per migliorare il quadro AUKUS originale per tutte e tre le parti – anche quella britannica – “e chiarire alcune delle ambiguità presenti nell’accordo precedente”.

Già lo scorso mese erano stati annunciati investimenti sostanziosi, tra cui 2 miliardi già quest’anno per incrementare i tassi di produzione nei cantieri navali statunitensi. Centrale era stato anche l’impegno nell’ammodernamento del porto di Henderson vicino Perth, per renderlo un hub adeguato a spitare i sottomarini statunitensi di classe Virginia proiettati verso l’Oceano Indiano.

Ora, si legge nella nota della Casa Bianca già citata, l’Australia acquisterà 1,2 miliardi di dollari in veicoli sottomarini senza pilota Anduril e prenderà in consegna la prima tranche di elicotteri Apache in un accordo separato da 2,6 miliardi di dollari. Inoltre, Canberra investirà nelle sue capacità integrate di difesa aerea e missilistica, e in questa prospettiva altri 2 miliardi finiranno alle aziende statunitensi.

Infine, “l’alleanza tra Stati Uniti e Australia sta garantendo la resilienza della catena di approvvigionamento delle munizioni nell’ambito dell’iniziativa australiana Guided Weapons and Explosive Ordnance (GWEO) e sta sfruttando una cooperazione semplificata per l’esportazione, che supporterà direttamente oltre 200 fornitori di produzione in Texas, Florida, Arkansas e Alabama”.

Insomma, più che un accordo tra pari, sembra un altro servizio reso tra un vassallo e il suo signore. Tra minerali strategici e pagamenti per il complesso militare-industriale statunitense, l’unica cosa certa è che, ancora una volta, tutto viene fatto contro la Cina.

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17/03/2025

Con Trump anche l’Aukus ci rimette, ma per avvicinare il “fronte” alla Cina

Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno sviluppato dei patti strategici e di difesa che sono andati oltre il perimetro dei tradizionali alleati del Patto Atlantico, guardando alla situazione dei propri interessi negli altri due oceani. L’area indo-pacifica è diventata il centro del confronto internazionale, e di conseguenza anche il centro dell’attenzione di Washington.

Il risultato è stata la creazione, rispettivamente nel 2017 e nel 2021, del QUAD (Australia, Giappone, India e USA) e dell’AUKUS (Australia, Regno Unito, USA). Si tratta di due patti per la sicurezza che vedono in maniera abbastanza esplicita Pechino come il nemico principale da combattere nei prossimi decenni.

Questa transizione verso l’indo-pacifico è dunque un processo che dura da anni, ma che con Trump ha fatto un balzo in avanti, tanto da mettere in discussione l’utilità e così anche l’esistenza stessa della NATO (appena una settimana fa Musk ha scritto su X che gli USA dovrebbero uscirne).

Ora non solo i paesi europei, ma anche un altro storico alleato di Washington nel Pacifico deve fare i conti con la velocizzazione delle dinamiche di crisi in cui si dimena l’imperialismo occidentale. Infatti, l’Australia – parte sia del QUAD che dell’AUKUS – potrebbe non ricevere più i sottomarini stelle-e-strisce che le erano stati promessi.

Gli accordi presi nella cornice dell’AUKUS prevedevano una maggiore presenza nelle acque australiane di ‘Sottomarini da attacco a propulsione nucleare’ (SSN), con l’obiettivo di inaugurare una nuova classe di vascelli che dovrebbe prendere proprio il nome di SSN-AUKUS. Il primo dovrebbe essere costruito in Australia dal Regno Unito all’inizio degli anni Trenta.

Nel frattempo, Washington aveva promesso a Canberra la vendita, nel prossimo decennio, di tre sottomarini classe Virginia, per rafforzare la Royal Australian Navy. Ora, però, questa parte dell’accordo sembra a rischio, stando alle parole del sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby, di fresca nomina trumpiana.

Il politico statunitense ha detto di essere “scettico” sulla vendita dei tre sottomarini all’Australia, perché ciò potrebbe indebolire la marina stelle-e-strisce, con il rischio che quelle imbarcazioni non si trovino “nel posto giusto al momento giusto”. Quel posto è a ridosso della Cina, e il momento non è molto lontano, a suo avviso.

Infatti, in una testimonianza al Senato, Colby ha affermato che esiste “una minaccia molto reale di un conflitto nei prossimi anni” che potrebbe coinvolgere la Prima linea di isole. Con questa definizione si intende un concetto strategico elaborato in ambito statunitense riguardante il contenimento delle minacce che potrebbero arrivare dal Pacifico.

Si tratta di quell’arco insulare che va dal Borneo fino alle Isole Aleutine, da Singapore all’Alaska passando per le isole di Formosa e quelle giapponesi. Colby ha detto esplicitamente che i sottomarini Virginia “sono assolutamente essenziali per la difesa di Taiwan”, e non per zone meno prossime alle coste cinesi.

Washington sta insomma parlando di una sorta di razionalizzazione delle capacità militari che può mettere in campo, per dispiegarle lì dove risulta più utile. Gli Stati Uniti devono fare i conti con il proprio debito e questo riguarda anche la spesa militare. Tagli da cui però sembrano essere stati esentati proprio i vascelli Virginia.

Ma poiché la flotta di sottomarini statunitense risulta essere di un quarto al di sotto degli obiettivi prefissati, con i cantieri navali che non riescono a stare al passo delle richieste, sembra logico ai nuovi inquilini della Casa Bianca di evitare la vendita di mezzi così importanti verso zone di minor priorità strategica.

Poco più di un mese fa, l’Australia ha versato una prima rata di 500 milioni di dollari agli USA come parte di un accordo del valore totale di 3 miliardi, che dovrebbero andare a sostenere la cantieristica statunitense. Motivo per cui è difficile che Trump voglia far davvero saltare l’AUKUS, anche perché è ciò di cui ha bisogno nel confronto con la Cina.

Il messaggio inviato dalla nuova amministrazione di Washington è che le necessità strategiche verranno calcolate nella maniera più stringente possibile, con il mantra dell’America First. Nessuno si salverà dalla riorganizzazione avviata da Trump, e gli alleati devono mettersi in testa che è questo il nuovo scenario in cui dovranno muoversi.

Ma ciò che davvero preoccupa – ovviamente – non è tanto che l’Australia “dovrà pensare di più da sola alla propria difesa”, e non potrà contare sugli USA. Quanto che Colby abbia esposto candidamente la possibilità di un prossimo scenario di guerra aperta, che vedrebbe la questione Taiwan al centro.

La difesa dello stato insulare che Pechino considera parte integrante della Cina (e gli Usa lo avevano in qualche misura riconosciuto fino a qualche anno fa) sembra cozzare con il riconoscimento formale della politica di “Una sola Cina”. Le contraddizioni della competizione globale macinano terreno, ricordiamocelo la prossima volta che parleranno di una guerra “per difendere la democrazia”.

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25/07/2024

La Nato accelera il suo conflitto con la Cina

Al vertice dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) a Washington, l’attenzione si è concentrata sull’Ucraina. Nella dichiarazione di Washington, i leader della NATO hanno scritto: “Il futuro dell’Ucraina è nella NATO”.

L’Ucraina ha chiesto formalmente di aderire alla NATO nel settembre 2022, ma si è presto resa conto che, nonostante l’ampio sostegno della NATO, diversi Stati membri (come l’Ungheria) non vedevano di buon occhio un’escalation del conflitto con la Russia. Già al Vertice NATO di Bucarest del 2008, i membri accolsero con favore “le aspirazioni euro-atlantiche dell’Ucraina e della Georgia di entrare nella NATO. Oggi abbiamo deciso che questi Paesi diventeranno membri della NATO”.

Tuttavia, il Consiglio della NATO ha esitato a causa della disputa sui confini con la Russia; se l’Ucraina fosse stata fatta entrare frettolosamente nella NATO e se la disputa sui confini si fosse intensificata (come è successo), la NATO sarebbe stata trascinata in una guerra diretta contro la Russia.

Nell’ultimo decennio, la NATO ha ampliato la sua presenza militare lungo i confini della Russia. Al vertice NATO in Galles (settembre 2014), la NATO ha implementato il suo Readiness Action Plan (RAP). Questo RAP è stato progettato per aumentare le forze militari della NATO in Europa orientale “dal Mar Baltico a nord al Mar Nero a sud”. Due anni dopo, a Varsavia, la NATO decise di sviluppare una enhanced Forward Presence (eFP) nell’area del Mar Baltico con “gruppi tattici di stanza in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia”.

La distanza tra Mosca e le regioni di confine dell’Estonia e della Lettonia è di soli 780 chilometri, una distanza ben al di sotto della portata di un missile balistico a corto raggio (1.000 chilometri). In risposta al rafforzamento della NATO, Bielorussia e Russia hanno condotto Zapad 2017, la più grande esercitazione militare di questi Paesi dal 1991. Le persone ragionevoli in quel momento avrebbero pensato che la de-escalation sarebbe dovuta diventare la priorità per tutte le parti. Ma così non è stato.

Le provocazioni degli Stati membri della NATO sono continuate. Dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, i Paesi della NATO hanno deciso di appoggiare completamente l’Ucraina e di impedire qualsiasi negoziato per una soluzione pacifica della controversia. Gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO hanno inviato armi ed equipaggiamenti all’Ucraina, con alti funzionari militari statunitensi che hanno rilasciato dichiarazioni provocatorie sui loro obiettivi di guerra (per esempio, “indebolire la Russia”).

I negoziati dell’Ucraina con i funzionari russi in Bielorussia e in Turchia sono stati sabotati da parte dalla NATO e l’obiettivo bellico dell’Ucraina stessa (il semplice ritiro delle forze russe) è stato ignorato. Invece, i Paesi della NATO hanno speso miliardi di dollari in armi e hanno assistito in disparte alla morte dei soldati ucraini in una guerra inutile.

A margine del vertice NATO a Washington, l’ammiraglio della Royal Netherlands Navy Rob Bauer, che presiede il Comitato militare della NATO, ha dichiarato a Foreign Policy: “Gli ucraini hanno bisogno di qualcosa in più per vincere rispetto a ciò che abbiamo predisposto”. In altre parole, gli Stati della NATO forniscono all’Ucraina armi sufficienti per continuare il conflitto, ma non per cambiare la situazione sul campo (né con una vittoria né con una sconfitta). Gli Stati della NATO, a quanto pare, vogliono usare l’Ucraina per dissanguare la Russia.

Incolpare la Cina

La Dichiarazione di Washington della NATO contiene una sezione che lascia perplessi. Vi si legge che la Cina “è diventata un sostenitore decisivo della guerra della Russia contro l’Ucraina”.

L’espressione “coadiuvante decisivo” ha attirato una notevole attenzione in Cina, dove il governo ha immediatamente condannato la caratterizzazione della guerra in Ucraina da parte della NATO. Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Lin Jian ha affermato che la dichiarazione della NATO “è mal motivata e non ha senso”. Poco dopo l’ingresso delle truppe russe in Ucraina, Wang Wenbin del Ministero degli Esteri cinese ha dichiarato che “la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i Paesi devono essere rispettate e sostenute”.

Questo è esattamente il contrario del tifo per la guerra, e da allora la Cina ha avanzato proposte di pace per porre fine alla guerra. Le accuse alla Cina di aver fornito alla Russia “aiuti letali” non sono state provate dai Paesi della NATO e sono state negate dalla Cina.

Lin Jian ha posto due domande chiave durante la conferenza stampa dell’11 luglio 2024 a Pechino: “Chi sta alimentando le fiamme? Chi sta esattamente ‘abilitando’ il conflitto?”. La risposta è chiara, poiché è la NATO che rifiuta qualsiasi negoziato di pace, sono i Paesi della NATO che armano l’Ucraina per prolungare la guerra e i leader della NATO che vogliono espandere la NATO verso est e negare la richiesta della Russia di una nuova architettura di sicurezza (tutto ciò è dimostrato dalla parlamentare tedesca Sevim Dağdelen nel suo nuovo libro sui 75 anni di storia della NATO).

Quando l’Ungheria di Viktor Orban – il cui Paese detiene la presidenza semestrale dell’Unione Europea – si è recata sia in Russia che in Ucraina per parlare di un processo di pace, sono stati gli Stati europei a condannare questa missione. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha risposto con un duro rimprovero a Orban, scrivendo che “l’acquiescenza non fermerà Putin”. A questi commenti si aggiungono altre promesse da parte degli europei e dei nordamericani di fornire all’Ucraina fondi e armi per la guerra.

È sorprendente che il nuovo segretario generale della NATO Mark Rutte abbia persino permesso all’Ucraina di utilizzare un jet F-16 dei Paesi Bassi, fornito all’Ucraina quando Rutte era primo ministro di quel Paese, per colpire il suolo russo. Ciò significherebbe che le armi di un Paese della NATO verrebbero usate direttamente per attaccare la Russia, il che consentirebbe alla Russia di contrattaccare uno Stato della NATO.

La dichiarazione della NATO che caratterizza la Cina come un “fattore determinante” ha permesso all’Alleanza atlantica di difendere la sua operazione “fuori area” nel Mar Cinese Meridionale come parte della difesa dei suoi partner europei. Questo è ciò che ha permesso alla NATO di dire, come ha fatto il segretario generale uscente Jens Stoltenberg in una conferenza stampa, che la NATO deve “continuare a rafforzare i nostri partenariati, specialmente nell’Indo-Pacifico”.

I partner indo-pacifici sono Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud. È interessante notare che il principale partner commerciale di tre di questi Paesi non sono gli Stati Uniti, ma la Cina (il Giappone è l’eccezione). Anche gli analisti della Federal Reserve Bank statunitense sono giunti alla conclusione che “non è in vista un distacco dei processi produttivi e dei consumi globali dalla Cina”.

Nonostante ciò, questi Paesi hanno sconsideratamente aumentato la pressione contro la Cina (compresa la Nuova Zelanda, che ora è desiderosa di aderire al II Pilastro del Trattato AUKUS tra Australia, Stati Uniti e Regno Unito). La NATO ha dichiarato di essere aperta a un “impegno costruttivo” con la Cina, ma non c’è alcun segno di tale sviluppo.

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16/03/2023

Pacifico - I sottomarini nucleari australiani fanno salire la tensione

A San Diego, presso la base navale di Point Loma, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, insieme al premier britannico Rishi Sunak e a quello australiano Anthony Albanese, hanno reso noti i primi dettagli dell’accordo di sicurezza tra i tre paesi. Al centro, la fornitura di nuovi sottomarini a propulsione nucleare all’Australia.

Canberra acquisterà tre mezzi statunitensi di classe Virginia, attualmente la più avanzata, con l’opzione di prenderne altri due, al costo di tre miliardi l’uno. Il primo dovrebbe arrivare nel 2032, ma l’accordo prevede però un orizzonte temporale di almeno due decenni.

Infatti, il patto prevede che nel frattempo il Regno Unito sviluppi una nuova classe di sommergibili, a cui dare il nome dell’alleanza stessa e con forte apporto della tecnologia a stelle e strisce, per poi condividerlo con l’Australia. L’ex colonia britannica, entro dieci anni, sarà il settimo paese al mondo ad essere dotato di sottomarini nucleari, ed entro il 2040 potrà produrli in proprio.

L’accordo prevede diversi aspetti tecnologici e militari, ma è proprio questo nodo dei mezzi navali ad esserne il fulcro, anche economico. Il costo totale del programma, tra armamenti e addestramento, è stato valutato aggirarsi intorno ai 125 miliardi di dollari australiani, una somma esorbitante per Canberra (un grande paese, ma con appena 25 milioni di abitanti).

Una scelta comunque in linea con il riarmo che sta perseguendo tutto il blocco euroatlantico, di cui l’Aukus rappresenta l’estremo del Pacifico meridionale. A inizio della settimana il primo ministro del Regno Unito aveva annunciato un aumento della spesa militare di 5 miliardi di sterline, quando il ministro della Difesa ne aveva chiesti persino il doppio.

Nello stesso giorno del viaggio di Sunak a San Diego, il suo gabinetto ha presentato al Parlamento l’Integrated Review, la dichiarazione sulla politica estera e di sicurezza. Al suo interno, quasi 3 miliardi di sterline sono dedicati alla costruzione di infrastrutture e programmi di qualificazione nucleari, oltre al miglioramento dei servizi di supporto ai sottomarini attivi.

Proprio il tema dell’uranio è stato al centro di alcune dure reazioni di Pechino. Anche se Biden ha tenuto a sottolineare che i sottomarini saranno a propulsione nucleare, ma saranno dotati di armi convenzionali, non si può infatti ignorare che i mezzi della classe Virginia, ad esempio, sono alimentati da materiale fissile arricchito al 93%, ovvero livelli da bomba atomica.

Per questo il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha affermato che Washington e Londra stanno violando lo scopo del trattato di non proliferazione delle armi nucleari, trasferendo queste tecnologie a un paese che ne è attualmente privo. Anche negli USA c’è chi è preoccupato di condividere questi segreti, ma se la fase è quella di scontro col Dragone, alcuni passi sono ritenuti obbligati.

Anche se l’Aukus non fa esplicito riferimento al paese guidato dal ‘più grande partito comunista del mondo’, l’obiettivo di questo accordo è presentato dal ministero della Difesa australiano come quello di “contribuire alla pace e alla stabilità nell’Indo-pacifico”, con evidente riferimento alla Cina. Sempre Wenbin ha infatti aggiunto che la mentalità di questo accordo è “da Guerra Fredda”.

Anche Lavrov, ministro degli Esteri russo, ha ribadito che l’asse anglo-sassone “sta costruendo strutture a blocchi” e “sta scommettendo su anni di scontri”. Biden ha invece detto che “stiamo mostrando ancora una volta come le democrazie possono garantire la propria sicurezza e prosperità, non solo per noi ma per il mondo intero”.

“Democrazie” che comunque sono entrate in contrasto quando, annunciando l’Aukus, l’Australia cancellò gli accordi già stipulati per sottomarini francesi. Senza bisogno di sottolineare come sia piuttosto particolare l’idea che l’Occidente tuteli sicurezza e prosperità per il mondo intero rilanciando armamenti nucleari.

Tutto questo mentre ieri, a un incontro internazionale tra diversi partiti promosso da Pechino, Xi Jinping ha lanciato la Global Civilization Initiative, affermando che “la tolleranza, la convivenza, gli scambi e l’apprendimento reciproco tra diverse civiltà svolgono un ruolo insostituibile nell’avanzamento del processo di modernizzazione dell’umanità e nel far fiorire il giardino della civiltà mondiale”.

Senza esaltazioni e incensamenti, che non ci appartengono, è ben altro che il “giardino e la giungla” di Borrell.

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05/02/2022

Intesa strategica tra Cina e Russia. Brutto colpo per Washington… e Bruxelles

Il presidente russo Putin e quello cinese Xi Jinping, a seguito dell’incontro bilaterale a Pechino, hanno reso pubblico un appello congiunto affinché la NATO interrompa i suoi piani per un’ulteriore espansione ed eviti la continuazione della mentalità da “Guerra Fredda” nel mezzo delle crescenti tensioni tra Mosca e il blocco Nato/USA.

L’ incontro tra i due leader a Pechino è avvenuto in vista dell’apertura dei Giochi Olimpici Invernali, e il Cremlino ha rapidamente pubblicato il testo di una dichiarazione concordata da entrambi i paesi.

“Le parti si oppongono all’ulteriore espansione della NATO e chiedono all’Alleanza del Nord Atlantico di astenersi da approcci ideologici dal tempo della Guerra Fredda”, si legge nel documento che esorta il blocco USA/NATO “a rispettare la sovranità, la sicurezza, gli interessi degli altri paesi, e la diversità dei loro modi di civiltà e storico-culturali; e di affrontare lo sviluppo pacifico di altri governi in modo obiettivo ed equo”.

I due paesi hanno anche sottolineato la necessità di una cooperazione tra i governi di tutto il mondo, date le sfide della globalizzazione economica in rapida evoluzione, gli sconvolgimenti politici e una pandemia che continua a minacciare milioni di persone e a gravare sulla sicurezza internazionale.

La dichiarazione, che risulta pubblicata sul sito web del Cremlino, chiede “un autentico multilateralismo sotto il ruolo centrale e di coordinamento dell’ONU e del suo Consiglio di Sicurezza” e di “promuovere la democratizzazione delle relazioni internazionali, per garantire pace, stabilità e sviluppo costante sulla Terra”.

Nella dichiarazione congiunta Cina-Russia è scritto che: “L’amicizia tra i due Stati non ha limiti, non ci sono aree di cooperazione ‘proibite’, il rafforzamento della cooperazione strategica bilaterale non è né mirato contro paesi terzi né influenzato dal cambiamento dell’ambiente internazionale e dai cambiamenti circostanziali nei paesi terzi”.

Nel documento, Xi e Putin hanno concordato un’agenda bilaterale per il futuro delle relazioni tra i due Stati, anche sul modo con cui Pechino e Mosca si rivolgeranno a paesi terzi, inclusi gli Stati Uniti.

“È la prima volta che Cina e Russia rilasciano una dichiarazione così lunga dopo l’incontro tra i due capi di Stato, un incontro che include tutte le principali questioni e le questioni strategiche, mostrando che i legami Cina-Russia hanno raggiunto un livello senza precedenti“, ha commentato al giornale cinese Global Times Lü Xiang, un ricercatore presso l’Accademia cinese delle scienze sociali.

L’ordine mondiale è entrato in una nuova era, ha affermato il ricercatore cinese, osservando che di fronte all’egemonia statunitense – un prodotto lasciato indietro dalla mentalità della Guerra Fredda – Cina e Russia sono gli unici due paesi che hanno la capacità di salvaguardare i propri interessi fondamentali e la propria sovranità.

“La solidarietà tra Cina e Russia dà una nuova definizione all’ordine mondiale, poiché condividono la conoscenza comune sull’origine delle principali minacce alla stabilità globale“, sottolinea Lu Xiang.

Il consigliere per la politica estera del Cremlino Yury Ushakov ha sottolineato su Russia Today che Russia e Cina hanno “posizioni simili e coincidenti su gran parte dei problemi internazionali”.

I due paesi condividono infatti anche serie preoccupazioni sull’AUKUS, il patto militare tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia, invitando i paesi dell’area a rispettare i loro impegni sulla non proliferazione nucleare e missilistica ed a lavorare insieme per salvaguardare la pace, la stabilità e lo sviluppo nella regione asiatica.

Mosca ha finora costantemente negato di avere intenzioni aggressive contro l’Ucraina ed ha chiesto garanzie di sicurezza scritte che limitino l’espansione della NATO ai propri confini, in modo particolare in Ucraina e Georgia, escludendo di fatto l’adesione dei due stati al blocco atlantico.

Questa settimana, i documenti fatti trapelare dal quotidiano spagnolo El Pais mostrano che Washington aveva formalmente rifiutato qualsiasi accordo del genere, ma aveva proposto altre misure volte ad aumentare la trasparenza militare tra le due parti.

Occorre però sottolineare che anche in presenza di una maggiore cooperazione tra Russia e Cina, alcuni analisti sostengono che la partnership tra Mosca e Pechino appare meno integrata di quanto lo sia quella dentro la NATO, dove gli stati membri hanno perseguito l’integrazione su questioni militari e di condivisione dell’intelligence.

La Cina si è già impegnata a collaborare con Mosca per sviluppare sistemi finanziari resistenti alle sanzioni e per ridurre al minimo la dipendenza dal dollaro USA. Negli ultimi anni, Russia e Cina hanno collaborato per promuovere la cooperazione economica e il commercio bilaterale che ora supera i 140 miliardi di dollari all’anno.

Venerdì, il colosso energetico russo Gazprom e la China National Petroleum Corporation hanno firmato un contratto a lungo termine per la fornitura di altri 10 miliardi di metri cubi di gas russo a Pechino.

Se l’Unione Europea non vorrà più il gas russo questo sa già dove potrebbe andare. Forse a Bruxelles sarebbe bene esserne consapevoli.

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01/10/2021

Il suicidio dell’Australia nell’accordo Aukus

Una lezione di politica estera, di salvaguardia dell’interesse azionale, di serietà istituzionale. Tutto questo è rintracciabile nell’artico che Paul Keating ha voluto dedicare all’attuale presidente del consiglio australiano, Scott Morrison, protagonista assoluto del voltafaccia che ha portato l’Australia a firmare l’accordo Aukus, stracciando i contratti con i francesi per la fornitura di otto sommergibili e comprandone altrettanti dagli Stati Uniti.

Paul Keating, laburista, era stato a sua volta presidente del consiglio dal dicembre 1991 al marzo del 1996, e non può certamente essere dipinto come un “avversario” di Washington. Ma la capriola del giovane liberale Morrison è troppo avventata – e subordinata al potente “alleato” – da poter passare sotto silenzio.

Al di là del linguaggio usato, abituale per un altro tipo di lettori, certamente non è un articolo “nazionalista” nel senso reazionario e straccione che siamo abituati a ritrovare nel dibattito italiano.

Al contrario è una visione alta del ruolo che un premier dovrebbe svolgere in qualsiasi situazione, e in qualsiasi regime politico. Sei il rappresentante di tot milioni di abitanti, in una certa zona del mondo, ogni scelta che fai presenta dei pro e dei contro che sei obbligato a tener presenti, senza farti ubriacare dagli interlocutori.

Di fatto, l’attuale governo australiano non ha scelto tra due opzioni quasi equivalenti. Ha rotto un contratto con la Francia di circa 50 miliardi di euro per 12 sottomarini in piena fase di costruzione da circa tre anni. Il contratto era stato siglato con la Francia nel 2016 ed è entrato entrò nella fase operativa nel 2017.

Scegliendo la Francia, l’Australia la preferì al progetto concorrenziale presentato dal Giappone. E si trattava in entrambi i casi di sottomarini a propulsione diesel, per cui l’Australia dispone autonomamente delle “competenze” necessarie alla gestione-manutenzione.

L’opzione di sottomarini a propulsione nucleare non era mai esistita anche perché l’Australia non ha alcuna capacità di gestire roba del genere (ingegneri nucleari con esperienza sul campo, società pubbliche o private esperte nel ramo, tecnici per ogni singolo aspetto rilevante in una macchina complessa).

L’idea USA di proporre dei sottomarini nucleari è stato il classico coniglio che esce dal cappello del prestigiatore. E un danno diretto per l’Australia, anche sotto l’aspetto dell’”indotto”.

Il progetto francese si basava infatti sulla costruzione in situ presso Adelaide e già vi erano coinvolte 200 aziende dell’area, con 17.000 dipendenti. Inoltre il progetto francese comportava un trasferimento di tecnologia di intelligenza artificiale, il cui sistema era da creare proprio ad Adelaide facendo di questa città un polo hightech.

Il progetto americano non comporta nulla di simile. Fabbricazione e tecnologie saranno di esclusiva competenza Usa, così come – ovviamente – la manutenzione, perché ci sono in gioco pesanti segreti industriali e militari da proteggere.

Di fatto, insomma, l’Australia pagherà agli Stati Uniti la costruzione di sommergibili negli Usa, che resteranno nella disponibilità piena della flotta statunitense anche perché l’Australia non ha la capacità tecnica di utilizzarli autonomamente.

Qualcuno dirà: “per ora”. Ammettiamolo pure. Ma quanto ci vuole a tirar su una generazione di ingegneri nucleari e far loro fare l’esperienza minima necessaria? Quanto ci vuole a far sviluppare aziende tecnologiche in grado di occuparsi da sole della manutenzione?

Sempre scommettendo che gli americani siano poi disposti a condividere qualche piccolo segreto nucleare…

E sorvoliamo tranquillamente gli aspetti geostrategici, su cui Keating insiste con competenza certamente superiore.

Buona lettura.

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Una reliquia di un’epoca passata? Potrei esserlo, ma non sono un disfattista

Marise Payne, che ha fatto una forma d’arte nel nascondere la sua luce sotto il moggio, si è precipitata sul palcoscenico nazionale lunedì, completamente indifferente alle luci sfavillanti dei riflettori.

Lo scopo di questa audace apparizione era quello di attaccarmi per aver avuto la temerarietà di dire che l’accordo AUKUS del governo ci ricollega all’Anglosfera – il mondo dell’Atlantico – voltando stridentemente le spalle alla nostra geografia, l’Asia, con un solo goffo movimento.

Payne e il primo ministro sono stati abbagliati dalla grande accoglienza che hanno ricevuto a Washington – un’accoglienza che qualsiasi cliente strategico degli Stati Uniti avrebbe ricevuto, se avesse ceduto il controllo delle sue forze armate agli Stati Uniti. Ma, nel nostro caso, cedendo anche il controllo effettivo della nostra politica estera.

Qualsiasi primo ministro che negozi la cessione di prerogative e interessi dell’Australia a un’altra potenza sarà sempre osannato e celebrato da quella potenza. E questo è precisamente ciò che Scott Morrison e Marise Payne hanno sperimentato.

La decisione sui sottomarini statunitensi non riguardava solo la guerra sottomarina, ma la donazione di otto sottomarini pagati da noi al comando degli Stati Uniti, come parte integrante della loro flotta del Pacifico. Provate a pensare ad un altro paese che farebbe qualcosa di così sottomesso.

Ma ancora di più, nel farlo, affronta sgarbatamente l’unica potenza internazionale d’Europa, la Francia – l’unico stato europeo che possiede un esercito sofisticato, sottomarini nucleari e armi nucleari. E insieme a questo, un vero patrimonio nazionale nel Pacifico. Una vera potenza del Pacifico. Difficilmente si sarebbe potuto sognare un partner militare più adeguato o più appropriato della Francia.

Ma Morrison, che non ha passato che un attimo a pensare alle questioni strategiche e all’allineamento del potere internazionale, ha mollato i francesi, per consolarsi ideologicamente, preferendo invece la sicurezza dell’ascella sudata degli Stati Uniti.

Quando dovremmo smettere di applaudire?

Ma con Broadway che fa parte del DNA dell’America, la Casa Bianca ha ospitato il primo incontro faccia a faccia del cosiddetto Quad, con scrivanie decorate nella sua East Room.

Il Quad ha un solo obiettivo ed è quello di contenere la Cina. Ossia il fatto che, in qualche modo, l’ascesa del 20 per cento dell’umanità da una povertà avvilente a qualcosa che si avvicina a uno stato moderno, sarebbe illegittimo – ma più di questo, con la sua semplice presenza, un affronto agli Stati Uniti.

Non è che la Cina rappresenti una minaccia per gli Stati Uniti – qualcosa che la Cina non ha mai articolato nella pratica né manifestato – piuttosto, la sua semplice presenza rappresenta una sfida alla preminenza degli Stati Uniti.

Come osa uno stato, grande come gli Stati Uniti, rappresentarsi così. Ma non solo rappresentarsi, possedere i mezzi per diventare possibilmente due volte più grande. Una simile eventualità non si trova da nessuna parte nel playbook americano. Ma questo è ciò che è il Quad. E, ingenuamente, noi ci siamo dentro.

Nel momento in cui un colpo forte fosse sparato, gli indiani si chiuderebbero nella loro penisola e i giapponesi farebbero quello che fanno sempre, negoziare sotto il tavolo. Questo lascerebbe gli Stati Uniti e i babbei come noi a portare una battaglia militare ai cinesi da soli.

L’India ci sta prendendo tutti in giro. L’India gode del muro impenetrabile dell’Himalaya al suo nord e della protezione di due oceani intorno alla sua penisola allungata. E ha una popolazione più giovane e grande come quella della Cina. È in una posizione imbattibile. E nessuna potenza cercherebbe di sconfiggerla – certamente non i cinesi.

Henry Kissinger mi ha detto in diverse occasioni che lui ed io condividevamo un’importante visione strategica. E questa visione, nelle parole di Kissinger, era che l’India “non avrebbe mai fatto parte del sistema dell’Asia orientale“. Una visione che ho sempre sostenuto con fermezza.

È impossibile immaginare la marina indiana attaccare le risorse militari o civili cinesi nel Mar Cinese Meridionale – un’area completamente lontana dalla sicurezza e dalla comodità della penisola indiana chiusa dal mare – nonostante le piccole scaramucce che ogni decennio si verificano sul confine himalayano.

L’India è un membro dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai. Gli altri stati dell’accordo sono la Cina stessa, la Russia e il Pakistan. L’India si presenterà grande come la vita alla prossima riunione dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai, dopo essersi presentata, grande come la vita, per le follie Quad dell’America alla Casa Bianca.

L’India, uno dei fondatori del movimento dei non allineati, è stata storicamente allergica alle alleanze, non avendo alcun desiderio di mettere tutte le sue uova in un paniere – qualcosa che non farà mai.

Ma eccoci qui noi dell’Australia, al casinò strategico, a puntare tutto sul nero, pensando che gli indiani si presenteranno nel caso di una grande prova di forza con i cinesi. Mentre i giapponesi sanno che, in un tale scontro, la Cina li annienterà.

Ma il “profeta della Contea” (titolo ironico per Scott Morrison, primo ministro australiano, ndr) ha divagato rispetto a tutto questo, incapace di comprendere le forze vettoriali delle sottigliezze in gioco, quando la politica estera australiana aveva invece la completa capacità di gestire le relazioni tra Cina e Stati Uniti, come abbiamo fatto con successo per decenni prima.

Ho convinto da solo due presidenti americani a sedersi annualmente con il presidente della Cina, il primo ministro del Giappone e il presidente dell’Indonesia e, nel caso della Cina, a convincerli a sedersi accanto ai rappresentanti di Taiwan e Hong Kong. Questo è quello che ho fatto nello sviluppo della riunione dei leader dell’APEC.

Potreste immaginare Morrison o Payne o il ringhioso poliziotto del Queensland ottenere una cosa simile? Ma ora, secondo Payne, non sono aggiornato, sono troppo fuori dal mondo, “una reliquia di un’epoca passata”.

Beh, potrei anche esserlo, ma una cosa non sono: un disfattista australiano che, al primo segno di tensione, venderebbe il paese ad un’altra potenza.

Paul Keating, dal Sidney Morning Herald

Fonte

24/09/2021

L'AUKUS rompe le relazioni transatlantiche

Qualcosa si è rotto nelle relazioni transatlantiche. La “vigorosa competizione” di cui ha parlato Joe Biden nella sua relazione all’Assemblea Generale dell’ONU, per gli USA non riguarda solo antagonisti politici e competitor economici consolidati, ma anche “ex alleati” come l’Unione Europea.

Si ridefiniscono le priorità, si riformulano le alleanze “costi quel che costi” e se ne gestiscono le conseguenze, devono aver pensato a Washington. E dopo il ritiro precipitoso da Kabul, senza coordinamento con i partner occidentali, l’Aukus, è il secondo esempio tangibile di questo modus operandi.

Nel caso della Gran Bretagna post-brexit, la cosa è ancora più chiara, perché questa spregiudicatezza interessa quell’edificio politico-economico di cui si era parte, l’Unione Europea, e contro cui ora si entra in rotta di collisione. Il sogno di Londra di una Global Britain è anche questo, poco importa se si fa uno sgambetto alla Vecchia Europa.

Bruxelles si ritrova in un cul-de-sac che, volente o nolente, la spinge a ripensarsi, cioè a fare l’ennesimo salto in avanti nel suo processo di integrazione.

La Nato, faticherà a divenire la camera di compensazione delle continue frizioni che si stanno creando al proprio interno, e che sfarinano una cornice di alleanze che sembra modificarsi in differenti partnership “a geometria variabile”.

Il campismo euroatlantico è sempre meno una bussola per la comprensione delle relazioni internazionali, anche per il personale diplomatico stesso, ed è formula vuota buona solo per le “narrazioni” ad uso e consumo dei media nostrani.

La dinamica a cui assistiamo è una risposta al declino dell’egemonia statunitense che si gioca il “tutto per tutto” nel contenimento della Cina e nel contrasto alla Russia, per rilanciarsi come principale attore mondiale.

“L’America è tornata”, aveva detto Biden agli europei, ma non nel senso auspicato dagli atlantisti di casa nostra. Poco importa, quindi, se tale dinamica macina le relazioni coltivate in precedenza, nel “furto tra ladri” che caratterizza quella che la Von der Leyen ha definito più prosaicamente, nel suo discorso all’Unione, “iper-competitività“.

Poi è chiaro che le narrazioni al popolino da parte della stampa nostrana devono relativizzare le spaccature che si stanno verificando e la discontinuità con cui si stanno riconfigurando i rapporti, per non disturbare il manovratore ed i suoi equilibrismi tra Washington e Bruxelles, veri artefici della nostra politica estera.

Anche per questo abbiamo tradotto l'articolo seguente, tra i primi di una serie che il quotidiano britannico dedica alla questione dell’Indo-pacifico.

Buona lettura.

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di Patrick Wintour - The Guardian

La Furia di Parigi, dopo la decisione dell’Australia di affossare il piano di comprare una flotta di sottomarini francesi, non è solo una situazione caotica generata da un contratto di difesa, surplus di costi e specifiche tecniche, ma rende discutibile l’alleanza transatlantica che dovrebbe affrontare la Cina.

L’accordo Aukus ha fatto ribollire il sangue alla classe dirigente francese per lo stile unilaterale trumpiano di Biden, il voltafaccia australiano e la solita perfidia britannica. “Nulla è stato fatto parlando male alle spalle di qualcuno“, ha affermato il ministro della difesa britannico, Ben Wallace, tentando di calmare le acque. Ma questo non è il punto di vista francese: “Questa è una grande delusione“, ha detto Florence Parly, la ministra della difesa francese.

Di recente, ad agosto, Parly aveva incontrato il suo omologo australiano, Peter Dutton, a Parigi, e hanno poi pubblicato un lungo comunicato congiunto sottolineando l’importanza del proprio lavoro insieme sui sottomarini come parte di una più ampia strategia di contenere la Cina nella regione Indo-Pacifica.

Data la mancata comunicazione di trattative segrete con gli Stati Uniti da parte di Dutton alla sua omologa francese, le uniche conclusioni potrebbero essere che Dutton possa esserne rimasto escluso, se ne fosse dimenticato o abbia deciso di non comunicare quel che sapeva.

Non c’è stato alcun preavviso. La Francia ha solo sentito tramite voci sui media australiani che il proprio accordo sarebbe stato stracciato in una videoconferenza tra la Casa Bianca, Canberra e Londra.

In più, la mossa non è stata presentata come un cambiamento all’improvviso da sottomarini a diesel-elettrici che la Francia stava costruendo a vascelli nucleari a lunga autonomia, ma come parti di un patto di sicurezza a tre teste per la regione che sviluppi nuove tecnologie.

Qualcuno ha quindi pensato che la Francia non possa essere abbastanza fidata per entrare in questa alleanza. Possibile ci fossero questioni delicate riguardo rapporti sulle tecnologie di propulsioni nucleari tra USA e UK ed altre aree di cooperazione, come ad esempio droni sottomarini, intelligenza artificiale e la computazione quantistica.

Oltre il danno, pure la beffa: Biden ha fatto uscire il proprio annuncio il giorno prima che l’Unione Europea doveva render nota la propria politica nell’Indo-Pacifico, ormai programmata da tempo. L’UE dice di non essere stato consultata prima, nonostante funzionari a Washington dicano il contrario.

L’Australia afferma di aver dato ampi avvertimenti sul fatto che ritardi di progettazione avrebbero potuto portare a guardare altrove da settembre, ed infatti al Naval Group francese è stato dato tempo fino a settembre per rivedere i propri piani per i prossimi due anni del progetto.

Ma in realtà l’Australia stava già lavorando ad un ‘piano B’ con gli Stati Uniti. Agli occhi francesi, Biden ha mostrato, e non per la prima volta, che metterà gli interessi americani avanti a tutto.

Il linguaggio proveniente da Jean-Yves Le Drian, ex ministro degli esteri francesi e l’uomo dietro l’accordo del 2016 con l’Australia, è senza precedenti: “Questa decisione così brutale, unilaterale e imprevedibile mi ha ricordato quel che Trump faceva. Sono arrabbiato e amareggiato. Questo non è stato fatto tra alleati. Questa è una pugnalata alla schiena.”

Anche Emmanuel Macron sarà avvelenato. Ha ricevuto Scott Morrison, il primo ministro australiano, il 15 giugno all’Eliseo, parlando del contratto dei 12 sottomarini come “un pilastro della partnership e della relazione di fiducia tra i due paesi. Questo programma è basato sul trasferimento di know how e tecnologie e ci unirà per i decenni a venire.”

Arrivato dopo l’uscita maldestra degli Stati Uniti dall’Afghanistan – un’operazione NATO in cui gli alleati hanno avuto ben poca voce in capitolo – la Francia e l’Unione Europea sono arrivate a dover accettare che Biden non era proprio quel che sembrava dopo essere arrivato a Bruxelles dicendo che “l’America è tornata”.

Senza dubbio gli Stati Uniti pensano che l’ira francese si placherà, oppure è solo un fuoco d’artificio in vista delle prossime elezioni presidenziali. La Francia è un importante esportare di armi, e la perdita di 10 miliardi di euro circa, incluse clausole penali, scalfisce a malapena la sua l’industria.

Una visita di stato a Washington di Macron, qualche contratto diretto al Naval Group di Cherbourg, un po’ di charme di Biden, una rassicurazione che questa è stata totalmente un’operazione militare australiana basata su una stravolta valutazione della minaccia, e tutto può tornare a filare liscio come l’olio.

Ma questo non è il tipo di linguaggio che proviene da Parigi o Bruxelles. La Francia sottolinea il fatto che i motori sono stati basati sul diesel proprio su richiesta dell’Australia e avrebbe potuto offrirne degli altri a propulsione nucleare.

Ma l’esclusione della Francia mostra quanto gli Stati Uniti non le diano fiducia sul nucleare. Questa è una grande vittoria per Boris Johnson, e tutti coloro i quali dicevano che una Gran Bretagna post-Brexit avrebbe avuto più valore per gli Stati Uniti che per l’Unione Europea, nonostante questo possa allarmare le lobby pro-Cina nel Regno Unito.

Macron non ha altre opzioni che riaffermare la necessità di una più grande autonomia strategica difensiva europea, una materia meno evidenziata dalla realtà che dai seminari che la studiano.

La Presidentessa della Commissione Europea, Ursula von Der Leyen, ha promesso mercoledì nel suo discorso sullo stato dell’Unione un summit sulla difesa europea, affermando che l’Europa deve acquisire la volontà politica di costruire e mandare sul campo le proprie risorse militari.

Ufficiali americani di alto livello sembrano non essersi resi conto dell’offesa che l’accordo Aukus avrebbe arrecato, dicendo blandamente che l’alleanza “non intende solo migliorare le nostre capacità nell’Indo-Pacifico, ma anche coinvolgere l’Europa, specialmente il Regno Unito, più da vicino nelle nostre strategie nella regione.”

Se fosse saggio, Washington lavorerebbe a convincere la Francia di poter essere un partner nell’Indo-Pacifico. Se così non fosse, l’unico beneficiario sarà la Cina.

Fonte

23/09/2021

Biden, lo stregone nucleare

Il presidente Biden ha annunciato la nascita dell’AUKUS, partenariato strategico-militare tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, con «l’imperativo di assicurare la pace e stabilità a lungo termine nell’Indo-Pacifico», la regione che nella geopolitica di Washington si estende dalla costa occidentale degli Usa a quella dell’India.

Scopo di questa «missione strategica» è «affrontare insieme le minacce del 21° secolo come abbiamo fatto nel 20° secolo». Chiaro il riferimento alla Cina e alla Russia. Il discorso che annuncia la creazione dell’AUKUS altro non è che una trama di menzogne. I sottomarini che saranno consegnati all’Australia sono concepiti per portare armi nucleari. Per «difendersi contro le minacce in rapida evoluzione», l’AUKUS vara un «progetto chiave»: Stati Uniti e Gran Bretagna aiuteranno l’Australia ad acquisire «sottomarini a propulsione nucleare, armati convenzionalmente». I dinieghi dell’Australia non possono mascherare la preparazione di una guerra nucleare nella zona dell’Indo-Pacifico.

La prima reazione all’annuncio del progetto dell’AUKUS è stata quella della Francia: essa perde in tal modo un contratto da 90 miliardi di dollari, stipulato con l’Australia, per la fornitura di 12 sottomarini da attacco Barracuda a propulsione convenzionale. Parigi, accusando di essere stata pugnalata alle spalle, ha ritirato gli ambasciatori dagli Usa e dall’Australia. Sul contenzioso tra Parigi e Washington si è focalizzata l’attenzione politico-mediatica, lasciando in ombra le implicazioni del progetto AUKUS.

Anzitutto non è credibile che Stati Uniti e Gran Bretagna forniscano all’Australia le tecnologie più avanzate per costruire almeno 8 sottomarini nucleari di ultima generazione, con un costo unitario di circa 10 miliardi di dollari, per dotarli solo di armamenti convenzionali (non-nucleari). È come se fornissero all’Australia portaerei impossibilitate a imbarcare aerei. In realtà i sottomarini avranno tubi di lancio adatti sia a missili non-nucleari che a missili nucleari. Il primo ministro Morrison ha già annunciato che l’Australia acquisirà rapidamente, tramite gli Usa, «capacità di attacco a lungo raggio» con missili Tomahawk e missili ipersonici, armabili di testate sia convenzionali che nucleari.

Sicuramente i sottomarini australiani saranno in grado di lanciare anche missili balistici Usa Trident D5, di cui sono armati i sottomarini statunitensi e britannici. Il Trident D5 ha un raggio di 12.000 km e può trasportare fino a 14 testate termonucleari indipendenti: W76 da 100 kt o W88 da 475 kt. Il sottomarino da attacco nucleare Columbia, la cui costruzione è iniziata nel 2019, ha 16 tubi di lancio per i Trident D5, per cui ha la capacità di lanciare oltre 200 testate nucleari in grado di distruggere altrettanti obiettivi (basi, porti, città e altri).

Su questo sfondo, appare chiaro che Washington ha tagliato fuori Parigi dalla fornitura dei sottomarini all’Australia non semplicemente a scopo economico (favorire le proprie industrie belliche), ma a scopo strategico: passare a una nuova fase della escalation militare contro la Cina e la Russia nell’«Indo-Pacifico», mantenendo il comando assoluto dell’operazione.

Cancellata la fornitura dei sottomarini francesi a propulsione convenzionale, obsoleti per tale strategia, Washington ha avviato quella che l’Ican-Australia denuncia come «l’accresciuta nuclearizzazione della capacità militare dell’Australia». Una volta operativi, i sottomarini nucleari australiani saranno di fatto inseriti nella catena di comando Usa, che ne deciderà l’impiego. Questi sottomarini, di cui nessuno potrà controllare il reale armamento, avvicinandosi in profondità e silenziosamente alle coste della Cina, e anche a quelle della Russia, potrebbero colpire in pochi minuti i principali obiettivi in questi paesi con una capacità distruttiva pari a oltre 20 mila bombe di Hiroshima.

È facilmente prevedibile quale sarà la prima conseguenza.

La Cina, che secondo il Sipri possiede 350 testate nucleari in confronto alle 5.550 degli Usa, accelererà lo sviluppo quantitativo e qualitativo delle proprie forze nucleari. Il potenziale economico e tecnologico che possiede le permette di dotarsi di forze nucleari equiparabili a quelle di Usa e Russia. Merito dell’apprendista stregone Biden che, mentre avvia il «progetto chiave» dei sottomarini nucleari all’Australia, esalta «la leadership di lunga data degli Stati Uniti nella non proliferazione globale».

Fonte

19/09/2021

Il terremoto afghano e lo scontro nell’Indo-Pacifico


La situazione afghana ha indirettamente sparigliato le carte in un teatro che sta acquistando sempre più importanza come quello che fa riferimento all’Asia centrale e alla zona del Pacifico. Ma per tentare di capire chi e per cosa si gioca in questo specifico tavolo bisogna porre questa questione in una prospettiva che tenga ben presente il contesto che la politica internazionale attuale sta delineando sempre più velocemente.

Senza ombra di dubbio questo comporta una difficoltà non da poco, poiché si tratta di evidenziare faglie e fili rossi che legano i vari teatri alla luce dei vari processi storici che li hanno formati e la mancanza dei quali ha prodotto i vari pastrocchi narrativi borghesi, che rischiano di pregiudicare lo sguardo dei militanti comunisti e di qualsiasi persona che intenda avvicinarsi a questi argomenti centrali per l’epoca corrente.

La notizia attuale, dalla quale partiamo per analizzare il quadro relativo a questa zona del mondo, fa riferimento all’accordo QUAD, partnership militare tra Stati Uniti, Australia, Giappone e India, nata nel 2007 come alleanza informale delle “democrazie” del Pacifico.

Il 24 settembre è in programma a Washington una riunione di detta partnership, dove Biden coglierà l’occasione per implementare ulteriormente gli accordi sia in materia militare sia in materia di vigilanza e monitoraggio sanitario relativo al Covid-19.

Una partnership che nei desiderata statunitensi e dei gruppi di pressione più legati a Washington presenti nei paesi coinvolti dovrebbe diventare una sempre più stretta alleanza militare per fare muro contro Pechino, scopo ufficioso anche se nemmeno troppo nascosto di questa convergenza ormai più che decennale.

Ovviamente i vari membri della partnership in questione hanno svariati interessi regionali e non, con relativi problemi legati alla situazione che si è venuta a creare.

India

Nuova Delhi sembra in un impasse poiché da una parte ha contenziosi coi cinesi, relativi al corridoio sino-pachistano che passa per il Ladakh, che tanti incidenti ha già provocato l’anno scorso, e contemporaneamente ha una questione storica con il suo rivale per eccellenza: il Pakistan, diretto concorrente regionale.

Dall’altra ha tentato di mantenere ottimi rapporti con Mosca, essendo questa una legatura storica per Nuova Delhi, implementando però, in particolar modo negli ultimi decenni, un rapporto preferenziale con gli Stati Uniti che ha avuto una notevole accelerazione negli ultimi 10 anni, indipendentemente dalle amministrazioni statunitensi, tanto che si era arrivati qualche mese fa al varo di riforme importanti del mercato del lavoro e della terra, che avevano colpito gli agricoltori del nord del subcontinente, con conseguenti scioperi mastodontici e problemi relativi all’ordine interno.

Questa situazione però è stata scossa dalla questione Afghanistan, proprio perché l’abbandono statunitense, sotto la cui egida Nuova Delhi aveva stretto rapporti economico militari con le amministrazioni afghane ad esso legate, ha impresso una spinta ai dubbi relativi al dibattito decisionale interno, tanto che dopo il ritiro precipitoso dei contingenti statunitensi, una buona parte della politica indiana ha iniziato ad interrogarsi sul mantenimento di questo atteggiamento di chiusura totale verso Pechino (che ad esempio ha portato ad una serie di dazi relativi ai prodotti tecnologici cinesi).

Dubbi ventilati anche dal fatto che Nuova Delhi, dopo l’annuncio del ritiro statunitense e prima dell’avanzata delle milizie Taliban, aveva offerto appoggio militare ai governi afghani filo-occidentali.

Al di là di certi temi dibattuti nell’opinione pubblica indiana, dietro queste discussioni si celano le preoccupazioni regionali che volgono lo sguardo indiano in direzione Pakistan che, nonostante sia fratturato internamente dall’operare di certi gruppi separatisti come le milizie del Baluchistan o fondamentalisti islamici armati come Tehrik-i-Taliban Pakistan (interessante l’intreccio che vede protagonista questo gruppo e che fa capire la dinamicità e la differenziazione interna del fronte talebano) che fungono da variabile impazzita, ha senza ombra di dubbio rafforzato la sua posizione con l’attuale rivolgimento nei rapporti di forza all’interno dell’Afghanistan.

C’è, dietro a questo macro-nodo, la questione relativa al corridoio energetico che Nuova Delhi ha implementato grazie ad accordi che vedono partecipe Islamabad e riguardante le riserve di gas turkmene.

Stiamo parlando del gasdotto TAPI (Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan, India).

Nato come progetto per irrigare energeticamente le zone dell’Asia meridionale col gas proveniente dal Turkmenistan, vede il convergere di numerosi interessi geopolitici per le chiare implicazioni a livello energetico.

Se il Turkmenistan è infatti interessato ad un ampliamento e diversificazione dei propri clienti, essendo lo stesso eccessivamente legato all’utenza cinese – che ha già guardato, in maniera preoccupante per gli interessi di Ashgabat, immersa in una profonda recessione, al gas kazako – Pakistan e India tentano di giocarsi una partita interna a questo progetto per spuntare maggiori benefici ai danni dei competitor regionali.

L’India, uscita malconcia dalla decisione statunitense e dalla rapida conquista talebana, è sempre più preoccupata riguardo a questo progetto che aveva trainato fino a poco tempo fa dichiarazioni riguardo ad importanti investimenti proprio in Afghanistan, sia riguardanti i progetti paralleli che avrebbero accompagnato il corso del gasdotto, come il corridoio di fibra ottica che sarebbe dovuto arrivare dal Turkmenistan all’India passando appunto per l’Afghanistan, sia per altri progetti relativi alle infrastrutture afghane come la diga Shahtoot.

La situazione che però si è venuta a creare ha comportato l’acquisizione di una posizione di forza ulteriore anche per Pechino, che ha già aperto un dialogo col governo talebano (che per i legami che l’India ha avuto con i governi filo occidentali non gradisce detta presenza), facendo scivolare ancora di più Nuova Delhi nella stretta dell’accordo QUAD, che arriva in una situazione in cui il dubbio sulla capacità statunitense di mantenere alleanze durature nella zona aveva pericolosamente preso quota come prima menzionato.

Sembra proprio che per questa ragione gli statunitensi abbiano accelerato verso questa via e per ora le decisioni del governo indiano sembrano preferire questo canale andando, come prima accennato, ancora di più in direzione Washington; basti pensare che qualche giorno fa il ministro degli esteri indiano Subrahmanyam Jaishankar si è espresso per un accelerazione relativa all’accordo QUAD.

Uscita diplomatica probabilmente causata anche dal fatto che Mosca ha deciso di non includere l’India nei colloqui relativi all’Afghanistan. Probabilmente una stoccata dovuta al fastidio che la Federazione Russa ha provato nei riguardi di questo rapporto preferenziale tra Washington e il governo indiano, ulteriormente rafforzato qualche settimana fa durante la visita che il segretario di stato statunitense Antony Blinken ha effettuato nel subcontinente indiano, dove ha avuto modo di rimarcare l’importanza strategica che la partnership con Nuova Delhi riveste per Washington.

Giappone

Il Giappone, dalla fine della seconda guerra mondiale, ha sempre avuto un atteggiamento militarmente passivo, essendo coperto dall’operare politico militare dei comandi statunitensi nel Pacifico, concentrandosi più che altro, da un punto di vista strategico, nell’implementazione economica di un capitalismo che per certi versi è stato all’avanguardia sia tecnologicamente che logisticamente, volgendo il suo sguardo nella penetrazione del mercato centro asiatico, vecchio pallino di Tokyo.

Non sorprende quindi, vista la situazione regionale ed internazionale che va delineandosi, l’incremento che il paese del Sol Levante ha operato nel settore militare negli ultimi anni, facendosi molto aggressivo nei confronti di Pechino ed arrivando a rispolverare vecchie questioni anche con Mosca, basti pensare alla questione Isole Curili, che qualche mese fa aveva indispettito Tokyo.

Se da una parte, quindi, il Giappone vede incrementare le proprie voglie militari, dall’altra l’occasione di fare affari con Pechino aveva calmierato la situazione, decretando uno sorta di stallo che caratterizzava la vita delle difficili relazioni diplomatiche con la Cina.

Non è un caso infatti che Tokyo in relazione al QUAD abbia sempre rigettato il progetto di farne una sorta di NATO asiatica.

Questione quest’ultima, però, che sembra più formale che sostanziale alla luce degli ultimi avvenimenti in tema di politica internazionale e che vede Tokyo maggiormente partecipe al progetto e sempre più rivolto ad una strategia anti-cinese, come confermato dalla “China exit strategy” sbandierata dalle company del Sol Levante – invogliate dai sussidi che Tokyo elargisce alle stesse se impegnate nella riallocazione dei sistemi produttivi verso l’India e il sud est asiatico e dalle continue pressioni (accompagnate da un progressivo avvicinamento a Taiwan) rispetto alla questione isole Senkaku.

Australia

Passando all’Australia, che rimane dentro ad una guerra commerciale con Pechino che si protrae con buona intensità da qualche anno, e che ha già generato vari dazi tra le due nazioni inerenti ai prodotti in alluminio cinesi e ai prodotti alimentari australiani (carne e vini), la stretta relativa a questa partnership sembra essersi fatta ancora più salda.

Da menzionare il fatto che le mire australiane dopo l’intensificarsi del confronto commerciale con Pechino, in materia di relazioni economiche, vedono nell’India il partner ideale per sostituire la Cina, che comunque al momento rimane un partner commerciale fondamentale per Canberra.

La Cina commenta in maniera sarcastica questa indiscrezione che arriva dall’Oceania, puntualizzando l’attuale incapacità economica indiana di sostenere un tale volume commerciale.

La notizia ultima ha a che fare con le forniture militari relative all’acquisto di sottomarini tattici che Canberra aveva in progetto di concludere con Parigi, del valore di 90 miliardi di dollari, e che è saltato dato che la nazione più grande dell’Oceania si sta spostando verso una partnership a guida anglo statunitense che garantirebbe a Canberra lo sviluppo di sottomarini a propulsione nucleare.

L’Australia inoltre si impegnerebbe a cedere a Washington parte della base navale di Perth.

Qui le cose si fanno ulteriormente interessanti poiché, come prevedibile, la Francia ha pesantemente protestato per questa scelta, sia perché questa toglie un grosso affare alle casse della sua Naval Group, gruppo impegnato nel contratto prima menzionato, sia perché questa stretta – che avrà riunite più organicamente le nazioni del vecchio Commonwealth – arriva appena dopo l’uscita ufficiale delle prime strategie che l’Unione Europea, Francia in testa, ha deciso di implementare nell’area indo pacifica. Arriviamo quindi a parlare di U.E.

Unione Europea

Anche l’Unione ha deciso di intervenire direttamente nel teatro geopolitico più importante.

Ne avevamo già visto le avvisaglie quando la Germania, qualche mese fa, decise di inviare due fregate nel mar cinese meridionale, mossa che indispettì Pechino che con Berlino aveva sempre mantenuto rapporti non eccessivamente tesi.

L’U.E. entra nell’area con la prospettiva di intessere rapporti più forti con paesi come Taiwan, relativamente alla questione semiconduttori, tentando poi di coinvolgere altri paesi come la Corea del Sud e il Giappone per formare una nuova catena di approvvigionamento che porterebbe la concorrenza alla Belt and Road cinese direttamente nella zona asiatica.

Significativo che la vice-presidente Kamala Harris, qualche settimana fa, abbia fatto lo stesso ragionamento durante la sua visita a Singapore e Vietnam (due paesi tra l’altro, che Washington vorrebbe coinvolgere nel progetto QUAD).

Il fatto che ora la Merkel abbandoni il timone del Bundestag, unito all’intraprendenza francese in materia di conduzione nella politica estera europea – data principalmente dal fatto che è l’unico attore in Europa ad avere ancora di fatto una politica relativa a dei territori coloniali – che ha avuto una spinta dalla fine dell’occupazione occidentale in Afghanistan e le relative polemiche riguardo le lacune di comunicazione tra Washington e gli alleati europei, ci porta a pensare che le attività europee nel pacifico non potranno che aumentare di intensità.

Se da una parte sembra che si vada verso ad una sorta di concorrenza intercapitalistica tra paesi anglosassoni ed Unione Europea (derivata anche dal fatto che gli Stati Uniti sono abituati a considerare il teatro del Pacifico come zona di loro competenza tra gli occidentali, dalla fine della seconda guerra mondiale), dall’altra l’obiettivo principale per entrambi rimane quello di contenere Pechino e la relativa alleanza, che per ora rimane salda, formalmente, sulle sole questioni specifiche con Mosca.

L’affare afghano ha svelato ciò che negli Stati Uniti si va dicendo ormai da anni, e cioè che la strategia di Washington deve virare verso le classiche tattiche delle potenze insulari.

L’implementazione di questi accordi, come quello con Inghilterra e Australia (AUKUS), nonché il partenariato quadrilaterale del Pacifico, in questa specifica situazione, sono sicuramente un segnale forte ai competitor internazionali, ma anche al resto del mondo che sta a guardare le mosse dell’amministrazione statunitense dopo il ritiro delle proprie truppe dall’Afghanistan.

Questo spinge anche l’Unione a concentrare i propri sforzi nelle zone in cui più si giocherà direttamente il destino delle regole relative alla politica internazionale del prossimo futuro.

Questo fa sì che persino Roma, da tempo in coda alle strategie dei vari potentati centro europei ed atlantici, si impegni direttamente nella partita, come confermato dallo scontro avvenuto ad inizio anno tra aviazione e marina militare relativamente alla fornitura degli F35, contesa “vinta” dalla marina, che si è aggiudicata la fornitura della “variante b” del caccia multiruolo della Lockheed Martin, preposta all’uso sulle portaerei, proprio in virtù dei futuri impegni nel Mediterraneo orientale e, novità indicativa nell’area dell’Indo-Pacifico.

Il Pacifico sta diventando sempre di più il teatro principale dello scontro internazionale.

Segno che il baricentro economico del globo si sposta sempre di più verso est.

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