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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/01/2026

Colombia - Scontri tra due fazioni dissidenti delle FARC, decine di morti

Un durissimo scontro tra due diverse fazioni dissidenti delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia avrebbero provocato la morte di 27 guerriglieri nella parte centrale del paese.

La vera e propria battaglia si sarebbe verificata ieri nella zona rurale del comune di El Retorno, nella regione amazzonica di Guaviare, 300 km a sud-est della capitale Bogotà.

A scontrarsi sarebbero state una fazione delle FARC guidata dall’uomo più ricercato del paese, Nestor Gregorio Vera, noto con il nome di guerra Ivan Mordisco, e un’altra guidata da Alexander Diaz Mendoza, alias Calarca Cordoba.


Entrambi i gruppi facevano parte del cosiddetto “Stato Maggiore Centrale”, che ha rifiutato di aderire ad un accordo tra la guerriglia e il governo che nel 2016 ha portato alla smobilitazione del più forte e antico movimento armato marxista di tutto il continente e alla reintegrazione nella società colombiana di quasi 13 mila combattenti.

I due gruppi però si sono separati nell’aprile 2024 a causa di controversie interne.
Secondo una fonte dell’esercito di Bogotà e una del gruppo di Diaz, le vittime appartenevano tutte alla fazione guidata da Vera.

La fazione guidata da Diaz è attualmente impegnata in colloqui di pace con il presidente di sinistra del paese Gustavo Petro, mentre il gruppo di Vera continua a lanciare attacchi contro civili e forze di sicurezza dopo che il governo ha sospeso un cessate il fuoco bilaterale.

A quattro mesi dalle elezioni e con l’opposizione di destra che lo accusa di essere debole, recentemente Petro ha aumentato la pressione militare sui gruppi ribelli rafforzando il dispiegamento dell’esercito nelle zone di frontiera con il Venezuela.

A novembre, le forze governative hanno organizzato un attacco in cui sono morti 19 membri del gruppo guidato da Mordisco (nella foto), che Petro ha paragonato al defunto narcotrafficante Pablo Escobar.


Nei giorni scorsi, inoltre, in concomitanza con il blitz a Caracas che ha condotto al rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro, la tensione è fortemente aumentata tra Bogotà e Washington e Donald Trump ha confessato di aver rinunciato in extremis ad un’azione militare contro la Colombia, accusata di sostenere il narcotraffico. La scorsa settimana però i due leader hanno avuto una lunga conversazione telefonica durante la quale avrebbero concordato di rafforzare la cooperazione nella lotta la narcotraffico e per ora la tensione sembra essere diminuita.

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17/02/2024

Pensieri sparsi sulla morte di Navalny

di Francesco Dall'Aglio

Se c'è una persona alla quale la sua morte ORA non conviene è proprio Putin. Sottolineo, ORA: a un mese dalle elezioni, a una settimana di distanza dall'intervista di Carlson, ad Avdiivka sostanzialmente conquistata, nel momento in cui cerca di accreditarsi a occidente come un leader con cui si può discutere e col quale trovare una soluzione diplomatica, in una campagna elettorale blindata nella quale non ricava alcun vantaggio dal dimostrarsi un emulo dell' NKVD, e con la Conferenza sulla sicurezza a Monaco appena iniziata e alla quale, guarda la casualità, partecipa la moglie.

Invece la morte di Navalny ha compattato immediatamente l'opinione pubblica e i media occidentali messi un po' in crisi dagli ultimi eventi, che hanno subito riproposto l'idea di un despota sanguinario che decide, senza una sola ragione plausibile, di eliminare fisicamente un oppositore già neutralizzato politicamente e che comunque in Russia non ha mai raccolto troppi consensi, sicuramente meno di quanti ne raccolga dalle nostre parti. Un despota, quindi, col quale assolutamente non si può discutere, men che meno negoziare.

Penso (ma è ovviamente solo la mia opinione) che si tratti di una "normale" morte in carcere, per quanto si possano considerare "normali" le morti in carcere. Un uomo detenuto da tempo in condizioni molto dure, sottoposto a un regime di carcerazione pesante in una struttura che, come tutte le strutture carcerarie, non mette al primo posto il benessere del detenuto né è dotata (soprattutto quelle al circolo polare artico) di un valido presidio medico. Ed è grave, gravissimo, che un detenuto muoia e che le sue condizioni di detenzione siano dure, indipendentemente dal reato commesso (ove mai ne abbia commesso uno); ma che qualcuno abbia telefonato da Mosca per farlo ammazzare mi pare molto improbabile. Non perché a Mosca siano buoni, perché non lo sono affatto: ma perché non sono stupidi.

Fonte

18/04/2022

Anche Kiev schiaccia i dissidenti interni. Il “fronte interno” della guerra

Si continua, non solo nel mainstream, ma anche nella sinistra, a definire lo Stato ucraino come soggetto aggredito nell’ambito del conflitto in atto sul suo territorio (prevalentemente).

Tuttavia, questa definizione nasconde anche l’”oblio” interessato dei precedenti 8 anni di guerra, in cui il regime di Kiev ha portato una aggressione costante per riannettere le aree del Donbass che non hanno mai accettato il colpo di stato filo-occidentale di inizio 2014, il quale portò una riconfigurazione totale dello stato ucraino, sia territoriale (con il distaccamento di Crimea e parte del Donbass), sia negli apparati, che hanno visto l’integrazione dei neonazisti nei ranghi dell’esercito e dei ministeri.

Accanto a questi due fattori, l’Ucraina ha anche cominciato una guerra sul fronte interno di discreta intensità, che sta portando ad uno scenario di tipo “chileno” o colombiano, con formazioni paramiliatari di estrema destra che si accaniscono liberamente ed in maniera extra-giudiziale contro le opposizioni. Con l’aggravante che, come detto, tali formazioni paramilitari si sono fatte stato.

Tutto ciò che ha a che fare con il movimento comunista dal 2015 è diventato illegale grazie ad un apposito sistema legislativo: parliamo dei simboli, compresi quelli richiamanti alla lotta contro l’invasione nazista, delle organizzazioni, delle persone fisiche, arrestate, torturate ed esiliate nel Donbass o altrove.

Da quando è scattata l’invasione russa, tale trattamento si è esteso a qualsiasi tipo di opposizione, compresa quella parlamentare, che è formalmente inserita nel regime post-Maidan.

Il caso più eclatante è quello dell’arresto di Medvedchuck, che con la sinistra non ha nulla a che fare, essendo un ricchissimo uomo di affari a capo di un blocco di più di 40 parlamentari (numericamente il secondo dell’intero parlamento), erede della coalizione che appoggiava il presidente Janukovich, deposto dal colpo di stato di Maidan.

A seguito di quest’arresto, con la vittima messa in bella mostra televisiva, il Presidente Volodymyr Zelevsky ha proposto uno scambio di questo con tutti i prigionieri di guerra fatti dalla Russia e dalle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk.

In questo modo, però, è lo stesso regime di Kiev a chiarire che non si tratta soltanto di un conflitto in cui l’Ucraina è aggredita dall’esterno, bensì anche di una guerra interna, in cui la parte russa è vista anche come la parte di tutte le opposizioni, per cui anche i prigionieri delle opposizioni vengono trattati come prigionieri russi.

Tornando alla repressione della sinistra e dei comunisti, si fa ora una rassegna parziale di quanto avvenuto da inizio guerra, secondo le notizie che filtrano dall’Ucraina.

Secondo il canale Telegram “Repression of the left and dissenters in Ukraine“, l’ufficio del procuratore generale dell’Ucraina ha riferito che dal 24 febbraio 2022 al 7 aprile 2022 sono stati registrati 7283 procedimenti penali e un caso definito “principale” connessi all’aggressione della Federazione Russa.

Di questi, 1.653 sono procedimenti penali per “violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina” (articolo 110 del codice penale). La prassi giudiziaria mostra che si tratta principalmente di post sui social network in cui i cittadini esprimono le proprie opinioni. Ad esempio, il blogger di Leopoli Gleb Lyashenko è in arresto dal 30 marzo.

Sono 435 i casi di “alto tradimento” (articolo 111), fra cui il poeta 70enne Yan Taksyur, che ha sostenuto i diritti della Chiesa ortodossa ucraina. Dal 10 marzo è in arresto nel centro di detenzione preventiva Lukyanovsky (Kiev).

Il 20 marzo, la SBU ha arrestato la 66enne attivista per i diritti umani Elena Berezhnaya a Kiev, accusata anche lei di alto tradimento.

Poi ci sono 43 casi di “guerra aggressiva” (articolo 437). In base a questo articolo, ad esempio, è stato accusato un attivista dell’organizzazione di sinistra Livitza, di Dnepropetrovsk, Alexander Matyushenko, il quale non è mai stato un miliziano. Durante l’arresto è stato duramente picchiato dai nazisti di Azov. Dal 3 marzo è detenuto.

Lo stesso giorno, 39 persone sono state arrestate a Dnepropetrovsk con la stessa accusa.

In seguito, Matyushenko è riuscito a far derubricare la propria accusa, creando così la possibilità di rientrare anch’egli in uno scambio di prigionieri.

56 casi sono di “sabotaggio”. Uno di questi riguarda il giornalista di Odessa Yuri Tkachev, accusato di possesso di esplosivi, che, secondo lui, gli sono stati piazzati addosso da agenti della SBU. Dal 19 marzo è in arresto. Lo stesso giorno, 17 persone sono state detenute a Odessa per lo stesso motivo.

In questa casistica è rientrata anche l’accusa, a Lutsk, del violinista della Filarmonica regionale Volyn Oleg Smetanin.

Inoltre, il 7 marzo il giornalista Dmitriy Dzhangirov (membro del partito ”Nuovo Socialismo”), Vasyl Volha (ex leader dell’Unione delle Forze di Sinistra), il giornalista Yury Dudkin e il pubblicista Aleksandr Karevin (che è riuscito a scrivere sul momento sulla sua pagina Facebook: “La SBU sta venendo”), sono stati arrestati a Kiev.

L’11 marzo, l’attivista di sinistra Spartak Golovachev è scomparso a Kharkiv. “La porta è stata sfondata da uomini armati in uniforme ucraina. Addio“, è riuscito a scrivere sui social.

Sempre l’11 marzo, a Odessa, la SBU ha arrestato Elena Vyacheslavova, la figlia di Mikhail Vyacheslavov, ucciso il 2 maggio 2014 nell’incendio della Camera dei sindacati di Odessa.

Anche il luogo in cui si trovano diversi membri dei partiti di sinistra “Nuovo Socialismo” e Derzhava è sconosciuto. Hanno smesso di scrivere qualsiasi cosa sui social media. Potrebbero essere nascosti, ma potrebbero anche essere stati arrestati.

Il 13 marzo, in un villaggio vicino a Odessa, è stata bruciata la casa dell’attivista di sinistra Dmitry Lazarev.

Il 4 marzo Vladimir Ivanov, attivista di sinistra di Zaporozhye, è scomparso. Non si sa dove si trovi. Sul suo account Telegram vengono visualizzati post piuttosto insoliti per lui.

Secondo alcuni report da Dnepropetrovsk, il 19 marzo le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in una casa e hanno arrestato Yuriy Bobchenko, presidente del sindacato dei lavoratori del settore metallurgico e dei minatori presso l’impresa ArcelorMittal.

Tutti questi casi fanno seguito a quello dei fratelli Kononovich, anch’essi appartenenti ad un’organizzazione giovanile comunista e scomparsi.

Lo scenario appena tracciato, che sicuramente è solo parziale rispetto alle sue dimensioni reali, induce a guardare al conflitto ucraino con un’ottica più completa, come guerra regionale in cui l’Ucraina agisce “per procura” degli imperialismi occidentali, ma anche come conflitto interno all’Ucraina.

Non solo su base etnica e territoriale contro il Donbass, ma anche con caratterizzazione di classe nuda e cruda, che vede i comunisti, le sinistre e i sindacati come bersaglio politico principale.

Di conseguenza, andrebbe messo in campo anche l’argomento della solidarietà ai compagni ucraini nel piano di iniziative contro la guerra.

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19/02/2021

Anche alla Camera 28 deputati M5S non votano Draghi

Alla Camera sono stati 16 i deputati M5S che hanno votato apertamente contro il governo Draghi, mentre altri 12 non hanno votato la fiducia astenendosi dal rispondere alla chiamata al voto.

I deputati e i senatori del M5S che hanno votato contro il governo Draghi puntano ad organizzarsi con gruppi parlamentari propri ed a guardare anche fuori dalle aule parlamentari. Oggi i probiviri del M5S si riuniranno per decidere la loro espulsione.

I senatori dissidenti, stanno lavorando alla creazione di un nuovo gruppo con tanto di simbolo (si parla di prendere in prestito il logo dell’Italia dei Valori per dar vita a un nuovo gruppo a palazzo Madama). “Un nuovo soggetto politico? Stiamo valutando il da farsi – spiega all’Adnkronos la senatrice Bianca Laura Granato – Se vogliamo rendere produttiva la nostra scelta, mi sembra l’unica via percorribile”.

Più cauto per ora è il senatore Morra, il quale si dice non interessato a un eventuale nuovo gruppo formato da ex 5 Stelle: “Chi vuole mettermi contro il Movimento sappia che non avverrà mai”.

Ai senatori M5S sotto tiro arriva intanto la solidarietà dei loro colleghi alla Camera. “Esprimiamo la nostra piena solidarietà ai senatori M5S espulsi da Vito Crimi per aver votato contro la fiducia a questo governo della grande ammucchiata, per essersi astenuti o per non essere stati presenti. La loro espulsione suona anche come un avvertimento nei confronti di noi deputati”, affermano in un nota i deputati Pino Cabras, Andrea Colletti, Jessica Costanzo, Paolo Giuliodori, Alvise Maniero e Andrea Vallascas che ieri, insieme agli altri, hanno espresso alla Camera il loro convinto ‘no’ alla fiducia al governo Draghi e quindi rischiano anche loro l’espulsione.

“Il nostro impegno, nel solco del programma elettorale – rimarcano i sei parlamentari in una nota congiunta – non verrà certo meno, nonostante le minacce e i tentativi di condizionare il nostro voto. Lavoreremo insieme per costruire un’alternativa a un governo del ‘tutti dentro’ e dell’austerità. L’alternativa c’è!” scrivono nella nota i sei parlamentari M5S.

E quell’alternativa potrebbe presto prendere le sembianze di un nuovo soggetto politico. Di alternativa parla il deputato Pino Cabras in un post, definendo Draghi “Il protagonista non del “Sogno Europeo” ma dell’”Europeismo Reale”, un lungo incubo che vediamo anche dietro il troppo incenso intorno al Gattopardo tecnocratico”.

Secondo Cabras “La cosiddetta «buona moneta» non lascia un buon pianeta, ma un continente stremato e più indifeso di fronte alla crisi Covid. La Repubblica italiana ha bisogno di un’opposizione completa. Le diciamo no. L’Alternativa c’è!”.

Intanto, fuori dalle aule parlamentari dovrebbe prendere parola anche Alessandro Di Battista, che domani (sabato per chi legge) interverrà nella discussione con una diretta sulla sua pagina Instagram: “Ci sono cose da dire. Scelte politiche da difendere. Domande a cui rispondere ed una sana e robusta opposizione da costruire”, scrive lo storico esponente del M5S Stelle che pochi giorni fa ha annunciato il suo allontanamento dalla linea adottata dal movimento.

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18/02/2021

Espulsione per i senatori M5S che hanno detto NO al governo Draghi

Ieri il governo Draghi ha incassato la prima fiducia al Senato. I voti favorevoli sono stati 262, i contrari 40 e 2 astenuti. Un consenso rilevante ma, per paradosso, inferiore a quello che ottenne Monti nel 2011, in quel caso i favorevoli furono 281.

Tra i 40 voti contrari ci sono anche quelli di 15 senatori del M5S che, con una buona dose di coerenza e coraggio politico, hanno deciso di non sostenere il governo del “commissario Draghi” e che per questo, secondo voci che circolano da ieri sera, saranno espulsi dal movimento.

I voti contrari sono stati dei senatori: Rosa Abate, Luisa Angrisani, Margherita Corrado, Mattia Crucioli, Fabio Di Micco, Silvana Giannuzzi, Bianca Granato, Virginia La Mura, Elio Lannutti, Barbara Lezzi, Matteo Mantero, Cataldo Mininno, Nicola Morra, Fabrizio Ortis, Vilma Moronese.

Il senatore Ortis scrive in un post che “Il Governo Draghi è il simbolo di tutto ciò che il M5S ha sempre combattuto, e addirittura tutto ciò a cui deve la sua stessa esistenza: senza Draghi, Monti e gli altri tecnocrati, senza Forza Italia e Berlusconi, le nostre Stelle non sarebbero neppure mai sorte”.

Sono invece risultati assenti dall’aula i senatori M5S Giuseppe Auddino, Elena Botto, Antonella Campagna, Emanuele Dessi, Vincenzo Garruti, Simona Nocerino. In congedo per M5s risulta Orietta Vanin, in missione Francesco Castiello. Tra gli assenti figura anche il senatore di Forza Italia Renato Schifani.

A questi voti contrari vanno aggiunti i 6 no alla fiducia dei senatori del gruppo Misto: Lello Ciampolillo, Elena Fattori (componente LeU), Mario Giarrusso, Carlo Martelli, Paola Nugnes, Gianluigi Paragone. Due gli astenuti: Tiziana Drago (Misto) e Albert Laniece (Autonomie). Infine hanno votato no anche tutti i senatori di FdI.

Oggi si replica alla Camera dove la pattuglia dei deputati M5S contrari è altrettanto consistente. Tra questi ci saranno Pino Cabras e Alvise Maniero. In un post il deputato Cabras spiega che “mentre i virus e i partiti mutano e generano varianti, i draghi restano se stessi: quel che dicevano nelle letterine al governo nel 2011 lo dicono paro paro nel discorso di governo del 2021. Stesse ricette, stessa austerità, stesse prevedibili spinte al declino”, per questa ragione sottolinea Cabras “non potrà essere la stessa opposizione. Quella che verrà non dovrà capitolare”.

Molto probabile anche il No di Francesco Forciniti e Raphael Raduzzi. Tra i deputati si fanno anche altri nomi di possibili dissidenti: Andrea Colletti, Jessica Costanzo, Paolo Giuliodori ed Emanuela Corda.

Insomma, per il momento, i parlamentari del M5S contrari al governo Draghi sembrano dare una prova migliore rispetto ai partiti della sinistra con il governo Prodi.

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