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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/02/2026

L’ambasciatore USA a Tel Aviv: “Israele ha il diritto di conquistare tutto il Medio Oriente”

La domanda viene posta spesso. È Israele al servizio degli Stati Uniti oppure il contrario? L’intervista “strappata” all’ambasciatore Usa a Tel Aviv, Mike Huckabee, sembra sciogliere il quesito in termini quasi paradossali: è Wasington a essere “illuminata” dal nanerottolo che rappresenta l’avanguardia neocoloniale in Medio Oriente.

Se non dal punto vi sta strettamente politico, sicuramente da quello “ideologico”. Solo un coglione senza speranze può infatti credere davvero che la bibbia sia un testo che possa giustificare “legalmente” la proprietà o meno di un determinato territorio sulla Terra, neanche fosse l’equivalente di un “rogito” redatto da un “notaio supremo” cui crede una quantità di persone pressoché irrilevante.

Stabilito insomma che un ambasciatore sia una persona almeno mediamente intelligente (non è detto, ma sarebbe auspicabile), quanto detto da Huckabee a Tucker Carlson (un giornalista molto conservatore ma niente affatto credulone) va preso come una dichiarazione di guerra, non lo sproloquio di un deficiente.

Non a caso ha scatenato l’immediata indignazione di tutti i paesi arabi e musulmani, perché è inevitabile pensare che quella sia anche la posizione dell’amministrazione Trump sui limiti (inesistenti) della sovranità israeliana.

Va ricordato infatti che Donald Trump aveva promesso ai leader arabi e musulmani che non avrebbe permesso a Israele di annettere la Cisgiordania. Cosa che sta facendo ogni giorno in modo irreversibile. Ma, peggio ancora, Huckabee ha “rivelato” che i veri confini raggiungibili per Israele dovrebbero essere “dal Nilo all’Eufrate”, rapinando così Libano, Giordania, Siria, più parti consistenti dell’Egitto, dell’Iraq e dell’Arabia Saudita.

Bontà sua, considera questo “programma massimo” irrealistico. Ma non ingiustificato, bibbia alla mano.

Non era neanche il momento migliore per esternare questo delirio, visto che l’amministrazione Trump sta coinvolgendo soprattutto alcune nazioni arabe e musulmane nei suoi piani di “messa in sicurezza e ricostruzione di Gaza”. Ed è difficile chiedere soldi e basi militari a chi, nelle previsioni, dovrà essere conquistato, “ripulito etnicamente” e/o territorialmente amputato dai genocidi di Israele.

Oltre una dozzina di governi, tra cui Arabia Saudita, Egitto, Giordania ed Emirati Arabi Uniti, hanno condannato le dichiarazioni in una dichiarazione congiunta sabato, definendo le affermazioni di Huckabee “pericolose e provocatorie” e in diretta contraddizione con i piani di Trump per la Striscia di Gaza.

Le osservazioni minacciano di far deragliare uno degli obiettivi chiave dell’amministrazione Trump: integrare Israele in Medio Oriente. “La sovranità degli stati arabi non è qualcosa di cui prendersi gioco, specialmente quando siamo nel bel mezzo del tentativo di creare un Medio Oriente unificato che includa Israele”, ha detto un importante diplomatico arabo coperto dall’anonimato.

L’Ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme ha dichiarato durante il fine settimana che le dichiarazioni di Huckabee “sono state estrapolate dal contesto”. Ma non le ha smentite nel merito.

Che le sorti del mondo siano in mano a gente con il cervello così in pappa, ossia a “sionisti cristiani” convinti che una serie di testi scritti da anonimi oltre 3.000 anni fa, quando il mondo conosciuto andava poco al di là dei confini che le gambe consentivano di raggiungere; redatti in tempi e luoghi differenti, unificati soltanto dalla pretesa di essere stati scritti “sotto dettatura divina”; per di più pieni di omicidi, stupri, genocidi eseguiti o promessi, tutti legittimati o “perdonati” da quel “notaio supremo” che divide la sua creazione – l’umanità, oltre che il mondo – in “eletti” e “maledetti”...

Un testo suprematista, obiettivamente antiumano, premessa di ogni mostruosità poi realizzata concretamente sulla Terra.

Gente che crede che quel testo sbrindellato sia una credibile o totalitaria base per governare il mondo attuale, con le sue innumerevoli culture, popoli, religioni, ecc. Stabilendo quali popoli, Stati, culture, ecc, hanno diritto a stare o no al mondo e come.

Ecco, questo è davvero inaccettabile per qualsiasi essere umano dotato di ragione ed interessi differenti.

Qui di seguito la ricostruzione dell’intervista.

*****

Il commentatore politico conservatore Tucker Carlson intervista l’ambasciatore USA in Israele Mike Huckabee per un episodio di The Tucker Carlson Show su YouTube, in Israele, il 18 febbraio 2026.

L’ambasciatore USA in Israele, Mike Huckabee, ha dichiarato venerdì al The Tucker Carlson Show – in video, dunque, senza possibilità di “cattiva interpretazione” – che Israele è pienamente nel suo diritto di impadronirsi di tutta la terra tra il fiume Eufrate e il fiume Nilo, che si estenderebbe su cinque paesi da tempo sovrani oltre ai territori palestinesi occupati.

Le osservazioni sono un riferimento al progetto della “Grande Israele” che è stato sostenuto dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu e da molti altri alti funzionari israeliani.

Il commentatore politico conservatore ha incalzato Huckabee più volte affinché identificasse i confini esatti della terra che, come ha a lungo insistito, è stata data da Dio al popolo ebraico. Huckabee è un ministro battista (un cristiano evangelico, dunque), ma anche un dichiarato sionista.

“Di quale terra stai parlando? – chiede Carlson – Perché ho appena letto Genesi 15 [nella Bibbia] come ho fatto molte volte, e quella terra, credo che dica dal Nilo all’Eufrate, che è, ancora una volta, praticamente l’intero Medio Oriente“. “Cosa significa? Israele ha il diritto a quella terra? Perché ti stai appellando alla Genesi, stai dicendo che quello è il titolo di proprietà originale“.

Huckabee ha fatto una pausa e ha detto: “Andrebbe bene se la prendessero tutta. Ma non credo che sia di questo che stiamo parlando oggi“, ha aggiunto.

“Beh, è esattamente di questo che stiamo parlando oggi“, ha risposto Carlson. “Non credo che andrebbe bene“.

“Non stanno chiedendo di prenderne il controllo“, ha poi detto Huckabee. “Non stanno chiedendo di tornare indietro e prendere tutto questo, ma almeno stanno chiedendo di prendere la terra che ora occupano, in cui ora vivono“, ha spiegato.

“Stai spiegando cos’è il sionismo cristiano nelle tue convinzioni teologiche“, ha risposto Carlson. “E penso che tu abbia appena detto che per te andrebbe bene se lo Stato di Israele prendesse tutta Israele, tutta la Siria, tutto il Libano...”

“Non è esattamente quello che sto cercando di dire“, lo ha interrotto Huckabee. “Era un’affermazione in qualche modo iperbolica“. “Non stanno cercando di prendere la Giordania. Non stanno cercando di prendere la Siria. Non stanno cercando di prendere l’Iraq o qualsiasi altro posto, ma vogliono proteggere la loro gente ora“, ha continuato. “Ora, se alla fine venissero attaccati da tutti questi posti, e vincessero quella guerra, e prendessero quella terra allora, okay, questa è un’altra discussione“.

Il retroscena

All’inizio di questo mese, mentre Carlson intervistava un cristiano palestinese e un cristiano giordano sull’armonia con cui vivono tra maggioranze musulmane – e sulle politiche oppressive dell’occupazione militare israeliana – ha infarcito l’episodio con la sua personale valutazione di come Huckabee non abbia affrontato la questione del maltrattamento dei cristiani con il governo israeliano.

A giugno, l’ambasciatore aveva detto alla Bloomberg News che uno Stato palestinese in Cisgiordania occupata non è più un obiettivo politico approvato dagli Stati Uniti, e che i “vicini musulmani” di Israele dovrebbero semmai cedere parte delle loro terre per crearne uno.

“A meno che non accadano alcune cose significative che cambino la cultura, non c’è però spazio per questo“, ha detto Huckabee, da tempo sostenitore dell’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

“Quello che sta facendo l’ambasciatore Huckabee è vergognoso, e dovrà risponderne“, ha detto Carlson durante le sue interviste con i cristiani arabi.

Non molto tempo dopo che quell’episodio era stato pubblicato su YouTube, Huckabee era intervenuto su X: “Hey @TuckerCarlson invece di parlare DI me, perché non vieni a parlare CON me? Sembra che tu stia facendo molto clamore sul Medio Oriente. Perché hai paura della luce?“

“Grazie per questo“, aveva risposto Carlson su X. “Mi piacerebbe molto. Contatteremo il tuo ufficio oggi per organizzare un’intervista. Molto apprezzato.“

Carlson, un alleato del Presidente Donald Trump con il quale ha però spesso divergenze in politica estera, è così andato in Israele mercoledì per un faccia a faccia con Huckabee.

Ha raccontato che i funzionari della sicurezza israeliana lo hanno trattenuto, lui e i membri della sua squadra, poco dopo l’intervista.

Parlando al Daily Mail, Carlson ha detto che i funzionari israeliani hanno confiscato i passaporti e hanno portato uno dei suoi colleghi in una stanza separata per interrogarlo.

“Uomini che si sono identificati come sicurezza aeroportuale hanno preso i nostri passaporti, hanno portato il nostro produttore esecutivo in una stanza laterale e poi hanno chiesto di sapere di cosa avevamo parlato con l’ambasciatore Huckabee“, ha detto Carlson al Daily Mail. “È stato bizzarro. Ora siamo fuori dal paese.“

Mentre registrava il suo show completo di 165 minuti, pubblicato venerdì, Carlson ha criticato aspramente Huckabee per non averlo nemmeno chiamato per chiedere della sua esperienza in aeroporto.

“Se sei un cittadino americano in Israele, puoi essere certo che il tuo governo si schiererà dalla parte del governo israeliano e non dalla tua parte”, ha detto Carlson. “E davvero è così diverso dall’esperienza degli americani negli Stati Uniti? Puoi essere sicuro che il tuo governo si schiererà dalla tua parte contro il governo israeliano? No, certo che no. Si schiereranno sempre dalla parte del governo israeliano contro la tua”. 

Figuriamoci cosa può accadere per i cittadini di altri Stati, dunque...

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10/02/2024

Il Putin che l’America non è solita sentire

di Francesco Dall'Aglio

Mi devo limitare a poche riflessioni sparse e frettolose sull’intervista di Carlson – o sul discorso di Putin, a scelta. È durato due ore, l’ho ascoltato una volta sola e devo rivedermi alcuni passaggi (l’ho commentato “in diretta”, anche se ovviamente non era una diretta, sul mio canale Telegram che è questo).

Non è stato un discorso rivoluzionario o sconvolgente e non sono state rivelati incredibili segreti: diciamo che una serie di fili sono stati annodati in un filo unico.

Bisogna però immediatamente considerare che il pubblico di questa intervista è il pubblico medio statunitense, lato sensu occidentale, che le parole di Putin o non le ha mai sentite o le ha lette in sintesi partigiane a al quale lo stesso Putin è stato presentato come un sanguinario tiranno del tutto irrazionale.

Ora certamente si può non credere a una sola parola dei suoi discorsi di ieri, ma sicuramente l’impressione che si ricava è quella di una persona razionale, determinata e competente, in grado di citare a memoria fatti, date e cifre spaziando dalla storia medievale ai rapporti commerciali tra i membri del BRICS+.

Un contrasto francamente imbarazzante con i farfugliamenti del povero Biden (che anche ieri ha confuso Messico ed Egitto) o le banalità dei leader europei – al di là, ripeto, del credere o meno alle loro rispettive affermazioni.

E questo era il primo punto che interessava a Putin: accreditarsi come un leader razionale col quale si può discutere.

Il secondo punto che gli interessava era contrastare l’aggettivo che sempre viene utilizzato dai media occidentali per descrivere l’invasione dell’Ucraina: “unprovoked”.

Le lunghissime esposizioni di vari momenti storici, sui quali già stanno fiorendo i meme, gli sono servite a presentare le terre occupate come storicamente russe, la nazionalità ucraina come una costruzione artificiale eterodiretta (prima dalla Polonia poi dall’Occidente), e soprattutto l’invasione come ultimo anello di una catena che parte dal 1991 e passa per le espansioni della NATO, la crisi del 1999 in Jugoslavia (la prima incrinatura forte dei rapporti tra Russia e USA), l’appoggio delle agenzie statunitensi al separatismo nel Caucaso, il problema enorme e sempre poco citato della frattura Russia/USA sullo scudo antimissile NATO in Europa centro-orientale negli anni 2000 (formalmente ideato in contrasto all’Iran), e naturalmente le ingerenze statunitensi nella vita politica ucraina da prima del 2013-2014 (non per farmi pubblicità, ma un po’ di queste cose le ho scritte nel libro).

È stata una esposizione sicuramente di parte, che nei concetti generali presenta alcune omissioni e alcune esagerazioni (dire che la Polonia in pratica si è cercata l’invasione tedesca del 1939 è un po’ eccessivo) ma anche parecchie cose quantomeno difendibili, se non “vere”.

È vero che la Polonia ha collaborato con Hitler per prendersi un pezzetto di Cecoslovacchia.

È vero che, aprendo al trattato commerciale con l’Unione Europea, Yanukovich aveva dovuto fare i conti col fatto che avrebbe dovuto anche chiudere la frontiere con la Russia, che in quel momento era il primo partner commerciale dell’Ucraina, ed è per questo che ha preso tempo, non perché fosse un pupazzo manovrato dalla Russia; è vero che lo scudo antimissile NATO è stato un problema gravissimo nei rapporti tra Russia e USA (qui non se ne parla MAI).

La domanda fatta direttamente a Clinton di entrare nella NATO, ovviamente, era un modo per capire le intenzioni USA: visto che ora abbiamo buoni rapporti e la NATO non è contro di noi ma è una forza di pace mondiale, possiamo entrare anche noi?

La risposta di Clinton, che “non era il caso”, ha chiarito questa ambiguità. Non che ce ne fosse bisogno, naturalmente – e non che la Russia avesse davvero intenzione di entrare nella NATO.

Enfasi sulla questione del nazismo, ovviamente. A Carlson che gli dice che Hitler è morto da un pezzo, risponde che però un veterano delle SS è stato applaudito al Parlamento canadese e soprattutto è stato applaudito da Zelensky, e quindi quell’ideologia non è affatto morta e sepolta.

Ovviamente negazione categorica di qualsiasi intenzione di invadere i paesi NATO, che siano i baltici o la Polonia, e insistenza sull’idea dei negoziati con molta enfasi sui risultati che erano stati ottenuti a Istanbul e che, per colpa di Johnson, sono stati rigettati (e questo è un salvagente sia per gli USA che per l’Ucraina stessa. L’accordo c’era, avevamo risolto...).

Altrettanta enfasi sul fatto che il mondo e i rapporti tra gli stati sono cambiati, e che gli USA devono rendersene conto, che l’avanzata della Cina è inarrestabile e non problematica, che l’utilizzo del dollaro come leva dell’espansionismo statunitense è diventato controproducente per gli stessi USA ora che in tanti lo stanno abbandonando, emergere di nuove dinamiche commerciali, eccetera.

Invece niente della propaganda più divisiva (o becera, se preferite): “satanismo”, “gender”, biolab e tutta questa specie di cose. Pochissimi riferimenti ai valori tradizionali, anche se Carlson ha provato a tirarlo in mezzo con domande para-religiose.

Quindi, un leader pacato che vorrebbe risolvere per via diplomatica questa sgradevole faccenda, ovviamente facendo in modo che le richieste russe, che non cambiano, siano accolte.

Ho scritto molto di fretta e me ne scuso, ma appunto sono in partenza. Intanto sarà anche interessante vedere, al di là dell’isteria che vedo diffusa nei nostri media, come sarà accolto questo discorso, e che conseguenze potrà avere.

Non c’è niente di particolarmente nuovo per chi segua costantemente ciò che Putin dice: ma appunto, in occidente è, in linea generale, difficile farlo. E uno invece i propri nemici li deve sempre ascoltare, e con molta attenzione.



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08/02/2024

Guerra in Ucraina - Prima intervista Usa a Putin, dall'inizio del conflitto

di Francesco Dall'Aglio

Che Tucker Carlson non fosse a Mosca per vedere CSKA-Avtomobilist Yekaterinburg di hockey (4-5 al secondo supplementare, per la cronaca) era abbastanza chiaro, soprattutto perché con lui c’era una squadra di tecnici e un bel po’ di equipaggiamento.

Che fosse lì per intervistare Putin non era stato né smentito né ammesso da lui o dai portavoce del Cremlino, ma che fosse lì per lavoro pareva ovvio.

L’intervista sarà mandata in onda oggi alle 18 ora di Washington (mezzanotte da noi, le 2 a Mosca) sul sito di Carlson (che, ricordo, è stato licenziato dalla Fox e quindi non compare più nei media “ufficiali”) e in diretta su Twitter, con Musk che ha “promesso” di non interrompere la trasmissione.

I media “ufficiali” stanno impazzando, Carlson viene esplicitamente chiamato “traditore” e qualcuno si spinge a chiedere alle autorità di impedirgli di fare ritorno negli USA – troppo tardi, è già rientrato – e Verhofstadt sostiene che l’Unione Europea dovrebbe metterlo sotto sanzioni.

Alcune considerazioni in ordine sparso.

La prima, e la più ovvia: che un’intervista a Putin venga gestita da Tucker Carlson è una sconfitta spaventosa per il sistema mediatico occidentale. Di Carlson va detto tutto il male possibile, professionalmente, dall’invermectina alla “grande sostituzione”.

Ed è ovvio che il suo unico scopo non è tanto quello di fornire un secondo punto di vista al pubblico statunitense ma di colpire Biden, presentando una Russia forte, non toccata dalle sanzioni e niente affatto sul punto di crollare (a Mosca ha visitato vari luoghi, dall’ovvio Bolshoi a un supermercato Auchan a uno degli “Vkusno i tochka”, ossia i fast food nati dopo l’abbandono di McDonald’s, a un distributore di benzina, ed è molto probabile che le riprese fatte verranno usate nel servizio).

Probabilmente insistendo sul fatto che le operazioni militari in Ucraina non portano minacce alla NATO e presentando Putin, semplicemente dandogli la possibilità di parlare, come un leader razionale e non come il mostro folle, moribondo e sanguinario descritto da buona parte dei media.

La critica che non ci sarà contraddittorio appare specialmente ipocrita, se considera il medio livello delle quasi innumerevoli interviste a Zelensky, dove nessuna domanda non dico imbarazzante, ma non del tutto celebrativa non è mai stata fatta.

Sarà sicuramente un’intervista di una banalità totale e di una noia sconcertante, come lo sono tutte le interviste a Putin visto il suo stile di comunicazione; nondimeno, sarà la prima volta dall’inizio del conflitto che il pubblico statunitense vedrà una persona “normale” esprimere il punto di vista dell’altro contendente.

Del resto questo sfascio se lo è tirato addosso proprio lo stesso sistema mediatico occidentale, dove, ricordo, i canali e i siti d’informazione russi sono stati bloccati all’inizio del conflitto perché l’opinione pubblica, evidentemente considerata come composta da boccaloni che credono a qualsiasi cosa, non venisse turbata dalle menzogne russe.

Blocchi ovviamente del tutto bypassabili da chiunque abbia un VPN o anche solo un account su Telegram, dove Putin, se si vuole, lo si può seguire 24 ore su 24, ma di certo bloccati per la grande massa della popolazione che si informa solo attraverso la televisione o i titoli dei giornali online, e che ha dunque una percezione del conflitto piuttosto sbilanciata, per non dire di peggio.

Ed è proprio questo il problema di fondo dell’intera vicenda, che paradossalmente eleva uno come Carlson a paladino della libertà di parola e dell’integrità professionale: la voce russa non è contrastata con fatti e dati ma è semplicemente rimossa, e la voce ucraina non è sostenuta con fatti e dati ma proposta come l’unica accettabile, o meglio, come l’unica esistente, etichettando qualsiasi dubbio come “propaganda putiniana“.

E chi scrive, cioè uno che in Russia passerebbe dei bei guai per le sue idee politiche (e non parliamo dell’Iran eccetera), ne sa qualcosa.

Di conseguenza, si lascia spesso il monopolio della “voce russa” a personaggi a dir poco ambigui, che fanno più danni, perché la riportano capziosamente, di un’intervista a Lavrov o a Putin stesso.

E quindi, per non far venire qualche dubbio a zia Maria e nonno Aldo, ora l’intervista a Putin la fa direttamente Carlson.

Un’altra grande vittoria del lungimirante occidente, niente da dire.

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