Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/08/2021

Il nemico nel proprio paese. 150 anni di Karl Liebknecht

“L’abbiamo giurato a Karl Liebknecht, stringiamo la mano a Rosa Luxemburg”.

Questa canzone viene cantata soprattutto durante la manifestazione annuale a Berlino in onore dei due fondatori-leader del movimento operaio tedesco. Questi versi, composti nel 1919 da uno sconosciuto, sembrano mostrare una gerarchia: al primo posto Karl, al secondo Rosa.

Ed è stato in un certo senso così anche cinquant’anni più tardi: nella Repubblica Democratica Tedesca: prima Liebknecht, il pragmatico, poi Luxemburg, la teorica-difficile (un po’ sospetta); nella Repubblica Federale Tedesca Luxemburg quasi sconosciuta – forse per ignoranza. Le cose cambiano con il ‘68 nella Germania Ovest: da quel momento in poi, Rosa “brilla” più di Karl, l’icona della sinistra radicale diventa lei.

Ma chi era questo – meno conosciuto in Italia – Karl Liebknecht? È tempo di riportare Karl Liebknecht in superficie, perché nessuno a sinistra in Germania ha combattuto come lui contro il militarismo, il capitale e la guerra; nessuno – e pochissimi lo sanno – ha criticato come lui da comunista la teoria marxiana.

Ma andiamo per gradi. Si potrebbe dire che Karl Liebknecht nasce, il 13 agosto 1871, marxista: i suoi padrini di battesimo sono Karl Marx e Friedrich Engels, suo padre è cofondatore del partito socialdemocratico tedesco SPD.

La carriera politica dell’avvocato Karl Liebknecht iniziò dopo la morte del padre nel 1900. Ma nella SPD ha avuto una posizione difficile fin dall’inizio: le sue idee antimilitariste radicali, che erano una spina nel fianco dell’industria bellica tedesca, furono respinte. Tuttavia, diventa membro del Reichstag (il parlamento tedesco) – un’espressione del rispetto che si era guadagnato all’interno della classe operaia. Per la sua opera Militarismo e antimilitarismo fu condannato il 12 ottobre 1907 a un anno e mezzo di reclusione per alto tradimento. Dopo il verdetto, tuttavia, fu celebrato con entusiasmo dalle masse davanti alla corte imperiale di Lipsia.

“Abbasso la guerra! Abbasso il governo!”

La sua lotta contro la guerra lo rese definitivamente un’icona del movimento operaio, ma anche il nemico pubblico numero uno, quando si scontrò con il suo partito dopo lo scoppio della guerra nel 1914 e fu l’unico membro del Reichstag a votare contro i crediti di guerra.

Nel maggio 1915 pubblica il suo pamphlet più importante contro la guerra mondiale: Il nemico principale di ogni popolo sta nel suo stesso paese.
“Gli imperialisti austriaci e tedeschi speculano sull’oblio del popolo tedesco, sulla sua pazienza troppo spesso provata... Abbiamo visto che quando è scoppiata la guerra, le masse sono state attirate dalle classi dominanti con melodie allettanti per lo scopo della guerra capitalista. Abbiamo visto come scoppiano le scintillanti bolle di sapone della demagogia, come invece della felicità la miseria e l’infelicità regnano tra la gente; come le lacrime delle vedove di guerra e degli orfani di guerra si sono gonfiate a fiumi... I nemici della classe operaia contano sull’oblio delle masse – badate che calcolino male! Speculano sulla longanimità delle masse... Proletari di tutti i paesi, seguite l’esempio eroico dei vostri fratelli italiani! Unitevi nella lotta di classe internazionale contro le cospirazioni della diplomazia segreta, contro l’imperialismo, contro la guerra, per una pace nello spirito socialista. Il nemico principale è nel tuo paese!”

(Karl Liebknecht: Der Hauptfeind steht im eigenen Land, Mai 1915. In: Karl Liebknecht: Gesammelte Reden und Schriften. Vol. VIII. Dietz Berlino 1974)
Insieme a Rosa Luxemburg fondò la “Spartakusbund” (Lega di Spartaco) nel gennaio 1916; scrisse instancabilmente saggi, tenne conferenze ai congressi dei lavoratori e socialisti sui pericoli del militarismo. Il 1° maggio 1916 Karl Liebknecht iniziò il suo discorso al Potsdamer Platz di Berlino con le parole “Abbasso la guerra! Abbasso il governo!”. Non andò oltre. Fu subito arrestato e poi condannato a quattro anni di carcere.

Quando Liebknecht fu graziato alla fine della Prima Guerra Mondiale, il clima politico era cambiato. La Germania era alla vigilia di una rivoluzione. Quando scoppiano le rivolte nel novembre 1918, Liebknecht e Luxemburg sono i protagonisti.

Il 9 novembre Liebknecht proclamò la Repubblica Socialista Tedesca dal balcone del Castello di Berlino. (Poco prima il socialdemocratico Philipp Scheidemann aveva proclamato la Repubblica tedesca dal balcone del Reichstag). Nei giorni che seguirono fu costituito un governo sotto la guida del socialdemocratico Friedrich Ebert. Liebknecht non voleva entrare a far parte di questo governo perché, a suo avviso, i suoi ex compagni avevano tradito tutti gli ideali del partito accettando la guerra. Quindi invitò le masse a combattere questo governo e a continuare la rivoluzione. Dopo quattro anni di guerra, tuttavia, le idee di Liebknecht non trovarono risposta da parte delle masse.

Da braccato a martire

Per assicurarsi il potere appena conquistato, il governo rivoluzionario socialdemocratico collaborò con le vecchie élite. Le ribellioni che divamparono nel Natale 1918 e nel gennaio 1919 furono brutalmente represse. Alla fine dell’anno gli “Spartachisti” si unirono ai socialdemocratici di minoranza e fondarono il Partito Comunista di Germania, KPD. Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg erano i coordinatori, ma furono ostracizzati dalla stampa fedele al governo e messi alla gogna come traditori.

Non erano più al sicuro in nessun luogo ed erano in fuga da giorni quando furono rintracciati e arrestati nell’appartamento di un amico la sera del 15 gennaio 1919 e trasportati via. Karl Liebknecht fu costretto a uscire dall’auto dopo un breve tragitto: gli spararono alle spalle. In seguito si diffuse la notizia che questo era l’unico modo per impedire un tentativo di fuga. Poco dopo fu ammazzata anche Rosa Luxemburg e il suo corpo gettato in un canale.

Karl Liebknecht fu sepolto in una fossa comune il 25 gennaio 1919, insieme ad altre 32 vittime della “rivolta di Spartaco” nel cimitero centrale di Berlin- Friedrichsfelde. In seguito, dopo il ritrovamento del corpo di Rosa Luxemburg, per la quale inizialmente era stata sepolta simbolicamente una bara vuota, ci fu un altro servizio funebre il 13 giugno 1919.

Come ricordare quindi “l’icona” Karl Liebknecht?

Sebbene l’antimilitarismo abbia plasmato il suo lavoro in molti modi, Liebknecht incarnò anche il tipo di un politico universale. La riduzione all’antimilitarismo non gli rende giustizia, anzi la falsifica. Il suo lavoro sull’industria degli armamenti e l’analisi dell’imperialismo continuano a suscitare interesse. I suoi discorsi parlamentari combinavano sempre analisi perspicace con incessante scoperta delle cause dei disagi politici e sociali e degli interessi che vi stavano dietro.

Fonte

17/08/2019

75 anni dall’assassinio di Ernst Thälmann a Buchenwald


Ricorre oggi, nella notte del 17 agosto, il 75° dell’assassinio, nel campo di concentramento di Buchenwald, del segretario del KPD (Kommunistische Partei Deutschlands) Ernst Thälmann. Lo ricordava ieri Ralf Hohmann, sull’organo del DKP (Deutsche Kommunistische Partei: messo fuori legge il KPD nel 1956, nel 1968 fu fondato il DKP) Unsere Zeit, ricostruendo l’intera vicenda giudiziaria che tra il 1947 e il 1987, ha finito per assolvere colui che le testimonianze indicavano esser stato l’esecutore materiale del crimine.

Nel pomeriggio del 17 agosto 1944, un drappello di SS aveva prelevato Thälmann dal carcere di Bautzen (arrestato nel 1933, Thälmann era stato trasferito più volte da un carcere all’altro, quasi sempre in isolamento, e alla fine, l’11 agosto 1943, condotto nel Justizvollzugsanstalt Bautzen, una sessantina di km a est di Dresda); “verso mezzanotte, una limousine arrivò al Konzentrationslager di Buchenwald. Il prigioniero fu fatto scendere. Il suo ultimo cammino fu tra un’ala di SS. Si avvertirono tre colpi in rapida successione. Quando il prigioniero era già a terra, ne seguì un altro”. Fu cremato la notte stessa.

L’ordine di assassinarlo, ricorda Hohmann, era venuto da Hitler in persona. Il 14 agosto 1944, il Reichsführer-SS Heinrich Himmler, incontrandosi con Hitler alla Wolfsschanze, aveva annotato: “Thälmann deve essere giustiziato“. L’assassinio avrebbe dovuto esser classificato come “Affare segreto del Reich“. A settembre ’44, i giornali scrissero che Thälmann era tra le vittime del bombardamento del 24 agosto 1944 su Weimar e l’area circostante.

Un prigioniero politico però, tale Marian Zgoda, aveva notato tutto. Aveva sentito dagli addetti ai crematori, che “uno dei forni avrebbe dovuto essere riscaldato prima che i prigionieri fossero di nuovo rinchiusi”. Aveva visto come venisse condotto “un uomo alto e dalle spalle larghe, calvo“. Quindi sentì il Stabsscharführer Wolfang Otto (nello stato maggiore di Buchenwald dal 1939, era il capo del “Kommando 99”, addetto alle esecuzioni) chiedere al Rapportführer Hofschulte se sapesse chi fosse l’uomo assassinato e poi dirgli che “Era il capo comunista Thälmann“. Circa 8.000 prigionieri sovietici, scrive Hohmann, furono assassinati nella cosiddetta “stalla dei cavalli” del campo, con un colpo alla nuca o impiccati.

Nel 1947, il tribunale militare americano a Dachau condannò Otto a 20 anni di galera per crimini commessi a Buchenwald, ma non per aver preso parte all’assassinio di Thälmann; già nel 1952 fu rimesso in libertà per “buona condotta”. Nel 1961, un altro ex prigioniero di Buchenwald, Ludwig Landwehr, venne a sapere del rilascio di Otto. Presentò una denuncia e materiali di prova, incluso il testo della testimonianza di Zgoda; prese parte al processo anche la vedova di Thälmann, Rosa, rappresentata da Friedrich-Karl Kaul, a quel tempo unico avvocato della DDR a poter patrocinare cause in Germania ovest.

Il procuratore di Colonia, Hans-Peter Korsch, chiuse il caso il 10 gennaio 1964 per mancanza di prove. Otto negò qualsiasi coinvolgimento nell’assassinio e Korsh considerò non attendibile il testimone Zgoda, con la “motivazione” che si trattava di uno straniero che “nel 1951 diffondeva volantini comunisti”.

Rosa Thälmann tentò altre cinque volte di avere giustizia: senza successo. Le richieste di estradizione avanzate dalla DDR rimasero sempre inevase.

Dopo la morte della madre, la figlia di Thälmann, Irma, incaricò un avvocato tedesco-occidentale di rivolgersi alla Corte d’appello di Dusseldorf: inutilmente. Solo alla fine del 1985, Otto comparve dinanzi al tribunale distrettuale di Krefeld, ma negò di essere stato direttamente coinvolto nell’esecuzione di Thälmann, affermando di aver svolto solo incarichi amministrativi.

Non considerando probante la testimonianza scritta di Zgoda, il tribunale ascoltò alcune decine di testimoni, ordinò un sopralluogo nell’ex lager di Buchenwald, acquisì la testimonianza di un ex SS, a cui Otto aveva confessato tutto, dopo la fine della guerra, aggiungendo però che era stato un altro a sparare. Alla fine, Otto fu condannato a quattro anni per concorso in omicidio; ricorse in appello e vinse. Nel marzo 1987, la Corte suprema federale annullò la condanna di Krefeld; il 29 agosto 1988 il tribunale regionale di Düsseldorf lo assolse.

Naturalmente, è tutt’oggi raro incappare in giudizi favorevoli sulla figura di Ernst Thälmann. Sopravvive la stantia omelia socialdemocratica, secondo cui la “caparbia insistenza” comunista a smascherare la socialdemocrazia e voler presentare proprie candidature elettorali, avrebbe avvantaggiato la vittoria nazista. Ma, in quante occasioni, in quanti Land, i socialisti in posizioni di comando chiusero sedi comuniste, proibirono l’attività dei sindacati comunisti, giunsero a usare la polizia e a sparare contro i comunisti?

Anche in certa sinistra, nel giudizio sui comunisti tedeschi di quel periodo, ci si riduce ai cliché sulle “oscillazioni senza principio dello stalinismo” – e Thälmann e KPD erano senz’altro sul terreno della III Internazionale – che, con “la politica dei fronti popolari antifascisti”, avrebbe decretato la “subordinazione dei lavoratori ai liberali e alla sinistra borghesi nel nome della lotta al pericolo fascista”. Poi, al contrario, si ridicolizza la politica del “socialfascismo, promossa da Stalin e dall’Internazionale Comunista stalinizzata tra il 1929 e il 1933, secondo cui socialdemocratici e fascisti sono ‘fratelli gemelli’, politica che ‘portò il KPD nel 1931 a sostenere un referendum promosso dai nazisti contro il governo Brüning’”.

I comunisti tedeschi non avevano mai smesso di cercare l’unità d’azione con quella parte della socialdemocrazia disposta ad affrontare per davvero la lotta contro il Zentrum liberale e la destra nazionalista.

Nel 1926, l’appello dei comunisti ai socialdemocratici aveva portato a un fronte comune in vista del referendum sull’esproprio senza indennizzo dei latifondi dei nobili prussiani, purtroppo perso, nonostante 12,5 milioni di voti: cioè più dei 10,6 milioni di elettori che avevano votato per KPD e SPD alle elezioni al Reichstag del dicembre 1924.

Ugualmente, negli anni seguenti, pur con innegabili oscillazioni, KPD e Thälmann in prima persona si erano ripetutamente spesi in appelli per un fronte antifascista. Nonostante anche esponenti della sinistra della SPD definissero di stampo fascista il gabinetto di Heinrich Brüning e riconoscessero che la sua politica condotta a colpi di decreti d’urgenza (Notverordnungpolitik) avrebbe spianato la strada all’aperto fascismo, i vertici socialdemocratici appoggiavano quella politica che provocava 6 milioni di disoccupati, rifiutavano ogni accordo con i comunisti e poi, alle presidenziali del 1932, dettero addirittura indicazioni di voto per Hindenburg.

Per tutto il 1933 e anche buona parte del 1934, in Germania e poi, una volta messi fuori legge, dall’estero, la KPD continuò ancora per anni a lanciare appelli tanto alla direzione socialdemocratica, quanto alla base operaia di quel partito, per un fronte antifascista: le risposte dei vertici socialdemocratici, furono immancabilmente negative, a partire dal rifiuto dello sciopero generale proposto dai comunisti all’indomani della presa del potere hitleriana, nel gennaio ’33.

Alla conferenza di partito dell’ottobre 1932 Thälmann dichiarò “Abbiamo visto come il governo Brüning, sorretto in tutto e ovunque dalla socialdemocrazia, e la cui filiale era costituita dal governo socialdemocratico della Prussia, abbia preparato per quasi due anni la strada alla dittatura fascista, con una politica che abbiamo giustamente descritto come la politica di ‘messa in atto della dittatura fascista’“.

Ma, si sa, furono i “comunisti a spianare la strada a Hitler”, tanto che, chi li ammazza, può ben andare assolto nei tribunali della democrazia.

Fonte