Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/11/2025

Qualità della vita in Italia: una classifica molto da rivedere

Nell’Indagine annuale sulla qualità della vita nelle province italiane, realizzata da ItaliaOggi e Ital Communications, in collaborazione con l’Università Sapienza di Roma, nell’edizione del 2025 si conferma Milano come capofila. In fondo alla classifica si confermano Caltanissetta (107esima), preceduta da Crotone (106esima), che scende di cinque posizioni in un anno e Reggio Calabria (105esima).

Lo studio si basa su nove parametri: affari e lavoro, ambiente, istruzione e formazione, popolazione, reati e sicurezza, reddito e ricchezza, sicurezza sociale, sistema salute, turismo intrattenimento e cultura. Manca invece un parametro decisivo come quello della condizione abitativa che in molti casi fa la differenza e che l’indagine lega solo ai valori immobiliari in relazione alla ricchezza patrimoniale. Il rapporto pubblicato da Italia Oggi segue di poco tempo quello pubblicato da Il Sole 24 Ore sempre sulla qualità della vita nelle province italiane.

Le 107 province italiane sono state aggregate e valutate in 5 cluster (Mediterraneo, Francigena, Adriatico, Padania, Metropoli), definendo una fotografia più articolata delle specificità territoriali che caratterizzano il nostro paese.

Secondo il rapporto la qualità della vita nel 2025 è risultata buona o accettabile in 60 province su 107, poco più della metà. Si tratta di un valore inferiore a quello registrato negli ultimi anni e quindi indicativo di un peggioramento. L’indagine conferma anche per il 2025 la frattura esistente tra il Centro-Nord e l’Italia meridionale e insulare. Nelle regioni del Mezzogiorno, permangono significative aree a forte disagio sociale.

Gli indicatori della dimensione “Affari e lavoro” riportano informazioni sul mercato occupazionale, sulle imprese, sull’importo dei protesti per abitante e sulla incidenza di startup e Pmi innovative. Bolzano si classifica al primo posto come nelle tre passate edizioni, seguita da Firenze (che si trova al quarto posto) e che scala ben 16 posizioni rispetto allo scorso anno. A seguire Prato, Padova e Trento. In coda alla classifica troviamo esclusivamente province dell’Italia meridionale e insulare: Agrigento, Siracusa e Napoli.

La dimensione dell’ambiente è articolata in due sottodimensioni: quella associata alla qualità della vita comprende indicatori di impatto ambientale, mentre nella sottodimensione positiva figurano anche variabili il cui andamento può essere messo in relazione con le azioni degli amministratori locali. Anche in questo caso è Bolzano ad aprire la classifica della qualità ambientale, seguita da Bologna, Bergamo e Reggio Emilia.

L’analisi dei risultati rilevati in questa e nelle passate edizioni denota una sostanziale stabilità del quadro relativo alla sicurezza. Infatti, anche quest’anno le province in cui la sicurezza è risultata buona o accettabile ammontano a 65, dato in linea con quello delle ultime sette edizioni dell’indagine, un risultato quindi stabile nel tempo e molto positivo. In coda troviamo Roma, Trieste, Firenze e, ultima, Milano, confermando così i dati emersi anche dallo studio effettuato da Il Sole 24 Ore sulla qualità della vita nella città.

Per il 2025, nella dimensione della sicurezza sociale sono stati sostituiti 5 dei 12 indicatori in cui si articola. È subentrato il dato relativo ai Neet (percentuale di giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono impegnati né in percorsi di istruzione o formazione, né nel mondo del lavoro). Al posto dei 4 indicatori rimossi troviamo: omicidi stradali ogni 100 incidenti stradali, morti per abuso di alcol per 100 mila abitanti, morti per abuso di sostanze stupefacenti per 100 mila abitanti e, infine, indice di affollamento carcerario. La provincia che quest’anno apre la classifica è Ascoli Piceno, seguita da Lodi, Prato, Siena e Ragusa, mentre chiude quella del Sud Sardegna.

Sono sei gli indicatori della dimensione Istruzione e formazione: tasso di partecipazione alla scuola dell’infanzia, percentuale di persone di età compresa tra 25 e 64 anni in possesso di un diploma di istruzione secondaria superiore, percentuale di persone di età compresa tra 25 e 39 anni con laurea o altri titoli, percentuale di persone di età compresa tra 25 e 64 anni coinvolte in attività di formazione permanente e la percentuale di studenti in possesso di adeguate competenze numeriche e alfabetiche.

Apre la classifica Bologna, confermando il piazzamento delle passate due edizioni dell’indagine. A seguire Milano, due province del Nord-Est, Udine e Trieste, e Ascoli Piceno in rappresentanza dell’Italia centrale. Chiudono Caltanissetta e, ultima, ancora una volta, Crotone. La struttura di questa dimensione di analisi è stata profondamente modificata nel 2022, con l’eliminazione della densità demografica; la sostituzione del numero medio di componenti del nucleo familiare con il numero medio di figli per donna; l’inserimento di 5 nuovi indicatori.

A partire dal 2025, accanto alle sottodimensioni dei posti letto in reparti specialistici e della dotazione di grandi apparecchiature diagnostiche, è stata inserita la sottodimensione degli indicatori di attività ospedaliera, che tenta di catturare l’impatto della mobilità ospedaliera extraregionale sul sistema ospedaliero provinciale e la sua attrattività (quello che viene cinicamente definito come il “turismo sanitario”). Ancona apre la classifica, migliorando il terzo posto già conseguito lo scorso anno, seguita da Catanzaro, Siena, Pisa e Verona. Chiude la classifica la provincia del Sud Sardegna, che peggiora di una posizione.

A partire dalla presente edizione dell’indagine, la ricchezza patrimoniale pro capite è stata sostituita dai valori immobiliari (sottodimensione positiva), ed è stato inserito un nuovo significativo indicatore, rappresentato dal costo al mq per l’affitto di un immobile residenziale. Ed è in base a questa distorsione che è Milano ad aprire la classifica confermando i risultati ottenuti nelle cinque passate edizioni. Ma ricchezza patrimoniale sulla base dei valori immobiliari e qualità della vita fanno letteralmente a pugni, a Milano più che in altre città.

Una conferma che l’idea di qualità della vita che hanno molti centri di ricerca che lavorano su commissione dei poteri forti non corrisponde affatto alle condizioni di vita delle classi popolari, al contrario.

Fonte

19/11/2021

Le aree metropolitane salgono nella classifica sulla qualità della vita

Nella classifica 2021 sulla qualità della vita nelle città curata da Italia Oggi e Università La Sapienza di Roma, un significativo balzo in avanti viene registrato per Torino, Milano, Trieste, Bologna e Firenze. Colpisce il salto di ben 29 posizioni in positivo conquistato da Parma.

Ma se le maggiori aree metropolitane del Nord vedono migliorare la loro qualità della vita, al contrario le realtà più piccole, e non solo quelle meridionali, sembrano scivolare lungo un piano molto inclinato.

Tra le province che perdono più posizioni troviamo infatti Como, L’Aquila, Belluno, Udine, Varese, Rovigo, Prato, Benevento, Fermo, Rieti e Nuoro.

Secondo gli autori del rapporto il motivo di questo sconvolgimento è duplice: da una parte le metropoli hanno dimostrato di saper affrontare meglio la pandemia da Covid-19, tanto che, pur essendo state nel 2020 penalizzate da questa emergenza, nel 2021 hanno saputo riprendersi con maggior rapidità rispetto ai centri di minori dimensioni.

Il secondo motivo è metodologico: ci si è accorti infatti che mella classifica degli anni scorsi un indicatore come quella della popolazione (che include le classifiche di densità demografica, emigranti, morti in percentuale, immigrati, istruzione, nati vivi in percentuale, e numero medio dei componenti della famiglia) era stato sovrastimato rispetto a tutti gli altri e si è deciso quindi di ridimensionarlo attribuendogli un peso uguale o di poco superiore agli indicatori relativi ad Affari e lavoro, Ambiente, Sicurezza, Salute, Tempo libero e Reddito.

Questa modifica di indicatore ha contributo a migliorare la posizione delle aree metropolitane rispetto alle città più piccole.

Sarebbe però interessante incrociare questi indicatori con l’indice di vulnerabilità sociale e materiale (IVSM) dell’Istat per vedere se i risultati prodotti sarebbero gli stessi.

L’IVSM è un indicatore composito costruito attraverso la sintesi di sette indicatori riferiti alle dimensioni della vulnerabilità sociale e materiale ritenute più rilevanti per la formazione di una graduatoria nazionale dei comuni.

Rimane costante, anzi si accentua, la divaricazione tra le città del Nord e quelle del Meridione. Tra le realtà del Centro-Sud solo alcune città come Perugia, Macerata, Ascoli Piceno, Ancona, Terni, Grosseto e Fermo sono nella prima metà della classifica sulla migliore qualità della vita, mentre solo dieci città del Nord sono rilevabili nella metà inferiore: Vercelli, Rovigo, Prato, Rimini, Como, Asti, La Spezia, Imperia, Pistoia e Alessandria.

Nel gruppo di coda risultano esserci due province della Campania: Napoli e Caserta; 4 province pugliesi: Brindisi, Barletta-Andria-Trani, Taranto e Foggia; tutte le province calabresi; tutte le province dislocate in Sicilia; 4 delle 5 province sarde, ad eccezione di Cagliari. La provincia che figura in ultima posizione è Crotone.

Un discorso a parte riguarda Roma, unica tra le aree metropolitane a rimanere esclusa fuori dal gruppo delle prime dieci migliori e a non guadagnare posizioni, perdendone anzi quattro (passando dal 50 al 54° posto).

È sempre opportuno rammentare che le dimensioni “monstre” di Roma vedono il suo territorio avere una vastità nella quale entrano ben nove altre città di grandi e medie dimensioni.

Napoli diventa addirittura la penultima in Italia per qualità della vita: è 106esima. Peggio sta solo Crotone, in ultima posizione al 107esimo posto. In un anno la provincia di Napoli ha perso tre posizioni, nel 2020, infatti, era 103esima

In molti si interrogano se i fondi del PNRR potranno avere effettivamente una ricaduta positiva sulla qualità della vita nella città italiane, in particolare in un Meridione spesso al collasso di fronte alla pandemia e alla crisi sanitaria, ma anche a quella sociale, politica ed economica che ha investito il Paese nel 2020 e nel 2021.

Ma alla luce delle ricette contenute o vincolate al PNRR – dalle privatizzazioni dei servizi pubblici locali al nulla sull’emergenza abitativa e il rilancio dell’edilizia pubblica/sociale – difficilmente assisteremo ad un miglioramento diffuso della qualità della vita nelle città. Al contrario le divaricazioni esistenti – e cresciute negli ultimi anni – sembrano destinate ad accentuarsi.

Fonte

21/11/2018

Le città e qualità della vita. Un errore scatena i cani feroci contro Roma e i “meridionali”


Un errore di incolonnamento può cambiare la qualità della vita nelle città? Materialmente no, politicamente si. Una recente ricerca sulla qualità della vita nelle città e nelle province italiane è stata realizzata da Italia Oggi Sette con la collaborazione dell’Università La Sapienza di Roma. Ed ha fatto rumore, producendo considerazioni pesanti sulle opportunità e gli svantaggi su cui investire nello sviluppo economico/sociale del paese.

La ricerca è stata condotta su nove parametri, tra cui quello sui tassi di disoccupazione e occupazione ha un peso rilevante. I parametri sono affari e lavoro, ambiente, criminalità, disagio sociale e personale, popolazione, servizi finanziari e scolastici, sistema salute, tempo libero e tenore di vita, mentre sono 84 gli indicatori valutati per realizzare la classifica.

Non desta sorpresa la conferma che la città in cui si vive meglio sia Bolzano. Al secondo posto c’è Trento. Al terzo risulta Belluno. Un posizionamento simile a quello della classifica sulla qualità della vita del 2017 (su dati del 2016).

Il peggioramento più pesante riguarda Roma, guarda caso, che registra una retrocessione di ben 18 posizioni (85° posto) rispetto all’edizione del 2017 dove occupava la 67°. Al contrario Milano sale di due posti e si colloca 55esima, salendo di due gradini rispetto alla ricerca precedente. Torino scende di un solo posto. Firenze invece precipita dalla 37esima posizione del 2017 alla 54esima (il “renzismo” paga, vero?).

Napoli e Palermo si trovano come sempre verso il fondo alla classifica, occupando rispettivamente il 106esimo e il 108esimo posto. Male anche Torino che si trova alla 78esima posizione. All’ultimo posto c’è la calabrese Vibo Valentia. In sostanza, nelle grandi aree metropolitane si vive peggio che nelle città più piccole. Un’ovvietà, ormai.

Una fotografia veritiera? In parte sì, ma non del tutto. Colpisce il fatto che tra le prime venti città, ben 16 siano collocate nel “triangolo d’oro” in salsa tedesca (Lombardia, Nordest, Emilia). Dal sessantesimo posto in giù si collocano tutte città del centro-sud, con Roma ormai in posizione “meridionalizzata” (dopo Cosenza e Brindisi).

Ma il dubbio che, ad un certo punto, la classifica non corrisponda ai dati certificati si pone. Ad esempio, i parametri sulla disoccupazione sembrano corrispondere più a quello di Rieti che non a quello di Roma, come certificato dall’Istat; ossia il 9,5% per la disoccupazione e il 63,6% per il tasso di occupazione.

Nella classifica curata da Italia Oggi e La Sapienza, invece, il tasso di disoccupazione e quello di occupazione a Roma diventano rispettivamente 11,8% e 54,8%, che sono invece i dati di Rieti (che l’Istat colloca una riga sopra Roma, nel suo report). Due punti e rotti di disoccupazione in più e un tasso di occupazione di quasi nove punti in meno sono dati pesanti, che incidono nel posizionamento generale nella classifica della qualità della vita.

Un semplice problema di incolonnamento sbagliato che ha falsato poi il dato generale? Può essere. Soprattutto se il disallineamento, a cascata, avviene quando si arriva al Centro-Sud.

Lo scenario che emerge non racconta una novità – le disuguaglianze economiche, sociali, ambientali tra il Meridione allargato e le regioni “tedesche” – ma far precipitare Roma nella classifica alimenta quella campagna di logoramento tesa a depotenziare e delegittimare la Capitale, per sedimentare invece l’idea che il “potere” – quello vero – deve spostarsi e concentrarsi nel Nord. Magari a Milano, la metropoli “smart” vicino all’Europa.

La cosa ha anche ripercussioni materiali, oltre che politiche e strategiche. Già adesso, con la trappola del Patto di Stabilità interno, i fondi statali convergono più sulle regioni “virtuose” che su quelle bisognose, accentuando così quelle disuguaglianze che lo Stato avrebbe il compito di ridurre e non di aumentare.

Ma da quello vediamo è come essere su un treno in corsa e senza freni, che punta verso una disgregazione reale del paese in nome e per conto del “magnete” piazzato nel cuore dell’Europa carolingia. Un processo di colonialismo interno in funzione dell’accumulazione nelle aree competitive del Nord, che richiama molto quanto avvenuto con la colonizzazione sabauda del Meridione nel XIX Secolo, ma che su scala continentale si riproduce con il processo di spoliazione dei Pigs in funzione della concentrazione di risorse, tecnologie, forza lavoro qualificata in Germania e nel Nord Europa.

Fonti per i raffronti:

http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=20745

qualità vita (pdf)

Fonte

28/11/2016

Crolla la qualità della vita nelle aree metropolitane

Le grandi aree metropolitane – meno Torino – perdono tutte posizioni rispetto allo scorso anno nella graduatoria della qualità della vita nella città curata dall’università La Sapienza di Roma e dal quotidiano economico Italia Oggi. Lo studio analizza le 110 province italiane sulla base di 9 parametri – affari e lavoro, ambiente, criminalità, disagio sociale e personale, popolazione, servizi finanziari e scolastici, sistema salute, tempo libero e tenore di vita – 21 sottodimensioni e 84 indicatori di base, Dai risultati se ne ricava un quadro generale del benessere o meno nelle città italiane.

Nonostante l’Expo la stessa Milano scende al 56° posto, Torino – che pure risale – si colloca al 70° posto. Roma paga il prezzo più pesante precipitando all’88° posto, mentre Napoli perde posizioni e si colloca a 108 su 110, peggio stanno solo Crotone e Siracusa.

Il crollo della qualità della vita basato sugli indicatori sociali prima indicati, se appare inaspettato per Milano, è decisamente pesante per Roma che già nel 2015 era scesa di 31 posti rispetto al 2014 ed ora vede peggiorare la situazione. Si conferma così quel processo di “meridionalizzazione” della Capitale diventato visibile negli ultimi anni.

A livello di macro-regione, il Nord-est e l’Italia centrale sembrano reggere meglio i colpi della crisi, mentre l’ex triangolo industriale nel Nordovest e il Meridione sembrano risentirne più pesantemente. A pesare è ormai la scomparsa dei distretti industriali – per una fase cresciuti a macchia di leopardo anche nel Sud – per decenni indicatori di vitalità economica e sociale ma adesso assai spesso desertificati dalla deindustrializzazione.

A respirare meglio, secondo l’indagine, sono le piccole città di provincia. Nel 2016 sono aumentate da 53 a 56 su 110 le province in cui si registra un miglioramento e non un peggioramento. Spicca Mantova che ha scalzato il primo posto a Trento, la città simbolo della qualità della vita per anni.

A consuntivo, il dato che emerge è che il 53,9% della popolazione italiana vive in territori dove la qualità della vita è scarsa o insufficiente (contro il 56,6% dello scorso anno), si tratta di 32 milioni 732 mila residenti (erano 34 milioni 420 mila nel 2015), un dato che sembrerebbe in controtendenza. In realtà è un indicatore del peggioramento delle condizioni complessive di vita nelle aree urbane più densamente popolate, ma dove i tagli ai servizi sociali, la disoccupazione, i vincoli del pareggio di bilancio nei comuni cominciano a far sentire i loro nefasti effetti.

Fonte