La fila di camion fermi comincia a Ismailiya. Gli autisti scendono, si sgranchiscono le gambe. Poco più avanti un checkpoint è la prima delle tante frontiere interne che da anni segnano l’eccezionalità militarizzata della Penisola del Sinai. Un funzionario del governo egiziano è seduto tra le corsie immaginarie del checkpoint, davanti un tavolino impolverato di plastica e un registro d’altri tempi: scrive a penna le targhe di ogni veicolo in transito.
C’è lo spettro sociale al completo: auto scure con uomini in giacca e cravatta, furgoncini arrugginiti, pulmini di famiglie, ragazzi con la kefiah avvolta sulla testa e il volto scurito dal sole che qua picchia forte. Passa un pullman della Sinai University, è vuoto. Lo segue un pickup, trasporta centinaia di trecce d’aglio. Qualche centinaia di metri dopo, appare il checkpoint che conduce al tunnel del Canale di Suez. Dieci corsie, deserte. Era immaginato, forse, per un traffico imponente che oggi non esiste: il Sinai è blindato. In fondo a ogni corsia hanno montato scanner a raggi x per autobus e tir.
Di camion se ne vedono altri, alla spicciolata. Hanno i loghi di Unrwa, Oim, ong turche. Ricompaiono centinaia di chilometri dopo. Prima ad al-Arish, poi a Rafah. È qui, a un soffio da Gaza, che prende forma l’operazione Spade di ferro, lanciata da Israele dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. È nei 1.500 camion umanitari immobili tra al-Arish e Rafah. Sono strapieni di aiuti e la destinazione è a un passo. Eppure aspettano lì, sotto il sole del deserto.
«Il flusso di aiuti sta aumentando, da tutto il mondo. Mi verrebbe da dire: rallentate, non riusciamo a farli entrare. Ma come fai a dire di no a chi vuole donare?». Mohammed Noseer è il capo delle operazioni della Mezzaluna rossa egiziana (Erc) ad al-Arish. Ha una sessantina di anni e dice che una guerra così non l’aveva mai vista. Accoglie al valico la carovana solidale italiana organizzata da Aoi, con Assopace e Arci. Parlamentari dell’opposizione, giornalisti e ong sono venuti a chiedere il cessate il fuoco immediato.
Noseer si muove su e giù, davanti al valico, in mano un walkie-talkie: coordina entrate e uscite. Indica il muro di cemento che a destra e sinistra si spegne nel grande arco diventato simbolo dell’impotenza globale. Il valico sembra irreale, come il pannello della coreografia di un brutto film. Di qua una calma distopica, di là fame e bombe.
«I camion passano da qua ma non tutti quelli che vedete entrano subito a Gaza. Prima devono passare le ispezioni». È lì che si inaugura la complessa procedura frutto dell’accordo tra Israele, Egitto e Onu.
La burocrazia militare rallenta disperatamente il flusso: «Ci sono due linee – dice Noseer – I convogli Onu si dirigono direttamente al valico di Kerem Shalom. I convogli della Erc, delle ong internazionali e quelli inviati da altri paesi vanno a Nitzana, 50 km a sud. Dopo l’ispezione si dirigono verso Kerem Shalom. Svuotano a terra il contenuto in attesa che lo carichino i camion palestinesi: Israele non autorizza nessun tir esterno a entrare a Gaza».
Per il via libera ci vogliono giorni, a volte settimane. Controllano anche gli autisti: passano dallo “scanner” dei servizi egiziani prima, di quelli israeliani poi. Un su e giù continuo perché ormai tutto transita da Kerem Shalom. Rafah è un falso ingresso, entra solo carburante. «I valichi, poi, lavorano solo cinque giorni a settimana. Chiudono venerdì e sabato, per la festa musulmana e quella ebraica. Ammazzano musulmani tutta la settimana, ma il venerdì gli lasciano una giornata di preghiera», ironizza amaro Noseer.
E i camion si accumulano al confine. A oggi ce ne sono 1.500. Ieri ha alzato la voce il presidente Biden, dall’AirForce One: Israele non ha più scuse per non consentire gli ingressi umanitari. Chissà se lo ha detto anche a Gantz, nell’incontro faccia a faccia di qualche ore prima.
A poca distanza dal valico un pezzo di terra brullo, accecato da sole e polvere, fa da parcheggio ai tir e da casa provvisoria ai loro autisti. Dicono che non ce la fanno più, qualcuno aspetta da un mese di scaricare. Ci sono una piccola moschea e un minuscolo minimarket. Si sono attrezzati, stendono i vestiti ad asciugare tra i musi dei camion, i cassettoni sui lati fanno da cucina e tavolino. Si preparano un tè, un piatto caldo. «Ci pagano lo stesso, ma è uno spreco – dice uno di loro – In giro per al Arish è pieno di tir. Ci tengono ai valichi per le ispezioni anche 7-8 giorni. Ci fanno tornare più volte per ispezionare lo stesso camion».
Moataz Banafa fa parte del Gaza supporting team dell’agenzia delle Nazioni unite Ocha. In quel parcheggio, in un orizzonte di camion umanitari, prova a dare qualche numero: lì ce ne sono circa 800, altre centinaia sono lungo la strada. Altri ancora a Nitzana per i controlli, li chiamano sleeping trucks. Ci restano anche una settimana prima del via libera per Kerem Shalom. «In questo periodo ne passano al giorno 150. A volte di meno, 60 o 80. Ogni tir impiega sette-dieci giorni a entrare, qualcuno però è in attesa da un mese».
Da cosa dipenda non si sa. Accade spesso dentro i gangli dell’occupazione militare israeliana, la burocrazia è discrezionale, senza certezze, come una foschia. E poi ci sono le proteste: «I blocchi dei manifestanti della destra israeliana sono riusciti spesso a chiudere del tutto il valico – continua Banafa – È un costo per l’Onu e le ong: ogni giorno in più si paga. Di certo con un cessate il fuoco ne entrerebbero molti di più, lo abbiamo visto con la tregua di dicembre».
Le ispezioni non sono una mera pratica. Il 10% degli aiuti torna indietro, con una X rossa sopra. Ce la mettono i funzionari israeliani. Ne basta una, su un solo pacco di aiuti, per bocciare un camion intero, dice Banafa. Gli aiuti bocciati la Mezzaluna rossa li immagazzina in una struttura ad al-Arish.
Una lista di beni off limits in realtà non esiste, ci spiegava Noseer poco prima al valico: «Il Cogat (l’amministrazione civile israeliana per i Territori occupati palestinesi, ndr) non ci ha mai inviato una mail ufficiale con cosa è autorizzato e cosa non lo è. Mettono una X, lo rimandano indietro ma non danno una giustificazione. Abbiamo il magazzino pieno».
Lo è. Alla struttura in cemento ne hanno affiancate altre, prefabbricate, perché il materiale va protetto. «Rigettano tutto quello che produce energia, compresi i pannelli solari. Anche le lampade. Rigettano generatori, bombole d’ossigeno, frigoriferi. Ogni oggetto di metallo, anche le stampelle. Rigettano le tende se sono di colore militare: dicono che potrebbero essere usate da Hamas per le uniformi. E i kit per l’igiene se contengono tagliaunghie: dicono che possono essere usati come coltelli».
Il magazzino pullula di pallet accatastati uno sull’altro. Tre corsie di aiuti. Ci sono delle incubatrici, e sono l’oggetto che più degli altri fa venire i brividi: all’ospedale Shifa decine di neonati prematuri sono stati uccisi dal taglio dell’elettricità, dalle incubatrici spente e inservibili. Ci sono kit da cucina, letti per lunga degenza, generatori, contenitori per l’acqua, purificatori d’acqua. Beni che a Gaza segnano il confine tra vivere e morire.
«Israele rimanda indietro alcuni beni anche in base a chi li ha donati – aggiunge Noseer – Se vengono dall’Iran, ad esempio, o da associazioni palestinesi. Togliamo i loghi dai pacchi e li mandiamo comunque».
Succede anche con le ambulanze. Parcheggiate, là davanti al magazzino, ce ne sono sessanta. «Israele autorizza l’ingresso di sole sette ambulanze a settimana – conclude Banafa – Dentro ne ha distrutte a decine. Le ambulanze servono».
I palestinesi usano i carretti trainati dagli asini per portare via i feriti. E per portare via i corpi. Alcune ambulanze qui hanno il logo di paesi arabi. Basta staccarlo, nell’idea quasi rassicurante di poter aggirare un sistema malato.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/10/2023
La pulizia etnica a Gaza nei documenti dell’intelligence israeliana
Il primo giorno della guerra israeliana contro la Striscia di Gaza, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, aveva lanciato un avvertimento provocatorio a circa 2,3 milioni di civili nell’enclave costiera assediata: “Andatevene ora”, ha detto, sapendo che le persone erano intrappolate e non potevano farlo.
Tuttavia, con il passare del tempo e la fuga di documenti, sembra esserci una vera e propria spinta dall’interno del regime israeliano per la pulizia etnica della popolazione di Gaza verso il deserto del Sinai in Egitto.
Un think tank israeliano, il “Misgav Institute for National Security & Zionist Strategy” ha pubblicato un documento il 17 ottobre, in cui ha delineato la sua proposta di piano di pulizia etnica, dichiarando che “al momento c’è un’opportunità unica e rara di evacuare l’intera Striscia di Gaza in coordinamento con il governo egiziano”.
Questo è stato poi seguito, poco dopo, da un rapporto pubblicato sull’agenzia di stampa israeliana, Calcalist, che ha delineato un documento che proponeva la stessa strategia. In questo caso, però, il documento portava il simbolo ufficiale del ministero dell’Intelligence israeliano, guidato da Gila Gamliel.
Entrambi i piani, che sostengono lo stesso progetto per la pulizia etnica di Gaza dalla sua popolazione civile palestinese, cercano palesemente di trarre vantaggio dalla situazione attuale per creare una “soluzione” al “problema di Gaza” per Israele.
L’idea è quella di fornire all’Egitto un incentivo economico – anche se questo deve essere di 20-30 miliardi di dollari, secondo il documento del think tank – per convincerlo ad accettare gli sfollati.
C’è anche un elemento di adattamento, che viene evidenziato nel piano del ministero dell’Intelligence israeliano, che parla di istituire una zona di sicurezza/cuscinetto all’interno del territorio egiziano, “larga diversi chilometri”; proponendo di fatto un’occupazione de facto della terra egiziana al solo scopo di impedire alla popolazione di Gaza di tornare alle proprie case.
Fin dal primo giorno della brutale guerra israeliana contro la popolazione di Gaza, il piano è stato reso chiaro attraverso le azioni del regime di Tel Aviv.
La leadership israeliana ha dichiarato di voler cercare di distruggere Hamas, annunciando piani e attuandoli in un modo da prendere di mira quasi esclusivamente la popolazione civile palestinese all’interno di Gaza.
Il 9 ottobre, il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, ordinò un assedio completo della Striscia di Gaza. “Non ci sarà elettricità, né cibo, né carburante, tutto è chiuso”, ha detto, aggiungendo: “Stiamo combattendo gli animali umani e stiamo agendo di conseguenza”.
Per anni, all’interno dei circoli di potere israeliani, si è parlato di costringere la popolazione di Gaza a trasferirsi nel Sinai egiziano come soluzione, con questa proposta che risale a una strategia simile, che è stata proposta dalle Nazioni Unite nel 1950, quando Gaza era sotto il dominio del presidente egiziano, Gamal Abdul Nasser.
La proposta dell’ONU è stata fortemente osteggiata e l’intera idea è andata in pezzi a seguito di forti proteste contro di essa. Eppure, per il governo israeliano, che non sa cosa fare con la Striscia di Gaza, questa idea sembra essere più allettante che mai.
Se leggiamo tra le righe, è chiaro che il governo israeliano ha, fin dal primo giorno, cercato di bloccare l’ingresso a Gaza di forniture mediche, cibo, acqua, carburante, elettricità e altri aiuti umanitari chiave.
Ha anche raso al suolo alcune delle aree più ricche e delle aree più popolari all’interno della Striscia di Gaza, nel tentativo di distruggere completamente le infrastrutture civili del territorio.
Insieme a questo, la vastità delle atrocità che vengono commesse contro i civili è alla pari con qualsiasi grande guerra che abbiamo visto negli ultimi decenni, se non peggiore per alcuni aspetti.
Se foste un governo che tenta di costringere 2,3 milioni di persone a fuggire dalle loro case, questa sarebbe la strategia da adottare per spaventarle e sottometterle.
Tuttavia, ci sono alcuni grossi problemi per il regime israeliano. Il primo e più ovvio è il fatto che il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi si è fermamente opposto all’idea di assorbire così tanti rifugiati palestinesi in tendopoli nel Sinai.
Il secondo problema più grande per gli israeliani è il fatto che, nel caso in cui si verificasse una tale spinta, Hezbollah libanese quasi certamente lancerebbe una guerra contro di loro da nord.
Mentre i politici israeliani continuano a usare un linguaggio genocida e parlano di cancellare completamente Gaza dalla carta geografica, la realtà sul terreno è qualcosa di piuttosto diverso.
Israele non è più nella posizione in cui si trovava nel 1948, dove i suoi crimini potevano essere nascosti ed era molto più potente militarmente dei suoi vicini arabi. Nonostante la dura retorica e la continuazione del massacro della popolazione civile di Gaza, l’esercito israeliano è nella sua posizione più debole di sempre.
Fonte
Tuttavia, con il passare del tempo e la fuga di documenti, sembra esserci una vera e propria spinta dall’interno del regime israeliano per la pulizia etnica della popolazione di Gaza verso il deserto del Sinai in Egitto.
Un think tank israeliano, il “Misgav Institute for National Security & Zionist Strategy” ha pubblicato un documento il 17 ottobre, in cui ha delineato la sua proposta di piano di pulizia etnica, dichiarando che “al momento c’è un’opportunità unica e rara di evacuare l’intera Striscia di Gaza in coordinamento con il governo egiziano”.
Questo è stato poi seguito, poco dopo, da un rapporto pubblicato sull’agenzia di stampa israeliana, Calcalist, che ha delineato un documento che proponeva la stessa strategia. In questo caso, però, il documento portava il simbolo ufficiale del ministero dell’Intelligence israeliano, guidato da Gila Gamliel.
Entrambi i piani, che sostengono lo stesso progetto per la pulizia etnica di Gaza dalla sua popolazione civile palestinese, cercano palesemente di trarre vantaggio dalla situazione attuale per creare una “soluzione” al “problema di Gaza” per Israele.
L’idea è quella di fornire all’Egitto un incentivo economico – anche se questo deve essere di 20-30 miliardi di dollari, secondo il documento del think tank – per convincerlo ad accettare gli sfollati.
C’è anche un elemento di adattamento, che viene evidenziato nel piano del ministero dell’Intelligence israeliano, che parla di istituire una zona di sicurezza/cuscinetto all’interno del territorio egiziano, “larga diversi chilometri”; proponendo di fatto un’occupazione de facto della terra egiziana al solo scopo di impedire alla popolazione di Gaza di tornare alle proprie case.
Fin dal primo giorno della brutale guerra israeliana contro la popolazione di Gaza, il piano è stato reso chiaro attraverso le azioni del regime di Tel Aviv.
La leadership israeliana ha dichiarato di voler cercare di distruggere Hamas, annunciando piani e attuandoli in un modo da prendere di mira quasi esclusivamente la popolazione civile palestinese all’interno di Gaza.
Il 9 ottobre, il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, ordinò un assedio completo della Striscia di Gaza. “Non ci sarà elettricità, né cibo, né carburante, tutto è chiuso”, ha detto, aggiungendo: “Stiamo combattendo gli animali umani e stiamo agendo di conseguenza”.
Per anni, all’interno dei circoli di potere israeliani, si è parlato di costringere la popolazione di Gaza a trasferirsi nel Sinai egiziano come soluzione, con questa proposta che risale a una strategia simile, che è stata proposta dalle Nazioni Unite nel 1950, quando Gaza era sotto il dominio del presidente egiziano, Gamal Abdul Nasser.
La proposta dell’ONU è stata fortemente osteggiata e l’intera idea è andata in pezzi a seguito di forti proteste contro di essa. Eppure, per il governo israeliano, che non sa cosa fare con la Striscia di Gaza, questa idea sembra essere più allettante che mai.
Se leggiamo tra le righe, è chiaro che il governo israeliano ha, fin dal primo giorno, cercato di bloccare l’ingresso a Gaza di forniture mediche, cibo, acqua, carburante, elettricità e altri aiuti umanitari chiave.
Ha anche raso al suolo alcune delle aree più ricche e delle aree più popolari all’interno della Striscia di Gaza, nel tentativo di distruggere completamente le infrastrutture civili del territorio.
Insieme a questo, la vastità delle atrocità che vengono commesse contro i civili è alla pari con qualsiasi grande guerra che abbiamo visto negli ultimi decenni, se non peggiore per alcuni aspetti.
Se foste un governo che tenta di costringere 2,3 milioni di persone a fuggire dalle loro case, questa sarebbe la strategia da adottare per spaventarle e sottometterle.
Tuttavia, ci sono alcuni grossi problemi per il regime israeliano. Il primo e più ovvio è il fatto che il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi si è fermamente opposto all’idea di assorbire così tanti rifugiati palestinesi in tendopoli nel Sinai.
Il secondo problema più grande per gli israeliani è il fatto che, nel caso in cui si verificasse una tale spinta, Hezbollah libanese quasi certamente lancerebbe una guerra contro di loro da nord.
Mentre i politici israeliani continuano a usare un linguaggio genocida e parlano di cancellare completamente Gaza dalla carta geografica, la realtà sul terreno è qualcosa di piuttosto diverso.
Israele non è più nella posizione in cui si trovava nel 1948, dove i suoi crimini potevano essere nascosti ed era molto più potente militarmente dei suoi vicini arabi. Nonostante la dura retorica e la continuazione del massacro della popolazione civile di Gaza, l’esercito israeliano è nella sua posizione più debole di sempre.
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24/04/2018
Egitto - Assedio e crisi umanitaria nel Sinai dimenticato
di Chiara Cruciati
Le notizie che arrivano dalla Penisola del Sinai sono poche. Dal lancio dell’operazione “Sinai 2018”, iniziata il 9 febbraio scorso con la partecipazione di esercito e polizia, l’area è chiusa e le informazioni che escono sono quelle fornite dal Cairo.
Il 18 aprile un alto comandante dello Stato Islamico è morto: Nasser Abu Zukul, “emiro dell’Isis nel Sinai centrale, dopo un duro scontro a fuoco”, è stato ucciso, ha fatto sapere l’esercito egiziano. Pochi giorni prima l’Isis aveva compiuto un attacco contro una base militare, uccidendo almeno otto soldati e ferendone 14. Uccisi anche 14 miliziani mentre tentavano di infiltrarsi nella base.
Negli stessi giorni il governo egiziano annunciava l’investimento di 15,6 miliardi di dollari per lo sviluppo della Penisola del Sinai e lo sradicamento del terrorismo, nel corso di quattro anni: “Gli sforzi di controterrorismo non mostreranno i loro frutti fino a quando non si accompagneranno a uno sviluppo comprensivo – ha detto il 15 aprile il primo ministro Ismail al parlamento egiziano – Sulla base di ciò, un programma nazionale è stato lanciato per lo sviluppo del Sinai con un finanziamento iniziale di 275 miliardi di sterline egiziane per quattro anni”.
Ai parlamentari, poi, Ismail ha fornito i numeri di “Sinai 2018”: 200 terroristi uccisi da febbraio, 22 perdite tra i soldati. Difficile verificare vista l’assenza di giornalisti sul posto e la chiusura pressoché totale della Penisola. A parlare di emergenza umanitaria è oggi Human Rights Watch che in un nuovo rapporto denuncia la crisi dei civili nell’area a causa delle operazioni militari in corso: “420mila residenti in quattro città nord-orientali hanno urgente bisogno di aiuti umanitari”, scrive Hrw, che sottolinea quanto emerso in questi mesi, ovvero la quasi totale restrizione della libertà di movimento di persone e beni che impedisce l’arrivo di cibo nelle comunità.
“I residenti dicono di vivere con una grave diminuzione di cibo, medicinali, gas da cucina e altri beni essenziali”. Una carenza a cui si aggiunge il taglio frequente dei servizi di telecomunicazioni, di acqua corrente ed elettricità. “Un’operazione di controterrorismo che impedisce l’arrivo di beni essenziali a centinaia di migliaia di civili è illegale e difficilmente smorzerà la violenza”, commenta Sarah Leah Whitson, direttrice di Hrw per Medio Oriente e Nord Africa.
Punizioni collettive, raid e perquisizioni arbitrarie nelle case, arresti, chiusura delle comunità: il Sinai è sotto assedio. I residenti riportano di fermi illegittimi ai checkpoint e nelle abitazioni, della confisca di telefoni e computer. E se durante le elezioni presidenziali di fine marzo alcuni cittadini e giornalisti denunciavano la compravendita di voti anche attraverso pacchi di cibo, nella Penisola non arriva quasi nulla se non con camion dell’esercito. Secondo quanto riportato dall’agenzia indipendente Mada Masr, l’arrivo sporadico di camion di cibo dell’esercito – i soli a poter entrare e uscire senza problemi – si accompagna ad assembramenti di persone che cercano di ottenere qualche pacco di prodotti alimentari, “assalti” di folle affamate dal governo centrale a cui – denuncia Hrw – l’esercito in alcuni casi ha risposto con il fuoco.
Racconti diversi da quelli dell’esercito secondo cui la popolazione appoggia l’operazione in corso e fornisce informazioni importanti alla neutralizzazione dei gruppi armati. Dal 2013, la deposizione via golpe del presidente eletto Mohammed Morsi, il presidente-golpista al-Sisi ha lanciato una serie di operazioni militari per eliminare i gruppi, sempre più ampi, di matrice islamista attivi nel Sinai e nel deserto e capaci di compiere attacchi terroristici in tutto il paese. Una radicalizzazione facilitata dall’assenza pressoché totale dello Stato – se non sotto forma di polizia ed esercito – nelle zone più marginalizzate dell’Egitto, tra cui il Sinai dimenticato dai piani di sviluppo del governo centrale.
Al-Sisi lo aveva annunciato a febbraio, quando lanciò “Sinai “2018”: “E’ vostra responsabilità – disse rivolgendosi all’esercito – mettere in sicurezza e stabilizzare il Sinai nei prossimi tre mesi. Potete usare tutta la forza bruta necessaria”. La stanno pagando i civili: “La popolazione del Sinai continua ad essere schiacciata tra Isis ed Egitto – è il commento dell’analista Zack Gold – Se l’operazione Sinai 2018 smantellerà la filiale dell’Isis in Sinai, il duro trattamento che Hrw documenta è il seme di un futuro movimento di insurrezione”.
Fonte
Le notizie che arrivano dalla Penisola del Sinai sono poche. Dal lancio dell’operazione “Sinai 2018”, iniziata il 9 febbraio scorso con la partecipazione di esercito e polizia, l’area è chiusa e le informazioni che escono sono quelle fornite dal Cairo.
Il 18 aprile un alto comandante dello Stato Islamico è morto: Nasser Abu Zukul, “emiro dell’Isis nel Sinai centrale, dopo un duro scontro a fuoco”, è stato ucciso, ha fatto sapere l’esercito egiziano. Pochi giorni prima l’Isis aveva compiuto un attacco contro una base militare, uccidendo almeno otto soldati e ferendone 14. Uccisi anche 14 miliziani mentre tentavano di infiltrarsi nella base.
Negli stessi giorni il governo egiziano annunciava l’investimento di 15,6 miliardi di dollari per lo sviluppo della Penisola del Sinai e lo sradicamento del terrorismo, nel corso di quattro anni: “Gli sforzi di controterrorismo non mostreranno i loro frutti fino a quando non si accompagneranno a uno sviluppo comprensivo – ha detto il 15 aprile il primo ministro Ismail al parlamento egiziano – Sulla base di ciò, un programma nazionale è stato lanciato per lo sviluppo del Sinai con un finanziamento iniziale di 275 miliardi di sterline egiziane per quattro anni”.
Ai parlamentari, poi, Ismail ha fornito i numeri di “Sinai 2018”: 200 terroristi uccisi da febbraio, 22 perdite tra i soldati. Difficile verificare vista l’assenza di giornalisti sul posto e la chiusura pressoché totale della Penisola. A parlare di emergenza umanitaria è oggi Human Rights Watch che in un nuovo rapporto denuncia la crisi dei civili nell’area a causa delle operazioni militari in corso: “420mila residenti in quattro città nord-orientali hanno urgente bisogno di aiuti umanitari”, scrive Hrw, che sottolinea quanto emerso in questi mesi, ovvero la quasi totale restrizione della libertà di movimento di persone e beni che impedisce l’arrivo di cibo nelle comunità.
“I residenti dicono di vivere con una grave diminuzione di cibo, medicinali, gas da cucina e altri beni essenziali”. Una carenza a cui si aggiunge il taglio frequente dei servizi di telecomunicazioni, di acqua corrente ed elettricità. “Un’operazione di controterrorismo che impedisce l’arrivo di beni essenziali a centinaia di migliaia di civili è illegale e difficilmente smorzerà la violenza”, commenta Sarah Leah Whitson, direttrice di Hrw per Medio Oriente e Nord Africa.
Punizioni collettive, raid e perquisizioni arbitrarie nelle case, arresti, chiusura delle comunità: il Sinai è sotto assedio. I residenti riportano di fermi illegittimi ai checkpoint e nelle abitazioni, della confisca di telefoni e computer. E se durante le elezioni presidenziali di fine marzo alcuni cittadini e giornalisti denunciavano la compravendita di voti anche attraverso pacchi di cibo, nella Penisola non arriva quasi nulla se non con camion dell’esercito. Secondo quanto riportato dall’agenzia indipendente Mada Masr, l’arrivo sporadico di camion di cibo dell’esercito – i soli a poter entrare e uscire senza problemi – si accompagna ad assembramenti di persone che cercano di ottenere qualche pacco di prodotti alimentari, “assalti” di folle affamate dal governo centrale a cui – denuncia Hrw – l’esercito in alcuni casi ha risposto con il fuoco.
Racconti diversi da quelli dell’esercito secondo cui la popolazione appoggia l’operazione in corso e fornisce informazioni importanti alla neutralizzazione dei gruppi armati. Dal 2013, la deposizione via golpe del presidente eletto Mohammed Morsi, il presidente-golpista al-Sisi ha lanciato una serie di operazioni militari per eliminare i gruppi, sempre più ampi, di matrice islamista attivi nel Sinai e nel deserto e capaci di compiere attacchi terroristici in tutto il paese. Una radicalizzazione facilitata dall’assenza pressoché totale dello Stato – se non sotto forma di polizia ed esercito – nelle zone più marginalizzate dell’Egitto, tra cui il Sinai dimenticato dai piani di sviluppo del governo centrale.
Al-Sisi lo aveva annunciato a febbraio, quando lanciò “Sinai “2018”: “E’ vostra responsabilità – disse rivolgendosi all’esercito – mettere in sicurezza e stabilizzare il Sinai nei prossimi tre mesi. Potete usare tutta la forza bruta necessaria”. La stanno pagando i civili: “La popolazione del Sinai continua ad essere schiacciata tra Isis ed Egitto – è il commento dell’analista Zack Gold – Se l’operazione Sinai 2018 smantellerà la filiale dell’Isis in Sinai, il duro trattamento che Hrw documenta è il seme di un futuro movimento di insurrezione”.
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10/02/2018
Egitto - Operazioni militari in Sinai
di Chiara Cruciati
L’annuncio ufficiale è stato dato ieri, ma le prime misure erano partite già giovedì notte: l’esercito egiziano ha lanciato un’ampia operazione anti-terrorismo, “Sinai 2018″ nel nord della Penisola del Sinai, dando però pochi dettagli. Non tanto ai giornalisti quanto ai residenti che non nascondono i loro timori.
Di certo si sa, lo riportano fonti locali, che le forze armate hanno chiuso da oltre 24 ore l’accesso al nord del Sinai: non si entra e non si esce. Chiuso anche il traffico dal Canale di Suez e dal tunnel Ahmed Hamdi e la principale superstrada che collega le varie città del Nord del Sinai, Arish, Rafah, Sheikh Zuwayed. Internet e linee telefoniche risultavano inutilizzabili dalle 7 del mattino alle una del pomeriggio, mentre in mattinata le stazioni di benzina chiudevano i battenti, su ordine del Comune. Sospese anche le attività scolastiche, fino a nuove ordine, con l’Università del Sinai che annunciava la ripresa del secondo semestre il 17 febbraio.
Non solo il Sinai: il ministero dell’Interno ha ordinato la predisposizione di posti di blocco fissi e mobili e il dispiegamento delle unità speciali della polizia in tutti i governatorati del paese, nelle piazze, le principali vie di comunicazioni dentro e tra i distretti.
Le operazioni sarebbero già iniziate. Ieri i residenti parlavano di almeno 15 raid aerei intorno alla città di Arish e di esplosioni nei pressi delle comunità principali della penisola, in particolare sul Canale di Suez e la città di Ismailiya e al confine con la Striscia di Gaza: l’esercito ha costretto centinaia di palestinesi che in questi giorni avevano attraversato legalmente il valico di Rafah, aperto, a tornare indietro. E il valico si è chiuso di nuovo, a tempo indeterminato.
Gaza, dopotutto, è tra i primi target della presidenza al-Sisi che ha in Hamas (membro dei Fratelli Musulmani) un nemico dichiarato. Lo si è visto negli anni passati con la distruzione da parte egiziana di migliaia di tunnel, indispensabili alla sopravvivenza della popolazione sotto assedio di Gaza e gli spari contro le barche dei pescatori palestinesi che si spingevano, secondo Il Cairo, troppo vicino alle acque egiziane.
L’offensiva di ieri giunge a pochi giorni dal lancio di un’altra attività, quella di sfollamento di migliaia di civili dalla zona intorno all’aeroporto di Arish, lo sradicamento di alberi di ulivo e la demolizione di case, il tutto – dicono le forze armate – per creare una zona cuscinetto per impedire l’attività dei gruppi islamisti presenti.
Proprio i civili sono i più preoccupati dalla maxi-operazione, conoscendo già bene i modi di intervento delle forze armate e delle unità anti-terrorismo: abusi, violenze, restrizioni al movimento, arresti arbitrati. Succede già: ieri locali denunciavano all’agenzia indipendente Mada Masr di irruzioni dei militari in case private, perquisizioni e alcune detenzioni.
“Viviamo in uno stato di completa paura – dice un residente al portale Middle East Eye – Non sappiamo nulla delle operazioni, ma possiamo sentire le esplosioni da qui. Tutti i checkpoint sono chiusi e nessuno è autorizzato ad uscire”. In trappola: le famiglie corrono nei supermercati a fare scorte di cibo nel timore che questo blocco totale possa durare a lungo. Un timore rafforzato dalla notizia che il governo ha inviato, oltre a rinforzi militari, anche medici e infermieri: in una lettera ottenuta dai media, il ministero della Salute indica in dieci punti le misure da assumere subito, tra cui il raddoppio dello staff e dei letti negli ospedali in Sinai, turni più lunghi e l’invio di sacche di sangue e medicinali extra.
La Penisola del Sinai, sotto stato di emergenza ormai da anni, è tra le zone più marginalizzate del paese. Un’esclusione socio-economica e di investimenti a cui si aggiunge da tempo una campagna anti-terrorismo che al regime del Cairo serve per accreditarsi agli occhi della comunità internazionale, dei donatori occidentali e delle varie coalizioni anti-islamisti.
La conseguenza è diretta: la legge anti-terrorismo entrata in vigore già nel 2013, subito dopo il golpe e prima dell’inizio della prima presidenza al-Sisi si è tradotta in una copertura per la macchina della repressione messa in piedi dal Cairo – e triste eredità del regime di Mubarak sconfitto da piazza Tahrir – che colpisce opposizioni, giornalisti, ong, voci critiche, molto di più di quanto non intacchi la presenza e la sempre più vasta attività terroristica di islamisti radicali e gruppi legati allo Stato Islamico. Che colpiscono, al Cairo come in Sinai, moschee e chiese copte, gli stessi civili già abusati dallo Stato.
Fonte
L’annuncio ufficiale è stato dato ieri, ma le prime misure erano partite già giovedì notte: l’esercito egiziano ha lanciato un’ampia operazione anti-terrorismo, “Sinai 2018″ nel nord della Penisola del Sinai, dando però pochi dettagli. Non tanto ai giornalisti quanto ai residenti che non nascondono i loro timori.
Di certo si sa, lo riportano fonti locali, che le forze armate hanno chiuso da oltre 24 ore l’accesso al nord del Sinai: non si entra e non si esce. Chiuso anche il traffico dal Canale di Suez e dal tunnel Ahmed Hamdi e la principale superstrada che collega le varie città del Nord del Sinai, Arish, Rafah, Sheikh Zuwayed. Internet e linee telefoniche risultavano inutilizzabili dalle 7 del mattino alle una del pomeriggio, mentre in mattinata le stazioni di benzina chiudevano i battenti, su ordine del Comune. Sospese anche le attività scolastiche, fino a nuove ordine, con l’Università del Sinai che annunciava la ripresa del secondo semestre il 17 febbraio.
Non solo il Sinai: il ministero dell’Interno ha ordinato la predisposizione di posti di blocco fissi e mobili e il dispiegamento delle unità speciali della polizia in tutti i governatorati del paese, nelle piazze, le principali vie di comunicazioni dentro e tra i distretti.
Le operazioni sarebbero già iniziate. Ieri i residenti parlavano di almeno 15 raid aerei intorno alla città di Arish e di esplosioni nei pressi delle comunità principali della penisola, in particolare sul Canale di Suez e la città di Ismailiya e al confine con la Striscia di Gaza: l’esercito ha costretto centinaia di palestinesi che in questi giorni avevano attraversato legalmente il valico di Rafah, aperto, a tornare indietro. E il valico si è chiuso di nuovo, a tempo indeterminato.
Gaza, dopotutto, è tra i primi target della presidenza al-Sisi che ha in Hamas (membro dei Fratelli Musulmani) un nemico dichiarato. Lo si è visto negli anni passati con la distruzione da parte egiziana di migliaia di tunnel, indispensabili alla sopravvivenza della popolazione sotto assedio di Gaza e gli spari contro le barche dei pescatori palestinesi che si spingevano, secondo Il Cairo, troppo vicino alle acque egiziane.
L’offensiva di ieri giunge a pochi giorni dal lancio di un’altra attività, quella di sfollamento di migliaia di civili dalla zona intorno all’aeroporto di Arish, lo sradicamento di alberi di ulivo e la demolizione di case, il tutto – dicono le forze armate – per creare una zona cuscinetto per impedire l’attività dei gruppi islamisti presenti.
Proprio i civili sono i più preoccupati dalla maxi-operazione, conoscendo già bene i modi di intervento delle forze armate e delle unità anti-terrorismo: abusi, violenze, restrizioni al movimento, arresti arbitrati. Succede già: ieri locali denunciavano all’agenzia indipendente Mada Masr di irruzioni dei militari in case private, perquisizioni e alcune detenzioni.
“Viviamo in uno stato di completa paura – dice un residente al portale Middle East Eye – Non sappiamo nulla delle operazioni, ma possiamo sentire le esplosioni da qui. Tutti i checkpoint sono chiusi e nessuno è autorizzato ad uscire”. In trappola: le famiglie corrono nei supermercati a fare scorte di cibo nel timore che questo blocco totale possa durare a lungo. Un timore rafforzato dalla notizia che il governo ha inviato, oltre a rinforzi militari, anche medici e infermieri: in una lettera ottenuta dai media, il ministero della Salute indica in dieci punti le misure da assumere subito, tra cui il raddoppio dello staff e dei letti negli ospedali in Sinai, turni più lunghi e l’invio di sacche di sangue e medicinali extra.
La Penisola del Sinai, sotto stato di emergenza ormai da anni, è tra le zone più marginalizzate del paese. Un’esclusione socio-economica e di investimenti a cui si aggiunge da tempo una campagna anti-terrorismo che al regime del Cairo serve per accreditarsi agli occhi della comunità internazionale, dei donatori occidentali e delle varie coalizioni anti-islamisti.
La conseguenza è diretta: la legge anti-terrorismo entrata in vigore già nel 2013, subito dopo il golpe e prima dell’inizio della prima presidenza al-Sisi si è tradotta in una copertura per la macchina della repressione messa in piedi dal Cairo – e triste eredità del regime di Mubarak sconfitto da piazza Tahrir – che colpisce opposizioni, giornalisti, ong, voci critiche, molto di più di quanto non intacchi la presenza e la sempre più vasta attività terroristica di islamisti radicali e gruppi legati allo Stato Islamico. Che colpiscono, al Cairo come in Sinai, moschee e chiese copte, gli stessi civili già abusati dallo Stato.
Fonte
10/03/2017
Un Califatto dell’Isis alle frontiere con Israele e Giordania?
Il gioco del “nemico del mio nemico che diventa mio amico” continua a produrre scenari inquietanti e mutevoli in Medio Oriente. Mentre lo Stato islamico (Isis) sta perdendo terreno in Iraq e nel nord della Siria, un gruppo affiliato all’Isis sta accumulando territorio e potere nel sud-ovest della Siria, a pochi chilometri dal confine giordano e israeliano. A riferirlo è un servizio dell’agenzia Askanews che cita fonti e analisti mediorientali. In quello che oggi viene definito “ingorgo” di forze in Siria (marines statunitensi, soldati turchi, forze russe, milizie curde, truppe del governo siriano), si individuano nuovi scenari in cui le milizie jihadiste conquistano improvvisamente territori in altri quadranti, avendo potuto contare sull’appoggio degli stessi soggetti (gli Usa) che più a nord si apprestano a combatterli o quantomeno annunciano di doverlo fare. Se poi i nuovi territori sotto controllo dei miliziani jihadisti legati all’Isis sono vicini ad Israele, lo scenario si presenta ancora più contorto di quanto appare dalle dichiarazioni ufficiali e dalle veline diffuse acriticamente dai mass media.
Il 20 febbraio scorso, un migliaio combattenti del gruppo jihadista legato all’Isis, Jaysh Khalid bin al-Waleed, hanno lasciato la loro roccaforte nella valle del fiume Yarmouk (nel sud della Siria a circa 50 chilometri dal confine giordano) espugnando diversi villaggi vicini controllati da altri gruppi ribelli dell’opposizione al governo di Assad. Secondo il sito Middle East Eye (MEE), in un primo momento si era pensato che l’attacco fosse “progettato per rompere un lungo assedio e dare a Jaysh Khalid la possibilità di rifornirsi di beni, armi e veicoli”. Tuttavia, invece di tornare nella loro tradizionale roccaforte, i combattenti di Jaysh Khalid hanno proseguito prendendo il controllo delle località di Tseel (34.000 abitanti), Jileen (9.200 abitanti) e Adwan (4.900).
Secondo fonti di sicurezza citate dal sito Middle East Eye, la crescita di Jaysh Khalid “ha causato enorme frustrazione per il Centro delle operazioni militari (MOC) un organismo con sede ad Amman, nato nel 2013 e sostenuto dagli Usa per fornire armi, tattiche e finanziamenti alle fazioni dell’opposizione siriana. Ironia della sorte vuole che le Brigate dei Martiri di al Yarmouk, nome precedente di Jaysh Khalid, fosse finanziato e sostenuto proprio dal MOC fino al 2014.
Alla fine di novembre, aerei da guerra israeliani hanno colpito una posizione Jaysh Khalid nel sud delle alture siriane del Golan. Attacco, seguito nei primi di febbraio da un raid dell’aviazione militare giordana sempre sulla stessa posizione. Entrambi gli attacchi sono stati i primi nel loro genere, ma nessuno dei due sembra aver rallentato l’estensione del controllo territoriale del gruppo jihadista.
L’analista arabo Aymen al-Tamimi commenta su Middle East Eye che un fattore significativo nel corso degli ultimi avvenimenti sia stata la debolezza dei ribelli nel sud, qualcosa che Jaysh Khalid sembra aver compreso e sfruttato. “I ribelli del sud sono militarmente inefficaci e suddivisi in troppe fazioni, e la corruzione ha ostacolato la lotta contro Jaysh Khalid”. Ma non è solo la mancanza di volontà dei ribelli a combattere ad aver favorito l’ascesa dei jihadisti. Secondo Middle East Eye, esiste un altra questione, se possibile, ancora più spinosa: “Non tutti i gruppi ribelli sono necessariamente interessati a sconfiggere Jaysh Khalid”, afferma il sito ricordando che “lo spettro dei ribelli del sud va dal secolare all’islamista, e molti di questi gruppi non sono disposti ad uccidere altri musulmani, come si proclama Jaysh Khalid”. Per accreditare il suo teorema, il sito ricorda un colloquio fatto con un membro di Jaysh Khalid nel dicembre 2016, il quale ha dato questa spiegazione per le sconfitte dei ribelli sostenuti dagli Usa: “Non ci sono combattimenti. Le battaglie sono diventate qualcosa di concordato (...) solo per le fotografie”.
Un interrogativo si viene dunque imponendo. Sta nascendo un nuovo Califfato? E questa volta più a sud ma vicino alle frontiere di Israele? Aymen Tamimi ritiene che Jaysh Khalid voglia stabilire “un Califfato a Daraa occidentale. Se ci riuscissero, sarebbe una dimostrazione di forza, trovandosi vicino a Israele, alla Giordania e a Damasco. Per loro, avere una forte presenza accanto a questi confini è strategico, in quanto sono abbastanza vicini da potere colpire o bombardare Israele e Giordania”.
Il problema, però, è che i miliziani dell’Isis non hanno mai attaccato Israele o obiettivi israeliani, anzi se ne sono ben guardati limitandosi alla guerra delle parole. A gennaio il leader dello Stato Islamico Abu Bakr al-Baghdadi ha registrato un video in cui ha minacciato Israele e la sua esistenza. “La Palestina non sarà la vostra terra, né la vostra casa, ma il vostro cimitero. Allah vi ha raccolto in Palestina perché i musulmani vi uccidano”, sempre nel video Al Baghdadi ha aggiunto “gli israeliani credevano avessimo dimenticato la Palestina e pensavano di essere riusciti a distrarre la nostra attenzione dalla questione palestinese. Ciò non è assolutamente vero, non abbiamo dimenticato la Palestina neanche per un momento. Presto, molto presto, avvertirete la presenza dei combattenti della Jihad”. In realtà lo schema operativo dell'Isis sembra ricalcare quello della setta degli "Assassini" nel Medioevo, più attivi nel colpire altri leader musulmani che la presenza dei crociati. “Combattere apostati vicini è più importante che combattere gli infedeli lontani.” è la logica perseguita dai miliziani jihadisti.
Gli apparati di sicurezza israeliani monitorano in modo particolare la penisola del Sinai dove si segnala la presenza di gruppi jihadisti che sembrano però più attivi contro le autorità egiziane che contro Israele. Altre presenze vengono segnalate sulle alture del Golan in parte occupate da Israele e contese con la Siria. Ma su questa acquiescenza dell’Isis verso Israele pesa soprattutto il periodo di straordinarie buone relazioni tra il burattinaio dell’Isis (l’Arabia Saudita e le petromonarchie del Golfo) con la stessa Israele in funzione antiraniana e – priorità per Israele – contro gli Hezbollah libanesi.
Secondo la rivista Analisi Difesa, il precipitare dei rapporti tra Arabia Saudita e Iran “aprono la strada a potenziali nuove cooperazioni tra Riad e Gerusalemme basate sull’interesse comune a contenere l’Iran, a rimuovere il regime di Assad e ridurre il peso di Hezbollah in Libano”. Come sostiene il professor Yaron Friedman “l’Arabia Saudita deve fare i conti con il fatto che la maggior parte dei terroristi dello Stato Islamico possiede un accento saudita, ha avuto un’educazione wahabita e quindi è proprio il mondo sunnita che ha creato queste persone”. Inoltre non è un mistero che consiglieri militari israeliani collaborino attivamente con i peshmerga curdi iracheni contro l’Isis nel nord dell’Iraq. Insomma quelli che combattono l’Isis in un quadrante non disdegnano affatto di cooperarvi in altre regioni. Un gioco particolarmente rischioso dentro alleanze a geometrie variabili che vedono convergenze temporanee alternate a fasi di tutti contro tutti.
Fonte
Il 20 febbraio scorso, un migliaio combattenti del gruppo jihadista legato all’Isis, Jaysh Khalid bin al-Waleed, hanno lasciato la loro roccaforte nella valle del fiume Yarmouk (nel sud della Siria a circa 50 chilometri dal confine giordano) espugnando diversi villaggi vicini controllati da altri gruppi ribelli dell’opposizione al governo di Assad. Secondo il sito Middle East Eye (MEE), in un primo momento si era pensato che l’attacco fosse “progettato per rompere un lungo assedio e dare a Jaysh Khalid la possibilità di rifornirsi di beni, armi e veicoli”. Tuttavia, invece di tornare nella loro tradizionale roccaforte, i combattenti di Jaysh Khalid hanno proseguito prendendo il controllo delle località di Tseel (34.000 abitanti), Jileen (9.200 abitanti) e Adwan (4.900).
Secondo fonti di sicurezza citate dal sito Middle East Eye, la crescita di Jaysh Khalid “ha causato enorme frustrazione per il Centro delle operazioni militari (MOC) un organismo con sede ad Amman, nato nel 2013 e sostenuto dagli Usa per fornire armi, tattiche e finanziamenti alle fazioni dell’opposizione siriana. Ironia della sorte vuole che le Brigate dei Martiri di al Yarmouk, nome precedente di Jaysh Khalid, fosse finanziato e sostenuto proprio dal MOC fino al 2014.
Alla fine di novembre, aerei da guerra israeliani hanno colpito una posizione Jaysh Khalid nel sud delle alture siriane del Golan. Attacco, seguito nei primi di febbraio da un raid dell’aviazione militare giordana sempre sulla stessa posizione. Entrambi gli attacchi sono stati i primi nel loro genere, ma nessuno dei due sembra aver rallentato l’estensione del controllo territoriale del gruppo jihadista.
L’analista arabo Aymen al-Tamimi commenta su Middle East Eye che un fattore significativo nel corso degli ultimi avvenimenti sia stata la debolezza dei ribelli nel sud, qualcosa che Jaysh Khalid sembra aver compreso e sfruttato. “I ribelli del sud sono militarmente inefficaci e suddivisi in troppe fazioni, e la corruzione ha ostacolato la lotta contro Jaysh Khalid”. Ma non è solo la mancanza di volontà dei ribelli a combattere ad aver favorito l’ascesa dei jihadisti. Secondo Middle East Eye, esiste un altra questione, se possibile, ancora più spinosa: “Non tutti i gruppi ribelli sono necessariamente interessati a sconfiggere Jaysh Khalid”, afferma il sito ricordando che “lo spettro dei ribelli del sud va dal secolare all’islamista, e molti di questi gruppi non sono disposti ad uccidere altri musulmani, come si proclama Jaysh Khalid”. Per accreditare il suo teorema, il sito ricorda un colloquio fatto con un membro di Jaysh Khalid nel dicembre 2016, il quale ha dato questa spiegazione per le sconfitte dei ribelli sostenuti dagli Usa: “Non ci sono combattimenti. Le battaglie sono diventate qualcosa di concordato (...) solo per le fotografie”.
Un interrogativo si viene dunque imponendo. Sta nascendo un nuovo Califfato? E questa volta più a sud ma vicino alle frontiere di Israele? Aymen Tamimi ritiene che Jaysh Khalid voglia stabilire “un Califfato a Daraa occidentale. Se ci riuscissero, sarebbe una dimostrazione di forza, trovandosi vicino a Israele, alla Giordania e a Damasco. Per loro, avere una forte presenza accanto a questi confini è strategico, in quanto sono abbastanza vicini da potere colpire o bombardare Israele e Giordania”.
Il problema, però, è che i miliziani dell’Isis non hanno mai attaccato Israele o obiettivi israeliani, anzi se ne sono ben guardati limitandosi alla guerra delle parole. A gennaio il leader dello Stato Islamico Abu Bakr al-Baghdadi ha registrato un video in cui ha minacciato Israele e la sua esistenza. “La Palestina non sarà la vostra terra, né la vostra casa, ma il vostro cimitero. Allah vi ha raccolto in Palestina perché i musulmani vi uccidano”, sempre nel video Al Baghdadi ha aggiunto “gli israeliani credevano avessimo dimenticato la Palestina e pensavano di essere riusciti a distrarre la nostra attenzione dalla questione palestinese. Ciò non è assolutamente vero, non abbiamo dimenticato la Palestina neanche per un momento. Presto, molto presto, avvertirete la presenza dei combattenti della Jihad”. In realtà lo schema operativo dell'Isis sembra ricalcare quello della setta degli "Assassini" nel Medioevo, più attivi nel colpire altri leader musulmani che la presenza dei crociati. “Combattere apostati vicini è più importante che combattere gli infedeli lontani.” è la logica perseguita dai miliziani jihadisti.
Gli apparati di sicurezza israeliani monitorano in modo particolare la penisola del Sinai dove si segnala la presenza di gruppi jihadisti che sembrano però più attivi contro le autorità egiziane che contro Israele. Altre presenze vengono segnalate sulle alture del Golan in parte occupate da Israele e contese con la Siria. Ma su questa acquiescenza dell’Isis verso Israele pesa soprattutto il periodo di straordinarie buone relazioni tra il burattinaio dell’Isis (l’Arabia Saudita e le petromonarchie del Golfo) con la stessa Israele in funzione antiraniana e – priorità per Israele – contro gli Hezbollah libanesi.
Secondo la rivista Analisi Difesa, il precipitare dei rapporti tra Arabia Saudita e Iran “aprono la strada a potenziali nuove cooperazioni tra Riad e Gerusalemme basate sull’interesse comune a contenere l’Iran, a rimuovere il regime di Assad e ridurre il peso di Hezbollah in Libano”. Come sostiene il professor Yaron Friedman “l’Arabia Saudita deve fare i conti con il fatto che la maggior parte dei terroristi dello Stato Islamico possiede un accento saudita, ha avuto un’educazione wahabita e quindi è proprio il mondo sunnita che ha creato queste persone”. Inoltre non è un mistero che consiglieri militari israeliani collaborino attivamente con i peshmerga curdi iracheni contro l’Isis nel nord dell’Iraq. Insomma quelli che combattono l’Isis in un quadrante non disdegnano affatto di cooperarvi in altre regioni. Un gioco particolarmente rischioso dentro alleanze a geometrie variabili che vedono convergenze temporanee alternate a fasi di tutti contro tutti.
Fonte
01/03/2017
Egitto - Cristini in fuga dall'ISIS
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Nabila Fawzi parla con un filo di voce davanti alla telecamera della tv satellitare Sat 7. «Era notte, stavamo per addormentarci quando all’improvviso qualcuno ha bussato con violenza alla porta di casa. Mio figlio ha aperto e gli hanno sparato subito alla testa, dopo qualche secondo hanno ucciso mio marito. Ho urlato perché li avete uccisi? Sono usciti senza dire una parola».
Il racconto di Nabila Fawzi, 66 anni, di el Arish, è uno dei più drammatici fatti dalle molte centinaia di cristiani in fuga dal penisola del Sinai sotto la minaccia dell’Isis. Vanno verso quattro governatorati: Ismailia, Qalybiya, Assiout e il Cairo. Il governo, sollecitato dal raìs Abdel Fattah al Sisi, cerca di rassicurarli sull’impegno a mettere fine all’emergenza e a consentire al più presto il loro rientro a el Arish.
Tra gli egiziani cristiani però pochi si fanno illusioni, nessuno crede ai proclami dei capi delle forze di sicurezza che si affannano a descrivere la situazione come «sotto controllo». La branca locale dell’Isis – gli ex-“Ansar Beit el-Maqdes” – ha preso il controllo di fatto del nord del Sinai. Le “vittorie” quasi quotidiane che il generale Mustafa al Razaz, capo del comando militare del Sinai, annuncia nella «guerra al terrorismo» sono soltanto degli annunci propagandistici che non riflettono la realtà sul terreno. Spietato con gli oppositori politici, laici e islamici, al Sisi si conferma incapace di bloccare l’Isis, la vera minaccia che incombe sul Paese.
Lo Stato islamico da tre anni e mezzo conduce una sanguinosa guerriglia contro l’esercito egiziano che ha fatto centinaia di morti. A loro volta le forze armate hanno fatto strage di “takfiri”, il termine usato dalle autorità per indicare i jihadisti. Secondo il portavoce militare ne sono stati uccisi circa 500 tra settembre e l’inizio di febbraio. Se ciò è vero, allora l’Isis deve poter contare su migliaia di miliziani visto che continua a dettare legge nel Sinai.
Nei giorni scorsi gli uomini del Califfato hanno fatto circolare in rete un video di una ventina di minuti che, facendo riferimento all’attentato alla chiesa di San Pietro e Paolo al Cairo dello scorso dicembre (29 morti), minaccia tutti i copti: «Voi, crociati d’Egitto, questa operazione che vi ha colpito nel vostro tempio, è solo la prima, dice nel filmato un uomo mascherato, e sarà seguita da altre operazioni, se Dio lo permette. Voi siete il nostro primo obiettivo e la nostra pesca preferita».
Subito dopo sono scattati gli agguati. Nell’ultimo mese sono stati uccisi sette copti a el Arish senza che il governo abbia fatto passi concreti per difendere la comunità cristiana fuori dal Cairo. «Non resterò qui a farmi ammazzare, quella gente non ha misericordia. Ho chiuso per sempre il mio ristorante a el Arish e sono venuto qui. Non voglio correre rischi» ha spiegato un uomo, Rami Mina, ai giornalisti che l’hanno intervistato al suo arrivo a Ismailiya. Munir Adel, un altro cristiano, ha riferito che a el Arish l’Isis ha diffuso un elenco con i nomi di coloro che saranno uccisi se non andranno via dalla città costiera. «Mio padre è il secondo nome in quella lista che comprende tutti i cristiani», ha raccontato mentre, in fila davanti alla Chiesa luterana di Ismailiya, attendeva di conoscere la sua nuova sistemazione.
Da parte delle autorità religiose islamiche giungono comunicati di solidarietà ai cristiani che compongono circa il 10% degli oltre 90 milioni di egiziani. Ma anche i musulmani sono in pericolo perché accusati dall’Isis di non vivere secondo le regole della religione. Ahmad Hamed, un giovane musulmano, è stato bruciato vivo dai jihadisti nei pressi di Rafah perché accusato di essere un “apostata” e un “collaboratore” dell’esercito.
Tra il 2013 e il 2014 ci sono stati una ventina di casi di sgozzamenti e decapitazioni di presunti informatori dei servizi di sicurezza. E ora l’Isis fa sentire la sua presenza anche con posti di blocco in cui ammonisce le donne a non uscire senza il niqab, il velo integrale. Prese di mira sono in particolare le insegnanti che viaggiano sugli autobus che collegano el Arish a Rafah e Sheikh Zuweid. Il governatore del Sinai settentrionale, Abdel Fattah Harhour, ha ordinato alle insegnanti di non recarsi a scuola fin quando le strade non saranno rese sicure.
Fonte
Nabila Fawzi parla con un filo di voce davanti alla telecamera della tv satellitare Sat 7. «Era notte, stavamo per addormentarci quando all’improvviso qualcuno ha bussato con violenza alla porta di casa. Mio figlio ha aperto e gli hanno sparato subito alla testa, dopo qualche secondo hanno ucciso mio marito. Ho urlato perché li avete uccisi? Sono usciti senza dire una parola».
Il racconto di Nabila Fawzi, 66 anni, di el Arish, è uno dei più drammatici fatti dalle molte centinaia di cristiani in fuga dal penisola del Sinai sotto la minaccia dell’Isis. Vanno verso quattro governatorati: Ismailia, Qalybiya, Assiout e il Cairo. Il governo, sollecitato dal raìs Abdel Fattah al Sisi, cerca di rassicurarli sull’impegno a mettere fine all’emergenza e a consentire al più presto il loro rientro a el Arish.
Tra gli egiziani cristiani però pochi si fanno illusioni, nessuno crede ai proclami dei capi delle forze di sicurezza che si affannano a descrivere la situazione come «sotto controllo». La branca locale dell’Isis – gli ex-“Ansar Beit el-Maqdes” – ha preso il controllo di fatto del nord del Sinai. Le “vittorie” quasi quotidiane che il generale Mustafa al Razaz, capo del comando militare del Sinai, annuncia nella «guerra al terrorismo» sono soltanto degli annunci propagandistici che non riflettono la realtà sul terreno. Spietato con gli oppositori politici, laici e islamici, al Sisi si conferma incapace di bloccare l’Isis, la vera minaccia che incombe sul Paese.
Lo Stato islamico da tre anni e mezzo conduce una sanguinosa guerriglia contro l’esercito egiziano che ha fatto centinaia di morti. A loro volta le forze armate hanno fatto strage di “takfiri”, il termine usato dalle autorità per indicare i jihadisti. Secondo il portavoce militare ne sono stati uccisi circa 500 tra settembre e l’inizio di febbraio. Se ciò è vero, allora l’Isis deve poter contare su migliaia di miliziani visto che continua a dettare legge nel Sinai.
Nei giorni scorsi gli uomini del Califfato hanno fatto circolare in rete un video di una ventina di minuti che, facendo riferimento all’attentato alla chiesa di San Pietro e Paolo al Cairo dello scorso dicembre (29 morti), minaccia tutti i copti: «Voi, crociati d’Egitto, questa operazione che vi ha colpito nel vostro tempio, è solo la prima, dice nel filmato un uomo mascherato, e sarà seguita da altre operazioni, se Dio lo permette. Voi siete il nostro primo obiettivo e la nostra pesca preferita».
Subito dopo sono scattati gli agguati. Nell’ultimo mese sono stati uccisi sette copti a el Arish senza che il governo abbia fatto passi concreti per difendere la comunità cristiana fuori dal Cairo. «Non resterò qui a farmi ammazzare, quella gente non ha misericordia. Ho chiuso per sempre il mio ristorante a el Arish e sono venuto qui. Non voglio correre rischi» ha spiegato un uomo, Rami Mina, ai giornalisti che l’hanno intervistato al suo arrivo a Ismailiya. Munir Adel, un altro cristiano, ha riferito che a el Arish l’Isis ha diffuso un elenco con i nomi di coloro che saranno uccisi se non andranno via dalla città costiera. «Mio padre è il secondo nome in quella lista che comprende tutti i cristiani», ha raccontato mentre, in fila davanti alla Chiesa luterana di Ismailiya, attendeva di conoscere la sua nuova sistemazione.
Da parte delle autorità religiose islamiche giungono comunicati di solidarietà ai cristiani che compongono circa il 10% degli oltre 90 milioni di egiziani. Ma anche i musulmani sono in pericolo perché accusati dall’Isis di non vivere secondo le regole della religione. Ahmad Hamed, un giovane musulmano, è stato bruciato vivo dai jihadisti nei pressi di Rafah perché accusato di essere un “apostata” e un “collaboratore” dell’esercito.
Tra il 2013 e il 2014 ci sono stati una ventina di casi di sgozzamenti e decapitazioni di presunti informatori dei servizi di sicurezza. E ora l’Isis fa sentire la sua presenza anche con posti di blocco in cui ammonisce le donne a non uscire senza il niqab, il velo integrale. Prese di mira sono in particolare le insegnanti che viaggiano sugli autobus che collegano el Arish a Rafah e Sheikh Zuweid. Il governatore del Sinai settentrionale, Abdel Fattah Harhour, ha ordinato alle insegnanti di non recarsi a scuola fin quando le strade non saranno rese sicure.
Fonte
12/12/2016
L’Egitto del terrore ruba la scena e angoscia Sisi
Dopo mille giorni di repressione cieca e due anni e mezzo di regime-Sisi l’Egitto delle bombe appare come un’intoccabile realtà. Stamane è tornato a colpire facendo brillare una dozzina di chili di tritolo nell’area dell’antica cattedrale copta di San Marco, zona Al Abasya. La deflagrazione ha massacrato corpi di donne e bambini (venticinque sono finora le vittime) che assistevano a una funzione religiosa nell’attigua chiesa di San Pietro e Paolo. Chi colloca gli ordigni? Certamente dei nemici del generale-presidente: jihadisti della prim’ora che dal golpe bianco del luglio 2013 hanno iniziato a muoversi principalmente nelle aree desertiche del Sinai, dove colpiscono duramente i militari (centinaia sono i soldati uccisi) e seminano terrore e morte nei centri urbani. Gli attentati al quartier generale della polizia al Cairo e successivamente a Mansoura furono i primi ad apparire fra novembre e dicembre 2013.
Da allora agguati e stragi non si sono fermate. Nel Sinai, difficilmente controllabile, i salafiti votati al jihadismo, sono logisticamente aiutati da carovanieri e trafficanti di varie famiglie beduine, che però i generali non hanno fatto arrestare in massa come gli oppositori anche perché quei mercanti non fanno politica. Tutt’al più praticano affari coi combattenti di Ansar Al Maqdis, vicina un tempo a Qaeda e dal 2014 all’Isis con la sigla di Wilayat Sinai. Ma nelle caotiche vie della capitale, dove le centinaia d’illegalità mercantili e di vita fanno prosperare gli informatori del mukhabarat come l’Abdallah del caso Regeni, egualmente i miliziani delle bombe agiscono indisturbati e non ci meraviglieremo se, fra un’omertà e l’altra della burocrazia e degli apparati, venissero alla luce infiltrazioni o connivenze.
Certo, la chiusura degli spazi pubblici della politica ha sicuramente condotto giovani attivisti dell’Islam della Fratellanza anche verso posizioni terroristiche; taluni addirittura a intrecciare rapporti coi salafiti, ben poco amati per il loro sprezzante settarismo. Ma la realtà che ha messo a nudo l’incapacità del regime di stroncare questo fenomeno, torchiando esclusivamente le organizzazioni palesi della politica, impedendo loro di riunirsi e addirittura esprimersi, sta diventando un boomerang per la lobby militare che sorregge Sisi. L’odio degli egiziani amanti dell’ordine, dell’affarismo d’ogni sponda, meglio se occidentale, che comprende alcuni tycoon della stessa copiosa minoranza copta, inizia a disdegnare la presunta protezione presidenziale. Anzi dice apertamente, come hanno fatto stamane numerosi fedeli della chiesa cristiana d’Egitto, che il piano Sisi è fallito. Non solo nei riguardi della propria incolumità, ma verso l’intera nazione.
Dai giorni dello scandaloso omicidio Regeni, Sisi, Ghaffari, Shoukry e altri potentati non dormono sonni tranquilli. Non certo per l’azione compiuta da politici come l’ex ministro degli esteri Gentiloni, oggi incaricato di formare un nuovo governo italiano. Indegnamente diciamo noi, vista la nullità delle sue azioni in quell’affaire che sfiora la connivenza. Sisi dovrà temere l’Egitto che l’aveva sostenuto per arginare l’avanzata degli islamisti e che ora paventa di crepare in una deflagrazione o di finire colpito a morte nelle sparatorie se non anti proteste, magari anti guerriglia. Sparatorie che uccidono più civili che miliziani. Tutto ciò tacendo quanto d’irrisolto economia e finanza palesano da oltre un anno. Promesse non mantenute, per le quali un presidente, comunque votato, come Mursi venne messo alla berlina dopo undici mesi. Sì, l’aria diventa pesante anche per Sisi.
Fonte
Da allora agguati e stragi non si sono fermate. Nel Sinai, difficilmente controllabile, i salafiti votati al jihadismo, sono logisticamente aiutati da carovanieri e trafficanti di varie famiglie beduine, che però i generali non hanno fatto arrestare in massa come gli oppositori anche perché quei mercanti non fanno politica. Tutt’al più praticano affari coi combattenti di Ansar Al Maqdis, vicina un tempo a Qaeda e dal 2014 all’Isis con la sigla di Wilayat Sinai. Ma nelle caotiche vie della capitale, dove le centinaia d’illegalità mercantili e di vita fanno prosperare gli informatori del mukhabarat come l’Abdallah del caso Regeni, egualmente i miliziani delle bombe agiscono indisturbati e non ci meraviglieremo se, fra un’omertà e l’altra della burocrazia e degli apparati, venissero alla luce infiltrazioni o connivenze.
Certo, la chiusura degli spazi pubblici della politica ha sicuramente condotto giovani attivisti dell’Islam della Fratellanza anche verso posizioni terroristiche; taluni addirittura a intrecciare rapporti coi salafiti, ben poco amati per il loro sprezzante settarismo. Ma la realtà che ha messo a nudo l’incapacità del regime di stroncare questo fenomeno, torchiando esclusivamente le organizzazioni palesi della politica, impedendo loro di riunirsi e addirittura esprimersi, sta diventando un boomerang per la lobby militare che sorregge Sisi. L’odio degli egiziani amanti dell’ordine, dell’affarismo d’ogni sponda, meglio se occidentale, che comprende alcuni tycoon della stessa copiosa minoranza copta, inizia a disdegnare la presunta protezione presidenziale. Anzi dice apertamente, come hanno fatto stamane numerosi fedeli della chiesa cristiana d’Egitto, che il piano Sisi è fallito. Non solo nei riguardi della propria incolumità, ma verso l’intera nazione.
Dai giorni dello scandaloso omicidio Regeni, Sisi, Ghaffari, Shoukry e altri potentati non dormono sonni tranquilli. Non certo per l’azione compiuta da politici come l’ex ministro degli esteri Gentiloni, oggi incaricato di formare un nuovo governo italiano. Indegnamente diciamo noi, vista la nullità delle sue azioni in quell’affaire che sfiora la connivenza. Sisi dovrà temere l’Egitto che l’aveva sostenuto per arginare l’avanzata degli islamisti e che ora paventa di crepare in una deflagrazione o di finire colpito a morte nelle sparatorie se non anti proteste, magari anti guerriglia. Sparatorie che uccidono più civili che miliziani. Tutto ciò tacendo quanto d’irrisolto economia e finanza palesano da oltre un anno. Promesse non mantenute, per le quali un presidente, comunque votato, come Mursi venne messo alla berlina dopo undici mesi. Sì, l’aria diventa pesante anche per Sisi.
Fonte
22/03/2016
L'Egitto di al-Sisi: soldi da Riyadh, minaccia Isis e repressione delle proteste
di Chiara Cruciati
Il modello al-Sisi ha ormai plasmato il volto dell’Egitto: a cinque anni dalla caduta di Mubarak e di una rivoluzione popolare che ha fatto storia, il paese è stato ridotto all’ombra di se stesso. Preda di un terrorismo che più che islamista è di Stato.
Il generale-presidente ha un obiettivo: far tornare il Cairo il centro decisionale della politica araba. Per farlo infiamma la guerra civile libica con il sostegno indefesso al generale Haftar, capo delle forze armate del governo di Tobruk, sfrutta l’emergenza Isis per ottenere aiuti militari e pulirsi la coscienza fuori, sventola sotto il naso dell’Europa le ricchezze energetiche del paese. E rafforza i legami con il Golfo: l’Arabia Saudita, la stessa che ha finanziato il colpo di Stato anti-Fratelli Musulmani, oggi investe in Egitto ingenti somme.
Ieri il paese nordafricano ha fatto sapere di aver ricevuto un’altra offerta: 1.5 miliardi di dollari per sostenere economicamente i progetti di sviluppo nella penisola del Sinai. Tra i progetti ci sarà la costruzione di un'unversità, di zone agricole e zone residenziali. Una somma consistente che si aggiunge agli 8 miliardi messi sul tavolo a dicembre per investimenti da portare avanti nei prossimi 5 anni e l’accordo per fornire al Cairo greggio nello stesso quinquennio.
Così la longa manus saudita si prende l’Egitto, schiacciato dalla crisi economica, e l’intero pacchetto: sostegno nella guerra contro lo Yemen, nella repressione dei movimenti islamisti legati alla Fratellanza, nelle politiche contro la Striscia di Gaza governata da Hamas e nella battaglia per salvare i proventi del petrolio, il cui prezzo è in caduta libera.
Non è un caso che il denaro proposto sarà investito in Sinai, zona calda di attentati e scontri contro gruppi armati islamisti, la minaccia che serve ad al-Sisi per stringere la morsa all’interno e all’esterno. Sabato l’ultimo episodio: 15 poliziotti sono stati uccisi nell’attacco del checkpoint al-Safa ad al-Arish, poi rivendicato dal gruppo “Sinai Province”, legato allo Stato Islamico. L’attentato sarebbe stato sferrato da un kamikaze con un camion-bomba e sarebbe seguito ad un assalto che ha permesso ai miliziani di confiscare armi.
E se la penisola del Sinai resta sotto stato di emergenza, il resto del paese vive quotidianamente nella morsa della censura e della repressione. Nelle scorse settimane le luci si erano accese sulle proteste dei medici egiziani, aperta sfida al regime che dal golpe del 2013 ha vietato manifestazioni di piazza: a metà febbraio 4mila dottori hanno preso parte ai sit-in e le riunioni organizzate dal sindacato di riferimento per combattere le violenze della polizia contro gli staff ospedalieri. Chiedevano le dimissioni del ministro della Sanità, dopo il pestaggio di due dottori dell’ospedale cariota di Matariya all’inizio di gennaio da parte della polizia: i due, Ahmed Abdullah e Moamen Abdel-Azzem, si erano rifiutati di contraffare un referto e sono stati arrestati, dopo le botte.
Dopo un mese la situazione non è cambiata e sabato sono tornati a protestare “una violenza cronica”, chiedendo inchieste contro i poliziotti responsabili delle aggressioni. Il giorno dopo, ieri, il Ministero dell’Interno ha convocato due dottori, ufficiosamente, per registrare le loro testimonianze e decidere se proseguire nelle indagini contro i poliziotti.
Fonte
Il modello al-Sisi ha ormai plasmato il volto dell’Egitto: a cinque anni dalla caduta di Mubarak e di una rivoluzione popolare che ha fatto storia, il paese è stato ridotto all’ombra di se stesso. Preda di un terrorismo che più che islamista è di Stato.
Il generale-presidente ha un obiettivo: far tornare il Cairo il centro decisionale della politica araba. Per farlo infiamma la guerra civile libica con il sostegno indefesso al generale Haftar, capo delle forze armate del governo di Tobruk, sfrutta l’emergenza Isis per ottenere aiuti militari e pulirsi la coscienza fuori, sventola sotto il naso dell’Europa le ricchezze energetiche del paese. E rafforza i legami con il Golfo: l’Arabia Saudita, la stessa che ha finanziato il colpo di Stato anti-Fratelli Musulmani, oggi investe in Egitto ingenti somme.
Ieri il paese nordafricano ha fatto sapere di aver ricevuto un’altra offerta: 1.5 miliardi di dollari per sostenere economicamente i progetti di sviluppo nella penisola del Sinai. Tra i progetti ci sarà la costruzione di un'unversità, di zone agricole e zone residenziali. Una somma consistente che si aggiunge agli 8 miliardi messi sul tavolo a dicembre per investimenti da portare avanti nei prossimi 5 anni e l’accordo per fornire al Cairo greggio nello stesso quinquennio.
Così la longa manus saudita si prende l’Egitto, schiacciato dalla crisi economica, e l’intero pacchetto: sostegno nella guerra contro lo Yemen, nella repressione dei movimenti islamisti legati alla Fratellanza, nelle politiche contro la Striscia di Gaza governata da Hamas e nella battaglia per salvare i proventi del petrolio, il cui prezzo è in caduta libera.
Non è un caso che il denaro proposto sarà investito in Sinai, zona calda di attentati e scontri contro gruppi armati islamisti, la minaccia che serve ad al-Sisi per stringere la morsa all’interno e all’esterno. Sabato l’ultimo episodio: 15 poliziotti sono stati uccisi nell’attacco del checkpoint al-Safa ad al-Arish, poi rivendicato dal gruppo “Sinai Province”, legato allo Stato Islamico. L’attentato sarebbe stato sferrato da un kamikaze con un camion-bomba e sarebbe seguito ad un assalto che ha permesso ai miliziani di confiscare armi.
E se la penisola del Sinai resta sotto stato di emergenza, il resto del paese vive quotidianamente nella morsa della censura e della repressione. Nelle scorse settimane le luci si erano accese sulle proteste dei medici egiziani, aperta sfida al regime che dal golpe del 2013 ha vietato manifestazioni di piazza: a metà febbraio 4mila dottori hanno preso parte ai sit-in e le riunioni organizzate dal sindacato di riferimento per combattere le violenze della polizia contro gli staff ospedalieri. Chiedevano le dimissioni del ministro della Sanità, dopo il pestaggio di due dottori dell’ospedale cariota di Matariya all’inizio di gennaio da parte della polizia: i due, Ahmed Abdullah e Moamen Abdel-Azzem, si erano rifiutati di contraffare un referto e sono stati arrestati, dopo le botte.
Dopo un mese la situazione non è cambiata e sabato sono tornati a protestare “una violenza cronica”, chiedendo inchieste contro i poliziotti responsabili delle aggressioni. Il giorno dopo, ieri, il Ministero dell’Interno ha convocato due dottori, ufficiosamente, per registrare le loro testimonianze e decidere se proseguire nelle indagini contro i poliziotti.
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09/11/2015
Aereo russo: è stato l’Isis
di Fabrizio Casari
Alla fine, sebbene a denti stretti, anche l’Egitto sta per ammettere quello che ormai tutta la comunità dell’Intelligence da per certo: l’Airbus 321 russo precipitato la settimana scorsa nel Sinai, nel quale hanno perso la vita 224 persone, è stato vittima di un attentato terroristico. L’ordigno che ne avrebbe causato l’esplosione sarebbe stato confezionato – stando alle intercettazioni ed all’attività investigativa – dalla cellula egiziana dell’Isis.
L’esplosivo sarebbe arrivato in stiva contenuto in una bombola da sub, probabilmente anche grazie ai controlli insufficienti dell’aeroporto di Sharm El-Sheikh. La riluttanza egiziana ad ammettere che di attentato si è trattato ha almeno un paio di spiegazioni: la prima è che Il Cairo è perfettamente consapevole che indicare il suo territorio come destinazione possibile di attentati metterà in seria crisi il turismo, che ad oggi continua ad essere la prima voce delle entrate finanziarie per l’Egitto.
La seconda spiegazione è che l’eventuale conferma di un attentato mette in difficoltà l’autorevolezza del governo egiziano, dimostrando che egli potrà anche aver piegato con la forza i Fratelli Musulmani, potrà anche aver vinto elezioni militarizzate e aver stretto ulteriormente gli spazi per l’iniziativa islamista, ma l’area riferibile direttamente all’Isis in particolare, e al radicalismo islamista in generale, dispone di energie e risorse per costituire una minaccia grave per il paese dei faraoni.
La rivendicazione dell’attentato da parte dell’aspirante califfo d’Egitto, Abu Osama Al Musri, che ha già officiato il rito di sottomissione ad Abu Bakr Al-Baghdadi, ripropone con forza la presenza di una miscela di radicalismo e terrorismo egiziano che punta a costituire un ponte con l’attività militare del califfato in Siria e Iraq. L’ipotesi che possa trattarsi di millanteria allo scopo di farsi pubblicità e di accreditarsi presso Al Baghdadi non viene considerata plausibile, mentre vengono accreditate le tracce che porterebbero proprio ad Al Musri nell’organizzazione del criminale attentato.
E’ una seconda pessima notizia per le ambizioni del governo di Al Sisi, giacché almeno per quanto si riferisce alla capacità di controllo interno, il suo governo non può certo presentarsi come affidabile. Di conseguenza, il ruolo di gendarme anti-Isis al quale l'Egitto aspirava, viene quantomeno ridimensionato. E anche per quanto attiene alla politica estera la situazione è tutt’altro che brillante: la strategia del governo egiziano di unirsi alla coalizione militare anti-Isis e, nel contempo, cercare di riannodare i rapporti con l’Arabia Saudita, non pare risolutiva, almeno a fini interni.
Ovvio che in un momento di ridefinizione generale degli equilibri di potere nella Regione, l'Egitto non possa permettersi un profilo di secondo piano, visto il peso militare, politico e culturale del Paese in tutto il mondo arabo. Ma aggiungersi alla coalizione occidentale – dove ci sono Turchia e Arabia Saudita, che in realtà appoggiano l’Isis per motivi diversi – ha ulteriormente sollecitato l’attivismo interno degli islamisti e ha riproposto in forma evocativa le scelte di politica del regime di Mubarak, riavvolgendo così il nastro della politica egiziana a prima delle Primavere arabe e fornendo armi alla propaganda terroristica.
Anche la Russia aveva evitato di riconoscere l’attentato immediatamente, giacchè l’assenza di riscontri e il parziale danneggiamento della scatola nera del velivolo rendevano arduo il formarsi di un convincimento netto al riguardo. E anche perché Mosca ha piena consapevolezza di come l’eventuale conferma dell’attentato cambi decisamente lo scenario e il contesto del suo intervento in Siria. Mosca, con questo attentato, passa infatti dall’essere soggetto attivo nell’attacco alle postazioni islamiste in Siria al ruolo di vittima del terrorismo islamico.
E’ probabile che la risposta russa non si farà attendere ed è ipotizzabile che i pur positivi risultati dei colloqui internazionali con gli altri protagonisti della guerra siriana, che hanno riconosciuto alla Russia un ruolo di primo piano, alla luce di questo attentato non potranno che far crescere il suo peso nell’area. In fondo, l’incremento della presenza militare statunitense sul teatro siriano, ha anche l’obiettivo di non lasciare troppo campo ai russi.
Ma da ora sarà ancor più difficile limitare l’intervento russo attestandolo sulla difesa delle sue basi e della capitale. L’attentato subìto, in questo senso, cambia il quadro generale e la stessa legittimazione dell’intervento militare di Mosca risulta maggiore. Se infatti l’intervento in Siria faceva leva sulle necessità geopolitiche della Russia, ora il tema della sicurezza russa diverrà parallelo a quello della sicurezza mediorientale, diventando la seconda gamba su cui far marciare le truppe moscovite.
Sul
piano interno, Putin potrà far leva sul nazionalismo russo: pur essendo
scenari e conflitti completamente diversi, la memoria del conflitto
ceceno è ancora viva nel Paese e dover contare le vittime civili del
terrorismo islamico non potrà che far crescere il già ampio consenso
popolare alle scelte del Cremlino. Viene superato, in sostanza,
l’intervento a sostegno di Assad e per la cacciata del terrorismo
islamico dalla Siria; l’attentato alla sua aviazione civile porta anche
formalmente la Russia in guerra aperta contro il terrorismo islamista in
tutto il Medio Oriente.
Sarà dunque maggiore il ruolo che la Russia rivendicherà nelle scelte di riordino dell’area, ma sarà anche l’elemento che comporterà un diverso agire. Se il Cremlino pensava che l’intervento in Siria potesse essere di breve durata e intensità, ora dovrà rivedere i calcoli.
Fonte
Alla fine, sebbene a denti stretti, anche l’Egitto sta per ammettere quello che ormai tutta la comunità dell’Intelligence da per certo: l’Airbus 321 russo precipitato la settimana scorsa nel Sinai, nel quale hanno perso la vita 224 persone, è stato vittima di un attentato terroristico. L’ordigno che ne avrebbe causato l’esplosione sarebbe stato confezionato – stando alle intercettazioni ed all’attività investigativa – dalla cellula egiziana dell’Isis.
L’esplosivo sarebbe arrivato in stiva contenuto in una bombola da sub, probabilmente anche grazie ai controlli insufficienti dell’aeroporto di Sharm El-Sheikh. La riluttanza egiziana ad ammettere che di attentato si è trattato ha almeno un paio di spiegazioni: la prima è che Il Cairo è perfettamente consapevole che indicare il suo territorio come destinazione possibile di attentati metterà in seria crisi il turismo, che ad oggi continua ad essere la prima voce delle entrate finanziarie per l’Egitto.
La seconda spiegazione è che l’eventuale conferma di un attentato mette in difficoltà l’autorevolezza del governo egiziano, dimostrando che egli potrà anche aver piegato con la forza i Fratelli Musulmani, potrà anche aver vinto elezioni militarizzate e aver stretto ulteriormente gli spazi per l’iniziativa islamista, ma l’area riferibile direttamente all’Isis in particolare, e al radicalismo islamista in generale, dispone di energie e risorse per costituire una minaccia grave per il paese dei faraoni.
La rivendicazione dell’attentato da parte dell’aspirante califfo d’Egitto, Abu Osama Al Musri, che ha già officiato il rito di sottomissione ad Abu Bakr Al-Baghdadi, ripropone con forza la presenza di una miscela di radicalismo e terrorismo egiziano che punta a costituire un ponte con l’attività militare del califfato in Siria e Iraq. L’ipotesi che possa trattarsi di millanteria allo scopo di farsi pubblicità e di accreditarsi presso Al Baghdadi non viene considerata plausibile, mentre vengono accreditate le tracce che porterebbero proprio ad Al Musri nell’organizzazione del criminale attentato.
E’ una seconda pessima notizia per le ambizioni del governo di Al Sisi, giacché almeno per quanto si riferisce alla capacità di controllo interno, il suo governo non può certo presentarsi come affidabile. Di conseguenza, il ruolo di gendarme anti-Isis al quale l'Egitto aspirava, viene quantomeno ridimensionato. E anche per quanto attiene alla politica estera la situazione è tutt’altro che brillante: la strategia del governo egiziano di unirsi alla coalizione militare anti-Isis e, nel contempo, cercare di riannodare i rapporti con l’Arabia Saudita, non pare risolutiva, almeno a fini interni.
Ovvio che in un momento di ridefinizione generale degli equilibri di potere nella Regione, l'Egitto non possa permettersi un profilo di secondo piano, visto il peso militare, politico e culturale del Paese in tutto il mondo arabo. Ma aggiungersi alla coalizione occidentale – dove ci sono Turchia e Arabia Saudita, che in realtà appoggiano l’Isis per motivi diversi – ha ulteriormente sollecitato l’attivismo interno degli islamisti e ha riproposto in forma evocativa le scelte di politica del regime di Mubarak, riavvolgendo così il nastro della politica egiziana a prima delle Primavere arabe e fornendo armi alla propaganda terroristica.
Anche la Russia aveva evitato di riconoscere l’attentato immediatamente, giacchè l’assenza di riscontri e il parziale danneggiamento della scatola nera del velivolo rendevano arduo il formarsi di un convincimento netto al riguardo. E anche perché Mosca ha piena consapevolezza di come l’eventuale conferma dell’attentato cambi decisamente lo scenario e il contesto del suo intervento in Siria. Mosca, con questo attentato, passa infatti dall’essere soggetto attivo nell’attacco alle postazioni islamiste in Siria al ruolo di vittima del terrorismo islamico.
E’ probabile che la risposta russa non si farà attendere ed è ipotizzabile che i pur positivi risultati dei colloqui internazionali con gli altri protagonisti della guerra siriana, che hanno riconosciuto alla Russia un ruolo di primo piano, alla luce di questo attentato non potranno che far crescere il suo peso nell’area. In fondo, l’incremento della presenza militare statunitense sul teatro siriano, ha anche l’obiettivo di non lasciare troppo campo ai russi.
Ma da ora sarà ancor più difficile limitare l’intervento russo attestandolo sulla difesa delle sue basi e della capitale. L’attentato subìto, in questo senso, cambia il quadro generale e la stessa legittimazione dell’intervento militare di Mosca risulta maggiore. Se infatti l’intervento in Siria faceva leva sulle necessità geopolitiche della Russia, ora il tema della sicurezza russa diverrà parallelo a quello della sicurezza mediorientale, diventando la seconda gamba su cui far marciare le truppe moscovite.
Sarà dunque maggiore il ruolo che la Russia rivendicherà nelle scelte di riordino dell’area, ma sarà anche l’elemento che comporterà un diverso agire. Se il Cremlino pensava che l’intervento in Siria potesse essere di breve durata e intensità, ora dovrà rivedere i calcoli.
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05/11/2015
Disastro Sinai, ipotesi attentato
Bomba, probabilmente. Non ci sono le certezze assolute, ma s’indaga e gli esperti statunitensi e britannici propendono per l’ipotesi perché dalla disamina delle ‘scatole nere’ dell’Airbus precipitato nel Sinai, causando il decesso di 224 passeggeri ed equipaggio, non risultano anomalie ai motori. Stesse considerazioni vengono dagli esperti russi rimasti per giorni taciturni ma orientati anche loro verso questa terribile realtà. Insomma lo spettro della bomba ha una sua pista ben al di là dei proclami che, con la consueta enfasi propagandistica, quattro miliziani dell’Isis hanno diffuso tramite un video. Per evitare tragiche ripetizioni i britannici hanno sospeso i voli su Sharm el-Sheikh, sebbene debbano valutare come far rientrare oltre duecento connazionali presenti nei resort della località turistica. Se come probabile l’ipotesi verrà confermata l’Egitto di Al-Sisi subirà un colpo alla già traballante industria turistica, che voleva riprendersi dal magro periodo iniziato con la “rivoluzione” del gennaio 2011.
Ma fra agenti e investigatori, non solo quelli locali propensi a difendere i sistemi di sicurezza dell’aeroporto sul Mar Rosso, c’è stupore su come sia stato possibile introdurre l’ordigno nell’area di volo e poi sul veicolo. I bagagli subiscono ben quattro passaggi sotto i metal-detector, le stesse vivande distribuite sugli aerei e quelle vendute nei punti ristoro sono sottoposte a un simile trattamento, scrive la stampa egiziana che cerca di perorare la causa del Mukhabarat, sempre efficiente nel ruolo repressivo molto meno in quello preventivo e investigativo. Lo dimostra l’ondata di attentati che il Paese subisce da due anni a questa parte. L’area del Sinai poi sta diventando off limit, e vede una presenza in loco delle bande armate alleate dell’Isis (Ansar Bayt al-Maqdis) che riescono a muoversi anche infiltrate, secondo l’esercito egiziano coperte, fra alcune tribù beduine. Del resto aver ricevuto ripetuti attacchi anche a reparti blindati dimostra la capacità armata dei fondamentalisti.
Riguardo all’attentato all’Airbus s’era avanzata la tesi dell’uso di un missile, però lo scandaglio dell’ampia area nella quale sono finite le macerie e la disamina tecnica sul relitto sembra escludere questo genere d’attacco, orientandosi sull’esplosione interna al velivolo. Situazione ancor più angosciosa per la sicurezza perché evidenzia le doti d’infiltrazione del gruppo terrorista che può aver utilizzato uomini in servizio nell’aeroporto (anche quelli della vigilanza) o personale di volo che avrebbe assunto il ruolo di kamikaze, come fu per l’attacco qaedista alle Torri Gemelle. Ben oltre il danno economico cui l’Egitto è esposto, già parecchie sono le disdette dei viaggi vacanza nei resort e nei luoghi archeologici, c’è la ricaduta politico-amministrativa per la presidenza Sisi, che puntava a una “normalizzazione” incentrata sull’immagine rassicurante offerta da lui stesso e dalle Forze Armate a concittadini e Paesi alleati. L’altro messaggio il combattentismo dello Stato Islamico lo rivolge all’Occidente e alla Russia: chi è impegnato nel conflitto siriano può diventare un bersaglio. Nella sua componente più indifesa: i civili.
Fonte
Ma fra agenti e investigatori, non solo quelli locali propensi a difendere i sistemi di sicurezza dell’aeroporto sul Mar Rosso, c’è stupore su come sia stato possibile introdurre l’ordigno nell’area di volo e poi sul veicolo. I bagagli subiscono ben quattro passaggi sotto i metal-detector, le stesse vivande distribuite sugli aerei e quelle vendute nei punti ristoro sono sottoposte a un simile trattamento, scrive la stampa egiziana che cerca di perorare la causa del Mukhabarat, sempre efficiente nel ruolo repressivo molto meno in quello preventivo e investigativo. Lo dimostra l’ondata di attentati che il Paese subisce da due anni a questa parte. L’area del Sinai poi sta diventando off limit, e vede una presenza in loco delle bande armate alleate dell’Isis (Ansar Bayt al-Maqdis) che riescono a muoversi anche infiltrate, secondo l’esercito egiziano coperte, fra alcune tribù beduine. Del resto aver ricevuto ripetuti attacchi anche a reparti blindati dimostra la capacità armata dei fondamentalisti.
Riguardo all’attentato all’Airbus s’era avanzata la tesi dell’uso di un missile, però lo scandaglio dell’ampia area nella quale sono finite le macerie e la disamina tecnica sul relitto sembra escludere questo genere d’attacco, orientandosi sull’esplosione interna al velivolo. Situazione ancor più angosciosa per la sicurezza perché evidenzia le doti d’infiltrazione del gruppo terrorista che può aver utilizzato uomini in servizio nell’aeroporto (anche quelli della vigilanza) o personale di volo che avrebbe assunto il ruolo di kamikaze, come fu per l’attacco qaedista alle Torri Gemelle. Ben oltre il danno economico cui l’Egitto è esposto, già parecchie sono le disdette dei viaggi vacanza nei resort e nei luoghi archeologici, c’è la ricaduta politico-amministrativa per la presidenza Sisi, che puntava a una “normalizzazione” incentrata sull’immagine rassicurante offerta da lui stesso e dalle Forze Armate a concittadini e Paesi alleati. L’altro messaggio il combattentismo dello Stato Islamico lo rivolge all’Occidente e alla Russia: chi è impegnato nel conflitto siriano può diventare un bersaglio. Nella sua componente più indifesa: i civili.
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17/07/2015
Vedetta egiziana centrata da un missile dell’Isis
Colpito e affondato, con tanto di foto su twitter. Nessun videogame, ma un gioco di guerra neppure tanto piccolo visto il missile utilizzato per affondare una vedetta egiziana. A sparare da quella che definiscono “Provincia del Sinai” sono stati i miliziani locali alleati dell’Isis che gongolano per l’ennesima prova muscolare contro chi vanta una forza militare capace di schiacciare ribelli e dissenzienti. L’episodio è avvenuto nel tratto di mare prospiciente la costa all’altezza di Rafah, dunque non lontano dalla Striscia di Gaza. La marina del Cairo non ha lamentato vittime, ha dovuto constatare la perdita dell’unità navale e subire uno smacco finora non catalogato. Così oltre che su terra anche la sorveglianza via mare diventa problematica per Al Sisi, che si prepara a celebrare con enfasi (saranno presenti capi di Stato e premier provenienti da più parti del mondo) l’apertura del secondo Canale di Suez. Una delle opere su cui ha puntato il programma del presidente per rilanciare la grandeur egiziana: 250 milioni di metri cubi di dragaggio con 70 milioni di metri cubi di scavo che porta a 312 metri l’ampiezza del canale rispetto ai 61 precedenti.
Un’opera faraonica che nella propaganda diffusa per mesi dal regime richiamava i lavori pubblici attuati a partire dal 1960 da Nasser con l’ampliamento del progetto della diga di Aswan, che segnava il trattato di amicizia con l’Urss kruscioviana finanziatrice per un terzo di quei lavori. I capitali per il secondo Suez vengono in parte dalle stesse Forze Armate egiziane, attraverso un’apposita società che gestisce i dazi doganali del canale. E poi da elargitori della regione che vedono in prima fila emiri e petrodollari, principalmente sauditi. La dinastia Saud è attualmente uno dei grandi sponsor economico-politici del modello imposto dal generale Sisi. In questo quadro la questione sicurezza della nazione, e in particolar modo della zona del Sinai, rappresenta una spina nel fianco dell’amministrazione cairota, ripetutamente colpita anche nel cuore della capitale e per la prima volta anche per mare. Secondo testimoni il missile sparato dalla riva ha centrato la vedetta distante almeno tre chilometri, si tratterebbe d’un tipo di razzo utilizzato nella battaglia contro mezzi corazzati di terra come i carri armati. Una tipologia facilmente reperibile nell’ampio fronte conflittuale presente oggi in buona parte del Mediterraneo orientale. Fra auto-bomba e missili anti-vigilanza i seguaci di Al-Baghdadi ingombrano la scena egiziana che Sisi vorrebbe tutta per sé, di fronte a cittadini plaudenti o ingabbiati.
Fonte
Un’opera faraonica che nella propaganda diffusa per mesi dal regime richiamava i lavori pubblici attuati a partire dal 1960 da Nasser con l’ampliamento del progetto della diga di Aswan, che segnava il trattato di amicizia con l’Urss kruscioviana finanziatrice per un terzo di quei lavori. I capitali per il secondo Suez vengono in parte dalle stesse Forze Armate egiziane, attraverso un’apposita società che gestisce i dazi doganali del canale. E poi da elargitori della regione che vedono in prima fila emiri e petrodollari, principalmente sauditi. La dinastia Saud è attualmente uno dei grandi sponsor economico-politici del modello imposto dal generale Sisi. In questo quadro la questione sicurezza della nazione, e in particolar modo della zona del Sinai, rappresenta una spina nel fianco dell’amministrazione cairota, ripetutamente colpita anche nel cuore della capitale e per la prima volta anche per mare. Secondo testimoni il missile sparato dalla riva ha centrato la vedetta distante almeno tre chilometri, si tratterebbe d’un tipo di razzo utilizzato nella battaglia contro mezzi corazzati di terra come i carri armati. Una tipologia facilmente reperibile nell’ampio fronte conflittuale presente oggi in buona parte del Mediterraneo orientale. Fra auto-bomba e missili anti-vigilanza i seguaci di Al-Baghdadi ingombrano la scena egiziana che Sisi vorrebbe tutta per sé, di fronte a cittadini plaudenti o ingabbiati.
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02/07/2015
Isis, obiettivo Sinai
Quindici check-point assaltati, trentacinque poliziotti e militari uccisi e almeno una ventina di miliziani lasciati sul terreno. E’ la trasferta dell’Isis nel Sinai, a ovest del delta del Nilo nelle località di El Arish e Sheikh Zuweid. Il luogo è da tempo militarizzato perché Gaza è vicinissima, oltre il confine di Rafah, e lì le formazioni jihadiste hanno una presenza di vecchia data. Mentre il Cairo è lontana, non solo negli oltre 300 km di distanza, ma per l’impossibilità più volte mostrata di non poter controllare il territorio se non con presidi fissi, peraltro attaccabilissimi. Era accaduto in altre epoche e con altri governi, da Mubarak all’islamico Mursi. La stessa stretta ipermilitare di Sisi non produce l’effetto sicurezza sperato e ora che il modello imitativo, quello del brand dalle bande nere, e concreti accordi collaborativi fra jihadisti di varia provenienza (nel Sinai soprattutto Ansar Beit al-Maqdis) s’allarga dalla Tunisia al Mar Rosso simili azioni destabilizzanti si ripetono a cascata. Fra l’altro un chiaro disegno di Al Baghdadi consiste nell’insinuare attacchi e paure nel cuore del Mediterraneo maghrebino, colpirne l’economia turistica (le proiezioni già parlano d’una flessione del 25% sulle entrate stagionali in Tunisia) e dalle coste minacciare l’Europa.
Per un uomo d’ordine, fiero della divisa dismessa solo nella forma non nella forma mentis, qual è il presidente egiziano i crescenti episodi che stanno rendendo altamente insicura la vita quotidiana anche nella metropoli cairota sono un affronto insopportabile. L’aveva sottolineato ieri partecipando ai funerali del procuratore Hisham Barakat, fatto saltare in aria da un’auto bomba mentre transitava col suo corteo di mezzi blindati che non gli sono serviti. Anche in quest’occasione sono morti alcuni passanti, altri erano deceduti giorni fa presso un collegio militare nella zona di Heliopolis diventato bersaglio delle bombe jihadiste. Stessa cosa in prossimità del ponte 6 Ottobre. Sisi non sopporta questa situazione e se la gioca alla sua maniera: sta predisponendo un aggiramento delle attuali leggi che impediscono l’applicazione delle pene di morte fino al pronunciamento della sentenza d’appello. Dice: la sicurezza della nazione è in pericolo perciò le condanne a morte vanno eseguite immediatamente, com’è accaduto a metà maggio ai sei miliziani jihastisti affiliati all’Isis e giudicati dal tribunale militare. Quando parla di applicare la pena capitale il pensiero di Sisi va a quell’opposizione già sentenziata in primo grado che vede uomini simbolo della Fratellanza Musulmana, da Mursi a Badie, in attesa dell’appello e della forca.
La Confraternita, come ha sempre fatto, parla contro le violenze e ancor più gli attentati, definendoli inaccettabili pur in un clima di pesantissima repressione che l’ha eliminata dalla scena politica. Denuncia come le scelte e la pratica governative fomentino lo scenario presente, che ha allontanato giovani dalle sue file orientandoli anche verso scelte estremiste. Certo il procuratore assassinato, che recentemente aveva azzerato tutte le condanne di alto tradimento oltreché di corruzione e accaparramento indebito inflitte all’ex raìs Mubarak, non risultava amato da varie componenti che avevano dato vita alle ribellioni del 2011 e 2012, ma il clima di restaurazione non è un fatto recente in terra egiziana. E neppure l’insicurezza, ormai stabilizzata attorno a un disegno securitario che non offre garanzie ai cittadini, ne impedisce le scelte politiche (le elezioni più volte promesse da Sisi non sono mai state indette). Restano il clima blindato di tanti luoghi, le deflagrazioni, i morti mirati e casuali. Secondo le testimonianze l’attacco del Sinai è stato coordinato, con strade minate perché i mezzi dell’esercito sopraggiunti dopo l’assalto non potessero realizzare immediate retate. Così gli asserragliati risultavano i poliziotti, chiusi nelle caserme che restano l’obiettivo principale degli assalti jihadisti con lo scopo dichiarato di “smilitarizzare” quell’area.
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Per un uomo d’ordine, fiero della divisa dismessa solo nella forma non nella forma mentis, qual è il presidente egiziano i crescenti episodi che stanno rendendo altamente insicura la vita quotidiana anche nella metropoli cairota sono un affronto insopportabile. L’aveva sottolineato ieri partecipando ai funerali del procuratore Hisham Barakat, fatto saltare in aria da un’auto bomba mentre transitava col suo corteo di mezzi blindati che non gli sono serviti. Anche in quest’occasione sono morti alcuni passanti, altri erano deceduti giorni fa presso un collegio militare nella zona di Heliopolis diventato bersaglio delle bombe jihadiste. Stessa cosa in prossimità del ponte 6 Ottobre. Sisi non sopporta questa situazione e se la gioca alla sua maniera: sta predisponendo un aggiramento delle attuali leggi che impediscono l’applicazione delle pene di morte fino al pronunciamento della sentenza d’appello. Dice: la sicurezza della nazione è in pericolo perciò le condanne a morte vanno eseguite immediatamente, com’è accaduto a metà maggio ai sei miliziani jihastisti affiliati all’Isis e giudicati dal tribunale militare. Quando parla di applicare la pena capitale il pensiero di Sisi va a quell’opposizione già sentenziata in primo grado che vede uomini simbolo della Fratellanza Musulmana, da Mursi a Badie, in attesa dell’appello e della forca.
La Confraternita, come ha sempre fatto, parla contro le violenze e ancor più gli attentati, definendoli inaccettabili pur in un clima di pesantissima repressione che l’ha eliminata dalla scena politica. Denuncia come le scelte e la pratica governative fomentino lo scenario presente, che ha allontanato giovani dalle sue file orientandoli anche verso scelte estremiste. Certo il procuratore assassinato, che recentemente aveva azzerato tutte le condanne di alto tradimento oltreché di corruzione e accaparramento indebito inflitte all’ex raìs Mubarak, non risultava amato da varie componenti che avevano dato vita alle ribellioni del 2011 e 2012, ma il clima di restaurazione non è un fatto recente in terra egiziana. E neppure l’insicurezza, ormai stabilizzata attorno a un disegno securitario che non offre garanzie ai cittadini, ne impedisce le scelte politiche (le elezioni più volte promesse da Sisi non sono mai state indette). Restano il clima blindato di tanti luoghi, le deflagrazioni, i morti mirati e casuali. Secondo le testimonianze l’attacco del Sinai è stato coordinato, con strade minate perché i mezzi dell’esercito sopraggiunti dopo l’assalto non potessero realizzare immediate retate. Così gli asserragliati risultavano i poliziotti, chiusi nelle caserme che restano l’obiettivo principale degli assalti jihadisti con lo scopo dichiarato di “smilitarizzare” quell’area.
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10/03/2015
Egitto - Attacchi nel Sinai
Tensione altissima nel nord del Sinai. Stamane
un attentatore suicida ha ucciso un civile e ferito 25 poliziotti
egiziani guidando la sua macchina contro un compound militare nella
città di el-‘Arish. Secondo un’altra ricostruzione fornita da
una fonte di sicurezza all’Afp, l’attacco sarebbe stato eseguito da un
camion riempito di esplosivo diretto verso il cancello posteriore della
base. “Quando il veicolo si è avvicinato [alla struttura militare] – ha
raccontato l’ufficiale – è stato attaccato dal fuoco della polizia. Così è stato
attivato l’esplosivo che trasportava”.
Al
momento l’attentato non è stato rivendicato da nessun gruppo. Tuttavia,
avvenendo nel Sinai, è probabile che dietro di esso vi sia la “Provincia del Sinai”
(ex Ansar Beit al-Maqdis), la principale organizzazione terroristica
della penisola che a novembre ha giurato fedeltà allo “Stato Islamico”
di Abu Bakr al-Baghdadi. Accanto a questa formazione, però, vanno
ricordati anche gli Ajnad Misr (attivi da un anno e mezzo) e “Resistenza popolare” e “Punizione rivoluzionaria” di formazione più recente.
La penisola egiziana è fuori controllo da quando è stato deposto il
presidente islamista Mohammed Morsi con un colpo militare avvenuto nel
luglio del 2013. Ieri una bomba posta sul ciglio di una strada aveva
ucciso tre militari egiziani sempre nel Sinai.
La
tensione è alta, però, in tutto il Paese. Negli ultimi giorni alcune
bombe sono esplose ad Alessandria e Mahalla causando la morte di quattro
persone e più di una decina di feriti. Secondo gli esperti
militari, questi attacchi diretti contro banche, sedi di aziende
dell’elettricità e del gas e filiali delle telecomunicazioni hanno come
obiettivo quello di scoraggiare gli investimenti stranieri nel Paese.
Non è una coincidenza che gli attacchi degli ultimi giorni nel Sinai
avvengano a pochi giorni dall’inizio di una conferenza di investitori a
Sharm ash-Shaykh in cui l’Egitto proverà ad attirare investimenti per
milioni di dollari.
Del tema sicurezza e terrorismo ha parlato ieri il presidente egiziano ‘Abd al-Fattah as-Sisi sugli schermi della rete televisiva statunitense Fox News. L’ex generale
ha esortato il partner americano ad aumentare il suo aiuto militare e
ha avanzato l’ipotesi di creare una coalizione regionale che combatta lo
Stato Islamico. “E’ molto importante – ha dichiarato il
presidente – che gli Usa capiscano il nostro urgente bisogno di armi
soprattutto in una fase in cui gli egiziani stanno combattendo il
terrorismo e vogliono sentire il sostegno degli Stati Uniti”. “La
regione – ha concluso as-Sisi – sta attraversando un periodo molto
complicato. L’opinione pubblica vuole vedere una risposta energica dalle
nazioni capaci di fornire assistenza”.
Parole
che potrebbero tradursi in realtà. Il segretario Usa John Kerry,
infatti, arriverà in Egitto giovedì per la Conferenza di Sviluppo
Economico. A darne conferma è stato ieri il Dipartimento di Stato
americano. Kerry si incontrerà con il presidente egiziano e con i
vertici politici del Paese per discutere di “alcune questioni bilaterali
e globali”: gli sforzi per sconfiggere lo Stato Islamico, la crisi
siriana e la situazione in Libia.
30/01/2015
Jihadisti all’attacco nel Sinai. Uccisi una trentina di soldati e poliziotti
L’Egitto è tornato bruscamente a fare i conti con la sua zona di vulnerabilità: il Sinai.
Sarebbero una trentina i soldati e i poliziotti uccisi in una ondata di attacchi coordinati con colpi di mortaio e autobomba nel Sinai settentrionale. L'attacco è stato rivendicato dal gruppo Ansar Beït al-Maqdess, affiliato allo Stato islamico.
Ad essere colpita è stata di nuovo la cittadina di Sheikh Zuwaid, dove risultano essere stati centrati una decina di obiettivi, oltre alle località di Arish e della parte egiziana di Rafah, al confine con la striscia di Gaza palestinese. Sono stati colpiti anche una base militare, il vicino quartier generale della polizia e un complesso residenziale per i soldati. Nel mirino anche posti di blocco, la redazione di un giornale governativo e un museo.
Appare verosimile che, nella complessa operazione militare, sia coinvolto 'Ansar Bait al-Maqdis', principale gruppo jihadista egiziano basato nella penisola del Sinai e da poco ribattezzatisi "Stato del Sinai" nel quadro di una sorta di confluenza con l'Isis annunciata in novembre.
L'instabilità nel Sinai ormai appare come un dato strutturale della situazione egiziana nonostante la forte militarizzazione della penisola e il regime militare di Al Sisi.
Fonte
Sarebbero una trentina i soldati e i poliziotti uccisi in una ondata di attacchi coordinati con colpi di mortaio e autobomba nel Sinai settentrionale. L'attacco è stato rivendicato dal gruppo Ansar Beït al-Maqdess, affiliato allo Stato islamico.
Ad essere colpita è stata di nuovo la cittadina di Sheikh Zuwaid, dove risultano essere stati centrati una decina di obiettivi, oltre alle località di Arish e della parte egiziana di Rafah, al confine con la striscia di Gaza palestinese. Sono stati colpiti anche una base militare, il vicino quartier generale della polizia e un complesso residenziale per i soldati. Nel mirino anche posti di blocco, la redazione di un giornale governativo e un museo.
Appare verosimile che, nella complessa operazione militare, sia coinvolto 'Ansar Bait al-Maqdis', principale gruppo jihadista egiziano basato nella penisola del Sinai e da poco ribattezzatisi "Stato del Sinai" nel quadro di una sorta di confluenza con l'Isis annunciata in novembre.
L'instabilità nel Sinai ormai appare come un dato strutturale della situazione egiziana nonostante la forte militarizzazione della penisola e il regime militare di Al Sisi.
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