Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/03/2026

Se Prodi mira ai giovani...

Due giorni fa, su La Repubblica, la millesima intervista a Prodi: “teniamo viva la partecipazione”. Si riferiva alla massa di giovani che hanno votato No al referendum.

Non sono più giovane, ad agosto compio 56 anni, e qualcosa ho vissuto e imparato. Nel 1991 Prodi, dopo aver chiuso la lunga esperienza dell’Iri, ritornò alla Facoltà di Scienze Politiche di Bologna dove insegnava Economia Industriale. I testi che imponeva da portare all’esame erano indicativi di una linea di pensiero: “libri sulle privatizzazioni della Thatcher”. Molto “di sinistra”, no?

La sua clamorosa carriera è per certi versi un mistero. Il suo maestro era stato Beniamino Andreatta, che nel 1981 insieme a Ciampi governatore di Bankitalia, fece “la separazione Tesoro-Bankitalia”. In pratica impedì per legge alla Banca centrale di intervenire in sede d’asta sui titoli di stato italiano per tenere su il prezzo e quindi calmierare sia i rendimenti che, sul lungo termine, il servizio del debito pubblico (gli interessi da pagare). Consegnando così il bilancio e il debito pubblico alla volontà del “mercato”. In quell’anno il rapporto debito/Pil era al 60%, da allora non ha fatto che crescere, bloccando ogni spesa sociale.

Sempre Andreatta, nel 1993, fece l’accordo Ue-Van Miert sulle privatizzazioni dell’Iri (l’anno prima c’era stato l’incontro sul Britannia con la City, Draghi e altri, in piena “Mani Pulite”).

Prodi smantellò la siderurgia italiana, l’Alfa Romeo, l’agroalimentare (su questo ci fu uno scontro con Craxi). Nel 1996 fece il governo con la “desistenza di Rifondazione”. La compagna Mara Malavenda, eletta nel collegio napoletano per il Prc, prese la parola alla Camera e ne disse a Prodi di tutti i colori, non votando la fiducia. Bertinotti la espulse.

Prodi è l’uomo dell’euro (“che ci avrebbe fatto guadagnare come se lavorassimo un giorno in più anche se avremmo lavorato un giorno in meno”), dei “sacrifici”, del Pacchetto Treu, della riforma scolastica Berlinguer, della sanità con Bindi, della Bicamerale con D’Alema, dei primi passi del federalismo fiscale e della Riforma “federalista” del Titolo V della Costituzione, fatta qualche anno dopo.

Prodi, lupo travestito da agnello, era l’alter ego di Berlusconi, ma con la “faccia pulita, sapiente, ecc.”.

Personalmente, non l’ho mai considerato un grande economista, anzi... Chi lo aveva conosciuto di persona (ho testimonianze dirette, di vivi e di morti) lo considerava “un uomo malvagio, cattivissimo, che si vendicava sottilmente”.

Prodi è stata una sciagura storica del movimento operaio italiano, assieme al Pds. Non ho mai capito se fosse agente americano o franco-tedesco, o entrambi. Il suo delfino, il prof. Patrizio Bianchi (che, nel governo Draghi, contribuì anche lui, alla distruzione della scuola) lo ebbi come Presidente della mia sessione di laurea. Lo incontravo spesso. Gli consigliai di leggere David Harvey “La crisi della modernità”, ma non credo che lo fece... 

Prodi scriveva in molte riviste del Mulino, che leggevo all’Emeroteca del Dipartimento di Economia di Scienze Politiche. Allora 23 enne, seguivo le sue tracce, e non vedevo niente di buono.

Prodi si rivolge ora ai giovani, per metterli – ancora una volta – nel suo grande calderone, al fine di fargli pagare, sottilmente, i “debiti di guerra”, i “sacrifici” delle guerre e del riarmo imperialista, il “mercato unico dei capitali”, la distruzione finale di sanità, istruzione e chissà che altro.

Non so chi rappresenterà il “futuro italiano”, ma lui prepara il terreno, come altri. Prodi è il “simbolo politico-tecnocratico” del capitale transnazionale a base italiana ed europea, al servizio dell’ala “democratica e fabiana” angloamericana, sedicente “democratica”.

Insomma: giovani, “state attenti”.

Fonte

21/01/2018

La nascita e il declino del Pci

Lo smarrimento d’identità

Sistema di valori? Identità Politica? Senso di appartenenza a una grande comunità solidale?

Quale il lascito del PCI, nella realtà quotidiana vissuta da coloro che sono stati militanti di quel partito, a distanza di oltre vent’anni dal suo scioglimento (uno “scioglimento negato”, mai formalizzato ma mascherato da “trasformazione”, ma in realtà reso reale ed evidente dal rifiuto di centinaia di migliaia di donne e di uomini a proseguire il proprio impegno politico in un diverso contesto)?

Questo è l’interrogativo, cui cercheremo di fornire una parziale risposta attraverso questo nostro lavoro.

La premessa di carattere generale, può essere così riassunta: nei sistemi contemporanei è difficile immaginare che vi possa essere attività politica senza i (o al di fuori dei) partiti.

Probabilmente, esperienze particolari sono costituite da società tradizionali governate da famiglie con relazioni di potere di tipo patrimoniale e personale, oppure da sistemi che hanno messo al bando le organizzazioni politiche (regimi militari o autoritari).

Tuttavia, le moderne democrazie sono democrazie partitiche, e un sistema rappresentativo post partitico sembra ancora lontano dall’orizzonte della politica democratica, anche se all’orizzonte si profila un dibattito sulla cosiddetta “democrazia elettronica”, con le scelte affidate ai cittadini attraverso l’uso del computer.

L’analisi politologica contemporanea abbonda di termini quali “tramonto”, “crisi”, “declino” dei partiti e affolla le proprie indagini di metafore quali “destrutturazione”, “riallineamento” o “terremoto” dei sistemi partitici ma l’osservazione della realtà delle dinamiche politiche reali indica come i partiti politici, benché abbiano molti critici, molti antagonisti e un numero crescente di competitori, sembrano avere ben poche alternative concrete e attraenti.

Il PCI, cui intendiamo riferirci in quest’occasione, agiva in un quadro politico italiano contraddistinto, per un lungo periodo, da partiti dal forte radicamento di massa, prevalenti per un lungo periodo (almeno fino alla fine degli anni’70) sulla società civile, che agivano all’interno di un sistema pluripartitico di tipo classico, imperniato su di un sistema elettorale di tipo proporzionale corretto da uno sbarramento, derivante dal conseguimento di un quoziente pieno in almeno un collegio.

Il nostro riferimento sarà rivolto al “partito nuovo” di Togliatti che nacque, all’indomani della liberazione, con la decisione di abbandonare la concezione del partito di quadri e trasformare il PCI in un partito di massa, largamente radicato, come già si faceva cenno, nella società.

Il Partito cercò così elettori e iscritti in quasi tutti i gruppi e i ceti sociali: dagli agricoltori, ai fittavoli, ai braccianti, agli operai dell’industria, ai nuovi ceti medi e ai piccoli e medi industriali.

Malgrado tutti gli sforzi dei dirigenti questa presenza sociale del PCI, fino a buona parte degli anni’60, si limitò essenzialmente alla classe operaia del Nord e ai vecchi “ceti medi” del Nord e del Centro (artigiani, piccoli industriali, cooperatori).

La massiccia organizzazione interna, la crescente urbanizzazione, la laicizzazione diffusa attenuò tuttavia gradualmente i vincoli del singolo, con la propria tradizionale area culturale.

Di conseguenza, di fronte all’aggravarsi della crisi sociale ed economica, aumentò sempre di più il numero delle persone che si sentivano attratte da quelle forze politiche che propugnavano un superamento della crisi, un ammodernamento dello Stato e della Società, oltre che una maggiore giustizia sociale.

Il PCI guadagnò così in misura più che proporzionale, e in modo spettacolare, con le elezioni del 1975 e del 1976, un gran numero di voti fra le donne, i cattolici praticanti e i ceti urbani occupati nel settore dei servizi e in quello dell’istruzione.

In quella fase il PCI riuscì anche a compiere notevoli puntante in quelle zone precedentemente dominate dalla DC, grazie soprattutto alla sua forte caratterizzazione cattolica, come nel Veneto, nel Mezzogiorno, nelle Isole.

L’espansione della presenza nella Società, che dal punto di vista della struttura dell’elettorato fece apparire il PCI come un “Partito popolare di sinistra”, in verità portò solo in minima misura a una modificazione nella composizione di massa dei suoi iscritti.

Gli operai continuarono a costituirne il nerbo (circa il 50% nel 1977).

Se si calcolano i pensionati e le casalinghe, il potenziale classico del Partito salì, in quel periodo al 79%.

Quei gruppi sociali che, negli anni’70, contribuirono fortemente ai successi elettorali del PCI, ossia l’intellighenzia scientifica e tecnica, liberi professionisti e gli addetti ai settori dei pubblici servizi, furono invece chiaramente sottorappresentati nelle fila del Partito.

La composizione sociale dei quadri intermedi rivelò, invece, una tendenza opposta.

Infatti, mentre nel 1975 gli operai costituivano oltre il 50% dei segretari di sezione, rappresentavano soltanto il 36% dei delegati al XIV Congresso e scendevano al 24,9% nei componenti dei Comitati Federali.

Il PCI ebbe così, sostanzialmente, i caratteri di un Partito con una strategia radical – socialista, rivolta alle riforme.

In questo modo il PCI divenne il principale antagonista e concorrente della DC.

I Comunisti italiani, se furono soddisfatti della tendenza dell’elettorato tradizionale di Centro – Sinistra a scivolare verso il PCI, furono, invece, contrari a una mera identità con il PSI e a una polarizzazione del sistema partitico italiano.

La creazione di un “grande Partito della Sinistra”, di cui si parlò subito dopo il 1945 e più tardi nel 1965/65, non risultò praticamente attuabile.

Il PCI non riuscì, in sostanza, a sciogliere il nodo decisivo di una pratica dell’opposizione, attraverso il modello dualistico tra un Partito cristiano – conservatore e un grande raggruppamento socialista, o un tentativo di sostituire la DC come partito egemonico accelerando da una posizione di preminenza, la sperimentazione della “via italiana al socialismo”.

Un dilemma non risolto che fu alla base della mancata realizzazione della strategia del “compromesso storico”, di cui fu testimonianza parziale il tentativo della “solidarietà nazionale” (1976 – 1979), il cui fallimento aprì la via a un declino lento ma inarrestabile.


Le ragioni del declino

Dall’inizio degli anni’80 l’emergere di questioni e problemi sui quali sarebbe stato giusto sollecitare un più audace e coraggioso rinnovamento, così come nell’elaborazione che nella proposta furono, invece, assunti come fattori da interpretare in senso di una maggiore omologazione, sia nei comportamenti politici, sia negli orientamenti culturali e ideali che, in quel momento, raccoglievano i più facili consensi.

Cominciava, in sostanza, a far breccia, anche nel PCI o almeno in settori rilevanti del Partito, la grande offensiva ideale e politica neoconservatrice che, proprio in quegli anni ’80, favorita del precipitare della crisi del sistema comunista in tutto l’Est europeo, sia dal logoramento e dall’esaurimento anche delle migliori esperienze socialdemocratiche dell’Europa Occidentale, si sviluppò con impeto in Europa come in America (sotto l’insegna del reaganian – tacheterismo), e i paesi dell’Est come in quelli dell’Ovest.

Andò così maturando, anche nella realtà italiana, una sconfitta che, prima ancora che politica, risultò essere culturale e ideale.

A questo punto debbono essere richiamate almeno tre posizioni (le più esemplificative) che hanno posto in luce come in pochi anni, anche in un paese come l’Italia considerato paradigmatico di un “caso” proprio perché vi si trovava presente il più grande partito Comunista d’Occidente, quest’offensiva “neocons” avesse modificato, in modo radicale, idee e convinzioni diffuse nell’area dell’opinione pubblica progressista, compresa buona parte della sinistra d’opposizione, con conseguenze fortemente negative che poi si sarebbero manifestate, anche sul piano delle scelte e dei comportamenti politici:

1) In primo luogo cominciò a raccogliere consensi, trovando ascolto anche in larghi settori della sinistra politica e sindacale, la tesi che la crisi delle politiche di pianificazione e di programmazione (sia nelle forme della pianificazione centralizzata dei paesi di “socialismo reale” dell’Europa dell’Est, sia nelle forme programmatorie delle politiche keynesiane e delle esperienze di Stato Sociale, sviluppatesi a Ovest e nel Nord Europa, principale per impulso delle grandi formazioni socialdemocratiche) non solo poneva alle forze riformatrici seri problemi di ripensamento, ma costituiva una prova quasi definitiva dell’impraticabilità di serie alternative alle regole dominanti del liberismo, del privatismo, del cosiddetto “libero mercato”, dell’individualismo consumistico. Non a caso l’idea di riaffermare o ricostruire un “punto di vista di sinistra” in economia (a partire, per esempio, dai problemi dell’occupazione o della tutela ambientale o del definire una diversa gerarchia di priorità e di finalità nella produzione e dei consumi) incontrava difficoltà via, via, più estese e anzi veniva rigettata, quasi pregiudizialmente, nell’opinione più diffusa, come astratta e velleitaria. La conseguenza è che diventava quasi un luogo comune affermare che il banco di prova per dimostrare la maturità di governo della sinistra risiedeva, ormai, nella capacità di far valere come scelta prioritaria, senza concessioni a ideologismi solidaristici o a interessi corporativi, il rispetto dei vincoli “oggettivi” delle compatibilità finanziarie e monetarie (da ciò è derivata l’accettazione acritica dei parametri imposti per l’unificazione europea, dal trattato di Maastricht: acriticità che ha impedito di vedere in tempo le possibilità di rivedere il patto di stabilità, fino alla crisi che oggi investe, appunto, gli equilibri politici ed economici del processo di allargamento dell’Europa a 25).

Tornando però al periodo di avvio del declino del PCI deve essere, ancora, fatto rilevare che il diffondersi di queste posizioni di accettazione dell’impostazione neo-liberista ben al di là della tradizionale area moderata, avvenuta tanto più in una fase di intense ristrutturazioni (a partire dai 35 giorni della Fiat del 1980) che già tendevano, in allora, a ridurre e a rendere più precaria l’occupazione, ad accentuare la flessibilità della risorsa lavoro (fino alle esasperazioni attuali) e della risorsa ambiente, a diminuire i vincoli e i costi sociali che pesavano sulla produzione, abbia avuto il risultato pratico di contribuire a indebolire la tutela del mondo del lavoro e a modificare, a svantaggio della sinistra, i rapporti di forza nella struttura produttiva e sociale.

Non a caso, proprio a partire da quella fase, è stato possibile parlare dell’affermazione di quello che è stato definito “pensiero unico” ispirato, appunto, dalla teoria neoliberista;

2) In secondo luogo non si può sottovalutare il peso che ebbe, nel corso degli anni ’80 l’insistente campagna sulla “crisi” e sulla “morte” delle ideologie.

Una campagna che ebbe effetti rilevanti sugli orientamenti di larga parte dell’opinione pubblica.

E’ quasi inutile ricordare quanto di ideologico vi fosse, e continui a esserci, alla base della tesi della “crisi” e della “morte” delle ideologie.

Rimane il fatto che proprio quella campagna propagandistica appena ricordata finì con l’essere largamente accettata anche a sinistra, non solo come critica dei “partiti ideologici” (e partiti ideologici per eccellenza erano considerati, in Italia, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista), ma anche come demistificazione dell’idea stessa di una finalizzazione ideale e morale dell’azione politica.

Alle “finalità”, e al loro presunto retroterra ideologico, andava così contrapposta l’idea della presunta “concretezza” dell’apertura al nuovo, al moderno.

Al punto da presentare, sulla scena del confronto politico, una inedita contraddizione tra “vecchio” e “nuovo”.

Una contraddizione assunta, al punto, da considerare il cosiddetto “nuovismo” come criterio di commisurazione della validità dell’iniziativa politica.

Non c’è bisogno di ricordare, sia pure a distanza di oltre vent’anni, quanto peso abbia avuto una simile posizione nella fase di passaggio del PCI al PDS, cioè dal vecchio “partito ideologico di massa” alla “cosa” di cui non si riconosceva né il nome, né il programma, e neppure le finalità e i contenuti;

3) Il terzo punto riguarda, infine, il fatto che la critica alla degenerazione del sistema dei partiti avesse assunto, via, via, nel corso del decennio, anche in settori, via, via più estesi del gruppo dirigente comunista, un mutamento di segno.

Si era passati, infatti, dalla domanda di “rinnovamento della politica”, così come era stata formulata da Berlinguer, a una proposta di mutamento del solo “sistema politico” (inteso in senso stretto) attraverso il cambiamento delle regole istituzionali ed elettorali.

Si spalancò così, in quel modo, la porta alla deriva decisionista, in particolare all’idea che bastasse “sbloccare” il sistema politico per realizzare l’alternanza e mettere così fine alla spartizione dello Stato, alla corruzione, al malgoverno.

Per “sbloccare il sistema politico” il PCI avrebbe dovuto, così, mettere in discussione se stesso, ponendo fine al “partito diverso”, omogeneizzandosi agli altri partiti.

Erano dunque mature le condizioni per portare a compimento la storia del Partito Comunista Italiano.

Tutto questo è avvenuto mentre la crisi della democrazia italiana era giunta, verso la fine degli anni’80, a un punto di estrema gravità.

La grande occasione che si era pur presentata nel corso del decennio precedente era andata perduta, per cause oggettive e soggettive, senza che si riuscisse a dispiegare quella capacità di promuovere un radicale rinnovamento nel modo di governare, del costume, dello spirito pubblico, del senso dello Stato di cui il paese avrebbe avuto estremo bisogno, ma che, ancora una volta era stato mancato.

IL PCI fu così liquidato in fretta, senza offrire ad alcuno la possibilità di riflettere su di un lasciato politico che andava ormai completamente perduto: l’ultimo atto, probabilmente, fu compiuto al seminario di Arco di Trento nel settembre 1990 allorquando le diverse componenti che si erano opposte ala cosiddetta “svolta della Bolognina” non riuscirono a trovare un effettivo punto d’intesa sul procedere assieme sul piano politico.

Punto d’intesa che poteva essere ancora raggiunto attorno alla relazione svolta da Lucio Magri (un testo fondamentale “Nel nome delle Cose”) e si divise attorno a due analisi rivelatesi entrambe sbagliate: quella del “gorgo” avanzata da Pietro Ingrao e quella della “Rifondazione” intesa subito come soggettività politica organizzata sostenuta da Cossutta e Garavini.

Lo scioglimento del PCI e la dispersione dell’area rappresentativa del 30% del partito che avrebbe potuto costruirsi soggettivamente nel solco della sua identità ancora possibile da mantenere in maniera innovativa e politicamente fruttuosa, rappresentò un punto di vero squilibrio per l’intero sistema politico, cui seguirono altri momenti di sconvolgimento determinati dall’implosione dei grandi partiti di massa avvenuta poco tempo dopo: i suoi eredi, mutate diverse denominazioni da PDS, a DS e PD e collegandosi con alcuni dei residui del vecchio apparato del partito cattolico, hanno accettato “in toto” i meccanismi fondamentali di quell’eterna “transizione italiana” apertasi con lo scioglimento del partito, dal maggioritario, al presidenzialismo (esercitato direttamente, ponendosi ai limiti della Costituzione Repubblicana dal primo Capo dello Stato proveniente dalla storia del PCI), all’accettazione delle formule liberiste che sono state e stanno all’origine della grande crisi che stiamo vivendo applicate in particolare, come è già stato ricordato poco sopra, nella costruzione dell’Unità Europea (costruzione abbracciata acriticamente sul piano economico – finanziario, senza volerne vedere i disastrosi effetti sul piano delle condizioni materiali di vita dei ceti popolari).

Il PD, infatti (usando addirittura ed incredibilmente la struttura delle “primarie” per la selezione del gruppo dirigente, inteso come gruppo “elettorale”), rendendosi così “scalabile” da soggetti pienamente inseriti nella logica della personalizzazione e della concezione della politica come “apparenza del comando” e “individualismo competitivo” si è reso pienamente interno sul terreno di quella concezione esaustiva della “governabilità” (fino al punto di attentare alla stessa Costituzione Repubblicana, in un tentativo fallito soltanto grazie al voto popolare) che ha soffocato l’idea della necessità di un partito capace insieme di sviluppare pedagogia, radicamento sociale, rappresentatività politica della classe: è questo il vuoto più grande che, pur nella consapevolezza di un declino forse irreversibile attraversato nell’ultima fase della sua esistenza, il PCI ha lasciato.

La stessa scissione dal PD di una parte dei dirigenti provenienti dalla storia del PCI sta rivelandosi, alla fine, totalmente coerente con le istanze più negative che portarono allo scioglimento del partito e che qui sono state sommariamente descritte.

Ciò nonostante può valere ancora la pena, pur in tempi di paurosa semplificazione della possibilità di espressione del dibattito politico nella sinistra italiana ed europea, di riflettere sulle vicende che portarono alla liquidazione del PCI per trarne possibili e utili punti di insegnamento per chi, adesso, intendesse come sarebbe giusto provare a percorrere la strada di una ripresa di soggettività politica.

Fonte

30/09/2015

Eretici, scismatici o comunisti

La morte di Pietro Ingrao ha giustamente colpito molti compagni, dando occasione a tutti di riesumare con nostalgia o spirito critico i bei tempi andati, quando i comunisti – anche in questo paese – erano tanti, vitali, “egemoni” ciò nonostante fieramente divisi e divisibili.

Di quel passato glorioso sono rimaste solo le divisioni, fino all'atomizzazione individuale e oltre. Quindi non nutriamo nostalgie. Neanche per Ingrao, tanto stimolante sul piano intellettuale (al dà delle risposte che di volta in volta dava) quanto paralizzante sul piano politico operativo, specie nei confronti delle molte “aree” che nelle varie congiunture storiche si erano coagulate partendo dai suoi stimoli.

Nel suo ricordo del dirigente comunista, Giorgio Cremaschi giustamente evoca una definizione che in qualche modo riassume la sua figura: eretico non scismatico. Ovvero capace di critica sia alla linea dominante nel partito che alle stesse basi teoriche poste a giustificazione di quelle scelte, senza però mai – mai – mettere in moto una scissione. Neanche quando questa si era già verificata, come nell'ultimo caso conosciuto, che portò alla nascita di Rifondazione. Anche in quel caso, ci vollero due anni perché riuscisse ad accettare la realtà di fatto e quindi lasciare il Pds. Un po' troppo per un leader che agisce nel politico, oltre che nella sfera delle idee.

In questo comportamento c'è molto della cultura, o del senso comune, del movimento comunista del secolo scorso. Si discute magari fino allo sfinimento e agli insulti reciproci, ma alla fine si accetta la posizione della maggioranza. Fosse soltanto questo, lo diciamo subito, staremmo parlando di un valore – lo spirito unitario, il senso di appartenenza a un'insieme collettivo – che condividiamo in pieno ancora oggi. È l'abc dell'essere comunista, rivoluzionario, attivista. Non ha senso, infatti, pensare al cambiamento sociale, dell'intero modo di produzione dominante, sul piano addirittura globale, senza al tempo stesso accettare la diversità di opinioni – inevitabilmente generata dal trovarsi ciascuno e tutti in situazioni differenti, per lingua, territorio, strato sociale, posizione lavorativa, livello reddituale, condizioni di vita, età, ecc. – che corrispondono fisiologicamente a punti di osservazione differenti della medesima complessità.

Diversità e unità che si compongono e rigenerano nel conflitto sociale, nella ricerca delle soluzioni efficaci ai problemi posti dal conflitto, in un processo incessante di superamento delle vecchie forme nel mentre si mantiene costante l'obiettivo della trasformazione rivoluzionaria.

Ben poco a che vedere col panorama attuale della sinistra ex comunista, sia di derivazione Pci che extraparlamentare. Qui domina il principio di scissione, la ricerca della “composizione” è rifiutata in radice, almeno nelle pratiche dominanti. Come se realmente solo quell'intervento sociale che stai facendo in un certo momento avesse un senso trasformatore del mondo. Come se realmente ogni micro-aggregato potesse credere di essere lui – e soltanto lui – il nucleo fondamentale che “un giorno” guiderà il processo rivoluzionario globale. Roba da tso urgente...

Ma rotture e scissioni, nel movimento comunista internazionale, lungo i cento anni esatti che ci stanno alle spalle e che sono coincisi con la vita di Ingrao, ce ne sono state molte. Alcune evitabili, altre no. Quando la realtà chiede soluzioni concrete e “il partito” – a livello nazionale o internazionale – non riesce a dare risposte efficaci, non c'è spirito unitario che possa tenere insieme il corpo sociale, i militanti, i “corpi intermedi”. Si tratta insomma di processi storici che producono la risposta necessaria, anche se non sempre quella “giusta per noi”, e non possono essere evitati, o messi sotto il tappeto, dalla ricerca dell'unità a tutti i costi.

È la contraddizione reale che decide cos'è giusto fare e cosa no, non le intenzioni soggettive, per quanto ben motivate sul piano ideologico. In questa contraddizione, da sempre, agisce la politica comunista. Quella che ricerca l'unificazione delle forme conflittuali delle classi sfruttate per convogliarle – a tempo e modo, secondo una logica costruttiva di un nuovo ordine sociale – nella distruzione dell'ordine esistente.

Questo per dire che non c'è mai – mai – un comportamento giusto per tutte le occasioni. Così come non è mai – mai – possibile un vittoria duratura basata sull'improvvisazione.

La rinuncia programmatica all'unità, magari goffamente mascherata dall'esibizione di disponibilità unitaria purché avvenga sotto la propria egemonia, è rinuncia esplicita, controrivoluzionaria, alle prospettive di trasformazione sociale. Ed è la situazione che ci troviamo davanti ogni giorno, ad ogni assemblea, corteo, seminario, chiacchierata informale.

La rinuncia programmatica all'alternativa organizzata, idem. Nessuna organizzazione resta sempre uguale, ogni corpo sociale si modifica con l'andare del tempo, specie se l'obiettivo della trasformazione radicale non sembra mai avvicinarsi. La storia del Novecento ci ha mostrato innumerevoli volte l'emergere del tumore “riformista”, socialdemocratico o addirittura liberal-liberista, ai vertici degli ex partiti comunisti. Davanti a certe derive, la scissione e la nuova fondazione diventano semplicemente un obbligo politico.

Non ci sfugge, naturalmente, che le due derive si tengono e si giustificano reciprocamente (ai limiti estremi: individualismo e “voto utile”), eternizzando comportamenti che hanno senso solo a determinate condizioni. Eretici-unitari-sempre-e-comunque e scismatici-a-prescindere sono due facce – sbagliate – della stessa medaglia.

È la dialettica materialistica, bellezza! Costringe tutti e sempre a fare scelte, senza preventiva certezza di averci azzeccato e di stare nel giusto.

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