di Chiara Cruciati
L’annuncio ufficiale è
stato dato ieri, ma le prime misure erano partite già giovedì notte:
l’esercito egiziano ha lanciato un’ampia operazione anti-terrorismo,
“Sinai 2018″ nel nord della Penisola del Sinai, dando però pochi
dettagli. Non tanto ai giornalisti quanto ai residenti che non
nascondono i loro timori.
Di certo si sa, lo riportano fonti locali, che le forze
armate hanno chiuso da oltre 24 ore l’accesso al nord del Sinai: non si
entra e non si esce. Chiuso anche il traffico dal Canale di Suez e dal
tunnel Ahmed Hamdi e la principale superstrada che collega le varie
città del Nord del Sinai, Arish, Rafah, Sheikh Zuwayed.
Internet e linee telefoniche risultavano inutilizzabili dalle 7 del
mattino alle una del pomeriggio, mentre in mattinata le stazioni di
benzina chiudevano i battenti, su ordine del Comune. Sospese anche le attività scolastiche, fino a nuove ordine, con l’Università del Sinai che annunciava la ripresa del secondo semestre il 17 febbraio.
Non solo il Sinai: il ministero dell’Interno ha ordinato la
predisposizione di posti di blocco fissi e mobili e il dispiegamento
delle unità speciali della polizia in tutti i governatorati del paese,
nelle piazze, le principali vie di comunicazioni dentro e tra i
distretti.
Le operazioni sarebbero già iniziate. Ieri i residenti
parlavano di almeno 15 raid aerei intorno alla città di Arish e di
esplosioni nei pressi delle comunità principali della penisola, in
particolare sul Canale di Suez e la città di Ismailiya e al confine con
la Striscia di Gaza: l’esercito ha costretto centinaia di
palestinesi che in questi giorni avevano attraversato legalmente il
valico di Rafah, aperto, a tornare indietro. E il valico si è chiuso di
nuovo, a tempo indeterminato.
Gaza, dopotutto, è tra i primi target della presidenza al-Sisi che ha
in Hamas (membro dei Fratelli Musulmani) un nemico dichiarato. Lo si è
visto negli anni passati con la distruzione da parte egiziana di
migliaia di tunnel, indispensabili alla sopravvivenza della popolazione
sotto assedio di Gaza e gli spari contro le barche dei pescatori
palestinesi che si spingevano, secondo Il Cairo, troppo vicino alle
acque egiziane.
L’offensiva di ieri giunge a pochi giorni dal lancio di
un’altra attività, quella di sfollamento di migliaia di civili dalla
zona intorno all’aeroporto di Arish, lo sradicamento di alberi di ulivo e
la demolizione di case, il tutto – dicono le forze armate – per creare una zona cuscinetto per impedire l’attività dei gruppi islamisti presenti.
Proprio i civili sono i più preoccupati dalla maxi-operazione,
conoscendo già bene i modi di intervento delle forze armate e delle
unità anti-terrorismo: abusi, violenze, restrizioni al movimento,
arresti arbitrati. Succede già: ieri locali denunciavano all’agenzia indipendente Mada Masr di irruzioni dei militari in case private, perquisizioni e alcune detenzioni.
“Viviamo in uno stato di completa paura – dice un residente al portale Middle East Eye
– Non sappiamo nulla delle operazioni, ma possiamo sentire le
esplosioni da qui. Tutti i checkpoint sono chiusi e nessuno è
autorizzato ad uscire”. In trappola: le famiglie corrono nei
supermercati a fare scorte di cibo nel timore che questo blocco totale
possa durare a lungo. Un timore rafforzato dalla notizia che il governo
ha inviato, oltre a rinforzi militari, anche medici e infermieri:
in una lettera ottenuta dai media, il ministero della Salute indica in
dieci punti le misure da assumere subito, tra cui il raddoppio dello
staff e dei letti negli ospedali in Sinai, turni più lunghi e l’invio di
sacche di sangue e medicinali extra.
La Penisola del Sinai, sotto stato di emergenza ormai da anni, è tra le zone più marginalizzate del paese. Un’esclusione
socio-economica e di investimenti a cui si aggiunge da tempo una
campagna anti-terrorismo che al regime del Cairo serve per accreditarsi
agli occhi della comunità internazionale, dei donatori occidentali e delle varie coalizioni anti-islamisti.
La conseguenza è diretta: la legge anti-terrorismo entrata in vigore
già nel 2013, subito dopo il golpe e prima dell’inizio della prima
presidenza al-Sisi si è tradotta in una copertura per la macchina della
repressione messa in piedi dal Cairo – e triste eredità del regime di
Mubarak sconfitto da piazza Tahrir – che colpisce opposizioni,
giornalisti, ong, voci critiche, molto di più di quanto non intacchi la
presenza e la sempre più vasta attività terroristica di islamisti
radicali e gruppi legati allo Stato Islamico. Che colpiscono, al Cairo
come in Sinai, moschee e chiese copte, gli stessi civili già abusati
dallo Stato.
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