In un’intervista di qualche giorno fa a Der Spiegel, l’ex Cancelliera tedesca Angela Merkel aveva fatto alzare le sopracciglia a qualcuno, dicendosi contraria all’invio di armi (soprattutto quelle tedesche) a Kiev, puntando invece a pressioni politiche sulla Russia.
Bontà sua, aveva anche detto che già da oltre un anno gli accordi di Minsk erano lettera morta, (come da molto più tempo denunciavano in Donbass) evitando naturalmente di puntare il dito sui colpevoli del “decesso” di quegli accordi.
A leggere qualche quotidiano italico, si poteva ben vaneggiare di una Merkel che ricordava affranta gli “sforzi” sostenuti a febbraio 2015 nella capitale bielorussa, insieme a Vladimir Putin, Petro Porošenko e François Hollande (il “quartetto normanno”), con Aleksandr Lukašenko garante dell’ospitalità e della serietà di quei colloqui, per cercare una soluzione alla guerra in Donbass che andava avanti già da sette-otto mesi.
E le italiche penne ci assicurano che Angela Merkel «difende ancora» quegli accordi, come se davvero ci avesse creduto.
Qui termina la favola e comincia l’apostolato vero e proprio, trasformando sintatticamente una scelta ben cosciente e mirata dei garanti franco-tedeschi degli accordi di Minsk, in qualcosa che sarebbe invece comparsa per intercessione angelica.
Scompare la dichiarazione a Die Zeit del 7 dicembre scorso, secondo cui gli accordi di Minsk furono «un tentativo di dare tempo all’Ucraina» – cioè: Merkel e Hollande volevano solo far guadagnare tempo alla junta golpista, che le stava prendendo di santa ragione in Donbass – e al suo posto si manifesta in sembianze ultraterrene il miracolo secondo cui gli accordi di Minsk, di per sé, come lo spirito santo, «hanno permesso all’Ucraina di diventare militarmente forte».
Oggi Angela Merkel ammette candidamente che Kiev ha usato il tempo messo a disposizione dagli accordi (mai rispettati dai nazigolpisti, a partire dalle clausole sull’arretramento delle artiglierie pesanti e, soprattutto, sulla necessità di trattative dirette tra Kiev e Donetsk-Lugansk e la concessione di uno status speciale al Donbass) per diventare più forte militarmente.
L’Ucraina del 2014-2015, dice la Merkel a Die Zeit, «non era l’Ucraina di oggi. Come abbiamo visto nei combattimenti per Debaltsevo all’inizio del 2015, Putin avrebbe potuto facilmente conquistarla. E dubito fortemente che ci fosse molto che i paesi della NATO avrebbero potuto fare allora, come stanno facendo ora per aiutare l’Ucraina.
Sapevamo tutti che si trattava di un conflitto congelato, che il problema non era stato risolto, ma è stato proprio questo a far guadagnare tempo prezioso all’Ucraina».
In effetti, ricordiamo tutti come, proprio durante le trattative a Minsk, il “prode” Porošenko interrompesse continuamente i colloqui per andare a informarsi sulla situazione alla sacca di Debaltsevo, in cui, per ottusità e dolo dei comandi golpisti (e per volontà esterna) centinaia e centinaia di soldati ucraini, accerchiati dalle milizie, persero la vita; come del resto era accaduto qualche mese prima nell’altra sacca di Ilovajsk.
Pronta la reazione della portavoce del Ministero degli esteri russo, Marija Zakharova, alle dichiarazioni della Merkel: «Vale a dire che Berlino e, di conseguenza, l’intero Occidente collettivo, non ho mai inteso onorare gli accordi di Minsk, hanno finto di rispettare la risoluzione del Consiglio di sicurezza, mentre in realtà hanno riempito di armi il regime di Kiev; hanno ignorato i crimini commessi dal regime di Kiev in Donbass e in Ucraina, in nome di un colpo decisivo alla Russia».
Aspri i commenti del “padrone di casa” a Minsk, Aleksandr Lukašenko, che ha definito ripugnanti, vili e meschine le dichiarazioni della Merkel sugli accordi di Minsk, aggiungendo comunque di non credere che si sia trattato davvero di un tentativo occidentale di guadagnare tempo, con l’inganno, per rafforzare l’esercito ucraino e di ricordare come all’epoca, tutti, avessero intenzioni del tutto serie.
Ma se è veramente come ha detto la Merkel, ha dichiarato Lukašenko al canale TV Rossija 24, sarebbe davvero disgustoso, meschino.
Secondo RIA Novosti, il bat’ka bielorusso ha espresso sconcerto per come sia possibile «oggi, in questo contesto, dire che essi, Porošenko, Hollande, abbiano semplicemente condotto un’operazione segreta, abbiano ingannato tutti, prima di tutto la Russia e Putin, e tutti nel mondo, fornendo con una tregua l’opportunità di preparare l’esercito ucraino per questa guerra».
Lukashenko ha sottolineato come, sullo sfondo di «false dichiarazioni di Porošenko e Merkel», la Russia non possa essere incolpata per lo scoppio delle ostilità nel 2022.
La Merkel «vuole essere trendy», dice il Presidente bielorusso. «Lei e Porošenko vogliono mostrarsi importanti, come a dire: “Guardate, l’esercito ucraino sta combattendo e resistendo a uno degli eserciti più forti del mondo, perché a Minsk abbiamo ingannato tutti”».
Se avessero seguito la strada che Putin aveva proposto per l’accordo, dice bat’ka, l’Ucraina sarebbe rimasta integra, con l’eccezione della Crimea, e non ci sarebbe stata la guerra. Ricorda come, nei giorni delle trattative di Minsk, avesse fatto la spola tra Putin e Porošenko, trasmettendo informazioni, esigenze, richieste.
«Putin aveva detto a Porošenko che Mosca avrebbe aiutato a ripristinare ciò che è stato distrutto, e allora le distruzioni erano ancora minime, ma loro non ne volevano sapere; si stavano preparando alla guerra, anche se allora nessuno lo pensava, come dicono oggi Merkel e Porošenko».
Il fatto è che, «sullo sfondo degli eventi in Ucraina, la Merkel non vuole essere accusata oggi di aver spinto l’Ucraina in una direzione sbagliata... noi l’avevamo presa sul serio. E la Russia l’aveva presa sul serio. Ma ci sbagliavamo: si è rivelata misera come tutti i leader europei di oggi», ha detto Lukašenko.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/12/2022
19/06/2022
L’incubazione della guerra/3. Il conflitto nel Donbass del 2014
Il violento colpo di stato armato, compiuto a Kiev alla fine di febbraio 2014 ha aperto il vaso di Pandora della guerra in Ucraina, sia nelle regioni russofone dell’Est (Donetsk e Lungansk), sia sul fronte interno contro le minoranze russofone, le organizzazioni comuniste e antifasciste.
Il pretesto della violenta rivolta conosciuta come la seconda “Euro Maidan” fu il rifiuto dell’allora presidente ucraino Janukovič di firmare l’Accordo di associazione all’Unione europea, su cui insisteva pesantemente la Ue.
A tale scopo fu organizzata una provocazione contro la polizia, la risposta di questa fu registrata su video e diffusa immediatamente dai media occidentali. Tutto ciò avveniva alle 4 del mattino, sulla piazza centrale della capitale ucraina (la Maidan che significa appunto piazza), dove, “in modo perfettamente casuale”, si trovavano già diverse troupe, che registravano tutto su video e lo trasmettevano.
Fu l’innesco che scatenò la seconda “Majdan” che, sotto la direzione dell’ambasciata USA e con le visite di incoraggiamento in piazza dei leader europei, si trasformò in colpo di stato armato.
Sono state sfacciate le interferenze negli affari interni dell’Ucraina operate da senatori e diplomatici USA (Biden, McCain, Nuland) e Presidenti ed ex presidenti polacchi (Gribauskajte, Kaczyński, Kwaśniewski, Wałęsa) che arrivavano di persona a Majdan appositamente per incoraggiare le persone nella loro rivolta contro il governo. Il primo sangue a Kiev venne versato il 22 gennaio 2014, quando viene uccisa una persona ed accusata la polizia.
La contrapposizione tra governo e piazza si andava trascinando troppo a lungo e il presidente Janukovič si rifiutava di ricorrere alla forza. Al contrario, gli agitatori di Majdan avevano bisogno di sangue, affinché il “regime sanguinario” diventasse, alla fine, davvero tale. Avevano bisogno di un massacro sacrificale, su cui si potesse focalizzare l’attenzione di tutta la comunità internazionale.
Le fucilate, che provocarono la morte di 43 persone, furono esplose al mattino del 20 febbraio 2014, in via dell’Istituto. Le persone furono colpite da cecchini appostati alle loro spalle: dall’albergo Ucraina, il cui edificio dà direttamente su via dell’Istituto, e dal tetto del Conservatorio di Kiev, direttamente verso la folla sulla Majdan.
In un colloquio tra il Ministro degli esteri estone Urmas Paet e l’Alta rappresentante esteri UE Catherine Ashton, Paet dichiarava apertamente che le persone di via dell’Istituto erano state uccise dall’opposizione. “Preoccupa altamente, che la nuova coalizione non voglia indagare sulle circostanze esatte dell’accaduto. Cresce rapidamente la convinzione che dietro quei cecchini non ci fosse Janukovič, ma qualcuno della nuova coalizione”, così Urmas Paet esprimeva alla collega di Bruxelles le impressioni del suo viaggio in Ucraina.
Il 31 marzo 2014 la Verkhovnaja Rada (il Parlamento ucraino) adottò la legge “Sulla eliminazione delle conseguenze negative e sulla inammissibilità di persecuzioni e sanzioni per avvenimenti verificatisi nel corso di pacifiche riunioni”; secondo cui non potevano esser istruiti nuovi procedimenti penali e procedimenti per violazioni amministrative, relativi a tali eventi, e tutti i procedimenti istruiti in precedenza contro partecipanti a riunioni pacifiche avrebbero dovuto esser chiusi (rientrando nell’amnistia).
Quindi tutti coloro che avevano attaccato le forze dell’ordine schierate a difesa dei palazzi istituzionali, come pure coloro che avevano compiuto un colpo di stato armato, venivano completamente affrancati da ogni tipo di azione penale.
Eppure durante gli scontri, 23 agenti erano stati uccisi e 932 erano rimasti feriti; tra questi, 257 avevano riportato lesioni gravi, e 158 presentavano ferite da arma da fuoco.
Il 21 febbraio 2014 il presidente ucraino Yanukovich, deposto dalle violenze nelle piazze, fugge in Russia.
L’inizio della guerra nel Donbass
Il 20 febbraio 2014, la guarnigione russa della base navale di Sebastopoli, senza mostrine, esce dalle caserme e prende il controllo su tutto il territorio della Crimea. Il 16 marzo, viene organizzato un referendum dalle nuove autorità della Crimea. Il 95,3%, votò per la separazione dall’Ucraina e l’annessione alla Russia mai riconosciuta però dalla comunità internazionale.
Quanto accaduto in Crimea e le violenze nazionaliste antirusse e anticomuniste in Ucraina, avviano un processo di insurrezione e contro-insurrezione nelle regioni meridionali e orientali ucraine, fino a scatenare quella che conosciamo come la guerra del Donbass, un conflitto, “a bassa intensità” che però ha provocato tra i 14 e i 16 mila morti fino ad oggi.
Fra il 6 e il 7 aprile 2014, in Donbass si verificano l’occupazione di sedi comunali e regionali da parte di milizie armate locali delle popolazioni russofone e di gruppi di antifascisti ucraini. A Odessa, il 2 maggio, si consuma una strage con la morte di 48 militanti antifascisti uccisi nel rogo della Casa dei Sindacati.
A maggio 2014 nelle Repubbliche del Donbass si vota per l’indipendenza. L’affluenza alle urne risulterà più alta delle aspettative, nelle Repubbliche di Donetsk e Lugansk si supera il 60%, con lunghe file di elettori che attendevano il proprio turno già al mattino presto. Un risultato che – considerando l’assedio militare – smentisce coloro che continuano a parlare di uno scarso sostegno della popolazione delle zone ribelli nei confronti della scelta ‘separatista’.
Nella prima fase della guerra del Donbass, fra il giugno e l’agosto del 2014, l’esercito ucraino e i battaglioni nazisti al suo fianco, riconquistarono il porto di Mariupol, le città di Sloviansk, Kramatorsk e Debaltseve, arrivando fino alla periferia di Shakhtarsk, sulla strada che collega Donetsk a Lugansk. Ma le milizie repubblicane a giugno riprendono l’offensiva e scacciano l’esercito regolare ucraino, sia dal confine, sia dai territori più avanzati e vicini alle capitali dei due oblast.
Ad agosto 2014 nonostante i moniti statunitensi e le minacce da parte dell’allora Presidente della Commissione Europea Josè Manuel Barroso, il governo russo in accordo con il Comitato Internazionale della Croce Rossa decide di inviare un convoglio di aiuti umanitari alle popolazioni delle regioni orientali dell’Ucraina assediate dall’esercito di Kiev.
Una carovana composta da 280 camion, carichi di aiuti di emergenza, accompagnati da gruppi di motociclisti, parte da Mosca diretta verso le città del Donbass completamente isolate dalle truppe agli ordini del regime golpista di Kiev, il quale nei giorni precedenti aveva detto no all’apertura di corridoi umanitari che permettessero di rifornire gli abitanti stremati di Donetsk e Lugansk di generi alimentari, acqua e medicine. Kiev denuncia che oltre gli aiuti umanitari la Russia avrebbe inviato anche aiuti militari alle Repubbliche del Donbass.
Ma ancora a ottobre 2014 il Cremlino viene apertamente accusato dall’opposizione interna di non sostenere la lotta delle Repubbliche indipendentiste del Donbass.
Il regime nazionalista ucraino contesta che esista una emergenza umanitaria nelle regioni sud-orientali e parla di propaganda russa. Il 5 agosto l’ambasciatore di Kiev Aleksandr Pavlichenko nel corso del dibattito del Consiglio di Sicurezza dell’Onu dichiara che “non vi è alcuna crisi umanitaria in Ucraina, come i nostri colleghi russi continuano ad affermare”.
A smentirlo sarà John Ging, direttore della Divisione di Coordinamento e Risposta dell’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) delle Nazioni Unite, secondo cui quasi 4 milioni di persone vivono nelle zone interessate da combattimenti e bombardamenti, 118.000 persone sono in fuga dagli insorti del Donbass si sono trasferite in altre regioni dell’Ucraina, mentre altre 740.000 sono in fuga dall’esercito ucraino e si sono rifugiate in Russia, per un totale di quasi 900 mila sfollati.
Nella regione ci sono circa 1,5 milioni di abitanti di Donetsk, Lugansk ed altre città e villaggi che ormai da settimane vivono assediate e sottoposte a continui bombardamenti da parte delle truppe ucraine, senza possibilità di scappare visto l’assedio da parte delle forze armate ucraine e dei battaglioni nazisti.
La situazione si stabilizza nel settembre 2014, con la riconquista di circa il 50% del territorio degli oblast di Lugansk e Donetsk da parte delle milizie popolari repubblicane. Questa fase iniziale della guerra si conclude con gli accordi di Minsk, con la mediazione dell’Osce e la partecipazione diretta di Germania e Francia, il 5 settembre.
Ma la guerra nel Donbass riprenderà molto presto con i ripetuti tentativi ucraini di schiacciare – senza successo – le Repubbliche indipendenti di Lugansk e Donetsk, incentivata anche dalle leggi discrimitarie contro i russofoni adottate dal governo di Kiev.
A febbraio del 2015 viene reso pubblico il “Manifesto di solidarietà con la Resistenza Antifascista nel Donbass. Nel Manifesto è scritto:
Una delle misure previste dal pacchetto, la qualifica del regime comunista come “contrario all’umanità” e la sua equiparazione al fascismo e al nazismo, insieme al divieto della simbologia comunista, era già in vigore, mentre poco dopo (maggio 2015) viene respinto definitivamente il ricorso legale per la proibizione del Partito comunista ucraino, dopo che dal 2014 era stata sciolta la sua frazione parlamentare. Da allora i comunisti sono totalmente fuorilegge in Ucraina.
Nel 2016, mentre Francia, Germania, Russia e Ucraina cercavano di implementare gli accordi di Minsk, la Camera dei deputati USA approva un progetto di legge – “Sulla stabilità e la democrazia in Ucraina” – che, oltre all’inasprimento delle sanzioni contro la Russia, prevede la fornitura di armi letali a Kiev.
Anche se il disegno di legge riveste carattere di “raccomandazione”, è indicativo di come Washington intendesse ostacolare la road map franco-tedesca (senza dubbio concordata con Mosca) che cominciava appena a muovere i primi stentati passi. Ma non sono solo gli Stati Uniti a soffiare sul fuoco.
A proposito di crimini di guerra, è bene ricordare che la Corte internazionale dell’Aja ad aprile 2016 delibera che “Nessuna causa verrà avviata per il massacro di civili nel Donbass, perché i delitti denunciati non rientrano nella giurisdizione del tribunale”, dato che “La Corte può esercitare giurisdizione sui crimini internazionali, se la sua competenza è riconosciuta dallo Stato nel cui territorio è stato commesso il reato, dallo Stato di cui è cittadino l’accusato, o il caso è delegato dal Consiglio di sicurezza dell’ONU”.
Nel caso sollevato dall’avvocato russo Igor Trunov sui civili del Donbass uccisi dalle truppe e dai battaglioni neonazisti in Donbass, secondo i giudici de L’Aja, nessuna di queste condizioni è data. Trunov si riferiva a casi specifici, ponendo l’accento soprattutto su “l’uso di armi di distruzione di massa, con la morte in massa di civili. Bombardamento di edifici pubblici, abitazioni e infrastrutture.
Una scuola è stata colpita, provocando quindici vittime; ucciso anche un collaboratore della Croce Rossa Internazionale, lo svizzero Laurent Etienne Du Pasquier”. Ma, secondo i giudici de L’Aja, avrebbero dovuto essere il governo di Kiev a intentare causa contro le proprie truppe e i propri battaglioni neonazisti inviati a terrorizzare il Donbass!
Nel 2017 viene ventilata la proposta di un contingente di interposizione dell’Onu sulla linea degli scontri tra Ucraina e Repubbliche del Donbass.
Putin incaricò il Ministro degli esteri Sergej Lavrov di mettere a punto la risoluzione, poi presentata al Consiglio di sicurezza ONU. La risoluzione parte dalla constatazione di una fase di stallo nella risoluzione del conflitto in Donbass, a causa della mancata attuazione da parte di Kiev degli impegni assunti in base al “Minsk-2”.
Ma il governo ucraino (allora il presidente era l’oligarca Poroshenko e non ancora Zelenski, ndr) aveva una idea tutta sua della missione di interposizione delle Nazioni Unite. Avrebbe voluto che le forze ONU controllassero l’intera zona del Donbass, secondo però il “modello jugoslavo”, ovvero quello che consentì alle potenze occidentali di attuare tranquillamente i loro piani di disgregazione della Jugoslavia.
Lo scenario immaginato dall’Ucraina puntava sul modello dello “Storm” croato utilizzato per eliminare la Repubblica serba di Krajina. Non a caso, a Kiev cominciano ad arrivare “esperti croati” tra i quali l’ex Ministro della giustizia croata Shkare-Ozhbolt, che tenne un seminario su “L’esperienza croata della reintegrazione pacifica dei territori non controllati”.
Un piano, “pacifico” quanto reale, da attuare incuneando reparti di carri armati in due o tre punti delle difese delle Repubbliche popolari e, bloccando Donetsk e Lugnask, per poi arrivare sino alla frontiera russa.
La Russia riteneva invece che i Caschi Blu dell’Onu avrebbero dovuto disporsi esclusivamente lungo la linea di separazione tra le forze ucraine (inclusi i battaglioni neonazisti) e le milizie popolari, a difesa degli osservatori della missione OSCE e che sarebbe stato possibile solo dopo il ritiro delle forze dalla linea di contatto e con il consenso delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk, condizione sempre rifiutata da Kiev.
Il definitivo affossamento degli accordi di Minsk
Nel 2019, a Parigi si era tornati a discutere degli accordi di Minsk. L’ultimo incontro era avvenuto nel 2016. A gestire l’incontro era il cosiddetto “quartetto normanno” composto Vladimir Putin, Vladimir Zelenskij, Angela Merkel e Emmanuel Macron per discutere i punti principali di una “road map” che non riesce a ingranare e risolvere almeno due problemi: lo scambio di prigionieri e la fissazione di almeno altre tre “aree pilota” per l’arretramento delle forze, dopo quelle di Zolotoe e Petrovskoe.
Tutt’altro che chiara la questione delle elezioni in Donbass, previste dagli accordi di Minsk del 12 febbraio 2015 e mai ammesse da Kiev: il “quartetto normanno” le ha confermate, ma l’Ucraina ha continuato a declinarle a modo suo.
In un incontro separato tra Putin e Zelenskij, il Presidente russo si era detto soddisfatto del colloquio col partner ucraino e in Russia si era ironizzato parecchio sulla dichiarazione di Zelenskij su un risultato definito come uno “zero a zero”, a fronte di un “assenso completo” di Kiev su tutte le questioni.
Merkel e Macron in qualche modo se ne erano “lavati le mani” e Zelenskij si era trovato di fronte a un bivio: salvare il proprio paese dalla guerra oppure salvare se stesso dai nazionalisti.
Alla vigilia del vertice, un esponente del partito di Zelenski aveva perimetrato gli obiettivi in vista dell'appuntamento a Parigi: “cessazione delle ostilità lungo la linea di demarcazione e elezioni in Donbass secondo la legislazione ucraina”, dopo il ritiro “delle formazioni armate illegali”, escludendo in ogni caso ogni dialogo diretto con le Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk e puntando invece sul ristabilimento del controllo delle frontiere con la Russia in Donbass da parte di Kiev. Obiettivi diametralmente opposti alla visione delle Repubbliche separatiste.
Per fare pressione su Zelenski e spingerlo a non fare concessioni l’8 dicembre a Kiev c’era stata una violenta manifestazione convocata dai partiti ”Evropejskaja solidarnost”, “Batkivščina” e “Golos” (facenti capo rispettivamente a Petro Porošenko, Julija Timošenko e Svjatoslav Vakarčuk) con lo slogan “No alla capitolazione”, contro ogni “compromesso con Mosca”, ponendo quali punti fermi inammissibili: rinuncia alla “eurointegrazione” ucraina, elezioni in Donbass prima di aver realizzato condizioni di sicurezza (tradotto: disarmo delle milizie), dialogo diretto con LNR e DNR, compromessi sulla Crimea.
Due giorni prima Zelenskij, aveva “corretto” il precedente assenso dato dal rappresentante ucraino a Minsk, l’ex Presidente Leonid Kučma, alla “Formula Steinmeier”(il presidente tedesco che Zelenski non aveva voluto a Kiev durante la guerra in corso, ndr), una formula che prevedeva lo status speciale da concedere al Donbass, affermando invece che la formula diverrà legge solo dopo il disarmo delle Repubbliche del Donbass.
Il vertice a quattro di Parigi nel 2019, aveva visto il fallimento del tentativo ucraino di rivedere gli accordi di Minsk e il passaggio delle frontiere sotto controllo ucraino, prima di aver tenuto le elezioni in Donbass. La linea di Kiev era quella di sottoscrivere documenti, affermare che sia necessario adempiere gli accordi di Minsk, ma di fatto non adempiere un bel niente.
Vedi la prima puntata: La guerra contro la Jugoslavia nel 1999
Vedi la seconda puntata: Il conflitto in Georgia nel 2008
Fonte
Il pretesto della violenta rivolta conosciuta come la seconda “Euro Maidan” fu il rifiuto dell’allora presidente ucraino Janukovič di firmare l’Accordo di associazione all’Unione europea, su cui insisteva pesantemente la Ue.
A tale scopo fu organizzata una provocazione contro la polizia, la risposta di questa fu registrata su video e diffusa immediatamente dai media occidentali. Tutto ciò avveniva alle 4 del mattino, sulla piazza centrale della capitale ucraina (la Maidan che significa appunto piazza), dove, “in modo perfettamente casuale”, si trovavano già diverse troupe, che registravano tutto su video e lo trasmettevano.
Fu l’innesco che scatenò la seconda “Majdan” che, sotto la direzione dell’ambasciata USA e con le visite di incoraggiamento in piazza dei leader europei, si trasformò in colpo di stato armato.
Sono state sfacciate le interferenze negli affari interni dell’Ucraina operate da senatori e diplomatici USA (Biden, McCain, Nuland) e Presidenti ed ex presidenti polacchi (Gribauskajte, Kaczyński, Kwaśniewski, Wałęsa) che arrivavano di persona a Majdan appositamente per incoraggiare le persone nella loro rivolta contro il governo. Il primo sangue a Kiev venne versato il 22 gennaio 2014, quando viene uccisa una persona ed accusata la polizia.
La contrapposizione tra governo e piazza si andava trascinando troppo a lungo e il presidente Janukovič si rifiutava di ricorrere alla forza. Al contrario, gli agitatori di Majdan avevano bisogno di sangue, affinché il “regime sanguinario” diventasse, alla fine, davvero tale. Avevano bisogno di un massacro sacrificale, su cui si potesse focalizzare l’attenzione di tutta la comunità internazionale.
Le fucilate, che provocarono la morte di 43 persone, furono esplose al mattino del 20 febbraio 2014, in via dell’Istituto. Le persone furono colpite da cecchini appostati alle loro spalle: dall’albergo Ucraina, il cui edificio dà direttamente su via dell’Istituto, e dal tetto del Conservatorio di Kiev, direttamente verso la folla sulla Majdan.
In un colloquio tra il Ministro degli esteri estone Urmas Paet e l’Alta rappresentante esteri UE Catherine Ashton, Paet dichiarava apertamente che le persone di via dell’Istituto erano state uccise dall’opposizione. “Preoccupa altamente, che la nuova coalizione non voglia indagare sulle circostanze esatte dell’accaduto. Cresce rapidamente la convinzione che dietro quei cecchini non ci fosse Janukovič, ma qualcuno della nuova coalizione”, così Urmas Paet esprimeva alla collega di Bruxelles le impressioni del suo viaggio in Ucraina.
Il 31 marzo 2014 la Verkhovnaja Rada (il Parlamento ucraino) adottò la legge “Sulla eliminazione delle conseguenze negative e sulla inammissibilità di persecuzioni e sanzioni per avvenimenti verificatisi nel corso di pacifiche riunioni”; secondo cui non potevano esser istruiti nuovi procedimenti penali e procedimenti per violazioni amministrative, relativi a tali eventi, e tutti i procedimenti istruiti in precedenza contro partecipanti a riunioni pacifiche avrebbero dovuto esser chiusi (rientrando nell’amnistia).
Quindi tutti coloro che avevano attaccato le forze dell’ordine schierate a difesa dei palazzi istituzionali, come pure coloro che avevano compiuto un colpo di stato armato, venivano completamente affrancati da ogni tipo di azione penale.
Eppure durante gli scontri, 23 agenti erano stati uccisi e 932 erano rimasti feriti; tra questi, 257 avevano riportato lesioni gravi, e 158 presentavano ferite da arma da fuoco.
Il 21 febbraio 2014 il presidente ucraino Yanukovich, deposto dalle violenze nelle piazze, fugge in Russia.
L’inizio della guerra nel Donbass
Il 20 febbraio 2014, la guarnigione russa della base navale di Sebastopoli, senza mostrine, esce dalle caserme e prende il controllo su tutto il territorio della Crimea. Il 16 marzo, viene organizzato un referendum dalle nuove autorità della Crimea. Il 95,3%, votò per la separazione dall’Ucraina e l’annessione alla Russia mai riconosciuta però dalla comunità internazionale.
Quanto accaduto in Crimea e le violenze nazionaliste antirusse e anticomuniste in Ucraina, avviano un processo di insurrezione e contro-insurrezione nelle regioni meridionali e orientali ucraine, fino a scatenare quella che conosciamo come la guerra del Donbass, un conflitto, “a bassa intensità” che però ha provocato tra i 14 e i 16 mila morti fino ad oggi.
Fra il 6 e il 7 aprile 2014, in Donbass si verificano l’occupazione di sedi comunali e regionali da parte di milizie armate locali delle popolazioni russofone e di gruppi di antifascisti ucraini. A Odessa, il 2 maggio, si consuma una strage con la morte di 48 militanti antifascisti uccisi nel rogo della Casa dei Sindacati.
A maggio 2014 nelle Repubbliche del Donbass si vota per l’indipendenza. L’affluenza alle urne risulterà più alta delle aspettative, nelle Repubbliche di Donetsk e Lugansk si supera il 60%, con lunghe file di elettori che attendevano il proprio turno già al mattino presto. Un risultato che – considerando l’assedio militare – smentisce coloro che continuano a parlare di uno scarso sostegno della popolazione delle zone ribelli nei confronti della scelta ‘separatista’.
Nella prima fase della guerra del Donbass, fra il giugno e l’agosto del 2014, l’esercito ucraino e i battaglioni nazisti al suo fianco, riconquistarono il porto di Mariupol, le città di Sloviansk, Kramatorsk e Debaltseve, arrivando fino alla periferia di Shakhtarsk, sulla strada che collega Donetsk a Lugansk. Ma le milizie repubblicane a giugno riprendono l’offensiva e scacciano l’esercito regolare ucraino, sia dal confine, sia dai territori più avanzati e vicini alle capitali dei due oblast.
Ad agosto 2014 nonostante i moniti statunitensi e le minacce da parte dell’allora Presidente della Commissione Europea Josè Manuel Barroso, il governo russo in accordo con il Comitato Internazionale della Croce Rossa decide di inviare un convoglio di aiuti umanitari alle popolazioni delle regioni orientali dell’Ucraina assediate dall’esercito di Kiev.
Una carovana composta da 280 camion, carichi di aiuti di emergenza, accompagnati da gruppi di motociclisti, parte da Mosca diretta verso le città del Donbass completamente isolate dalle truppe agli ordini del regime golpista di Kiev, il quale nei giorni precedenti aveva detto no all’apertura di corridoi umanitari che permettessero di rifornire gli abitanti stremati di Donetsk e Lugansk di generi alimentari, acqua e medicine. Kiev denuncia che oltre gli aiuti umanitari la Russia avrebbe inviato anche aiuti militari alle Repubbliche del Donbass.
Ma ancora a ottobre 2014 il Cremlino viene apertamente accusato dall’opposizione interna di non sostenere la lotta delle Repubbliche indipendentiste del Donbass.
Il regime nazionalista ucraino contesta che esista una emergenza umanitaria nelle regioni sud-orientali e parla di propaganda russa. Il 5 agosto l’ambasciatore di Kiev Aleksandr Pavlichenko nel corso del dibattito del Consiglio di Sicurezza dell’Onu dichiara che “non vi è alcuna crisi umanitaria in Ucraina, come i nostri colleghi russi continuano ad affermare”.
A smentirlo sarà John Ging, direttore della Divisione di Coordinamento e Risposta dell’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) delle Nazioni Unite, secondo cui quasi 4 milioni di persone vivono nelle zone interessate da combattimenti e bombardamenti, 118.000 persone sono in fuga dagli insorti del Donbass si sono trasferite in altre regioni dell’Ucraina, mentre altre 740.000 sono in fuga dall’esercito ucraino e si sono rifugiate in Russia, per un totale di quasi 900 mila sfollati.
Nella regione ci sono circa 1,5 milioni di abitanti di Donetsk, Lugansk ed altre città e villaggi che ormai da settimane vivono assediate e sottoposte a continui bombardamenti da parte delle truppe ucraine, senza possibilità di scappare visto l’assedio da parte delle forze armate ucraine e dei battaglioni nazisti.
La situazione si stabilizza nel settembre 2014, con la riconquista di circa il 50% del territorio degli oblast di Lugansk e Donetsk da parte delle milizie popolari repubblicane. Questa fase iniziale della guerra si conclude con gli accordi di Minsk, con la mediazione dell’Osce e la partecipazione diretta di Germania e Francia, il 5 settembre.
Ma la guerra nel Donbass riprenderà molto presto con i ripetuti tentativi ucraini di schiacciare – senza successo – le Repubbliche indipendenti di Lugansk e Donetsk, incentivata anche dalle leggi discrimitarie contro i russofoni adottate dal governo di Kiev.
A febbraio del 2015 viene reso pubblico il “Manifesto di solidarietà con la Resistenza Antifascista nel Donbass. Nel Manifesto è scritto:
“Per la prima volta un popolo dell’ex URSS, quello del Donbass, non ha accettato di subire passivamente l’imposizione di un governo nazifascista, strumento del controllo NATO e UE sul proprio territorio e non ha accettato il deliro nazionalista di questo governo che sta cercando di imporre una sola lingua e una sola identità nazionale in un territorio multietnico e multilinguistico.Ad aprile del 2015 il Ministro della giustizia ucraino Pavel Petrenko annuncia l’adozione, da parte della Rada entro maggio di un pacchetto di “decomunistizzazione” del paese.
Per opporsi a tutto questo il popolo del Donbass è ricorso al principio dell’autodeterminazione democratica costituendo attraverso un referendum due Repubbliche Democratico Popolari e proponendo al Governo Ucraino la costituzione di uno Stato Federato autonomo, né alle dipendenze della UE, né a quelle Russe.
Un percorso diametralmente opposto alla follia nazionalista e fascista che è invece lo strumento preferito dell’occidente per imporre l’adesione alla NATO e all’economia di mercato.
Come risposta il Governo Centrale ha organizzato i fascisti, ha affiancato all’esercito regolare una guardia nazionale di volontari nazisti, ha inviato i carri armati contro le popolazioni, ha utilizzato i propri aerei per radere al suolo intere città, ha tagliato le forniture di gas e di elettricità, ha chiuso scuole e ospedali, è arrivato fino a sospendere il pagamento delle pensioni a chi abita nel Donbass.
Il Popolo del Donbass resiste, si organizza, risponde militarmente e purtroppo subisce tutte le conseguenze dei brutali metodi della potenza militare NATO”.
Una delle misure previste dal pacchetto, la qualifica del regime comunista come “contrario all’umanità” e la sua equiparazione al fascismo e al nazismo, insieme al divieto della simbologia comunista, era già in vigore, mentre poco dopo (maggio 2015) viene respinto definitivamente il ricorso legale per la proibizione del Partito comunista ucraino, dopo che dal 2014 era stata sciolta la sua frazione parlamentare. Da allora i comunisti sono totalmente fuorilegge in Ucraina.
Nel 2016, mentre Francia, Germania, Russia e Ucraina cercavano di implementare gli accordi di Minsk, la Camera dei deputati USA approva un progetto di legge – “Sulla stabilità e la democrazia in Ucraina” – che, oltre all’inasprimento delle sanzioni contro la Russia, prevede la fornitura di armi letali a Kiev.
Anche se il disegno di legge riveste carattere di “raccomandazione”, è indicativo di come Washington intendesse ostacolare la road map franco-tedesca (senza dubbio concordata con Mosca) che cominciava appena a muovere i primi stentati passi. Ma non sono solo gli Stati Uniti a soffiare sul fuoco.
A proposito di crimini di guerra, è bene ricordare che la Corte internazionale dell’Aja ad aprile 2016 delibera che “Nessuna causa verrà avviata per il massacro di civili nel Donbass, perché i delitti denunciati non rientrano nella giurisdizione del tribunale”, dato che “La Corte può esercitare giurisdizione sui crimini internazionali, se la sua competenza è riconosciuta dallo Stato nel cui territorio è stato commesso il reato, dallo Stato di cui è cittadino l’accusato, o il caso è delegato dal Consiglio di sicurezza dell’ONU”.
Nel caso sollevato dall’avvocato russo Igor Trunov sui civili del Donbass uccisi dalle truppe e dai battaglioni neonazisti in Donbass, secondo i giudici de L’Aja, nessuna di queste condizioni è data. Trunov si riferiva a casi specifici, ponendo l’accento soprattutto su “l’uso di armi di distruzione di massa, con la morte in massa di civili. Bombardamento di edifici pubblici, abitazioni e infrastrutture.
Una scuola è stata colpita, provocando quindici vittime; ucciso anche un collaboratore della Croce Rossa Internazionale, lo svizzero Laurent Etienne Du Pasquier”. Ma, secondo i giudici de L’Aja, avrebbero dovuto essere il governo di Kiev a intentare causa contro le proprie truppe e i propri battaglioni neonazisti inviati a terrorizzare il Donbass!
Nel 2017 viene ventilata la proposta di un contingente di interposizione dell’Onu sulla linea degli scontri tra Ucraina e Repubbliche del Donbass.
Putin incaricò il Ministro degli esteri Sergej Lavrov di mettere a punto la risoluzione, poi presentata al Consiglio di sicurezza ONU. La risoluzione parte dalla constatazione di una fase di stallo nella risoluzione del conflitto in Donbass, a causa della mancata attuazione da parte di Kiev degli impegni assunti in base al “Minsk-2”.
Ma il governo ucraino (allora il presidente era l’oligarca Poroshenko e non ancora Zelenski, ndr) aveva una idea tutta sua della missione di interposizione delle Nazioni Unite. Avrebbe voluto che le forze ONU controllassero l’intera zona del Donbass, secondo però il “modello jugoslavo”, ovvero quello che consentì alle potenze occidentali di attuare tranquillamente i loro piani di disgregazione della Jugoslavia.
Lo scenario immaginato dall’Ucraina puntava sul modello dello “Storm” croato utilizzato per eliminare la Repubblica serba di Krajina. Non a caso, a Kiev cominciano ad arrivare “esperti croati” tra i quali l’ex Ministro della giustizia croata Shkare-Ozhbolt, che tenne un seminario su “L’esperienza croata della reintegrazione pacifica dei territori non controllati”.
Un piano, “pacifico” quanto reale, da attuare incuneando reparti di carri armati in due o tre punti delle difese delle Repubbliche popolari e, bloccando Donetsk e Lugnask, per poi arrivare sino alla frontiera russa.
La Russia riteneva invece che i Caschi Blu dell’Onu avrebbero dovuto disporsi esclusivamente lungo la linea di separazione tra le forze ucraine (inclusi i battaglioni neonazisti) e le milizie popolari, a difesa degli osservatori della missione OSCE e che sarebbe stato possibile solo dopo il ritiro delle forze dalla linea di contatto e con il consenso delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk, condizione sempre rifiutata da Kiev.
Il definitivo affossamento degli accordi di Minsk
Nel 2019, a Parigi si era tornati a discutere degli accordi di Minsk. L’ultimo incontro era avvenuto nel 2016. A gestire l’incontro era il cosiddetto “quartetto normanno” composto Vladimir Putin, Vladimir Zelenskij, Angela Merkel e Emmanuel Macron per discutere i punti principali di una “road map” che non riesce a ingranare e risolvere almeno due problemi: lo scambio di prigionieri e la fissazione di almeno altre tre “aree pilota” per l’arretramento delle forze, dopo quelle di Zolotoe e Petrovskoe.
Tutt’altro che chiara la questione delle elezioni in Donbass, previste dagli accordi di Minsk del 12 febbraio 2015 e mai ammesse da Kiev: il “quartetto normanno” le ha confermate, ma l’Ucraina ha continuato a declinarle a modo suo.
In un incontro separato tra Putin e Zelenskij, il Presidente russo si era detto soddisfatto del colloquio col partner ucraino e in Russia si era ironizzato parecchio sulla dichiarazione di Zelenskij su un risultato definito come uno “zero a zero”, a fronte di un “assenso completo” di Kiev su tutte le questioni.
Merkel e Macron in qualche modo se ne erano “lavati le mani” e Zelenskij si era trovato di fronte a un bivio: salvare il proprio paese dalla guerra oppure salvare se stesso dai nazionalisti.
Alla vigilia del vertice, un esponente del partito di Zelenski aveva perimetrato gli obiettivi in vista dell'appuntamento a Parigi: “cessazione delle ostilità lungo la linea di demarcazione e elezioni in Donbass secondo la legislazione ucraina”, dopo il ritiro “delle formazioni armate illegali”, escludendo in ogni caso ogni dialogo diretto con le Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk e puntando invece sul ristabilimento del controllo delle frontiere con la Russia in Donbass da parte di Kiev. Obiettivi diametralmente opposti alla visione delle Repubbliche separatiste.
Per fare pressione su Zelenski e spingerlo a non fare concessioni l’8 dicembre a Kiev c’era stata una violenta manifestazione convocata dai partiti ”Evropejskaja solidarnost”, “Batkivščina” e “Golos” (facenti capo rispettivamente a Petro Porošenko, Julija Timošenko e Svjatoslav Vakarčuk) con lo slogan “No alla capitolazione”, contro ogni “compromesso con Mosca”, ponendo quali punti fermi inammissibili: rinuncia alla “eurointegrazione” ucraina, elezioni in Donbass prima di aver realizzato condizioni di sicurezza (tradotto: disarmo delle milizie), dialogo diretto con LNR e DNR, compromessi sulla Crimea.
Due giorni prima Zelenskij, aveva “corretto” il precedente assenso dato dal rappresentante ucraino a Minsk, l’ex Presidente Leonid Kučma, alla “Formula Steinmeier”(il presidente tedesco che Zelenski non aveva voluto a Kiev durante la guerra in corso, ndr), una formula che prevedeva lo status speciale da concedere al Donbass, affermando invece che la formula diverrà legge solo dopo il disarmo delle Repubbliche del Donbass.
Il vertice a quattro di Parigi nel 2019, aveva visto il fallimento del tentativo ucraino di rivedere gli accordi di Minsk e il passaggio delle frontiere sotto controllo ucraino, prima di aver tenuto le elezioni in Donbass. La linea di Kiev era quella di sottoscrivere documenti, affermare che sia necessario adempiere gli accordi di Minsk, ma di fatto non adempiere un bel niente.
Vedi la prima puntata: La guerra contro la Jugoslavia nel 1999
Vedi la seconda puntata: Il conflitto in Georgia nel 2008
Fonte
11/02/2017
Il Donbass sotto le bombe, a due anni dagli accordi di Minsk
Da diversi giorni le truppe ucraine hanno ripreso a bombardare pesantemente il Donbass, ancora non si è in grado di fare una stima definitiva dei morti e feriti, ma di certo sono molti e si tratta prevalentemente di civili.
Le forze speciali ucraine hanno realizzato diversi attacchi dinamitardi nel territorio del Donbass, nell'ultimo, dello scorso 8 febbraio, è stato ucciso il popolarissimo comandante Givi del Battaglione Somalia. Le truppe delle Repubbliche Popolari sono fatte bersaglio con armi individuali e artiglieria leggera, strumenti maggiormente adatti a colpire la prima linea, che è caratterizzata da piccole postazioni sparpagliate. Per colpire le retrovie, dove si trovano i civili, gli ucraini stanno utilizzando artiglieria pesante, razzi di tipo Grad e Uragan: strumenti con una maggiore gittata e dalla micidiale capacità distruttiva. L'anomalia di questa ultima offensiva è innanzi tutto che gli ucraini stanno sovente sparando "a casaccio", senza mirare a nulla in particolare: puntano verso le città e aprono il fuoco. Una pratica che la Convenzione di Ginevra considera come crimine di guerra. Per questo motivo la maggioranza delle vittime sono civili e non miliziani.
L'altra anomalia di questa fase del conflitto è che i bombardamenti ucraini non sono finalizzati ad alcuna avanzata territoriale. Di norma, il compito dell'artiglieria è di preparare l'offensiva di terra, ma la fanteria e i veicoli blindati quasi non si sono mossi dalle loro posizioni. Le forze armate ucraine stanno spargendo morte e distruzione fine a se stessa.
Il 12 febbraio è il secondo anniversario della firma dell'accordo di Minsk, il primo serio tentativo di trovare una soluzione diplomatica alla crisi nell'ex-Ucraina. In realtà non si tratta di un singolo documento, ma più di un percorso iniziato dalle prime fasi della crisi e che ha avuto una sua evoluzione, subendo uno stallo dalla primavera 2015.
Gli Stati che hanno dato vita a questa iniziativa sono sostanzialmente: Francia, Germania, Ucraina, Russia. Entrambe le Repubbliche Popolari del Donbass hanno partecipato al raggiungimento dell'intesa. I lavori si sono svolti con la cooperazione dell'OSCE. Nei testi si cita spesso il "Gruppo trilaterale di contatto", che sarebbe un team formato da rappresentanti di OSCE, Russia e Ucraina. Quello a cui si fa comunemente riferimento, sarebbe più correttamente chiamato "Accordo di Minsk II", la versione dell'intesa datata 12 febbraio 2015 (il primo "Accordo di Minsk" era del 5 settembre dell'anno precedente). Entrambe le versioni dell'accordo sono finalizzate a trovare una soluzione transitoria alla crisi, cioè: porre fine agli scontri, proteggere i civili, ripristinare le condizioni economiche e sociali di prima della guerra, status di combattenti e prigionieri, ecc. "Minsk II" non era finalizzato quindi a trovare una soluzione per il futuro del Donbass, si parlava di controllo delle frontiere da parte del Governo ucraino (punto 9, uno dei più contestati) e di elezioni, ma senza scendere nel dettaglio. L'accordo fissava anche delle ben precise scadenze temporali.
Dopo la firma dell'accordo in pochi si fecero illusioni sulla sua tenuta, infatti praticamente tutti i punti vennero violati e le scadenze non rispettate.
Il tallone d'Achille del testo è che non scioglieva il nodo principale: il futuro del Donbass. Essendo vago su questo aspetto, tutto il resto dell'impianto poteva prestarsi a letture contraddittorie, che hanno portato entrambe le parti alla diffidenza. In sintesi, gli ucraini temevano che potesse rappresentare la fine dell'unità nazionale (già compromessa con la perdita della Crimea) e le Repubbliche Popolari temevano in primo luogo che l'accettazione di alcuni punti potesse porre fine alla loro esistenza (in primis il già citato punto 9), ma anche che quell'intesa formalizzasse la "vittoria mutilata" della rinuncia a liberare con le armi il resto dell'ex-Ucraina. Un tradimento per tutti coloro che si trovavano dall'altra parte della linea di confine. Per questo l'accordo divenne subito carta straccia.
Ma da metà del 2016 le Repubbliche Popolari decisero unilateralmente di dare una nuova chance a quell'accordo, sia perché era l'unico tentativo al momento formalizzato, ma anche perché tutta la popolazione dell'ex-Ucraina rivendicava a gran voce la pace. I cittadini dei territori sotto il controllo del Governo di Kiev chiedevano di porre fine ad una sanguinosa guerra fratricida che stava trascinando il paese alla bancarotta, mentre i cittadini del Donbass volevano semplicemente garantire il proprio futuro. La linea di contatto (cioè il fronte) non si era praticamente più mosso da quando c'era stata la firma dell'accordo, quindi si intravedevano i margini per provare a ridare slancio all'intesa.
Ad un osservatore esterno può risultare inspiegabile l'ansia della popolazione del Donbass di stabilizzare al più presto la situazione, anche a costo di importanti rinunce. Il motivo principale risiede nel fatto che serpeggia il timore (probabilmente indotto ad arte) di ritrovarsi in una sorta di "Operazione Tempesta".
Durante la guerra in Jugoslavia la popolazione di etnia serba delle Kraijne si sollevò contro il Governo croato e nell'aprile del 1991 dichiarò l'indipendenza da Zagabria dando vita ad una repubblica; questa mantenne l'indipendenza per più di quattro anni, ma il 4 agosto 1995 le truppe croate, grazie all'assistenza e alla copertura aerea fornita dall'aviazione della NATO, entrarono nei territori serbi. L'operazione prevedeva la completa pulizia etnica della popolazione serba: più di mille persone furono trucidate sul posto e altre centinaia di migliaia furono costrette ad abbandonare le loro case che per lo più vennero distrutte per impedire il ritorno o future rivendicazioni. In Europa questa pagina della nostra storia è stata rimossa perché ci inchioda a terribili responsabilità, ma in altre parti del mondo se la ricordano molto bene.
Il popolo del Donbass sa che se Kiev riuscisse a rimettere le mani su queste terre per loro significherebbe o la morte o la deportazione, quindi molti preferiscono "la certezza di una piccola vittoria" a "la prospettiva di una grande vittoria".
Dopo la prima telefonata tra Trump e Poroshenko (4 febbraio 2017) è addirittura aumentato il clima di confusione. Nella stringata nota ufficiale che la Casa Bianca ha diramato dopo la conversazione, si afferma che gli USA lavoreranno con "Ucraina, Russia e tutte le altre parti coinvolte per aiutarli a ripristinare la pace lungo il confine". I media ucraini sostengono che questa frase sia un nullaosta all'invasione del Donbass e fanno pressioni in tal senso su Governo e forze armate. Al contrario nelle Repubbliche Popolari del Donbass quella frase si legge come una disponibilità degli USA a riprendere i colloqui per rilanciare gli accordi di Minsk. Questa seconda interpretazione sarebbe anche avvalorata dal fatto che potrebbe contenere la disponibilità a risolvere il punto 9 dell'accordo (controllo ucraino delle frontiere), il più contestato dalla popolazione del Donbass che teme la presenza di truppe ucraine sul proprio territorio.
L'Europa invece non sta facendo nulla, aspetta che USA e Russia trovino un'intesa, vive da spettatore una vicenda che la dovrebbe vedere protagonista. Sarebbe anche nell'interesse dell'Europa di trovare al più presto una soluzione diplomatica al conflitto, il modo più semplice è proprio ripartire dall'accordo di Minsk che vede tra i firmatari due importanti stati europei.
Per questo, nonostante il costo, in tanti optano per la sicurezza offerta da una pace immediata e "Minsk II" può essere la risposta.
Gli spiragli di pace ci sono, ma il tempo a disposizione non è infinito. La pace è quotidianamente minata dagli attacchi ucraini e presto la situazione potrebbe precipitare. Chi vuole davvero la pace si deve attivare subito.
Fonte
Le forze speciali ucraine hanno realizzato diversi attacchi dinamitardi nel territorio del Donbass, nell'ultimo, dello scorso 8 febbraio, è stato ucciso il popolarissimo comandante Givi del Battaglione Somalia. Le truppe delle Repubbliche Popolari sono fatte bersaglio con armi individuali e artiglieria leggera, strumenti maggiormente adatti a colpire la prima linea, che è caratterizzata da piccole postazioni sparpagliate. Per colpire le retrovie, dove si trovano i civili, gli ucraini stanno utilizzando artiglieria pesante, razzi di tipo Grad e Uragan: strumenti con una maggiore gittata e dalla micidiale capacità distruttiva. L'anomalia di questa ultima offensiva è innanzi tutto che gli ucraini stanno sovente sparando "a casaccio", senza mirare a nulla in particolare: puntano verso le città e aprono il fuoco. Una pratica che la Convenzione di Ginevra considera come crimine di guerra. Per questo motivo la maggioranza delle vittime sono civili e non miliziani.
L'altra anomalia di questa fase del conflitto è che i bombardamenti ucraini non sono finalizzati ad alcuna avanzata territoriale. Di norma, il compito dell'artiglieria è di preparare l'offensiva di terra, ma la fanteria e i veicoli blindati quasi non si sono mossi dalle loro posizioni. Le forze armate ucraine stanno spargendo morte e distruzione fine a se stessa.
Il 12 febbraio è il secondo anniversario della firma dell'accordo di Minsk, il primo serio tentativo di trovare una soluzione diplomatica alla crisi nell'ex-Ucraina. In realtà non si tratta di un singolo documento, ma più di un percorso iniziato dalle prime fasi della crisi e che ha avuto una sua evoluzione, subendo uno stallo dalla primavera 2015.
Gli Stati che hanno dato vita a questa iniziativa sono sostanzialmente: Francia, Germania, Ucraina, Russia. Entrambe le Repubbliche Popolari del Donbass hanno partecipato al raggiungimento dell'intesa. I lavori si sono svolti con la cooperazione dell'OSCE. Nei testi si cita spesso il "Gruppo trilaterale di contatto", che sarebbe un team formato da rappresentanti di OSCE, Russia e Ucraina. Quello a cui si fa comunemente riferimento, sarebbe più correttamente chiamato "Accordo di Minsk II", la versione dell'intesa datata 12 febbraio 2015 (il primo "Accordo di Minsk" era del 5 settembre dell'anno precedente). Entrambe le versioni dell'accordo sono finalizzate a trovare una soluzione transitoria alla crisi, cioè: porre fine agli scontri, proteggere i civili, ripristinare le condizioni economiche e sociali di prima della guerra, status di combattenti e prigionieri, ecc. "Minsk II" non era finalizzato quindi a trovare una soluzione per il futuro del Donbass, si parlava di controllo delle frontiere da parte del Governo ucraino (punto 9, uno dei più contestati) e di elezioni, ma senza scendere nel dettaglio. L'accordo fissava anche delle ben precise scadenze temporali.
Dopo la firma dell'accordo in pochi si fecero illusioni sulla sua tenuta, infatti praticamente tutti i punti vennero violati e le scadenze non rispettate.
Il tallone d'Achille del testo è che non scioglieva il nodo principale: il futuro del Donbass. Essendo vago su questo aspetto, tutto il resto dell'impianto poteva prestarsi a letture contraddittorie, che hanno portato entrambe le parti alla diffidenza. In sintesi, gli ucraini temevano che potesse rappresentare la fine dell'unità nazionale (già compromessa con la perdita della Crimea) e le Repubbliche Popolari temevano in primo luogo che l'accettazione di alcuni punti potesse porre fine alla loro esistenza (in primis il già citato punto 9), ma anche che quell'intesa formalizzasse la "vittoria mutilata" della rinuncia a liberare con le armi il resto dell'ex-Ucraina. Un tradimento per tutti coloro che si trovavano dall'altra parte della linea di confine. Per questo l'accordo divenne subito carta straccia.
Ma da metà del 2016 le Repubbliche Popolari decisero unilateralmente di dare una nuova chance a quell'accordo, sia perché era l'unico tentativo al momento formalizzato, ma anche perché tutta la popolazione dell'ex-Ucraina rivendicava a gran voce la pace. I cittadini dei territori sotto il controllo del Governo di Kiev chiedevano di porre fine ad una sanguinosa guerra fratricida che stava trascinando il paese alla bancarotta, mentre i cittadini del Donbass volevano semplicemente garantire il proprio futuro. La linea di contatto (cioè il fronte) non si era praticamente più mosso da quando c'era stata la firma dell'accordo, quindi si intravedevano i margini per provare a ridare slancio all'intesa.
Ad un osservatore esterno può risultare inspiegabile l'ansia della popolazione del Donbass di stabilizzare al più presto la situazione, anche a costo di importanti rinunce. Il motivo principale risiede nel fatto che serpeggia il timore (probabilmente indotto ad arte) di ritrovarsi in una sorta di "Operazione Tempesta".
Durante la guerra in Jugoslavia la popolazione di etnia serba delle Kraijne si sollevò contro il Governo croato e nell'aprile del 1991 dichiarò l'indipendenza da Zagabria dando vita ad una repubblica; questa mantenne l'indipendenza per più di quattro anni, ma il 4 agosto 1995 le truppe croate, grazie all'assistenza e alla copertura aerea fornita dall'aviazione della NATO, entrarono nei territori serbi. L'operazione prevedeva la completa pulizia etnica della popolazione serba: più di mille persone furono trucidate sul posto e altre centinaia di migliaia furono costrette ad abbandonare le loro case che per lo più vennero distrutte per impedire il ritorno o future rivendicazioni. In Europa questa pagina della nostra storia è stata rimossa perché ci inchioda a terribili responsabilità, ma in altre parti del mondo se la ricordano molto bene.
Il popolo del Donbass sa che se Kiev riuscisse a rimettere le mani su queste terre per loro significherebbe o la morte o la deportazione, quindi molti preferiscono "la certezza di una piccola vittoria" a "la prospettiva di una grande vittoria".
Dopo la prima telefonata tra Trump e Poroshenko (4 febbraio 2017) è addirittura aumentato il clima di confusione. Nella stringata nota ufficiale che la Casa Bianca ha diramato dopo la conversazione, si afferma che gli USA lavoreranno con "Ucraina, Russia e tutte le altre parti coinvolte per aiutarli a ripristinare la pace lungo il confine". I media ucraini sostengono che questa frase sia un nullaosta all'invasione del Donbass e fanno pressioni in tal senso su Governo e forze armate. Al contrario nelle Repubbliche Popolari del Donbass quella frase si legge come una disponibilità degli USA a riprendere i colloqui per rilanciare gli accordi di Minsk. Questa seconda interpretazione sarebbe anche avvalorata dal fatto che potrebbe contenere la disponibilità a risolvere il punto 9 dell'accordo (controllo ucraino delle frontiere), il più contestato dalla popolazione del Donbass che teme la presenza di truppe ucraine sul proprio territorio.
L'Europa invece non sta facendo nulla, aspetta che USA e Russia trovino un'intesa, vive da spettatore una vicenda che la dovrebbe vedere protagonista. Sarebbe anche nell'interesse dell'Europa di trovare al più presto una soluzione diplomatica al conflitto, il modo più semplice è proprio ripartire dall'accordo di Minsk che vede tra i firmatari due importanti stati europei.
Per questo, nonostante il costo, in tanti optano per la sicurezza offerta da una pace immediata e "Minsk II" può essere la risposta.
Gli spiragli di pace ci sono, ma il tempo a disposizione non è infinito. La pace è quotidianamente minata dagli attacchi ucraini e presto la situazione potrebbe precipitare. Chi vuole davvero la pace si deve attivare subito.
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