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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/07/2026

La politica senza più il potere

Occuparsi dei turbamenti della classe politica italiana è uno sforzo di stomaco, quasi come assistere ad un’autopsia. È necessario, purtroppo, ma niente affatto entusiasmante, visto che nulla di definitivo e di «ampio respiro» può esservi trovato.

Governo Meloni e «campo largo» soffrono infatti della stessa malattia: come raggiungere e blindare il «non potere» garantito dalle elezioni.

Chiunque governi, infatti, ha un ventaglio di opzioni, o una «libertà di scelta», simile a quello di un criceto in gabbia che gira sulla ruota non potendo correre liberamente.

Basterebbe citare il dibattito parlamentare sulle «autorizzazioni» concesse agli aerei statunitensi che andavano a bombardare l’Iran. Mark Rutte – incredibilmente investito del ruolo di segretario della Nato (il prossimo potrebbe essere ancor meno credibile, cioè il neo-disoccupato Keir Starmer ) – aveva rivelato che erano state circa 500. Fornendo così l’occasione per un po’ di finta indignazione di centrosinistra.

Ovviamente l’uso delle basi italiane per una guerra Usa è di fatto una partecipazione a quella guerra (non è che fare il «pieno» di cherosene a un bombardiere sia un’attività «neutrale»), ma il problema sta nell’adesione alla Nato e quindi ai trattati che vincolano l’Italia a prescindere dal governo in carica.

E dunque ha avuto facile gioco il ministro della difesa Crosetto nel richiamare questa antica «abitudine servile» nei confronti del «socio» statunitense citando i “518 autorizzati dal 28 febbraio al 23 giugno contro i 722 nel 2019, 450 nel 2020, 457 nel 2021, 560 nel 2022”.

Lo stesso dicasi per i «vincoli europei», che pure la destra aveva sbraitato di non voler rispettare una volta al governo, mentre ora Giorgetti – leghista, quindi teoricamente massimo critico della UE, a parole – sta lì col microscopio in mano per impedire uno scostamento di spesa dello zero virgola.

Cosa che, quando avviene, solleva l’urletto isterico di chi per quasi 30 anni ha accompagnato il taglio della spesa sociale con il mantra tossico «lo vuole l’Europa», guadagnandosi così l’odio perenne dei ceti popolari.

Politica estera e finanza pubblica si incrociano sulla posizione del governo da portare al prossimo vertice Nato in Turchia, dove sarà presente pure Trump, garantendo che qualsiasi azzeccagarbuglio escogitato per «conciliare» maggiori spese per armamenti e rispetto dei vincoli di bilancio sarà destinato a saltare in aria.

Le avvisaglie si vedono già ora. Meloni si presenterà infatti sventolando un aumento della spesa militare fino al 2,8%, mentre sottobanco, a fini interni, fa passare l’idea che uno 0,7% (un quarto del totale) sarà in realtà «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul territorio».

La formula è oscura a sufficienza da far credere che in realtà saranno spese non proprio militari ma funzionali a... Del resto, per un esecutivo che aveva provato a far passare per «militari» le spese immaginate per il ponte sullo Stretto, ogni pastrocchio appare possibile.

Ma quel 2,8 sembra troppo poco all’ambasciatore Usa presso la Nato, Matthew Whitaker, che ricorda come Trump “si aspetta pienamente che tutti gli alleati si attivino immediatamente e si mettano sulla strada del 5 percento, e che lo facciano con urgenza”.

Peggio ancora sull’ennesimo pacchetto di aiuti all’Ucraina – altri 70 miliardi, da dividere pro quota tra i paesi europei – che il governo italiano vorrebbe in qualche misura dilazionare o evitare che diventino una tassa annuale a tempo indeterminato.

La pressione in questo caso arriva soprattutto dalla Germania, particolarmente disposta, con Merz, ad incrementare senza limiti la guerra con l’obbiettivo di «fare pressione sulla Russia» perché si arrenda. Il quotidiano tedesco Faz ha pubblicato un «retroscena» secondo cui l’Italia sarebbe intenzionata a opporsi all’inserimento, nella dichiarazione finale di Ankara, di un riferimento al proseguimento del sostegno militare all’Ucraina oltre il 2027.

La smentita del governo italiano ovviamente non ha convinto nessuno...

Di fronte alla necessaria presa d’atto di non contare molto e di ritrovarsi in alleanze semi-schiavistiche, sembra quasi surreale che ci si preoccupi di varare una nuova legge elettorale per «dare più stabilità» agli esecutivi.

Intanto perché quello attuale dura da 4 anni nonostante non abbia risolto un problema che sia uno, e dunque la legge attuale è già abbastanza «premiante» per chi strappa qualche consenso in più. In secondo luogo perché la permanenza al «non potere» garantisce al massimo qualche catena clientelare in più, non immaginarie «svolte» per uscire dal degrado costante cui è stato consegnato questo Paese.

È chiaro che una legge elettorale con un «forte premio di maggioranza» e l’indicazione del «candidato premier» costituisce una premessa dell’assalto della destra al Quirinale. La stessa Meloni l’ha detto esplicitamente, facendo finta di essere ancora un underdog che vorrebbe essere legittimato a coprire qualsiasi carica istituzionale.

Ma è ridicola la finta opposizione del «campo largo», che pretende di salvaguardare «casematte neutrali» – l’ultima ridotta è appunto il Colle, ormai – mentre risulta incapace di frenare il diffondersi nel paese del veleno neofascista, razzista e classista.

È nella società che si vincono o perdono i conflitti politici. «Le istituzioni» si limitano a registrare il risultato, consegnandosi nude, inutili e trasformabili al vincitore.

Ma questo non entrerà mai nella testa di quei micropensatori che non riescono ad immaginare altro che cartelli elettorali senza confini – cioè senza idee, tantomeno chiare – con cui sperare di “impedire la vittoria della destra”. Che infatti vince mettendo in campo interessi indicibili, sogni senza senso ed idee immonde, con formule addirittura ignobili ma comprensibili.

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