Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

06/04/2026

Israele vuole occupare il sud del Libano. 15 paesi europei: “né con l’aggressore né con l’aggredito”

Solo chi decide di ignorare la storia del suprematismo sionista degli ultimi 60 anni – almeno – poteva pensare che Israele non avesse invaso il Libano per restarci. E ci dovranno scusare i lettori per il titolo che potrebbe urtare alcune sensibilità, ma serve a capire che stare con un piede in due staffe significa paralizzare qualsiasi iniziativa politica concreta contro il nemico dell’emancipazione e dei popoli.

Le ultime dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, rappresentano un salto di qualità nel pericolo sionista per la pace nel Vicino Oriente. Tel Aviv ha annunciato che una volta completate le operazioni contro Hezbollah (sempre che ci riesca), gli israeliani non si ritireranno ma daranno vita a un’occupazione stabile del territorio fino al fiume Litani, impedendo il ritorno di oltre 600 mila residenti alle loro case.

Ovviamente, il tutto viene rimandato al momento in cui sarà garantita la sicurezza per le città israeliane del nord, ma allo stesso tempo i bulldozer sionisti cancelleranno i villaggi di molti libanesi. “Tutte le case nei villaggi vicino al confine in Libano – ha detto il ministro della Difesa di Tel Aviv – saranno demolite secondo i modelli di Rafah e Beit Hanoun a Gaza”.

Il “modello Gaza” esportato nel sud del Libano, il modello del genocidio, della pulizia etnica e del trasferimento forzato della popolazione locale. L’aggressione israeliana ha già portato allo sfollamento di 1,2 milioni di persone, pari a circa il 25% degli abitanti del paese. Non è difficile immaginare che, se tutto andasse secondo i piani sionisti, la colonizzazione potrebbe cominciare presto anche in questa zona.

Accanto a un annuncio che porta con sé un’emergenza umanitaria senza precedenti, e rappresenta una profonda ferita alla sovranità nazionale del Libano, molto sangue viene lasciato sul campo. Il governo di Benjamin Netanyahu vorrebbe sradicare definitivamente Hezbollah dalla regione, ma l’organizzazione sciita ha mostrato di aver ricostruito capacità militari sostanziali, e di poter colpire con forza sia Israele (ora che l’Iron Dome è al collasso) sia i soldati invasori.

Nelle ultime ore, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno confermato l’uccisione di quattro soldati, tra cui tre giovanissimi di età compresa tra i 21 e i 22 anni. Sale così ad almeno dieci il numero dei militari israeliani caduti oltre la Blue Line in un mese, la linea di separazione tra i due paesi indicata dalle Nazioni Unite.

Il conflitto non risparmia nemmeno i caschi blu. Tra il 29 e il 30 marzo, tre caschi blu indonesiani della missione UNIFIL sono stati uccisi in due distinti esplosioni, a Ett Taibe e Bani Hayyan, colpiti durante operazioni logistiche e di evacuazione. Sono in corso delle indagini, ma che Israele abbia più volte bersagliato anche le forze ONU è risaputo. Del resto, sono stati uccisi anche una sessantina di operatori sanitari e cinque giornalisti, in maniera evidentemente mirata.

Sempre nel tentativo di assumere una postura internazionale autonoma, 15 paesi europei – compresa l’Italia – hanno deciso di rilasciare una dichiarazione congiunta, condannando l’escalation. La nota esorta Israele a rispettare la sovranità territoriale del Libano e i principi di proporzionalità e precauzione previsti dal diritto internazionale.

Tuttavia, accanto alla critica all’aggressore, associano anche la critica all’aggredito. Chiedono, infatti, il disarmo di Hezbollah, sostenendo la decisione del governo libanese, ribadita nuovamente il 2 marzo 2026, di rivendicare il monopolio statale delle armi. Ma l’attacco al Libano non è cominciato a inizio marzo.

Israele ha violato sistematicamente il cessate il fuoco che aveva con Beirut, incapace di garantire la sicurezza della propria gente. Solo la presenza di Hezbollah, fino a oggi, ha rappresentato un concreto deterrente all’occupazione sionista. Una posizione del genere significa non riconoscere il ruolo e gli obiettivi degli attori in campo, fare una generica chiamata alla pace e impedire qualsiasi azione concreta contro l’esportazione del “modello Gaza”.

Il ministro degli Esteri belga, Maxime Prevot, ha annunciato una missione ufficiale a Beirut per la prossima settimana. “Il Libano ha bisogno di qualcosa di più delle semplici dichiarazioni”, ha scritto sui social. “Ha bisogno di presenza, di sostegno e di un segnale chiaro”. Questo segnale deve essere la rottura dei rapporti con Israele e la messa in crisi della sua macchina di guerra. Altrimenti, saranno solo parole al vento.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento