di Francesco Dall'Aglio
Ieri l'abbiamo buttata a scherzo, ma la decisione di Trump (ammesso sia vera) è potenzialmente la più grave escalation nucleare dal tempo della crisi dei missili a Cuba, ed è abbastanza ironico che dopo tre anni e mezzo di LA MINACCIA ATOMICA DI PUTIN sia stato proprio il "President of Peace" Trump a fare qualcosa che ha stupito perfino il nostro solitamente compassato Di Feo che parla di una Casa Bianca che "si spinge oltre la Guerra Fredda". Quindi cerchiamo di capire.
Per spiegare la decisione di Trump possiamo fare due ipotesi. La prima, e la più banale, è che frustrato dall'indisponibilità russa a "negoziare", cioè a fare quello che vuole lui, e stizzito dalle provocazioni di Medvedev abbia sbroccato malissimo come un ragazzino che perde a Fortnite e sfascia la tastiera per la rabbia. Ci siamo passati tutti ma non tutti, direi per fortuna, abbiamo a disposizione sommergibili nucleari da mandare in giro. Così facendo, però, si è messo in una situazione spiacevole, come succede ogni volta che si agisce per rabbia. Non solo ha creato quasi dal nulla una escalation nucleare potenzialmente gravissima, ma dichiarandolo pubblicamente ne ha subito negato le capacità dissuasive e coercitive: perché che ci siano sottomarini nucleari in giro per il mondo, e molto probabilmente davanti alle altrui coste, è un gioco che USA e Russia fanno da decenni ed è la base della loro deterrenza nucleare. Gli USA hanno 14 sottomarini classe Ohio ognuno dei quali può portare un massimo di 24 missili balistici Trident II D5, ed è noto che ce ne sono schierati sempre tra gli 8 e i 10: dichiarare che se ne spostano due ha poco senso nel momento in cui la Russia è già convinta che incrocino quasi tutti dalle sue parti, e non saranno certo due in più a convincerla a sbaraccare dal Donbas. Tutto questo, naturalmente, ammettendo che la cosa sia vera, cosa della quale non possiamo essere certi essendo il movimento dei sottomarini nucleari il segreto meglio custodito delle triadi russa e statunitense.
La seconda ipotesi è più raffinata e politica. Trump non ha per niente reagito con rabbia, ma ha approfittato dell'assist offerto da Medvedev per dare un contentino ai falchi del suo establishment, agli ucraini (che infatti oggi festeggiano su ogni canale come se davvero gli USA stessero andando alla guerra atomica per loro) e agli europei, che si sentono meno abbandonati e più protetti dall'ombrello statunitense. Sa benissimo che due sottomarini non servono a nulla e che dichiarare di mandarli equivale a renderli più o meno inoffensivi, ma sono un tassello in più nell'architettura di dissuasione/coercizione che gli USA stanno costruendo, tra ripresa dei voli di ricognizione sui confini russi, nuovi accordi per mandare armi in Ucraina, stoccaggio di atomiche a gravità in Gran Bretagna, eccetera. Unita alle minacce di nuove sanzioni economiche e di sanzioni secondarie ai "clienti" della Russia, come li aveva definiti Graham, questa espansione della presenza militare statunitense è probabilmente considerata necessaria per ammorbidire la posizione russa. Poiché l'ultimatum scade tra sei giorni, vedremo presto se ci saranno altri indizi a suffragare questa ipotesi.
Il modo in cui i media si sono posti nella vicenda Trump-Medvedev-sommergibili è anch'esso interessante. Poiché non si può scrivere che il capo (o il padrone, a seconda del rapporto) ha sbroccato o che sta coscientemente spingendo per una escalation tra Russia e USA, si è scelto di presentare la cosa come una risposta alle ‟minacce di Medvedev”, che poi è come l’ha messa lo stesso Trump. Ma Medvedev ha davvero minacciato gli USA? Ha fatto un riferimento alla ‟mano morta”, ovvero all’erede russo del sistema sovietico ‟Perimetr”, che è sì una minaccia di mutua distruzione assicurata, ma che scatterebbe solo in caso di eliminazione della leadership civile e militare russa, quindi in condizioni catastrofiche e solo in risposta, appunto, all’attacco che la eliminerebbe. ‟Se distruggi il mio paese io distruggo il tuo” non mi pare, onestamente, una minaccia, anche se la mascolinità molto fragile del nostro Occidente considera ormai una minaccia qualsiasi cosa. Ora, io non penso che Trump creda che la ‟mano morta”/Perimetr sia un sistema che in automatico fa partire l’arsenale termonucleare russo se qualcuno li guarda storto, per cui è chiaro che le parole di Medvedev sono una scusa per alzare un po’ la temperatura ma senza davvero rischiare una escalation (proprio perché i sottomarini sono già in giro e spostarne uno, per dire, dal Golfo Persico al Mediterraneo non cambia la situazione). C’è da chiedersi però se lo sappiano i nostri giornalisti (Di Feo sicuramente sì), perché sul Perimetr si sono spesso dette parecchie fesserie, incluso che possa decidere all’improvviso di scatenare l’apocalisse – cosa che non può fare nemmeno in caso di guerra nucleare senza una serie di passaggi, che riassumo qui a beneficio dei dubbiosi.
L’idea del Perimetr risale agli anni ‛70, come risposta alle migliorie tecnologiche nel campo dei missili intercontinentali che riducevano di molto il tempo a disposizione per rispondere a un ipotetico attacco. Era un problema sentito da tutte le potenze nucleari, e la prima risposta furono le ‟valigette nucleari” che i Presidenti si portano sempre appresso. L’URSS (lo sapreste già se aveste letto il mio bellissimo libro!) sviluppò il sistema ‟Kazbek”, che è lo stesso (con le opportune migliorie) che viene usato adesso dalla Russia: prevede tre valigette, una per il Presidente, una per il Ministro della Difesa e una per il Capo di Stato Maggiore, e per far partire un attacco servono i codici di almeno due delle valigette (non è chiaro se servano tutti e tre, certo non ce lo vengono a dire) e poi, naturalmente, tutta la trafila che arriva fino al singolo operatore che materialmente farà partire il lancio, trafila che è la stessa sia per far partire un singolo missile che per scenari catastrofici di risposta (o di attacco) globale. Tutto questo è molto bello e a prova di idiota, ma che succede, si sono chiesti i sovietici, se un attacco elimina i tre possessori delle valigette, o due su tre, o anche solo uno? Come ci si regolerebbe in una situazione del genere, considerando che l’ipotesi più probabile è che l’eliminazione sia avvenuta a seguito di un attacco nucleare? Come si risponde? Gliela si dà vinta?
Ovviamente no, e per questo è stato messo a punto il sistema Perimetr, operativo dal 1985: un sistema semi-automatico di solito in stato di inattività che, se azionato da uno degli ufficiali preposti, inizia a ricercare informazioni utilizzando una serie di rilevatori sismici, termici e di radiazioni per verificare immediatamente se il territorio russo sia stato colpito da ordigni nucleari. Se è successo, o dai sensori pare sia successo, il sistema cerca di entrare in contatto con lo Stato Maggiore. Se ci riesce e dallo Stato Maggiore non arriva l’ordine di lancio (entro un’ora, pare), significa che è tutto a posto o che eventualmente ci penseranno gli umani, e Perimetr torna in semi-attività. Se non arriva risposta, l’autorità per comandare il lancio viene immediatamente trasferita a chiunque stia operando il sistema in quel momento, senza bisogno di valigette, autorizzazioni o simili: ed è improbabile che gli operatori del Perimetr siano troppo inclini al sentimentalismo. Dove sia fisicamente custodito il sistema, non si sa: c’è chi dice in un bunker sotto il monte Jamantau negli Urali o sotto il Kosvinsky Kamen, sempre negli Urali, quindi con tutta probabilità non è lì. Non si sa nemmeno se al momento sia attivo, o attivabile senza troppi passaggi (io ho una mezza idea che lo sia, ma ovviamente non posso saperlo). Tutte le informazioni disponibili sul sistema risalgono ai primi anni 2000, ed è chiaro che le procedure si sono affinate di parecchio. Ci sono al proposito un paio di pezzi interessanti, anche se pare chiaro che gli autori avrebbero tanto voluto scrivere romanzi gialli e si sono dovuti accontentare di fare i giornalisti, usciti su Slate nel 2007 e su Wired nel 2009, che potete leggere se non altro per intrattenimento.
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